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in archivio dal 01 ago 2006

Matteo Cammisa

31 ottobre 1985, Lucca - Italia
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  • 01 novembre 2015 alle ore 15:41
    AMORE

    Ci rende anime, 
    Perse o in volo,
    Ma anime 
    Affamate di vita.
    Coraggiosi
    Dal sonno rilassato.
    Poter dire:
    Più non sono
    Non sei
    Ma saremo
    Siamo.

     
  • 10 novembre 2014 alle ore 12:16
    Metropolitanamerica

    Orde di razze come mazzi
    Nello stretto entrare lento
    Mix di fiori parlano seduti
    Chiari scuri gialli e bianchi
    In piedi appoggiati in silenzio ondeggiare
    Nelle loro cuffie in gabbia
    O sopra libri… un compagno
    Che sbriciola inudibili parole
    Porte serrate e fischi sotterranei
    Illuminati al neon freddo
    Tra mille mattonelle ammuffite
    Lanciate nell’intermittente scia laterale
    Mi scusi – soffiato sospiro lontano
    Dove piedi mossi a perdita su lamiera
    Incontrano la moderna invenzione
    lo strusciare rozzo sibilo dei vetri
    Che lavora in attesa a riempire pensieri
    Spalle seni gambe e forfora accavallati
    Nello spazio reso melma di colori e odori
    Ascella e spessi aliti di carne
    Prego – nello scollo e una collana
    Sguardi d’ogni quadro e ordine
    Riflessi nello sperma del ricordo
    Che ingravida se stesso – non si preoccupi -
    Fermi in corsa per tornare
    Fuggire in fretta per restare
    Nel ripetere del giorno.
    Forse è la prossima – parlano
    D’ognuno è il suo presente leggono
    Libri riviste espressioni e movimenti
    Campionario completo d’emozioni ferme
    E il sibilo è speranza – mi scusi.
    Felicità o tristezza non importa
    Solo tenere il tubo umido di ferro
    Chiudere le gambe e non fissare mai.
    Devo scendere – e lasciare il fischio
    E nel mal di mare muovere macchinario
    Attendere lontano il medesimo
    E noioso inconfondibile arrivo

     
  • 24 marzo 2014 alle ore 23:20
    Senza titolo

    Il fiore lotta il vento
    Per non lasciare il sole

     
  • 08 febbraio 2014 alle ore 13:03
    S. M.

    … E ancora
    Un motivo solo

    E non cedere ai tuoi occhi
    Il tuo riflesso buio
    Nel passo di una sabbia
    Che scroscio del silenzio
    Si ripete me stesso
     
    Vago piccolo
    E nevicate di ricordi
    Mentre tu resisti
    Come sopra un soffio
     
    Poi
     
    L’acqua ferma
    E il fuoco allenta
    Perchè io ritorni
    E verso te vagando
    Ancora tu
    Ed Io
    Ritorni
    Ancora… 
    E ancora...

     
  • 01 gennaio 2014 alle ore 22:31
    Del mare

    Del mare resta
    Come nel cuore
    Un segno

     
  • 14 maggio 2013 alle ore 11:52
    CHE COS'É LA POESIA (parte 3)

    ... E nell'orda di un silenzio esploda
    Come un grido in fiamme
    Sopra un mare ingordo.

    Sia parola grave
    Dolce come un tenero suicidio
    Libero di urlare odio
    Fede eterna devozione
    Fiato di un sudore acre
    Come sesso vivo
    Tra parole sacre.

    La poesia come fenice nasce
    Dentro lacrime e ferite
    Per Travolgere le labbra
    Di chi sa ascoltare.

    È pura anima
    Di un miele caldo
    E spina di una rosa morta
    Per il fiele di un amore atroce.

    È un urlo sottile
    Come lame velenose
    E un sogno trascinante
    Come un estasi drogata.

    Perché tu pianga
    Piangono i poeti
    Mille volte
    Nella loro morte
    Terribilmente viva.
    Vedono al di là
    Sopra pagine cadute
    Tra il respiro
    Di un istante
    Da voi creduto
    Scioccamente
    Superficiale
    Vuoto
    E semplicemente
    Inutile!
    Poesia è vivere
    L essenza del dolore
    Fondo e apice
    D'una gloria divina.

     
  • 25 aprile 2013 alle ore 22:54
    S. M.

    Quando di te rimane solo una foto
    Nel libro che mai avrei creduto riaprire

     
  • 20 aprile 2013 alle ore 12:27
    POLITICASTA

    Voltagabbana inciucisti
    Casta voto armata
    Vilipendisti festaioli
    Affamata mignottanza

    Spendiballe improvvisati
    Analcostituzionalisti!
    Cronici poltronari
    Orgoglioni svenditari

    Cenaioli rimborsisti
    Smarionettatori
    Geriatricoforzisti

    Vergogna nostra
    Del nostro onore
    Di gloriosa civiltà

     
  • 27 gennaio 2013 alle ore 19:09
    Sabrina

    Il tuo silenzio come un mostro
    È presagio di tempesta,
    suo sinonimo di morte.

    Ha nome “indifferenza”
    Quando pura atrocità...

    … E mi lascia come appeso
    In solitudine del dubbio.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 14:30
    Francesca

    A volte arriva

    E come acqua

    Del pensiero

    Riempie gli occhi
     

     
  • 01 ottobre 2012 alle ore 9:03
    Donna martire

    Cristo ascolta questi occhi
    e dei miei lividi la storia
    di un delirio reiterato
    sotto l’ombra dei Tuoi giorni.

    Le mie mani fredde e il pianto
    consumato nel silenzio
    di una casa senza nome.

    Stanze accese dalle fiamme
    d’uno sposo mio nemico
    figlio di natura e forza
    come un cane senza occhi.

    Pronto alla giustizia infame
    alle urla del mio ventre
    che crisalide marciva.

    Io che sopprimevo il tempo
    grattando le unghie al seno
    dentro il fragile riparo
    di un sorriso senza vita.

    Loro no, non mi hanno vista
    sotto l’ultimo dei pugni
    che il demonio gli ha concesso.

     
  • 20 luglio 2012 alle ore 14:00
    INNO II

    INNO II

    Ascoltate.
    Ascoltate quanto queste mani hanno da dirvi.
    Guardate ad occhi chiusi il ricordo
    gettato a macchiare il bianco
    di queste pagine innocenti.

    Alzate l’anima e abbandonate la materia
    morta finta e foderata di uno schema
    pronto a generare automi e macchine di carne.
    Tornate a vivere:
    a vivere la pelle;
    a vivere ogni flebile sospiro
    come sussurri spenti al fuoco
    di una notte senza luna.

    Innamoratevi dell’ombra di una nube all’alba,
    coloratevi le lacrime del riflesso di un tramonto.
    Affacciatevi al fluire immobile del tempo
    e assaporate il segno libero del caos
    dipinto da un angelo viziato dai sapori di una Dea.

    Scriverete una nuova Bibbia
    spinti dall’ovazione di un infinito gran finale.
    Sarete dovunque nello stesso luogo:
    sopra e dentro i profumi d’infanzie perdute
    tra giardini di fiori proibiti.
    Sarete il caldo improvviso
    che sorprende il viso umido di pioggia
    e pioggia
    nelle aride stanze del pensiero di un malato.

    I sogni sono i semi dell’Eden
    lasciateli bere le vostre emozioni
    e nel tempo di un brivido
    conoscerete l’eterno.

     
  • 03 maggio 2012 alle ore 20:10
    RISVEGLIO

    Il sole spezza l'urlo
    e della pioggia lascia
    un tramestio di piedi.

     
  • 08 aprile 2012 alle ore 19:19
    Sofia G.

    Tema condannato a ripartire,
    a segnare come un ago segna
        il timpano d’ogni mio desiderio.

          Sei morte il suo sorriso.

    Dell’eco mi rimane il pianto
    l’amaro di pensarti il vizio.
    Lontana dal mio lezzo, eppure
    nelle notti m’abbracci nuda.

    Diafane espressioni specchiano
    le ruvide memorie vinte
    dall’urlo afono del tempo:
    sono spettro di ciò che amavi.

                                Sei vita la sua ombra.

    Vibra ancora d’eros la riva
    di questo inverno e lungo stende
    l’onda illusoria di riaverti.

    Sofia.

    Al focolare buio attendo
        nel monotono rinnovo
              di campane a taglio.

     
  • 16 dicembre 2011 alle ore 15:24
    TRISTEZZA

    Lentamente umido, sospiro.
    Al di là di me nel mondo, luce
    chiunque legga dal buio slega.
    Eppur sola resta la mia mano
    d’invisibile fantasma, solo,
    sotto il peso di continua morte.

    Come sasso su tela seccata,
    nei rumori silenti ferite
    sanguinanti urla, rompe calda
    la parola antica detta amore.
    Ride ‘a sparse ceneri coperta
    tenera si scopre ed io con lei.

     
  • 08 dicembre 2011 alle ore 12:46
    EMO

    Desidero cadere a perdita
    nel sogno più irreale,
    nei rivoli di un buio
    teneramente tenebro.

    Brucio nell’attesa e
    tendo braccia invano
    dentro un mondo
    che dovunque brucia.

