username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Ludovico Piggioli

in archivio dal 07 set 2009

29 settembre 1993, Catania

16 novembre 2009

Irene nella notte

Intro: Una serata indimenticabile, con la testa affollata da domande le cui risposte sembrano impossibili. Almeno finché non arriva qualcuno a mostrarci nuove prospettive, e un diverso punto di vista da cui ripartire.

Il racconto

Le emozioni di quella semiacustica, volgarmente chiamate corde, avevano appena finito di avvolgere il caldo, vintage-giovane corpo di Irene, ballando su un ritmo ricamato di note basse e marroni, avvolgenti ed estasianti per quella pelle così chiara da riuscire a riflettersi nella profondità di una notte di metropoli.
"Ecco il conto."
Si alzò mentre il giovane ragazzo vestito di nero ritirava la mancia dal piatto e urlava un "Grazie" soffocato dal Sax; Raccolse il suo giaccone pesante e si diresse verso l'uscita del locale. Fuori faceva freddo. Seppur aveva smesso di piovere, sui suoi capelli sembrava sentisse il ticchettio della pioggia; L'accolse subito quell'aria classica delle città di Venerdì sera, quell'aria che trasporta dentro la gioia di una settimana finita, e l'angoscia della malinconia per il tempo andato. E quando senti del Jazz, l'avverti subito. Si coprì il collo con la sciarpa che teneva agganciata alla cintura e iniziò a camminare sul marciapiede lucido di pioggia. Non sapeva perché fosse uscita con quella serata cosi violentata dalla natura. Forse per scandagliare tra i suoi pensieri e trovarne uno che più la consolasse, proprio come aveva fatto quella chitarra. Non lo sapeva, ma amava ugualmente uscire da quella casa costruita a mo' di palafitta su una collina sopra la città, da quaggiù poteva vivere in mezzo a quel che da lassù ammirava ogni notte: un turbinio di luci in movimento risaltate dalla notte. Un clacson distolse la sua attenzione dai suoi pensieri, era ormai arrivata nella piazza centrale; Non c'erano ragazzi difronte alla pizzeria, troppo freddo pensò... Squillò il telefono:
"Ire! Finalmente hai risposto, ero terrorizzato, ho chiamato ai tuoi, alla tua vicina, nessuno sapeva dov'eri. Cosa ti è preso?"
Era il suo amico.
"Ciao, nulla ero semplicemente uscita a fare due passi" - rispose.
"Dove sei ora? Ti vengo a prendere, mi hanno detto cos'è successo..."
Quelle parole rimbombarono nella testa della ragazza, come faceva la grancassa al caldo di quel locale notturno. Un lungo silenzio accompagnato dall'acqua spostata dalle ruote del traffico di città.
"Sono in Piazza Università" riattaccò dopo un: "sto venendo a prenderti", non era il tipo di amico dalle domande facili, lo apprezzava per quello...
Arrivò giusto quando iniziò a scomparire la luna dietro ad una nuvola color malinconia.
"Sali..."
In macchina seguì un grande silenzio. Iniziò a piangere in silenzio raggomitolata sulla sua borsa, coperta dai suoi capelli castani.
"Vieni qua e dimmi tutto" -biascicò
"Sono sola, di nuovo sola, non c'è la faccio più."
"No non sei sola tu, nessuno è mai solo, mai"
Arrivarono alla casa solitaria in cima ad un mondo, posteggiò la macchina dietro al garage e salirono le scale lentamente, come avessero davanti un "banco" di piume in cui penetrare. Girò la chiave ed accese l'abatjour e si sedette sul bordo del divano. Le lacrime erano svanite, si erano dileguate insieme alle parole di lui dette in quel tragitto di pochi minuti, avevano parlato dell'ennesimo tradimento, dell'ennesima lite finita violentemente, e lei aveva sputato tutto quello che aveva accumulato in se, mentre lui guidava e le accarezzava i capelli. La fece parlare, ogni volta che aveva bisogno di sfogarsi, iniziava ad accarezzarla e a farla parlare, a farle buttare fuori tutto il veleno che aveva. E ci riusciva.
"Pensavo a quella frase che mi hai detto in macchina: Nessuno è mai solo" Iniziò lei. "La ripeti a me, ogni volta che ho bisogno di parlare me la ripeti. Mi aiuti, mi vuoi bene e mi ami con quell'amore estraneo a se stesso. Ma tu?"
"Io? Vedi, in tutti questi anni solitari che ho passato, ho capito tantissime cose, alcune qualità si apprezzano soltanto se ci si vive in mezzo. La solitudine è una di queste, non è un rammarico non avere amici, non andare in discoteca, "perdere" tempo leggendo qualche libro; No, non è triste, assolutamente. E poi non si è mai completamente soli, tutto nel mondo ha una vita, un'anima, un qualcosa che noi riusciamo a percepire e che spesso cataloghiamo come paura o eccitazione di fronte a quella "cosa". E come una specie di sesto senso... E' difficile spiegarlo a parole, forse impossibile, o forse no. Ma sarebbe troppo facile dirlo con una semplice parola."
"Quale parola?" Lo interuppe.
"La parola Io, la parola Tu, la parola Uomo o Cosa. Vedi sono soltanto parole. Per te una pietra può significare il nulla, per me la somma di tutta una vita. Per te la parola "Tu" può significare amore o amicizia, per me solitudine. Siamo noi a dare un senso alle parole, che gia ne hanno uno di per sé. Sta a noi dare un senso alla parola "Io", solo a noi... Già... Ma se "Noi" non esistesse?"
Fecero l'amore ognuno con la propria solitudine, distesi sul letto bagnato da mille e mille pensieri. e nelle orecchie con le emozioni di quella semiacustica, volgarmente chiamate corde, che avevano appena iniziato ad avvolgere il caldo, pallido corpo di un Noi.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento