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Autore

Pierpaolo Mandetta

in archivio dal 24 apr 2013

Salerno

24 aprile 2013 alle ore 12:09

Primo capitolo del mio romanzo "Vagamente suscettibili" Noubs Edizioni

Il racconto

Mi chiamo Samuele Grignotti, Sam per gli amici, e sono uno sfigato di merda.
È un dato di fatto. La fortuna è che posso dirlo senza il bisogno di gettarmi a volo d’angelo dal mio terzo piano. No, io sono un perdente piuttosto sereno, che ha accettato il suo status, perché per quanto mi sia sforzato, le cose non sono mai cambiate. E quando sento quelle persone realizzate nella vita che dicono con un bel sorriso serafico stronzate tipo “la sfortuna non esiste, siamo padroni del nostro destino”, io m’incazzo fino a farmi scoppiare tutte le vene della faccia. Non parliamo poi di quando sui settimanali trovi le interviste ai cantanti milionari cinquantenni che ti rifilano robe ipocrite come “se la vita non ti piace cambiala”. Amico, questa è la vita vera e fa maledettamente schifo!
A quei tempi avevo ventitré anni e la mia autostima era ridotta all’osso. Gli inizi di Aprile. Ero stato sbattuto fuori dal Mc Donald’s da tre settimane per via del nonnismo. Ci credete? Esiste il nonnismo in un luogo disgraziato come quello, che nelle pubblicità sembra Puffolandia, ma den-tro ti ritrovi a lavorare nelle segrete di Saw l’enigmista. In cui uno squattrinato ventenne vorrebbe solo trovare rifugio da una società opprimente che giudica chi non ha un posto degno di nota, e magari spera di tirare su qualche soldo con un part-time.
Ci lavoravo da sei mesi, dopo un estenuante zampettare per fastfood, imprese di pulizie e call-center. Marika - frustrata responsabile la cui vita privata era stata soverchiata da quella dei Mc Menù - e Francesca - un’irascibile palla di lardo che in cucina cantava Gigi d’Alessio - mi sono state addosso dal primo momento. Mi disprezzavano. In genere nei posti di lavoro mi prepara-no la botola perché sono un bravo ragazzo e sono pure carino. Forse la cosa irrita, e nei Mc Donald’s non trovi mai bella gente. Spesso è un ritrovo di casi umani. Comunque, le due colsero l’occasione di scagliarmi fuori quando, intento a sparecchiare tavoli, nel voltarmi presi in piena fronte un moccioso messicano. Sapevate che i messicani ci fanno i matrimoni nei fastfood? Che poi quello si era ripreso quasi subito, ma niente. Un’altra possibile carriera stroncata. Licenziato!
La domanda, dunque, era d’obbligo: perché, pur essendo universalmente ritenuta la migliore età di sempre, avere vent’anni deve essere così faticoso? Perché, se noi rappresentiamo il futu-ro del paese, le città in cui viviamo non sono a prova di ventenne pivello e brufoloso, non sono collaudate per noi?
Nessuno ci guida, nessuno ci mostra, nessuno ci spiega com’è che vanno le cose. Né la famiglia, né la scuola, né gli anziani che una volta raccontavano le storie e ora se le chiudono in cantina. Nessuno più si accolla la responsabilità di questi sbarbatelli persi in una giungla meschina. E siamo in balia del lavoro che manca, dello studio che costa, dei divorzi dei nostri, delle scelte su tutto. Perché non c’è un grosso contenitore di sicurezza per ventenni, come quello dei bimbi che si parcheggiano all’entrata dei centri commerciali, con palline e babysitter?
Dopo due giorni da disoccupato capii che non c’era posto per me sul pianeta. E dopo una setti-mana i miei capelli si erano incollati al cuscino tramite un velo di sebo e una modesta dose di saliva notturna. Ero depresso, avevo foruncoli ovunque e invecchiavo a vista d’occhio.
Una mattina Sandra portò a casa un annuncio di lavoro che parlava di un posto da segretario in un ufficio legale. Ovviamente avevo più possibilità di cavalcare Falcor per le terre di Fantasia. Mi convinse comunque a lasciare il curriculum, lei è un’ottimista sfegatata perché è una figlia di papà, e non immagina neppure che ci siano cose come fame nel mondo ed effetto serra. Lei crede che nell’universo ci siano solo la luna e il sole, perché solo quelli riesce a vedere, e che le cinture D&G le facciano effettivamente Dolce e Gabbana con le loro manine, di notte, nella loro stanza, con tanto amore.
