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Racconti di Luciano Ronchetti

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  • Come comincia:   Nato a Notting Hill, Londra, il 30 luglio del 1958, da padre nigeriano e madre scozzese, può essere considerato - a buon diritto - uno dei più grandi atleti della storia dello sport britannico. A diciassette anni concluse il suo primo decathlon totalizzando 6685 punti. Nel 1976, quando era ancora junior, partecipò alle Olimpiadi di Montreal finendo diciottessimo. Dopo i Giochi tornò in Canada e stabilì il nuovo record mondiale juniores con 7905 punti. Sempre da junior, nel 1977 fu campione europeo a Donetsk (attuale Juzovka, all'epoca in Russia, oggi città dell'Ucraina) e migliorò tre volte il suo record mondiale (7921, 8124 e 8190 punti). Nel 1978 vinse i Giochi del Commonwealth (a Edmonton, Canada) ma fu secondo agli Europei di Praga, battuto dal sovietico Aleksandr Grebenyuk. Da quel momento infilò una serie incredibile di vittorie (dodici), restando imbattuto sino al 1987. Nel 1980 batté il suo primo record del mondo da senior (8648 punti il 18 maggio a Gotzis, in Austria) e vinse l'oro alle Olimpiadi di Mosca. La sua vittoria fu favorita, secondo alcuni tecnici ed esperti di atletica, dall'assenza dei tedeschi occidentali Guido Kratschmer e Siegfried Wentz che a luglio aveva battuto il suo mondiale (8676 punti a Filderstadt). Egli, tuttavia, confermò la sua straordinaria forza e il suo spirito combattivo nel biennio successivo trionfando agli Europei di Atene nel 1982 (8774 punti davanti a Hingsen ed al tedesco-est Siegfried Stark) e nella prima edizione dei Mondiali, a Helsinki, nel 1983 (8714 punti ancora davanti al tedesco-ovest Jurgen Hingsen). Nel 1984, a Los Angeles, compì il capolavoro della carriera, vincendo il secondo alloro olimpico dopo magnifica battaglia col rivale Hingsen. Al termine delle due giornate di gara (il decathlon, definita prova multipla, comprende dieci specialità dell'atletica distribuite tra corsa, lanci e salti, e si svolge nell'arco di due giorni: in ognuno di essi vengono disputate cinque gare), i due furono divisi soltanto da centocinquantadue punti e Thompson batté il record del mondo che il tedesco aveva stabilito appena due mesi prima a Mannheim, in Germania (8832 punti). Secondo osservatori, tecnici ed esperti quella fu unanimamente considerata la più bella gara di decathlon mai disputata! Due anni dopo, al Neckarstadion di Stoccarda batté nuovamente Hingsen nei Campionati Europei. Il 1987 segnò l'inizio del suo declino atletico ed agonistico. Ai Mondiali di Roma, per colpa di un malanno inguinale che lo aveva costretto ad interrompere la preparazione, non poté difendere al meglio il titolo conquistato quattro anni prima e finì nono nella gara vinta dal tedesco orientale Torsten Voss (8680 punti davanti al tedesco-ovest Wentz ed al russo Pavel Tarnavetskiy). L'anno seguente, ai Giochi di Seoul, fu ancora fuori dal gioco delle medaglie e si piazzò al quarto posto: alle spalle della coppia tedesca-orientale Christian Schenk e Torsten Voss e del canadese di colore Dave Steen. Nel 1989 subì un delicato intervento al ginocchio sinistro per rimuovere una escrescenza tumorale benigna: ciò gli impedì di partecipare, nell'inverno del 1990, ai Giochi del Commonwealth disputatisi a Christchurch, in Nuova Zelanda. Dopo aver saltato, nel 1991, anche i Mondiali di Tokyo, l'anno seguente tentò di qualificarsi per le Olimpiadi di Barcelona ma non raggiunse il punteggio richiesto. Al termine della stagione annunciò il suo ritiro dall'atletica, soprattutto a causa dei frequenti problemi al tendine del ginocchio. E'tornato allo sport firmando un contratto come pilota ufficiale della Peugeot. Nell'estate del 1994 disputò la pre-season ed alcune amichevoli con la squadra inglese di football del Reading, dopo di che coronò il suo grande sogno infantile militando nelle file del Mansfield Town (club di terza divisione), dapprima, e poi in quelle dello Stevenhage Borough FC e dell'Ilkeston FC, club dilettantistico. Nell'estate del 1994, mentre si allenava sul manto erboso del campo secondario del Reading, Coombe Park, così dichiarò a Mervyn Brewer, giornalista di "The Independent", noto quotidiano londinese che da alcuni anni esce in formato completamente digitale: - Da ragazzo avevo due sogni: vincere l'oro olimpico ed essere un calciatore professionista. - Atleta completo (nel 1979 fu campione nazionale nel salto in lungo, dove vantava un primato personale di 8,01) e match-winner autentico (dotato di quel "fighting-spirit" o della cosiddetta "stamina" che tutti gli abitanti delle isole britanniche si portano dietro nel loro dna!), forte nei concorsi quanto nelle corse, fece del dinamismo e della velocità i suoi punti di forza  (vantava tempi eccezionali: 10'26 nei 100 metri, 20'88 nei 200 e 14'04 sui centodieci ad ostacoli), nel corso della sua prestigiosa carriera. Personaggio fu, egli, fuori dalle righe e in perenne dissidio coi media di tutto il mondo: spesso prese posizioni scomode su questioni di attualità o sostenne battaglie difficili (si batté, ad esempio, contro il razzismo e le discriminazioni sessuali, ma ultimamente ha preso anche posizione sulla cosiddetta "questione scozzese", ovvero del mantenimento - o meno - dell'attuale status quo della Scozia nei confronti della Gran Bretagna), sempre fu contro convenzioni e compromessi. La sua esuberanza, tuttavia, di concerto alla sua simpatia e carica umana mancano molto all'atletica attuale, sempre più rivolta alla ricerca affannosa dei records; sempre più soggiogata dagli interessi degli sponsors ed asfissiata dai ritmi inumani dei networks televisivi. - Penso che negli ultimi dieci anni l'atletica leggera abbia perso un po'la sua popolarità. Quindi lo sport deve lavorarci. - Dichiarò nel 2010 (all'epoca era ambasciatore nel mondo delle Olimpiadi di Londra del 2012) sulle colonne di "Gulf News", quotidiano in lingua inglese pubblicato a Dubai, negli Emirati Arabi. - Dovrebbero provare a renderlo più semplice per i bambini...interessarli promuovendolo a livello scolastico.

    - Punteggi in "big-events"(*)
    punti 8847    OG   1984   Los Angeles            8-9 agosto
      "      8811    EC    1986   Stuttgart/Stoccarda 27-28 agosto
      "      8774    EC    1982   Athens/Atene          7-8 settembre
      "      8714    WC   1983   Helsinki            12-13 agosto
      "      8663w CG    1986   Edinburgh                27-28 luglio
      "      8522    OG   1980   Moscow/Mosca        25-26 luglio 
      "      8470w  CG   1978   Edmonton                7-8 agosto
      "      8424    CG    1982   Brisbane                  4-5 ottobre
      "      8306    OG    1988   Seoul                       28-29 settembre 
      "      8257    EC     1978  Prague/Praga           30-31 agosto
      "      8124    WC    1987  Rome/Roma             3-4 settembre
      "      7330    OG    1976  Montreal                    29-30 luglio
    (*) =  big events: le quattro manifestazioni che sono "grandi eventi" nel calendario internazionale (Olimpiadi, Campionati Mondiali, Campionati Europei, Giochi del Commonwealth, etc); w: wind assisted (prestazione ottenuta con gare col vento superiore ai 4 metri/secondo); OG: Olimpic Games/Olimpiadi; EC: European Championships/Campionati Europei; WC: World Championships/Campionati Mondiali; CG (Commonwealth Games/Giochi del Commonwealth).
     

  • 10 febbraio alle ore 20:23
    Le sue lacrime

    Come comincia: Un bimbo palestinese...lui non sa nulla della storia, non conosce i libri di storia (forse non avrà neanche la posssibilità di imparare a leggere e a scrivere), tuttavia piange ugualmente: spesso le lacrime dei bambini, in Palestina, sono lacrime di "sangue"!

    Taranto, 10 febbraio 2020. 

  • 08 febbraio alle ore 20:33
    Sport's memories - Jean Borotra

    Come comincia:  Nacque nel 1898 a Domaine du Pouy, cittadina della regione basca francese nei pressi di Biarritz, nel dipartimento dei Pirenei Atlantici. Uno dei "quattro moschettieri", insieme agli amici-rivali Jacques Brugnon, Henri Cochet e René Lacoste, che vinsero la Davis ininterrottamente dal 1927 al 1932 e dominarono la scena del tennis mondiale tra l'ultima decade degli anni venti e i primi anni trenta del secolo passato (nel 1993, l'anno prima della sua morte, dichiarò: - Quando hai combattuto in due guerre come ho fatto io ci sono alcuni ricordi  che ti segnano per sempre, ma far parte dei moschettieri è stata una delle mie più grandi gioie. Abbiamo avuto un meraviglioso cameratismo!). Figlio di pastori, rimase orfano di padre quando aveva meno di otto anni. Praticò il calcio, il rugby e la pelota (lo sport nazionale basco) e si avvicinò al tennis soltanto a venti anni. Personaggio di grande caratura, in campo e fuori, giocatore grintoso e spettacolare (famosissimi erano i suoi colpi di volée) ma anche uomo modesto e generoso, fu soprannominato dagli inglesi "il basco volante" per le sue doti atletiche non comuni, per il suo gioco e per un basco di colore blu che indossava spesso anche in campo. La sua vita fu ricca di aneddoti, avventure e disavventure, degna di un personaggio salgariano o di un protagonista di un racconto di Rudyard Kipling. A Wimbledon, si pensi che solo la sua auto, oltre quella del sovrano Giorgio V°, poteva giungere sino ai bordi del central court (campo centrale). Durante il secondo conflitto mondiale venne deportato in Germania (nel campo di Sachsenhausen) e poi incarcerato dagli americani per collaborazionismo (era stato, infatti, Ministro dello Sport nel governo autoritario e filonazista presieduto dal maresciallo Henry-Philippe-Omer Pétain ed instauratosi a Vichy nel biennio 1940-42). Vinse il suo primo titolo dello slam a Parigi, nel 1924 (i Campionati di Francia si disputano dal 1891 ma acquisirono carattere di internazionalità a partire dal 1925). Nel torneo di casa bissò il successo nel 1931 e fu finalista nel 1925 e nel 1929: entrambe le volte sconfitto dall'amico rivale Lacoste. Vincitore a Wimbledon nel 1924 e nel 1926 (fu finalista nel 1925, 1927 e 1929) e finalista agli U. S. Open nel 1926, agli Australian Open del 1928 vinse tutti i titoli in palio (singolare, doppio e doppio misto). In Davis giocò cinquantaquattro matches vincendone trentasei (diciannove in singolare, diciassette in doppio). Grande doppista, vinse in carriera quattordici titoli dello slam (nove in doppio, cinque nel doppio misto) tra cui quello "storico" del 1925 a Wimbledon in coppia con la leggendaria Suzanne Lenglen, sua connazionale e da molti considerata come la più forte giocatrice d'anteguerra (dominò il tennis femminile dal 1919 al 1926, vincendo ventuno titoli slam: Gianni Clerici, noto giornalista, scrittore e storico del tennis la definisce in un suo libro "la più grande tennista del XX°secolo"!). Vanta nella sua carriera un record prestigioso e un ruolino di marcia impressionante: fu campione nazionale ben cinquantanove volte (dodici in singolare al coperto), venti volte campione d'Inghilterra (undici in singolare al coperto) e per due volte (entrambe nel singolare al coperto) fu campione degli Stati Uniti. Vinse ottantacinque tornei internazionali e fu medaglia di bronzo nel doppio misto (in coppia con
    Lacoste) alle Olimpiadi di Parigi del 1924. Fu anche atleta molto longevo: giocò, infatti, ben trentanove stagioni nel circuito internazionale, dal 1920 (prima partita in assoluto al torneo di Biarritz, il 7 maggio, contro il fratello Fred) al 1965 (ultima partita contro il britannico Eric Fulby, il 24 ottobre nel corso dell'International Club Gran Bretagna-Francia), inoltre ha giocato in Davis sino alla soglia dei quarantotto anni e continuò a farlo fino agli ottanta anche tra i veterani e i masters; nel 1963, partecipando all'età di sessantacinque anni e 320 giorni al torneo di doppio a Wimbledon (in coppia col connazionale Mustapha Belkhadia), divenne il più vecchio giocatore di sempre ad averlo fatto (il vincitore più vecchio nel singolare maschile resta invece il leggendario giocatore britannico Arthur William Charles Wentworth Gore, che nel 1909 trionfò alla "veneranda" età di quarantun anni e 155 giorni!). Esercitò la carica di presidente della federazione internazionale nel biennio 1960-62. Nel 1988 si risposò, all'età di novanta anni, con Janine Bourdin (in prime nozze, nel 1937, era stato sposato con Mabel de Foret da cui aveva avuto un figlio, Yves, e da cui divorziò dieci anni dopo). E' morto il 17 luglio del 1994 ad Arbonne, proprio mentre la Francia incontrava la Svezia in Davis. Il giorno successivo al suo decesso così scrisse, nel necrologio sulle colonne del  "New York Times", Christopher Clarey, firma notissima del tennis mondiale e da oltre un quarto di secolo corrispondente in Francia, Spagna e Stati Uniti del suo giornale: - Era il beniamino della folla, soprattutto di sesso femminile, per la sua esuberanza, e se costretto ad inseguire la pallina sugli spalti si toglieva il berretto e baciava le mani delle donne che aveva scomodato. Inoltre, aveva l'abitudine di concedere punti agli avversari se capiva che l'arbitro aveva sbagliato nel suo giudizio (fu un po', a suo modo, l'antesiniano artigianale e naif del moderno "occhio di falco" nel tennis o del TMO - Television Match Officer - nella palla ovale, i quali sono atti a correggere, sovente, gli errori commessi dagli arbitri attraverso riprese televisive esterne ma parallele alle vicende agonistiche) - . In definitiva, esso è stato uno dei più grandi campioni che il tennis possa ricordare nella sua ultracentenaria storia ma fu, soprattutto, un vero galantuomo, direi, ed inguaribile romantico!

    - Posizione nelle classifiche mondiali (*)
    1924: sesto; 1925: sesto; 1926: secondo; 1927: quarto; 1928: quinto; 1929: terzo; 1930: terzo; 1931: settimo; 1932: terzo.
    (*) Prima delle classifiche computerizzate, del circuito ATP e del circuito World Tour, a fine stagione alcuni esperti compilavano graduatorie semi-ufficiali su riviste specializzate. Quelle dal 1914 al 1938 sono state compilate da A. Wallis Myers e pubblicate sull'Almanacco Illustrato del Tennis, edito in Italia dalla Panini, Modena.
    - Vittorie e finali dello Slam al dettaglio (**)
    a) Singolare
    Wimbledon    1924   W  R. Lacoste               6136613664
    R. Garros      1925 L   R. Lacoste               756164
    Wimbledon    1925    L   R. Lacoste               63634686
    Wimbledon    1926    W  H. Kinsey                866163
    U. S. Open    1926 L    R. Lacoste              646064
    Wimbledon    1927    L   H. Cochet                4646636475
    Australian O. 1928    W  R. Cummings          6461465763
    R. Garros       1929    L   R. Lacoste              6326602686
    Wimbledon     1929    L   H. Cochet               646364
    R. Garros       1931    W  C. Boussus            26647564
     
    Fonti bibliografiche e telematiche:
    - Guinness International Who's Who Of Sport, Peter Matthews, Ian Buchanan&Bill Mallon; Guinness Publishing Limited, Enfield, Middlesex (England);
    - Thetennisbase.com;
    - The New York Times (articolo del 18 luglio 1994 nella edizione online). 

  • 06 febbraio alle ore 12:49
    Il grido

    Come comincia:  La "Esperance" veleggiava tranquilla nottetempo quando all'improvviso, vicino Port San Giulian, al calar della notte, la vedetta Anthony Mellersh grido': - Terra, terra a babordo, capitano...vedo fuoco arcobaleno sollevarsi in cielo! -. Era il venerdì 17 (di) novembre 1826. 

    Taranto, 18 marzo 2016.

  • 04 febbraio alle ore 18:12
    Partire

    Come comincia:  Per diverse notti il giovane Salomon scrutò la luna seduto su una panchina del "molo 17" da dove, qualche tempo dopo, sarebbe partito per una nuova vita. Infine, partì: nella paura e nel dolore, lo fece; pieno di rabbia, carico di ricordi ed incertezze...Visse. Diventò qualcuno.

    Taranto, 4 febbraio 2020.

     

  • 31 gennaio alle ore 16:10
    Il coraggio

    Come comincia:  Nella foresta divampo'un incendio immane: tutti gli animali, compresa sua maestà il leone, fuggirono di gran lena dinanzi alle fiamme. Solo un minuscolo colibrì volava in senso contrario, portando una goccia d'acqua nel becco. - Cosa credi di fare? - gli chiese il leone. - Vado a spegnere l'incendio! - rispose il colibrì. - Con una goccia d'acqua soltanto? - Io faccio la mia parte! - rispose il colibrì. 

  • 31 gennaio alle ore 16:02
    Le domande (in) discrete

    Come comincia:                                                                                                              da: Isaak Babel
     
      Come sono fatti gli assassini? Sono passionali o spietati? O forse, entrambe le cose: chissà! Che cosa spinge mai l'assassino ad uccidere? Vanità, forse; senz'altro rabbia e rancore, ma...Una volta ho desiderato ardentemente di uccidere un uomo, il mio peggior nemico; di offenderlo per più di un'ora, martoriarne il suo corpo e le sue membra prima di berne il suo sangue, catturare la sua essenza e ingoiarne le sue melmose viscere, i suoi maleodoranti liquami: volevo scoprire, a quel modo, che cosa fosse mai in realtà la vita, a che cosa assomigliasse la vita di un uomo, quella di ognuno di noi lungo la nostra via, il nostro cammino.

  • 30 gennaio alle ore 19:05
    Il santone e la giovane vedova

    Come comincia:  - Non sapevo fossi in casa, altrimenti non avrei bussato così forte alla tua porta, - disse il prete e santone Isaia alla giovane vedova (la quale li aveva aperto la porta tutta in ghingheri discinta); - ma non avevo cattive intenzioni, sai, mia bella giovin fanciulla, -aggiunse lo stesso, appena un attimo dopo.
     - Pensa alla salute! Pensa alla salute, prete! - fece quella, e poi richiuse la porta sbattendola in faccia all'uomo senza complimenti. Il prete andò via e lungo la strada ripeté più volte a se stesso: - Chissà dove ho sbagliato?

  • 30 gennaio alle ore 18:35
    Visioni notturne

    Come comincia:  dalla II^dimensione, vicina alla III^ed alla I^, ma molto lontana dalla IV^e dalla V^.
     Ho visto in una notte "strana" di marzo un carro funebre giallo passare sulla mia strada: lo guidava un vecchio francese che avea indosso un vestito blu, al suo fianco sedeva uno scheletro, quello d'una maitresse, vestito di nero; portava lo scettro d'un re nella sua mano destra. Nel mentre quel carro passava, dalle finestre chiuse delle case risuonavano note jazz e da una, però, un megafono leggeva poesie di William Blake...La chiesa vicina cominciò a suonare le campane a morto: era già mezzanotte ma nel cielo, illuminato a giorno, sotto forma di un enorme ammasso di nuvole dorate dal sole al tramonto, apparve l'immagine chiara di un cavallo alato bianco che nitriva e scalciava. All'angolo della strada, intanto, uno zingaro nano nudo suonava il suo violino tzigano con note allegre, ma quando il carro li arrivò vicino smise...Svoltò a sinistra, dopo, il carro e non lo vidi più.

    Taranto, 7 novembre 2017. 

  • 30 gennaio alle ore 18:24
    "Katharsis" (liberazione)

    Come comincia:  "Katharsis": parola che deriva dal greco e sta a significare "purificazione" o "liberazione". Una controversa derivazione etimologica, però, ci prospetta che essa potrebbe derivare da un'altro termine greco, ossia "kathairo", che sta per "liberare il paese dai mostri". Questa è l'ipotesi di cui scrive Bruce Chatwyn nel suo noto romanzo "La via dei canti". Che sia, allora, che si faccia quanto si deve fare; ovvero, liberiamo pure i paesi dai mostri, mi viene da dire, ed anche - visto che ci siamo - le genti che popolano quei paesi, ma teniamo prigionieri dentro di noi, dentro la nostra gabbia interiore, gli "altri" mostri: quelli che ci aiutano a vivere!

  • 30 gennaio alle ore 16:50
    Il frugale pasto

    Come comincia:  Dopo aver assaporato il vento del digiuno - accompagnato dal canto rigido ed incompleto di fringuelli ciechi - mi misi a mangiare strani pensieri colorati di vergogna e feci, nottetempo - ameni sogni carichi di incenso; bevvi, poi, spettrali profumi d'ambrosia alla luce del sole: avevano il sapore del nulla, nulla sentii e provai nel bere...Intanto, però, accadde che i fringuelli eran morti ed appassirono, mentre il vento (lui) - codardamente - era volato via.

    Taranto, 30 ottobre 2017.   

  • 30 gennaio alle ore 16:40
    Chiamale (pure) emozioni

    Come comincia: Compagna. - Se ci sono emozioni che non hanno ancora un nome, tu chiamale (pure) emozioni, compagno!
    Compagno: - Una federazione di popoli e di genti sarebbe una grandissima emozione, anzi, più che unica, compagna!
    - Impressione a latere (o: a margine)
    Era una città vuota, quella, una vuota città; era una città vuota (ed asfittica, ed asettica...priva di colori!) come tutte le "vuote" città del mondo, ormai: sono città senza emozioni, quelle...queste; sono città senza emozioni queste: ormai! In quelle città, in tutte queste inutili città non splende più la luna, non riscalda più il sole; ci sono solo strade senza nome e stormi di case inutili e mute: stormi che non voleranno né canteranno mai!

  • 30 gennaio alle ore 16:31
    La teoria "Einstein"

    Come comincia:  Domanda/Postulato (ovvero: postulato sotto forma di domanda) = Einstein:ma chi era costui?
    - Risposta a: un vecchio con la barba che fumava il narghilé;
    - Risposta b: un profeta rumeno emigrato in Palestina;
    - Risposta c: il nipote (illeggittimo) di John Ruskin.
     Soluzione/Risposta (ovvero: risposta sotto forma di soluzione) = Nessuno dei tre: è il nome del primo uomo - zoppo - apparso sulla terra! 

  • Come comincia:  Il giovane poeta riposò le membra tutte, l'anima sua, il corpo e la mente dopo la grande abbuffata di tutto: di fame e di sete, di viltà e di coraggio, di odio e di amore, di grida e silenzio, di gioia e dolore, di passione ed oblio, di liberazione e prigionia, di ispirazione e aridità, di forza e fragilità, di castità, di lussuria e sodomia, di solitudine e di compagnia...dopo la grande abbuffata del nulla e di tutto, di tutto e di niente riposò: alla fine, però, fece ritorno alla taverna del "Paradiso" da dove era partito tantissimo tempo prima...la guerra con sé stessi, in fin dei conti, non è così tanto brutta!

  • 30 gennaio alle ore 16:10
    Le streghe di Canterbury

    Come comincia:  Ho visto un enorme branco di streghe, che venivano da Canterbury e che volavan alla guerra: imbracciavano grossi mazzi di papaveri rossi per darsi forza e coraggio... - Andiamo, sorelle, andiamo! - gridò la strega madre alle altre, senza esitazione. - Dobbiamo padroneggiare la paura per affrontare la grande guerra! -.
     Quel branco di streghe combatté con ardore, con furore, con galiardia sui campi di battaglia ai confini delle terre del ghiaccio: soltanto una tornò indietro - era la giovane strega Solange, delle highlands scozzesi - e visse la sua vita errando in mezzo agli uomini.

  • 30 gennaio alle ore 15:50
    Alberghi &... strane cose!

    Come comincia:  A Djang ci sono ben due alberghi: l'hotel "Windsor" e, di fronte, l'hotel "Anti-Windsor"; uno in più di Gemona del Fiuli, cittadina in provincia di Udine: è l'albergo "Willy", sito in località Ospedaletto, alla via Barigliaria numero cinquantotto. D'altro canto, però, non si trova l'ombra di un albergo in tutta la provincia dello Dzabhan, nella Mongolia estrema nord-occidentale al confine con la Russia, grande quasi quanto tutto il nord-est ed il nord-ovest della penisola italiana messi insieme (non si trova il suddetto neanche a pagarlo un sacco di diamanti!), e non ci sono neanche bed&breakfast, né ostelli o posadas (le famose pensioni "familiari" diffuse in centro e sud-America): tutti dormono "nature", ovvero sotto la luce delle stelle quando sono fuori di casa ed il clima non è troppo inclemente (le temperature medie annue, da quelle latitudini, lontane e sperdute, non superano mai i tre-quattro gradi centigradi!). In compenso, però, in quella provincia vi sono ben tre fiumi (lo Dzabhan, l'Ider e il Tes-Hem) e tanta, tantissima steppa!
     A Dogliòla, paesino collinare ed agricolo della provincia di Chieti, ci sono più pecore (ottocentonovantanove) che cristiani (cinquecentoventi): in compenso, tuttavia, è in costruzione un albergo a quattro piani e tanti posti letto disponibili!
     A Dakar, Senegal, c'è il "Coq Ardi": è l'albergo più lussuoso, rinomato e ricercato della città...ma è anche un bordello. La proprietaria è una certa madame Martine Lagardere la quale - fortuna per i clienti! - possiede una grossa barca da pesca: in questo modo a cena capita spesso di mangiare aragoste freschissime di...appena pescate.
     A Damiétta, invece, città capoluogo dell'omonimo governatorato egiziano, posta tra la riva destra del ramo orientale del Nilo, che da essa prende il nome, e la laguna di Manzala, centosessanta chilometri a nord-est del Cairo, l'unico solitario albergo esistente, il "Villa Floor" crollò per una fuga di gas nel 1980 (l'esplosione provocò trentatré morti e cento feriti!): nessuno dei novantacinquemila abitanti della cittadina, però, se ne da pena più di tanto! Damietta, per la cronaca (o meglio: per la storia) altri non è che l'antica Tamiathis, la quale fu conquistata dagli Arabi nel 641 e tolta loro per breve tempo dai Crociati nel XII°secolo...buono a sapersi, direi!

                                                      = Conclusione =
    In conclusione, è proprio il caso di dire che "tutto è soltanto una questione di alberghi, cose strane o...di punti di vista; ovvero di latitudini!". Oppure: che "ognuno ha gli alberghi (o non ce li ha) che si merita!" (ma comunque, credo sia sempre tutta e soltanto questione di latitudine: sic!).
     A Dakar (Senegal) c'é il "Coq Ardi": è l'albergo più lussuoso, rinomato e ricercato della città...ma è anche un bordello. La proprietaria è una certa madame Martine Lagardiere la quale - fortuna, questa, per i clienti - possiede una grossa barca da pesca: in questo modo, a cena capita spesso di mangiare aragoste freschissime!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017. 

  • Come comincia:  Erano grandi ragni blu con le zampe di velluto quelli che saltellavano su e giù per la strada quella notte: li accompagnava un uomo venuto da Marte cogli occhi rosso sangue e le dita delle mani piene di anelli di vetro. - Guarda quell'uomo in fondo alla via - dissi a mio fratello; - guardalo bene...- portava al guinzaglio un topo morto bianco: sembrava l'uomo della lampada. - Guarda quell'uomo, guardalo bene: perché soltanto se un giorno rinascerai maiale verde sotto un cavolo ne vedrai uno simile! -.
    Quell'uomo si fermò davanti alla porta della nostra casa; mia madre aprì e lui li regalò un quadro: vi era dipinta sopra soltanto una distesa di grosse fragole amaranto ed un bouquet di primule gialle. Senza proferir parola quell'uomo andò poi via...dopo un attimo scomparve all'orizzonte insieme al suo topo morto ed ai ragni saltellanti. Dissi ancora a mio fratello: - L'hai guardato quell'uomo? Ricordalo bene perché non ne vedrai più uguali in vita tua! 

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

  • 25 gennaio alle ore 17:43
    La scritta sul muro

    Come comincia:  "Le nuvole sono i nostri aquiloni", scrisse una volta un barbone ubriaco su di un muro che costeggia un binario morto della stazione di Casalpusterlengo, vicino Lodi. Tre giorni dopo quel barbone fu trovato morto - aveva la gola squarciata da parte a parte - nelle campagne limitrofe: forse, chissà, aveva fatto in tempo ad essere felice. Sotto quel muro, su cui scrisse il barbone, nessuno mai accese una candela: eppure la morte è una cosa seria!

  • 25 gennaio alle ore 17:31
    Il bambino e l'uomo

    Come comincia:  Ogni bambino piccolo normale, se viene lasciato solo si mette a strillare e a piangere; il modo migliore per consolarlo è prenderlo e cullarlo, oppure cantarli una nenia o metterli in bocca il ciuccio, oppure camminare tenendolo in braccio. Invece, se un uomo resta solo nel deserto durante una tempesta di sabbia, attende che [la tempesta] finisca: ma prima, però, la ama e la odia; la corteggia, la venera ed a lei, infine, si abbraccia come fosse la più bella delle donne al mondo!   

  • Come comincia:  Quelle che seguono sono le otto quartine, composte in versi a rime incrociate, della bellissima e mirabile poesia, dedicata a Venezia ed inserita nella raccolta "Poesie vecchie e nuove", di Diego Valeri, raffinato e sensibile artista veneto, spesso sottovalutato se non addirittura dimenticato o ignorato dalla critica e dalla "intellighentia" ufficiale (nacque a Piove di Sacco, nel padovano, nel 1887, morì a Roma nel 1976) nonché illustre docente e studioso di letteratura francese. Tra le altre opere sue sono da ricordare le liriche seguenti: "Ariele", "Scherzo e finale", "Tempo che muore". Svolse anche attività di saggista letterario, di critico d'arte, di prosatore ("Fantasie veneziane") e di traduttore (soprattutto lirici tedeschi e francesi).

                                                            = Venezia =
     C'é una città di questo mondo,
    ma così bella, ma così strana,
    che pare un gioco di fata morgana
    o una visione del cuor profondo.

     Avviluppata in un roseo velo,
    sta'con sue chiese, palazzi, giardini,
    tutta soppesa tra due turchini,
    quello del mare, quello del cielo.

     Così mutevole!...A vederla
    nelle mattine di sole bianco,
    splende d'un riso pallido, e stanco,
    d'un chiuso lume come la perla;

     ma nei tramonti rossi, affocati,
    é un'arca d'oro, ardente, raggiante,
    nave immensa veleggiante
    a lontani lidi incantati.

     Quando la luna alta inargenta
    torri snelle e cupole piene
    e serpeggia per cento vene
    d'acqua cupa e sonnolenta,

     non si può dire quel ch'ella sia,
    tanto è nuova mirabile cosa,
    isola dolce, misteriosa,
    regno infinito di fantasia...

     Cosa di sogno, vaga e leggera;
    eppure porta mill'anni di storia,
    e si corona della gloria
    d'una grande vita guerriera.

     Cuor di leonessa, viso che ammalia,
    o tu, Venezia, due volte sovrana,
    pianta di forte virtù romana,
    fior di tutta la grazia d'Italia.

    (da: "Poesie vecchie e nuove").

     Poesia delicata, dal linguaggio semplice ma incisivo, i cui versi - a mio avviso - sono vere e proprie "pennellate" di...parole! (C'é una città...una visione del cuor profondo; avviluppata in un roseo velo; tutta sospesa tra due turchini; è un'arca d'oro, ardente, raggiante; nave immensa veleggiante, etc.). Pablo Picasso ebbe a dire una volta: - Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ci sono altri che con l'aiuto della loro arte e della loro intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole -. Ebbene: Valeri quì, con i suoi versi, ha reso Venezia, una macchia gialla, nel sole.
     