    Appesa ad un istante
    e costantemente sola
    muovo passi immobili.

    Vorrei stringerti futuro
    riportandoti al dolore
    fisso alle mie mani.

    Sfogo nell’amare l’odio
    e soffro di un amore nero
    nell’esilio d’incomprese
    frasi e sere insonni.

    Nessuno mi ascolta
    e mai potrà sentirmi:
    questa lacrima di sangue 
    fa un rumore troppo sordo.

     
  • 03 dicembre 2011 alle ore 23:27
    MADRE VERBO

    Nell’amore del verbo
    riverbero silente
    come il cielo fremita
    ai limiti l’oceano.
    Un delirio accogliente
    sopra gli occhi sale
    tracima il viso. Sono
    tuo, madre parola.

     
  • 24 novembre 2011 alle ore 22:14
    LEDA

    Tu sei vive e profonde passioni
    di impossibili futuri, sprechi di
    rose regalate e volti di
    donne che non avrò mai.

    Sei quel liquido che sporca
    e riscalda la pelle. Un olio
    grasso che dona vigore alle
    giunture di un animo arido.

    Sei un pensiero fisso che friziona
    mente e cuore, pompa respiri
    e cola sui ricordi arrossati
    di persone disperate.

    Sei un soffio che sbatte
    tra le mura di un bambino adulto,
    due occhi divaricati pronti
    a bagnarsi della colpa di Adamo.

    Sei un animale da colpire, da bere
    e da affogare tra parole di un senso
    disumano urlate in un salone
    colmo di gesti d’acqua e pietra.

    Sei perfetta nella voglia di chi ama,
    nel pensiero di chi desidera,
    ma nella bocca di un poeta
    rimani sola e concreta illusione.

    Non svegliarti mai, dimentica
    nel sogno la crudeltà dell’eros,
    credi a calma e crea castelli
    dove nessuno mai possa ritrovarti.

    A Catherine

    22/11/2011

     
  • 19 agosto 2011 alle ore 11:40
    ALL YOU NEED

    A singing bird
    is all you need
    to feel your life

    A horning car
    is all you need
    to lose the bird

    A loving dog
    is all you need
    when love is out

    A cheating girl
    is all you need
    to feel depressed

    A bowl of rum 
    is all you need
    to let it go

    A scratched car
    is all you need
    to shout out loud

    A brand new gun
    is all you damn need...

     
  • 24 luglio 2011 alle ore 18:38
    UNGARETTI

    Un petalo
    sul crine
    di un soffio

    scrive

    nei tuoni
    di guerra.

     
  • 30 maggio 2011 alle ore 22:06
    UOMO SOCIAL NETWORK

    Siamo uomini catodici
    diamo amori digitali
    con parole di tastiera
    fermi virtual salottini
    nei circuiti a cavi neri
    scorri clicca e aspetta
    premi leggi e non sfogliare.

    Cuori con impulso lento
    progettati per la vita
    quell’applicazione prima
    che è introvabile su rete
    scaricabile di notte
    con un semplice pensiero:
    voler vivere da umano.

    Onanismo a schermo intero
    dopo pasti di barrette
    dentro stanze legno-amianto
    creme a idrogeno compresso
    sopra plastica di pelle
    senza peli depilato
    scuro finto di uno spray.

    Figli anomali d’industria
    fatti a serie poi riempiti
    di veline e seni finti
    soldi marci e droghe spente
    amici disco-aperitivo
    per trovarsi e dirsi ciao
    dentro un solitario caos.

     
  • 14 aprile 2011 alle ore 23:03
    GIUDITTA

    Per ricevere il tuo labbro
    Non ho l’ombra di una rosa
    Seta o petali di blu
    Come il mare sul tuo viso
    Senza vento o schiuma d’onda;
    Non ho il cuore di un neonato;
    La dolcezza di una foglia
    Sopra un fiume in piena forza;
    Vuote mani o mente aperta.

    Per ricevere il tuo labbro
    Non ho niente da donare
    Solo vizio soldi e noia
    Ferro pieno, laghi vuoti
    Di una mente incontrollata
    Cane strabico di fede
    Chiesa madre di cemento
    Dalle luci illuminata
    Di una strada senza uscita

     
  • 13 aprile 2011 alle ore 20:46
    PUBBLICO MODERNO

    Quanta misera tristezza
    nel vederti sorridente.
    Quella musica d' idioti
    ricoperti di commercio...
    Non ti accorgi delle sorde
    lunghe code di favori?!
    Vedi solo ciò che chiede
    la sapienza di un beota,
    nato figlio di una troia,
    sputa all'alto impositore!
    Respirare il tuo frastuono
    vomitato dalle labbra
    di un paese fariseo
    rende il corpo mio speranza 
    morta cenere silente...

     
  • 13 aprile 2011 alle ore 20:34
    ALEXANDRA GINSBERG

    Ho visto mani maritarsi
    al santo vincolo sessuale
    divorziare sotto il tempo
    di una cassa in quattro quarti
    vedo visi rilassarsi 
    corpi. volti su al celeste
    occhi aperti soli e pene
    dolorose sanguinanti
    scemi mobili di vita
    date anche un'unghia rotta
    la speranza di una luce
    come credere mia sposa
    il tuo sorriso inesistente
    sotto al giogo del tuo morto
    vivere di pene, falsi
    ricamati discorsini
    mani calde e labbra tese.

    Ho visto dita rilassarsi 
    nella valle del perdono
    ricercare un gridolino 
    un sommesso pio richiamo
    a quelle donne naturali
    senza dubbi di conteggio
    soldi, copri e ripulisci!
    Vedo labbra dirsi addio
    senza l'onere del tocco
    convenevoli di un ladro
    con il corpo di un'arpia
    modellato tra le rocce
    delle acque a due cascate
    oro puro e piombo d'oro
    piume d'oca e dorsi piuma
    dove stendere la voglia
    la richiesta incontrollata
    dell'affetto mai avuto.

     
  • 05 aprile 2011 alle ore 20:11
    SE MORISSI...

    Se morissi, io

    La pioggia comunque

    Cadrebbe dal cielo.

     
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  • 07 agosto 2011 alle ore 11:20
    Un episodio di vita... (Seconda parte)

    Come comincia: Arrivarono al posto una mezz’oretta dopo. C’erano luci di natale ovunque anche se non era natale. Il posto macchine traboccava di veicoli, così parcheggiarono parecchio piu avanti. “Fottuti puttanieri siete tutti qui stanotte eh!”urlò Tac dalla macchina
    Tes scoppio a ridere. Era ubriaco con la bocceta vuota tra le gambe.
    Scesero insieme e fecero una pisciata lunghissima sul portello della macchina accanto, si beccarono un “Che cazzo fate!” da uno in lontananza e scapparono in direzione del night.
    “Ci siamo Tes!”
    “Entro prima io sembro piu grande”disse sicuro Andrea forse per il pizzetto o le scarpe con il tacco.
    “Siamo maggiorenni! Cazzo vuoi che dicano!”
    Entrarono e la scena che si parò davanti fu agghiacciante, di cartoline porno ne avevano viste ma mai tutte insieme e così tante. Facevano quasi schifo, tutte queste troie che si infilavano di tutto dovunque e nelle posizioni più impensate.
    “Sono quindici euro. La consumazione è compresa e non potete toccare le signore se non avete pagato la marchetta. Provateci e sarà l’ultima cosa che ricorderete di questa vita” disse l’uomo dietro al banco. I due pagarono e si diressero verso la pista.
    “Che cazzone” disse sottovoce Tes.
    “Lo fa per il lavoro, tutti amiamo il nostro lavoro e cerchiamo di farlo al meglio.”
    “Sarà…ma che lavoro di merda!”
    Una troia saliva le scala mentre loro scendevano. Sorrisero entrambi e in risposta questa strusciò le chiappe nude alla gamba di Tes.
    “Siamo in paradiso!”urlò.
    Una volta sotto cercarono di capire come funzionava così andarono al bar e ordinarono un drink guardandosi attorno.
    Era tutto buio eccetto per quelle sfuriate di luci da disco che ogni tanto facevano brillare i capezzoli delle ballerine. La musica era a palla. Le donne bellissime quasi di un altro pianeta.
    “Devo mettermi a sedere o si capirà che sono eccitato sono tutto gonfio là sotto” disse Tac guardandosi a uno specchio.
    Scelsero subito il posto sbagliato e un ciccione li cacciò bestemmiando. La clientela era più o meno variegata, dai venti ai quaranta anni, lavoratori e studenti, c’erano anche due donne probabilmente lesbiche.
    Trovarono un posto non molto lontano dalla pista centrale dove si esibivano le “ballerine”.
    “Guarda quello sfigato si è addormentato!”disse Tac alludendo a un tizio seduto accanto alla scalinata. Risero di gusto.
    “Che pacchia Tes! Facciamo un brindisi alla serata!” Alzarono i bicchieri e si scambiarono un sorriso sincero. Tes girò lo sguardo e facendo un cenno con la testa  disse “Guarda! Sta venendo verso di noi..”
    Una bionda era scesa dal palco e si dirigeva verso di loro. Aveva gli occhi di un celeste profondo, i capelli sciolti correvano sulle spalle girando intorno al collo, il vestito era una sottile veste attillatissima colorata di sfumature dal verde al blu, alta, morbida slanciata. Era una sirena.
    Si sedette accanto a loro come se fossero stati amici di vecchia data.
    “Ciao come vi chiamatè?”disse con un leggero accento francese.
    “Io Andrea lui è Taco”disse senza staccare gli occhi dai seni che esplodevano.
    “Ce l’ hai un nome tu?”disse Taco
    “Celìn” disse portando la lingua alle labbra.
    “Vado a prendere un drink alla signora” Disse Tes alzandosi.
    “Come funzioni?Se ti pago mi porti di là oppure dobbiamo per forza parlare?”
    “Par le privee tu basta che paghì e voilà. Però parlè con me un po’…”disse la sgualdrina mettendogli le mani nei capelli.
    “Ok … allora… ti piace questo lavoro?”
    Lo guardò per un istante con quegli occhi profondi piena di paura, sembrava chiedesse aiuto poi con un sorriso tiratissimo disse “sì!”
    “Credi in Dio Celin? Perché io comincio ad avere dei dubbi… insomma tu sei una creatura innaturale questo è chiaro e non so se Cristo possa pensare a una figa del genere e poi generarla, lui non ha mai approfondito la questione aveva altro da fare a quel che si dice in giro: i miracoli le parabole e via dicendo…”
    “Non capisco…”e sorrise in maniera molto infantile.
    “Lascia perdere, quanti anni hai? venti trenta non si capisce più una sega con queste cazzo di lozioni creme e operazioni, anche un cesso di cinquant’anni può sembrare una dodicenne.”
    “Ventottò” disse grattandosi la gamba. Sembrava annoiata.
    “Non sono il tuo tipo Celin eppure sei qui accanto a me sperando che ti porti di là e ti paghi. La vita è assurda. Che ne pensi Celin?E’ assurda per te la vita?”
    Tes era arrivato e teneva in mano un drink pieno di ghiaccio con un  ombrellino sopra.
    “Ti ha fatto delle domande strane? È fatto così, non è cattivo. Allora Celin ti ho preso un gin lemon”e girandosi verso Tac sottovoce “Dammi due soldi sono al verde!” e Tac sempre sottovoce senza farsi notare “Merda Tes sei una fava!”
    “Qualcuno mi aveva detto che i soldi non erano un problema…” erano seduti tutti e tre sullo stesso divanetto la donna era nel mezzo. Tac passò il portafoglio da dietro la schiena di lei finendo il movimento abbracciandola “Sei molto carino!”  intanto Tes aveva il tempo di prendere i soldi che gli servivano senza essere visto, solo un vecchio assisteva alla scena da dietro scuotendo la testa e sorridendo, avrà pensato “Mi ricorda la prima volta…”
    Continuarono a parlare. Il portafoglio tornò nelle mani di Tac con un’altra furbata. Il classico trucco del “oh! mi sono cascate le chiavi” la vittima si accuccia e non vede il complice che lavora con il compagno.
    “Bastardo mi hai spolpato” pensò Tac nel vedere i suoi averi dimezzati.
    “Vado a farmi una pagliuzza” disse allora e una volta in piedi aggiunse “Buon proseguimento!”
    “Prendiamo un altro drink!”disse felice in risposta l’altro abbracciando Celin.
    “…Bastardo” disse Tac tra i denti dirigendosi verso la porta che dava accesso al balcone.
    Tes avrebbe ridato tutto fino all’ultimo centesimo Tac lo sapeva e calmo si accese una Benson Blu nella notte umida e pacifica.

    Erano oramai le quattro il locale era semideserto Tes se la stava godendo con una svedese nella stanza di sopra e Tac era completamente andato troppe canne e troppe tette. Era a sedere su di un divanetto quando una stanga mora gli si avvicinò e gli si strusciò con il bacino sul pene dicendo “Ciao!Offri me calcosa” Taco non capiva più niente ma era arrapato come non mai così ordinò due bevute e se la fece sdraiare sulle gambe. Si chiamava Laura o almeno era quello che aveva capito. Due seni sodi come il legno e un didietro pieno e gonfio. Era una fica da paura. Il cervello probabilmente l’aveva venduto. Una deficiente cronica capace solo di fare quella cazzo di risata odiosa “ah! ah! ah!” sempre uguale afona e fuori luogo. Facevano tutte le stesse domande come se fosse un protocollo. Era la quarta quella sera. “Come ti chiami?” “Quanti anni hai?” “ Che fai nella vita” “Vuoi un massaggio?” “Offrimi qualcosa” questa poi la facevano ogni minuto.
    “Boss dicie che no posso mai io chiedo te se massaggino vuoi ah?gratissi?va bene no?du iu vont cam uite me?” lo disse sottovoce per metà cavalcioni su di lui e spingendo con il ginocchio tra le sue gambe.
    E’ un occasione unica!pensò. Tes aveva dovuto pagare fior di quattrini per portarsela di là. Lui aveva trovato una cerebrolesa che chissà per quale ragione voleva rompere le regole. Forse era stanca della routine o forse si era innamorata di lui, fatto sta che
    Tac non rispose le accarezzò il seno e così com’era la portò in braccio nella stanza dell’amore.
    “Faccio massaggio du iu vont?” disse appoggiandogli le labbra alla gola.
    Iniziò a ballare e a spogliarsi davanti al letto. Era immensa troppo bella per essere reale. I suoi occhi erano lucidi e riflettevano la luce dell’unica lampada accesa accanto al letto. Tac si era innamorato. Il cervello cominciò ad andargli in pappa. Gli sembrava un film. La stanza era spoglia ma confortevole come una camera d’albergo. La musica filtrava dalla sala da ballo e lei mugolava come una bambina quando gioca. Si avvicinava sempre di più e come in sintonia il pene di Tac spingeva la cerniera quasi a chiedere d’essere liberato. Lei forse capì così avvicinò tutt’ e due le mani alla cintura. Lui chiuse gli occhi pensando a quello che gli avrebbe fatto. Gli sbottonò i jeans. La cosa cresceva e il pensiero vaneggiava sempre di più. Con una mano teneva un lato dei jeans con l‘altra cominciò ad abbassare la cerniera. Era un momento eterno era pronto a esplodere. La cerniera sempre più aperta e il viso di lei sempre più vicino al suo. Sentiva il suo odore angelico la musica era dentro di lui ogni parte fremeva. Ancora poco. Un altro po’. Suonò una campana assordante lei scatto in piedi e fece per andar via. Taco impazzì! Prese la lampada e gliela tirò contro. Lei non aspettandosi una reazione del genere rimase immobile e prese la lampada in pieno viso. L’urto le fece sbattere la testa nell’attacca panni rotto e la punta che sporgeva le si conficcò nel punto esatto in cui la mandibola lascia lo spazio al collo. Il sangue cominciò a schizzare dovunque. Tremava e sobbalzava come un pesce pescato e gettato nella barca. Tac in piedi sul letto con il pene uscitogli fuori si vomitò addosso e svenne.

    Andrea era nell’ampia sala ad aspettare l’amico. Si era addormentato su di una poltroncina teneva le gambe larghe la testa appoggiata indietro e un filo di bava gli colava da un lato della bocca. Si svegliò di colpo quando una sgualdrina cercò di appoggiargli una tetta sulla testa. L’orologio segnava le 4:37 era maledettamente tardi e quel pazzo del suo amico non era ancora uscito. “Aveva voglia di spendere quel fricchettone!”  pensò alzandosi in piedi. La ragazza lo rimise a sedere “ask for a drink I’m thirsty. Do it for me I’ll pay you back…in my way!”
    “Ne ho abbastanza di voi troie!sono stanco e voglio un letto”
    “yes letto!we can go now but i twill cost to you…”
    “Lo lo so lo so cazzo ma che siete delle macchine? merda mi fate schifo, che palle voglio andarmene!” le spinse via la mano e si alzo di nuovo. Stavolta non lo fermò nessuno. Era un posto di egoisti e poveracci ognuno si faceva gli affari suoi e non guardava altro che quella carne sballonzolare di qua e di là a tempo di musica elettronica.
    Correndo salì le scale sapeva che la zoccola che era con lui era quella ungherese che ha la sua stanza personale .“ANCHE SE STAI SCOPANDO GIURO CHE TI TIRO VIA!...”piombò nella stanza sbraitando.
    La stanza era oscura e odorava di sangue rappreso e vomito, un odore così forte al sapore di ferro che faceva digrignare i denti.  “Ma che cazz…oh mio Dio” Il corpo era appeso al muro come un giacchetto. Era in grado di valutare se una persona era morta o meno e quella era stecchita. Aveva perso un sacco di sangue e al tatto era fredda come un ghiacciolo. Una situazione assurda. Vide la lampada e capì la dinamica. Il suo amico l’aveva uccisa. Non c’ erano finestre non poteva entrare nessuno e la lampada era stata lanciata per forza nella direzione letto muro. “merda… merda oh merda…” continuò per qualche minuto fermo immobile “merda… merda…” era come divenuto in un istante idiota non riusciva a pensare a niente. La stanza ruotava. “HEY NON SI PUÒ ENTRARE, LA STANZA È OCCUPATA!”disse entrando e sbattendo la porta un omone con la barba e quei cazzo di auricolari classici dei buttafuori. Tes senza pensare gli saltò addosso. Una mossa fugace senza senso ci fu una piccola colluttazione poi il grosso omone nero scivolò sul sangue e cadde in terra. Qui trovò un pezzo della lampada ormai fracassata e glielo puntò contro “Vieni maniaco del cazzo!”. Di risposta per paura o chissà per quale motivo gli fu rifilato un calcio e l’arma che doveva ferire Tes finì per piantarsi nel petto dell’uomo che ora sputava sangue. Una scena orribile. Andrea ebbe di nuovo il senno e stavolta si gettò su di lui per aiutarlo. Estrasse il pezzo e lì si accorse quanto era profondo. Sbiancò di colpo perchè capì lo sbaglio. Adesso che l’arma non era più conficcata a fare da tappo tutto il sangue stava esplodendo fuori! Quintali di sangue! Tutto era rosso gli scappò un pianto senza urlare, era paralizzato. Non c era più niente da fare: era morto. In tutto questo l’altro giaceva sul letto con il sesso di fuori. Tes era arrabbiato, colpevole, disperato!Senza speranze si getto sul letto e gli tirò un pugno in pieno viso. Le gocce di sangue schizzarono nuovamente deturpandogli la guancia. Taco aprì gli occhi ma non fece in tempo a scansare un nuovo colpo che gli ruppe il naso in un sonoro schiocco! “Aaaah figlio di puttana ma che cazzo fai?...sei un bastardo…” continuò a urlare si infilò nel bagno cercando della carta o dei cerotti qualsiasi. Forse non era rotto però il sangue continuava a colare. Trovò solo un assorbente usato nel cestino accanto al water e se lo mise al naso.
    “Tac dobbiamo fare qualcosa” Urlò dalla stanza da letto Andrea.
    “Ma che è successo qui?” disse Taco rientrando nella stanza. In risposta gli arrivò un nuovo cazzotto in pieno viso “Non fare finta con me!Sei stato tu maledetto bastardo” disse tirandogli un pugno nello stomaco.
    “Ah…” Non riusciva a parlare Tac, era pieno di dolori. Svenne di nuovo. L’altro era in piedi, adesso si era sfogato però doveva fare qualcosa. Qualcuno di lì a poco sarebbe entrato. “Le urla non possono averle sentite la porta era chiusa e la musica era altissima” pensò in un lampo di piena lucidità. Quanto sangue, impossibile pulire tutto. Troppe tracce. Erano nella merda, tutto conduceva a loro. Si accucciò sull’amico svenuto e gli getto un po’ d’acqua presa dal bagno nel viso.
    “Cos’è successo…non ricordo…” mugolò con una voce nasale e paradossalmente divertente.
    “Hai ucciso la baldracca invece di scoparla sei un perfetto idiota!Hai il pene sempre di fuori Dio mio Tac che cosa sei?”
    “Non posso aver fatto una cosa del genere tu mi conosci” un po’ di sangue gli uscì dal naso, mentre sistemava le mutande.
    “E’ così invece e ci siamo in mezzo tutti e due!”gli urlò in faccia stringendolo per le spalle e si azzittì di colpo.
    Pian piano Tac riprese a pensare anche se gli riusciva difficile un po’ per il dolore un po’ per la sbornia. “Quella puttana!Ora ricordo gli ho lanciato una lampada e … oh cazzo l’ho piantata nel muro!Ma come cazzo ho fatto!” voleva ridere ma gli uscì un pianto improvviso.
    “E questo?Questo non c’era…non mi dire che…”
    “Si sì sono stato io ma quanto ti ci vuole per capire che siamo nella merda!Ci possono dare l’ergastolo o forse trent’anni di carcere comunque vada l’ abbiamo in quel posto”
    “Merda merda merda…”disse guardando in terra.
    Rimasero in silenzio per cinque minuti. Nella stanza c’era un odore pazzesco: nauseante, sembrava di stare in un cassonetto. La musica era sempre forte e non sembrava turbata dell’accaduto. Non riuscivano a guardare che in terra. Andrea dondolava e ogni tanto lanciava un gridolino soffocato dal pianto e poi smetteva di piangere subito dopo. “Che fare?” pensava.
    D’improvviso scattò in piedi andò nel bagno e riuscì immediatamente. Prese l’altro per una spalla e ci ritornò, chiuse la porta e tirò fuori l’accendino.
    “Come fai a fumare in un momento del genere?La vita è tanto crudele da far perdere il senno all’istante: conoscevo un tale, uno della Garfagnana o giù di lì, che dopo aver visto il suo povero cane morto appeso ad un filo spinato cominciò ad abbaiare. Pazzesco! Comunque fuma ma ti avverto penso che non aiuterà ne la situazione ne la tua salute”
    “Bruciamoli…”
    “Cosa?”disse tirando indietro la testa e spalancando gli occhi.
    “Hai capito bene bruciamoli. Il fuoco cancellerà le tracce e noi scapperemo da là” disse indicando una finestrella in alto “Ci dobbiamo assicurare di poter passare da quel buco e che le fiamme abbiano preso e metteremo i due corpi uno sull’altro sopra il letto in modo da far sembrare che stessero scopando e che la causa di tutto sia stata una sigaretta”
    “È un idea…”
    “È L’Idea e dobbiamo farlo prima che arrivi qualcuno” cominciò a girare per la stanza in cerca di qualcosa che potesse bruciare facilmente. Tac intanto si avvicinò alla finestra. “Ce la possiamo fare è una finestra vecchia guarda” tirò forte verso di se il legno e venne via tutto il riquadro. Lo spazio era più che abbondante.
    “Quella sarà l’unica cosa che troveranno di particolare in questa vicenda…tu hai fede?”
    “no…non molta”disse abbastanza convinto.
    “Fattela venire maledetto bastardo ho bisogno di un compagno non di un pessimista rompicazzo!”

    Ci vollero un po’ di minuti per mettere i corpi sul letto e spogliarli. Prepararono le sigarette, due per essere sicuri, in modo che cascassero su di un assorbente avvolto nella carta. Le lenzuola sarebbero state le prime a prendere fuoco poi il tappeto e il resto.
    Tac ebbe un lampo di genio. Si avvicinò alla porta prese le chiavi e ce le schiantò dentro.
    “Perché l’hai fatto?”disse bloccandosi all’istante l’amico.
    “Così sarà più plausibile! Pensaci: se tu stessi facendo roba con una e poi vedi le fiamme che fai? Scappi no? ma il genio qui ci rompe la chiave dentro e rimane intrappolato”
    “Sei un cazzo di genio! Però potevi dirlo prima porcamerda… dobbiamo spostare i corpi”
    “Già che palle…ma dove li mettiamo?”disse Tac appoggiando le mani sulla testa.
    “Chiaramente nel bagno così risolviamo a quei cazzo di investigatori il problema della finestra. Verrà fuori che il nostro omone nel tentativo di scappare, senza riuscirci perchè come vedi è troppo grosso, l’ha distrutta… lei poteva scappare ma poteva anche soffocare prima di uscire…”
    Si dettero una patetica stretta di mano e poi accesero le sigarette. Aspettarono di vedere le fiamme divampare e poi uscirono dalla finestra.
    Corsero alla macchina senza esser visti e scapparono verso la libertà.

    Il giorno seguente erano su tutti i giornali e vennero arrestati immediatamente alle sei del mattino e mandati in carcere causa prova schiacciante. Una ripresa video di tutto l’accaduto.

    “Almeno siamo nella stessa cella”disse Tes steso sul letto a castello nella penombra umida della cella.
    “Sopravviveremo…”rispose l’altro allungando una sigaretta all’amico.
    “È l’ultima vero?”
    “Si fattela durare”
    Il poliziotto di guardia vide il fumo, corse alla loro cella entrò e li riempì di botte e manganellate. “Dove credete d’essere al bar!Vi avevo avvertito cazzoni, niente gioGhi con me!”girò i tacchi sbatacchiò la cella e se ne andò.
    Tac era in terra con il naso e la bocca gonfi e un occhio chiuso dalla palpebra grossa come un palloncino. Tes era appoggiato al muro in una conduzione di poco migliore e rideva. “Ha detto gioghi… quel bastardo ha detto gioghi!...AH Ah Ah Ah!”Scoppiò in una mega risata.
    “Allora l’ hai sentito!Il cazzone è lui …”Disse  anche qualcos’ altro ma fu soffocato dalle risa potenti e sane come non mai.
    Continuarono a ridere così tanto che si beccarono un'altra scarica di botte prima della sera.
    “La vita fa schifo…”
    “Già…”
    “Ti voglio bene Tes”
    “Ricambio Tac”
    “Notte Tes”
    “Notte Tac”

     
  • 23 marzo 2011 alle ore 0:06
    Malto e Taco (seconda parte)

    Come comincia: Passò un bel po’, forse un ora, dopodichè Malto uscì dalla porta principale e lentamente con le mani in tasca se ne tornò per la sua strada. Nessuno l’avrebbe notato. Poco dopo un incredibile boato fece scuotere le strade e i palazzi vicini. La casa era in fiamme. Silvia, che non si era allontanata di molto ebbe un cedimento, si bloccò dallo stupore e poi trovò le forze per chiamare i pompieri.

    - Esplosione nel quartiere nord. Intorno alle diciannove una casa è stata devastata dal fuoco di un’esplosione, probabilmente di una bombola a gas. Muore il marito unica persona presente nell’edificio lasciando una moglie e molti misteri dati i suoi, quanto pare, precedenti nella malavita. Il servizio è di M. Trifogli…- Sì oggi ci saranno i primi accertamenti di quella che pare essere stato un semplice errore umano. La bombola era stata lasciata aperta per una buona mezz’ora… La moglie sarà comunque indagata dal procuratore per omicidio… -

    Passarono due giorni come da programma. Malto si vestì di tutto punto per andare alle cena con la donna e i suoi soldi. Per strada e nei bar si parlava ancora dello scoppio nella via del quartiere nord e tutti si chiedevano come fosse potuto succedere...
    «Taco è un ristorante non posso portarti. Lo so è un paese ingiusto ma te l’ho detto i better days sono alle porte, pazienta mio caro pazienta» fece un bellissimo sorriso spensierato e uscì fuori.

    Il locale era famoso per la sua inaccessibilità di prezzi, solo persone facoltose, magnati e gente con la puzza sotto il naso frequentava quei posti. Malto si presentò con un bellissimo vestito, l’unico che aveva per le grandi occasioni. Conosceva molti dei ciccioni presenti, li aveva fotografati a loro insaputa con zoccole e trans in posizioni e luoghi assurdi.
    «La sua signora è al tavolo che attende» disse un cameriere con la mano dietro la schiena e facendo un piccolo inchino. Malto gli lasciò cinquanta euro nel taschino e andò al tavolo.
    «Buonasera!»
    «Buonasera figlio di puttana hai idea del casino in cui mi hai lasciata?»
    «Il buongiorno si vede dal mattino… Senti mi dispiace ma è andato un pochino storta la faccenda, te l’ ho detto dovevi chiamare un professionista. Alla fine hai avuto quello che volevi no?»
    «Certo, come no ! Non ho più la mia casa e sono sotto accusa!»
    «Sì ma non troveranno niente perché non hai commesso tu il reato e tutto il resto»
    «Ma mi vuoi dire che cazzo hai fatto un’ora là dentro?»
    «Bè tuo marito era nel cesso a cagare e non volevo finisse così la sua vita! Allora ho aspettato e…» fece una pausa « C’ è stato un’ora cazzo! Un’ora! così ho deciso di usare il gas, mi sono rifiutato di sparargli. Era sul cesso! Capisci? Andiamo un minimo di dignità, è il luogo della pace intima per il maschio… gli ho fatto un favore, decisamente»
    «Sei una testa di caz… » soffocò le ultime parole perché il signore al tavolo accanto si era girato.
    «Ascolta hai un mare di soldi, tuo marito era un assassino, si è saputo ora, la gente non può che essere contenta, l’ hai sistemato ti ridaranno tutti i tuoi soldi e pace fatta. Sei indagata ma cosa pretendevi che i giornali tacessero tutto e che la polizia facesse finta di niente? Non ti preoccupare fanno il loro lavoro. Tu lasciali fare, non troveranno prove a causa delle fiamme e se ne verranno fuori con la solita storia: una fuga di gas ha innescato tutto com’ è successo più volte»
    «…» Non rispose voleva dire qualcosa ma si convinse che aveva ragione lui, in fondo poteva essere andata molto peggio. Chiamò il cameriere e ordinò per entrambi.
    La cena proseguì senza intoppi anzi il dialogo sembrava rasserenarsi tra i due, forse un po’ per il vino o forse perché l’uomo tende a dimenticare…

    Alla fine della serata Malto leggermente sbronzo prese la sua macchina e sotto la bauliera trovò la valigetta piena di soldi come da programma «Che donna!» si fece una fragorosa risata e se ne tornò a casa.
    Taco era dietro la porta che aspettava. Malto si abbassò e lo strinse forte a sé.
    «Sei pronto? I biglietti li ho io sì» Guardò un attimo in tutte le stanze prese due valigie e lo zaino, lanciò un bacio al sua casa e disse a voce bassa «Figi stiamo arrivando!»

    Silvia tornava al suo albergo nello stesso istante in cui Malto usciva di casa. L’uscere la avvisò di una lettera che era stata recapitata nel pomeriggio quando lei non c’era.
    La signora non voleva novità così disse che l’avrebbe letta il giorno seguente e si incamminò verso l’ascensore. Si bloccò all’istante quando l’uscere disse il nome del mittente. Suo marito. Cercò di non scomporsi e tornò immediatamente a prendere la lettera. Non voleva leggerla davanti a quello sconosciuto, come se avesse potuto leggerla nella sua testa! Così prese l’ascensore e una volta in camera iniziò a leggere.

    Cara Silvia,
    nella vita ci sono i deboli, i forti e i furbi, non sono mai stato forte, a volte debole sì, ma ciò che mi ha sempre distinto dagli altri, modestie a parte, è sempre stata la mia furbizia e se vogliamo dirla tutta anche un po’ di culo non mi è mai mancato.
    Queste non sono le parole del tuo amato marito ma di Malto. Sì. Sono io. Mi dispiace ti sei fidata troppo e nella vita non è mai bene. Tuo marito è vivo e vegeto in qualche isola sperduta del mondo, io probabilmente sarò già in viaggio per le Figi con un volo di sola andata. Ti chiederai com’è possibile tutto questo: semplice, il cadavere nella casa non è di tuo marito ma di un poveruomo che ho dovuto dissotterare dal cimitero. Tuo marito era in salotto quando sono entrato. Abbiamo fatto una bella chiacchierata come ai vecchi tempi. È un personaggio in gamba mi ha sempre dato molte dritte. Anni fa pescavamo spesso insieme, ci siamo pure presi una bella sbronza una volta, che notte! Ebbene sì, cara Silvietta ci conoscevamo già. Una volta mi ha contattato per fare delle foto e da lì è nato un po’ il mio lavoro. Ho lavorato per lui per un bel po’ poi mi sono stufato e, non so come, ne sono uscito. Sorpresa eh? Tra tutti quelli che potevi incontrare proprio me! Il coglione del parco che parla con il cane. Starai maledicendo il fato, ma è la vita: un giorno freghi e il giorno dopo sei fregato. Insomma tuo marito, o meglio il noto Tito, era ed è il più grosso mafioso della nostra città. Naturalmente non lo sapeva nessuno al di fuori di qualche poliziotto corrotto, negozianti omertosi e il  clan di cui ho fatto parte per un po’. Solitamente le mogli sanno cosa il marito combina ma in questa caso Tito non ha mai voluto immischiare la dolce mogliettina. Poi, quando la dolce consorte ha saputo ha voluto fare di testa sua e vendicarsi in maniera atroce. Non è bello avere il marito mafioso, però già che c‘eri potevi startene zitta e godertela! Le donne! Non le capirò mai. Comunque, ho contattato Tito qualche giorno prima e abbiamo preparato il piano. Era tanto che voleva chiudere con quella città così ha approfittato della cosa. Mi dispiace dirti che si è gia incassato i soldi dell’assicurazione e che il pomeriggio stesso ha spostato tutti i soldi da un'altra parte. La polizia pian piano scoprirà tutto, compresa la provenienza della pistola visto che Pino, quello che te l’ha venduta, non sta mai zitto, già una volta mi ha messo nella merda… Beh, la giustizia farà il suo corso, Tito non lo vedrai più e nemmeno me.
    Usa questa lettera per scagionarti anche se non so quanto ti sarà utile… Mi sa che sei nella merda… Mi dispace. Saresti stata un’amante fantastica…

    Buona serata
    Malto

     
  • 23 marzo 2011 alle ore 0:04
    Malto e Taco (prima parte)

    Come comincia: «… Arrestati in tarda mattinata due immigrati di origine magrebina in zona stazione. Nella valigia rinvenuta l’arma del delitto: un cacciavite. Nel pomeriggio i due, interrogati, svelano il movente: era troppo bella, ora non l’ avrà nessuno.  Il servizio è di…-La televisione aveva un volume insopportabile, era udibile da almeno due isolati di distanza. Malto amava dare noia ai vicini: non lo salutavano mai. Lo fissavano sempre come se da un momento o l’altro dovesse esplodere o fare qualcosa di straordinario. Non aveva niente di meraviglioso: aveva le foto, un cane e una testa tutta sua. A volte girava completamente nudo in casa a porte e finestre aperte, un po’ per convincersi che nel suo piccolo era un uomo libero e un po’ per rovinare la giornata di qualche fanciulla che passava di lì sotto.« Taco dove minchia sei?....TACO! Quel cazzo di cane un giorno o l'altro lo faccio fuori… TACO PORCA MISERIA sono già le tre se non ti porto al parco finisce che scagazzi dovunque come l’ultima volta, quella signorina si è accorta del puzzo di merda sulla sciarpa e non ha più voluto le mie foto… Eccoti!»Era un bastardino dal pelo corto, le orecchie sugli occhi e il muso lungo simile ad un doberman. Non abbaiava mai. Si faceva i fatti suoi, era un cane depresso: tipico dei cani di città che non escono mai e si cibano di avanzi del padrone.«Andiamo giù al parco così ti fai tutti gli sporchi bisognini, io intanto cerco la bionda dell’altro giorno eh? Che dici?»Malto amava quel meticcio, si sarebbe tirato nel fuoco per lui, forse perché rivedeva in lui la sua infanzia solitaria e silenziosa o forse perché era l’unico amico che aveva al mondo.Era un fotografo, Malto. Vendeva i suoi scatti a gente che lo pagava di sottobanco. Solitamente pagavano bene per le immagini di magistrati, ministri o senatori che se la facevano con qualche mignotta del parco o zona stadio. Conosceva bene quei posti e conosceva le baldracche che lavoravano là, spesso faceva in modo che gli incontri tra persone importanti e belle donne non fosse… casuale; non faceva niente di male! La sua convinzione era che in fondo loro si facevano una scopata e lui ci prendeva qualche soldo. La loro reputazione faceva schifo comunque. Odiava il paese, odiava i politici e la gente che sorrideva a caso «Lo fanno per farci credere che tutto stia andando bene» si ripeteva ogni volta.Era una giornata di sole. Prese il cappellino rosso, il guinzaglio e qualche spiccio.«Che hai cucciolo? Sei più depresso del solito» Disse Malto al cane aspettandosi una risposta. Taco fece un grugnito, una specie di rutto soffocato e prese per le scale. «Hai maledettamente ragione quella pizza all’uovo non era il massimo, la prossima andrà meglio, giuro… » L’ultima parola la disse urlando perché il cane era gia al piano terra « …Lo sto perdendo lo sento!» Chiuse la porta e gli corse dietro.Erano fuori. La strada non era affollata: c’era qualche neretto qua e là e la solita vecchia del portone accanto che sputava in terra ogni volta che lo vedeva.«Allora oggi andiamo al lago, che dici? Dai, su col morale!» Cercò di dirlo sorridendo ma non ci riuscì, la vita era un peso: non si poteva fare.«Arriveranno “better days” come dice la canzone Taco, better days! Tu avrai una cagnetta e io la mia donna, avremo le birre e abbastanza soldi per la pay tv; la pay tv è forte fratello…» Parlava a voce alta, i bambini gli ridevano dietro e le mamme impaurite li portavano lontano. A lui non interessava, ci aveva fatto l’abitudine. Camminava in maniera stupida: la suola calcava l’asfalto solo da metà in poi, praticamente stava in punta, ballonzolava e ogni tanto si inclinava un po’ verso destra abbassando la spalla, sembrava uno zoppo ubriaco «… Ci sono un sacco di porno e dicono che puoi vedere come si cucinano le cose più strane come i topi o le cavallette. Ti piacerebbe un piatto di cavallette? Io ad esempio non ho mai mangiato i vermi… tu sì ti ricordi!» Mentre se la rideva di grosso tirò un calcio ad un sasso colpendo una vecchia.«Ehi tu! Ma dico sei scemo?» Gli urlò uno sulla cinquantina a pochi passi dal cadavere che aveva colpito.« …Non ti ricordi mai una mazza Taco sei incredibile…» Continuava a parlare con il cane, senza curarsi minimamente della vecchia che perdeva sangue da una gamba e il signore che la curava bestemmiando.Il tizio, quando ebbe finito di medicare quel reperto con due gambe e una dentiera, si avvicinò a Malto e disse « sei drogato? Capisci la mia lingua? Hai appena ferito una signora, il minimo che mi posso aspettare è che tu chieda scusa. Allora?»Malto si girò sulla “a” dell’ ultima parola come se qualcosa l’avesse svegliato. Aveva la sua solita faccia da ebete stanco con gli occhi socchiusi. Fece un respiro, prese coraggio e disse: «Andiamo, avrà si e no due ore di vita ancora , le ho fatto un favore, dovrebbe ringraziare lei a me! Lo sa quanti cadaveri come lei ci sono in questo paese? Lo sa quanto spendiamo per loro e le maledette case di riposo? Se morirà avrò fatto un favore al paese intero, sono un patriota cazzo, voglio delle stelline anch’ io, facile andare in guerra! Al massimo ti ammazzano e tela vai a spassare con il padre eterno! La vera guerra è qui, è nei parchi, nella burocrazia… Lei ha degli ideali ? Ce l’ha un sogno? Lo so che dirà di no, quindi mi eviti il pianto e si tolga dalle palle che oggi non è giornata» fece quindi un cenno con la mano tra il “vai a quel paese!” e un “ciao!” e se ne andò per la sua strada. Il signore sbiancò di colpo, come se improvvisamente la Madonna, nuda e con una coca cola in mano, gli fosse apparsa davanti; cominciò a battergli l’occhio destro e mosso da un istinto di orgoglio ancestrale provò a ribattere « Tu sei solo un…» ma non riuscì a finire la frase.«Che modi Taco! La gente non ha capito niente della vita, vive in una specie di grande fratello personale e si aspetta pure di vincere un premio. Sai qual è l unica cosa buona? Dico nella vita… Sai qual è? Il sole! Non costa niente e te lo puoi godere quanto vuoi» Il cane si fermò e alzò lo sguardo come se avesse capito di cosa stava parlando. Si fermò anche Malto, continuando a guardare in alto «dici che ce lo toglieranno?» Lo disse sconsolato e fissò per terra per qualche minuto come se tutte le certezze della vita fossero crollate d’improvviso. Taco capì la tristezza del padrone e gli si appoggiò alla gamba facendo dei piccoli guaiti.«Sei un amico Tac! Meno male ho te» lo accarezzò dietro l’orecchio e con un po’ di fiducia in più riprese a camminare.Arrivò al laghetto pochi minuti dopo. Era un posto incantevole, i mocciosi però rovinavano tutta la poesia ridendo e urlando. Malto ne beccò uno che pisciava all’albero dietro alla panchina dove si era messo a sedere e gli tirò un bastone. Non lo prese.«È suo?»Malto si girò di scatto pronto ad affrontare un altro nemico…« È bellissimo quanto ha? »Era una ragazza, stavolta bruna, un bel corpo, forse un po’ magro ma decisamente accativante.« Cinque o sei non ricordo» disse Malto cercando di capire meglio quella figura che aveva davanti controsole.«Mi chiamo Silvia» disse la ragazza mostrando la mano«Piacere Mattia ma la prego mi chiami Malto. I nomi di battesimo sono una fregatura non piacciono mai a nessuno eppure continuano a darli»La donna accennò un sorriso...«Anch’ io ho una canina è piccola ha appena un anno, è là legata con mio figlio»«Tiene suo figlio legato? In effetti è un buon rimedio contro i rapimenti. Mia mamma mi sparava i piombini nella schiena quando mi allontanavo troppo, ho ancora i segni…»«No! no, ah! ah! ah! Lei è molto simpatico signor Malto…» disse la signora accarezzando Taco sotto di lei.«La prego tolga il “signor” rende il mio nome più stupido di quello che è…» Disse senza cambiare espressione.« È un artista? Cosa fa nella vita? Non ho potuto fare a meno di notare la sua macchina fotografica, è veramente grossa»Bastò quell’ultima parola e pensò di fotografarla nuda sopra il cesso di casa e di farsela subito dopo nella doccia. Aveva un viso particolare e quelle labbra ispiravano solo sesso.«Beh, sì. Faccio foto ma non so cosa sia un artista. L’ ho sempre fatto, fin da piccolo, sono nato per fare questo. Lo so perché ho sognato Dio e lui mi ha detto di farlo. Aveva la barba e un benjo in mano» fece un sorriso, il primo della giornata.«Faresti delle foto per me?» la donna gli si sedette accanto con un fare così femminile che ebbe una sussulto là sotto.«Gliel’ho detto, lo faccio di lavoro. La avverto non faccio foto ai bambini è il mio unico limite. Una volta avevo anche un biglietto da visita. Malto photo & graphics NON FOTOGRAFO BAMBINI»«Le lascio il mio numero, mi dia il suo, la contatterò in settimana forse anche domani»Malto prese un biglietto del treno che aveva in tasca e sotto la scritta Milano centrale segnò il suo numero e lo dette alla dolce femmina.«Adesso devo andare» si alzò si guardò in torno fece un cenno con la mano e tornò dal figlio.«Che brava donna, visto?» disse Malto rivolgendosi al suo amato cane « I “better days” Tac i “better days” stanno arrivando, prendiamo i frutti di quello che abbiamo seminato!» Sapeva bene di non avere seminato nulla ma crederlo lo rendeva felice.----------Passarono due giorni di splendida monotonia. Il cellulare squillò una mattina alle nove in punto, un orario impossibile per Malto: solitamente dormiva più o meno fino alle due. Aveva la bocca impastata, la bava sul colletto del pigiama e un alito che sapeva di kebab.«Pronto…»«Sono Silvia! Quella del parco. Stasera è libero?»«Aspetti che guardo l’agenda…» si alzò andò nel bagno fece una pisciata e grattandosi la pancia riprese il cellulare « …sono stranamente libero. A che ora?»«Le dieci al bar all’angolo, porti pure il suo cane non faranno storie»«Perfetto… stasera alle dieci»«A stasera, arrivederci!»«Arrivederci…»Attaccò il telefono e tornò a letto pensando di nuovo alla donna nuda sul cesso… Gli sarebbe davvero piaciuto.Alle dieci meno un quarto era fuori di casa, il posto era vicino ed era in perfetto orario. Taco era lentissimo non sopportava il buio e chiudeva gli occhi per dormire. Era quello che sapeva di dover fare quando il capo spegneva la luce.«Ancora un piccolo sforzo amico mio, mi devi sostenere: ho un’ingroppata in programma e non puoi rovinarmela!» Fece a tempo a finire la frase che già da lontano Silvia lo chiamava.«Malto! Venga le ho riservato un tavolo» E s’ infilò nel bar.Era buio. Le luci illuminavano il bancone del bar e i tavolini, il resto era ombra e buio. Un vecchietto si rovesciò in terra sbronzo come non mai e quello dietro gli fregò la sedia. Il barista fece cenno a Silvia: la bevuta era pronta.«A cosa brindiamo? A noi due?» disse Malto sorridendo. Lei sorrise ma non rispose, Poi disse « Parliamo subito di lavoro»“ Subito al sodo, così ti voglio!” Pensò Malto e non potè fare a meno di ripensare al suo bagno e a lei che faceva una verticale sul lavandino nuda.«Mio marito se la fa con un'altra, lei dovrà fare delle foto per me» lo disse rovistando nella borsa.«Suo marito è un pazzo, lei è molto bella perché dovrebbe farlo? »«Lo dovrà scoprire lei…» Il complimento sembrava non averla toccata «…Questo è l’indirizzo… una foto e questo è un anticipo. Non parli a nessuno e usi il mio numero con discrezione» Alzò la mano dalla borsa e gli passò una busta bianca e un foglietto con su scritto un indirizzo un nome e un cognome sotto a una polaroid.«Perché non ha chiamato un investigatore? Io sono solo un fotografo e parecchio scarso direi, mi beccheranno! A nascondino da piccolo non duravo più di due minuti »« Ho dei buoni motivi per aver scelto lei, deve solo scegliere se accettare o meno, non la sto forzando. Domani sera sarò di nuovo qua e mi dirà la sua idea. Adesso si goda la bevuta. Devo andare»«Aspetti io …»«Ho già pagato, è ospite mio, conosco il padrone non si preoccupi. Arrivederci e buona serata» sparì dietro a un tizio e no la vide più.« È pazza di me lo sento...» tirò giù un sorso di tequila, trattene un rutto «lo so!» parlò come se Taco gli avesse fatto una domanda «… Ma le belle donne si fanno desiderare, scappano e poi si ripresentano piangendo. Era tanto che non bevevo una tequila, penseremo domani alla questione» si strinse nelle spalle e continuò a bere.--------Fece una lunga e piacevole dormita sognando a tratti lei nel bagno e un albero che parlava cinese. Si alzò con un leggero mal di testa, il barista la notte precedente aveva insistito perché si bevesse la quarta tequila e a una tequila si sa: non si dice mai di no.Appena aperti gli occhi senza muoversi dal letto allungò la mano sul comodino prese una sigaretta e la accese facendo un lungo tiro e aspirando l’impossibile, era il suo buongiorno, se non lo faceva diventava nervoso. Prese la busta accanto al pacchetto e guardò quanti soldi gli erano stati anticipati. Dopo qualche secondo finì di contare cinquemila euro. Tirò un moccolo che rimbombò in tutta la stanza, si vestì in fretta chiamò il cane e si gettò in strada cantando come un’imbecille «… Better days are coming next to ya… oh yeah oh yeh…» Tirò un calcio a un gatto che passava di lì continuando a cantare il motivetto. Era felice. Quella donna era la sua fortuna aveva tutto quello che una donna doveva avere: un corpo e un mare di soldi.Tornò la sera con meno di cento euro in tasca. Incredibile come si potessero perdere i soldi al gioco, ma in fondo era felice: aveva la sua donna.---------Il bar era sempre buio, forse di più. C’erano molte più persone e il brusio era tangibile. Silvia sedeva a un tavolo in un angolo del bar. Stavolta Malto era da solo. Taco dormiva di gusto: sarebbe stato un peccato svegliarlo.«Buonasera Malto!» disse sorridendo la bruna.Malto si sedette accanto a lei. Aveva un cenno di sorriso sul lato destro della bocca e lo sguardo in basso.  Improvvisamente scattò verso di lei:«Chi devo uccidere?»«…» la donna sgranò gli occhi. Era decisamente sorpresa.«Non sono uno stupido, lei lo sa, e sa anche che sono abbastanza disperato per volere quei soldi, e questo le deve bastare...»«Beh… meglio! Evitiamo di prenderci in giro, però preferirei evitasse d’essere cosi esplicito, qualcuno potrebbe sentire » disse la donna alzando lo sguardo in qua e là«Mi darà un’arma? Non ho voglia di sporcarmi, Taco potrebbe impressionarsi»«Le darò un’arma, se vuole un’arma, altrimenti come vuole lei» disse interessata e sorridente.«Voglio una pistola, se possibile con il silenziatore. Cazzo James Bond era un figo col silenziatore! Almeno evito di fare casino»«Avrà tutto… »«Possiamo darci del tu?»«Certo»«Allora?»«Allora cosa?»«Dove l’hai? Insomma non la vorrai prendere di giorno. Il tuo contatto è sicuramente reperibile, muoviamoci in fretta. Questa storia m’interessa ma non voglio finire in galera. Ci siamo visti due volte e sempre nello stesso bar, dici di conoscere il barista e di fidarti ma in realtà gli hai mollato qualche soldo prima che entrassi per fare bella figura, quindi in un processo si ricorderà di noi e parlerà malino. La storia del giovane amante che uccide il marito di lei funziona sempre e gli avvocati ci puntano un sacco, a meno che NON sia tuo marito la vera preda...»«Sbalorditivo, ti facevo più stupido!»«Io in sogno ti facevo e basta…» disse lui abbassando lo sguardo pensieroso.«Come scusa?» lo disse stringendo gli occhi e inclinando la testa come fanno gli stranieri quando li mandi a fanculo e non capiscono.«No niente…a llora ti ripeto chi devo…»  riprese Malto con tono deciso.«… Non lo dire!» Alzò la mano come a fermarlo.« …SALUTARE con un’arma in mano e dire ciao! La morte ha mandato me, saluti da tua cugina: grande zoccola» con uno slancio prese la bevuta e tirò giù un bel sorso.«È mio marito non ti ho mentito… Sì vai pure ad informarti ma se fossi in te non lo farei per non dare troppo nell’occhio, devi fidarti di me per fare questo lavoro»«Mi fido ciecamente ma voglio più soldi»«Non sono così ricca!»«Non sono così idiota! Non mi stai chiedendo delle noccioline…»«Il doppio dell’anticipo?»«Il quadruplo»«… Avrai tre volte tanto! Non ti concedo altro altrimenti…»« Che fai ne trovi un altro? E lasci in giro uno che sa tutto … mmm… Non mi sembra il caso. Il quadruplo»«Hai vinto. Andiamo» si alzò dal tavolo un po’ più nervosa di quando era arrivata.«Bene…» disse Malto, finì con un sorso la bevuta e si alzò.Erano fuori c’era un po’ di nebbia e non c era un’anima viva.La donna fece un cenno. Malto la seguì senza staccare gli occhi dal suo sedere, gli avrebbe fatto un sacco di foto, ma proprio un sacco…«Avvicinati, così sembra che mi stai seguendo, poi va a finire che qualcuno si ferma e mi chiede qualcosa. Sarai il mio uomo per stasera»«Vorrei esserlo per la vita baby» si avvicinò e l’abbracciò.«Non fare l’idiota è solo per evitare noie…» era nervosa. Aumentò il passo.Arrivarono di fronte ad un garage.«Vai tu!» disse Malto.«Dobbiamo farlo insieme…» si girò di scatto per dirlo.«TU cononosci il tuo uomo e TU hai soldi per l’oggetto, la mia faccia non ce la metto aspetterò su quella panchina al buio, ti lascio le mie chiavi di casa in segno di fiducia»«… E va bene ma non starò tanto quindi non ti addormentare…»«Aaah peccato io speravo in un bacino del buon risveglio»«Cominci a darmi sui nervi» disse in tono brusco.«Non mi sembra né il momento né il caso di innervosirsi, insomma ma ti devo insegnare tutto!» si girò e si andò a sdraiare sulla panchina.Passarono pochi minuti e Silvia era già di ritorno. Malto sentì il suono delle suole delle scarpe avvicinarsi.«Alzati dobbiamo andare!» Apostrofò lei alquanto innervosita. La situazione sembrava scivolarle di mano.«Casa mia o casa tua?» Malto la prese per la vita e portò la sua bocca vicino a quella di lei.«Non ti ho pagato per una scopata! Sei solo un poveraccio, non mi farei mai toccare da te! Tieni le tue cazzo di chiavi!»«Siamo sull’ acidino eh! Dammi la roba dai, domani sera sarai una donna felice! Con qualche soldino e un marito in meno» disse Malto girandogli l’indice sulla faccia come si fa ai bambini di due anni.«Non mi fido di te…»«Ormai il dado è tratto, siamo in ballo e dobbiamo…»«Risparmiami queste stronzate!»«Minchia oh! Una spina nel fianco!»«Ascolta bene, tu entrerai come un ladro farai quello che devi fare e poco dopo entrerò io per accertarmi. Chiamerò la polizia e tra due giorni avrai i tuoi soldi»«Ok, mi sembra ragionevole, la polizia potrebbe insospettirsi se ti trovasse il giorno stesso in un bar a parlare con uno sconosciuto e magari con una valigia in mano…» Lo disse con fare dubbioso poi proseguì… «E tuo figlio?»«Non ho un figlio e non ho una canina» Malto accennò un pianto poi disse«Non me lo dire, sul figlio c’ero arrivato ma cazzo la canina! Ci speravo, a Taco gli si spezzerà il cuore si era innamorato, non mangia da due giorni l’amore leva l’appettito»«Sei pazzo… E non farmi altre domande non ce n’è bisogno!»«Sì capo! Allora dove e quando?»«Domani sera alle sei dovrò uscire per fare la spesa sarà il momento giusto»«… E bang bang!» disse Malto simulando un gangster.«Ti prego!»«Ora siamo compassionevoli, che avrà fatto quel pover uomo per meritarsi questo?!»«Non dobbiamo dirci altro, l’indirizzo lo sai! Non mi contattare, tra due giorni sarò al “Castello Del Pesce” il ristorante. Mangeremo insieme…»« … Come due innamorati! Non vedo l’ora!»«Addio e non fare cazzate… Vorrei non averti mai conosciuto»«Anch’ io ti amo!» le mandò un bacio e tornò per la sua via deserta.Il giorno seguente il cielo sembrava conoscere il futuro perché era grigio come non mai, senza pioggia, qualche tuono il lontananza e portava con sé uno strana sensazione di caldo, di quello che ti si attacca tra i pori della pelle.Alle sei in punto Silvia uscì di casa. Malto era lì di fronte nascosto dietro un grosso albero; aveva un cappuccio in testa, i guanti e la pistola dietro nei pantaloni. Aspettò un attimo e poi iniziò il lavoro. La casa aveva un ingresso sul retro... (Continua... Vedi Malto e Taco Parte seconda)

     
  • Come comincia: I due erano giovani, uno musicista di nome Taco, disperato, estroverso l'altro Andrea uno studente nella facoltà di medicina profondo e sensibile. Una sera uguale a tutte le altre, annoiati dalla routine del solito bicchierino al pub di Nicola e una pagliuzza fumata al chiaro di luna, presero una decisione: un cambiamento di programma che sarebbe costato loro molto caro. Tutto ciò che avevano guadagnato nelle loro vite sarebbe di li a poco andato perso. Solo una cosa sarebbe rimasta…

    Taco, il più pazzo dei due, era irrequieto spintonava l’amico intento a parlare con gli altri del gruppo. Erano tutti sul ciglio della strada davanti al pub, come sempre a decidere il da farsi della serata. Non c’era uno straccio d’idea buona e sapevano bene che nessuno si sarebbe mosso di lì. Taco aveva i capelli corti un naso che odiava e un fisico asciutto. I suoi occhi erano sempre arrossati dalle parti per via di una dermatite che secondo lui un giorno l’avrebbe ucciso. Andrea era un bel ragazzo, aveva tutto scuro: i capelli, gli occhi, i vestiti e l’orologio. Andava in chiesa la domenica sera perchè il sabato si ubriacava. Non era un alcolizzato. Amava la compagnia e il dialogo. Quella sera aveva in mano una bevuta che più di una volta rischiò di finire in terra per via dell’altro.
    “Si può sapere che cazzo hai? Fatti un drink e sta buono un attimo!”
    In realtà Taco era gia sbronzo. Teneva una boccetta piena di tequila nel cruscotto della macchina e Dio solo sa quanto amasse svitare il tappo in guida, annusare un po’ l’interno e poi con uno scatto tirare giù una piccola sorsata. “Stasera è la serata Tes!” disse Taco all'amico. Tessa era il nome di una ex di Andrea. Era nato come un gioco, una presa di giro del suo amore infinito per una milanese che sul più bello lo lasciò nel peggiore dei modi, poi quel nome è diventato parte di lui. A ricordargli forse di pensarci due volte la prossima volta che una fighetta gli spara un “Ti amo!” da zero.
    “Andiamocene da questo schifo…”sparò Tac.
    In quell’istante una ragazza gli si avvicinò salutandolo e lui di risposta mollò una correggia che fortunatamente nessuno udì.
    “Ciao.” Era quella che un mese prima si era sbattuto nella sua macchina in versilia. Una serata memorabile.
    “Che fai di bello stasera?”
    “Scappo da questa merda” disse indicando gli altri e il pub di fronte.
    “Qual è il problema bello mio? E’ per via della tua musica vero?l’ho ascoltato il pezzo non è male però forse è troppo tecnico. Non ci capisco molto…”
    “Fanculo la musica!Non c’entra, è questo posto, questa gente è sempre uguale non succede mai un cazzo di niente! Sono tremendamente frustrato e ho voglia di scoppia…” un ragazzo dietro l’aveva spinto facendogli mangiare le parole. Subito chiese scusa.
    “Secondo me sei solo depresso. Mi fai pena. Hai tutti i tuoi amici qua, le bevute scontate e poi ci sono io. Vieni da me stasera ti tiro su” Tac sapeva che non alludeva al sesso ma ad una lunga chiacchierata sulla vita e la bellezza dei fiori nei campi.
    “No grazie, stasera non mi va. Te l’ho detto ho bisogno di novità!”
    “Va bene va bene. Allora alla prossima caro. Non te lo stuzzicare troppo eh…ciao…” Salutò che gia era di spalle e Taco pensò che aveva un gran di dietro ma che come tutte le donne era una stronza micidiale, con quelle frecciatine poteva andarsene a fanculo.
    Tes non era più fuori sulla strada, si stava dirigendo verso l’entrata del pub districandosi tra la gente accalcata davanti. Era a braccetto con una bionda molto più bassa di lui, forse una ex.
    “No! La ex no! Non farmi questo” pensò Taco dirigendosi verso l’amico.
    Lo raggiunse con un braccio alla spalla e lo tirò a sé.
    “Sei irrequieto stasera” disse Tes scocciato, intanto la biondina era svanita nel fumo sull’ingresso. Non si poteva fumare dentro così tutti stavano sulla soglia creando un alone nebbioso densissimo.
    “Andiamocene, ti ricordi della promessa?”
    “Stasera?Gli altri non verranno mai”
    “Chi ha detto che devono venire. Noi due da soli”
    “Sembra una frase da finocchi”
    “Non cambiare discorso. Si va con la mia, gli altri lasciamoli qui”
    “Aspetta dai almeno sentiamo se hanno voglia” Ma Taco era gia girato intento a raggiungere la macchina. Aveva una jeep scassata del due dopocristo. Andrea voleva un bene fraterno a Tac, avevano fatto gli studi insieme e ogni tanto suonavano lui al piano e l’altro alla batteria, lo strumento della sua vita, si scambiavano pareri gioie e dolori. Erano una bella coppia. “Andre!hey dove vai? Ti sto ordinando la grappa!” era Marco un amico di recente scoperta di solito simpatico, uno con cui puoi passare una serata. “Devo andare via” urlò Tes dalla porta
    “E perché?”
    “Quell’ altro è impazzito non vorrei facesse delle stupidaggini”
    “Non sarebbe la prima volta…” disse ridendo con la grappa in mano
    “Devo andare, poi ti racconto saluta gli altri! La prossima offro io!” si girò di scatto e con un balzo saltò fuori. “Ora dov’è” pensò.
    Tac stava passando un periodo strano: amici che si allontanano riflessioni sulla vita che deprimono e il futuro che gli pareva sempre più nero. Era già in macchina quando arrivò Tes con il suo cappottane mosso dal vento e dal correre frenetico. Si appoggiò alla macchina e disse “Pensavo fossi già partito”.
    Dolcemente rispose “No amore mio non ti ci lascio da sola!” e poi grave “Salta su patata!”.
    Tes aprì lo sportello e si lasciò cadere sul sedile sfondato della macchina.
    “Accidenti! Lavala ogni tanto , sta macchina puzza di vomito. Hai mica scurreggiato?” disse mentre apriva il finestrino.
    “Allora dove andiamo?” Aggiunse Andrea.
    Taco rispose con un sorriso diabolico che partiva da un orecchio fino all’altro. “Da Ginger!Speravo tu avessi capito…”
    “Vuoi andare in quel posto di sfigati veramente?”
    Ginger era un night, una specie di discoteca dove nessuno balla e le donne si spogliano appoggiate a un palo di metallo.
    “Andiamo a dare un occhiata sono curioso. Fanculo quello che dice la gente”
    “Quanto hai?”
    “Abbastanza”
    “Quei posti costano”
    “Offro io”
    “Non è questo il punto…”
    “Certo che lo è, poi me li ridarai”
    “Ok …” prese la boccetta del cruscotto e tirò giù un goccetto.
    Uno qualsiasi dei poliziotti anche il più stupido avrebbe capito che il conducente era ubriaco ma a loro non importava, erano giovani, era la loro serata. (continua... vedi seconda parte)

     
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