La sera prima del colloquio avevo un’ansia indescrivibile. Questo perché non avevo mai tentato, in quei quattro anni vissuti a Torino, di entrare in un ambiente che non vedesse panini, fritture, secchio e spazzolone, inutili promozioni da rifilare attraverso un telefono. Trascorsi la notte a fare sesso con uno che mi piaceva parecchio e che spesso mi trattava di merda. Poi lui se ne andò alle quattro e io rimasi solo e tremante nel mio letto. Presi sonno alle cinque e venti, svenendo.
Quel che mi svegliò fu dapprima l’inaccettabile fracasso del camion dei rifiuti, che ogni volta fa-ceva tremare la mia camera, perché non è che fosse proprio agibilissima. Già incazzato, scollai la faccia dal cuscino e mi rivoltai sotto le coperte come un involtino. Pochi minuti, e altro disturbò la mia quiete. Sentivo solo parole confuse, canticchiate forse.
“Toot toot, hey, beep beep… Toot toot, hey, beep beep”
Non capivo. Era là, dietro la porta chiusa, il fastidio. E dopo un attimo quella si detonò, e una fin troppo giuliva Sandra entrò ballando e reggendo lo stereo, che gridava la canzone Bad Girl di Donna Summer. Pur essendo io omosessuale trovai la cosa un tantinellino irritante.
«Sandra. Perché ti trovi nella mia stanza?».
Quella si mise a ondeggiare per la stanza dimenando le tettone e facendo un duetto terribile con Donna.
«Avanti coccooo! Oggi si cambia vitaaa!».
Sandra, la mia coinquilina. Certi giorni da odiare, certi da mitragliare alla parete, ogni tanto, ra-ramente, da farti ringraziare il dio dei cristiani che ci sia. Bella, riccioluta, grezza e cafona. Un brigante che veste firmato.
Si fermò un momento davanti alla parete tappezzata di foto di quello stronzo del mio ex.
«Patetico omosessuale, quand’è che levi questa roba? Ormai se n’è andato da mesi».
«Voglio tenerle ancora un po’».
«Certo, come se il figlio di puttana potesse tornare. Fai finto che sia morto, che è meglio. Comunque, alza il culo, sono le otto e mezzo». Sandra si mise in posa e allargò quella sua boccona in un sorriso. «Allora, come sto? Sincero, eh».
Era oscena. Tutto in lei, dalla minigonna al top, dal trucco ai Camperos, era di un rosso che fe-riva la vista. Sandra aveva l’autostima di una bellezza brasiliana, e in effetti alla sua entrata mancava solo piumaggio e carrozzone dal carnevale di Rio.
Era una telespettatrice appassionata del programma notturno Resta qua, che resto anch’io!, una robetta della Tv spazzatura. Come ospite c’era sempre una scienziata qualcosa che diceva assurdità sulle donne. L’ultima era stata che vestirsi di rosso faccia diventare gli uomini coglioni. Sandra appuntava tutto.
«Sembri una decorazione di Natale che deve andare a cantare il karaoke in un bar per camioni-sti».
«Ha-ha, perfetto! Mi assumeranno di sicuro. Ma che cazzo è questo rumore del cazzo?». Si affac-ciò alla finestra e guardò malamente i due inservienti della spazzatura, che ora stavano proprio lì sotto. «Ehi! Stronzoni in tuta! Perché non vi muovete, cazzo?».
«Ciucciamelo, troia».
«Una come me non te la carichi manco se paghi, bello mio». Chiuse la finestra e mi sorrise di nuovo, impassibile alle offese. «Ora vado a prendermi questo lavoro. Muoviti. Ci vediamo doma-ni, cocco, che ti offro il pranzo».
Buttò con malagrazia lo stereo sul mio comodino, giocando a bowling con la lampada, e se ne andò sculettando, e sbatté così forte la porta della camera che se ne cadde la maniglia.
Rimasi fermo e con gli occhi sgranati da pesce per metabolizzare la sua comparsa. Sandra lasciava gli stessi postumi di Katrina, l’uragano. Sicché mi levai di dosso lenzuola e fazzoletti cementati di quella notte e mi decisi.
Mi diedi una lavata e mi soffermai a studiarmi allo specchio. Basette spesse, niente barba, oc-chiaie da drogato, capelloni anni settanta all’insù, e…
«AAAHHH!».
Un ennesimo capello bianco!
Lo strappai e lo deposi in una scatolina di plastica in cui ne tenevo altri sette. Li conservavo per capire quanti se ne imbiancassero in un mese. Erano sempre di più. La cosa cominciava a met-termi ansia. Mi vedevo già tra un anno in prima pagina: “Sconcertante! Ragazzo di ventiquattro anni prematuramente invecchiato. Gli scienziati indagano”. Mi avrebbero ritrovato in bagno con le vene tagliate e un bigliettino con scritto “vi odio tutti, addio”.
Tentai di stare calmo e di darmi una mossa. Aprii l’armadio e cercai qualcosa da mettere. Ero povero e non avevo niente che si addicesse a un colloquio. Perciò presi l’unica camicia che in-gannava con la sua parvenza di nuovo, dei jeans con un buchino che non si vedeva sotto il cavallo, e le mie adorate, fedeli e da due anni onnipresenti ai miei piedi Converse grigie.
Un’ora dopo ero in via Garibaldi, di fronte a un portone di legno massiccio. Mi mancava l’aria. Avevo così paura che non mi sentivo più i piedi, che si erano informicoliti. Non avevo saliva, ma avevo già un litro di piscio da espellere. Perché? Perché era ovvio, chiaro, certo che mi a-vrebbero insultato e buttato fuori a sprangate prima di darmi il tempo di dire colloquio. Non sapevo niente di legge, avevo solo un misero diplomino delle superiori, fino ad allora avevo avuto a che fare soltanto con ciccioni divorahamburgher.
Suonai. Dopo cinque fottuti piani a piedi, per via dell’ascensore fuori servizio, trovai una porta aperta con nessuno ad aspettarmi. Nella saletta d’attesa c’erano dieci persone. Quattro banani stile Clark Kent sui trent’anni, un nerboruto e sudaticcio tizio di mezza età con l’aria un po’ smarrita, tre ventenni con la frangia e le bocche ruminanti di chewingum. E loro, due candidate alla segreteria della presidenza americana. Erano perfette, una rossa e una bionda, infilate in due tailleur scuri, tutte curate e con l’aria snob. Fottute troie.
Fui lì per andarmene, ma qualcosa mi convinse a restare. Forse la stanchezza. Mi fiondai sulla sedia libera e mi piansi addosso.
Le sciacquette con la frangia sapevano di inceppo cerebrale, al sudatore ambulante urgeva un phon, e i Clark Kent facevano discorsi da australopitechi, sghignazzando su cose tipo TETTE-CALCIO-CIBO. Nessuno aveva più speranze di me, ma quelle due sì. Le odiavo già. La bionda, poi, tirò fuori dalla ventiquattrore un’enciclopedia che doveva impersonare il suo curriculum, lo accarezzò sul bordo e lo rimise dentro. Perciò mi squadrò e un sorriso malefico le alterò la boccuccia perfetta. E allora sbiancai. Lo ricordo perfettamente. Mi sentivo umiliato, un perdente, uno che doveva indugiare nel pantano dei fastfood a cui era abituato, senza mai più azzardarsi a credere di poter fare qualcosa di più. Quello era il mio destino. Loro vantavano esperienze lavorative, lauree, la posa giusta e magari pure la personalità idonea a quel lavoro, per aspirare a qualcosa che io non dovevo nemmeno immaginare. Potevano permettersi vestiti nuovi e consoni, mentre io portavo le stupide Converse trapassate da una vita e macchiate di strada e i jeans bucati.
E proprio quando mi strinsi nelle braccia, infreddolito dai pensieri avvilenti, mi arrivò un mes-saggio sul cellulare. “Grazie per la bella nottata, davvero, ma ho capito che desidero ancora il mio ex. Meglio non vedersi più, altrimenti soffri. Buona fortuna per tutto”.
Roba trita. Sospirai e feci finta di niente. Un altro che se ne andava per paura di farmi male. Che premura.
Quando rimasi il solo ad aspettare, la segretaria apparve per chiamarmi. Era bella, ma col viso un po’ stanco. Chignon biondo, trucco curato, meno di trent’anni. E la prassi si ripeté: mi studiò grave per un momento, aspettò qualche secondo di troppo, e poi mi chiamò.
«Samuele Grignotti?» disse con il tono di Piton.
Quando le andai incontro ero così nervoso e insieme felice di porre fine allo strazio che esage-rai.
«Oh sì, sono io, finalmente! Salve, buongiorno».
«Penso che un solo buongiorno sia più che sufficiente. Ricordatelo fra un po’. Io sono Camilla». Poi abbassò lo sguardo sui miei piedi. «E quelle... quelle che cosa sono?» sibilò, gli occhi da omi-cida iniettati di sangue.
«Converse. Sono un modello di due anni fa, ma...».
«E ti presenti a un colloquio con delle... Converse?».
Era già fuori di sé. Non sapevo se dovessi rispondere oppure no. Decisi di no.
«Dov’è il tuo curriculum?».
«Beh, n-non l’ho portato. Pensavo che ne aveste già uno voi. L’ho lasciato l’altra volta. No?».
Sorrise con un misto di pena e stizza. Accostò la sua bocca al mio orecchio e mi parlò sottovoce, stavolta quasi dolcemente. Il dolce sussurro della morte.
«Non dovrei pronunciarmi, ma sono quasi sicura che sarà del tutto superfluo il colloquio, per-ciò perché non ti risparmi l’umiliazione del rifiuto e non te ne torni a casa?». Mi sorrise di nuovo, ma con gentilezza, indicò i miei abiti e fece no col capo e l’occhiolino. «Sei ancora un giovanotto. Devi imparare a capire quando un ambiente non è alla tua portata. Questo è uno studio legale, lavoriamo con avvocati, con la legge. Sarà un nostro segreto, non lo saprà nessuno. Dirò che non ti sei presentato e sarà come se non fosse successo niente. Credi a me, meglio così».
L’idea me la propinò convincente. Arrossii, esitai.
«Il mio capo ha le idee chiare sul tipo di persone di cui intende servirsi» continuò lei, ora seris-sima.
«Io... però... vorrei provare comunque. Se non le dispiace, ecco».
Sospirò innervosita. «Seguimi».
Deglutii. Mi stavo pisciando addosso dalla paura e letteralmente. Mi portò nel salone in cui lavo-ravano gli associati. Era bellissimo. Enorme, con la moquette color carminio e una decina di box in truciolato che ospitavano avvocato o segretaria a lavoro. Sulle pareti porpora, una boiserie in mogano, e sulla destra una lunga vetrata si atteggiava e permetteva di vedere fino al fondo della via.
Sorrisi come un bimbo, era bello vederli al lavoro. E per un solo istante mi sentii parte del siste-ma.
«Che c’è, mai visto uno studio legale? Non è un acquario. Muoviti!».
Sogno distrutto. Che stronza.
Mi pilotò contro una delle due porte dei boss, i soci. Ne aprì una e mi buttò dentro prima di ri-chiudersela dietro. Una libreria sulla destra, un lungo e sottile quadro d’arte moderna sulla sini-stra, una bella scrivania di legno bruno con piano in vetro davanti.
Mio Dio che angoscia. Non ricordavo più quale fosse quella giusta, se salve o buongiorno. E di fronte a me c’era solo lo schienale nero di una sedia mobile in pelle. Il bastardo non si era manco degnato di ricevermi come si deve. Di sicuro uno di quei vecchi decrepiti pieni di soldi, con le mani ossute, maleducati, lo sguardo arcigno e i capelli trapiantati per camuffare qualche decennio.
Una mano si aiutò a rigirarsi, e mi apparve: l’uomo più arrapante che avessi mai visto. Un bel pezzettone di figo sulla trentina. Capello castano lunghetto ma ordinato, barba di due giorni, occhi verdi. Vestito blu notte, cravatta a tono, fisico perfetto. E quella mascella quadra...
Stavo svenendo. Saliva non ce n’era, manco ossigeno. Lo vedevo già nudo sotto una pioggia di petali, coi fauni che gli suonavano violini attorno e i passerotti che svolazzavano.
«Scusami, non ti avevo sentito» esordì, e poggiò un libro sulla scrivania. «Ogni momento è buono per dargli un’occhiata».
Ci guardammo. Io morto, lui in attesa.
«Tutto bene?».
Mi svegliai. «SALVE E BUONGIORNO!».
Titubò, mi studiò di traverso. «Wow, che irruenza. Prego, siediti che non c’è molto tempo».
Era un ordine e non suonava bene. Uno più socievole dell’altro, in quello studio.
L’avvocato raccattò qualche curriculum e individuò il mio. «Eccoti. Samuele Grignotti?».
Era troppo serio. Non tradiva un’emozione e questo mi incuteva ancor più timore. Era come se non ci fosse umanità in quel tizio, non riusciva a trasudarla. E questo voleva dire che da lì a dieci minuti mi avrebbe cannonato fuori.
Annuii. Riuscivo solo a pensare alla paura, al piscio che picchiava i pugni disperato contro la vescica, e alla speranza di andarmene senza troppe cerimonie.
Sfogliò svogliatamente le pagine. «Io sono Andrea, Andrea Faldi. Ti sei fatto tutti i bar della zona, eh?» mormorò senza il minimo tatto, con un sorriso appena accennato fatto per umiliare.
Mi s’incendiò la faccia.
«Niente laurea né qualifiche di alcun genere. Bar e ancora bar. Due Mc Donald’s. Impresa di pulizie, cameriere. Dogsitter?».
«Sì, ecco, quello l’ho fatto per arrotondare».
Era orribile il modo in cui elencava i detestabili lavori che ero stato costretto a svolgere, ma ancor di più il modo in cui mi guardava, sprezzante, arrogante. Riusciva a farmi sentire un topo di fogna, un immigrato lercio alla corte di sua maestà.
«Capisco. E qualcosa che si avvicini a un lavoro da segretario, invece?».
Decisi di inventarmi qualcosa.
«Sì, veramente ho lavorato come segretario in una... in una cosa, ecco...» ma non mi venne in mente nulla. Eppure ero bravo come impostore, ma lui mi incuteva troppa soggezione. Il collo-quio più orribile e veloce della storia umana.
«Va bene, va bene, basta così». Fece sì col capo, schifato. Sospirò spazientito e si tirò su. «Sarò sincero, Samuele, non sei esattamente il candidato ideale. Per niente. Sembri un ragazzo sciatto. E incompetente su tutto».
Era incazzato. Andrea Faldi era incazzato con me, un estraneo! Raccolse il curriculum e lo sven-tolò per un momento.
«Ci vuole una laurea, qui! Qualcosa di significativo! I miei segretari devono adoperare un lin-guaggio forbito, adeguato all’ambiente, ai nostri clienti. E non hai nessuna esperienza. Sei giova-ne e non penso proprio che qualche lavoretto come assistente alla friggipatatine sia sufficiente. Sono spiacente».
Mi aveva fatto a pezzi e ci aveva messo solo pochi istanti. In più a quei tempi avevo un vocabola-rio assai ridotto e non capii neppure cosa volesse dire forbito.
Non potevo crederci. Quell’avvocatuccio spocchioso si era preso gioco di me, mi aveva umiliato, aveva ridotto la mia autostima a una poltiglia solo per il gusto di vedermi atterrito. Perché esi-stono persone come Andrea Faldi, pronti a disintegrare le minime speranze di noi giovani? È ingiusto e meschino.
Mi alzai raccogliendo le frattaglie della mia dignità e strisciai alla porta. Visto? Andrea aveva deciso il mio destino. E poi mi girai. Ero furibondo. Ero un giovane di oggi e quel maledetto non mi avrebbe calpestato tanto facilmente.
«Le dispiace? Le dispiace? Ma che mi ha chiamato a fare, allora? Lo sapeva che sono giovane e che non ho esperienze! Il curriculum ce l’aveva! Mi ha fatto venire qui per trattarmi di merda, signor Faldi?».
Nessuna reazione. Mi fissava come si fissano i mentecatti.
«E poi non poteva farmi andare via con un “le faremo sapere?” invece di fare così, lo stronzo?».
Con l’offesa avrebbe potuto tirarmi dietro benzina e cerino acceso, e invece abbottonò la giacca e fece il giro della scrivania. Era di nuovo serio, comunque. Risentito.
«Potrei rivoltare la domanda, Samuele. Come ti salta in mente di venire a fare un colloquio in uno studio legale? Perché sei qui?».
