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Autore

Luciano Ronchetti

in archivio dal 29 set 2018

03 novembre 1962, Taranto - Italia

mi descrivo così:
Non ho esperienza letteraria pregressa.Libero pensatore,poeta, appassionato di arte, musica,cinema (e altro ancora), sport nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto:cittadino del mondo intero

09 settembre 2019 alle ore 9:52

Racconti stellari - In viaggio verso Marte

Il racconto

Giorno 1962° di navigazione - Anno del dragone.
 Viaggiavamo ormai da due mesi senza (mai) fermarci; gli equipaggi erano fuori di testa; da una settimana si razionavano i sigari verdi: erano tutti stanchi ed arrabbiati..una rabbia mai vista sul volto di quei ragazzi! Le astronavi incrociavano soltanto asteroidi in quel lento andare, nel nostro lento cammino: neanche una misera stella ad illuminarlo o a schiarire la vista e le idee; né a consolare le nostre stanche membra...finché, finalmente, accadde qualcosa: nei pressi d'un bastione del tempo vi scorgemmo in lontananza un pianeta; esso era grande davvero (più grande di quanto la nostra stessa immaginazione avrebbe potuto immaginarlo o neanche "comprenderlo"!) ma, mentre ci avvicinavamo sembrò esserlo meno: non aveva luna ad illuminarlo ed era sempre al buio. Su quel pianeta vi era solo e soltanto notte. Il giorno dopo decidemmo di atterrare: lo facemmo su di una radura immensa di sabbia e ghiaia, vicino ad un bosco di giganteschi cactus rossi. Trentatre uomini misero i piedi a terra, insieme a me: e ci avviammo. Camminammo, così, diverse ore mentre la foresta, innanzi a noi, si infittiva sempre più di cactus e di mangrovie di cristallo. Quando: d'improvviso ci trovammo innanzi ad una caverna; là entrammo e vi trovammo un'enorme monolito luminoso che chiamammo "moai": credemmo fosse il sacro graal e pensammo, così, che il nostro cammino e la nostra ricerca fossero finiti. Ma non era così. Tornammo alle nostre astronavi, infatti, e viaggiammo ancora: nessuno immaginava che lo avremmo fatto ancora per altri tredici anni, da allora: molti di noi s'ammalarono e poi morirono...alcuni persero l'uso degli occhi e della parola.

Giorno 3977° di navigazione - Al largo della costellazione del sagittario.
Sono le ore una e trenta della notte: la situazione è tranquilla. Avvistammo, due minuti dopo, un grosso asteroide che sfiorò le nostre astronavi per qualche attimo...ebbi paura: anche i miei capelli l'ebbero, insieme a me, eppure loro restano sempre impassibili di fronte al pericolo! Dopo poco fece capolino uno sciame di Liridi e Perseidi verdi e rosse. La loro è una bellezza senza tempo! Seguì una enorme testa di ippocampo: l'astronave ballò per un attimo ma nessuna paura, questa volta: è un fenomeno di normale routine. Il tenente Darwin Cook, unico superstite della battaglia di Siberiade, mio attendente fedele, mi offre un buon caffé (ne ho proprio bisogno: tutta la notte dovrò stare sveglio!), dopo di che torna a sedersi davanti al radar. Passarono soltanto alcuni minuti ed egli mi chiamò:
 - Comandante, comandante: presto, venga a vedere! Io, allora, corsi da lui: sul radar scorgemmo un grosso punto luminoso; esso cominciò ad emettere strani segnali...i computers di bordo, a loro volta, cominciarono a trascrivere - all'unisono - dei numeri, una strana combinazione di numeri, soltanto di numeri 0 e 1: 001100011100001110....e così via. Proseguirono per diversi minuti, anzi, vanno avanti per un quarto d'ora all'impazzata. Intanto, là fuori, davanti ai nostri occhi e nel cielo, sopra le nostre teste, niente di particolare sembrava accadere. Il radar, tuttavia, continuava a segnalare una presenza luminosa (sembra sempre più vicina a noi!). Dopo di che i computers ripresero a trascrivere le combinazioni di numeri. Al mattino, tutto finisce. Mi ricordai, però, che decenni addietro, sulla terra, lo stesso fenomeno era accaduto a tutti i computers esistenti. Allora, contemporaneamente in diversi posti, lontanissimi tra loro, ci furono eventi naturali inspiegabili: le coste irlandesi, da nord a sud, furono tormentate per ore da un tornado forza dieci; un enorme uccello dalle piume infuocate si schiantò sulle pendici del monte Isa, nel grande deserto sabbioso australiano mentre i radar stessi dell'osservatorio di monte Palomar, in California, captarono - a loro volta - degli strani segnali alfa. Qualcuno disse che "la grande onda stava arrivando"!
 Il tenente Darwin Cook e io stesso andiamo in cabina per un meritato riposo: la notte è stata lunga! 

Giorno 6382° di navigazione - Al largo del mare della Noia, nei pressi di Arcadia Planitia.
 Era una notte tranquilla, navigavamo tranquilli. Gli strumenti di bordo segnavano: 49,19°di latitudine nord, 197,09 di longitudine est. Vicinissimi ormai al versante nord estremo del pianeta rosso. Ad un tratto, mentre andavo nella mia cabina a dormire, incrociai il marinaio Chrome Nun, un tipo alquanto strano ma tranquillo. Egli veniva dalla sala mensa e ricreazione, di ritorno - probabilmente - dal breakfast notturno. Mi salutò, io risposi al saluto. Dopo di che lo fermai e li chiesi:
 - Guardati allo specchio, ragazzo: non sembri messo bene, sai?
 - Lo so, signore! - Fece lui. - Dopo aver cenato...
 - Dimmi ragazzo, cosa ti è successo? - Gli chiesi. - Sei più bianco di un lenzuolo, hai l'aria di un colpevole: forse il diavolo ti ha guardato in volto?
 Lui mi disse, con fare affranto: - No, signore: ho interrogato me stesso e non ho avuto risposta alcuna alle mie domande!
 - Cosa hai chiesto mai, ragazzo? - feci, allora io.
 - Bene, signore, - disse lui, - perché mai tutto è oscurato da tutto? Così la gioia dal dolore o il pianto dal sorriso, il cuore dalla ragione?
 - Nessuno lo sa, figliolo! - Neanche io...posso aiutarti - queste risposte devi trovarle da te, nessuno può aiutarti! - Cos'altro, dimmi ragazzo.
 Chrome Nun, riprese a parlarmi. - Sì, certo, signore, - mi fece, - e allora il bianco  e il nero, nero e blu...tutto viene oscurato da tutto, da altro. Come mai, mi chiedo? Come il perdono dalla vendetta o la verità dalla menzogna; e così amor dall'odio, la luna dal sole e la bellezza dal tempo, la vita dalla morte, il ricordo dall'oblio, da lui...
 A quel punto lo interruppi e li dissi: - Ecco figliuolo, hai detto bene: il tempo è il vero colpevole di tutto; è il sovrano di tutto, di tutte le cose, sai? Il tempo governa tutto, la ruggine fa il resto! Adesso vai, ragazzo, riposati: ne hai bisogno!
 - Grazie, signore! - rispose quello.
 Quelle parole avevano intaccato le mie certezze...presi a riflettere anch'io - in effetti, però, nessuno sa il perché delle cose...quel marinaio non ha torto: nessuno sa niente, già! Chi conosce cosa è cosa? Chi è chi? Certo, nessuno...andai così a dormire. Il giorno dopo mi aspettava senza riguardo alcuno circa i miei dubbi e quelli di Chrome Nun!

Giorno 6988 di navigazione - L'arrivo. Il cammino...la speranza.
  Il tenente Cook era molto inquieto, ormai da qualche ora: è come i cani, avverte il pericolo e le cose molto di più e prima degli altri! Alle tre di notte viene da me, sul ponte di comando, e mi dice:
 - Signore, ci siamo ormai, vero?
 - Sì, ragazzo, è fatta: è il momento quasi...
 Un'ora dopo le navi atterrarono nei pressi di Alba Patera, promontorio che sovrasta il versante nord del pianeta rosso.
 - Eureka! - grida alla radio il maggiore Donovan, mio secondo, dalla Viking: è lui il primo a mettere piedi a terra quando scoccano le ore quattro e zero quattro del mattino, io lo seguii due minuti più tardi. Tutto era silenzio, squallido e quasi surreale: neanche il fruscio di un granello di polvere a intromettersi tra noi. Ma anche così, sebbene non vi fosse nulla di vivace da osservare né di strano da ascoltare, provavamo tutti un grande, smisurato senso di piacere, quasi voluttuoso. Si levarono alcune voci: qualcuno domandò da quanto tempo, millenni o secoli, quel promontorio si trovava in quello stato e per quanto ancora sarebbe durato così. Nessuno rispose. Il marinaio Chrome Nun, intanto, affisse la bandiera della Lega terrestre di fianco ad una roccia color ocra pallido e poi, come suo solito (li accadeva da sobrio più di quanto non potesse accadere quando non lo era!), cominciò a farneticare; anzi, questa volta recitò un te deum alle stelle: - Altri mondi in ascolto (desidero), - disse ad alta voce; - altri esseri incombono durante nuove epoche e strane!
 - Ahi! Ahi! Chrome Nun! Sognatore senza testa, ingenuo sognatore senza capo né coda! - gridò forte Freddy Barrimore, il capo-macchinista della Enterprise.
 - Lascialo sognare! - esclamò il tenente Cook. - Lasciaglielo fare adesso che può: poi...chissà! Il maggiore Donovan ed il suo attendente, Mark Columbus, uno degli ultimi superstiti della razza Caledonian sulla terra (i suoi avi fecero parte dell'esercito della "rabbia giovane" che combatté, in remote epoche ed insieme alla "assemblea legislativa del IV°stato" contro il comitato di "salute pubblica" dei foglianti e degli indipendenti delle paludi per la conquista delle terre dell'amore: fu guerra lunga e sanguinosa...che durò ben mille anni!), si avvicinarono e Columbus mi disse:
 - Ecco le mappe del cammino, signore!                       
 Presi il binocolo e mi misi ad osservare: scorsi di fianco a noi la punta dell'Olympus Mons, un'enorme cratere...i vulcani di Marte sono colossali; lessi nei miei appunti: "l'Olympus è alto ventidue chilometri, la vetta più alta del sistema solare; si trova vicino...". Allora Cook, dopo aver preso la bussola, fece:
 - Latitudine da 60°a 90° nord, signore!
 Siamo nell'emisfero nord del pianeta. La mappa topografica di Marte contiene i rilievi più accurati che si possano avere: furono ottenuti dall'equipaggio della sonda Mars Global Surveyor, mill'anni prima. Cento anni prima di quella, anche il Barracuda IV° aveva tentato di fare altrettanto, ma invano...esplose durante la navigazione nello spazio e trecento uomini diventarono polvere: mangime per le stelle!                                              Sono le ore quattro e trentadue del mattino: dopo il rifocillio a base di torta di mais e latte in polvere ci incamminammo; il cammino da farsi è lungo: ce la faremo, però! Il nostro obiettivo è il Bacino di Newton, una zona vérde e rigogliosa nella Terra Sirenum, di fronte al Cratere di Tolomeo...trecento chilometri più ad est dal punto in cui siamo. La temperatura è costante, sui venti gradi: ottimale per noi.
 L'attuale atmosfera marziana non è più costituita, come in tempi lontani accadde, da anidride carbonica in gran parte: non abbiamo bisogno delle maschere; il sole non emette più le radiazioni che tormentavano in secoli passati il pianeta...la pressione media dell'atmosfera, quì su Marte, è quasi come quella terrestre, oggi: - siamo fortunati di tutto questo! - pensai tra me e me. Intanto avanzavamo tranquilli: la brina del mattino andava via via diradandosi ed un alba azzurrata e vermiglia ci osservava muta...perfino il tenente Cook, adesso, aveva smesso di essere inquieto; e persino il marinaio Chrome Nun aveva smesso di pensare: tutti speriamo in una nuova opportunità di vita, quassù.
 "Nell'era Pre-Noachiana, circa cinquecento milioni di anni fa, - lessi ancora nei miei appunti, - vi era grande presenza di acqua dolce, su Marte, e tutto era...". Oggi sarà così, come allora, credo: già sento i ruscelli di quella terra scorrere nelle mie orecchie...
 Calma piatta; andiamo avanti: il cammino che ci aspetta è ancora lungo, ma arriveremo a destinazione, sani e salvi!                     
 
da: "Diario di bordo di Hieronymus von Toolbooth, comandante delle astronavi Enterprise&Viking I" ("Quaderni psichedelici", 2017).

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