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in archivio dal 19 ago 2016

Marco Vergaini

07 ottobre 1978, Perugia - Italia
Segni particolari: Unico come tutti, e come nessuno.
Mi descrivo così: Perditempo di professione.

elementi per pagina
  • 26 aprile 2018 alle ore 22:49
    A volte basta una canzone

    Come comincia: C’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola 
    e la serva incominciò e disse 
    c’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola e la serva incominciò.

    Comincia così "L'uomo col megafono" di Daniele Silvestri, suona nelle casse dell'auto a volume alto mentre presta attenzione alla strada. Conosce il testo a memoria, ma non lo canta, la segue solo nella mente, cercando di distrarsi dal pensiero ossessivo che non riesce a scacciare.
     
    "L’uomo col megafono cercava, 
    sperava, tentava di bucare il cemento 
    e gridava nel vento parole …" 
    Pantaloni a quadri
    "L’uomo e il suo megafono sembravano staccati dal mondo …" 
    Pantaloni a quadri
     
    Davanti agli occhi l’autostrada che si snoda, rolla sotto le ruote e sparisce dietro l’auto, lasciandone il ricordo sullo specchietto retrovisore. Sta guidando in maniera automatica, come succede a chi fa spesso la stessa strada, conosce quei 500km, più o meno a memoria; in quale curva accelerare, in quale frenare, dove si trovano i rilevatori di velocità; la conosce così bene da essere diventata una abitudine, come l’area di sosta in cui prendere il caffè ed andare in bagno, come la buca che schiva da mesi, come la fila al casello, come la musica che ascolta, come il rituale della partenza e dell’arrivo.
    Stavolta forse è diverso, pensa, ma qualsiasi pensiero fa fatica a farsi strada, la sua mente torna continuamente ai pantaloni a quadri. Da qualche parte aveva letto di un esercizio proposto da un professore universitario “Non pensare all’elefante, a qualsiasi cosa ma non all’elefante” recitava, una volta fatta questa affermazione non c’era modo che l’interlocutore, per quanto la discussione variasse, non finisse per pensare all’elefante. Il suo elefante erano quei fottutissimi pantaloni a quadri.
    Pur di fermare la propria mente comincia a cercare in rubrica qualcuno da chiamare e parlare di altro, ma è troppo tardi, l’unica persona che sarebbe sicuramente sveglia è quella dei pantaloni a quadri, e la sua mente torna di nuovo allo stesso punto.
    Riprova con la musica, stavolta a volume più alto, accelera per sorpassare.

    “Le spalle curve per il peso delle aspettative
    Come le portassi nelle buste della spesa all'Iper …”
    Pantaloni a quadri

    Il navigatore segna ancora 100 chilometri, solamente 100, poi 99, poi 98, poi 97.
    Si concentra solo su quello, sui numeri che si riducono ed arriva un po’ di sollievo, come contare le pecore al contrario, ma da qualche parte nel suo cervello continua a girare come un gatto irrequieto che va di stanza in stanza, muove la coda, si struscia ovunque, la sente, l’immagine di quei pantaloni a quadri.
    Macina chilometri uno dopo l’altro, prestando poca attenzione alla velocità, alle altre auto, a tutto. Se la strada fosse fatta di lava incandescente non se ne accorgerebbe. Se nel cielo esplodessero tutte le stelle non se ne accorgerebbe. Tutte le sue abitudini sono sparite, questo è un viaggio del tutto nuovo.
    Il navigatore segna solo 1 chilometro, l’impellenza di arrivare è fisica, prepotente, dolorosa, la macchina è stretta come una bara, deve viaggiare per l’ultimo tratto con i finestrini aperti per non sentirsi soffocare.
    Solo per un momento si accorge che nelle casse sta passando la sua canzone preferita.

    “Te ne sei accorto no
    Che non c’hai più le palle per rischiare
    Di diventare quello che ti pare
    E non ci credi più”

    Ma non la fa neanche finire, i viaggio è finito! Il navigatore chiede di premere il tasto “Fine”. Parcheggia nel primo posto libero che trova. Strappa il telefono dal caricabatterie, apre lo sportello e scende dall’auto, mentre chiude l’auto ha l’impressione di ricominciare a respirare sul serio.
    Si avvia verso casa, il passo sostenuto quasi corre, il respiro affannato, la mente in tempesta.

    Gira l’angolo e sono li.
    I pantaloni a quadri.
    Li indossa.
     
    Ma non è solo, sta baciando una altra, le braccia strette intorno ad una altra, i visi fusi, gli occhi chiusi.

    Sente un rumore, nella sua testa, nel suo petto, nel suo stomaco, come specchi che si infrangono.
    Chiude gli occhi, respira, si gira e torna sui suoi passi.
    Michela risale in macchina, accende il navigatore, inserisce la destinazione, sul display compare di nuovo 500 chilometri alla destinazione, accende il motore e scappa.
    Nelle casse riprende la musica, la ascolta, anche se le parole rimbalzano all'interno di quell'involucro vuoto che le sembra sia diventato il suo cranio. 

    "E che morire serve
    Anche a rinascere

    La verità
    È che ti fa paura
    L’idea di scomparire
    L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire"

     
  • 18 aprile 2018 alle ore 23:11
    Dieci secondi

    Come comincia:
    Quando sono uscito dall'ufficio ero un coacervo di sensazioni ed emozioni, dall'eccitazione all'agitazione, dall’euforia alla preoccupazione, ma soprattutto la curiosità.
    La curiosità di scoprire se dopo tanto scambio di messaggi e telefonate avrebbe fatto lo stesso effetto anche di persona, una volta tolto il filtro di un telefono, dei messaggi. La curiosità di scoprire se era vero, reale, o se era stato tutto un gioco. La curiosità di scoprire se sarebbe stata una delusione, se avrei detto la solita parola sbagliata al momento sbagliato, se lo avrebbe fatto lei.
    Senza accorgermene avevo dato il via a una serie di scherzi e battute a cui avevo intenzione di tenere fede, per questo una volta sceso dalla macchina mi sono avviato verso il punto dell’appuntamento indossando un naso rosso da clown, sfilando tra la gente perplessa.
    Forse è stato il naso, o forse il sorriso che indossavo subito sotto, ma appena ci siamo incontrati questa stupidaggine le ha strappato una risata, ed ha sciolto in un momento il ghiaccio e l’imbarazzo.

    Rido e dico “Guarda che ti avevo avvertito, 10 secondi di silenzio, ne sono passati già 3”

    Mentre ci avviamo al ristorante è un fiorire di chiacchiere, leggere, divertenti, quelle di due persone che si conoscono appena e che cercano di scoprirsi a vicenda. Lei è bella, sul serio, più di quanto mi aspettassi, ma mi scopro molto più interessato a scoprire cosa ci sia dietro i suoi occhi verdi, al sorriso che le illumina il volto ed alla risata contagiosa.

    Alzo la mano e comincio a contare con le dita della mano non occupata dalla sigaretta “Sei… Sette…”

    Ci accordiamo per una regola base, niente telefoni mentre mangiamo, lo abbiamo già usato troppo nelle settimane precedenti, adesso non ne abbiamo veramente bisogno. Seduti al tavolo del ristorante cominciamo a scegliere cosa mangiare, con qualche difficoltà visto che continuiamo ad interromperci per parlare. Il cameriere viene a chiederci per la terza volta se vogliamo ordinare esordendo con “Ce l’abbiamo fatta a scegliere o vogliamo fare un altro ripasso del menù?”, ridiamo di gusto alla battuta e decidiamo di impegnarci un po’ di più nell’ardua scelta. Riusciamo ad esaudire la richiesta del povero cameriere e riprendiamo a parlare. Nel locale affollato le nostre parole e le nostre risate si perdono in mezzo a quelle dei tavoli vicini, gli argomenti si accavallano l’uno sull’altro, tra parentesi che si aprono in continuazione, discorsi che derivano completamente dall’argomento iniziale, parliamo sull’antipasto e sul primo per oltre una ora.

    “Otto… Nove…” Lei mi guarda e ride, ma non dice nulla.

    Arrivati alla fine del primo ed alla fine della bottiglia di vino rosso, torna il nostro caro amico cameriere a consegnarci un altro improbo compito “la scelta del dolce”. Arrivati a questo punto decidiamo di comune accordo che possiamo concedere una tregua alla regola base, del resto lei è a cena con una persona che potrebbe essere veramente chiunque ed avere qualunque intenzione, deve rassicurare le amiche che, almeno per ora, è tutto a posto.
    Prendo il telefono in mano anche io e mi ritrovo a leggere il messaggio di un amico “Già messa in pratica la regola dei dieci secondi?”, il messaggio mi strappa una risata che richiama la sua attenzione. Con lo sguardo interrogativo mi osserva e mi chiede “Che succede?”. Non ci penso un momento e le racconto il motivo della mia reazione. Nel pomeriggio ho confidato dell’appuntamento ad un amico, soprattutto per chiedere consiglio dato che ne era passato di tempo dall’ultimo a cui ero andato. Tra consigli più o meno seri ne era uscito uno in risposta alle mie perplessità sul fatto che avrebbe potuto prevalere l’imbarazzo e che avrei dovuto trovare un modo per uscirne in qualche modo, pena una serata silenziosa e sicuramente poco divertente per entrambi. Il consiglio era “comincia la serata mettendo in chiaro le cose, nel caso in cui rimaniate in silenzio per più di 10 secondi tu la baci, per più di un minuto …”
    L’aneddoto la diverte e diventa spunto per un nuovo argomento, che ne aprirà un altro, che a sua volta ne partorirà uno nuovo e così via fino a finire il dolce, poi il caffè, poi l’amaro.
    La serata non è fredda, abbiamo voglia entrambi di una sigaretta. Pago il conto ed usciamo a passeggiare. Fino a quel momento abbiamo parlato senza sosta.
    Ci fermiamo a guardare il naviglio, mentre fumiamo la sigaretta.
    Silenzio.

    “Dieci”

     
  • 19 agosto 2016 alle ore 22:29
    Mi vuoi sposare?

    Come comincia: "Mi ricordo ancora perfettamente il giorno in cui le ho chiesto di sposarmi sai? Mi ricordo perfettamente quanto penai per farla uscire di casa, per mandarla in quella spa con una amica, pur di avere campo libero. Mi ricordo l'eccitazione, le sensazioni, l'euforia per quello che stavo per fare. Quanto ero contento. Chiederle di rimanere insieme fino alla fine, non era uno scherzo, era importante, non sai quanto...
    Quando arrivò lo chef a domicilio ed iniziò a preparare il menù che avevamo concordato, che sapevo le sarebbe piaciuto, ero un fascio di nervi. Iniziai a preparare la tavola, la musica che doveva esserci in sottofondo, ancora me la ricordo la canzone della vanoni che avevo scelto con cura.
    Poi tornò, dopo un messaggio della mia amica che mi avvertiva, io che la accoglievo sulla soglia e la accompagnavo a prendere l'aperitivo servito dallo chef, lei ed il suo sguardo sorpreso.
    Poi il pranzo, le chiacchiere, ed il sospetto che leggevo sul suo volto.
    Alla fine del pranzo mi misi in ginocchio e le chiesi di sposarmi, porgendole l'anello fatto fare su misura, come piaceva a me, squadrato, con un piccolissimo diamante incastonato.
    Al suo Si, in quel momento pensai che tutta la felicità del mondo si fosse concentrata per un momento in un solo luogo."
    "Ma allora perché l'hai lasciata?"
    Dietro gli occhi velati di lacrime passarono una lunga serie di nuvole nere, prima di rispodere.
    "Ti rispondo nello stesso modo in cui ho risposto al lei il giorno che me ne sono andato, non lo so."

     
  • 19 agosto 2016 alle ore 22:01
    Follia

    Come comincia: S. ha sempre saputo di essere bravo in quello che faceva.
    Lo faceva bene, con passione, con così tanta passione che dopo un po' non ebbe più tempo per altro. Se ne accorse, non con una epifania improvvisa e sorprendente, ma poco a poco, lentamente, una idea cominciò a diffondersi nella sua testa come un virus.
    Più quell'idea si faceva strada tra gli altri pensieri votati alla sua passione più aveva l'impressione di perdere il controllo. Erano così tanti anni che coccolava ed alimentava la sua passione che sapeva gestirla, sapeva dove avrebbe trovato gratificazione, quando e come impedire che prendesse il sopravvento. Almeno così era convinto.
    In realtà la sua passione era ormai diventata la sua ossessione, era lei che decideva per lui, che decideva quando renderlo cieco, quando e cosa fargli sentire, come usare quel burattino per il prorpio piacere.

    Quando il virus e la passione cominciarono a bisticciare nella sua testa le cose cominciarono ad andare male. Da principio cercò di tenere a bada entrambi, ma capì presto di non avere alcuna arma, controllo, possibità. Lo capì per un breve istante, quando si ritrovò chiuso in casa con la testa talmente occupata a vorticare tra le due cosequalsiasi distrazione preclusa perché l'attenzione era solo per quei due litigiosi esseri.

    Nella sua testa battaglie si susseguivano, in un paesaggio di memorie, tra pensieri e costruzioni di carattere, il virus che attaccava mendando fendenti e chiedendo indietro tutto il tempo che la passione aveva rubato, la passione difendendo la propria posizione e scagliando affondi per riavere quello che il virus aveva piano piano sottratto per tornare ad avere la supremazia su quella marionetta.
    Ma anche i pensieri si stancano, pur senza demordere, fino a che i fendenti e gli affondi non colpivano più l''una l'altra, ma finivano per distruggere quello che avevano a portata, quello che avevano intorno. Andarono avanti così, a lungo, finchè non si accorsero che avevano ditrutto tutto, che non era rimasto nulla su cui ergersi vincitori.
    Quando capirono non poterono fare altro che accasciarsi sul niente che rimaneva ed abbandonarsi alla stanchezza.

    Lo trovò un martedì mattino la domestica.
    Senza alcun pensiero finalmente.

     
  • 19 agosto 2016 alle ore 20:54
    Retromarcia

    Come comincia: C. "Mi dici che hai?"
    N. "Ho preso una strada a senso unico e senza uscita, sto cercando di tornare indietro, ma è come guidare una macchina con il llunotto posteriore oscurato, di notte, in una strada stretta e senza illuminazione. Ci metterò un po', ma alla fine ne uscirò e prendererò una altra strada."
    Sul volto di C. lo sguardo interrogativo di chi non ha la più pallida idea di cosa stai parlando e sulla bocca qualcosa che potrebbe essere un "vaffanculo" o un "ma che cazzo stai dicendo". Ma dura poco, sorprendetemente, lo sguardo stranito scompare sostituito da un mezzo sorriso ed un incoraggiamento sussurrato "Hai solo bisogno di un po' di tempo".
    Un altro sorso di birra per entrambi, da quelle due bottigglie di Corona che grondano sudore freddo in quella calda serata di agosto e gli argomenti tornano ad essere quelli di sempre.
    Succede così, che anche se mascherata, una confidenza diventa un segreto condiviso e comincia a pesare di meno, e quasi ti sembra di avere qualcuno che, mentre fai manovra per tornare indietro, comincia a darti indicazioni come un parcheggiatore abusivo.

    Qualche giorno dopo, stessa Corona sudata, stesso tavolino, soliti argomenti.
    Tra un tiro e l'altro dell'ennesima Marlboro C. "Allora, come procede la retromarcia?"
    Stavolta lo sguardo stralunato è quello di N., colto alla sprovvista, ma dopo averci pensato un po' "Procede, a fatica, ma procede."
    C."Ce la fai?"
    N "E' dura, lo sai, dovrei prendere una decisione drastica."
    C. "E tra quanto la prenderai?"
    N. avrrebbe voluto avere la risposta, oppure che il mondo in quel momento si fermasse, che smettesse di girare, che il tempo gli facesse la grazia di fermarsi, almeno un po', giusto quello che basta per trovarla quella risposta a cui aveva pensato così spesso, invece rimase in silenzio per troppo tempo.
    C. "Sei messo peggio di quanto pensassi..."
    Fu come se il parcheggiatore abusivo avesse urlando "Indietro non in avanti!" mentre l'auto procedeva a scatti.

    Mesi dopo, cercando di non farsi rubare anche l'ultimo briciolo di vita dal resto del mondo, di nuovo di fronte ad una birra, con una altra sigaretta ed i soliti discorsi in bocca.
    C. "Sei di nuovo strano, ancora in retromarcia?"
    N. "No, finito"
    C. "E allora cos'è sta faccia?"
    N. "Me ne vado"
    C. "Ma dove cazzo te ne vuoi andare?"
    N. "Lontano, ma non posso dirti niente adesso"
    C. "Ma sei un bastardo! Non ci credo! Tiri il sasso e nascondi la mano! Dimmelo!"
    N "Puoi insistere quanto vuoi, ma non ti dirò niente stasera, mettiti l'animo in pace"
    C. "Almeno verrai a salutare prima di partire!"
    N. "Lo sto facendo adesso"
    C. "Ma tra quanto parti?"
    N. "Presto, molto presto"
    C. "Domani? Domenica? Lunedì?"
    N. "Presto"
    C. "E non vuoi dirmi niente?!"
    Il battibecco occupò il resto della serata, come il parcheggiatore abusivo che chiede il suo compenso e l'autista che non vuole cedere perché alla fine ha fatto comunque tutto da solo. Nonostante solitamente vinca il parcheggiatore stavolta l'autista se ne andò vincitore, ma senza soddisfazione.

    Al tavolo oggi C. è seduto da solo, anche se le bottiglie sul tavolo sono sempre due.
    C. "Il brindisi è con te bastardo, ma alla salute mia e mi berrò anche la tua."
    C. è vestito elegante, gli sta bene, anche se lo fa troppo serio per come lo conosce N., che se fosse stato presente lo avrebbe preso in giro, anche per le lunghe scarpe nere che sembravano quasi valigie.
    C. finisce tutte e due le birre, si alza, paga il conto e si avvia a casa, esattamente come tutte le altre volte.

    N. è seduto ad un tavolino di un bar da tanto tempo, con una birra ormai calda in mano.
    Ha l'impressione di avere la testa vuota, leggera, come quando sei di fronte ad uno spettacolo della natura che ti riempie gli occhi a tal punto da non poter aver nessun altro pensiero, perché l'unica cosa che riesci a fare è cercare di imprimerti in testa quell'immagine meravigliosa. I suoi occhi vedono da quando si è seduto pezzi di vita sulla banchina del treno, costantemente in movimento, brulicante ed affannante vita. Di punto in bianco solo un pensiero "E' solo una altra strada", si alza e si avvia verso il binario.