Una gigantesca incudine invisibile mi si schiantò addosso. Perché ero lì, pur sapendo di non ave-re possibilità, dopo aver ignorato le avvisaglie della paura?
Non avevo più voglia di fingere e lasciai le braccia penzolare.
«Non voglio fare il patetico dicendo che mi serve un maledetto lavoro per campare, perché sono lontano da casa e al verde. Certo, non è elegante dirlo, ma sono veramente stanco dei bar e delle pizzerie o di lavare i cessi. Stanco. Perché tanto fai sacrifici e guadagni comunque una miseria. Quindi ho provato. Non sono adatto per un mestiere come questo, non so parlare chissà come, ma...».
«E allora perché sei qui?» ripeté Andrea. «Perché dovrei assumerti?».
Scorsi qualcosa nei suoi occhi dannatamente astiosi. Era come se avesse voglia di litigare o roba simile. Assurdo.
Potevo inventarmi una bella storia strappalacrime o dimostrare la mia tenacia o dar prova della mia bravura, ma quello non era Il diavolo veste Prada, io non sognavo di fare niente di particola-re che mi spingesse a stare lì dentro, non desideravo intraprendere la gavetta del segretario e non avevo assi nella manica. Non sognavo quel posto, avevo solo bisogno di quei soldi.
«Perché devo mangiare e mi serve uno stipendio!» vomitai senza pensarci troppo.
Andrea fece spallucce. «Ed è un mio problema?».
Boccheggiai per l’incredulità. «M-ma-ma perché mi ha fatto chiamare, si può sapere?».
«Questo lo saprai solo se a me andrà di dirtelo. Al momento non è affar tuo. Lo ripeto per l’ultima volta, lattante impertinente che non sei altro, per quale ignoto motivo dovrei assumerti?» ringhiò Andrea, d’un tratto di nuovo nervoso.
Oddio, mi sentivo come se qualcuno mi avesse tolto il tappeto da sotto i piedi. Sudavo freddo.
«Beh... ecco, magari con me potrebbe cambiare tipo di personale. Quella Camilla là fuori non farà certo sorridere nessuno, non è una simpaticona, e io potrei farla divertire parecchio».
Potrei farla divertire parecchio! L’ambiguità delle parole scelte mi diede un cazzotto allo stoma-co. Sentii la pressione scendere a meno diecimila.
Andrea mi scrutava. Credevo mi avrebbe fatto arrestare. Aspettò qualche momento. Il piscio mi stava straripando dalla gola, ero terrorizzato dalla situazione.
«Se Camilla non è una simpaticona, tu che tipo sei?».
«Un tipo simpatico, appunto».
Sì, come no. Totò, proprio. E siccome l’umorismo non doveva essere in cima alle passioni predi-lette dell’androide che mi stava davanti, abbassai lo sguardo ebete e molto, molto lentamente poggiai i ginocchi sul pavimento e chinai il capo.
«Ma che fai, ti prostri, adesso?».
«Sì».
Attesa di dodici secondi. Poi Andrea si rianimò, il tono acceso e scoppiettante.
«Mmm, adoro l’atteggiamento servile. Ho deciso, sarai il mio schiavetto. Vedremo quanto saprai farmi divertire, Samuele. Se non sarai all’altezza del compito ti sbatterò fuori senza remore. Sono stato chiaro? Cominci tra una settimana e vediamo che sai fare».
Non poteva essere vero. Un giovane perdente d’oggi rompeva il vile meccanismo di come vanno le cose. Volevo chiedergli cosa ci fosse dietro, ma non lo feci. Per la gioia dimenticai che era uno stronzo e un avvocato e gli afferrai la mano come fossimo cresciuti insieme e andati in barca al tramonto sul fiume di Dawson e Joe.
«Grazie, veramente, grazie!», e gli strappai quasi il braccio.
Lui sorrise giusto il tempo per farmela credere un’allucinazione, poi tornò serio.
«Adesso levati dai piedi. Ci vediamo lunedì».
Camilla mi seguì fino alla porta con un’espressione di paga malignità.
«Addio» mi disse salutando con la manina. Non lo immaginava neppure.
Ce l’avevo fatta perché i loro attacchi non mi avevano frenato. Perché quando si è diversi si è un po’ speciali, e forse Andrea lo aveva capito. Lo avevo deciso io. Ma allora ero o no padrone del mio destino?

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