  • Come comincia:  Grete Waitz e Ingrid Kristiansen: ovvero, le due più grandi runners norvegesi di ogni epoca, furono entrambe le migliori maratonete al mondo per oltre un decennio ed erano fortissime tanto nelle corse in pista, quanto in quelle su strada e nelle campestri (o cross-country che dir si voglia). La prima nacque a Oslo (nel quartiere di Keyserlokka, zona residenziale del centro cittadino, nel distretto di Grunerlokka) il primo ottobre 1953: figlia di un farmacista (il padre John) e di una commessa in un negozio di generi alimentari (la madre Reidun), il cognome suo da nubile era Andersen (sposò Jack Henry Nilsen nel 1975 ed entrambi presero il cognome Waitz). Fu una vera pioniera della maratona targata al femminile (alcuni la considerano addirittura una sorta di suffragetta ante-litteram della specialità!) e delle grandi distanze, su pista e strada, appunto: nell'agosto del 1983, a Helsinki (capitale della patria dei più grandi fondisti che la storia dell'atletica abbia mai avuto - da Paavo Nurmi a Volmari Iso-Hollo, da Hannes Kolehmainen a Ville Ritola, da Ilmari Salminen a Lasse Viren, Albin Stenroos, Taisto Maki, Toivo Loukola, Pentti Karvonen, Peka Vasala: vere e proprie leggende anche al di fuori della terra dei mille laghi, come comunemente è nota la Finlandia), divenne la prima campionessa mondiale della storia sulla classica distanza dei quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, peraltro presente nel programma dei Giochi olimpici - targata al maschile, però - sin dalla prima edizione del 1896 ad Atene (fu lo storico linguista francese Michel Breal che, ispirandosi al mito del soldato Filippide, la fece introdurre). A sedici anni fu campionessa di Norvegia tra le juniores nei 400 e 800 metri. Nel 1971, invece, appena diciottenne, esordì sulla scena internazionale correndo 800 e 1500 metri agli Europei di Helsinki (in quella stagione, tra l'altro, batté il record europeo juniores sulla distanza lunga con 4'17"), mentre l'anno seguente si affacciò sulla scena olimpica in quel di Monaco di Baviera dove corse, però, soltanto i 1500 metri: fu eliminata al primo turno, giungendo settima nella sua batteria! Due anni dopo, agli Europei di Roma, avvenne la definitiva sua consacrazione: fu terza (col tempo di 4'05"21) alle spalle della tedesca-est Gunhild Hoffmeister e della bulgara Lyliana Tomova. In tale occasione la norvegese precedette la sovietica Tatiana Kazankina che due anni dopo, a Montreal, siglò (prima ed unica donna nella storia) il "double" olimpico 800-1500. Da notare che l'atleta di Petrovsk (classe 1951) bisserà il successo sui 1500 metri a Mosca, nel 1980: fu anche primatista mondiale sulle distanze 800-1500-3000 metri ed è considerata una delle più grandi mezzofondiste-fondiste di sempre. La Waitz nel 1975 (24 giugno), ai Bislett Games di Oslo, batté il suo primo record mondiale in pista: sui 3000 metri siglò uno storico 8'46"6, migliore di ben sei secondi del tempo della russa Lyudmila Bragina, precedente detentrice. L'anno dopo (21 giugno), sempre ai Bislett di Oslo, migliorò ancora il record sui 3000 con 8'45"4. Quel record, però, ebbe vita brevissima: la rivale russa, infatti, il sette agosto siglò uno strabiliante 8'27"2 (poi ratificato nel tempo automatico di 8'27"12) nel corso dell'incontro Usa-Urss, a College Park (Maryland, Stati Uniti). Al secondo appuntamento pentacerchiato della carriera, in Canada (quei Giochi si svolsero a Montreal, capitale di Quebec, dal 17 luglio al 1°agosto) le cose andarono leggermente meglio rispetto al primo: la norvegese giunse alle semifinali. L'anno dopo, nel corso della prima edizione della Coppa del Mondo (competizione mista per squadre continentali e nazionali), disputatasi a Dusseldorf (capitale del land tedesco della Renania settentrionale-Westfalia), compì il capolavoro della sua carriera in pista: batté la Bragina e siglò un tempo inferiore al suo secondo record mondiale dell'anno prima (8'43"5). Nel 1978 disputò l'ultima grande manifestazione internazionale interamente su pista - i Campionati Europei di Praga - prima di dedicarsi anima e corpo alle corse su strada ed alla maratona: in quella occasione fu terza nei 3000 (alle spalle della russa Svetlana Ulmasova e della rumena Natalia Marasescu-Andrei), segnando un ottimo 8'34"33, e quinta sulla breve distanza (dietro Giana Romanova, russa, la stessa Marasescu, la bulgara Totka Petrova e l'altra russa Valentina Ilyinykh) con 4'00"58 (personal best sulla distanza). La Waitz, sino ad allora nel corso della sua carriera da pistard (tanto nelle gare outdoor, quanto in quelle indoor) era stata la sola rappresentante occidentale (a dire il vero sarà imitata, in seguito, anche dalla connazionale Kristiansen) capace di battersi ad armi pari con le atlete del "blocco dell'est" e aveva ancora buone possibilità di ben figurare, tuttavia cominciò a maturare la decisione più importante della sua vita (personale e di atleta). La prima Waitz aveva riscosso risultati buoni ma non eccezionali (tra l'altro, risultò essere la migliore nel "World ranking" sui 1500 nel 1975, sui 3000 nel 1975 e 1977), ma la seconda era destinata senz'altro ad entrare nella leggenda dell'atletica leggera. L'atleta norvegese capì, con grande sagacia ed intelligenza, che le sue potenzialità erano ancora rimaste inespresse e potevano essere sfruttate al meglio nelle distanze più lunghe. Nell'autunno del 1978 prese parte così alla prima maratona in assoluto della sua carriera, cedendo alle lusinghe ed all'invito che Fred Lebow (responsabile, all'epoca, ed organizzatore della maratona di New York) le aveva avanzato qualche mese prima. Essa trionfò sulle strade della "big-apple" in maniera alquanto inaspettata ed eclatante assai, ovvero balzando in testa alla gara dal ventinovesimo chilometro, lasciando a ben nove minuti la seconda classificata, la statunitense Martha Cooksey che appena due mesi prima aveva corso la mezza maratona di San Diego in 1h11'04" (il tempo migliore al mondo all'epoca!), stabilendo la nuova miglior prestazione mondiale (per la maratona le tabelle dell'atletica non prevedono un vero e proprio record del mondo) con il tempo di 2h32'29": oltre due minuti più veloce della precedente, detenuta dalla tedesca-ovest Christa Vahlensieck (2h34'49", stabilita il 10 settembre 1977 a Berlino Ovest). Da quel precipuo momento la storia personale dell'atleta norvegese e quella della specialità ebbero una svolta epocale: abbandonò in modo definitivo la sua professione (era insegnante di geografia in una scuola della sua città natale) per dedicarsi a tempo pieno all'atletica; la maratona, invece, che fino ad allora era considerata una garà quasi proibitiva (o addirittura tabù) per le donne, grazie al suo carisma ed al valore tecnico delle sue imprese cominciò ad attrarre su di sé sempre più l'interesse di sponsors, media, tecnici ed appassionati del mondo intero. La Waitz, guidata dal marito (e dall'altro tecnico Johan Kaggestad), abbandonò quasi del tutto le gare su pista in cui, dopo di allora, ebbe solo sporadiche ed eccellenti incursioni: nel 1982, infatti, in quella che resta la sua ultima gara in pista (i 5000 metri ai Bislett Games di Oslo) segnò la seconda prestazione assoluta (col tempo di 15'08"80), ad appena mezzo secondo dal record mondiale che la statunitense Mary Decker-Slaney aveva stabilito tre settimane prima (15'08"26 il 5 giugno a Eugene, nellOregon): tuttavia, è da dire che la specialità era (ed è) assente nel programma di olimpiadi e mondiali e nelle rassegne continentali. Introdusse una metodologia di allenamento del tutto sconosciuta fino ad allora: durante l'inverno, infatti, era solita prepararsi partecipando a gare di sci di fondo; ma anche le gare su strada e le campestri (dove peraltro l'atleta di Oslo ottenne risultati eccelsi) divennero in un certo qual modo propedeutiche e complementari alla maratona. Il successo più prestigioso lo ottenne a Helsinki, come detto (in Finlandia trionfò in 2h28'09", tenendo a debita distanza sia l'americana Marianne Dickerson che la russa Raisa Smekhnova, piazzatesi alle sue spalle nell'ordine!), ma furono i nove successi a New York a decretarne la grandezza assoluta di atleta, a donarle fama, soddisfazioni e quattrini, infine ad issarla al vertice della storia dellla maratona. Stabilì la miglior prestazione mondiale nelle sue prime tre maratone newyorchesi, consecutivamente dal 1978 al 1980: la prima, di cui ho scritto, e poi 2h27'32"6, 2h25'41". Il 17 aprile del 1983 (annus mirabilis per lei!) stabilì la quarta - ed ultima - miglior prestazione mondiale (2h25'29") trionfando a Londra. Il successo nella capitale inglese gli arrise anche nel 1986, in 2h24'54: quel tempo resta il suo personal best sulla distanza e tuttora, sebbene siano trascorsi quasi trentaquattro anni, nelle graduatorie all-time risulta essere il 691° tempo, a testimonianza delle grandissime ed eccelse sue doti naturali e tecniche. Nel suo palmarès figurano ben tredici successi su diciannove maratone disputate (oltre ai nove a New York, i due a Londra e il titolo mondiale dell'83 a Helsinki, di cui ho detto, anche quello del 1988 a Stoccolma col tempo di 2h28'24", che è tutt'oggi il più veloce mai corso da una donna sulle strade della capitale svedese!), a cui sono da aggiungere due secondi posti (nel 1982 a New York, l'anno dopo a Londra) : una media veramente impressionante, non c'é che dire, soprattutto se si pensa che tra gli uomini solo l'etiope Bikila può vantarsi d'aver fatto meglio di lei! L'unico suo cruccio rimasero i Giochi olimpici: nel 1984, a Los Angeles, fu seconda battuta dall'atleta di casa Joan Benoit (maritata con Scott Samuelson): l'americana di Cape Elizabeth, nel Maine, classe 1957, che solo alcuni mesi addietro aveva subito un delicato intervento di artroscopia chirurgica al ginocchio destro, segnò un ottimo 2h24'52", la Waitz invece 2h26'18". Sono da rimarcare due cose importanti: in quella occasione la connazionale della Waitz, Ingrid Kristiansen, giunse quarta in 2h27'14"; la Benoit, invece, era colei che l'anno prima, sulle strade di Boston, il 18 aprile, aveva migliorato il tempo record della norvegese di quasi tre minuti (2h22'43"), facendolo ad appena ventiquattro ore di distanza da quando essa lo aveva stabilito! Fu grandissima anche nelle corse su strada e nelle campestri (o cross-country): tanto nelle une, quanto nelle altre ebbe strisce vincenti clamorose. Nelle prime, infatti, non subì sconfitte in ventotto gare consecutivamente dal 1979 al 1981 quando fu battuta (l'otto aprile a Basilea, nella Svizzera tedesca) dalla rumena Maricica Puica in una corsa sui tremila metri. Da "stradista" mieté successi in giro per il mondo, ovunque lasciando il segno per le sue capacità atletiche, le sue qualità agonistiche e, soprattutto, per le sue spiccate doti umane e comunicative.Tra le vittorie più signficative sono da segnalare: la 10 km. di Madrid (San Silvestre Vallecana) nel 1981; la 10 km. di San Francisco (Bay To Breakers) nel 1986 (da notare che quella edizione della corsa, una delle più antiche e famose al mondo, tenutasi il diciotto maggio e a cui presero parte centodiecimila atleti, entrò nel Guinnes dei primati!); la Peachtree Road Race di Atlanta, in Georgia (la gara più grande al mondo sulla distanza dei dieci chilometri, si disputa ogni anno il 4 luglio, l'Independence Day per gli americani), nel 1983, 1985, 1986 e 1988; la Cooper River Bridge Run a Mount Pleasant e Charleston, in South Carolina, nel 1989; la New York Mini 10k (si svolge per intero a Central Park, l'edizione del 2011 venne dedicata a lei dopo la sua morte) nel 1979, 1980, 1981, 1982 e 1984; la Falmouth Road Race (gara sugli undici chilometri e trecento metri), a Falmouth, Massachusetts, nel 1980. Nella corsa campestre vanta due record davvero strabilianti: il primo fu quello della  sua imbattibilità che durò dodici anni, il secondo fu quello delle cinque vittorie nel Campionato Mondiale, mai più battuto da nessuna nel corso della storia (solo tre atlete sono riuscite ad avvicinarsi alla Waitz, con tre vittorie: la statunitense Lynn Jennings, nel 1990, 1991, 1992; le etiopi Derartu Tulu, nel 1995, 1997, 2000 e Tirunesh Dibaba, nel 2005, 2006, 2008). La prima vittoria a Glasgow, nel 1978, quando precedette la coppia di rumene Marasescu-Andrei e Puica; nel 1979, a Limerick, in Irlanda, batté la russa Raisa Smekhnova e la statunitense Ellison Goodall; nel 1980, a Parigi, batté la coppia di russe Irina Bondarchuck e Yelena Chernysheva, piazzatesi nell'ordine; a Madrid, invece, nel 1981, batté la statunitense Janice Merrill e la russa Yelena Sipatova; nell'83, infine, a Gateshead, nel nord-est dell'Inghilterra, precedette la canadese Alison Wiley e la russa Tatyana Pozdnyakova. Fu anche due volte 3^: nell'82, a Roma, alle spalle della coppia rumena Puica-Lovin; nell'84, a East-Rutherford, negli Stati Uniti, ancora battuta dalla Puica e dalla russa Galina Zakharova. In Italia, la norvegese si affermò nel classico Cross del Campaccio, a San Giorgio sul Legnano, nel 1982 e per ben sei volte (1978, 1979, 1980, 1981, 1982, 1984) nella Cinque Mulini, a San Vittore Olona, in provincia di Milano. Vinse ben trentatré titoli nazionali dal 1971 all'83 (sei sugli 800, otto sui 1500, 5 cinque sui 3000 metri e quattordici nella campestre) e stabilì ventitré record norvegesi nelle gare in pista, dagli 800 ai 5000 metri. Una statua che la raffigura venne eretta, nel 1984, all'esterno del "Bislett Stadium" di Oslo: lo stesso impianto che l'aveva vista tantissime volte protagonista nel corso della sua carriera. Nel 1988 fu la portabandiera della Norvegia a Seoul, nella sfilata di apertura dei Giochi Olimpici.  Abbandono'la scena agonistica nel 1990 (fu 4^nella sua ultima apparizione a New York). Nel 1991 la prestigiosa rivista di atletica "Runner's World" la nominò l'atleta donna più forte del quarto di secolo. L'anno dopo corse la maratona di New York non competitiva al fianco del suo grande amico Fred Lebow, malato di cancro al cervello (morirà nel 1994). Negli anni successivi appoggiò spesso l'attività (partecipando a trasmissioni televisive, rilasciando interviste, parlando nelle scuole o facendo da testimonial) della organizzazione "Gli amici di Fred", fondata dallo stesso Lebow nel 1991 per raccogliere fondi, attraverso la pubblicità dei maratoneti (appunto!), utili alla ricerca sul cancro. Svolse, inoltre, attività di beneficenza per Care International e International Special Olympics e fu ambasciatrice della JP. Morgan Chase Corporates Challenge Series in tutto il mondo per promuovere la salute e il benessere dei lavoratori a tempo pieno. Nel 2005 rivelo'al mondo di essere affetta dal cancro, di cui morì il 19 aprile del 2011, a Oslo. Nel 2007 fondo' l'associazione "Aktiv Mot Kreft" (Active Against Cancer), che da allora sponsorizza numerosi atleti e sostiene ospedalie centri di curaper la lotta ai tumori. Il giorno della sua morte, sulle pagine del New York Times così dichiaro'Mary Wittenberg, presidente della "New York Road Runners": - Credo non solo a New York, ma in tutto il mondo, la maratona sia cio'che è oggi grazie a  Grete. E'stata la prima podista femminile di grande successo a dedicarsi alla maratona e cambiare lo sport intero.- La stessa Joan Benoit-Samuelson, la rivale statunitense che l'aveva battuta a Los Angeles, nel 1984, espresse un pensiero bellissimo nei confronti della rivale: - Ho perso un mentore e un modello, cio'che durerà di lei per sempre è che è stata in grado di coniugare una carriera competitiva con uno stile di vita gentile e un personaggio di buona volontà. -
    Hanno detto di lei.
    "Ogni sport dovrebbe avere un vero campione come Grete, una donna con tanta dignità, umanità e modestia. Ha simboleggiato ciò che è stato di bello nella comunità dei maratoneti";
    "Dico sempre che è la regina della strada, ma lei non si comporta come una monarca (Fred Lebow, organizzatore della maratona di New York). 
    Ingrid Kristiansen nacque a Trondheim il 21 marzo del 1956, il suo cognome da nubile era Christensen: rappresentò l'alter-ego più giovane della Waitz, tuttavia è da dire che tra le due non vi fu mai astio né polemica alcuna (sebbene entrambe corressero per lo stesso paese), bensì un rapporto estremamente amichevole nonché di sana e semplice competizione e rivalità. La Kristiansen nutrì per l'altra enorme rispetto (una sorta di "rispetto agonistico", direi, quasi un tenere a dovuta distanza la rivale più celebre!): quel rispetto che, a onor del vero, la Waitz meritava ampiamente dal punto di vista  tecnico-sportivo come da quello umano. Essa stessa, però, nulla aveva da invidiare alla connazionale più anziana (tanto per le sue qualità tecnico atletiche ed il talento posseduto, quanto per il suo stile di vita e la sua grande umanità) e lo dimostrò ampiamente coi fatti. Nel corso della sua lunga carriera, durata oltre un ventennio (si rititò dalle scene agonistiche nel 1993, sebbene ancor oggi continui ad allenarsi e a correre le gare amatoriali non competitive), ottenne risultati eccellenti (talvolta stratosferici!) in tutte le specialità della corsa (in pista come su strada e nelle campestri), sulle distanze medio-lunghe e in quelle lunghissime. Tuttavia, il suo nome resterà per sempre (ed inevitabilmente) legato a due imprese, difficilmente eguagliabili sia dal punto di vista agonistico che da quello statistico e storico: il 5 agosto del 1986, dopo aver corso a Stoccolma i 5000 metri in 14"37'33, divento' la prima - ed unica finora - atleta donna della storia a detenere contemporaneamente il record mondiale sulla doppia distanza in pista...                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

  • Come comincia:  Il sonetto che segue dopo le mie note (trattasi di quattordici versi endecasillabi a rima), intitolato "Dolore senza tempo", fu scritto da Vittoria Colonna (Marino, Roma, 1490 - Roma, 1547), figlia del celebre condottiero Fabrizio nonché figura di donna aristocratica e colta, "angelicata", quasi, e pura, nonché venerata da molti intelletti dell'epoca sua (tra gli altri, Michelangelo Buonarroti  e Galeazzo di Tarsia li dedicarono versi quando era ancora in vita): è inserito nella prima parte delle Rime, sua opera poetica omnia, edita a Venezia nel 1544 e dedicata tutta alla figura del marito, il marchese di Pescara Ferrante d'Avalos ch'ella avea sposato appena diciannovenne e che perì a causa delle ferite riportate nella battaglia di Pavia del 1525, combattuta da alto ufficiale per gli eserciti di Carlo V°di Valois. La seconda parte delle Rime, invece, è permeata di sentimento religioso ed ha tono molto più riflessivo. La figura del coniuge, nel componimento di cui detto, è evocata dalla donna (e dalla poetessa) con rimpianto e disperazione; esso era stato per lei la "luminosa stella", il faro che la guidò verso una meta sicura illuminando il suo cammino: ora che non c'é più si sente un fragile ramoscello esposto al vento ed alle intemperie, una nave in balia dei flutti del mare, delle acque e della tempesta. Ella, tuttavia, non teme tutto ciò né tali insidie, ma la spaventa invece il pensiero che dovrà "camminare" da sola d'ora in avanti, e continuare il lungo "viaggio" che l'aspetta senza aver al fianco il marito che le infondeva forza d'animo e sicurezza: il suo cuore, però, è di certo insicuro -  e forse perso - ma no spaurito! E'da dire che dopo la morte del marito la donna si dedicò ad opere di carità , e trascorse lunghi tratti della sua esistenza in convento (tra l'altro, visse anche a Ischia e ad Orvieto); morì nel convento romano delle benedettine di sant'Anna.
         Provo, tra duri scogli e fiero vento,
    l'onda di questa vita in fragil legno
    e non ho più, a guidarlo, arte nè ingegno;
    quasi è, al mio scampo, ogni soccorso lento.

         Spense l'acerba morte in un momento
    quel, ch'era la mia stella e 'l chiaro segno;
    or, contro 'l mar turbato e l'aer pregno,
    non ho più aìta, anzi più ognor pavento.

           Non di dolce cantar d'empie sirene;
    non di romper tra queste altere sponde;
    non di fondar nelle commosse arene;

           ma sol di navigare ancor quest'onde,
    che tanto tempo solco, e senza spene:
    ché il fido porto mio morte nasconde.
     
     A proposito delle Rime e dell'opera della Colonna questo scrive Maurizio Cucchi nel suo Dizionario della poesia italiana: - Lo stile è sempre controllato e contenuto - risultato di una rigorosa educazione - ma privo di vere invenzioni. E questi versi - una dichiarazione di poetica forse nemmeno tanto inconsapevole - sembrano confermarlo: "Amaro lagrimar, non dolce canto, / foschi sospiri e non voce serena, / di stil no, ma di duol mi danno il vanto". E forse la fama che l'ha sempre accompagnata si deve più al contegno della sua vita che alle intrinseche qualità della sua poesia. La fermezza del sentire diventa quì un limite imposto alla spontanea espressione dei sentimenti, perché mancano gli abbandoni del cuore. L'adesione alla formula petrarchesca (in particolare agli aspetti più malinconici propri della seconda parte del Canzoniere) è piena, senza incertezze, ma ne accoglie gli aspetti più freddi, quelli che più indulgono al ragionamento, e che perciò stesso conferiscono al corpus di queste rime una certa aura di lontananza statica ed estatica. - Ancora, così conclude il Cucchi: - Una più schietta testimonianaza offrono le Lettere (pubblicate soltanto tra il 1889 e il 1901), in cui, lasciate da parte le pretese e le preoccupazioni letterarie, meglio e più apertamente la Colonna diede la misura del suo fervore e della sua nobiltà d'animo. 

    Taranto, 18 gennaio 2014.  

  • 13 gennaio alle ore 19:36
    Il salto (dell'età)

    Come comincia:  I bambini amano il sole, non amano la pioggia. Da bambino amai tanto la pioggia, non amavo il sole anche se sotto i suoi raggi giocavo, ridevo e spesso piangevo: forse ero già vecchio, chissà, ancor prima che diventassi giovane! 

    Taranto, 13 gennaio 2020.

  • 11 gennaio alle ore 19:54
    Sport's memories: Anne Marie Moser-Proell

    Come comincia:  Dominatrice dello sci alpino femminile degli anni settanta, il periodo che ha prodotto i più grossi talenti di questo sport (Nadig, Mittermaier, Hanny Wenzel, Morerod), è unanimamente considerata la più forte discesista di sempre. Nata a Kleinarl, paesino di poco meno di ottocento anime nel cuore delle alpi salisburghesi, il 27 marzo del 1953, ha esordito sulle scene agonistiche internazionali giovanissima, piazzandosi terza nella discesa libera di St.Gervais del 1969. Mostrò subito mezzi tecnici ed atletici fuori dal comune tanto che tecnici e giornalisti intravidero in lei la futura campionessa e gli predissero una carriera luminosa e ricca di successi. Nel 1970 vinse il bronzo in discesa ai Mondiali della Valgardena e colse il primo successo in Coppa del Mondo, nel gigante di Maribor in Slovenia. Raggiunto l'equilibrio psico-fisico e la maturità tecnico-tattica divenne una macchina da sci inarrestabile. Nel 1971 si aggiudicò la sua prima Coppa del Mondo generale, vincendo anche le classifiche di discesa e gigante. La coppa di cristallo fu sua altre cinque volte (dal 1972 al 1975 e nel 1979): record tuttora imbattuto tra le donne; il suo connazionale Marcel Hirscher, invece, ha siglato ben otto successi tra gli uomini! Nel 1972 vinse in tutte le specialità (cinque discese, due slalom, tre giganti) mentre nel 1973 e 1974 si aggiudicò tutte le discese (record mai eguagliato). Nel 1975 riuscì a fare cento punti (a quel tempo si assegnavano venticinque punti per la vitttoria) in un solo posto, a Grindelwald in Austria, dove vinse quattro gare in due giorni. Grande favorita ai giochi di Sapporo, fu clamorosamente battuta, in discesa e gigante, dalla acerrima rivale elvetica Nadig. Si permise il lusso di lasciare le competizioni prima delle Olimpiadi di Innsbruck per poi tornare in attività e vincere la sua ultima coppa nel 1979 e, finalmente, l'alloro olimpico in discesa a Lake Placid, nel 1980 (in quella occasione fu la portabandiera dello squadrone austriaco nella cerimonia di apertura), al termine di un duello mozzafiato con Wenzel e Nadig. Sposata con Herbert Moser, ha una figlia - Marion - che l'ha resa nonna, e saltuariamente, dopo aver abbandonato le scene agonistiche (al termine della stagione 1980) ha fatto la commentatrice per la televisione austriaca. Attualmente gestisce un bar nel suo paese natale. Era soprannominata la "tigre di Kleinarl". Nel suo palmarès figurano: tre medaglie olimpiche (oro nell'80, due argenti nel 1972) e quattro mondiali (oro in discesa, a St.Moritz, nel 1974, e a Garmisch-Partenkirchen nel'78; bronzo in discesa, in Val Gardena nel 1970 e in gigante nel 1978); sei vittorie in Coppa del Mondo: per lei un totale incredibile di centotredici podi (cinquantatré in discesa, trentuno in gigante, diciassette in slalom e dodici in combinata) e sessantadue successi (primato assoluto tra le donne sino al 2015, quando venne battuto dalla statunitense Lindsey Vonn), ben dieci Coppe di specialità (in discesa nel 1971, 1972, 1973, 1974, 1975, 1978, 1979; in gigante nel 1971, 1972, 1975: terza donna della storia dopo Vonn con sedici vittorie e la svizzera Vreni Schneider, con undici); diciassette titoli nazionali (uno soltanto in libera, otto in gigante, sei in slalom, due in combinata). La sorella Cornelia, più piccola di lei di otto anni, gareggiò in Coppa del Mondo dal 1978 all'82 solo in discesa (vanta un successo a Pfronten, nel 1981), ai Giochi (22^ a Lake Placid) e ai Mondiali (15^a Schladming 1982); mentre nel 1979 fu campionessa austriaca. Ritengo valga la pena concludere questo profilo con il giudizio di due grandi esperti: Mario Cotelli, ex ct.della squadra azzurra maschile di sci alpino negli anni settanta (la cosiddetta "valanga azzurra"), e Paolo De Chiesa, componente di quella squadra e ora commentatore televisivo dello sci alpino. Così il primo: - Era una donna che sciava come un uomo, nel senso che aveva una grande rapidità di gambe, la capacità di cambiare ritmo e di calibrare il peso sugli sci, oltre che una grande forza fisica. Queste doti gli permettevano di esprimersi al meglio in tutte le specialità. - Così, invece, il secondo: - Non penso di esagerare dicendo che sia stata la più grande sciatrice di tutti i tempi. Solo Christi Cranz, la tedesca che dominò fra le due guerre, potrebbe reggere il confronto con l'austriaca ma i parametri di allora erano distanti anni luce dai canoni dello sci moderno! - .

    - Classifiche femminili All-times di Mario Cotelli
    Discesa libera: Proell/Nadig (Svi)/Seizinger (Aut)/Goitschel (Fra)/Hanny Wenzel (Lie);
    Gigante: Proell/Schneider (Svi)/H.Wenzel/Compagnoni (Ita)Wachter (Aut);
    Supergigante: Figini (Svi)/Walliser (Svi)/ Seizinger/Maier (Aut)/Merle (Fra)/Compagnoni;
    Slalom: Schneider/Morerod (Svi)/Erika Hess (Svi).

    - Classifica plurivittoriosi (uomini+donne) in Coppa del Mondo
    1) Ingemar Stenmark            Swe 1973/89        86 vittorie
    2) Lindsey Vonn                    Usa2000/19        82    "
    3) Marcel Hirscher                 Aut   2007/19        67    "
    4) Mikaela Shiffrin                 Usa   2011/attiva    64    "
    5) A. M. Moser-Proell            Aut    1969/80        62    "
    6) Vreni Schneider                Svi     1984/95        55    "
    7) Hermann Maier                 Aut     1996/09        54    "
    8) Alberto Tomba                   Ita      1986/98        50    "
    9) Marc Girardelli                   Lux    1980/96        46    "
        Renate Goetschl                Aut    1993/09          "     "

  • Come comincia:                                                 = Saba, il poeta snobbato =
    Umberto Saba (che in ebraico sta per pane) é lo pseudonimo di Umberto Poli (1883-1957): alcuni pensano lo abbia scelto in onore della balia, Peppa Sabaz, a cui era intimamente e profondamente affezionato, o in omaggio - appunto - alle origini ebraiche del bisnonno Samuel David Luzzatto. Egli può di sicuro - ed a giusto motivo - essere annoverato tra i "big" della nostrana letteratura d'ogni epoca: egli, infatti, fu artista a tutto tondo, vero cultore di scrittura e poesia ancorché maestro assoluto nella ricerca viva, concreta, lucida e sincera della parola pura e semplice, ossia nell'uso della parola "fine a sé stessa" che, d'altro canto, non l'impedì in primis di accostarsi e poi di aderire ed abbandonarsi - caldamente, con passione viva e sentimento profondo - alla realtà umana né di allacciarsi all'insieme di "buone ed umili cose" che circonda l'uomo. Nonostante tutto, però, il poeta giuliano molto spesso - nonché a torto - così, del resto, come accadde durante il ventennio fascista, per via delle origini ebraiche della madre, - venne messo in second'ordine se non addirittura snobbato dalla critica, dai programmi didattico-educativi di scuola ed università nonché dagli stessi insegnanti e studenti: ed accadeva probabilmente perché egli era compresso, letteralmente quasi schiacciato dalla imponenza preponderante e dal prestigio poetico e letterario di autori suoi contemporanei quali i nobel Pirandello e Quasimodo, o gli stessi Ungaretti e Montale - che, tra l'altro, li furono vicini in diversi momenti difficili della sua vita - o forse, perché più semplicemente era difficile "inquadrarlo" in una delle correnti dominanti del suo tempo. A questo proposito val bene riportare quanto scrive Salvatore Guglielmino nella sua notissima "Guida al novecento": - Saba ci si presenta come un poeta solitario e, nel contempo, coerente che, tra il rutilare dei miti d'annunziani, i clamori futuristi, o la macerazione ermetica, continua a mantenere una rara fedeltà al suo mondo e al suo timbro...- ed io, aggiungo: - chapeau (come affermerebbero nostri cugini d'oltralpe!), dinanzi a cotanta ed indubbia autenticità di intenti e genuina coerenza! Peraltro, lo stesso Maurizio Cucchi nel suo noto "Dizionario della poesia italiana" ribadisce il concetto e tanto aggiunge: - la poesia di Saba é un capitolo potentemente isolato del nostro secolo, di cui costituisce uno degli esiti maggiori. Rarissimi sono stati i punti di reale sua coincidenza con il gusto e le tendenze prevalenti del tempo, essendo Saba per natura e necessità, oltre che per formazione culturale, su posizioni di irriducibile antinovecentismo. Legato alla tradizione poetica italiana e al tardo romanticismo tedesco (Heine), lontanissimo da suggestioni di tipo decadente o simbolista, con un linguaggio di base carico di arretratezze o arcaismi, Saba ha sviluppato un discorso di piena autonomia anche consapevolmente anacronistica. La sua grandezza si é fondata essenzialmente su di una straordinaria energia morale, sulla capacità di essere, vedere e penetrare nella realtà quotidiana. -
                                                      = Vita e dolore (per tutti) =
     Tutto ciò che é vivente, in quanto tale, vive e soffre proprio perché é dolore - da prendere sempre (e comunque), insieme alla vita, con serena ed umana, seppur amara, accettazione - la vita stessa!
      Pertanto il dolore é con tutti, accompagna tutti e non risparmia nessuno, riguarda proprio tutti (nessuno escluso ed allo stesso modo) a questo mondo: tanto il filo d'erba od il fiore, quanto l'uomo stesso o la capra. In buona sostanza, per il poeta triestino dolore e sofferenza ci rendono tutti eguali, pongono ogni essere vivente ed animato sullo stesso piano e sulla stessa barca...quella dell'esistenza: è come poterli dar torto, mi verrebbe da domandarmi? Tal concetto é superbamente espresso, sebbene fatto con linguaggio tanto semplice, preciso e concreto (netto o nettamente chiaro, direi!) da poter addirittura apparire quasi scarno e disadorno, nella poesia - riportata sotto integralmente.
     - "La capra" (da: "Casa e campagna")
    Ho parlato a una capra
    era sola sul prato, era legata
    sazia d'erba, bagnata
    dalla pioggia, belava.
     
    Quell'uguale belato era fraterno
    al mio dolore ed io risposi, prima,
    per celia, poi perché il dolore é eterno,
    ha una voce e non varia.
    Questa voce sentiva
    gemere in una capra solitaria.

    In una capra dal viso semita
    sentivo querelarsi ogni altro male,
    ogni altra vita.

    - Suprema, intensa e mirabile prova della facoltà del poeta di discendere (o di innalzarsi) a quella misteriosa dimensione in cui la vita degli uomini si incontra e si identifica con la vita degli animali. [DESIDERIO].

