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Autore

Maria Grazia Fucile

in archivio dal 10 nov 2012

28 novembre 1949, Serravalle Scrivia (AL) - Italia

mi descrivo così:
Sono pensionata e finalmente riesco a dedicarmi a ciò che più mi appassiona. A me piace molto scrivere e questa è attualmente la mia principale attività. Ho comunque tanti altri interessi (piscina, teatro, corsi di inglese, di cinema e arte) che in parte riempiono la mia infinita sete di conoscenza.

10 novembre 2012 alle ore 23:02

Il rifugio

Intro: In un breve lasso di tempo un'occasione speciale di incontro e di distensione si dipana nell'incanto della natura incontaminata ed il finale rimane aperto a diverse interpretazioni con la possibilità anche di proseguire eventualmente con una seconda parte.

Il racconto

Nonostante l’ultimo tratto di salita si fosse rivelato particolarmente ripido al punto tale da rendere difficoltoso il respiro, la giovane donna si stava inerpicando sicura verso la meta che non risultava poi così lontana.
Tutto attorno parlava di inverno e di un inverno particolarmente rigido e duro a morire; nulla accennava ad un possibile risveglio della natura ed il freddo penetrava nelle ossa.
Le cime delle montagne erano tutte innevate e riflettevano un chiarore eccessivo ed innaturale sull’intera vallata dove, a tratti, si intravedevano lontani puntini di temerari sciatori fuori pista.
Le nuvolette di vapore che uscivano dalla sua bocca ansante dipingevano insoliti ghirigori nell’aria tersa per poi condensarsi sul naso umido mentre gli occhi accennavano quasi a lacrimare.
Mani e piedi non resistevano più al freddo intenso e penetrante nonostante l’abbigliamento decisamente invernale della donna.
Ormai riusciva già ad intravedere la scritta sulla porta della baita: “Rifugio Fortezza” a significare che il più era fatto e a breve avrebbe potuto godere il meritato relax.
Negli ultimi metri le gambe quasi non rispondevano più al richiamo del corpo e i polpacci si stavano facendo duri come pietre. Quanto mai non si era provveduta di un bastone!
Al delicato tocco della sua mano inguantata la porta del rifugio si aprì come se qualcuno dall’interno fosse pronto a tirare la porta in segno di accoglienza e subito la sala interna nel suo insieme si rivelò confortevole all’aspetto.
Il soffitto basso in legno, i faretti laterali di luce soffusa, la stufa scoppiettante di legna ben stagionata e la polenta fumante già nei piatti dei primi avventori avrebbero colto di sorpresa chiunque non fosse stato pronto alla visione del vero Paradiso.
La giovane donna, non volendo farsi troppo notare, si appoggiò al primo tavolino vuoto che trovò sulla sua strada e si abbandonò con molta grazia su una delle tre sedie vuote disponibili, quella addossata alla parete che permetteva un ottimo sguardo di insieme sull’intera sala.
Dapprima si soffermò a scrutare le montagne attraverso le finestre appannate dal vapore come se attendesse delle conferme, come se le sembrasse ancora impossibile di essere riuscita ad arrivare da sola fino lì!
Accavallando le gambe mise in evidenza i suoi calzettoni rossi a rombi che bloccavano a tre quarti di gamba i pantaloni di velluto blu a coste sottili. Lentamente si sfilò dal collo l’enorme sciarpa rossa, pesante al punto di farla quasi soffocare, si sbottonò il giaccone e da sotto emerse il golf aderente di lana blu che aveva sottratto di nascosto dall’armadio della figlia.
Per ultimi si tolse i guanti che ripose con la sciarpa nello zainetto ed iniziò a giocherellare con la vera mentre un cameriere si avvicinava per chiedere le ordinazioni.
“Vediamo … polenta e brasato … e vino rosso della casa!”
Si mise in attesa ma evidentemente l’anello la infastidiva per cui lo sfilò e lo depose nel portamonete che si trovava nella tasca interna dello zaino.
Vampate di calore le accendevano il viso mentre le brillavano gli occhi per l’emozione nuova, ma i piedi restavano ghiacciati, forse gli scarponi non erano adatti a quell’impresa.
Nonostante il poco spazio, provò ad allungarsi il più possibile verso il calore emanato dalla stufa a cui avvicinò pericolosamente le estremità in cerca di conforto.
All’improvviso fu investita da una folata di aria gelida: la porta lasciò entrare una comitiva forse sopraggiunta con la funivia oppure, più probabile, reduce dalla scalata della parete a gradini. Anch’essi avevano raggiunto la meta agognata.
Fu costretta a stringersi ancora di più per permettere a due giovanotti appena arrivati di prendere posto nelle due sedie rimaste vuote accanto a lei al suo stesso tavolo.
Mentre i due si stavano sistemando, il cameriere le portò la polenta calda e il vino. La giovane signora sentì vagamente l’accenno ad un “Buon Appetito” da parte dei vicini ed ebbe l’impressione ci fosse una punta di invidia nella loro voce forse perché lei era già riuscita a farsi servire mentre loro chissà quanto avrebbero dovuto attendere.
Gli uomini erano comunque cortesi nei modi e nei gesti; cercavano di farle spazio e uno dei due le versò il vino nel bicchiere.
Un trillo interruppe l’approccio tra di loro: non ci voleva una chiamata proprio in mezzo a quella confusione … ma la donna non poteva non rispondere.
Data la linea un po’ difficoltosa, la sua voce si profilò subito alta, essendo disturbata anche nell’ascolto dal brusio proveniente dai tavoli vicini.
La conversazione telefonica si fece presto molto concitata; dal tono severo della voce e da alcune parole pronunciate fu evidente che al telefono c’era la figlia per cui, anche senza l’anello, fu chiaro ai due commensali che la signora era sposata.
La discussione si interruppe improvvisamente. “E’ caduta la linea?”, “Forse è meglio spegnere il cellulare per conservare un po’ di carica …”. I ragazzi si dimostrarono collaborativi senza essere invadenti ed il clima si fece più distensivo.
Non appena arrivò loro da mangiare, si fecero buona compagnia al punto da intonare con gli altri a fine pranzo qualche canto di montagna.
Dopo il grappino erano tutti più rilassati, quasi con un accenno ad una allegria contenuta forse dovuta al sopraggiungere di un sano abbiocco.
“Andiamo a smaltire il pranzo su, al pianoro?”. La donna non se lo fece ripetere due volte, si rivestì di tutto punto e li seguì in silenzio decisa a godere il più possibile dello spettacolo che la attendeva lassù, dove lo sguardo si perdeva all’infinito tra monti e valli per poi fissarsi sulla piccola distesa lontana del lago gelato.
Restarono in silenzio a lungo ad assaporare il calare delle ombre della sera.
Poi rientrarono in fretta al rifugio,
Dormirono vestiti, distribuiti promiscuamente sui letti a castello, ancora sotto l’effetto del calore ambientale sprigionato dalla stufa e dei bicchieri bevuti durante tutta la giornata con la scusa di doversi scaldare e riparare dal freddo.
Lentamente il freddo della notte penetrò nelle loro ossa.
La mattina seguente i due giovanotti si svegliarono con difficoltà, ancora con i postumi della serata trascorsa tra i brindisi e sotto l’effetto dei sogni notturni in cui ricorreva spesso il volto di lei, quasi diafano ma molto intrigante ….
… ma della giovane signora al mattino non restò nessuna traccia!
Nessun biglietto.
Anche il letto quasi non aveva segno di averla ospitata come se avesse dormito sull’orlo o sollevata …
Nessuno l’aveva vista andare via.
Anche se non era stata troppo loquace e se lo sguardo risultava a volte un po’ distratto e trasognato, altri momenti pensieroso e malinconico, ciononostante nessuno si abbandonò a brutti pensieri o a tristi presagi.
“Sicuramente avrà preso la prima funivia del mattino per rientrare presto a casa … quando si hanno impegni di famiglia …”.
Questo fu il convincimento di uno dei due ragazzotti e l’altro annuì in silenzio rimpiangendo l’ennesima occasione mancata. 

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