username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Luciano Ronchetti

in archivio dal 29 set 2018

03 novembre 1962, Taranto - Italia

mi descrivo così:
Non ho esperienza letteraria pregressa. Libero pensatore, poeta, appassionato di arte, musica, cinema (e altro ancora) nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto: cittadino del mondo intero!

martedì alle ore 13:44

Sport's memories: Juan Manuel Fangio

Il racconto

 Quarto di sei figli di emigranti abruzzesi, nacque nella cittadina di Balcarce, quaranta chilometri a sud-ovest di Buenos Aires, il 24 giugno del 1911. Si avvicinò alle corse come pilota nel 1934, guidando una Ford in una gara nei pressi della sua città. All' ambiente dei motori, però, era vicino sin da quando lavorava come garzone in un garage. Prima delle auto aveva tentato, con scarsa fortuna, la via del calcio e della bici. Gli inizi furono abbastanza duri e stentati. Colse la prima vittoria soltanto a sei anni dal debutto, alla guida di una Chevrolet nel G. P. Internarnational del Norte. Nel 1949 varcò i confini del sudamerica ed esordì sulle strade europee in maniera trionfale: vincendo a Sanremo, Pau, Perpignano, Marsiglia (con una Maserati comprata dal governo argentino) ed al G. P. dell'autodromo di Monza, alla guida di una Ferrari. Debutta in formula uno il 13 maggio del 1950 a Silverstone, alla guida dell'Alfa-Romeo, e alla fine della stagione mondiale è secondo in classifica dietro il compagno di squadra Nino Farina (il torinese morirà in un incidente stradale ad Ailguebelle, in Francia, nel 1966). Nei successivi sette anni di mondiale (saltò la stagione 1952 a causa dell'incidente di Monza in formula due) vinse cinque titoli al volante di quattro diverse vetture (Alfa, Mercedes, Ferrari, Maserati) stabilendo un record che solo Alain Prost ha saputo sfiorare. Si ritirò nel 1958, a quarantasette anni, dopo aver corso i primi due gran premi della stagione e aver visto morire, uno dopo l'altro, gli amici Musso (a Reims) e Collins (al Nurburgring). Lasciate le corse (tuttavia, ha continuato a guidare in pista sino a qualche anno fa), è stato presidente e testimonial della Mercedes-Benz argentina nonché membro onorario della FISA (la federazione internazionale dell'automobile). E'morto il 18 luglio scorso e la sua salma, posta nel "salon blanco" della Casa Rosada, a Buenos Aires, per volontà del presidente argentino Menem, è stata vegliata da migliaia di persone. Fu definito da Enzo Ferrari, con cui non ebbe mai un buon rapporto "personaggio indecifrabile", perché non sposò mai una casa ma scelse e corse sempre con la macchina migliore del momento, e non esteriorizzava platealmente le sue emozioni. In realtà non è stato un opportunista né pilota freddo e cinico, ma intelligente, abile, leale e combattivo (epici, a questo proposito, furono i suoi duelli con Ascari e Moss), uomo stimato ed ammirato dai colleghi e dalla gente per la sua correttezza, signorilità e professionalità. La sua fu definita una "guida scientifica" perché studiava nei minimi dettagli macchina e percorso di gara: alla vigilia di ogni gran premio, infatti, cosa inusualissima in formula uno, percorreva a piedi il circuito su cui avrebbe poi corso e, inoltre, perché aveva la capacità, in corsa, di recuperare grandi distacchi senza mai rischiare oltre il lecito. La sua grandezza si espresse anche in altre gare, al di fuori della formula uno. Vinse la 12 ore di Sebring nel 1956 (su Ferrari insieme a Castellotti) e nel 1957 (su Maserati insieme a Behra), l'Eifelrennen con la Mercedes nel 1952, la Carrera Panamericana con Brunzo in Lancia nel 1951. L'unico cruccio della sua carriera, però, è rimasto quello di non aver mai vinto due "classiche" dei motori: la 24 ore di Le Mans (dove nel 1955 uscì indenne da una terribile carambola) e, soprattutto, la Mille Miglia (dove fu secondo nel 1953 e 1955). Forse è per questo motivo che alcuni lo pongono alle spalle di Tazio Nuvolari (che ha costruito il suo mito sulle strade della corsa nostrana) in una ideale quanto anacronistica graduatoria di merito. Si ha l'impressione, però, "di abbandonare la realtà e di sconfinare nella leggenda", ha scritto al proposito Athos Evangelisti sulla Gazzetta dello Sport, il giorno della sua morte, perché il pilota argentino è stato il più grande ed il più bravo di tutti con buona pace dell'omino di Mantova e di quanti sostengono il contrario: i numeri, in questo caso come non mai, vanno di pari passo con i fatti.
 - Hanno detto di lui.
"Ha influenzato tutta una generazione di giovani piloti argentini portandoli  ad amare le corse" (Carlos Reutemann, ex pilota argentino);
"Emanava una forza fisica e interiore straordinarie" (Alain Prost, ex pilota francese);
" Era il migliore in senso assoluto, non soltanto per capacità di guida ma anche perché rispettava le parti meccaniche" (Giulio Borsari, meccanico di Fangio alla Maserati e alla Ferrari);
"La figura più rappresentativa dell'automobilismo, un grandissimo campione dotato di una eccezionale strategia di gara e di una tecnica di guida ineccepibili" (Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari);
"E'stato il migliore pilota del mondo, un grande maestro" (Stirling Moss, rivale e amico di Fangio);
"Ha potuto disporre sempre di ottime macchine, sin dal suo esordio: giusto, era il migliore!" (Gigi Villoresi, compagno di squadra di Fangio alla Ferrari);
"Era così dotato di talento da potersi permettere di esser prodigo di consigli con tutti i suoi avversari, perché era sicuro di sé, ma nello stesso tempo umano, umile e irripetibile" (Romolo Tavoni, ex direttore di pista a Monza);
"Uno come lui non l'ho più visto. Aveva la classe di Ascari ma era anche un calcolatore. Saliva in macchina e dopo tre giri aveva già memorizzato la pista" (Romolo Tavoni).

Taranto, 2 agosto 1995. 

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento