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Racconti di Luciano Ronchetti

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  • Come comincia:  Ho comprato, e letto, per la prima volta in vita mia la vostra rivista e devo dire che l'impatto dell'esordio è stato davvero eclatante, dirompente quasi, clamoroso ed...esaltante. Ciò è accaduto (lo scrivo con sincerità!) soprattutto per merito (o a causa, fate pure voi!) della "All-times list" dei 100 chitarristi pubblicata sulle pagine dell'ultimo numero di Rolling: il suo impatto "visivo" nonché quello emotivo sono stati fortissimi su di me (così come credo, e spero per voi, possa esserlo stato su tantissimi appassionati e non, musicomani e/o chitarromani o meno!) e così, istintivamente, un raptus di quelli improvvisi mi ha portato a prendere la rivista dallo scaffale dell'edicola ed acquistarlo! La prima volta con voi, quindi, e con la vostra rivista (figlia, gemella del magazine "californiano", losangelino per la precisione, ma senza l'articolo The davanti: è questo il...cameo che vi contraddistingue, però!). La prima volta con voi, quindi, l'esordio con la vostra rivista e con la pagina facebook della stessa (già da tempo peraltro inserita, come suol dirsi, tra i miei "mi piace"!) avviene proprio dopo il recente compleanno dei miei "cinquanta" (è soltanto una coincidenza temporale, a mio avviso, di certo non astrale!): è molto strano, però, oserei dire stranissimo che ciò non sia accaduto prima! E'un fatto molto strano (stranissimo), questo, per uno come me che da oltre un trentennio è un'accanito fruitore di musica (in ascolto ma anche, e soprattutto, in lettura!); da oltre un trentennio ascolta e legge musica (al contrario di tanti altri ritengo che sia importantissimo leggere fatti, storie e note di musica, leggere la musica non con le note, ma intendo sui media e sui libri, per meglio capire poi il..."succo", ovvero le vere note: quelle musicali!). Questi sono i fatti strani della vita, oserei dire, e/o...semplici "misteri" della fede, come potrebbe dire qualcun'altro!
     Bene, dopo questa medio-lunga (spero non noiosa) intro e/o disquisizione di carattere, per così dire, personale vado a continuare. "Bando alle ciance" (come direbbero in Toscana!) o alle "quisquiglie" (come avrebbe sicuramente detto un noto principe napoletano!) e...vengo al sodo, al "punto focale" di questa mia mail: il "classificone" dedicato da voi ai chitarristi (cento) migliori d'ogni epoca, o se vi garba meglio chiamiamolo pure dei migliori suonatori di chitarra di sempre (per gli italici fan) del rock e...dintorni! 
     Devo dire che la suddetta vostra [classifica] a me garba abbastanza (qualcuno potrebbe dire "chi se ne frega!", ma scherzi a parte, è soltanto un'opinione, la mia!), non obietto nulla su di essa perché la ritengo essere un...giusto mix tra passato e presente dell'arte della chitarra (è davvero un'arte suonarla: forse la settima, pardon, l'ottava!), new&old music, generi e stili diversi, etc.(al limite, dico solo che avrei messo un po' più in alto, casomai, Dave Gilmour, Santana e Knopfler: cosa, però, forse irrilevante, ovvero che non avrebbe assolutamente aggiunto nulla ai meriti musicali, già grandi, di questo trio!!!). Dico, anzi, che personalmente, la classifica, la allargherei ancor più, magari ampliandola sino ai migliori duecento (forse è un po troppo?!), dando spazio a tanti, tantissimi artisti che, seppur meritevoli, sono rimasti (ahimé!) esclusi dai migliori cento; farei, in parole povere, delle aggiunte...personali, spaziando, magari, il più possibile in altri generi (blues, jazz, country soprattutto). E'chiaro, ovviamente, come ognuno tiri "acqua al suo mulino" (recita un vecchio modo di dire), cioè, alle sue scelte e preferenze, opinabili quanto si vuole ma che, tuttavia, hanno solcato un'intera esistenza, sono state - a volte - il "leit-motiv" della propria esistenza, frutto del...vissuto di ognuno di noi, e che hanno, in certo qual modo, segnato la propria e personale "carriera" di ascoltattore (la t doppia non è errore di ortografia, bensì l'ho messa apposta!) fruitore di note e di musica! Sia chiaro, però, che scrivo tutto questo senza polemica e bonariamente, con l'orgoglio, magari, di sciorinare la mia personale cultura musicale, per il puro piacere di farlo! Passo ora al mio elenco di...aggiunte e citerò, alla rinfusa, a ruota libera (senza, cioé, un criterio cronologico e/o "meritocratico") un bel po' di artisti (direi!) da aggiungere - come detto - ai cento: allegando, per tutti loro, una breve (a volte non tanto, però!) motivazione, una breve nota storica (a volte non tanto, però!!) e/o, magari, di...colore.
    - Wayne Kramer, fu uno dei grandi della "scena" musicale di Detroit; con i suoi mitici MC5 (Fred "Sonic" Smith alla chitarra, Rob Tyner, voce e armonica, Michael Davis, basso e Dennis Thompson alla batteria) si pose alla ribalta per la prima volta insieme al partito rivoluzionario delle Pantere Bianche di John Sinclair; insieme al suo gruppo suonò a Chicago, durante i disordini alla Convenzione Democratica del 1968. Sull'Enciclopedia del rock (edita in Italia dalla Fabbri Editori, Milano, nel 1977), Nick Logan e Bob Woffinden scrivono: "Gli MC5 furono la prima band degli anni settanta fra quelle degli anni sessanta; essi rappresentavano, in parti quasi eguali, l'deologia della droga e quella rivoluzionaria, espresse, musicalmente, in un rock and roll ad alta energia, violento e senza compromessi!". "Back In The Usa", del 1970, (prodotto dal critico John Landau, che poi lavorò con Bruce Springsteen) non incontrò il successo dovuto, ma è considerato unanimamemte uno dei più grandi album di rock ad alto potenziale d'ogni tempo. Kramer è stato, a mio avviso, sottovalutato - e non poco, direi. Forse, chissà, sugli sviluppi successivi della sua carriera ha influito la sua condanna a cinque anni per detenzione di cocaina; ma lui la cocaina, ce l'aveva nel cuore, nel suo talento, in quello che suonava, nelle sue dita, e lo esprimeva con la chitarra: volenti o nolenti, con il suo gruppo aprì la strada al funk-rock revival degli anni settanta!       
    - Country Joe McDonald&Barry Melton. Essi registrarono insieme, nel lontano 1965, (ovvero, in piena epoca "Frisco's&Summer's Love") il superbo e leggendario "Rag Baby". Questo duo, insieme, ha scritto pagine chitarristiche importanti nel rock mondiale. Di McDonald è scritto: "Probabilmente uno dei simboli e dei prodotti più importanti usciti dalle estati di San Francisco alla metà degli anni sessanta, ha rappresentato quella affascinante età forse ancora di più e meglio di Jefferson Airplane e Grateful Dead".
     - Alvin Lee. Con gli Yardbirds (prima) ed i Ten Years After (poi) il "mago di Nottingham" (località dove ebbe i natali nel dicembre del 1944) ha segnato la storia del r&b inglese e quindi europeo, fornendo prove memorabili al mitico Marquee, club londinese, ed al festival del blues di Windsor. "A Space In Time" del 1971 fu l'album che mise più in risalto le sue capacità virtuosistiche e tecniche, secondo quanto affermò gran parte della critica del suo tempo. Mai, come in questo caso, mi sono trovato tanto concorde con essa: "I'd Love To Change The World", infatti, è un pezzo fantastico in cui la sua chitarra, veloce e sgusciante, lancia fendenti in direzione rockn'roll, r&b, psichedelia e...penso proprio che basti! Il pezzo citato fa il paio col leggendario ancorché classico e storico "Goin'home", suonato a Woodstock due anni prima. Lee, dopo la sua performance woodstockiana fu definito dalla stampa americana "la più veloce chitarra del west!". Dopo aver lasciato i Ten, il mago fornì ancora ottime prove da solista (vedi album "In Flight" e "Pump Iron"), suonando in studio (con mostri sacri del calibro di Ron Wood, Jim Capaldi, Steve Winwood, George Harrison, etc.) o live con la Alvin Lee&co. (vedi tournée mondiale del 1975).
     - Ted Nugent, lo showman per eccellenza del rock (in particolare della scena americana: Detroit, Michigan), ma anche straordinario chitarrista con gli Amboy Dukes, prima, e poi da solista. Col suo gruppo sfornò ben undici album: il successo maggiore fu "Journey To The Center Of Your Mind", datato 1968 e definito da Logan e Woffinden (cfr. "Enciclopedia del Rock") "un pezzo di nonsense psichedelico". Gli Amboy, che sono poi spariti nel dimenticatoio, dopo quel successo isolato, allo stesso ritmo con cui erano apparsi sulla scena musicale americana, hanno rappresentato l'archetipo di tante altre band di ispirazione punk. Nugent, si diceva, era uno showman nato, aveva il palcoscenico nel sangue, nel dna...era un vero "animale da palcoscenico", alla stessa stregua, oserei dire, di un Mercury o di uno Jagger: fu questa la sua forza, la peculiarità che lo tenne a galla anche quando nessuno li avrebbe più concesso credito!
    (artistico). Alla storia del rock, infatti, passeranno i suoi "duelli" chitarristici (con il sopra citato Kramer nonché con Mike Pinera e Frank Marino dei "Mahogany Rush"), i quali hanno fatto veramente tanta...storia nel rock: per la loro unicità, per la loro verve e la loro spontaneità, per la loro straordinarietà (quella di Nugent, in particolare!). Avveniva quanto segue: il ganzo (Nugent, s'intende!) saltava fuori dalle casse degli amplificatori come fosse un uomo delle caverne (un moderno "neandertaliano", direi!), con una fascia sui fianchi e brandendo arco e frecce; un altro dei suoi espedienti era quello che egli rompeva una boccia di vetro con la sua chitarra.
     - Franco Mussida, una delle poche eccellenze italiane in una "scena" dominata dai mostri sacri di matrice anglosassone (british&usa): egli fu la colonna portante della più grande band (la PFM) di rock-flash al mondo: in combutta con King Crimson, Yes e Emerson, Lake&Palmer. Le note della sua chitarra si sentono ancora (eccome, direi!) nei "cavalli di battaglia" ("Impressioni di settembre", "Celebrations") del gruppo.
     - Il duo Daevid Allen e Richard Sinclair: entrambi evoluirono nei gruppi più importanti della cosiddetta "scena di Canterbury" (Daevid Allen Trio, Wilde Flowers, Soft Machine, Gong, Caravan, Hatfield&The North, etc.) - la quale fu autentica fucina di talenti ed artisti con la a maiuscola, crogiuolo e crocevia di suoni, commistioni, contaminazioni e..."fusion" musicali - e furono gli antesiniani del prog rock e della psichedelia made in U. K..
     - Paco De Lucia, (il) maestro del flamenco e della musica ispanico-latina, session-men di prim'ordine (tantissime jam-session nel suo carnet e collaborazioni con gli artisti più svariati, di ogni genere musicale e in ogni...dove). Sopra ogni cosa metto i "lavori" con Santana, John McLaughlin e Bryan Adams: solo per questo merita un posto tra i migliori chitarristi di sempre!
      - Syd Barrett. E'superfluo motivare la presenza sua in una classifica dei migliori chiatarristi, (in quelle vesti è stato spesso sottovalutato) soprattutto da parte di chi scrive, fan dei Pink Floyd. Ma è un onore scrivere di lui, risaltare la sua genialità, la sua grandezza di artista: se fosse stato attivo più a lungo avrebbe rivoluzionato la scena dell'arte, della moda, del costume oltre che della musica: le note di "Astronomy Domine" e "Interstellar Overdrive" rimbomberanno in eterno nella storia del rock. Su di lui, sul suo valore di artista, se mai ce ne fosse bisogno, val la pena di citare il giudizio di due eminenti colleghi. Paul MC Cartney disse: "Syd Barrett era un creativo puro: animatore della scena psichedelica, di tutto ciò che era colorato e lontano dal luogo comune". Al pari dell'ex Beatles, anche David Bowie si espresse in termini altisonanti: "Barrett? La sua influenza su di me è stata enorme. Un rimpianto grande è che non l'ho mai incontrato di persona. Un diamante autentico".
     - Toquinho. Fa specie, anzi, potrebbe far arricciare il naso la presenza di un musicista come lui - essenzialmente un "classico", cultore della chitarra acustica - in una classifica dominata da puri rokers e mostri dello strumento elettrico, ma non ce n'é motivo, a mio avviso. Inserire il brasiliano (in arte Antonio Pecci Filho) tra i più grandi chitarristi è giustissimo e non fuori luogo. Egli è stato (e continua ad esserlo) uno dei giganti della musica "popular" brasileira (con altri tre mitici chitarristi carioca del calibro di Caetano Veloso, Gilberto Gil e Joao Gilberto forma il cosiddetto poker dei "fabulous four"). Come potrebbe non esserlo, del resto, un artista che ha pubblicato più di ottanta album in carriera? E come poter dimenticare le centinaia di collaborazioni e presenze in lavori extra con artisti di tutto il mondo. E probabilmente non è un caso neanche se due album della sua discografia immensa e variegata ("O violao de Toquinho" e "O poeta e o violao") abbiano la chitarra (violao in portoghese)...protagonista nel titolo (e non solo!)? Direi proprio di no! "O poeta e o violao", infatti, oltre a toccare il vertice della collaborazione artistica sua con Vinicius de Moraes, rappresenta un capolavoro assoluto della musica mondiale! 
     - Leo Kottke from Athens, Georgia (Stati Uniti), il quale fu influenzato da bluesmen del Delta (Mississippi John Hurt su tutti) ed a sua volta accompagnò bluesmen del Delta (Son House, ad esempio). Logan e Woffinden nella loro "Enciclopedia del Rock" scrivono così al suo riguardo: "Si è guadagnato la fama di uno dei migliori chitarristi acustici americani attraverso regolari concerti (nel 1975 ha suonato al folk Festival di Cambridge, in Gran Bretagna) e, soprattutto, attraverso i dischi incisi". 
     - John Cipollina, fu uno dei massimi protagonisti della scena californiana anni 60-70 e della "Summer's Love", ha segnato - con i Quicksilver Service Messenger, di cui fu fondatore con Duncan, Freiberg e Elmore nel 1965 - momenti fondamentali nella storia del rock. Con Duncan "duettò" fantasticamente nei numerosi concerti live della lunga stagione del 1968: il tutto confluì, poi, in gran parte nel mirabile "Happy Trails", uno dei trentatré simbolo della psichedelia statunitense ("Who Do You Love", "Calvary", "Mona", etc.).
     - Un'altro "girovago" della chitarra e della scena musicale in genere è senz'altro Al Di Meola: egli meriterebbe senza ombra di dubbio di essere in classifica, tra i migliori "guitarists" di sempre, se non altro per le sue numerose collaborazioni avute e le ses= sion svolte con artisti di ogni dove e di ogni genere: da Chick Corea a Jean-Luc Ponty, da John McLaughlin a Paco DiLucia, Steve Winwood, Andy Summers, Pino Daniele, Carlos Santana, etc.Egli ha sondato gli stili ed i generi più vari (dall'electric jazz alla fusion, dal rock al flamenco, ed ancora il folk, la musica latina, la world music, etc.), cimentandosi con successo in ognuno di essi. Con la sua maestria tecnica ed il suo virtuosismo ha influenzato tanti chitarristi jazz e rock e può, senza ombra di dubbio, occupare un posto di preminenza nella storia della chitarra elettrica. 

  • 10 settembre 2019 alle ore 13:44
    Sport's memories: Juan Manuel Fangio

    Come comincia:  Quarto di sei figli di emigranti abruzzesi, nacque nella cittadina di Balcarce, quaranta chilometri a sud-ovest di Buenos Aires, il 24 giugno del 1911. Si avvicinò alle corse come pilota nel 1934, guidando una Ford in una gara nei pressi della sua città. All' ambiente dei motori, però, era vicino sin da quando lavorava come garzone in un garage. Prima delle auto aveva tentato, con scarsa fortuna, la via del calcio e della bici. Gli inizi furono abbastanza duri e stentati. Colse la prima vittoria soltanto a sei anni dal debutto, alla guida di una Chevrolet nel G. P. Internarnational del Norte. Nel 1949 varcò i confini del sudamerica ed esordì sulle strade europee in maniera trionfale: vincendo a Sanremo, Pau, Perpignano, Marsiglia (con una Maserati comprata dal governo argentino) ed al G. P. dell'autodromo di Monza, alla guida di una Ferrari. Debutta in formula uno il 13 maggio del 1950 a Silverstone, alla guida dell'Alfa-Romeo, e alla fine della stagione mondiale è secondo in classifica dietro il compagno di squadra Nino Farina (il torinese morirà in un incidente stradale ad Alguebelle, in Francia, nel 1966). Nei successivi sette anni di mondiale (saltò la stagione 1952 a causa dell'incidente di Monza in formula due) vinse cinque titoli al volante di quattro diverse vetture (Alfa, Mercedes, Ferrari, Maserati) stabilendo un record che solo Alain Prost ha saputo sfiorare. Si ritirò nel 1958, a quarantasette anni, dopo aver corso i primi due gran premi della stagione e aver visto morire, uno dopo l'altro, gli amici Musso (a Reims) e Collins (al Nurburgring). Lasciate le corse (tuttavia, ha continuato a guidare in pista sino a qualche anno fa), è stato presidente e testimonial della Mercedes-Benz argentina nonché membro onorario della FISA (la federazione internazionale dell'automobile). E'morto il 18 luglio scorso e la sua salma, posta nel "salon blanco" della Casa Rosada, a Buenos Aires, per volontà del presidente argentino Menem, è stata vegliata da migliaia di persone. Fu definito da Enzo Ferrari, con cui non ebbe mai un buon rapporto "personaggio indecifrabile", perché non sposò mai una casa ma scelse e corse sempre con la macchina migliore del momento, e non esteriorizzava platealmente le sue emozioni. In realtà non è stato un opportunista né pilota freddo e cinico, ma intelligente, abile, leale e combattivo (epici, a questo proposito, furono i suoi duelli con Ascari e Moss), uomo stimato ed ammirato dai colleghi e dalla gente per la sua correttezza, signorilità e professionalità. La sua fu definita una "guida scientifica" perché studiava nei minimi dettagli macchina e percorso di gara: alla vigilia di ogni gran premio, infatti, cosa inusualissima in formula uno, percorreva a piedi il circuito su cui avrebbe poi corso e, inoltre, perché aveva la capacità, in corsa, di recuperare grandi distacchi senza mai rischiare oltre il lecito. La sua grandezza si espresse anche in altre gare, al di fuori della formula uno. Vinse la 12 ore di Sebring nel 1956 (su Ferrari insieme a Castellotti) e nel 1957 (su Maserati insieme a Behra), l'Eifelrennen con la Mercedes nel 1952, la Carrera Panamericana con Brunzo in Lancia nel 1951. L'unico cruccio della sua carriera, però, è rimasto quello di non aver mai vinto due "classiche" dei motori: la 24 ore di Le Mans (dove nel 1955 uscì indenne da una terribile carambola) e, soprattutto, la Mille Miglia (dove fu secondo nel 1953 e 1955). Forse è per questo motivo che alcuni lo pongono alle spalle di Tazio Nuvolari (che ha costruito il suo mito sulle strade della corsa nostrana) in una ideale quanto anacronistica graduatoria di merito. Si ha l'impressione, però, "di abbandonare la realtà e di sconfinare nella leggenda", ha scritto al proposito Athos Evangelisti sulla Gazzetta dello Sport, il giorno della sua morte, perché il pilota argentino è stato il più grande ed il più bravo di tutti con buona pace dell'omino di Mantova e di quanti sostengono il contrario: i numeri, in questo caso come non mai, vanno di pari passo con i fatti.
     - Hanno detto di lui.
    "Ha influenzato tutta una generazione di giovani piloti argentini portandoli  ad amare le corse" (Carlos Reutemann, ex pilota argentino);
    "Emanava una forza fisica e interiore straordinarie" (Alain Prost, ex pilota francese);
    " Era il migliore in senso assoluto, non soltanto per capacità di guida ma anche perché rispettava le parti meccaniche" (Giulio Borsari, meccanico di Fangio alla Maserati e alla Ferrari);
    "La figura più rappresentativa dell'automobilismo, un grandissimo campione dotato di una eccezionale strategia di gara e di una tecnica di guida ineccepibili" (Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari);
    "E'stato il migliore pilota del mondo, un grande maestro" (Stirling Moss, rivale e amico di Fangio);
    "Ha potuto disporre sempre di ottime macchine, sin dal suo esordio: giusto, era il migliore!" (Gigi Villoresi, compagno di squadra di Fangio alla Ferrari);
    "Era così dotato di talento da potersi permettere di esser prodigo di consigli con tutti i suoi avversari, perché era sicuro di sé, ma nello stesso tempo umano, umile e irripetibile" (Romolo Tavoni, ex direttore di pista a Monza);
    "Uno come lui non l'ho più visto. Aveva la classe di Ascari ma era anche un calcolatore. Saliva in macchina e dopo tre giri aveva già memorizzato la pista" (Romolo Tavoni).

    Taranto, 2 agosto 1995. 

  • 09 settembre 2019 alle ore 9:52
    Racconti stellari - In viaggio verso Marte

    Come comincia: Giorno 1962° di navigazione - Anno del dragone.
     Viaggiavamo ormai da due mesi senza (mai) fermarci; gli equipaggi erano fuori di testa; da una settimana si razionavano i sigari verdi: erano tutti stanchi ed arrabbiati..una rabbia mai vista sul volto di quei ragazzi! Le astronavi incrociavano soltanto asteroidi in quel lento andare, nel nostro lento cammino: neanche una misera stella ad illuminarlo o a schiarire la vista e le idee; né a consolare le nostre stanche membra...finché, finalmente, accadde qualcosa: nei pressi d'un bastione del tempo vi scorgemmo in lontananza un pianeta; esso era grande davvero (più grande di quanto la nostra stessa immaginazione avrebbe potuto immaginarlo o neanche "comprenderlo"!) ma, mentre ci avvicinavamo sembrò esserlo meno: non aveva luna ad illuminarlo ed era sempre al buio. Su quel pianeta vi era solo e soltanto notte. Il giorno dopo decidemmo di atterrare: lo facemmo su di una radura immensa di sabbia e ghiaia, vicino ad un bosco di giganteschi cactus rossi. Trentatre uomini misero i piedi a terra, insieme a me: e ci avviammo. Camminammo, così, diverse ore mentre la foresta, innanzi a noi, si infittiva sempre più di cactus e di mangrovie di cristallo. Quando: d'improvviso ci trovammo innanzi ad una caverna; là entrammo e vi trovammo un'enorme monolito luminoso che chiamammo "moai": credemmo fosse il sacro graal e pensammo, così, che il nostro cammino e la nostra ricerca fossero finiti. Ma non era così. Tornammo alle nostre astronavi, infatti, e viaggiammo ancora: nessuno immaginava che lo avremmo fatto ancora per altri tredici anni, da allora: molti di noi s'ammalarono e poi morirono...alcuni persero l'uso degli occhi e della parola.

    Giorno 3977° di navigazione - Al largo della costellazione del sagittario.
    Sono le ore una e trenta della notte: la situazione è tranquilla. Avvistammo, due minuti dopo, un grosso asteroide che sfiorò le nostre astronavi per qualche attimo...ebbi paura: anche i miei capelli l'ebbero, insieme a me, eppure loro restano sempre impassibili di fronte al pericolo! Dopo poco fece capolino uno sciame di Liridi e Perseidi verdi e rosse. La loro è una bellezza senza tempo! Seguì una enorme testa di ippocampo: l'astronave ballò per un attimo ma nessuna paura, questa volta: è un fenomeno di normale routine. Il tenente Darwin Cook, unico superstite della battaglia di Siberiade, mio attendente fedele, mi offre un buon caffé (ne ho proprio bisogno: tutta la notte dovrò stare sveglio!), dopo di che torna a sedersi davanti al radar. Passarono soltanto alcuni minuti ed egli mi chiamò:
     - Comandante, comandante: presto, venga a vedere! Io, allora, corsi da lui: sul radar scorgemmo un grosso punto luminoso; esso cominciò ad emettere strani segnali...i computers di bordo, a loro volta, cominciarono a trascrivere - all'unisono - dei numeri, una strana combinazione di numeri, soltanto di numeri 0 e 1: 001100011100001110....e così via. Proseguirono per diversi minuti, anzi, vanno avanti per un quarto d'ora all'impazzata. Intanto, là fuori, davanti ai nostri occhi e nel cielo, sopra le nostre teste, niente di particolare sembrava accadere. Il radar, tuttavia, continuava a segnalare una presenza luminosa (sembra sempre più vicina a noi!). Dopo di che i computers ripresero a trascrivere le combinazioni di numeri. Al mattino, tutto finisce. Mi ricordai, però, che decenni addietro, sulla terra, lo stesso fenomeno era accaduto a tutti i computers esistenti. Allora, contemporaneamente in diversi posti, lontanissimi tra loro, ci furono eventi naturali inspiegabili: le coste irlandesi, da nord a sud, furono tormentate per ore da un tornado forza dieci; un enorme uccello dalle piume infuocate si schiantò sulle pendici del monte Isa, nel grande deserto sabbioso australiano mentre i radar stessi dell'osservatorio di monte Palomar, in California, captarono - a loro volta - degli strani segnali alfa. Qualcuno disse che "la grande onda stava arrivando"!
     Il tenente Darwin Cook e io stesso andiamo in cabina per un meritato riposo: la notte è stata lunga! 

    Giorno 6382° di navigazione - Al largo del mare della Noia, nei pressi di Arcadia Planitia.
     Era una notte tranquilla, navigavamo tranquilli. Gli strumenti di bordo segnavano: 49,19°di latitudine nord, 197,09 di longitudine est. Vicinissimi ormai al versante nord estremo del pianeta rosso. Ad un tratto, mentre andavo nella mia cabina a dormire, incrociai il marinaio Chrome Nun, un tipo alquanto strano ma tranquillo. Egli veniva dalla sala mensa e ricreazione, di ritorno - probabilmente - dal breakfast notturno. Mi salutò, io risposi al saluto. Dopo di che lo fermai e li chiesi:
     - Guardati allo specchio, ragazzo: non sembri messo bene, sai?
     - Lo so, signore! - Fece lui. - Dopo aver cenato...
     - Dimmi ragazzo, cosa ti è successo? - Gli chiesi. - Sei più bianco di un lenzuolo, hai l'aria di un colpevole: forse il diavolo ti ha guardato in volto?
     Lui mi disse, con fare affranto: - No, signore: ho interrogato me stesso e non ho avuto risposta alcuna alle mie domande!
     - Cosa hai chiesto mai, ragazzo? - feci, allora io.
     - Bene, signore, - disse lui, - perché mai tutto è oscurato da tutto? Così la gioia dal dolore o il pianto dal sorriso, il cuore dalla ragione?
     - Nessuno lo sa, figliolo! - Neanche io...posso aiutarti - queste risposte devi trovarle da te, nessuno può aiutarti! - Cos'altro, dimmi ragazzo.
     Chrome Nun, riprese a parlarmi. - Sì, certo, signore, - mi fece, - e allora il bianco  e il nero, nero e blu...tutto viene oscurato da tutto, da altro. Come mai, mi chiedo? Come il perdono dalla vendetta o la verità dalla menzogna; e così amor dall'odio, la luna dal sole e la bellezza dal tempo, la vita dalla morte, il ricordo dall'oblio, da lui...
     A quel punto lo interruppi e li dissi: - Ecco figliuolo, hai detto bene: il tempo è il vero colpevole di tutto; è il sovrano di tutto, di tutte le cose, sai? Il tempo governa tutto, la ruggine fa il resto! Adesso vai, ragazzo, riposati: ne hai bisogno!
     - Grazie, signore! - rispose quello.
     Quelle parole avevano intaccato le mie certezze...presi a riflettere anch'io - in effetti, però, nessuno sa il perché delle cose...quel marinaio non ha torto: nessuno sa niente, già! Chi conosce cosa è cosa? Chi è chi? Certo, nessuno...andai così a dormire. Il giorno dopo mi aspettava senza riguardo alcuno circa i miei dubbi e quelli di Chrome Nun!

    Giorno 6988 di navigazione - L'arrivo. Il cammino...la speranza.
      Il tenente Cook era molto inquieto, ormai da qualche ora: è come i cani, avverte il pericolo e le cose molto di più e prima degli altri! Alle tre di notte viene da me, sul ponte di comando, e mi dice:
     - Signore, ci siamo ormai, vero?
     - Sì, ragazzo, è fatta: è il momento quasi...
     Un'ora dopo le navi atterrarono nei pressi di Alba Patera, promontorio che sovrasta il versante nord del pianeta rosso.
     - Eureka! - grida alla radio il maggiore Donovan, mio secondo, dalla Viking: è lui il primo a mettere piedi a terra quando scoccano le ore quattro e zero quattro del mattino, io lo seguii due minuti più tardi. Tutto era silenzio, squallido e quasi surreale: neanche il fruscio di un granello di polvere a intromettersi tra noi. Ma anche così, sebbene non vi fosse nulla di vivace da osservare né di strano da ascoltare, provavamo tutti un grande, smisurato senso di piacere, quasi voluttuoso. Si levarono alcune voci: qualcuno domandò da quanto tempo, millenni o secoli, quel promontorio si trovava in quello stato e per quanto ancora sarebbe durato così. Nessuno rispose. Il marinaio Chrome Nun, intanto, affisse la bandiera della Lega terrestre di fianco ad una roccia color ocra pallido e poi, come suo solito (li accadeva da sobrio più di quanto non potesse accadere quando non lo era!), cominciò a farneticare; anzi, questa volta recitò un te deum alle stelle: - Altri mondi in ascolto (desidero), - disse ad alta voce; - altri esseri incombono durante nuove epoche e strane!
     - Ahi! Ahi! Chrome Nun! Sognatore senza testa, ingenuo sognatore senza capo né coda! - gridò forte Freddy Barrimore, il capo-macchinista della Enterprise.
     - Lascialo sognare! - esclamò il tenente Cook. - Lasciaglielo fare adesso che può: poi...chissà! Il maggiore Donovan ed il suo attendente, Mark Columbus, uno degli ultimi superstiti della razza Caledonian sulla terra (i suoi avi fecero parte dell'esercito della "rabbia giovane" che combatté, in remote epoche ed insieme alla "assemblea legislativa del IV°stato" contro il comitato di "salute pubblica" dei foglianti e degli indipendenti delle paludi per la conquista delle terre dell'amore: fu guerra lunga e sanguinosa...che durò ben mille anni!), si avvicinarono e Columbus mi disse:
     - Ecco le mappe del cammino, signore!                       
     Presi il binocolo e mi misi ad osservare: scorsi di fianco a noi la punta dell'Olympus Mons, un'enorme cratere...i vulcani di Marte sono colossali; lessi nei miei appunti: "l'Olympus è alto ventidue chilometri, la vetta più alta del sistema solare; si trova vicino...". Allora Cook, dopo aver preso la bussola, fece:
     - Latitudine da 60°a 90° nord, signore!
     Siamo nell'emisfero nord del pianeta. La mappa topografica di Marte contiene i rilievi più accurati che si possano avere: furono ottenuti dall'equipaggio della sonda Mars Global Surveyor, mill'anni prima. Cento anni prima di quella, anche il Barracuda IV° aveva tentato di fare altrettanto, ma invano...esplose durante la navigazione nello spazio e trecento uomini diventarono polvere: mangime per le stelle!                                              Sono le ore quattro e trentadue del mattino: dopo il rifocillio a base di torta di mais e latte in polvere ci incamminammo; il cammino da farsi è lungo: ce la faremo, però! Il nostro obiettivo è il Bacino di Newton, una zona vérde e rigogliosa nella Terra Sirenum, di fronte al Cratere di Tolomeo...trecento chilometri più ad est dal punto in cui siamo. La temperatura è costante, sui venti gradi: ottimale per noi.
     L'attuale atmosfera marziana non è più costituita, come in tempi lontani accadde, da anidride carbonica in gran parte: non abbiamo bisogno delle maschere; il sole non emette più le radiazioni che tormentavano in secoli passati il pianeta...la pressione media dell'atmosfera, quì su Marte, è quasi come quella terrestre, oggi: - siamo fortunati di tutto questo! - pensai tra me e me. Intanto avanzavamo tranquilli: la brina del mattino andava via via diradandosi ed un alba azzurrata e vermiglia ci osservava muta...perfino il tenente Cook, adesso, aveva smesso di essere inquieto; e persino il marinaio Chrome Nun aveva smesso di pensare: tutti speriamo in una nuova opportunità di vita, quassù.
     "Nell'era Pre-Noachiana, circa cinquecento milioni di anni fa, - lessi ancora nei miei appunti, - vi era grande presenza di acqua dolce, su Marte, e tutto era...". Oggi sarà così, come allora, credo: già sento i ruscelli di quella terra scorrere nelle mie orecchie...
     Calma piatta; andiamo avanti: il cammino che ci aspetta è ancora lungo, ma arriveremo a destinazione, sani e salvi!                     
     
    da: "Diario di bordo di Hieronymus von Toolbooth, comandante delle astronavi Enterprise&Viking I" ("Quaderni psichedelici", 2017).

  • 08 settembre 2019 alle ore 20:45
    Martino e la pietra bucata (seconda parte)

    Come comincia:  Così, ogni fine settimana (soprattutto di sabato), in prossimità delle diciassette, qualunque cosa accadesse, ovvero sia che tirasse vento, ci fosse un'alluvione od un terremoto oppure scoppiasse improvvisa un'epidemia di pellagra o scarlattina, egli prendeva la sua bici e la canna da pesca per recarsi a dieci, dodici chilometri dal paese, lungo l'argine del Marecchia, il fiume, cioé, che ha foce nel capoluogo (venti chilometri più a est di Verucchio), proprio nei punti in cui quello scorre più placido (gli abitanti della zona son soliti chiamarli "bocche delle sirene") ed i luoghi circostanti sono più tranquilli e solitari: per pescare, appunto, rombi, gattucci o branzini. Accadeva, però, sovente e volentieri che l'uomo prendesse a parlare (per ischerzo, chissà, oppure per far scorrere meno noiose le ore di ozio ed attesa durante la pesca, od ancora perché preso dalla mistica crisi di mezz'età!) con le anatre o le beccacce che sguazzano e starnazzano nell'acqua, con le rane che vi gracchiano dentro oppure coi cani randagi ch'eran soliti transitare nelle vicinanze, agli alberi e finanche alle pietre depositate sul greto stesso del fiume: per dirla in breve, si comportava quasi come una sorta di san Francesco della Romagna, senza il saio e in edizione, riveduta e corretta, anni cinquanta!
     Fu un sabato, appunto, in una notte di fine febbraio (durante la "merla", il periodo più rigido dell'anno dalle sue parti), stranamente tersa e mite, verso le ventitré, che Martino si mise a parlare con una pietra bucata che avea scorto in prossimità di un fossato accanto al fiume. L'uomo, però, mai avrebbe potuto immaginare, in cor suo, né (ovviamente!) prevederlo, ciò che sarebbe accaduto: ossia, di ricevere risposta dalla pietra e, addirittura, (di) dover dialogare poi con essa; ma le cose, invece, stranamente ed inverosimilmente, andaron proprio a quel modo. Egli notò subito la pietra (emanava lucentezza fuori dal comune), la raccolse dall'acciottolato e, dop'averla osservata ben bene, esclamò a sé stesso:
     - Cavolo! Una pietra davvero strana: non ne avevo mai vista una così! (Quella, infatti, oltre ad essere tanto lucente, era al tempo stesso abbastanza sgraziata visto che aveva un grosso buco nel mezzo). La tenne così tra le mani appena qualche attimo, dopo di che la ributtò per terra e... 
     - Forse, chissà, sarà colpa del fiume, - disse ancora fra sé e sé; - in fondo è una pietra come tutte le altre, è soltanto una pietra bucata!
     Dopo di che, si domandò (cioé, la domanda se la faceva da sé stesso ma era come se inplicitamente la facesse alla pietra):
     - E'vero o no, pietra: sei come tutte le altre?
     A quel punto Martino riprese la lenza  e si mise ad aspettare che qualcosa abboccasse. Nel giro di qualche minuto, però, udì una voce che lo chiamava:
     - Ehi tu, straniero, mi senti? 
     Così si girò e rigirò alcune volte eppoi, non vedendo nessuno vicino a sé, pose di nuovo gli occhi sulla pietra e...
     - Sì, dico a te: sono proprio io che ti sto parlando!
      L'uomo non voleva credere alle proprie orecchie ma, tant'é...Prese allora a parlare (anzi, a dar corda) alla pietra.
     - Perché mi chiami così? Non sono uno straniero, sai? Sono un uomo; non sarò il più saggio e perfetto sulla faccia della terra, credimi, ma neanche un beòta né un beone. Sono soltanto un uomo: nulla di meno e nulla di più! (Era pur sempre uno straniero per la pietra; un uomo, appunto: cioé, un essere estraneo a lei e senza nome). Quella, però, non rispose alla domanda diretta di Martino bensì iniziò un discorso per suo conto.
     - Sai, straniero, - disse, - sono bucata, è vero, ma sono pur sempre una pietra! Tu, piuttosto, dimmi, cosa ci fai in questi luoghi solitari ed ameni?
     Martino, oramai, era del tutto entrato nella parte e nel giuoco: rispose così alla pietra, mentendo spudoratamente!
     - Sono quì perché volevo fare...- Si interruppe un attimo e poi riprese a parlare. - Cercavo la pietra filosofale della vita, per chiederli tante cose e che mi svelasse pure alcuni perché: ma ho incontrato te sola...soltanto te!
     - E allora, straniero? - replicò la pietra. - Io sono pur sempre una pietra, te lo dico ancora, magari brutta, e deforme, e bucata, ma sono sempre meglio di niente, non trovi?
     - Va bene, pietra, - disse l'uomo: - scusami, non volevo mica offenderti!
     - Ma, non so...- fece quella, e subito Martino la interruppe.
     - Va bene, va bene così, andiamo avanti, dai, è lo stesso! - Disse annuendo. - Dimmi, ora, cara pietra: quanto dura la vostra vita?
     - Le pietre, sai, - rispose quella, - non hanno vita, una vera vita e così la loro vita, non essendo vera vita, dura per sempre! Hai capito? (Sembravano un vero e proprio scioglilingua le parole proferite dalla pietra alla volta di Martino...)
     - Coooome? - replicò quello allibito. - Che cosa significa questo? Voglio proprio ascoltare la tua risposta, ora: sono quì, tutto orecchie!
     - Sì! Sì! - fece la pietra. - E'proprio come ho detto: stanne certo! Ora ti spiego amico straniero (lo chiamava ancora straniero ma anche amico, adesso!), ascoltami attentamente e credo capirai meglio, spero! La vita delle pietre dura per sempre pur non essendo (vera) vita, pur non avendo inizio né fine: proprio per questo è eterna, sai? Ma la vostra, uomo (era la prima volta che lo chiamava a quel modo: ossia, per ciò che l'altro era realmente) che durata ha?
     Martino, invero, non aveva fugato i suoi dubbi ma rispose ugualmente alla pietra.
     - La nostra vita è come quella di ogni essere vivente, ha un inizio ed ha anche una fine: non è eterna...ma per alcuni, invece, lo è!
     - Che vuol dire? - domandò la pietra. - Cosa significa "per alcuni"? Non è forse per tutti la stessa cosa? Spiegami tu, adesso, amico mio uomo (ora, per la pietra Martino non era più soltanto un uomo ma anche un amico).
     - Pietra, - replicò allora Martino, -  alcuni uomini credono, forse a ragione ma probabilmente penso siano essi soltanto degli stolti o degli illusi, chissà, che la loro vita continui dopo la morte!
     - Forse, sai, - fece la pietra, - hanno proprio ragione loro! O forse, chissà, mio amico uomo, nessuno ha ragione...molto meglio noi, credimi: perché non abbiamo vita, come ti ho detto già. Siamo esseri inanimati, soltanto delle pietre noi!
     Pronunciate che ebbe tali parole, la pietra si zittì seppur solo un attimo: ma dopo quell'attimo riprese a parlare. 
     - Vedi, però, mio caro umano, caro uomo vedi - (questa volta, non a torto né senza ragione lo aveva chiamato dapprima in un modo poi nell'altro: probabilmente era meglio della pietra filosofale che Martino li aveva confessato, poco prima, di stare cercando,...e continuò parlando a metà tra il serioso ed il quasi divertito e soddisfatto), che abbiamo una cosa in comune, io e te? Rifletti e troverai...Qualcosa in comune l'abbiamo proprio noi pietre con voi uomini, sai?
     - E cosa? - chiese Martino. - Che cosa sarà mai questa cosa di cui parli?
     - Non ci arrivi da solo prima che ti risponda io? - replicò la pietra.
     Passarono alcuni minuti pria che Martino rispondesse, dopo di che lo fece abbastanza insicuro e titubante:
     - No! No! beh...non capisco; non riesco proprio a rispondermi pur se ci ho pensato intensamente, sai, pietra? Ma forse, chissà, non ho pensato bene! Prova a dirmelo tu, allora, che vivi tanto in basso, sicuramente più di tutti noi umani, ma pensi più alto, spero...molto meglio di noi a quanto pare!
     - Ma no, caro amico uomo, su, dai, non prenderla così! - esclamò la pietra questa volta. (sembrava che quasi volesse rinfrancare moralmente Martino)...dopo di che si interruppe ancora una volta e poi ricominciò a parlare:
     - Guarda, - disse con voce più ferma di prima, - che tutto sta proprio nella durata stessa della vita, la risposta chiara e semplice è tutta lì. Quella di noi pietre, non avendo vita, non ha neanche durata mentre quella di voi umani finisce...non è eterna seppur voi pensiate, a torto o a ragione non so neanch'io di sicuro, che mai finisca: che duri, cioé, anche dopo la sua fine!
     - Ed allora, cara pietra, dove sta la similitudine? Quale sarebbe la cosa che accomuna le pietre agli uomini? - domandò Martino. - Avanti, spiegamelo tu perché non riesco ancora a trovarla; scusami, ma io continuo a non capire!
     La pietra, dal suo canto, così rispose:
     - Ebbene, mio caro amico, dimmi un po'se "non aver durata e senza fine" non trovi siano la stessa, identica cosa?
     Martino, però, udite quelle parole restò di stucco, poi di colpo pensò tra sé e sé:
     - Chissà mai dove vuole arrivare questa strana pietra? Le sue ripsoste, a volte, paiono divine sentenze, tal altre, invece, enigmi d'un oracolo o della sfinge egizia del deserto: non sono risposte d'una pietra le sue, d'un essere inanimato e senza intelletto, tutt'altro...sembra maledettamente, anzi, filosoficamente umana!
     Dopo quell'attimo breve di ripensamento interiore e di silenziosa incertezza, l'uomo guardò nuovamente in basso, verso la pietra, e annuì abbassando tre volte il capo (parea essere il servitore che si prostra dinanzi al suo padrone!): ma non aveva proprio capito...non aveva capito un bel niente!
     Riprese così daccapo a discorrere chiedendo alla pietra:
     - Dimmi, ora, cara pietra, ma voi siete felici?
     Quella, però, non rispose direttamente ma replicò con un'altra domanda:
     - E voi, amico, lo siete mai, dimmi?
     - A volte sì, a volte no! - fece Martino. - Chissà..ma vedi, pietra, quando lo siamo, se lo siamo davvero, dura ben poco: forse perché quella non è affatto felicità, è soltanto una (qualsivoglia) parvenza di esser felici, l'illusione di esserlo veramente!
     - Allora meglio siamo noi, non trovi? - esclamò la pietra: perché non abbiamo vita e non conosciamo tristezza né gioia.
     Al che Martino ancora una volta parlò tra sé e sé:
     - Cavolo, questa pietra è davvero la saggezza fatta persona; anzi, credo proprio ne sappia una più d'un diavolo! - In quello stesso momento all'uomo balenò in testa (fatto stranissimo, questo, sebbene molto curioso!) un antico proverbio australiano che anni addietro aveva sentito pronunziare in paese da un mercante di borse e cappelli del Queensland sbarcato ad Ancona, proveniente dalla Turchia, e poi giunto in Romagna su un carro trainato da buoi in compagnia della sua merce: "uno dei rari momenti di felicità per un uomo è quando i suoi occhi incrociano quelli di un altro uomo al di sopra di due bicchieri di birra". Dopo, però, annuì senza proferire parola alcuna (alla maniera di prima: con un cenno breve del capo, guardando verso il basso dov'era adagiata la pietra) e si mise a camminare lungo la riva del fiume, in direzione di Verucchio: quasi a voler prendere già la strada di casa; ma, al contrario, non appena ebbe fatti alcuni passi, si fermò e tornò indietro. Si sedette per terra, nel punto in cui era poggiata la canna da pesca, poi chiese alla pietra:
     - Dimmi, cara pietra, saggia e sapiente come sei e tutto scruti dal basso, cosa pensi dell'acqua, del vento, del sole, della luna e delle stelle che adesso illuminano il cielo?
     Allora quella, dopo un attimo di silenzio (che a Martino, tuttavia, dovette sembrare eterno!) esclamò:
     - Credimi uomo, amico uomo, siamo meglio noi pietre che non abbiamo vita e non proviamo sentimenti, non temiamo fortuna o avversità; siam meglio noi, sai, in fondo, che siamo solo e soltanto pietre inanimate: non conosciamo niente; nulla ci interessa di ciò che è sopra di noi! 
     A quel punto Martino, seppur a malincuore, si rivolse alla pietra e la salutò.
     - Addio! - rispose quella: dopo di che si zittì per sempre. L'uomo così raccolse le sue cose, salì sulla bici e si avviò verso casa: era oramai quasi l'alba. Sulla via del ritorno si fermò alcune volte per prender fiato e ripensare a quanto li fosse accaduto durante quella strana notte. In particolare, l'ultima risposta della pietra lo aveva lasciato sostanzialmente dubbioso o forse peggio: di sasso!
     - Avrà ragione lei? ripeteva dentro di sé, mentre sorseggiava un po' di caffè dalla sua borraccia per tenersi in palla. - Oppure, chissà, nessuno ha ragione...e nessuno è sicuro di niente: forse sono davvero meglio loro che sono pietre, minerali e basta senza anima; non si pongono mai domande né si guardano mai allo specchio per cercare di darsi risposte o (ri) trovare se stesse. Quelle non vanno mai alla disperata ricerca di qualcosa, come noi esseri umani, quelle non interrogano mai gli astri per avere risposte, non leggono mai sacri testi per trovare certezze, non frequentano veggenti né maghi o streghe per darsi false speranze o credere in effimere illusioni...Ma certo, sarà proprio così: in fin dei conti nessuno possiede il talismano della sapienza o della conoscenza assoluta in questa vita a questo mondo!
     Giunto che fu alle porte di Verucchio, abbastanza stanco ed anche un po' assonnato, Martino incrociò Prisco Tescari, il vecchio guardiano del camposanto. 
     - Preso niente? - fece quello.
     - Macché, Prisco! - rispose Martino. - Neanche per sogno: questa notte ho pescato soltanto una pietra bucata! (mentiva a metà: nulla aveva pescato perché la lenza era stata in acqua ben poco, ma una pietra bucata l'aveva presa per davvero...all'amo!)
     - Ah, beato te che peschi pietre! - disse l'altro. - Almeno loro ti fanno compagnia. Io, invece, sai, sto tutte le notti da solo, neanche un fantasma viene a trovarmi! Ciao, ci si vede.
     - Ciao, Prisco! - esclamò Martino. - Alla prossima, dai!
     Cinque minuti dopo l'uomo arrivò a casa, aprì la porta, si spogliò e si buttò sul letto. Prima di addormentarsi, però (l'aspettava una sostanziosa dormita perché la domenica è giorno di riposo dal lavoro), fece ad alta voce:
     - Chissà se sognerò? Magari sognerò una pietra bucata e di parlare con lei, o forse...     - si interruppe un momento e poi continuò: - ma sì, che fesserie, probabilmente sognerò qualcosa o qualcuno. Meglio dormire, adesso, ho bisogno di riposo perché lunedi mi aspettano trenta bei sacchi da metter sul carro (eran cipolle rosse e patate novelle raccolte qualche giorno prima, che poi avrebbe portato a vendere al mercato): per quello non serve sognare o farsi domande, basteranno le mie braccia!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 novembre 2014.

  • 08 settembre 2019 alle ore 11:45
    Buone idee... e guardare la luna

    Come comincia:  - Buone idee: mai darlo a vedere!
    Una volta, quando ero bambino, al porto vidi un marinaio nudo che saltava su una grossa pianta di cactus. Allora, mi avvicinai al marinaio e li chiesi:
     - Perché lo fai?
     Lui, di rimando esclamò: 
      - Lì per lì mi era parso fosse una buona idea...ma tu, bambino, non farlo mai nella tua vita; non sempre, sai, è buona cosa avere buone idee a questo mondo!
     Detto fatto! - In vita mia, infatti, ho avuto tante buone idee: mai, però, l'ho dato da vedere ad alcuno!".

     - Guardare la luna
    Quando guardo la luna, va balenando nella mia mente un turbinio di pensieri e domande: uno solo, però, anzi, una sola diventa uno squillo assillante e sonante e ritorna metodica come una sorta di tic-tac (proprio come quello, a volte contorto, delle lancette degli orologi!), diventando, a volte, vera fissazione:
     - Quanto sarà lontana? Ed ancora:
     - Potrò mai un giorno arrivare fino a lei?

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.  

  • 08 settembre 2019 alle ore 10:44
    Le pietre megalitiche di Carnac

    Come comincia: A Carnac, piccola località francese della Bretagna (dipartimento di Morbihan), posta a metà strada tra Vannes e Lorient, di fronte all'isolotto di Groix, nell'oceano Atlantico, sorge il complesso megalitico più importante - e imponente - di Francia (denominato 2934 menhir) nonché tra i più importanti in Europa (insieme, evidentemente, a quello notissimo di Stonehenge, in Gran Bretagna). Il nome Carnac deriva dal celtico karn, che sta per pietra o roccia, o cairn: ossia, il rivestimento - fatto di ciottoli, pietre e ghiaia - dei dolmen, appunto. Ho appreso dell'esistenza di questo complesso archeologico due anni orsono, guardando in tivù un documentario sul vecchio canale Focus (numero 56 del digitale terrestre): esso trasmetteva interessanti programmi di natura, storia, mitologia, scienza, archeologia, etc. Le gigantesche pietre furono costruite (insieme alle tombe) in epoca antichissima (più o meno intorno al 4000 a. C.) e la leggenda narra che siano stati dei giganti a costruirle. Esse, infatti, sono enormi (la leggenda, quindi, potrebbe essere una ipotesi quanto meno plausibile) oltre a essere numerosissime (circa tremila monoliti). Vengono chiamati dagli archeologi "allineamenti" di Carnac (quelli più importanti sono disseminati nella zona di Kermario, Kerlescan, Mènec, etc.). Per molti rappresentano un modello geometrico ben preciso: ognuna di quelle pietre, infatti, dista dall'altra duemilaottocentosessanta metri o la metà di duemilaottocentosessanta metri! Sono le uniche pietre megalitiche esistenti sulla terra ad essere (ben) visibili dallo spazio: è per questo che alcuni storici, o teorici degli antichi alieni e studiosi di mitologia antica, le ritengono "indicatrici"; ovvero un punto eventuale di contatto con civiltà aliene e/o di antichi mondi, simili a un odierno segnale stradale. L'ipotesi più diffusa è questa: erano l'indicatore di una antica astronave e di un' antico astronauta chiamato Apollo!
     In conclusione voglio dire che il sito di Carnac (al pari di quello di Stonehenge, citato in precedenza; di quello di Ahu Tongariki, nell'isola di Pasqua - Polinesia cilena - nota per le statue moai dal volto umano; o ancora di Chichén Itza, in Messico, noto per le rovine maya) è una delle inspiegabili cose, dei "fatti" inspiegabili del nostro pianeta: è inspiegabile, cioé, come le pietre possano essere state costruite (nella fattispecie di Carnac, appunto) e poi allineate a quel modo precipuo, da esseri che in tutta probabilità (anzi, con assoluta certezza, direi!) non conoscevano ancora le basilari nozioni della geometria né del calcolo matematico. Del resto, quelle costruzioni non sono le uniche cose - o fatti - inspiegabili esistenti. Come non ricordare, altresì, che la vita è la morte siano fatti inspiegabili; così come il fatto, altrettanto inspiegabile, che la terra non sia altro che una minuscola entità inserita all'interno di quelle che io chiamo "scatole cinesi" dell'universo (fatte di pianeti, galassie, mondi sconosciuti che si aprono e rimandano ad altrettanti pianeti, galassie e mondi sconosciuti!); che l'essere umano e la natura stessa siano cose e fatti inspiegabili; che esso stesso [l'uomo] sia una minuscola particella del tutto: il fatto più inspiegabile di tutti, ovvero il fatto dei fatti!

  • Come comincia:                                                      Ho passato tutto il giorno a bere del thè kukicha e                                                             caffé arabo profumato allo zenzero: la notte, però,                                                             è stata una vera e propria "camomilla"!

     Il thè kukicha è una particolare qualità di thè verde endemica del Giappone, la quale presenta una superba ed insolita combinazione di foglie verdi e piccoli rametti bianchi: ed è proprio l'unione tra questi due componenti che produce il gusto unico di questa bevanda, una sorta di mix tra il sapore perfettamente erboso del thè verde e il dolce gusto delle castagne. E' risaputo come i giapponesi siano grandi bevitori di thè (ed al pari dei britannici direi anche grandi cultori ed esperti dello stesso) ed altrettanto grandi e rinomati consumatori di pesce: è per questi due precipui motivi, infatti (e non a caso) che essi siano anche tra i popoli più longevi della terra. Scientificamente provato è il fatto che tanto il grosso consumo dell'una (la bevanda thè), quanto dell'altro (l'alimento pesce) favoriscano, anzi, rallentino l'invecchiamento cellulare e dell'apparato cardiovasclare nell'essere umano: per una serie di motivi tra cui quelli di essere ricchi di sostanze antiossidanti, fosforo, grassi insaturi (i famosi omega 3), antociani e quant'altro. Ora, però, facciamo un balzo di latitudine non indifferente e rechiamoci, metaforicamente, dalla parte opposta del globo: in Sardegna. Anche lì, a quanto pare esiste (statisticamente provato) una delle più alte concentrazioni di ultra centenari sulla faccia della terra: il fatto strano, però, volete sapere qual'é? Ebbene, scherzi della geografia  a parte, ci sarebbe da dire che da quelle latitudini non sanno neppure come sia fatta una pianta da thè; mi verrebbe quasi da dire...misteri della fede, anzi, del thè!
     I francesi, al contrario dei loro amati-odiati cugini d'oltremanica (li accomunano, beati loro, tantissime tradizioni, tantissime parole, tantissima cultura e, soprattutto, decine di migliaia di anni di buone e salutari guerre!) non sono granché bevitori di thè; al contrario, però, non disdegnano la buona tavola (di molto superiore, direi, qualitativamente parlando, a quella dei loro parenti!) né il buon bere (altrimenti dicasi "qualche quartino di buon rosso" e...non solo!): hanno, tuttavia, un tasso di mortalità inferiore (o meglio: vivono più a lungo) rispetto a finlandesi, lapponi e altri abitanti delle pianure sarmatiche, i quali non bevono per niente vino, poco thè...ma mangiano, però, moltissimo pesce.Quindi molti si domanderanno, ora, come mai non sono longevi quanto i giapponesi? Non occorre sprecare parola per la risposta, ovviamente!
     A proposito di divagazioni antropologico-culturali...quella dei kadar è una tribù di cacciatori dell'India meridionale. Essi non conoscono violenza - è stato detto - né ostentazioni di virilità, in quanto tutti i loro conflitti vengono convogliati all'esterno, ovvero nella pratica (insana o meno non è dato di sapere da alcuno!) della caccia alla tigre: è per questo motivo che molti di loro muoiono giovani...in compenso, però, sono ottimi bevitori di thè. A questo punto mi verrebbe da scrivere "misteri della fede...anzi, miracolo della caccia!".
     Le popolazioni camitiche e berbere del deserto, invece, (è il caso dei nomadi tuareg) sono sempre state ottime bevitrici di thè, ma spesso e volentieri, purtroppo, anche dedite a "guerreggiare": è per questo che non hanno mai avuto, generalmente, vita troppo tranquilla né tanto meno longeva. Direi proprio, nel caso in questione per lo meno, che il thè non è tutto nella vita, o meglio...         
     Al termine di questa piccola rassegna (che definirei una divagazione didattico esplicativa di natura sociologica, ambientale, gastronomico-enologica e....ma, forse, chissà, il troppo thè mi ha dato alla testa!), la conclusione potrebbe essere questa: quando si dice che "è soltanto una questione di...thè"; o meglio:sono solo - e soltanto - in fondo, misere questioni di cuore...pardon di thè! Ed il vecchio saggio va ripetendo ovunque e di frequente: "Chi beve thè campa cent'anni!" Ma sarà proprio vero?...Direi proprio di non credergli ad occhi chiusi, perché molto spesso, anzi, quasi mai è vero: "Campa cavallo che l'erba cresce!" obietterei io che da alcuni anni bevo solo - e rigorosamente camomilla senza zucchero!".

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

  • 01 settembre 2019 alle ore 17:42
    Il falco che pregava al vento

    Come comincia:  Era una mattina di marzo, gelida ma tersa, mentre il sole timidamente faceva capolino sopra le montagne di Birkenstock, nella Frangea meridionale; quelle montagne conosciute in tutto il globo terracqueo, così come nelle più sperdute galassie dello spazio celeste, per una sola fantastica particolarità: le loro vette di cristallo, che brillano da mane a sera fungendo da sorta di stella polare o torre di guardia fluttuante e luminescente per tutti i viandanti che a valle transitano durante il loro cammino per poi disperdersi tra i meandri dei numerosi antichi borghi della zona. Intanto, il rosso e nero falco pellegrino era già al suo posto, abbarbicato con le zampe sul ciglio d'un dirupo - lassù in alto - pronto a partire; prima di aprire le sue maestose ali, però, e poi librarsi in volo per la solita battuta di caccia (quando il rapace si lanciava in picchiata sulle sue ignare prede - quasi sempre giovani scoiattoli e marmotte oppure appetitosi coniglietti bianchi - sembrava una stupenda freccia infuocata) avrebbe rivolto la sua preghiera al cielo...al vento. Quel falco che gli abitanti e i contadini delle valli circostanti avevano soprannominato "l'ultimo dei mohicani", perché rimasto uno degli ultimissimi esemplari della sua specie, rivolgeva la preghiera al vento per un motivo: esso doveva soffiare forte, portare nuvole e pioggia e così permettergli di volare veloce veloce veloce; più veloce delle pallottole dei fucili dei cacciatori, disseminati lungo il percorso che esso seguiva tutti i giorni. Non c'era un particolare motivo per cui lo facesse: lo faceva da sempre, dacché era venuto al mondo; da quando la madre lo aveva svezzato. Forse, chissà, perché ciò era connaturato nel suo imprinting naturale o perché in lui v'era un qualcosa di umano o...i motivi avrebbero potuto essere molti altri oppure nessuno: a nessuno, comunque, era dato di sapere quali fossero. Ma le preghiere del falco sino ad allora erano andate deluse, sino a prima di quella mattina di marzo erano sempre rimaste inascoltate: la speranza del falco che il vento soffiasse forte e giungessero nuvole cariche di pioggia, era sempre rimasta tale: eppure lui era ancora vivo, era ancora lì, al suo posto, come sempre: pronto a cacciare!
     - Vento, sii magnanimo oggi con me, - cominciò a ripetere il falco mentr'era in volo, - soffia forte e sopraggiungi con tante nuvole, portale con te sul mio percorso, tanto che io possa volare alto per cacciare e rendermi invisibile all'occhio dell'uomo ed alle sue bocche da fuoco: micidiali, assassine, voraci divoratrici di prede nel cielo e sulla terra!
     Il falco era ormai abituato, sapeva che la sua preghiera rivolta al cielo sarebbe rimasta  inascoltata ancora una volta. Continuava a volare e, mentre si buttò in picchiata per catturare un piccolo topo bianco che aveva scorto sulla terra, accadde sorprendentemente lo straordinario e l'imponderabile della natura: il vento soffiò forte, le nuvole arrivarono minacciose e cariche di pioggia come - e più - dei seni d'una madre che sono madidi di latte quando si appresta ad allattare la prole. Il vento, questa volta, aveva ascoltato la preghiera del falco. Questi tornò a volare infilando una dopo l'altra le nuvole scure in cielo. Nel frattempo i cacciatori avevano cominciato a sparare al falco invano. Il falco pellegrino rosso e nero riuscì a portare a termine la sua "battuta" di caccia nonostante avesse sfiorato più volte la morte: questa volta, la prima in assoluto, lo aveva fatto con l'aiuto del vento e delle nuvole. Ma ancora nulla era concluso, però: le sorprese, infatti, eran vicine da sopraggiungere...Il falco si apprestava a far ritorno al suo rifugio scavato nelle rocce sul fianco della montagna e in volo cominciò a farsi alcune domande:
     - Miracolo dei miracoli? disse. - Favorevole destino? Come mai il vento oggi ha ascoltato le mie preghiere? Qualunque cosa sia stata, ciò che conta è che sono ancora vivo e domani...si vedrà!
     Non appena ebbe pronunciato suddette parole il falco, purtroppo, si schiantò contro lo sperone sporgente di una roccia e cadde in un dirupo. La natura era stata sì, benigna, questa volta ma subito dopo, con gli interessi s'era ripresa quanto aveva poco prima generosamente elargito: come una sorta di spietato infallibile usuraio. Ma, probabilmente, il falco aveva esaurito le vite a sua disposizione: ne aveva avute ben più di sette e ne aveva già consumato sette volte tante durante la sua esistenza!
     Un'altro falco in quello squarcio di cielo di quella vallata, d'ora in poi avrebbe preso il posto di quello morto: un incessante spietato, darwiniano susseguirsi degli eventi naturali che non conosce sosta e non guarda in faccia a nessuno, senza riguardo per la vita nè della morte di nessuno. La natura, tuttavia, a suo modo ha una giustizia spietata ma "giusta". Anche i cacciatori avrebbero continuato la loro opera. Anche loro, infatti, come i falchi sono perfette macchine di morte. Entrambi sono programmati per uccidere coi loro mezzi a disposizione; la differenza tra gli uni e gli altri, però, è netta: il cacciatore "falco" uccide per sfamarsi e sfamare la prole; il cacciatore "uomo", invece, lo fa per piacere e per vile convenienza...se non addirittura per puro sadismo! 

    Taranto, 17 febbraio 2014.

  • 29 agosto 2019 alle ore 11:06
    Serena(mente)

    Come comincia:  La donna di un mio amico si chiamava Serena. La madre la chiamò così affinché avesse la mente libera...e gli occhi - sempre - ben aperti!
     Venne al mondo in una notte di temporale ad aprile...ma poi, al mattino, il cielo si rasserenò (forse, chissà, proprio in onore della nuova arrivata!). Sua sorella (maggiore) si chiamava Fatima, aveva diciassette anni più di lei ma non era mai stata serena dacché era venuta al mondo. Frequentava topaie viscide piene di ubriaconi, e stamberghe di terz'ordine frequentate da puttanieri affamati di sesso ed assetati di whisky e gin, con cui si accoppiava di buona lena ma mai in tutta...fretta. Fatima era conosciuta nell'ambiente, aveva una rinomata reputazione; la chiamavano la "delantera", in quanto dispensava gioia e gioie a go-go...senza seminare lutti!
     Una volta, quando sua sorella [Serena] era cresciuta, Fatima la portò con sé, in un locale - era il "Soledad", a Miami Beach - poi salì in una stanza e la mise a sedere; ivi si scopò un negro di San Francisco e dopo averlo fatto, ovvero dopo che quello [il negro] era più volte penetrato in lei, li disse:
     - Quando la fede non coincide con la ragione bisogna astenersi dal dare ragione alla fede!
     Il negro rispose:
     - Cosa hai preso, stronza? Fottiti...e se ne andò sbattendo la porta. Mentre Serena era rimasta seduta sulla sedia, a guardare i due che scopavano, serena (mente) per tutto il tempo!
     Quando crebbe ancora andò a scuola e poi al college: era una ragazza sveglia e dal piglio sicuro, ed imparava in fretta...prese la laurea in legge e poi quella in lettere.  Serena (mente) cominciò  a viaggiare ed a girare per il mondo (in lungo, quanto in largo; curiosando, annusando, osservando). A Parigi visse due anni: abitò al quartiere latino (boulevard du Port Royal), a Saint-Germain, Montparnasse; suonava l'arpa indiana nei bistrot ed agli angoli delle strade; vi conobbe un pittore, André Fabergé, con cui spesso faceva l'amore...era quel fare l'amore che non si fa alla leggiera; era quel fare l'amore, cioé, delle prime volte, che ti viene senza sapere il perché. Dopo diventò solo sesso, e basta: lui "veniva" sempre prima ma lei godeva ugualmente (faceva finta di godere) per farlo felice e perché la prendeva con filosofia e restava a mente serena.
     Una volta, dopo aver scopato (che non era più, ormai, come il fare l'amore di prima...quella volta, però, era stata l'unica volta buona) André morì:
     - E'scoppiato il cervello e poi il cuore! - disse impietosamente il medico.
     Serena aggiunse:
     - Che bello deve essere stato...venire prima di andarsene!
     Seppellirono André in una tomba anonima a Pere Lachaise, vicino alla tomba di Jim Morrison. Serena (mente) Serena tornò a casa e riprese la sua vita di sempre. Cominciò a lavorare; sua madre Allyson morì la mattina del 24 dicembre (era venuta al mondo il 25 dicembre di sessantadue anni prima: per quello odiava il natale!), di cancro ad un orecchio, quello destro, dove portava un grosso orecchino indiano d'avorio; sua sorella Fatima, invece, fu uccisa a New York - a bastonate - da un gruppo di irlandesi ubriachi del Village che gridarono:
     - Muori, lurida cagna ebrea! (avevano sbagliato persona, forse: Fatima non era ebrea anche se di certo era una lurida cagna!!!).
     Al suo funerale (come prima a quello della madre) Serena pianse due volte: quando il prete disse "riposa in pace" e quando il feretro parti per il cimitero di San Cristobal, in Messico, dove entrambe riposano (in pace?!)...insieme al marito della madre, il quale è il padre (sconosciuto) tanto di Fatima, quanto di Serena. Serena rimase sola ma non si perse d'animo: continuò la sua vita di sempre - come sempre aveva fatto - serena (mente), nonché a mente serena!
     Un giorno partì per Las Vegas, a cercar fortuna (alle slot, al black-jack, al tavolo verde) ed anche un marito: trovò entrambi. Infatti, vinse molti soldi e si sposò con Johnny Brown, un distinto ragazzo wasp, figlio di un petroliere texano. Andarono a vivere a Corpus Christi, in un grande ranch: entrambi erano pieni di soldi, di voglia di vivere e...fare figli. Allevavano cavalli (purosangue di razza appaloosa) e praticavano la tecnica (a letto) del dai, dai e dai...ebbero così tre figli maschi ed una bambina.
     Johnny un giorno morì: aveva soltanto la misera età di quarant'anni (ma la morte non sa far di conto!) e se ne andò in una lurida scura giornata di novembre, ucciso da un pirata della strada mentre usciva da un pub a Dallas. Serena, come al solito, prese tutto serena...mente. Continuò a crescere i propri figli lo fece bene ma, ugualmente, non ebbe fortuna: Billy, il primogenito, infatti, perse la vita in un incidente di macchina insieme ad altri compagni di college, a Tempe in Arizona; qualche anno dopo, anche l'unica figlia femmina, Susan, tragicamente perì a Los Angeles: avvenne nel corso di una sparatoria, e aveva soltanto ventun anni! (ma la morte non sa far di conto!).
     Serena, allora, serena (mente) scrisse una poesia (Pietra di luna, moonstone), che regalò poi ad un barbone, Johnny, conosciuto tempo dopo a Filadelfia; il quale, a sua volta, la scrisse colorata di giallo su un muro tutto blu di un palazzo in rovina, a down-town della città:
             "Pietra di luna" (moonstone)
              era la mia bambina (dura come la pietra
              e lucente come la luna); sì, lo era:
              che vendeva violini tzigani 
              sempre vestita di verde e di giallo
              all'angolo della 38^con Liberty street...
              ma una sera alle ventuno fu spazzata via
              da una pallottola strisciante; già
              fu spazzata via: sputata da 
              una 7,65 di uno dei "falchi dormienti"
              lì venuti per caso ad uccidere
              sulle freccianti loro
              spitfire color cammello.
              L. A. è un buco di culo
              sempre più malsano, quando scocca
              il primo rintocco di bel cucù:
              meglio allora andar per fiori
              sì, nel candido giardino del vicino
              e cogliere un mazzo di belle viole,
              o piuttosto restar tappati in casa
              a pregar che il sole nasca presto!

     Ma Serena aveva la mente libera e - come sempre - continuò la sua vita di sempre: serenamente! Riprese a viaggiare, si appassionò alla xilografia ed alle incisioni su legno e vetro, leggendo di Samuel de Mesquita e Maurits Escher su alcuni libri comprati ad un mercatino delle pulci di Londra. Fece strane (e malsane...ma non per la sua mente) conoscenze strada facendo: come quella, a Laredo, di Stan "nuvola bianca", indiano mezzo sangue della tribù dei figli del sole, con cui convisse per tre anni. Quello spacciava peixote,  mescal e la colla; lei, invece, la nostra cara [Serena] prese a dipingere e a collezionare quadri, soprattutto quelli di Bosch. Una volta, ad un'asta, a Seattle, comprò un quadro di Gauguin (Arearea): era un falso, però, ma lei non lo sapeva; lo avesse saputo avrebbe preso il tutto con filosofia, anzi, serenamente. Il suo uomo morì a Chicago, in uno scontro a fuoco con la polizia. Serena (mente) Serena, anche questa volta riprese la sua vita come se non fosse successo nulla! Un giorno vendette ogni cosa avesse ad un rigattiere (non era diavolo travestito da rigattiere, però!) di provincia; e mandò via da lei la sua anima (ma non la mandò al diavolo, però!). Ricomincò, così, a viaggiare, lo fece senza portarsi dietro nessun rimpianto e neanche un misero ricordo...solo e soltanto serena (mente). Cercò, cercava qualcosa: forse la valle dell'eden sperduta, chissà, per andarci a morire, un giorno, quando fosse giunta la sua ora (ammesso che l'avesse trovata!); o forse...qualcos'altro.
     Serena adesso continua ancora a viaggiare (probabilmente lo farà all'infinito) con la mente, con le gambe e col suo grande cuore di donna: e lo fa sentendosi felice, anzi, serenamente!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

    LUCIANO RONCHETTI: GRAZIE!

  • 23 agosto 2019 alle ore 13:09
    Memorie olimpiche: il nuoto a Monaco 1972

    Come comincia:  Quelle di Monaco furono le mie prime "vere" olimpiadi: quelle, cioé, che io seguii con occhi diversi, da bambino cresciuto. Avevo soltanto nove anni, è vero (a fine estate sarei tornato sui banchi di scuola per frequentare la quinta elementare: scuola "Cesare Giulio Viola", a Taranto in via Zara...è ancora lì!) ma le seguii, appunto, con occhi diversi. La mattina, insieme ad altri ragazzini, le seguivo spesso guardando la tivù dietro le vetrine di un negozio di elettrodomestici (furono quelle tedesche le prime olimpiadi trasmesse col sistema PAL a colori, in tutto il mondo), sempre in via Zara, a Taranto; durante le altre ore del giorno le guardavo in tivù a casa. Quattro anni prima avevo visto qualcosa in tivù delle olimpiadi messicane (quelle tristemente famose per la strage degli studenti a piazza delle "Tre culture", oltre che per i record stellari in atletica di Tommie Smith, Lee Evans e Bob Beamon!): ma sono, i miei, ricordi poco nitidi quasi sfumati. Quattro anni prima, però, ero soltanto un bambino, non ancora un bambino cresciuto!
     Quelle di Monaco furono le olimpiadi macchiate dalle note e sanguinose vicende (strage degli atleti israeliani al villaggio olimpico), ma anche - e soprattutto - quelle di Mark Spitz. L'atleta americano (era nato a Modesto, in California, il 10 febbraio 1950) sbalordì la storia vincendo sette medaglie d'oro (quattro in prove individuali, tre in staffetta) e battendo altrettanti record mondiali. Egli veniva dalle olimpiadi quasi fallimentari di quattro anni prima: in Messico, infatti, sebbene fosse qualificato in sei gare (egli stesso predisse che avrebbe vinto sei ori!), non riuscì a vincerne nessuna individualmente (prese l'argento nei 100 farfalla e il bronzo nei 100 stile libero), ma soltanto le due staffette dello stile libero (4x100 e 4x200); nei 200 farfalla, invece, fu 8° mentre nei 200 stile libero non entrò neanche in finale!
     Con la sua impresa (il connazionale Michael Phelps riuscirà a fare meglio, vincendo otto ori a Pechino, nel 2008!) Spitz offuscò le maiuscole prove del tedesco-est Roland Matthes (doppietta nel dorso come quattro anni prima; nella sua bacheca figurano ben otto medaglie olimpiche e tre titoli mondiali nel 1973 e 1975), di Gunnar Larsson (doppietta nei misti), il quale rinverdì i trionfi che la Svezia natatoria aveva avuto con Hakan Malmrot (100, 200 rana ad Anversa) ed Arne Borg (1500 sl nel 1928 ad Amsterdam) e della magnifica australiana Shane Gould (cinque medaglie, di cui tre tra crawl e misti). L'atleta "aussie" fu una delle assolute dominatrici della scena natatoria nella decade settanta, nonostante la sua carriera agonistica durò solo due stagioni (si ritirò, infatti, nel 1973, all'età di sedici anni e nove mesi!), insieme alla tedesca-est Kornelia Ender e alla statunitense Shirley Babashoff. Nel suo palmares, tra l'altro, figura una eccezionale impresa: tra luglio del 1971 e gennaio 1972 riuscì a battere il record mondiale in tutte le cinque distanze dello stile libero, dai cento ai millecinquecento metri! Gli atleti "stars&stripes" dominarono la scena, come al solito, vincendo la metà delle medaglie in palio (quarantatrè su ottantasette), senza, però, ripetere l'exploit di quattro anni prima: ventuno vittorie su ventinove (dieci su quindici tra gli uomini, undici su quattordici tra le donne). Tra gli uomini colsero lo stesso numero di vittorie (una "triple" nei 200 farfalla con Spitz, Hall, Backhaus nell'ordine sul podio), ma nei 100 rana il nipponico Nobutaka Taguchi, rinverdendo i fasti passati di atleti del sol levante sulla distanza doppia (Yoshiyuki Tsuruta, oro nel 1928 e nel 1932; Tetsuo Hamuro nel 1936, Masari Furukawa nel 1956) battè lo stra favorito John Hencken (uno dei più grandi ranisti d'ogni epoca) provocando la più grossa sorpresa dei giochi bavaresi. Il nuotatore di Culver City, California, classe 1954, laureato in ingegneria elettronica alla Stanford University, si rifece vincendo i 200. Quattro anni dopo fece doppietta (fu oro anche nella staffetta mista) e nel corso della sua carriera, straordinaria, batté dodici record mondiali (sette sui 100, cinque sulla distanza doppia), fu campione del mondo a Belgrado (1973) sui 100, vinse titoli nazionali (diciotto in totale) NCAA e AAU, sia indoor che outdoor. Diventarono leggenda del nuoto i suoi duelli con un altro grandissimo della specialità: il britannico David Wilkie. 
     In campo femminile, invece, gli Usa vinsero diciassette medaglie (su quarantadue in palio), colsero una tripletta (nei 200 farfalla vinti da Moe su Colella e Daniel) ma subirono pesanti sconfitte ad opera della giapponese Mayumi Aoki, classe 1953, nei 100 farfalla, e dalle australiane che vinsero anche con la diciottenne Beverly Joy Whitfield (200 rana) e la diciassettenne Gail Neall (400 misti). Quella tedesca (bavarese) fu olimpiade "storica" anche per il nuoto azzurro perché con Novella Calligaris, che l'anno dopo a Belgrado trionferà negli 800 sl, vincemmo le prime medaglie in assoluto di questo sport (argento nei 400 sl e due bronzi negli 800 sl e 400 misti). La nuotatrice padovana vanta un palmares incredibile: oltre alle citate medaglie ben settantuno titoli nazionali individuali (quarantadue nello stile libero, venti nei misti), ventuno record europei battuti, due bronzi ai mondiali, un argento e due bronzi agli europei. Se Federica Pellegrini è indubbiamente la più grande nuotatrice azzurra d'ogni tempo, la Calligaris fu la prima grande nuotatrice azzurra al mondo, la prima vera ambasciatrice del movimento natatorio italiano: entrambe, però, sono state (in tempi e modi diversi) le prime grandi donne del nuoto italiano nel mondo!
     Ultima quanto doverosa annotazione - di carattere, per così dire storico-statistico (e non solo) - è d'uopo: sul podio di Monaco salirono le atlete della ex Ddr o Gdr (nell'universo, a volte non proprio comprensibile a tutti, delle sigle e abbreviazioni olimpiche, e sportive in genere, le tre consonanti nascondono la completa dicitura della "vecchia" Deutschland demokratisch republik, in tedesco, o German democratic republic, secondo la più usata nomenclatura anglofona; mentre, al contrario, prima della riunificazione quella dell'altra Germania era Frg, ossia Federal republic of Germany o Rft, che in italiano sta per Repubblica federale tedesca!), cioé Roswitha Beier (classe 1956), argento nei 100 farfalla e nella staffetta mista, Gudrun Wegner (classe 1955), bronzo nei 400 sl e, soprattutto, Kornelia Ender, preannunciando un dominio (spesso macchiato dal "doping di stato"!) che si protrarrà per più di tre lustri. L'atleta di Plauen (cittadina del distretto di Chemnitz che gli diede i natali il 25 ottobre del 1958) è da considerarsi una delle più grandi nuotatrici all-time. In Germania vinse tre argenti (nei 200 misti e con le due staffette) ma quattro anni dopo, in Canada, sbaraglierà il campo ottenendo addirittura un poker di successi strabiliante: tre ori individuali (100 e 200 sl, 100 farfalla), uno in staffetta mista. In carriera supererà il record dell'australiana Dawn Fraser, vincendo otto medaglie olimpiche (in totale furono ben diciotto in "big-events"); inoltre, batté ventitré record mondiali individuali (il primo, sui 100 sl, a soli quattordici anni, nel 1973!). Sposò dapprima il dorsista Roland Matthes (la coppia più medagliata del nuoto mondiale di sempre!) e poi il decatleta Steffen Grumt (4°agli europei 1982).

                                                  = MEDAGLIERE =
                                            O      A      B      TOTALE
    USA                               18     13     12       43
    AUS                                 5       3       2       10   
    DDR                                 2       5       2         9
    JAP                                  2       -        1         3
    SWE                                2       -         -         2
    URS                                 -       2        3         5
    GER                                 -       1        3         4
    HUN                                 -       1        2         3 
    ITA                                    -       1        2         3
    GBR                                 -        1        -          1

    fonti bibliografiche:
    - Olimpic Swimming 1988 (a cura dell'ISSA, International Swimming Statisticians Association);
    - The Guinness International Who's Who of Sport, Ian Buchanan, Bill Mallon, Stan Matthews;
    - A Who's Who of American Sport's Champions, Ralph Hicock;
    - I Giochi sono fatti, Mario Gherarducci;
    - Il libro d'oro delle Olimpiadi, Erich Kamper&Bill Mallon.
       
     

  • 22 agosto 2019 alle ore 10:01
    Roma 1960 e Abebe Bikila

    Come comincia: ​  Io, purtroppo, non ho vissuto né il magico, sano e sincero clima di gioia, fratellanza, unione tra i giovani di tutto il mondo che pervase e percorse Roma durante i giochi olimpici del 1960, né i “momenti” agonistici indimenticabili ed irripetibili di quella olimpiade. Il mio più grande rammarico, però, sta nel fatto di non aver potuto…seguire la gara delle gare, la maratona, e di non aver visto correre sul selciato capitolino (magari attraverso la tivù, già in…uso a quei tempi in Italia) il maggior protagonista di quei giochi nonché, a parer mio, il “corridore” più grande e straordinario che abbia mai calcato le scene dell’arengo atletico mondiale: Abebe Bikila! A dire il vero, però, “fiore che cresce” (traduzione in amarico del suo name and surname) corse, e vinse, anche la maratona di Tokyo, nel 1964 (in carriera ne vinse ben dodici su quindici disputate: percentuale, sic!, da fantascienza!), nonché quella di Città del Messico nel 1968 (dove si ritirò dopo una decina di chilometri): ma, sfortunatamente, anche allora io ero – per così dire -…fuori dal tempo, ovvero ancora troppo piccino, essendo nato nel 1962, per poter ben capire (e valutare) le cose della vita, del mondo e…dello sport! Ho conosciuto Bikila guardando vecchi filmati televisivi (tra tutti ho impresso nella memoria quello del suo arrivo, a piedi scalzi, sotto l’arco di Costantino illuminato a giorno, sul traguardo…romano!) o leggendo libri e vecchie riviste di atletica leggera. Da subito sono rimasto colpito per tre cose: la naturalezza e l’eleganza della sua falcata e della sua corsa da gazzella, la semplicità di spirito e la gioia del suo carattere, l’ingenuità ed il candore della sua figura, quasi come quella di un…bambino! Queste caratteristiche e peculiarità (imprese sportive ed agonistiche a parte) sono state, per me, la forza dell’atleta-uomo Bikila, di quell’omino magro e simpaticissimo venuto dall’Etiopia (era nato a Jatto, Debre Berhan, piccolo villaggio di pastori e contadini nell’antica regione di Ahmara, sull’Acronomo Etiopico, a centrotrenta chilometri da Addis Abeba, il 7 agosto 1932), rendendolo unico ed ineguagliabile! Così scrive Edmondo Dietrich nel libro “I grandi campioni”, a proposito del successo di Bikila a Roma: “…aveva vinto con affondi solitari e imperiosi, con una naturalezza di passo così stupefacente che le sue gesta lo avevano reso simile più a un dio dell’antica Grecia che a un essere umano”; ancora: “…le braccia sottili sembravano fatte di soli tendini e ossa e così le gambe simili a quelle di un’antilope in fuga. Il suo volto non denunciava né ansia né fatica”. Per chi, come me, sin dalla giovane età ha seguito ed amato l’atletica, Abebe Bikila ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà la colonna portante, il punto di riferimento ed il filo conduttore che lega passato, presente e futuro di questo sport.  Per intenderci, qualora non fossi stato abbastanza chiaro: senza Bikila (almeno a mio parere) l’atletica, e la storia dell’atletica, non sarebbero stati la stessa cosa di quello che sono! La vicenda umana di questo grande atleta, però, ebbe amaro epilogo, segnata da un destino crudele ed ingiusto: quello che, spesso, contraddistingue il cammino degli eroi. Nel 1969, infatti, dopo essersi ritirato al culmine della gloria sportiva, quando era felicemente sposato e padre di un bambino, fu coinvolto in un grave incidente d’auto restando paralizzato alle gambe fino al 1973, l’anno della sua fine (mese di ottobre, giorno venticinque), avvenuta per emorragia cerebrale. Ora mi immagino Bikila correre insieme ad i suoi grandi amici: l’eroe di Atene (Spyridion Louis), l’omino di Carpi (Dorando Pietri), lo svedese volante (Gunder Hagg), l’angelo biondo di Turku (Paavo Nurmi), l’uomo-cavallo (Emil Zatopek), lo zar russo-ucraino (Vladimir Kuts), la leggenda dell’Oregon (Steve Prefontaine). Non so dove tu sia, dolce Abebe: ma continua a correre! 
    da: una mail inviata a Rai storia il 25 ottobre 2012. 
                                                                                                     
    Luciano Ronchetti                                                            luciano74121@gmail.com

  • Come comincia: Una scopata, di tanto in tanto e con chiunque sia fatta (con donna bella o brutta, bionda, rossa o bruna, zoccola o fata, amica o compagna di classe o di...merenda, etc., poco importa!) fa sempre, sempre - e di molto - bene: ciò è fuor di dubbio; ma...ve le ricordate voi (parlo soprattutto per quelli che, come me, hanno già da tempo superato gli "anta" e volano ormai ad ampie falcate verso gli "anta-anta" o "anta-extra") quelle belle scopate di una volta? Ed anche un po', diciamo...così (naif!!), e fatte in maniera quasi estemporanea (o d'amble, come direbbero cugini d'oltralpe!), raramente premeditata, sui sedili posteriori d'una utilitaria, la quale spesso, anzi, quasi sempre, era la mitica "Dyane 6" verde o rosa, decappottabile e con tettuccio apribile, della mamma; oppure la "Fiat 127" bianca coupé del papà, essa con tettuccio non apribile e, ahimé,...: emanante, purtroppo, fuoco e lapilli in estate ed invece ghiaccio distillato frammisto a polvere di brina in inverno?
     Già, quelle belle scopate d'una volta eran proprio così...sane, ricche, allegre: e fatte - ancor prima di cominciare - della vana ed improba ricerca del "palloncino" (altrimenti noto come preservativo), il quale, guarda caso, era andato a (con)ficcarsi sotto il tappetino del sedile anteriore (chissà poi, perché, era proprio finito lì?) ed era impresa pressocché da matti riuscire a recuperarlo, oppure non si trovava più; od ancora: il suddetto [preservativo o palloncino] non si trovava più perché nella macchina - e quindi sotto il tappetino - non c'era mai stato; semplicemente perché avevamo dimenticato di acquistarlo in farmacia (oppure, il più delle volte, avevamo finto di dimenticarcene: per timore, per vergogna, per pudore o checchéssia...avevamo volutamente dimenticato di farlo!). Ed allora succedeva...Si procedeva improvvisando (in teatro si dice: "andare a braccio") e facendo a meno del preservativo: e tutti s'era belli e contenti uguale!
     Allora: ve le ricordate quelle scopate d'una volta? Ve le ricordate tutti quanti (così)? E'importante questo: l'importante è proprio ricordarle così, quelle scopate; è importantissimo, anzi, che esse vengano ricordate da (noi) tutti a quel modo!
    Perché una scopata così, oggi, infatti (nell'epoca delle chat a tutto spiano e del mordi e fuggi, o del prendi e scappa, del godi niente, etc.) se la sognano in tanti, una scopata così era come ascoltare musica da un juke-box (Thank You dei Led Zeppelin, Michelle dei Beatles, Angie degli Stones, etc.): ve li ricordate quelli strani aggeggi, tutto valvole  e transistor, sì? (Spero che ve li ricordiate anche loro!). Loro, quélli aggeggi tanto strani davvero, bombardavano le orecchie dei matusa e dei genitori (da cui non poche maledizioni e vaffancu...ricevevano!)?!
     Quelle scopate d'una volta e quella musica, sulla spiaggia o sugli scogli, in riva al mare, sotto le stelle e sotto la luna - in agosto o a dicembre - erano proprio totalmente diverse da quelle di oggi: emanavano calore, davano forza e facevano bene al cuore!...
    ma io continuerò a dire, a prescindere dai tempi, dai modi e dalle mode: fare l'amore e non scopare, sempre!!!

    Taranto, 5 marzo 2016.

  • Come comincia:  Oscar Wilde (vero nome Oscar Fingal O'Flaherie Wills Wilde) nasce a Dublino (1854) e muore a Parigi (1900). Fu poeta, romanziere, narratore, drammaturgo, aforista, saggista, giornalista e traduttore: uno dei più grandi letterati anglosassoni d'ogni tempo! Il suo più celebre ed acclamato romanzo è "Ritratto di Dorian Gray" (1891), capolavoro del decadentismo mondiale. Nel 1895 fu condannato a due anni di lavori forzati, scontati nel carcere di Reading, per "comportamento contrario alla pubblica morale" (pratica dell'omosessualità e della sodomia, in poche parole: amante di lord Alfred Douglas!): la società di allora, perbenista, benpensante, moralista ed ipocrita, perdonava agli artisti (e quindi a Wilde) ogni cosa tranne, ovviamente, l'immoralità alla luce del giorno! (in buona sostanza: se proprio dovete esserlo - omosessuale - fatelo di nascosto!). E Oscar Wilde, comunque, non era certo un tipo qualunque, di quelli che passano inosservati: l'artista, al contrario, che tutti ammiravano; un vero e proprio modello letterario e di vita, tanto per intenderci alla George Gordon Byron!
     Frutto letterario di quella terribile esperienza di vita fu la celebre "Ballata del carcere di Reading": in buona sostanza un vero e proprio apologo della libertà contro le disumane e degradanti condizioni di vita nelle carceri vittoriane (ancora di attualità, visto quello che accade, oggidì, in molti paesi del mondo: nel nostro paese, ad esempio, che si considera di fascia A, in quanto a grado di civiltà, viene attuata - in alcune carceri - la barbara ed inumana pratica del letto di contenzione!) ma, soprattutto, contro la pena di morte (lo scrittore aveva assistito de visu all'impiccagione di un giovane soldato, condannato a morte per l'assassinio della moglie!).
            = The Ballad of Reading Gaol/La ballata del carcere di Reading (1898) =
    Non portava la giacca rossa
    perché rossi sono sangue e vino
    e il sangue e il vino li aveva sulle mani
    quando lo trovarono con quella donna,
    la povera donna morta, che lui amava
    e che aveva ucciso nel suo letto.
    Camminava fra gli altri condannati
    con uno straccio di vestito grigio,
    in testa il berretto da cricket;
    il suo passo correva allegro e leggero,
    ma non ho mai visto un uomo
    guardare il giorno con tale intensità.
    Non ho mai visto un uomo guardare
    con sguardo così intenso
    quella breve tenda d'azzurro,
    che i prigionieri chiamano cielo,
    e contare le nuvole in transito
    su vele d'argento.
    Camminavo con altre anime in pena
    in un braccio differente
    e mi domandavo se fosse lì
    per qualcosa di grave o di poco conto
    quanto dietro di me sento un bisbiglio:
    "finirà sulla forca!"
    Cristo santo! All'improvviso giravano
    tutte le mura della prigione
    e il cielo era un casco 
    di acciaio e di fuoco.
    Ero anche io un'anima in pena
    ma il mio dolore non lo sentivo più.
    Finalmente era chiaro quale tormento
    gli rendeva così eccitato il passo
    e perché guardasse il giorno
    con tanta angoscia negli occhi:
    aveva ucciso la cosa che amava
    quindi doveva morire.
    Eppure tutti uccidono la cosa che amano:
    questo si deve sapere;
    qualcuno lo fa con uno sguardo d'odio,
    qualcuno con parole e lusinghe,
    il vigliacco sceglie un bacio,
    l'uomo di coraggio la spada!
    Alcuni uccidono l'amore da giovani,
    altri in vecchiaia,
    alcuni lo soffocano con mano di lussuria,
    alcuni con mani colme d'oro:
    i più umani usano il coltello perché
    i morti diventano freddi così in fretta!
    Amore troppo breve, amore troppo lungo;
    c'è chi vende, c'è chi compra,
    alcuni lo fanno con le lacrime agli occhi,
    altri senza un sospiro.
    Ogni uomo uccide chi ama,
    ma non viene per questo messo a morte.
    Non muore una morte vergognosa
    in un giorno di estrema infamia, 
    e non si trova un cappio al collo,
    un drappo nero sulla faccia.

    (traduzione di Pina Spelta per i tipi della "Lieto Colle").

     Nessuna nazione, nessun governo di nessuna nazione al mondo, nessun tribunale e nessun giudice, né nessun altro uomo mai, che sia da solo o insieme ad altri - a mio avviso - può decretare (seppur facendolo in virtù di codici e leggi) la fine della vita di un'altro suo simile!
     Da trenta anni, ormai, sono ateo ma per Amnesty International, dal 2004, firmo petizioni contro la pena di morte e la tortura andandone fiero!

    Taranto, 18 gennaio 2019.

     

  • 21 agosto 2019 alle ore 12:21
    Riflessioni su un porto di mare

    Come comincia: Ho viaggiato molto in mia vita: spesso con la fantasia ma molto - anche - con i miei piedi (ascoltando, osservando, annusando, meravigliandomi, divertendomi, arrabbiandomi). Ho, però, un cruccio, anzi, ho molto ma molto di più: un rimpianto; e cioé quello di non esser mai stato a Genova...ma mai disperare nella vita; mai "dire mai": chissà, cosa può succedere!
     Genova è un "porto di mare" (sul mar Ligure: Mediterraneo), come la mia città (Taranto); essa, però (come tutti i porti di mare e le città sul mare della terra), è un porto di mare assai speciale: d'una città sul mare e del mare, d'una città "bagnata" dal mare!
     [Essa] è un porto di "mare" speciale, sì, davvero molto speciale: perché porta, anzi, portava in sud-America (quando noi italiani eravamo i "migranti"), in Argentina; perché portava - e porta - ancora altrove; perché guardava - e guarda - altrove!

     " A proposito di...bastimenti, Argentina ed emigranti"
    Il  bastimento avanza lentamente
    Nel grigio del mattino tra la nebbia
    Sull'acqua gialla d'un mare fluviale
    Appare la città grigia e velata.
    Si entra in un porto strano. Gli emigranti
    Impazzano e inferocian accalcandosi
    Nell'aspra ebbrezza di imminente lotta.
    Da un gruppo di italiani ch'é vestito
    In un modo ridicolo alla moda
    Bonaerense si gettano arance
    Ai paesani stralunati e urlanti.
    Un ragazzo dal porto leggerissimo
    Prole di libertà, pronto allo slancio
    Li guarda colle mani nella fascia
    Variopinta ed accenna ad un saluto
    Ma ringhiano feroci gli italiani.
    (Dino Campana, "Buenos Aires")

    Taranto, 10 aprile 2016.
                                         

  • Come comincia: Caro figlio,
     ti scrivo questa lettera anche se non sei ancora nato e forse, chissà, non nascerai mai...ma se un giorno verrai al mondo spero tu la legga. Sono tuo padre, un padre "apolide" e solo, cioé, sono un padre senza famiglia, senza donna adesso né patria, anzi, sono un padre che ha molte, tantissime donne, ora, e migliaia di patrie; e lo sai perché?
     La patria di quelli - e per quelli - come me non esiste: quelli come me (e spero, un giorno, se sarai nato e quando crescerai, anche quelli come te) non hanno bisogno di patrie perché la loro patria sono tutte le patrie della terra, la loro patria è il mondo senza patrie. La loro patria - figlio mio carissimo - é il mondo (unico) paese: la loro patria è il mondo intero!
     Quelli come me - figlio - non sono mai soli né senza una donna; cioé, sono soli con la testa ed il pensiero ma no nel loro cuore; quelli come me, infatti, dormono una notte in una tenda con un indio mapuche, sotto le stelle, e si risvegliano il giorno dopo camminando per le strade di Gerusalemme mano nella mano con una donna araba; quelli come me fanno l'amore un giorno con una donna ebrea eppoi fanno festa il giorno seguente lungo i boulevard di Parigi o nelle favelas di Rio insieme agli zingari, o a Calcutta, o a Nairobi con una ragazza punk di Berlino; quelli come me - figlio -  cantano, ballano e bevono con un monaco buddista nei locali gay di Frisco eppoi vanno in Ucraina, o in Moldavia, o lungo la Moscova e mettono un fiore in bocca ai soldati; quelli come me scrivono poesie per i palestinesi ed i berberi nei bordelli della Ville Lumiere eppoi, dopo aver navigato per giorni nell'oceano, le leggono ai gabbiani; quelli come me figlio...li capita, un giorno, di cenare a lume di candela con una ragazza serba in un locale di Vattelapesca eppoi, il giorno dopo, fumano allegri la "colla" con un fratello aborigeno a Darwin, o il narghilé coi bambini di Istanbul, o un sigaro toscano a Guantanamo con un esule cubano.
     Quelli come me - figlio - sono a Katmandù, a Tel Aviv, a Praga, a Tokyo, a Las Vegas: ovunque cittadini del mondo senza patria e senza bandiera, ovunque a sputare in faccia alle patrie sature di tabù.
     Quelli come me, figlio, sono strani: un giorno li capita di prendere a calci nel culo la vita, il giorno dopo prendono calci nel culo dalla vita...poi la baciano, la guardano negli occhi, la abbracciano. 
     Quelli come me: la vita, la morte sono sue sorelle; la vita, la morte sono un quadro di Matisse; la vita, la morte sono una poesia di Pasternak, o di Baudelaire, o di Nazim Hikmet.
     Quelli come me, ricorda, non hanno patria; hanno 10, 100, mille patrie: sono cittadini di ogni patria, del mondo intero!
     Quelli come me, figlio, sono senza patria, vivono senza patria: perché non amano le patrie con i muri, i confini, i reticolati, le dogane e le...ma il mondo intero: soltanto e solamente spazi infiniti, orizzonti senza limiti, isole e terre al di la e al di qua del mare; quelli come me - figlio mio carissimo - amano la linea che si spande altrove, ed oltre il proprio occhio va ed il proprio cuore. 
     Spero che un giorno, figlio, se nascerai leggerai questa mia lettera.
     Spero che un giorno se nascerai in questo mondo, verrai al mondo...tutti viaggeranno insieme, senza patria, per le strade del mondo senza patrie mano nella mano.
     Quelli come me, figlio, sono davvero strani; un giorno si sentono "soli" nel loro piccolo mondo, il giorno dopo viaggiano per il mondo intero senza prendere navi, o treni, o aerei né smartphone o tablet. Semplicemente sognano di viaggiare - sai - quelli come me nei mari e per gli oceani della terra su di una barca alla deriva: sicuri di poter ormeggiare in ogni porto!
      Quelli come me - figlio mio carissimo - sono apolidi senza patria perché la loro patria è la torre di Babele  con tutte le patrie, le lingue e le razze della terra!

    "Il mondo intero è la nostra patria, nostra legge la libertà!".

    Taranto, 18  giugno 2018.

  • 19 agosto 2019 alle ore 16:35
    Quando eravamo strani

    Come comincia: Quando - noi tutti - eravamo strani...ma pensavamo ed agivamo normale: ora, però, che siamo normali pensiamo ed agiamo sbagliato?! Come mai questo: le cose sono fatte e vanno a rovescio?
     Boooh! Sarà, forse, colpa di ciò che mangiamo (una pubblicità, infatti, recita: "Siamo ciò che mangiamo!") o di quel che respiriamo: le bombe ad orologeria di nitriti e nitrati che ingurgitiamo ad ogni pasto, o il latte alla diossina che beviamo, noi ed i nostri figli, gli hamburger di plastica che divoriamo ai Mc Donald's, la quantità più o meno nociva e neanche tanto nascosta di amianto che respiriamo al di sopra delle nostre teste, etc.!!
     Tanti anni fa (all'incirca quaranta: anno più, anno meno) i sudditi di sua maestà Elisabetta II^ d'Inghilterra, in particolar modo quelli che seguivano le squadre in giro per tutto il continente e ad ogni latitudine del Regno Unito, si dilettavano a devastare tutto ciò che incontravano davanti dopo ogni partita nonché a darsele di ragione santa fra loro e coi tifosi avversari. Furono condotti studi abbastanza specifici ed accurati, al termine dei quali si disse quanto segue: "Nel sangue di quei tifosi, soprattutto quelli che vivevano nelle contee e città più industrializzate (le conurbazioni di Birmingham, Manchester, Leeds, Sheffield, Liverpool, Newcastle, etc.), vi erano altissime concentrazioni di ossido di piombo (la formula chimica, per intenderci è la seguente: pbO)". In buona sostanza e in buona pace di tutti (chiesa anglicana compresa), si volle allora dare - da parte di certa opinione pubblica britannica - una giustificazione per così dire "chimica", piuttosto che sociologico-ambientale, del comportamento dei cosiddetti "hooligans"!
     Del resto, però, già all'epoca era risaputo che l'assunzione frequente di piccole quantità di piombo, sotto forma di vapor acqueo o granelli di polvere, provocasse pericolose intossicazioni, tra cui il saturnismo, il quale causa la disattivazione degli enzimi preposti alla sintesi dell'emoglobina (è il caso, non infrequente, di ciò che accade ai tipografi o ai verniciatori). E' da dire, oltre modo, che casi di questo genere sarebbero addirittura più antichi se non remotissimi: secondo alcuni storici, infatti, una delle principali cause della decadenza dell'impero romano starebbe proprio (udite! udite!) nello smodato utilizzo di piombo, appunto (esso veniva utilizzato per costruire, ad esempio, utensili da cucina o per coniare monete). Il piombo, inoltre, a tutt'oggi è uno degli agenti inquinanti più...forti in ogni parte del globo terracqueo: basti pensare, per esempio, a quel che combina nella nostra atmosfera il piombo tetraetile, utilizzato come additivo antidetonante della benzina.
     Io penso, però, che in definitiva la ragione di quanto sopra scritto stia soprattutto in questo fatto: prima non eravamo affatto strani, nessuno di noi lo era, né adesso siamo tornati "normali" di botto o rinsaviti; anzi, al contrario, prima eravamo più normali di ora: forse! Ciocché è cambiato, invece, - evidentemente e inesorabilmente - è senz'altro il nostro modo di vedere le cose (e di sentire, e di capire), il nostro modo di osservarle e di porci (o non porci) domande su di esse e sopra la vita ed il mondo: oppure (di) farlo in modo od al momento sbagliato; probabilmente, però, è anche il mondo, sì, proprio il vecchio caro mondo (e non parlo soltanto del nostro...mondo, ma di quello "geografico") che non è più lo stesso, che è cambiato - non solo a causa degli stravolgimenti climatici o del diverso succedersi delle stagioni (come già decenni addietro cominciavano saggiamente ad affermare i nostri vecchi...).
     O  forse, chissà, e con ciò chiudo, tutto sta nel fatto, ovvero la risposta a tutto starebbe semplicemente nel fatto che il tempo passa - le macchine imperversano sempre più - e...tutti diventiamo ogni giorno un po' più vecchi (e stanchi) di prima!

                                              = Serenata delle macchine = (Welcome to the machines)

    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, ama la tua macchina.
    I tempi cambiano: i tempi sono cambiati.
    Dici che non c'é nulla di buono eccetto le cose naturali.
    ...Sei pazzo.
    L'ortica è una pianta naturale,
    perché non ne metti un po' nel tuo cibo?
    Non mi frega un cazzo se dentro c'é una marea di chimica.
    Basta che la mia insalata sia fresca, però!
    - I tempi cambiano: i tempi sono già cambiati -.
    Può darsi che i conservanti ti stiano conservando bene,
    penso che questa sia una cosa che stai trascurando: robot.
    Sei innamorato?
    Sì, l'hai trascurata.
    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, io amo la sua macchina.
    Benvenuto robot, benvenuto computer: fatti dall'uomo;
    welcome to the machines!
    (liberamente tratta da un brano dei Pink Floyd).

    Taranto, 29 settembre 2014.

  • 18 agosto 2019 alle ore 13:08
    In ricordo di un amico: Felice Gimondi.

    Come comincia: Gimondi era un amico, lo era per tutti gli appassionati di ciclismo, un corridore italiano, un uomo vero, un cittadino del mondo come me. Ho appreso della sua morte (avvenuta in mare per un malore, quand'era in vacanza) questa mattina (un venerdì diciassette, purtroppo!), leggendo i sottotitoli del notiziario su raisport hd (canale cinquantasette del digitale terrestre): "E'morto Felice Gimondi, simbolo di un'Italia felice!". Ora, non sono in grado di asserire se l'Italia a quel tempo lo fosse realmente [felice, intendo], perché ero poco meno che un bimbo...eravamo, però, ancora sul binario - anzi, ne seguivamo l'onda lunga - del cosiddetto "boom economico" (Gimondi passò al professionismo nel 1965), ma di lì a poco, in tutto il mondo - Italia compresa - si sarebbe abbattutto il ciclone "sessantotto". 
     Penso che fosse una persona speciale, anzi, lo era per davvero: credo che possa apparire banale e retorico scrivere ciò, come spesso accade quando si rievoca una persona nel giorno della sua morte, ma è proprio così; le mie non sono soltanto parole di circostanza o simili ad un omelia funebre che reciterebbe il parroco in chiesa quando ricorda qualcuno né, giornalisticamente parlando, il solito pezzo (dicasi, in gergo "il coccodrillo") che i quotidiani passano - a volte in edizione straordinaria - in circostanze simili, ossia per rievocare la vita di una personalità politica, artistica o sportiva. Le vicende umane ed agonistiche di questo grande campione sono, del resto, a testimoniarlo in maniera inequivocabile, ovvero a testimoniare della sua grandezza! Mi mancherà molto, Gimondi: mancherà a me come a molti altri e non solo in Italia (anche in Francia era amatissimo!), mancherà a tutto il mondo delle due ruote. Non nascondo di aver pianto alla lettura della notizia ferale, non ho vergogna a scriverlo. Mesi fa (credo fosse intorno a ottobre-novembre o giù di lì) una persona su twitter, commentando alcuni versi di poesia apparsi su un tweet ebbe a dire: "Noi uomini, man mano che il tempo passa e ci avviciniamo alla vecchiaia, diventiamo sempre più coglioni: ci commuoviamo per ogni cosa!". Sarà così, forse sarà vero, anzi, è proprio così! Mi mancherà davvero molto come mi mancano già da tempo, oramai, tantissime altre persone che non sono più su questa terra. Ma tant'é, questa è la vita (recita spesso il saggio, che forse tanto saggio non lo è proprio, ed ammonisce la chiromante, a volte,  leggendo le carte ai creduloni!), sì, la vita - e le vicende umane - altro non è che un contratto a termine, una cambiale a scadenza che ognuno di noi firma venendo al mondo ed il quale, spietatamente, prima o poi ti presenta il conto. Devi solo viverla (o cercare di farlo) senza aspettarti nulla in cambio, senza un compenso ultraterreno di sorta (la mia visione è essenzialmente atea), con semplicità: "così come fa lo scoiatttolo", scrive Nazim Hikmet, poeta turco. Ma io, tuttavia, essendo inquieto per natura, non mi rassegnerò mai dinanzi alla morte né mi piegherò a lei come un misero servo. Lotterò a modo mio, come ho sempre fatto, con i mezzi dell'intelletto e della memoria: sino a che avrò vita e forza o sino a quando essa [la memoria] mi accompagnerà (avendo avuto mia sorella malata di Alzheimer e deceduta a causa di quella malattia, sono un soggetto a forte rischio, direi!). Lo farò ricordando sempre persone (con nostalgia e rimpianto) e cose (con stupore e disincanto) che non ci sono più: forse, chissà, è una cattiva abitudine, lo so, la mia (me la porto dietro sin da piccolo, ahimé!), ma non sono abituato a snaturare le cose che mi riguardano, e poi sono in buona compagnia: lo dice, infatti, lo stesso Primo Levi, ad esempio, in un aforisma che alcune settimane fa ho passato sul blog, che bisogna ricordare e che vivere senza ricordi e come vivere nel terrore; lo praticano, del resto, anche diverse specie animali!
     Ma io, del resto, odio tutte le cose che finiscono ed è per questo, infatti, che spesso e volentieri mi è capitato di odiare anche la vita; ma il mio è stato un odio che significa soprattutto amore: si ama la vita, cioé, o qualsiasi altra cosa, a tal punto da arrivare ad odiarla, proprio per il semplice motivo che prima o poi finirà...anche questo, a mio modo di vedere, è un mezzo per lottare: lo stesso che capita, in un certo qual modo, ai poeti maledetti, oppure a Vladimir Majakovskij o allo stesso Giacomo Leopardi.
     Ma torniamo a Gimondi. Si diceva della grandezza sua come uomo ed atleta. La sua vita e la sua carriera sono state esemplari in tutto e per tutto. Ha corso per tredici anni sulle strade di tutto il mondo: egli ha combattuto con ogni forza (morale e fisica) e impavidamente, sino al limite estremo delle umane possibilità contro quel "mostro a nove teste" (attenzione, però, questo epiteto non lo scrivo con cattiveria, tutt'altro: lo faccio per esaltare ancor più la vicenda del nostro!) che rispondeva al nome di Eddy Merckx; ed il belga, credetemi, era un atleta super, un atleta "monstre", appunto. Per chi non segue le cose ed i fatti del ciclismo o non è addentrato nelle vicende di questo sport in maniera specifica (come me che lo faccio da appassionato da più di quattro decadi, come gli addetti ai lavori, siano essi tecnici o giornalisti, come i ciclisti stessi ed i tifosi), è ben difficile comprendere il valore di questo atleta [Gimondi] e di quell'altro, il suo rivale-nemico [Merckx]. Il belga, non a caso viene unanimamente riconosciuto dagli storici del ciclismo il più grande di tutti i tempi, insieme a Fausto Coppi. La lotta dell'italiano è paragonabile a quella dei lillipuziani contro Gulliver o a quella biblica di Davide contro Golia! Ho conosciuto Gimondi, cioè mi sono interessato alle sue vicende agonistiche, sin da bambino prendendo le mosse da mio padre: egli amò, nella sua vita, oltre al suddetto, Coppi, Francesco Moser, Gianni Bugno e "il pirata" Marco Pantani. Ma Gimondi non fu soltanto un grande campione sulle strade, ma soprattutto un grande uomo nella vita: mai una parola fuori posto o una polemica inutile, mai sopra le righe; il classico uomo con la scorza dura, figlio della generazione post-bellica: insomma, "gambe in spalla e pedalare"! Era nato a Sedrina, un piccolo centro del bergamasco di poco più di duemila anime, nella Valle Brembana, distante quindici chilometri dal capoluogo. Era figlio del profondo nord e mi viene da scrivere, alla luce degli avvenimenti che si stanno susseguendo in Italia in questa strana e afosa estate, ed al contrario di un ministro-manichino del governo-fantoccio in carica da oltre un anno, quanto segue: "Un padano di poche parole e molti fatti!"...ma questa è tutta un'altra storia. La vittoria più importante la ottenne al Tour de France del 1965: aveva solo ventitré anni e a quella corsa, però, non avrebbe dovuto esserci perché doveva correre al suo posto un gregario, Battista Babini (vanta una sola vittoria in carriera, con la maglia Salvarani: la Sassari-Cagliari del '63), il quale restò a casa per malattia. Da allora diventò per i francesi "Gimondì" (lo chiamavano così, accentando come loro solito, l'ultima vocale del cognome); e da allora diventò anche un po' francese, come accade a tutti gli stranieri che trionfano nella "grand boucle" (così è chiamato il Tour in Francia, per via del percorso che ricorda, spesso, la forma di un riccio, appunto!) e come è accaduto per Faustò Coppi e Marco Pantani, "il pirata". La sua vittoria più bella, però, e direi quasi sentimentale-romantica, fu quella al mondiale del 1973 (rivedo davanti a me le immagini di quella corsa, come se fosse ieri!), lungo le strade del circuito del Montjuich, sulle colline che sovrastano Barcelona, in Spagna: colà compì un capolavoro assoluto di sagacia tecnico-tattica (batté in volata il duo belga Maertens-Merckx e l'idolo di casa Luis Ocana!) ma, soprattutto, vinse col cuore. Al termine di questo mio breve (e spero non prolisso) articolo-racconto, devo dire che forse a volte ho divagato (anzi, "ho scantonato", come recita un vecchio intercalare che si ascolta nelle strade di Mogadiscio e dintorni!): ma questo è l'inconveniente che accade quando si scrive di getto, dando ascolto al cuore, senza un canovaccio ben preciso; od un copione prestabilito (allo stesso modo in cui scrivevano...pardon recitavano gli attori prima della riforma del teatro goldoniano e della commedia dell'arte). Chiedo venia per tutto ciò, anzi, mi rifaccio chiudendo a questo modo: "Ovunque ora tu sia, Gimondi, continua a pedalare, continua a farlo per tutti noi!".

    Taranto, 19 agosto 2019.
               

  • Come comincia:                                                                                Itaca ti ha dato il bel viaggio,
                                                                                   senza di lei mai ti saresti messo
                                                                                   in viaggio: che cos'altro ti aspetti?                                                                                       
       

     Erano le tre del mattino, il viaggio verso terra di Grecia era a metà strada: non riuscivo a prender sonno e così uscii dalla mia cabina, la numero settantotto, e lentamente mi avviai  verso il pontile di prora del traghetto "Hesperis", partito dal porto di Brindisi qualche ora prima. Appena giuntovi mi appoggiai sulla balaustra e cominciai a rimirare la fantastica luna che si stagliava in cielo e che illuminava quasi a giorno quella notte.
     Mai, in vita mia, avevo visto una luna così né mi ero sentito così tanto piccolo e inutile nel mentre lo facevo...direi come un pugno di polvere. Forse, chissà, tutto dipendeva dal numero della mia cabina (il settantotto, che era sempre stato un numero magico e tragico allo stesso tempo, croce e delizia nella mia vita: ripensavo a quella magica estate del 1978, due anni prima, quella del fantastico mundial d'Argentina e degli azzurri di Bearzot a farci sognare ed in cui io e mia sorella Anna c'inebriammo di sole, di mare e di arte, o ai settantotto gradini...pardon, baci che diedi alla mia compagna di classe Veronica nel giorno del suo sedicesimo compleanno; ma anche a quando, qualche anno prima, avevo perduto una cifra esorbitante puntando sul settantotto noir alla roulette del casinò di Campione; oppure, che all'età di settantotto anni, ahimé, se n'erano andate da questa vita persone importanti per me: la carissima ed amatissima zia materna Maria, faro della mia esistenza; mio nonno paterno Carlo, ucciso da una malattia incurabile e crudele; e ancora Antonia, cugina buonissima di mio padre), da una qualunque coincidenza astrale o da un qualsivòglia "non so che" che mi balenava dentro. Uno strano stato d'animo, insomma, che ogni tanto prende ad ognuno di noi.
     Ad un certo punto mi balenò nella testa un pensiero altrettanto strano, proprio sul viaggio, anzi, sul viaggio (non quello che mi apprestavo a vivere, ma più in generale) ed insieme sul trascorrere del tempo.
     - Il tempo, - pensai tra me e me - è trascorso veloce in tutti questi anni, e sempre più veloce va, sembra quasi che non si fermi mai.
     - Il tempo, - pensai ancora, - quello spilorcio e inesorabile masnadiero senza riguardo né rispetto verso niente e nessuno (neanche verso la più bella delle donne a questo mondo, o il più saggio profeta o santone della terra!) è proprio un furbo, abile ed infallibile architetto: infallibile ed assai furbo, spietato e infallibile allo stesso tempo!
     - Allora, - mi dissi, - non c'é più tanto tempo, per fare cose...per andare dove mi piacerebbe andare né per fare ciocché realmente vorrei fare, o per andare dove mi piacerebbe realmente andare. Dopo di che mi fermai un po' - il mulinare dei pensieri, infatti, insieme alla luna, mi facevano girare la testa...ma poi ripresi a pensare (sono sempre stato un pensatore, un libero pensatore in vita mia!)...- non c'é più tanto tempo, - ricominciai a dire fra me e me - ma non riesco a vivere come vorrei, forse, anzi, probabilmente; chissà perché? - mi domandai. - Ma forse questo viaggio in Grecia...
     - Forse, - pensai, - mi schiarirà le idee oppure me le annebbierà definitivamente!
     Ripresi allora a pensare e a ripetermi: - non c'é più tanto tempo, non c'é più tanto tempo, non c'é più...- fino a alla nausea, anzi, fino a che d'improvviso udii una voce che mi sussurrò: - Vai ragazzo, vai. Va pure per la tua strada, vai dove ti porta il cuore: va e vivrai!
     Alché cominciai a guardarmi intorno con l'intento di rintracciare colui - o colei - che mi aveva parlato o quanto meno di scoprire il luogo da dove eran partite quelle parole così altisonanti: ma niente, intorno a me niente di niente, neppure l'ombra di un misero fantasma o di un amletico spettro. Mi misi poi a girare in lungo ed in largo per il pontile: ancora niente. Fino a che, oramai stanco, mi sedetti per terra ed alzando casualmente la testa al cielo, quasi per istinto - o per celia, chissà, o forse per scorgervi la stella polare - innanzi a me apparve un volto di donna: dapprima poco nitido ma poi, man mano che lo osservavo, diventava sempre più chiaro fino a quando...alla fine lo focalizzai ben bene, cioé, fino a quando in maniera netta e alquanto precisa riconobbi in quel volto la mia cara nonna materna Eleonora, scomparsa ventinove anni prima, quando avevo appena un anno. E quel volto apparve innanzi a me nuovamente e ancora (come fosse un vero e proprio oracolo che emette la sua sentenza) mi scandì le parole di prima:
     - Vai ragazzo, vai pure Cianino, - diminutivo con cui spesso mi chiamavano in famiglia, - vai e vivrai, ragazzo mio; va pure dove ti porta il cuore!
     E lo fece, quel volto, quella apparizione, quell'oracolo...con precisione quasi chirurgica, ancora altre due volte prima di scomparire nel nulla, all'improvviso: così com'era apparsa. Nel frattempo erano ormai giunte le prime luci del mattino ed io, ancora un po' stordito e quasi traballante per l'accaduto (al limite del paranormale e dell'inspiegabile, oppure dello splendidamente immaginifico, dipende sempre dai punti di vista o dal modo in cui si percepiscono cose che ci circondano e gli eventi che accadono intorno a noi), decisi di rientrare in cabina, dove riuscii miracolosamente a prender sonno e riposare qualche ora. Mi risvegliai intorno alle sette e trenta e svegliai anche il mio amico Antonio, compagno di cabina e di viaggio nonché mio grande amico sin dall'infanzia. Non dissi niente ad Antonio di quanto accadutomi qualche ora prima. Insieme ci vestimmo e salimmo nel salone grande del traghetto, dove facemmo colazione: a base di toast imburrati, marmellata e thé alla menta.
     Il traghetto arrivò nel porto di Argostoli, puntualmente sulla tabella di marcia, alle nove e quarantuno e noi, due minuti più tardi eravamo a terra. Quel viaggio in Grecia durò tre settimane e toccò, manco a dirlo, luoghi da favola: le più belle città delle isole Ionie, da Atheras a Petani, da Mourtos ad Antipata, da Sami a Poros, a Vathi e infine nella mitologica Itaca, la splendida isola patria di Ulisse, il personaggio omerico le cui gesta ed avventure sono narrate con sapienza, acume e immortale maestria letteraria nell'Odissea; la splendida isola cantata dal poeta della nostalgia Kostantinos Kafavis; la splendida isola misteriosa e al tempo stesso mitica per i viaggiatori incalliti come me: quelli, cioé, che sono soliti viaggiare col pensiero e con l'immaginazione ancor prima che con le gambe. Ithake, nell'idioma originale, contava all'epoca meno di cinquemila abitanti "fissi", i quali nel pieno della stagione turistica, che da quelle parti dura da marzo ad ottobre inoltrato, come per incanto - o per disgrazia - fluttuano e si moltiplicano a dismisura, diventando oltre un milione: occulto potere, chissà, se del turismo di massa, o di quello usa e getta, o mordi e fuggi?!
     Fu quello un viaggio bellissimo, il più bello ed indimenticabile della mia vita, nel corso del quale conobbi una ragazza bruna di nome Sandy, una turista americana di cui mi innamorai perdutamente e con cui feci l'amore, ma che dopo di allora non rividi più. Durante quel viaggio, poi, presi alcune decisioni importanti: ossia, una volta tornato a casa, in Italia, avrei ricominciato a studiare (cosa che avvenne) e dopo gli studi avrei aperto, a Castelfidardo (nelle Marche) un negozio di fisarmoniche, strumento che avevo imparato a suonare sin quasi da bimbo da alcuni zingari gitani della puszta ungherese (cosa che avvenne e che ancor oggi mi tiene occupato e mi da, anzi, di che vivere).  Dopo quel viaggio sono diventato più saggio. Ho vissuto, dopo di allora, e vivo la vita come una avvventura...Voglio io: secondo ciò che sento e no secondo ciò che vedo; e poi ho imparato a camminare, e cammino, cammino...seguendo vo' la via (forse, chissà, quella che mi indicò mia nonna nell'apparizione sul traghetto "Hesperis"). Un giorno, forse, tornerò nella terra dei miei avi, l'Australia, in cerca del talismano, ma no - che dico - dell'anziano della terra del ricordo del sogno; e se...là se lo troverò li tenderò la mano e lo porterò via con me!

    Taranto, 25 marzo 2016.  

  • Come comincia:  L'oceano Pacifico, al pari dei suoi due "brothers" più giovani, ossia l'Atlantico e l'Indiano (alcuni considerano anche un oceano Artico a nord, altri inoltre suddividono Atlantico e Pacifico ognuno in due bacini indipendenti, ossia settentrionale e meridionale; in genere, poi, gran parte dei geografi è propensa a rifiutare il concetto di oceano Australe e considera l'Artico come un bacino dipendente dall'Atlantico: i domini dei tre oceani sono anche delimitati verso sud dai meridiani congiungenti America e Africa all'Antartide), è sterminato: esso, infatti, è una immensa distesa d'acqua di quasi centottanta milioni di chilometri quadrati, che ricopre il 35,2% della superficie della terra e bagna ben cinquantadue paesi in tre diversi continenti (Asia, Oceania ed Americhe). Inoltre, è abitato da tantissime specie - sono migliaia e migliaia - da esseri e creature viventi straordinariamente belle ed uniche.
     Una volta, un pittore naif aborigeno, membro dell' Outstation Movement, il quale si batte da decenni per l'integrazione delle minoranze aborigene native nella nazione australiana, ebbe a dire quanto segue: "Adoro disegnare i pesci delle profondità oceaniche perché sono talmente brutti, ma belli a proprio modo. Inoltre, nel fondo degli oceani ci sono cavità talmente abissali, recondite e segrete...incommensurabili all'umano intelletto per cui l'uomo non può avere idea di quali segreti essi contengano". Quell'artista, si chiamava Johnny Dunbar, morì in una prigione di Kalgoorlie (Western Australia), località cinquecentoquaranta chilometri a nord-est di Perth, nota per i suoi immensi giacimenti auriferi.
     Torniamo alle nostre creature...Si pensi, ad esempio, alla tanto incredibile e meravigliosa, fantastica e stupenda megattera bianca, ma anche - direi -  "nonché invero" rarissimamente straordinaria ed alquanto immensa (in tutti i sensi, visto che si tratta pur sempre dell'animale marino più grande circolante in acqua)...: e tale sfilza di aggettivi, - i quali, mi pare siano essi stessi anche in concreta simbiotica sinonimia tra loro, - che ben poco si adatterebbe e mal si concilierebbe, però, a detta di alcuni grandi american writers contemporanei, con l'estro e la creatività della scrittura, o forse - chissà - soltanto coi canoni sanciti e poi quasi beatificati dalla consuetudine, non portrebbe mai esser tanto meritata come in questo caso né più appropriata per definire proprio questo e non qualsivoglia altro essere vivente!
     Essa [la megattera] è soprannominata, da scienziati e studiosi marini del mondo intero, il "leviatano" del mare, sia per quell'alone di mistero frammista a leggenda che l'ammanta, sia per il senso di maestosità e grandezza, appunto, e tranquillità e pace, che la sua figura ispira. Cercate ora di immaginare, cari lettori, la gioia e lo stupore che colse i quindici componenti (cinque dei quali erano donne: fatto insolito all'epoca!) della spedizione Elektra, guidata dal celebre balenologo ed oceanologo uruguayano Rosario Elmir Lopez, quando nel novembre del 1971 essi ne avvistarono una per le ultime volte che la storia naturalistica ed oceanografica ricordi e racconti: e ciò avvenne dapprima il tredici di quel mese (alle diciassette), in un giorno insolitamente freddo (il più freddo degli ultimi cento anni a novembre!), nei pressi di Punta Arenas - regione Antàrtica Chilena - di fianco allo stretto di Magellano; e poi, il giorno seguente, (alle tre del mattino), in un alba insolitamente chiara e luminosa (la più chiara e luminosa che mai ci fosse stata a quella estrema latitudine!) nei pressi di Ushuaia - Patagonia Argentina - di fronte allo stretto di Drake.
     Ed a mio avviso potrebbero essere stati quelli avvistamenti quasi sacre "apparizioni" e magiche da un lato, ma al contempo infauste dall'altro, e circostanze, orari e date non fanno altro che confermarlo. Similmente a ciò che succede all'equipaggio del Veliero quando incontra l'albatro, l'uccello sacro dei naviganti, durante il suo lungo e periglioso viaggio dall'Inghilterra verso Capo Horn ed il polo sud, e poi sino alla tropic-line del Pacifico, in "The Rime of the Ancient Mariner", il capolavoro "fantastico-visionario-ancestrale" di Samuel Taylor Coleridge, sommo scrittore-poeta romantico inglese. Al contrario di quanto accade nel librino, però, nella realtà le cose sono ben diverse; in essa, infatti, non vi è un lieto fine, non succede che un riappacificarsi avvenga tra la natura e l'uomo, un ricongiungersi tra i due sommi vertici ed equilibri dell'universo (il primo, però, tanto perfetto e molto compiuto, il secondo invece alquanto imperfetto e tanto incompiuto!), un ristabilirsi dell'equilibrio rotto.
     I membri della spedizione, quella volta, poterono sì constatare de visu quanto avevano sino ad allora appreso dai loro studi, ossia che l'animale era grande due volte e mezza di più dell'enorme panfilo "Stavros III°" (all'incirca 6,5 tonnellate di stazza e dodici metri di lunghezza), di proprietà dell'armatore greco Aristotele Onassis ed ormeggiato, in quel periodo, nel porto di New York; mentre, d'altro canto, però, dovettero anche riflettere su un fatto ancor più incredibile ed inimmaginabile: ossia, come già a quei tempi, a causa della caccia selvaggia ed indiscriminata posta in essere dall'uomo nei decenni addietro (si pensi che moltissimi di questi giganti mansueti, negli anni cinquanta e sessanta, preferivano volontariamente arenarsi sulle coste o infilzare il capo negli spuntoni degli scogli, dandosi quindi morte certa, piuttosto che finire sotto i dannati arpioni - ed acuminati assai - delle stramaledette baleniere!) la sua popolazione era estremamente ridotta, anzi, ridottissima visto che si parlava di poco più di tre-quattrocento esemplari esistenti. E devo dire, purtroppo, con estremo rammarico, che le cose nei decenni successivi non sono cambiate in meglio ma soltanto in peggio: ed oggidì, infatti, ne sono rimasti addirittura meno di trenta-quaranta esemplari adulti in tutto l'universo oceanico! Allo stesso infausto destino sembrerebbero avviati anche altri "magnifici giganti", che prima solcavano in gran numero le acque del globo: dal lamantino rosa al beluga, dal narvalo australiano al dugongo, dai delfini di Bonaire alle mante a chiazza rossa di Sharm, oppure ai gattucci leone delle Comore, o alle foche lenny delle Svalbard...e via discorrendo.
     La NATURA non è mai futile o casuale né puramente decorativa: essa persegue  -immutabilmente un disegno (ed un piano) ben preciso; essa può apparire spietata (come osservava Charles Darwin) ma fa comunque, sempre, fede (e risponde) - immutabilmente - a leggi ben precise e prestabilite. Pertanto, quando (e se) l'UOMO cerca di rompere questo incantevole nonché magico e superbo, millenario, ancestrale e, per alcuni, sacro nonchè inspiegabile equilibrio, attraverso comportamenti a dir poco incauti, sciocchi ed incoscienti, se non quando addirittura deplorevoli e criminali, non soltanto mette a repentaglio la vita della NATURA, ma anche quella dei suoi simili: infatti egli [l'UOMO] ne è esso stesso parte integrante ma non la possiede, non è il suo padrone...eppur vero è che ad essa appartiene, come alla TERRA ed alla VITA stessa, e non il contrario!
     "E mi viene spontaneo, nonché doveroso, formulare la domanda che segue (che suona, senza mezzi termini, come vero e proprio mio sfogo di rabbia e di rammarico al contempo, oltre che "atto d'accusa" - j'accuse - o "accusatio manifesta", secondo la terminologia giuridica corrente tanto nel dirittto romano che in quello anglofono/anglosassone) per rivolgerla simbolicamente ad un gran numero di ABITANTI del pianeta (siano essi potenti o meno non importa, visto che le colpe sono equanimamente di tutti ad ogni latitudine!) lungo le righe di queste mie strampalate pagine di memorie e di racconto (altrettanto inverosimili quanto straordinarie!)".
     Che ne dite, amici miei - olandesi e russi, giapponesi, cileni, norvegesi, islandesi, peruviani, cinesi e canadesi, o coreani, danesi, indiani, messicani, indonesiani, filippini e thailandesi, spagnoli, portoghesi, inglesi e francesi, argentini e brasiliani, neozelandesi, australiani e sudafricani -, ne sapete forse qualcosa? VOI, che insieme a NOI americani avete deturpato coste, ambienti e paesaggi in nome del progresso tecnologico e della scienza, saccheggiato instancabilmente mari a destra e a manca in nome di un facile profitto ed un utilizzo immediato, arraffando tutto il possibile (ed anche l'inimmaginabile!), allo stesso modo in cui lo facevano bucanieri e pirati nei secoli passati, dopo aver assaltato le navi incontrate sul loro cammino, portato già all'estinzione decine e decine di specie animali e vegetali, in acqua e sulla terraférma, infine scardinato (a volte, addirittura irrimediabilmente distrutto!) habitat a più non posso, incuranti d'ogni cosa?
     Ma alla fine, però, penso proprio che nostra immensa "MOTHER EARTH", il mondo e la NATURA tutta intera sotto sotto se la ridano, anzi, sarcasticamente sogghignino beffardi e fra di loro - probabilmente - dicono questo: "Noi ci saremo ancora, caro uomo, fra milioni di anni quando tu sarai meno di niente, polvere sarai soltanto frammista alla sabbia dei deserti ircani e di quelli...d'Ossezia!

    da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014.   

  • Come comincia:  Senza arrivare ad asserire, magari ricorrendo all'ausilio della teologia, o scomodando addirittura l'antropologia (penso sarebbe cosa non priva di rischi addentrarsi in detti "meandri" e - forse - troppo poco divertente, direi, anzi, alquanto noiosa!), che i postiglioni (coloro, cioè, che guidavano i cavalli sulle vetture di posta un pò di tempo addietro, i quali eran chiamati cocchieri da un certo Giuseppe Gioachino Belli, poeta italico di secoli passati che sarcasticamente fustigò in sua vita papi, sovrani, cardinali e potenti d'ogni risma e dimensione, cantando, però, anche - ed in maniera proba - le azioni della gente umile e del popolo: ossia gli antesiniani o progenitori del moderno chauffeur, per dirla alla francese, o tassista, per dirla all'italiana!) e gli asini sono immortali, vi dico invece quanto segue, il quale non è, purtroppo, frutto della mia pur fervida (molto spesso ) e lucida (di tanto in tanto, qua e là e...tanto meno, credo!) fantasia, ma fu da me medesimo letto una ventina d'anni orsono nella biblioteca di San Isidro - la quale non è monumentale nè statale o quant'altro, ma è veramente fornitissima e aggiornata, credetemi! -, sfogliando un librino, sine data di stampa - dalle riparazioni che trasparivano lungo il bordo e dall'evidente stato di ingiallimento delle pagine dedussi che dovesse essere molto vecchio - di un certo Yorick Sterne (nulla da spartire, evidentemente, col più famoso scrittore d'Irlanda Laurence, 1713-1768, il quale, però, nel suo più celebrato e popolaresco romanzo, "The life and opinions of Tristram Shandy", apparso sulla letteraria ribalta tra il 1759 e il 1765, ampiamente scrive di uno Yorick, personaggio di origine danese e forse, chissà, discendente dal suo omonimo dell'Amleto shakespeariano, che ha molto a che fare con cavalli, ronzini e via discorrendo...ma penso fosse soltanto banale seppur contorta assai "coincidenza letteraria", sic!) e intitolato "Strange and amusing histories of the Irish country":
    "Pare che nessuno abbia mai visto, da quando, mmm...Da quando se ne ha notizia, visitando il padiglione delle puerpere o quello psichiatrico d'uno spedale (come dicasi, di tanto in tanto, anche dei fantasmi e degli zombies degli schiavi delle colonie francesi d'oltremare), un postiglione né mai abbia scoperto un cimitero (quand'anche fosse quello del modesto villaggio di Clogher, nella contea di Tyrone, oppure di Dryburgh Abbey, magari accanto alla suggestiva dimora di sir Walter Scott, che ivi riposa dal 1832 insieme alla moglie, al genero ed al feldmaresciallo lord Haig; o quello di una qualsivoglia sperduta altra landa nelle remote highlands settentrionali) dove vi fosse la tomba di un postiglione o visto un postiglione morto: né mai succederà tanto!
     Ed egualmente nessuno vede mai un asino morto. A nessuno, infatti, è mai capitato di avere quelle sciagurate e tanto strambe visioni né di fare quel brutto incontro, tranne che ad un tale signor Flanagan, distinto impiegato statale cinquantenne, sempre impomatato e vestito con giacca e pantaloni grigi e camicia di seta rosa, durante il suo giornaliero tragitto di quindici miglia, fatto in carrozza, - certamente tirata da un cavallo, di sicuro non da asino - dalla sua casa di Cellbridge, cittadina di campagna nei pressi della magnifica dimora palladiana di Castletown House, disegnata dall'italiano Alessandro Gallilei e "stuccata" dai fratelli Francini nel'700, al luogo di lavoro, un ameno ufficio del ministero dei Beni Culturali sito al numero 81 di O'Connell street, a Dublino (proprio di fianco al General Post Office, un grande edificio in stile neoclassico con portico su colonne ioniche, quartier generale dell'insurrezione del 1916), alle ore sette e quaranta in punto del 23 marzo di tanti anni fa...: ma era quella tutta un'altra storia, ossia una storia a parte perché quello fu un asino francese e quindi è molto facile che non fosse di razza pura. Quando, però, tanto i postiglioni (di prima classe o meno), quanto gli asini (francesi o meno che siano) incominciano a sentirsi imbastiti nelle movenze, lenti di riflesso e fiacchi sul lavoro oltre che di carattere e di tono, allora se ne vanno via insieme, compiendo un atto di consapevolezza e responsabilità senza eguali nei confronti dei loro simili (quelli a due zampe per gli uni ed a quattro per gli altri!), al ritmo di un postiglione per ogni due animali, come al solito. Che fine facciano a niuno è dato di sapere, ma è molto probabile che essi vadano a divertirsi in qualche altro mondo, magari portandosi dietro una rilevante scorta di buon gin scozzese o di whiskey maltato irish e di grosse carote da ingurgitare nel mezzo, nonché di sani sigarini "meharis" alla menta da aspirare ed assaporare nel dopo, perché non c'é persona vivente che abbia mai visto un asino e un postiglione divertirsi in questo!".
     Devo dire, purtroppo, che pur non essendo mai stato in vita mia un postiglione (né francese, o inglese, o di vattelapésca) di mestiere, io (Lucky: tanto di nome, quanto di fatto!) sono certamente un "asino" di pura razza yankee (neanche francese, come detto, o con un po' di sangue irlandese o russo nelle vene), ma non aspiro in nessun modo all'immortalità: spero, però, che quanto fu letto allora (cioé, molti anni orsono) nella biblioteca della mia città (la piccola ma ridente San Isidro, che tutto il giorno si specchia nell'oceano Pacifico), non sia stato soltanto e solo frutto della fantasia, pura e stucchevole dello Sterne (quello sconosciuto ai più o...poco noto, intendiamoci!), ma contenga in sé - invero - qualcosa di reale e "vero". Ad ogni modo ed anche a qualunque costo, cercherò di attrezzarmi al meglio per ogni letale evenienza futura...anzi, direi proprio d'esser già pronto al peggio, fortunatamente! E, scherzi a parte, spero con tutto me stesso e con tutto il cuore - anche se ne dubito fortemente (eccovi dispiegata, dunque, la mia natura di asino...pardon, di ateo abbastanza convinto e ben "ritrovato"), - di ritrovare, quando disgraziatamente (ma inevitabilmente) lascerò questo mondo, da qualche luogo od in qualche dove e per qualsiasi tempo e spazio, tutte le persone che io ho amato profondamente in questa vita e che, a loro volta, mi hanno amato, accompagnandomi - "cammin facendo" - nei meandri dell'esistenza - a volte insidiosi ed alquanto strani - e che sono andate via e probabilmente perdute per sempre ed irrimediabilmente.

    (da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).      

  • Come comincia: Questo è il racconto di una strana storia a "trois": che si concluse in maniera imprevista alquanto. Ho conosciuto Bon Miller (il nome glielo appioppò, mi disse lui stesso una volta, la madre Rosalind, bellissima mezzosangue bruna di origine messicana, sfegatata fan del duo Delaney&Bonnie, noti singers degli anni sessanta-settanta i quali evoluirono anche con George Harrison e Eric Clapton) tanti anni fa (sono quasi trenta, oramai!): vale a dire nell'autunno del 1989. Non ricordo bene in quale occasione, ma credo fosse proprio ad un "Sauna&fishing beache's party" (cosa strana, anzi, turca, turchissima di California su cui -  credetemi - è meglio non dilungarmi!) a Sausalito, in ottobre o novembre: periodo il quale, non so proprio perché, da sempre si ripropone nel corso della mia vita, e spesso facendolo per le date importanti e per le cose che contano...Diciamo pure di un certo peso e valore (nascita di mio figlio John e separazione da mia moglie Karen, inizio malattia di mia sorella Allison e dipartita della mia cara zia materna Mary, etc.): forse, chissà, per congiunzione astrale (a quel tempo, infatti, avviene ogni anno in cielo l'allineamento della costellazione di Andromeda con quella di Callimaco), o forse solo - e soltanto - per mera casualità!
     E' anche vero, però, e guarda caso (pur avendo ciò poco a che fare - oppure no?! - col discorso, pardon, col racconto iniziato), che i suddetti [ottobre e novembre], nonostante siano dei mesi intermedi nonché molto atipici e quasi anonimi, probabilmente, anzi, direi porprio sicuramente, per questo motivo ben si addicono al mio carattere essenzialmente schivo (altra combinazione...sic! sic! - congiunzione astrale o casualità?)...e non è neanche tanto strano, del resto, che molti miei amici mi chiamino "il gatto" (notoriamente è risaputo come quel felino lo sia come e più di me!).
      Ma (vi) parlavo di lui, ossia del mio amico che... Sì, Bon, proprio lui il quale è stato vicinissimo a me durante gli ultimi drammatici eventi (la perdita dei due "grandi vecchi" alias mother&father) che hanno contraddistinto, cambiandolo e stravolgendolo per sempre, il mio cammino esistenziale o meglio il "viaggio", come forse scriverebbe (o racconterebbe, chissà!) qualche autore di romanzi (non so se ottimi o mediocri: non sta certo a me dirlo!) e dimostrandosi, per questo, molto più di qualcun altro - che invece avrebbe dovuto esserlo e non lo è stato...cioè, rivelandosi, per me, un preziosissimo sostegno morale!
     Ma Bon, bontà sua (e che "la botte lo preservi" - e lo migliori - "come fa con il vino e con le pistole", ammonisce un vecchio proverbio d'Arizona), non ha condiviso con me solo dolori e mestizia (fortunatamente, direi, perché la vita, come può non essere fatta solo e unicamente  di felicità, non può neanche esserlo - per la cosiddetta legge, la quale non so da chi fu promulgata, dei due pesi e delle due misure, orbene della compensazione degli opposti, - soltanto di sofferenza e infelicità...come a dire che non si vive di solo miele, come fanno i fiori, né di solo fiele, come spesso facciamo noi uomini masturbandoci la mente; bensì dell'uno quanto dell'altro!).
     Io e lui, infatti, in queste tre decadi di conoscenza, amicizia e frequentazione (a volte metodica e stabile, altre sgangherata e disordinata, tal'altre strana e naif) abbiamo condiviso ben altro ancora, ben altre cose piacevoli e appaganti (della mente, dello spirito santo e anche dei sensi); io e quel cattivo ragazzo (più cattivo, a volte, lo è, credetemi, ma con un cuore gigantesco assai, dei ragazzi più cattivi che siano mai esistiti sul globo terracqueo: gli Stones...Rolling, evidentemente, e non certo Flinstones!) abbiamo condiviso una eterogenea girandola di esperienze e di vita, viaggi, donne...interessi diversi e svariate passioni: in primis quella per la musica, ovviamente, anche quella per la buona cucina (italiana soprattutto), ma anche quello per le donne (noir et rouge sopra tutte), per le moto (Harley unicamente), per le auto (soltanto rouge e con tanti cavalli rombanti all'interno) e per i cavalli (le nere giumente ed i purosangue sauri: che non rombano, evidentemente, ma assai scalciano e nitriscono!). 
     E' da dire che per darmi pane (ed anche qualche cosa d'altro, fortunatamente, dato che non si vive solo di quello!) faccio il vocalist (da non confondere, però, con il frontmen, ossia figura di ben più ampia e vasta portata e capacità artistico-musicali!), cosa invero un tantino inconsueta dalle mie parti per uno come me che ha la pelle bianca, da oltre due decenni al servizio di artisti più o meno noti, tanto in sala d'incisione, quanto in live sessions o vere e proprie tournée. Attualmente, vista la profonda crisi che ha colpito l'intero comparto della musica, incontro sempre maggiori difficoltà a trovare lavoro stabile (uno degli ultimi, alla corte di king Prince, durò appena dieci settimane: ovvero, giusto il tempo, da parte di sua maestà, di incidere il nuovo disco "Walking Through The Stones", che ovviamente ha scalato le hit!) e quindi, spesso, cerco di arrabattarmi come meglio posso in extra working-time: ad esempio aiutando a montare o a smontare i palchi dei concerti oppure cantando, insieme al mio amico, nei locali più squinternati ed insalubri che ci siano nell'entroterra, nella valley e lungo la costa sud californiana.
     Fu proprio durante una delle nostre [intendo mia e di Bon], per così dire, avventurose scorribande musicali (o meglio disavventure notturne mordi e scappa - come le chiama lui, il mio amico - o prendi e fuggi...Goliardiche alquanto e tanto, tantissimo bizzarre, per arrotondare o rinvigorire il portafoglio ed il budget mensile) che conobbi, tredici mesi orsono (sabato più sabato meno), una ragazza...si chiamava Liberty ed era una brunetta snella ed alquanto graziosa, coi capelli tagliati cortissimi - all'inglese, come si diceva una volta, o da maschiaccio birbante che la sa molto lunga davvero, come dico io oggi - e portati con la frangetta sulla fronte; indossava, vieppiù, una vistosa canottiera rossa che rendeva giustizia dei suoi seni piccoli ma turgidi, un attillatissimo jeans bianco marca "wampum" che rendeva giustizia del suo posteriore  bello sodo (messo in risalto, tra l'altro, insieme al suo cespuglioso pube o monte di Venere - spero che abbiate proprio capito di cosa parlo, anzi, scrivo, - dal fatto che non indossasse neanche un misero alcunché di mutandina!) ed un paio di stivaloni neri (stile road-western) che la slanciavano di molto; inoltre, la damigella aveva il tatuaggio di una rosa gialla inciso sul polso sinistro, portava un orecchino a forma di anello che li ciondolava sul lobo dell'orecchio destro e degli occhialini con la montatura dorata che le donavano una grand'aria da intellettuale e le conferivano quel quid di classe che mai guasta, anche rendendola davvero molto sexy: devo dire, infatti, che è sempre stata quella in una donna, insieme al fatto che essa indossi o meno camicie con pantaloni e giacca, oppure che le porti sopra una minigonna, la cosa che più mi fa impazzire; invero, stuzzicando certe voglie strane e provocandomi un "non so che" di paradossale...Ovvero, paradossalmente pruriginoso! Forse, chissà, - è questione di ormoni in disordine, -  mi direbbe don Alfonso Prada, parroco della monumentale chiesa di Santa Dolores del Carmen a Carpinteria, centro ridente sul Pacifico, lungo la litorale della Santa Barbara County, noto ai surfisti per le onde "gentili" e ai più per i suoi straordinari tramonti vermigli e la meravigliosa fauna tropicale che frequenta le sue acque, il quale una volta confessò mio padre tenendolo - ahilui! - sotto i "ferri" per oltre un'ora (spesso mi sono domandato, a distanza di molti anni dall'accaduto, quali monumentali peccati o malefatte dell'altro mondo avesse mai potuto compiere - sic! - il mio vecchio!); anzi, più semplicemente, - trattasi di ipertestosteronemia - come, invece, salomonicamente ma con tono deciso, affermerebbe il mio vecchio medico, George Sullivan, di Sacramento!!
     Tutto avvenne [l'incontro casuale, si intende] in un batter d'occhio (o in un baleno se vi suona meglio!), quasi senza che nessuno di noi due se n'accorgesse né avesse potuto proferire parola alcuna (sia che fosse di piacere piuttosto che di disapprovazione) o farfulliare un alcunché di amen (o "squirrt": la classica e goduriosa affermazione, il tipico intercalare d'uso corrente pronunciati, di solito, nelle nostre amene lande centrali di California tanto da una donna che sia venuta dopo l'amplesso, quanto da un uomo che  abbia avuto la capacità, il timing giusto ed il sangue sufficientemente freddo da farla "venire"!), dapprima tra un bicchiere di whisky, mandato giù a bruciapelo, nature - senza ghiaccio e sels - una parola e uno sguardo ammiccante, eppoi tra un ballo guancia a guancia ed un bacio, al Dusty Spring di Torrance, cittadina distante otto miglia da Long Beach e posta in direzione nord (ovvero San Francisco), dove lei [Liberty] svolgeva mansioni di barwoman e miscelatrice  di cocktail ammazzacristiani (e forse anche, chissà, di scopamica alla bisogna: termine ben poco romantico, direi, ma ben appropriato, credo!) -  al termine della "serata" (niente di speciale: solito compenso di cento-centocinquanta dollari più mance dei clienti ed extra dei proprietari del locale per il pieno dell'auto), e si concluse con una indimenticabile, colossale sveltina anale nel bagno delle signore (o dame che dir si voglia), mentre il mio amico era intento - ed indaffarato, evidentemente, più del solito - a svuotare la vescica nel bagno dei signori(o cavalieri che dir si voglia) dai liquidi malsani ingurgitati in abbondanza nelle precedenti ore! Al termine dell'accaduto, o meglio dicasi dell'avventuroso e consenziente misfatto (o fattaccio), la bella Liberty, nel mentre che si ricomponeva e rivestiva, esclamò:
     - Io, di solito, ho voglia di fare l'amore, poi penso, casomai, con chi e come farlo!
     - Va bene! - li risposi. - E' tutto a posto, tutto è okey, baby! Siamo stati bene, ci è piaciuto, cosa vogliamo di più, cosa si può cercare di meglio dalla vita se non stare bene e fare le cose che ci piacciono?
     Liberty, allora, con fare malizioso ma gentile mi prese entrambe le mani ed esclamò:
     - Sei in gamba, tu, Lucky! Lo sei davvero: sei veramente una gran bella persona (mi sentii orgoglioso di quelle parole perché era quello che pensavo anche io di lei, cioé una donna molto bella che si era concessa al primo venuto, liberamente, soltanto per il piacere intrinseco di farlo: forse aveva letto dentro di me, scandagliato empaticamente nei miei pensieri...Ma non glielo dissi). Dopo di che mi lasciò le mani, mi strinse le sue braccia intorno al collo e mi diede uno smack sulla guancia sinistra: di quelli che trinciano in due l'universo, che lanciano l'eco e lasciano un timbro indelebile nella testa e nel cuore di chi li riceve...ancor oggi, infatti, lo ricordo come se fosse oggi e non ieri!
     Poi, la bella brunetta mi lanciò uno sguardo, coi suoi nerissimi occhi di rugiada (ancor più penetrante e profondo dello stesso smack di prima!) e dopo essersi ricomposta e rivestita tornò in sala, dove nel frattempo, tutti i clienti erano andati via.
     - Tutto è bene quel che finisce bene, - pensai fra me e me, mentre anch'io, pian piano, mi rivestivo; - e fa pure bene alla salute ed al morale! (e lui, quel losco e strano figuro che ci cammina di fianco come un fantasma, credetemi, era realmente alle stelle!). Ma neanche per idea né per sogno: perché...proprio nulla era concluso e le soprese, - o meglio, la sorpresa, - eran poco più che dietro l'angolo.
     La bella, infatti, - proprio lei, - cominciò a discorrere (indovinate? indovinate?) con la bestia...pardon, con il mio amico il quale, nel frattempo, si era a sua volta riavuto dalla sbornia; i due andarono avanti tutta notte (non capii cosa mai avessero avuto da dirsi ma...non importa!), mentre io nel frattempo appisolato su una poltrona in sala. Al mio risveglio (erano poco più delle quattro del mattino: ovvero quattro ore dopo la mezzanotte e otto prima del rintocco delle campane a mezzogiorno, quando avremmo dovuto pranzare, evidentemente!), i due si scambiarono un bacio e cordialmente si salutarono (sembravano, direi, dei vecchi amici piuttosto che persone conosciutesi da poche ore soltanto); poi, io e Bon ci avviammo alla macchina, una vecchia Mustang decappottabile del 1966 (costata la bellezza di sessantaduemila dollari: esclusi cents e nichelini!), color rosso fuoco e un grosso cuore nero dipinto sulla fiancata sinistra. Sulla stada del ritorno non ci scambiammo neanche una parola: la tensione tra noi due era talmente densa che si sarebbe potuta tagliare col coltello. Arrivati a San Isidro ognuno andò per proprio conto ma...
     Volete ora sapere, miei cari, quale fu lo "strascico" di quell'incontro a due, ovvero tra me e la lei, così fortuito e...diciamo pure fottutamente godibile (e voluttuoso) nonché alquanto veloce? O meglio, quello [intendo sempre lo strascico] precedente al successivo? Ebbene sì, a sei mesi di distanza dall'inconsulto "fattaccio", cioé da tutto il resto (cadeva il 17 novembre del 2012 ed era pur sempre un venerdì - sebben esso fosse tiepido e assolato - sic!: alla faccia della superstizione!), Bon convogliò (o si arenò, impantanò: dipende, ovvio, dai punti di vista) a giuste nozze con Liberty, infilandogli la fede al dito sull'altare della chiesa Sacra Caridad, a San Isidro: è proprio il caso di dire (per Bon, chiaramente!) che niente è mai impossibile...ovvero: non è mai troppo tardi per niente e nessuno su questa terra!
     Ripensandoci ora (a distanza di un po' di tempo: ma a mente fredda e lucida, forse) mi vien da ridere, anzi, da piangere (per l'occasione persa, evidentemente; avrei potuto esserci io, infatti, al posto del mio amico...e Liberty è davvero una gran bella ragazza e una bellissima persona!): io, sempre impeccabile e a modo, dolce e garbato, resto ancora single mentre Bon, un filibustiere con la effe maiuscola, invece...
     Quel giorno, al termine della cerimonia nuziale e dop'aver sceso le scalinate della chiesa, mi avvicinai a Bon, ch'era freneticamente intento a stringere mani di parenti e amici e a dispensare sorrisi, baci ed abbracci di circostanza, lo fissai negli occhi ("dritto per dritto": come avrebbe detto di fare il mio vecchio coach dei quarterback, Sonny Sterling, al college, tempo fa!), naturalmente con ghigno bonario, e li sussurrai nell'orecchio destro:
     - Finalmente, vecchio mio, hai smesso di fare il puttaniere!
     Lui, in tutta risposta, dapprima mi disse: - sì, è vero, Lucky, finalmente è tutto finito, lo è davvero questa volta; ho proprio messo la testa a partito! - Dopo di che, col suo fare da figlio di cagna bastonato e remissivo, mi guardò (anche lui dritto negli occhi) e con fare sincero mi abbracciò fraternamente. Si infilò, poi, tenendo per mano Liberty, nella cadillac bianca e nera ch'era ferma davanti alla chiesa, in attesa degli sposi. Non appena il veicolo si mosse, lui, Bon, uscì la testa dal finestrino di destra e rivolgendosi agli invitati, fermi sul piazzale antistante la chiesa, esclamò:
     - Arrivederci, coglioni!
     Era il solito Bon, quello; ma aveva messo la testa a posto (a partito, come aveva detto  lui stesso, poco prima) per davvero.
     - Era ora che lo facesse! - pensai così tra me e me ed aggiungo, sperando che lui [Bon] non debba mai leggere queste righe; - era proprio ora, dopo aver svolto una onorata ed ultra quarantennale carriera in quelle vesti oltre che in quella di single impenitente, impavido ed arcicontento o spensierato...Impunito.
     Si pensi che quel povero ragazzo (Beh!...definirlo ragazzo andrebbe pure bene, ma povero, invece, è davvero un eufemismo!) ricordava a menadito, anni fa, e suppongo li ricordi ancora, i recapiti telefonici delle squillo (altrimenti dette, in Quebec, "entraineuses" oppure, altrove, "ricamatrici borderline" di preservativi!) più rinomate che operassero nel raggio di cinquanta miglia (sicuramente quelle marine o nautiche americane, non certo quelle terrestri o inglesi!) dalla nostra città!
     I novelli sposi tornarono a San Isidro dopo lunga luna di miele (durò quaranta giorni) trascorsa prima in giro per il Canada e il centroamerica, dopo (dalla Baja California, in Messico, al Belize, dal Costarica a Panama, Cuba, Giamaica e Santo Domingo).
     Adesso, però, dopo aver praticato con tanta devozione e discretissima quanto sistematica léna e caparbietà (così per gioco...ma tanto caparbia d'aver avuto bisogno, a volte, per riprendersi, d'annusare i sali -  come fanno i boxeur durante il match - o sniffare un po' di finisssima, e sicuramente non candida, "spring's snow", altrimenti nota come mescalina bianca!), nonché numerose volte (anzi, direi proprio dop'averlo fatto tante, tantissime volte, sinanche a rasentare la nausea) il tira e molla, ovvero il dacci dentro c'altri non è se non la millenaria arte e sopraffina (per alcuni, e molte volte, a mio avviso, lo è: basta frequentare alcuni popoli e studiare la loro cultura, o leggere determinati testi come il Khamasutra, per averne sentore e conferma!), della copulazione, i due soggetti (o meglio soltanto lei, Liberty, visto che, sino a contraria prova, e nonostante i progressi fatti dalla medicina, in particolare la moderna ginecologia, - vitro, provette, elisir magici e quant'altro - la gravidanza resta ancora una prerogativa della donna piuttosto che dell'uomo), aspettano una puer...ovvero una bambina che, come lui stesso [Bon] mi confessò tempo fa (essendo, però, d'accordo con la sua dolce metà), chiameranno Janis in onore, evidentemente, della famosa rock-singer degli anni sessanta-settanta Janis Joplin, appunto, di cui entrambi sono sfegatati cultori: molti la ricorderanno (spero, però, siano ancora di più, ossia milioni!), la soprannominarono "The Pearl" o "brutto anatroccolo" (nomignoli affibbiatili dalla critica e dai media piuttosto che dai fans), aveva una splendida voce, ruvida e pungente (pungenti erano pure i suoi testi, scritti e poi da lei stessa cantati), il sangue black nelle vene e l'anima black. Andò via dalla  musica e dalla vita troppo presto e divenne una icona al femminile della decade d'oro del rock mondiale, al pari dei due Jimmies, Morrison e Hendrix, che lo sono al maschile.
     Orbene, mi domando ora quale possa essere la morale di questa breve storia del "circular triangle" o menage (veloce) a trois tra me, Bon e Liberty appena raccontatavi? (Ammesso e non concesso, però, che debba giuoco forza essercene sempre una). Direi proprio che potrebbe essere la seguente: il susseguirsi delle casualità - davvero mai banale - (è) correlato agli imprevisti nella vita di ognuno di noi: ovvero, la stessa cosa (che) va in un modo ad una persona - bene o male, chissà ,-  al contrario va o può andare, - bene o male, chissà, - ad un'altra!

    da: "Le memorie strane di un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).

  • 04 agosto 2019 alle ore 19:56
    Non posso mentire ancora (seconda parte)

    Come comincia:  L'indomani, al ritorno in ospedale, ritrovai mia sorella abbastanza intontita (o intronata: che è poi identica cosa, detta solo con meno tatto!): era l'effetto della fiala di Toradol (la terapia d'urto, a base di rinforzo delle difese immunitarie al mattino e, soprattutto, per arginare i dolori, era di due fiale da 20 mg/ml pro die: le cose andavano benino, per il momento)...al risveglio, ovvero di rientro dal suo viaggio, Sara mi salutò e sorrise; poi, però, si ammusonì di colpo.
     - Un bacio per i tuoi pensieri, - feci io - (era un gioco che entrambi facevamo spesso da ragazzini: la metteva di buon'umore).
     - I miei pensieri...non val la pena conoscerli, oggi, credimi! - disse lei. - Ma sì, dai...(lei stessa si contraddisse e riprese a parlare), quando mi farai conoscere Laura? Allora, scemo, quando?
     - Presto! - feci io. - Dimmi il tuo pensiero, ora.   
      Leggimi il nostro libro…(era Le avventure di Huckelberry Finn, di Mark Twain, glielo leggevo spesso prima di farla addormentare, quando erano ancora vivi i nostri genitori). Cominciai a leggere ma lei si addormentò di nuovo. Al risveglio, pensai, sarebbe stato il momento buono di dirgli tutto oppure… Al risveglio, due ore dopo, mi precedette (forse, chissà, mi aveva letto nel pensiero):
    - Devi dirmi la verità, Luciano. Almeno tu devi essere sincero, con me; sono tutti gentili e vaghi: il professore mi dice sempre che passerà…ma io non credo a niente di quello che mi dicono, neanche una parola. A te, invece, qualunque cosa mi dirai, crederò. 
     - Non posso mentire ancora! - dissi tra me e me. -
     Dopo quelle parole neanche una statua di marmo avrebbe potuto esimersi dal parlare. Era mia sorella e non meritava di essere presa in giro: del resto, - pensai ironicamente
     - anche un vecchio montagnardo francese mi avrebbe detto “Luciano, la vérité, l’apre vérité!". A quel punto una lacrima sgorgò dalla ciglia del mio occhio destro, ma rimase in bilico, quasi fosse stata strozzata anch’essa dall’emozione, e non volle cadere…- Non c’è più speranza! - le dissi tutto d’un fiato mentre al contempo le stringevo la mano. Lei, sorprendentemente, ebbe una reazione che non mi sarei mai aspettato, di quelle che solo io, freddo per natura, avrei potuto avere…mi chiese senza tentennamenti:
     - Quanto tempo ho ancora? Giorni? - chiese, ferma e decisa. – Oppure soltanto minuti? 
     - Non lo so, credimi, mm…- tentennai un po’, poi mi ripresi – qualche settimana, mi ha detto il prof per telefono, quando tu sei stata male, sabato scorso. 
     - Bene! - fece lei, con fare quasi sarcastico ed ironico. - Allora siamo a cavallo, non credi? Pensavo avessi meno tempo, in fondo! 
     - Tu sei tutta matta, - esclamai io - sei proprio mia sorella, lo sai? 
     - Domani, Luciano, mi porterai la rivista di cui ti ho detto (la povera sorellina pensava ancora di potermi e dovermi aiutare a trovare l’abito per il mio matrimonio, quello “fasullo” di cui le avevo detto: di organizzarlo insieme a me… ma che importa; contava solo che vivesse attimi di serenità e, forse, di gioia insieme a me) e dopo…- Si fermò per un attimo, aveva avuto una fitta fortissima in mezzo alla fronte (effetto collaterale del Toradol), ma poi riprese:
     - Prendi carta e penna, - disse, - devi aiutarmi a scrivere. 
     A quel punto mi ammutolii per un attimo (sembrava quasi che fossi io ad avere un male che mi divorava dentro e che, di lì a qualche settimana, forse meno, mi avrebbe portato via da questa terra), mi venne in mente un aforisma della grande scrittrice e poetessa franco-belga Marguerite Yourcenar (lo avevo letto da qualche parte, ma non ricordavo dove, però): "Dobbiamo entrare nella morte ad occhi aperti"…e lei, Sara, la mia dolce sorellina lo stava proprio facendo: ad occhi aperti e con coraggio, prendendo di petto (anzi, a calci nel culo!) la vecchia signora con la falce. 
     - Dimmi, vecchia, (ogni tanto la chiamavo in quel modo, per prenderla in giro e farla arrabbiare) -  cosa vorresti fare con carta e penna: hai da fare testamento? Se non hai un soldo bucato! – esclamai. (Anche io, a quel punto, avevo ripreso le mie forze e riuscivo a reggere il suo gioco…ricominciavo ad essere ironico e un pò pagliaccio). 
     - Una cosa del genere: - mi rispose Sara - devi aiutarmi a scrivere a tutte le persone che conosco, a cui ho voluto bene e che mi hanno voluto bene (erano tante, tra parenti ed amici: ma non mi scoraggiai). E poi voglio organizzare il mio funerale, voglio essere cremata e seppellita accanto a mamma e papà (la cappella di famiglia, quella dove riposavano i miei genitori, insieme ai nonni, era a Castellania, piccolo borgo dell’alessandrino di appena centocinquanta-cent’ottanta anime, dedito alla viticoltura, in cui si passavano le vacanze estive: sù, in cima al colle di San Biagio che sovrasta l’abitato, vi è il piccolo cimitero in cui riposa anche il “campionissimo” Fausto Coppi; - di li a poco anche lei…- pensai, tra me e me - sarebbe stata lì). Sara a quel punto si bloccò un attimo e si asciugò una lacrima: poi continuò imperterrita a parlare e a darmi disposizioni sino all’orario di uscita. Nei giorni che seguirono, sino al venerdì 18 aprile, il giorno, cioè dell’antivigilia di pàsqua (sarebbe stato, insieme al successivo, quello cruciale), aiutai mia sorella a scrivere le lettere di cui detto (lei era fantastica, come al solito: scrisse anche una bellissima lettera all’ex fidanzato, in cui diceva di non aver rancore per lui, per il fatto che l’avesse lasciata due anni prima); poi lei aiutò me a trovare il vestito giusto per il mio fantomatico matrimonio (il suo, invece, glielo avevo comprato io, qualche giorno prima; cinquantanove euro in svendita – anche quel tipo di vestito, forse, risente della recessione – in un negozietto vintage in largo Belgio al quartiere Vanchiglia, poco distante dal centro). Stentavo a credere a tutto quanto stava avvenendo, cioè, stentavo proprio a crederci, letteralmente: non riuscivo a capire dove mia sorella prendesse tutta quella energia e quella forza interiore.
     - Chissà, - dicevo a me stesso - se era opera di un dio o di un diavolo…avevo, però, altro da fare, in fin dei conti, e restavo, per così dire, agnostico. Alcune volte, tuttavia, il dolore (il suo, quello vero, alle braccia, o al collo, o al fianco destro) era insopportabile; mia sorella, però, mi toccava con la sua mano, dolcemente (era sempre la sinistra, quasi a tranquillizzarmi...lei, stranamente, lo faceva a me!) ed io capivo: allora Alfredo, o Gino, o la caposala Grimaldi entravano nella stanza, en passant, e ironicamente esclamavano:
     - Bimbi, è l’ora della puntura (il Toradol era rimasto tal quale a prima: in aggiunta, però, li iniettavano una dose di Contramal da 1,5). Il venerdì suddetto arrivò. Entrai nella stanza: Sara era colorita in volto (per via della febbre, probabilmente, e della dose più alta di antidolorifici iniettatagli), la baciai sulla guancia destra. Nel frattempo entrò anche l’infermiera Sallusti, una milanese trapiantata a Torino, bionda e bella da impazzire.  Somministrò a Sara la dose di immunostimolante e poi le prese la temperatura:
     - E’ scesa - disse; poi andò via. Io ero uscito in corridoio, nel frattempo, a fumarmi una sigaretta (è da una vita che fumo le Merit senza filtro: più che fumarle, però, faccio due o tre tiri e poi le getto via; è per questo che consumo circa quattro-cinque pacchetti da venti al giorno). Rientrai in stanza e mia sorella, di getto, cominciò a parlare. 
     - Sai, Luciano, - mi disse, decisa e sicura (sembrava quasi un kapò di Auschwitz!) - penso che non importi, in fin dei conti, quanto tempo vivi né il tempo che trascorri su questa terra, a questo mondo: ciocchè conta, invece, è quello che hai fatto durante il viaggio, le persone che hai amato e ti hanno amato. Quello che conta è la vita terrena, non quell’altra che probabilmente non c’è, e se hai lottato e vissuto con fierezza, dignità e coraggio. Sai, fratellino – continuò - pensa alle farfalle, che vivono una settimana soltanto da quando hanno terminato di essere crisalidi: giusto il tempo di fecondare…mentre ci sono persone che vivono cent’anni e passa ma non fanno nulla di buono. Questo pensiero bellissimo espresso con poche, essenziali parole in un momento così difficile e drammatico nella vita di entrambi (non era una stolta, tuttavia, mia sorella, lo sapevo: non a caso si era laureata in filosofia, a Roma, con tanto di lode sulla tesi) mi diede serenità e coraggio: avevo capito che lei, pur essendo atea come me, oltre ad entrare nella morte ad occhi aperti (come dice la Yourcenar) ed a sua volta coraggiosamente, era pronta ad affrontare la situazione senza patemi di sorta, con la ben chiara consapevolezza di ciò a cui andava incontro. Ironia della sorte, era proprio lei che in quel frangente riusciva a darmi buone sensazioni e, inconsapevolmente, a donarmi ancora una volta aiuto e sostegno morale. Il resto della serata, prima che tornassi a casa, lo passammo uno seduto sul letto e l’altra con la testa appoggiata sulle mie gambe. In quei momenti, dentro me stesso, pensai:
     - Darei qualunque cosa, anche la mia vita, perché la mia Sara non dovesse fare quella brutta fine, scambierei più volte, persino dieci, la mia vita con la sua, ma…non si può avere sempre quello che si desidera nella vita! 
     Terminato l’orario di visita ci salutammo e la lasciai (non sapevo, però, che quello sarebbe stato l’ultimo saluto tra noi, l’ultima volta che l’avrei vista in vita). L’indomani sera, infatti, arrivato sull’uscio della porta della stanza mi accorsi che il letto era vuoto. Si avvicinò a me il dottor  De Carlo e fece:
     - Luciano, Sara è entrata in coma stamattina, alle dieci e trenta in punto. Abbiamo tentato di contattarti più volte ma il tuo cellulare era sempre senza segnale. Vieni con me, ti accompagno in rianimazione; animo dai! 
     In effetti il mio cellulare era scarico dalla sera precedente: avevo disgraziatamente dimenticato di porlo sotto carica. Giunti in rianimazione, non ebbi il tempo di dire neanche un amen e…mi avvicinai al letto di  Sara, nella stanza con la luce rossa soffusa, e mi accorsi che non respirava; venne vicino a me, allora, il professor Anselmi e mi disse:
     - E’andata, Luciano!
     Erano le ventitrè, mia sorella non c’era più: non potevo crederci ma dovevo farlo.   Dentro di me pensai: 
     - Ora sì che sono solo! 
     Al tempo stesso, però, pensai che in quelle settimane dolorose ma anche, a loro modo spensierate, era stata proprio mia sorella che mi aveva insegnato a capire alcune cose sulla vita e l’esistenza: non fui io, invece, ad aiutarla a morire. Qualche settimana dopo, un venerdì, mi recai sulla tomba di Sara, nella cappella di famiglia, nel cimitero di Castellania. Lessi: "Sara De Bernardi, nata il 1°aprile 1988, morta il 19 aprile 2017".  Sotto le date, sul lato sinistro del marmo tombale, vi sono scritte in corsivo piccolo, coi colori bianco e nero, le seguenti parole (io stesso avevo incaricato il marmista, a tumulazione avvenuta, di farle incidere): "Tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento" (Claudio Lolli, profeta di un sogno). 
     - Parole stupende! – dissi tra me e me. – Ora, pensai, anche Sara è lì, insieme a Coppi, in compagnia dei miei genitori. La morte è uguale per tutti, la sola cosa che rende uguali a questo mondo. Tutti uguali dinanzi all’ignoto, solo e soltanto uguaglianza “per i piccoli come per i grandi”! Nel tragitto che mi ricondusse a casa, a Torino, in macchina, mi tornarono in mente anche alcuni versi, in latino, che mio padre spesso leggeva a me da ragazzino; facevano il paio, quelli (ironia della sorte, forse) con il pensiero che Sara aveva esternato a me, poco prima di lasciarmi per sempre: "Damna tamen celeres reparant caelestia lunae: nos ubi decidimus quo pater Aeneas, quo Tullus dives et Ancus, pulvis et umbra sumus". Sono versi di Orazio (la celebre ode dedicata a Torquato): il più realista, in fondo, dei poeti latini. Sottolineano la caducità e la precarietà delle vicende umane ed il fatto che né pietà, grandezza, onori o ricchezza possano sottrarre ogni essere vivente dal suo destino di finitudine (…di polvere e di ombra soltanto siamo fatti). Permeato di crudo realismo ma anche di velata speranza ed estrema dolcezza, giunto che fui sull’uscio di casa, era qualcos’altro: 
     - Adesso sono davvero solo?! - feci a me stesso; - ma no che non lo sono, pensai poco dopo: d’ora in poi il ricordo di mia sorella sarà per sempre al mio fianco!   

    Taranto, 17 dicembre 2017.                                               luciano74121@gmail.com

  • Come comincia: L'elefante è un mammifero proboscidato appartenente alla famiglia Elefantidi (ordine Proboscidati). E' il più grande animale terrestre esistente al mondo. Le due specie esistenti sono quella africana (Loxodonta africana) e quella asiatica (Elephas maximus). La seconda è di dimensioni - e dalle orecchie - più piccole rispetto alla prima. Sottospecie di elefante africano sono le seguenti: elefante comune o di savana (Loxodonta africana africana), diffusa, al pari del cugino più grande, in tutta l'Africa centrale e nota per il fatto di avere le orecchie col bordo inferiore triangolare; elefante di foresta (Loxodonta africana cyclotis), la quale è più piccola dell'elefante comune e presenta un numero maggiore di unghie negli arti. Sottospecie dell'elefante asiatico, invece, sono le seguenti: quello indiano (Elephas maximus indicus), quello di Sumatra (Elephas maximus sumatranus) e quello nominale, endemico dell'isola di Srilanka, catalogata da Linneo col nome scientifico di Elephas maximus maximus. L'elefante asiatico e le sue tre sottospecie sono tutte a rischio: più di tutte, però, lo è quella di Sumatra, la quale dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) è catalogata con la fascetta rossa ("pericolo critico"). Secondo ultime stime la popolazione dell'elefante asiatico comune è ridotta a non più di quaranta-cinquantamila individui. Cause del calo demografico sono: riduzione e stravolgimento dell'habitat e caccia spietata per l'avorio da parte dell'uomo. Gli elefanti sono i più grandi vegetariani del globo terracqueo: essi trascorrono diciotto ore del giorno a mangiare, in cui arrivano a consumare anche cinquecento chili di cibo...Come dire che: "erbivori si nasce non si diventa!". Potrebbe sembrare pazzesco o quanto meno stravagante e fuori gusto quanto leggerete di seguito ma è tutto vero: appurato, cioè, e certificato da studi specifici altamente attendibili. Da millenni questi pachidermi, - ossia ancor prima della comparsa dell'uomo sulla terra - venerano i defunti, ovvero hanno innato il culto dei morti (non a caso un tale di nome Aristotele li definì, millecinquecento anni fa, "gli animali che superano tutti gli altri per intelligenza e spirito"): essi, infatti, tornano - di frequente - nel luogo in cui i propri simili (familiari e altri membri del branco) sono morti e vi restano per giorni...è proprio il caso di dire, allora - a mio modesto parere - quanto segue: "molti umani dovrebbero prendere esempio da questi pachidermi" (c'é gente - e lo affermo con cognizione di causa, a ragion veduta ed assumendone la piena responsabilità - ad esempio, che non presenzia neanche alle esequie della propria madre!), oppure, per stemperare i toni del racconto, secondo il vetusto ma sempre efficace sense of humour made in England, "un sano week-end col morto!". Chapeau, dunque, agli elefanti e lunga vita alla regina...pardon a loro!
     L'inseparabile guancenere (Agapornis personata nigrigenis), dal suo canto, è un animale diverso, se non altro per le dimensioni, ma non meno intelligente e sensibile degli elefanti. Trattasi di un pappagallino simpaticissimo, multicolorato e minuscolo (pesa appena cinquanta grammi) che vive in Africa (il suo areale è ristretto, oramai, a zone limitate dello Zambia). Costituisce un gruppo di nove specie di cui otto suddivise nell' Africa continentale e una in Madagascar, dell'ordine Psittaciformi e della famiglia Psittacidi. Deve il suo nome all'intenso legame di coppia che stabilisce col partner. Negli anni passati venivano catturati in gran numero per farne animali da compagnia. Hanno, però, una precipua particolarità: se privati di un compagno o una compagna, essi considerano l'uomo (inteso in generale come essere umano) loro partner e ciò li rende desiderabili e, al contempo, fragili e disperati se il proprietario li trascura. E' una specie in notevole pericolo di estinzione (popolazione ridotta a duemilacinquecento-diecimila individui adulti): causa cambiamenti climatici, riduzione dell'habitat e caccia dell'uomo. Secondo la IUCN è in fascia gialla: ossia vulnerabile! Gli inseparabili esistenti: inseparabile dalle ali nere (Agapornis taranta), inseparabile capo grigio (Agapornis cana), inseparabile dal collare nero (Agapornis swinderniana), inseparabile dal collo rosa (Agapornis roseicollis), inseparabile dalla testa rossa (Agapornis pullaria), inseparabile di Fischer (Agapornis personata fischeri), inseparabile di Nyassaland (Agapornis personata lilianae), inseparabile mascherato (Agapornis mascherata mascherata).

  • 28 luglio 2019 alle ore 21:24
    Non posso mentire ancora (prima parte)

    Come comincia:  Mia sorella Sara stava morendo su un letto d'ospedale ma non volevo ammetterlo né dirglielo; non trovavo, cioé, la forza di spiattellargli in faccia, lei tanto buona e dolce, la nuda e cruda verità. Al tempo stesso, però, dubitavo se mai fosse giusto, da parte mia, seguitare a comportarmi così: se avevo perciò il diritto di tacere ancora.
     - Chi mai sono io da arrogarmi il diritto di farlo e negarne a lei uno ancor più sacrosanto: quello di sapere? - ripetevo di continuo fra me e me, domandavo alla mia stessa coscienza. - Sono soltanto, in fin dei conti, suo fratello maggiore (ho sei anni più di lei), la sua balia cresciuta ed acquisita cammin facendo (lo ero diventato, mio malgrado, da quando, dieci anni prima nostra madre Gabriella e nostro padre Marco, morti in un incidente d'auto sull'autostrada del Sole, di ritorno da una vacanza trascorsa da soli, ci avevano lasciati per sempre) - era la risposta più logica ed ovvia che riuscivo a darmi. Così soffrivo tanto dentro di me, preso dal dubbio e dalla incertezza, macerato da quella fottutissima "coppia" di bastardi: letteralmente quelle che si definiscono, voce di popolo alla mano, le proverbiali pene dell'inferno!
     Erano diverse settimane, ormai, da quel fatidico primo di aprile (non è affatto uno scherzo né un pesce d'aprile, purtroppo!), proprio il giorno del suo ventinovesimo compleanno (quando accusò i primi sintomi), che lei lottava, con tutte le sue forze, strenuamente e con coraggio da leonessa, contro due serpenti a sonagli insinuatisi nel suo corpo senza chiedere permesso e che, lentamente ma inesorabilmente, lo stavano (e la stavano) divorando: il morbo di Hodgkin (un linfogranuloma maligno del sistema linfatico: così chiamato dal nome dell'istologo inglese che per primo lo scoprì, a metà ottocento) ed un sarcoma alle ossa. Lei, invero, è sempre stata un tipo testardo e cocciuto, a dispetto della sua bontà e gentilezza d'animo, molto più di me che pure, per natura, lo sono già abbastanza (è da una vita, infatti, che sono in perenne lotta contro un nemico indistruttibile che si chiama "me stesso"!): questo è un bene, certo, ma a volte non serve o quanto meno non basta a lottare contro la realtà delle cose ed il destino avverso. Sara, infatti, era ricoverata alle Molinette di Torino, nel reparto ematologia donne diretto dal professor Attilio Lombardi, luminare in Europa e nel mondo, amico di liceo di mio padre con cui era rimasto in contatto sino al momento dell'incidente che lo aveva portato via ad entrambi. Spesso il professore era a cena da noi, nella nostra abitazione di Pinerolo (circa trentacinque chilometri a sud-ovest del capoluogo, sulla strada che porta al Sestriere), in cui ci eravamo trasferiti dopo la nascita di mia sorella, nel 1988; sita al numero 77 di via Kropotkin (il cognome del rivoluzionario moscovita Petr, poi passato all'anarchismo, che il sindaco Girolami, ex PCI, nel 1985 li aveva affibbiato - quella strada si chiamava prima Massimo D'Azeglio, - chissà, se colto da raptus senile o...probabilmente per omaggiare il sottoscritto che di lì a qualche anno sarebbe arrivato in paese con la famiglia e crescendo sarebbe poi diventato l'unico anarchico dei dintorni!). Il professore ci veniva con sua moglie Laura (la coppia non aveva figli: lui è infertile), una donna minuta oggi sulla settantina, all'epoca molto avvenente, venuta al nord con la famiglia di umili origini (il padre operaio alla Fiat, la madre casalinga): si erano conosciuti quando la donna faceva pulizie a casa dei genitori del medico e così si erano sposati, nel 1977, in piena epoca delle lotte operaie (l'autunno caldo a Mirafiori e nel triangolo industriale) e studentesche (l'anno fatidico, quello, della nascita del "movimento", di cui mio padre fece parte attiva essendo grande amico, tra l'altro, del fumettista Andrea Pazienza, uno dei deus ex machina dello stesso!), in piena epoca "strategia della tensione", quando le bombe ed il terrorismo lasciavano ovunque segni e lutti; i compagni autonomi colpivano duro nelle piazze, nei quartieri, negli atenei, nelle fabbriche ed i neri del fascio, però, non erano da meno; nascevano e morivano, nel giro di poco, ideologie, ideali ed utopie: in piena epoca, insomma, degli importantissimi stravolgimenti socio-politico-economici che avrebbero cambiato per sempre il volto ed il corso della storia italiana...E' proprio il caso di dire che l'amore (ma non sempre è così, però!) non conosce barriere ideologiche, economiche e sociali. Ebbene, il professore (ironia della sorte!) spesso aveva tenuto sulle sue ginocchia Sara, quando veniva da noi, coccolandola e giocando con lei: era una nipotina acquisita per lui, li voleva un gran bene: adesso, invece...Era cresciuta e stava lottando per la vita contro la morte proprio nel suo reparto. La mia sorellina aveva cominciato la chemio già dal primo giorno di degenza, per contrastare il male (i suoi bellissimi capelli castani, morbidi come la seta, lunghi come il crine di un cavallo e profumati sempre di mirto e lavanda, avevano per un pò resistito, ma poi erano caduti a grappolo: sembrava un cocomero bianco!). Subito, però, le cose non andarono come previsto: la realtà, purtroppo, aveva mostrato impietosamente il suo volto vero ed oscuro. La settimana era trascorsa in fretta, tra una visita in ospedale ed il mio lavoro, stressante, di lavapiatti ed aiuto cameriere (al ristorante Rendez-Vous, in corso Vittorio Emanuele II° 38, di fronte alla stazione di Porta Nuova, sempre strapieno come un uovo, a pranzo come a cena) e senza grossi imprevisti: tranne una piccola crisi nervosa di Sara, a cui avevo fatto fronte col mio proverbiale sangue freddo e con l'ausilio di venti gocce di valium, somministrategli dall'infermiere Alfredo. Devo dire, tuttavia, che il tempo allora non aveva molto senso per me: al suo trascorrere non ci facevo più caso: tutto era diventato un fare di routine! Eravamo, comunque, vicini alla pàsqua, oramai (sarebbe caduta di lì ad una settimana) e quel sabato sera (il 12 aprile) non lo dimenticherò facilmente. Alle diciassette in punto partii da casa, in macchina, e mi recai in ospedale (avevo un pass speciale, viste le condizioni di Sara, il quale mi permetteva di entrare in visita verso le diciassette e venti-diciassette e trenta, un paio d'ore prima rispetto agli altri): il fine settimana ero libero, di solito, vista la chiusura del ristorante, e potevo (nonostante tutto...che camminassi minacciosamente di fianco all'oblio) giostrare l'impegno con più tranquillità (potrebbe sembrare un eufemismo, cazzo...è così!), ma in questi casi, si sa, le sorprese, soprattutto quelle non gradite, sono sempre dietro l'angolo (è proprio il caso di dirlo, anzi, di scriverlo dopo averlo pensato a lungo!).
     Alle diciassette e ventotto in punto posteggiai la macchina, comprai il solito paccotto di giornali e riviste da portare a mia sorella (tra cui Intimità e Cronaca rosa, quelle che piacevano da matti a nostra madre) all'edicola di via Varazze, di fronte all'ospedale, ed in un lampo fui su in reparto. Entrai nella stanza (la seconda sulla sinistra, partendo dall'ascensore e dal montacarichi; l'unica "riservata", nel reparto, con due soli letti, l'armadietto ed il doppio bagno: trattamento speciale per noi, grazie al prof) e puff, vuoto e silenzio assoluti...mia sorella, ahimé, non era nel suo letto. Un tonfo al cuore, allora, mi prese: il rumore del suo battito sembrava davvero quello di un tuono durante un temporale estivo. Mi rivolsi, così, alla caposala Grimaldi (donna simpatica ed espansiva, no la classica Rottermayer tutta d'un pezzo! sui cinquanta ben portati, originaria di Erice nel trapanese):
     - Senti, Luisa, ma dov'é Sara? - le chiesi agitatissimo. - Cosa è successo?
     - Ha avuto una crisi, mezz'oretta fa: - esclamò lei, dispiaciuta. - L'hanno presa per i capelli, sai? E' in rianimazione ora!
     Mia sorella, purtroppo, aveva avuto una  grave crisi respiratoria (al limite dell'arresto cardio-circolatorio), dovuta alle carenti difese immunitarie. La situazione, però, era stabile. Come un siluro impazzito letteralmente mi catapultai al secondo piano (ematologia è due piani più sopra rispetto alla rianimazione) e da dietro i vetri dello stanzone, colorati giallo opaco (Sara era sul letto al centro, tra i letti di altri due malati privi di conoscenza), nel corridoio del reparto, vidi lei, la mia dolce sorellina, tutta intubata ed inerme...non ebbi il coraggio, evidentemente, di guardare per molto né di piangere: dopo qualche minuto scappai via e mi diressi verso l'ascensore (non avevo neanche voglia di scendere per le scale, a piedi, com'ero solito fare) che mi avrebbe portato nella hall dell'ingresso eppoi all'uscita dall'ospedale: una volta in strada, però, fui soltanto capace di fare una ventina di passi; dopo di che, giunto che fui in via Nizza, all'altezza dell'ufficio postale Torino 5, mi sedetti sul cruscotto d'una vecchia Punto 900 C posteggiata a pettine: a quel punto scoppiai in un pianto a dirotto.
     - Finalmente sono riuscito a farlo! - dissi fra me e me (era la prima volta, infatti, che piangevo dal giorno del ricovero di mia sorella). Quella fu per me una sorta di liberazione...fino ad allora ero sembrato essere una faccia di cera oppure, chissà, Buster Keaton col viso da giovane, senza fisionomia: sempre impassibile e freddo!
     La "crisi" di pianto, però, durò all'incirca dieci minuti. Un vecchio calvo (con grossi baffi), che camminava poggiandosi al bastone, mi passò davanti e domandò:
     - Ragazzo, hai bisogno di qualcosa?
     - No, grazie, è tutto a posto! - risposi.
     Mi ripresi. Avevo capito, ero finalmente sicuro sul da farsi: qualora Sara si fosse ripresa ed uscita dallo stato di incoscienza in cui era sprofondata, gli avrei raccontato tutto, per filo e per segno avrei detto a lei la verità sul suo male e sul tempo che le restava da vivere. Dalla tasca del giaccone rosso che indossavo estrassi,allora, il cellulare (un vecchio, desueto apparecchio modello "McOnsen MF03" comprato cinque-sei anni prima di contrabbando, in piazza Statuto: ero uno dei due dinosauri, o tre al massimo, rimasti in tutta Torino e provincia a non avere con sè regolare porto d'armi...pardon, uno smartphone, o un i-pod, o un i-pad!) e feci il 3388181595, il numero del professor Lombardi.
     - Pronto, chi parla? - Fa lui.
     - Prof (lo chiamavo così, un po' tra il sarcastico ed il bonario, sin da ragazzino: non ci faceva caso...aveva sempre avuto il sense of humour, lui!), - sono Luciano. Ha saputo? Sara sta malissimo! Mi dica, come andiamo?
     - Ho saputo! - rispose lui. - Un quarto d'ora fa mi ha chiamato Giulio (il dottor De Carlo, suo vice e braccio destro, più giovane di lui di quindici-sedici anni: bravissimo medico, gentile e disponibile con tutti, sempre; affabile ed alla mano...Faccia simpatica con un paio di baffi alla D'Artagnan, venuto su dalla Campania, Santa Maria Capua Vetere - il paese della pizza a metro; laureatosi a Firenze, dove ha fatto gavetta: al Cto e al Careggi); non devi preoccuparti, Sara c'é la farà in un paio di giorni e poi...Il resto lo sai (aveva capito al volo che cosa intendevo conla domanda precedente). Le cose, purtroppo, quelle altre, non vanno mica tanto bene: due giorni fa abbiam fatto un'altra biopsia, una metastasi è sotto l'orecchio sinistro, un'altra all'altezza del fegato. La chemio non serve più a niente, ormai. La interrompiamo quando riprende conoscenza. L'unica cosa che potremo fare è di alleviarli il dolore e tu...starli sempre vicino: il tuo cuore deve essere insieme al suo!
     Parole impietose, quelle del prof, ma lucide e senza tanti ghiribizzi di sorta o di circostanza; insomma, senza girarci troppo intorno né ricorrere ad ipocriti sotterfugi...sincerità.
     - Ho capito! - feci io; poi domandai: - lo sapevamo già, vero? Quanti mesi ancora, prof?
    (Facevo domande a cui il prof aveva in parte risposto prima: inconsciamente mai avrei voluto conoscere la risposta; anzi, le facevo proprio perché avrei voluto sentirmi dire ben altre cose...Tutti vorremmo sempre che ciò avvenga, in fondo).
     - Mesi per niente! - rispose. - E' questione di settimane: due, tre al massimo! Vuoi che ci pensi io, Luciano, oppure che lo faccia Laura?
     Il professore si riferiva a chi avrebbe dovuto dirglielo a Sara; dirli la verità! Decisi che ci avrei pensato io: lo avrei fatto a costo di farmi evirare e diventare così un eunuco! Alla mia sorellina, la "piccola-grande Sara", il mio coniglietto verde (così la chiamavo, sin da quand'era bambina, per via di un dente che li sporge dalla dentatura superiore), ci avrei pensato io.
     - No, prof, tocca proprio a me farlo: è giusto così!
     - Va bene, Luciano, fai come desideri meglio: lascia parlare il tuo cuore. Ora devo lasciarti, ho una visita in studio che mi aspetta.
     - Arrivederci, prof! - dissi io. - Ci vediamo in reparto domani.
     Lasciato il professore, presi la via di casa, a piedi (dimenticai di aver posteggiato la macchina a due passi dall'ospedale, nel parcheggio abusivo di via Varazze): il nostro (mio e di Sara) è un appartamentino modesto ma dignitoso, preso in affitto; con due camere, più bagno e cucina, in piazzale San Gabriele di Gorizia al civico 13, tra corso Unione Sovietica e l'ospedale inferiore Koeliker, di fronte al vecchio Filadelfia - comunemente, per i gianduia, quartiere Lingotto-Mirafiori. Giunto a destinazione (mi ricordai, nel frattempo, della macchina posteggiata nei pressi dell'ospedale), mi buttai sul letto, distrutto (senza cibo toccare e tutto vestito, così com'ero rincasato) e dormii sino al mattino seguente: dieci ore filate! Alle sei in punto feci colazione e mi recai in ospedale per recuperare la macchina: dopo di che andai al lavoro. Al termine del mio turno, poi, solita trafila e solito "pellegrinaggio": prima un salto, en passant, a casa, dopo di che, verso le diciassette, pronto per la visita a Sara... - Come l'avrei trovata? - Domandai a me stesso. - Era cosciente, la mia sorellina, oggi, oppure "dormiva" ancora?
     Le sorprese, anche quelle positive, in questi casi, o meglio al limite del paranormale e dell'inspiegabile, sono sempre all'ordine del giorno...Girando l'angolo le puoi trovare sulla strada (della vita), lunghe e distese sul marciapiede: a prendersi gioco di te, a meravigliarti o a deluderti...chissà. 
     Arrivai in reparto e dopo aver salutato la Grimaldi mi affacciai sull'uscio della stanza (come un riflesso condizionato), poi accadde tutto... con sorpresa vidi mia sorella seduta sul letto, sorridente e serena come nei giorni più felici: sembrava un guru indiano, pronto per la meditazione o un incantatore di serpenti subito dopo aver svolto il suo lavoro. Il suo volto non era spento e smunto come nelle settimane precedenti ma bello e naturale, non sapevo se scoppiare a ridere o in lacrime; così ricacciai indietro le mie emozioni ed entrai nella stanza sorridendo: lei aveva bisogno di me e del mio cuore (ripensai, infatti, alle struggenti parole che aveva proferito il prof telefonicamente, sera prima).
     - Stai meglio, - dissi subito gridando, - oggi hai il colore del sole impresso addosso, sorellina!
     Lei non disse niente ma mi sorrise: mi avvicinai al suo letto, la strinsi forte tra le mie braccia quasi a...
     - Ehi, piano! - fece lei. - Quanto entusiasmo, quanta passione; siamo fratello e sorella, io e te, non due innamorati! Vuoi soffocarmi? Hai vinto per caso al gratta e vinci?
     Dentro di me pensavo: - Miracolo (sono ateo da oltre trent'anni ma...), ha ritrovato anche il piglio ed il senso arguto dell'umorismo!
     - No, stupida! Sono soltanto felice che tu oggi stia meglio: eri in un altro mondo, ieri, ricordi?
     - Sono semplicemente tornata tra i vivi! - Esclamò lei ironicamente.
     Di questo passo verrai fuori da quì prima del previsto, - feci io, gurdandola dritto negli occhi. Lei mi guardò per un attimo quindi scoppiò in una risata, a metà tra il sornione ed il beffardo. 
     Poi, di botto, esclamò: - Matto che sei, vuoi prendermi mica per il culo? E dopo che sarò uscita cosa faremo?
     - Andremo al cinema, io e te, in giro per la città, allo stadio, al parco, in qualunque posto mano nella mano, come due innamorati adolescenti...eppoi un bel gelato alla Galleria o al Due Mondi (la gelateria, vicina al Valentino, in via Medaglie d'oro, dove spesso s'era soliti andare, io e lei, insieme agli amici): una coppa maxi, da cinque euro, di quelle che piacciono a te (il suo gusto preferito è cioccolato e pistacchio con due grosse amarene Fabbri che trasbordano il succo fuori dal bicchiere), che dici?
     - E dopo, dimmi, che altro faremo?
     - Dovrai fare una cosa grandissima per me: mi aiuterai a programmare il mio matrimonio.
     - Il tuo matrimonio? - Domandò lei sorpresa. - Fratello mio, allora hai una ragazza!  Dimmi, come si chiama? Com'é: bionda o bruna? E' di Torino? Quanti anni ha? Dai, su, raccontami!
     Sara era felicissima, anzi, strafelice: si vedeva che lo era per davvero. Ma io, single da una vita (anche lei lo era, oramai da due anni: quando il suo ragazzo, Luigi, l'aveva lasciata andando a vivere con i suoi a Milano), ossia da quando, per lo meno, avevo avuto la mia ultima storia, finita male, con una ragazza di Novara (circa quindici anni prima: decenni passati, quelli non digitalizzati né smartforizzati...ormai nel Devoniano!), avevo mentito: lo avevo fatto per reggere il gioco (era troppo bello veder sorridere nuovamente mia sorella: la cosa più importante, in quel momento, per me!), per far durare più a lungo quel momento, una pausa serena ed imprevista dalla sofferenza (mi ricordai d'aver letto, tempo prima, un aforisma: "non c'é cosa più bella al mondo di un attimo insignificante".
      - Troppe domande tutte d'un colpo, sorellina! - le dissi con tono scherzoso. - Vuoi farmi venire un'indigestione, che dici? Si chiama Laura, è una brunetta coi capelli lunghi: li porta sempre legati dietro, però, come la coda di un cavallo. Lavora in un bar vicino al Rendez-Vous, l'ho conosciuta due settimane fa, un colpo di fulmine: abbiamo deciso di sposarci  a maggio. Mentivo spudoratamente, ero contento di farlo...Riuscii a farla ridere ancora, però, Ero senza una ragazza perché non avevo tempo: trascorrevo i meriggi e le serate con lei, in ospedale, dopo il turno al locale, infine tornavo a casa: mangiavo un boccone (quasi sempre roba comprata alla rosticceria vicino casa, o pizze e minestre surgelate) e mi addormentavo sul divano, davanti alla tivù accesa. Alle otto del mattino tornavo a lavorare (iniziavo presto perché c'era sempre lavoro arretrato: apparecchiare i tavoli, preparare la lista dei menù, ordinare le bevande, etc.), infine smontavo giusto all'ora di tornare all'ospedale. Erano giunte le venti, intanto: l'orario di uscita. Sara, ancora pimpante (strano a dirsi e a crederci: non si era lamentata né aveva pensato al suo male in quelle tre ore scarse trascorse insieme: prima volta, da settimane, che accadeva) esclamò:
     - Domani, brocco (mi chiamava così visto che ero appassionato di calcio - tifosissimo da sempre del Toro - ma ero talmente imbranato a giocare da far paura pure ai morti!), portami una di quelle riviste per novelli sposi così ti aiuterò a scegliere un completo adatto a te; e poi me la devi far conoscere, sai? Credi di farmi fessa? Ho un fetente che mi divora dentro ma non sono rimbambita!
     Dentro di me ero un fuoco: volevo scoppiare a piangere ma...riuscii a trattenermi (probabilmente Sara sarebbe scomparsa prima dell'inizio della primavera!).
     - Va bene, stupida, me ne ricorderò: sarà fatto, sei tu il comandante!
     La salutai con la mano destra, lei mi mandò un bacio volante. Nel corridoio incontrai il professore: lui, come al solito, mi lesse nel pensiero.
    - Non illuderti, Luciano! - disse. - Non è un miracolo...è soltanto casualità, è l'andamento della malattia alterno e l'effetto dei farmaci. Ieri era quasi in coma, oggi è arzilla come una scimmia salterina, domani forse...
     - Va bene, prof, - dissi io interrompendolo. - Non lo faccio: oramai ho perso l'abitudine per le illusioni! Ci vediamo domani.
     - A domani, Luciano. - fece lui.
     Strada facendo, in macchina immerso nel traffico, mentre tornavo a casa, mi passò in testa, come un film, la vita trascorsa insieme a mia sorella, e quella sua insieme ai genitori, quella nostra tutti insieme. Piccoli flash-backs, refrain, deja-vù, scampoli di gioie e dolori, mix di sentimenti, soddisfazioni, delusioni, bilanci, pugni presi in faccia, baci, abbracci, vertigini, botte in testa, giravolte: insomma, la vita, col suo dare ed avere, prendere e lasciare, col suo essere o meno in pari con la sorte; la vita è basta: quella grande puttana d'alto bordo! (Come spesso la definivo davanti a Sara).
     Ritornò davanti agli occhi una vecchia foto bianconero, in cui mio padre è ritratto insieme a Mike Rutherford e Tony Banks dei Genesis, sul palco del Palasport Ruffini, prima d'un concerto (fu l'ultimo, quello, purtroppo, in Italia) della band inglese nel lontanissimo 1975 (era una domenica assolata di marzo: mi raccontò una volta mio padre stesso). Dopo lessi sul quotidiano torinese "La Voce del Popolo" che i Genesis erano arrivati direttamente dall'Inghilterra: fatto tecnicamente veritiero ma molto improbabile, tuttavia, visto che il giorno prima di quella data italiana, il 22, gli stessi avevano tenuto un concerto ad Annecy, capoluogo del dipartimento dell'Alta Savoia, in Francia, non molto distante da Torino. Risentivo le note di Lilywhite Lilith o quelle di Watcher Of The Skies, le stesse che sovente mio padre, quando era sotto la doccia, intonava e che rimbombavano nelle mie orecchie, quando ero ragazzino, come un tam tam...Ma l'intro di Watcher era sempre da brividi sul fondo schiena quando lo risentivo cresciutello. Eppoi rividi mia madre che portava in spalla mia sorella piccolina, al mare: nella spiaggia deserta di Riccione, in un rugiadoso mattino di una estate di tanti anni fa; della serie: ombre e fantasmi gentili del passato a Samarcanda...Anche quella visione, però, da brividi: su tutto il corpo!
     Il suono insitente del clacson d'una 4x4 nera mi riportò alla realtà, alla vita di ogni giorno, appunto: - Coglione! Vuoi muoverti o no? Cos'hai in testa? La strada non è solo tua! - gridarono dal finestrino aperto. Mi ero dilungato troppo ad un semaforo col verde acceso, immerso nei ricordi e nei pensieri, all'incrocio di via Reduzzi con Arnaldo da Brescia, due-trecento metri da casa!
     Arrivai così a destinazione e mi addormentai sul divano davanti alla tivù accesa (avevo fatto appena in tempo, però, a cambiarmi e...sgranocchiare qualcosa!).

  • 28 luglio 2019 alle ore 16:48
    Intorno ad un racconto: "Il mondo che vorrei"

    Come comincia: Ho scritto il suddetto racconto (passato poc'anzi sul blog) a inizio estate del 2013, ispirandomi ai Jefferson Airplane (dopo diventati Starship ed infine Hot Tuna), la più grande band - insieme a Grateful Dead, The Byrds, Buffalo Sprimgfield e Quicksilver Messenger Service - del rock psichedelico made in U. S. A. e del "San Francisco Sound" anni sessanta-settanta; ovvero, ispirato dalla lettura, prima, e dall'ascolto, poi, di alcuni loro vecchi brani: infatti, al contrario di molta critica, vecchia e corrente, penso che la musica (intendo le sue parole) debba essere letta ancor prima che ascoltata.  Leggere le parole e tra le parole della musica significa, a mio avviso, scoprire davvero tantissime cose: ciocché l'artista, il musicista, la band o chi per loro, vogliono che l'ascoltatore (che prima ancora è il lettore, appunto) scopra!
     I Jefferson Airplane furono la band più anarchica (e anarcoide) della storia del rock (ancor più, a mio avviso, dei Ramones o, al di là dell'oceano, dei Pink Floyd - nella fase watersiana - e degli stessi Sex Pistols e dei Clash di Joe Strummer), ma anche quella più antimilitarista e romantico-visionaria!
     Il loro apice, come molti gruppi americani di quel periodo, lo toccarono verso la fine dei sixties, in particolare nella Summer Love del 1967 e a Woodstock (nella "tre giorni tre" dell'agosto 1969 suonarono pezzi come "Saturday Afternoon/Won't You Try, "Eskimo Blue Day" e, soprattutto "Volunteers", Volontari: apertamente anti-Vietnam, uno dei loro cavalli di battaglia).
     A Woodstock, però, paradossalmente, il gruppo infilò una strada senza ritorno, quella, cioé, verso il basso ed il declino; un po' quello che, a detta di molti saggi studiosi del costume, della società e della musica moderne, accadde da quel momento a tutto il rock!
     A Woodstock, infatti (nonostante furono assenti diversi grossi calibri, ognuno per motivi diversi, come Beatles, Dylan, Led Zeppelin, Doors, Frank Zappa, Joni Mitchell, Procol Harum, etc.), per alcuni il rock toccò il suo apice-vertice, il livello più alto; ovvero, la "quadratura del cerchio" di ciò ch'era accaduto durante tutto quel decennio straordinariamente volitivo e ispirato musicalmente (e non solo!). Ma da quel momento in avanti, ossia post festival, il diagramma andò oscillando sempre più verso il basso in una sorta di  influsso-reflusso all'incontrario! La musica rock, l'industria del disco, quella della discografia e di tutto il mercato che ruota intorno ad essa, furono sempre più dominate dalla (iper) commercializzazione, dal consumismo massificato "usa e getta", dalla dittatura, insomma, dello star system o main stream che dir si voglia! E sotto quelle fameliche spire, spesso, sono incappati fior di star, appunto: Bob Dylan, Rolling Stones, Pinnk Floyd, etc.

    "Un tempo si diceva dei Jefferson Airplane che fossero stati l'unico aeroplano americano che non avesse bombardato Saigon, per questo e per altre mille ragioni, essi rappresentano il complesso più prestigioso del "San Francisco sound", di quella stagione - tenera e disperata - delle "libere menti" che ha avuto nella California degli anni sessanta la sua patria. Essi hanno cantato la voglia di vivere di una intera generazione ed hanno guidato la carica dei guerriglieri hipsters all'assalto delle roccaforti della "pig nation", del perbenismo borghese. Ciò che ancora c'é di vivo nella loro musica ci dice che non è esagerazione! Basta ascoltare Volunteers o i ricami psichedelici di White Rabbit! Ribelli dello spazio interiore, i loro testi sono un esempio tra i più lucidi della nuova poesia americana, dei suoi umori segreti, delle sue tensioni e della sua maturità".
    (Giacomo Mazzone, in: "Jefferson Airplane", Arcana editrice, Roma, 1980).

                                              =Testi esemplari=
     Volunteers / Volontari (Marty Balin - Paul Kantner)
    Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada:
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Hey, sto danzando giù per la strada,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Non è affascinante tutta la gente che incontro?
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Una generazione è invecchiata
    una generazione ha trovato la sua anima.
    Questa generazione non ha mete da raggiungere:
    raccogliete il grido.
    Hey, adesso è il momento per voi e per me.
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Su, venite, stiamo marciando verso il mare,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Chi vi spazzerà?
    Saremo Noi. E chi siamo noi?
    Siamo i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika.