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Autore

Luciano Ronchetti

in archivio dal 29 set 2018

03 novembre 1962, Taranto - Italia

mi descrivo così:
Non ho esperienza letteraria pregressa.Libero pensatore,poeta, appassionato di arte, musica,cinema (e altro ancora), sport nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto:cittadino del mondo intero

20 giugno alle ore 16:28

Storie di strada (prima parte)

Il racconto

 - Gianluca e le vincite non riscosse...i "gratta&vinci - Ho conosciuto Gianluca un sabato di maggio. Ero sceso in strada verso le venti e trentacinque (minuto più,minuto meno), per affrontare la solita passeggiata serale. L'ho incontrato mentre frugava in un cassonetto del pattume ed io, che appena prima avevo portato la mia spazzatura nei due cassonetti vicini all'altro (quelli della differenziata e del vetro), cominciai ad udire strani rumori provenienti dal cassonetto verde (è quello dell'umido o dell'indifferenziata, tanto per capirci). Inizialmente, dentro la mia testa, l'idea m'ero fatto che potesse trattarsi di un grosso ratto (quelli che comunemente in città vengono chiamati "zoccole"), d'un gatto o - magari, chissà - , addirittura di un cane. Poi, però, mi sono detto: "troppo grande per essere uno di quelli!". Infatti, non mi sbagliavo. A dire il vero, tuttavia, Gianluca non frugava soltanto, dentro il cassonetto, ma vi era immerso anima e corpo (o meglio, corpo tutto senza dubbio alcuno e magari anche con un po' di anima annessa, con buona pace e rassegnazione, evidentemente, di poeti e pure di filosofi!), colla testa poco visibile all'esterno: probabilmente fu questo il motivo che mi aveva tratto in inganno, all'inizio. E' da dire che quest'incontro è stato del tutto casuale; debbo altresì aggiungere che la casualità fa parte integrante del tutto e della strada: nella strada è la vita e colà vi s'incontra la vasta gamma delle sue sfumature; sulla strada, per ultimo (ma cosa più importante di tutte, probabilmente!), incontri persone che portano dentro di sé storie e le "raccontano": basta stare ad ascoltarle, in definitiva. In questi mesi di forzato lockdown (tanto nel primo, quello dello scorso autunno, protrattosi sino alle soglie dell'inverno, quanto nel successivo) sovente e volentieri m'é capitato di passeggiare in silenziosa ed assorta solitudine (o in solitaria: alla maniera di un vecchio guru indiano o di un derviscio di chatwyniana memoria: leggasi il romanzo di Bruce Chatwyn "Le vie dei canti", al proposito): le chiamo passeggiate "pre-coprifuoco" e durante il tragitto (o meglio i tragitti visto che mai seguo percorso fisso) ho molte volte parlato coi miei silenzi (ma anche con qualche gatto randagio, a volte: randagio, certo, ma anche - ed essenzialmente - altezzoso e schivo, in fondo...loro sono pur sempre, ed essenzialmente, dei felini anche se spesso capiti a tutti, me compreso, di dimenticar la cosa!), gli ho di molto (tanto) ascoltati ma mi è anche capitato di osservare quelli che chiamo "panorami desertici" (pensavo fossero squallidi, oscuri, paurosi ma non è mai stato così; è bellissimo davvero osservarli, ti danno la sensazione di essere padrone del mondo, del tuo mondo e dell'altro: padrone, ma allo stesso tempo servitore e...hai voglia di abbracciarlo tutto!) e, infine, di mettere ordine nei miei pensieri, per assurdo, e poi di rimescolarli nuovamente: rimembranza, questa, retaggio vintage del mio primo amore per le carte da giuoco, la scala quaranta o il mercante in fiera e l'aramino piuttosto che del poker (si giocava insieme; ho giocato insieme, tante volte, con quelle maledette carte, con persone che ho amato sino a sfinirmi e consumarmi dentro: ho conservato la cattiva abitudine - ahimé! - a giuocare...scherzare col fuoco!). Alcune volte sono riuscito a sforare le ventidue canoniche del coprifuoco (senza, per questo, mai andare in tilt o...in canonica dal prelato già dormiente, né dannarmi l'anima o il cuore). Due volte mi hanno pure fermato, in questi mesi, i "caramba" (sono i carabinieri, per chi non lo sapesse; quelli moderni e vestiti di tutto punto, cioé di nero col bordino rosso sulle spalle e sulle maniche, e colla striscia rossa ricamata lungo i bordi laterali dei calzoni: quanta nostalgia dei carabinieri di una volta, quelli che alle sfilate delle ricorrenze ufficiali portavano il pennacchio sul cappello oppure quelli che prelevavano qualcuno a casa per portarlo in manette dritto dritto in gattabuia...quelli di cui Fabrizio De André parla in un suo vecchio brano), a due posti di blocco, col mitra spianato tenuto da giovani reclute, perché non indossavo mascherina: mai messa, invero, durante questo anno e mezzo interminabile di pandemia (non lo scrivo per vantarmene né per darmi un certo tono di risonanza visto che sono persona tendenzialmente schiva, o neanche perché sia un cosiddetto "negazionista" covid, ma solo perché è proprio così e vi sono almeno una dozzina di motivi per cui abbia agito in questo modo). Nei luoghi chiusi, cioé colà dove mi permettono di entrare senza indossarla (non sono tanti visto che non ne frequento tanti e visto pure che ho sempre nutrito una idiosincrasica avversione per i luoghi senza apertu...finestre!), sul viso indosso - alternandoli - miei due foulards: uno, che vecchio è di oltre venti anni, è quello colorato di rosso e di nero (nulla a che spartire, però, coi colori sociali dei caramba!), recante l'effige del "Che" (alias Ernesto Guevara da Rosario, Argentina); l'altro invece (lo alterno col primo solamente da alcuni mesi, ma negli ultimissimi lo indosso quasi sempre al posto dell'altro, a onor del vero) è quello "all-flowers", appartenuto a mia madre e che lei stessa indossava, a volte, fuori di casa, a mo' di fazzoletto sui capelli oppure portava avvolto attorno al collo. 
 

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