14/02/26

Ora vorrei ancora essere il seme della pianta cresciuta nel bosco,
per essere la panca su cui respira il tuo corpo stanco, ma vivo.
Così, stai disteso addosso a me,
abbandonato sulle mie ginocchia,
ti cingo le spalle e i fianchi con braccia e rami possenti,
così vicino da non avere né pelle né corteccia,
e respiro alla radice della tua testa.
Ma questo corpo ora è il tempio sacro.
Entra portando il fuoco tra le mani
o non entrare!
Sarò inginocchiato, arreso al vento,
pregando fronte a fronte
con l’anima aperta in sette direzioni,
perché
la luce della stella mi mostri ciò che non voglio guardare.
Farò pace con me.
Ti imboccherò con i pezzi di pane della mia calma.
Porta con te la manna delle tue ossa.
Arrivando mi vedrai al limitare, in piedi.
Ti verrò in contro
con l’acqua del ventre e la terra tra le mani,
per avere un posto dove possiamo piantare un seme.
Incontriamoci tra notte e giorno,
ove le cose si trasformano,
come noi ora.
Eravamo seme poi quercia,
corpo ferito poi fortezza,
reggia poi tempio,
e quando le mura hanno perso la forza
l’anima si è espansa e retta da sola,
e ora parla.