                                     = Trieste, ovvero il primo amore non si scorda mai =
     Trieste fu punto focale e di primaria (se no assoluta) importanza per Saba, il vero nodo strategico della esistenza e dell'arte sua stessa, quello attorno a cui ruotarono e si dipanarono poi - come una matassa che si sbroglia piano piano - tutti gli altri (celebrazione del quotidiano, angoscia di vivere, dolore esistenziale, etc.): la città giuliana, che all'epoca però era ancora integrata nell'impero austro-ungarico, diede al poeta i natali (aspetto di non poco conto, evidentemente!) e lo vide ritornare, più volte, dopo alterne vicissitudini personali ed umane e varie "fughe" (volute o meno, ma questo poco importa!), od il girovagare per altri lidi, come a simboleggiare l'approdo in porto (sicuro) dopo l'alterna (e perigliosa) navigazione negli oceani della vita. Insomma, per dirla breve, Trieste ha rappresentato tutto (e forse anche di più!) per il poeta, ovvero é stata il primo amore della vita sua (e senz'altro unico, insieme a quelli per moglie e figlia) quantunque vissuto, a volte, in un rapporto e con toni di conflittualità estrema: l'amore, appunto, che non si scorda mai seppure ti faccia soffrire! Trieste fu per Saba la "sua" città così come Lina - diminutivo della moglie Carolina Wolfer - la sua donna ("Trieste é la città, la donna Lina", egli stesso dirà in "Autobiografia") ed il lavoro, la di lui opera (come già scritto) risentirono parecchio (in positivo, ovviamente!), ruotarono spesso e volentieri intorno ad essa. A Trieste - ed alle sue cose, ai suoi luoghi, alle sue "plebi" - l'artista dedicò, infatti, tanti versi (da "Il borgo", che contiene la famosa dichiarazione di poetica, a "Città vecchia", o "Ultimi versi a Lina", etc.), produzione in prosa (ad esempio "Gli ebrei" del 1910-12), perfino un romanzo autobiografico ("Ernesto", uscito postumo nel 1975). A parer mio, però, é la poesia "Trieste" - riproposta dopo le mie note - da ritenersi fondamentale sotto questo aspetto, essendo quella che più genuinamente, ancorché fedelmente, rispecchia lo stato d'animo e il sentimento di Saba verso la sua città: essa quì assurge a vero e proprio simbolo della stessa sua vita, in eterno conflitto tra gioia e dolore, dolce e amaro. Mi pare doveroso chiudere con le parole dello stesso poeta che nel suo autocommento in "Storia e cronistoria del Canzoniere" così si esprime: - Trieste é la prima poesia di Saba che testimoni la sua volontà precisa di cantare Trieste proprio in quanto Trieste, e non solo in quanto città natale. E'accaduto per Trieste come per Lina. Nel libro "La città e la donna" assumono i loro inconfondibili aspetti; e sono amate appunto per quello che hanno di proprio ed inconfondibile". (E non é un caso, aggiungo io, se la stessa poesia é contenuta nella raccolta "Trieste é una donna").
     - "Trieste" (da: "Trieste e una donna")
    Ho attraversata tutta la città.
    Poi ho salita un'erta, 
    popolosa in principio, in là deserta,
    chiusa da un muricciolo:
    un cantuccio in cui solo
    siedo; e mi pare che dove esso termina
    termini la città.

    Trieste ha una scontrosa 
    grazia. Se piace,
    é come un ragazzaccio aspro e vorace,
    con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
    per regalare un fiore,
    come un amore
    con gelosia.
    Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
    scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
    o alla collina cui, sulla sassosa
    cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.

    Intorno
    circola ad ogni cosa
    un'aria strana, un'aria tormentosa,
    l'aria natia.
    La mia città che in ogni parte é viva,
    ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
    pensosa e schiva.

                                                = Cronologia delle opere =
     Saba é stato autore alquanto prolifico e lo dimostra il fatto che la sua produzione letteraria fu tanto lunga, direi quasi infinita - iniziò, infatti, durante il servizio di leva e si concluse poco prima che egli morisse! - quanto vasta (e varia): comprende ben cinquantadue opere, distribuite in modo assai eterogeneo ed assortito tra poesia (trentatré, incluse sei raccolte pubblicate postume), narrativa e prosa (diciannove, inclusi tredici epistolari pubblicati tutti postumi). Tuttavia, la poesia sabiana - nonché la "poetica" dell'autore triestino - é possibile raccchiuderla in toto principalmente nel Canzoniere, il quale ebbe varie edizioni, ogni volta modificate e accresciute: la prima fu quella del 1921, a cui seguirono quelle del 1945, 1948, 1951 e 1961 (postuma e conclusiva). Di seguito é riportata una cronologia soltanto essenziale, compendiata (ma spero, tuttavia, ben esaustiva) del lavoro e corpus letterario del poeta.
    a) Poesie (raccolte)
    Il mio primo libro di poesie, 1903; Versi militari, 1908; Poesie, 1911; Coi miei occhi (Il mio secondo libro di poesie), 1912 (nel Canzoniere diverrà Trieste e una donna); Cose leggere e vaganti, 1920; L'amorosa spina, 1921; Il Canzoniere, Trieste, 1921; Preludio e canzonette, 1923; Autobiografia. I prigioni, 1924; Cuormorturo, 1926; Preludio e fughe, 1928; Parole, 1934; Ultime cose, 1943; Il Canzoniere, Torino, 1945; Mediterranee, 1947; Il Canzoniere, Torino, 1948; Storia e cronistoria del canzoniere, 1948; Trieste e una donna, 1950; Il Canzoniere, Torino, 1951; La serena disperazione, 1951; Uccelli, quasi un racconto, 1951; Il Canzoniere, Torino, 1961; Il piccolo Berto 1923-31, 1961.
    b) Prose e narrativa
    Scorciatoie e raccontini, 1946; Storia e cronistoria del canzoniere, 1948; Ricordi-racconti 1910-47, 1956; Epigrafe. Ulime prose; Quel che resta da fare ai poeti, 1961; Ernesto, 1975.
    c) Epistolari
    Il vecchio e il giovane, Carteggio con Pierantonio Quarantotti Gambini, 1965 (curato dalla figlia Linuccia); Lettere inedite con Svevo e Comisso, 1968; L'adolescenza del canzoniere e undici lettere, 1975; Amicizia. Storia di un vecchio poeta ed un giovane canarino, 1976 (curato da Carlo Levi); Atroce paese che amo, lettere familiari (1945-53); Lettere sulla psicoanalisi, carteggio con Joachim Flescher 1946-1949, 1991 (contiene lettere al dottor Edoardo Weiss e quelle di Weiss a Linuccia Saba; Lettere a Sandro Penna 1929-40, 1997; Quante rose a nascondere un abisso: carteggio con la moglie 1905-56; Il cerchio imperfetto: lettere 1946-54, carteggio con Vittorio Sereni.   

                                                     = Antologia critica =
    In Saba non c'é traccia di volontà orfiche, non c'é celebrazione del mistero [MARIO LAVAGETTO].
    Le parole in Saba si presentano naturalmente, come i segni necessari delle cose che egli vuole dire. Sono e appaiono, come imposte dalle cose direttamente. [GIACOMO
    DEBENEDETTI].
    La profondità dello scavo etico-psicologico di Saba dona al suo linguaggio l'essenzialità che gli altri "lirici puri" cercarono per strade diverse, soprattutto nei vertiginosi trapassi analogici [MARIO PAZZAGLIA] - Note sulla poesia "Sovrumana dolcezza" in Letteratura italiana, vol.III°, Bologna, Zanichelli, 1986, 2^edizione.
    Frequente é nella poesia di Saba l'osservazione morale lucida e mesta, disincantata eppure sempre intimamente compartecipe e sofferta [MARIO PAZZAGLIA]. Note sulla poesia "Il fanciullo e l'averla" in Letteratura italiana, vol.III°, Bologna, Zanichelli, 1986, 2^ edizione.
    La sua visione della vita é astorica: l'uomo, le stagioni dell'esistenza e i tipi umani hanno caratteristiche fisse [GIORDANO CASTELLANI].
    In lui vi é l'aspirazione ad immettere la sua dentro la calda vita di tutti, di essere come tutti gli uomini, di tutti i giorni [CARLO MUSCETTA].
    L'esperienza di Saba deve essere riportata alle origini, al clima dell'energica e giovanile cultura della Venezia-Giulia, a quel sapore acerbo di romanticismo tempestoso e di moralismo tormentato, in cui si collocano anche le esperienze distinte ed affini di Slataper, di Michelstadter, di Italo Svevo. Un romanticismo, al quale é venuta meno tanta parte dell'antico fervore, di quello slancio cordiale e gioioso che fu del primo ottocento, che ha smarrito la possibilità di un consenso immediato, di una coincidenza piena tra cultura e vita; ma in cui sussiste tuttavia il bisogno del consenso, l'esistenza di un rapporto, di una comunicativa, il desiderio di uscir da sé stessi, di "vivere la vita di tutti, d'esser come tutti gli uomini di tutti i giorni" (NATALINO SAPEGNO in "Compendio di storia della letteratura italiana" - vol. III°, Firenze, La Nuova Italia, 1985, 2^edizione).
    Saba non ha mai perso il contatto con la realtà umile, con la cronaca dei sentimenti elementarr. Anche la sua poesia migliore nasce, non dalla rinunzia, anzi dall'intensificarsi e inasprirsi della sua tenace volontà di confessione, di diario denso di opache vicende, di figure anonime e banali. Saba é riuscito in ogni tempo a trarre luce di poesia dalla materia più umile e popolare: é il lirico più umano del nostro tempo, e ci sembra di tanto più vicino, quanto più gli altri sono remoti e più chiusi ed astrusi. E perciò, indipendentemente dalla maggiore o minor felicità delle sue prove e dalla scarsezza stessa dei risultati raggiunti in senso assoluto, questo soprattutto importa, che dal suo libro (n. b. "Il Canzoniere") ci venga incontro una folla vivace di creature e di oggetti, e il colore caldo di una città, e tutta intera la storia di un uomo (NATALINO SAPEGNO in "Compendio della letteratura italiana" - volume III°, Firenze, La Nuova Italia, 1985, 2^edizione).

    da: una mail inviata a rai storia il 25 agosto 2012.