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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • Ho comprato un piccolo dolore
    per farlo crescere in me.
    Scrivo lunghe vite
    per chi ha il fiato corto
    e chiude gli occhi prima della fine.
    Mi allontano dalla riva
    dove credevo di essere salvato.
    Leggo dentro occhi
    dove annega la luce,
    spengo i miei suoni dentro
    fredde accuse.
    Ancora mi farò male,
    combattendo tra dolori
    e passioni.
    Perdonami se muoio,
    senza disturbare,
    col sorriso dei giorni migliori.

  • 31 maggio 2006
    Con labbra di silenzio

    E non so dirti perché

    mi siedo in questa sponda.

    Naufraga, nell'ignoto

    miracolo, consapevole.

     


    E non conosco la pronuncia

    neppure come ti chiami

    Se solo ti chiamassi

    con labbra di silenzio.

     


    Da questo luogo cieco

    in cui giace la sostanza

    senza scordare un'ora

    senza corpo, senza respiro.

     


    Senza dimenticare mai

    che sei una cosa vera

    come un'ombra, e come

    un sogno ancora, trasformato.

     


    Nei labirinti delle tue mani

    Nella venatura del tuo braccio

    Nell'osso nudo di te stesso.

     


    Oltre e più oltre ancora

    la forza di venti maestrali

    scompiglieranno ancora

    l'essere intero di te,

    che ancora resti.

  • 31 maggio 2006
    Era poesia anche quella

    A mia nonnna che scriveva poesie


    Erano gli anni delle bambole

    di pezza da stringere al petto e cullare

    in un lento, con te, che a sera

    indovinavi la forma delle nuvole

    già spiando stelle tra una fessura

    e l’altra d’indaco appena scoperta,

    che se ci ripenso era poesia anche quella.


    Avevo le tue mani per sperare

    in un angolo di terra più morbido,

    benedetto da Dio, che le stagioni

    non consumano o mutano piano,

    perché non è l’addio a ferire

    ma il non averti amato in tempo.


    Erano, fossero sempre quegli anni,

    dei tuoi occhi di cielo ombrati

    da malinconia all’eco di un ricordo lontano,

    troppo per non morirci dentro sognando…

    E adesso tra i ricordi sono io a frugare,

    sino a riviverti com’eri, sino al tuo ultimo respiro


    che ancora conservo come la cosa più cara che ho.

  • 31 maggio 2006
    Oblio

    Muoio, muoio.

    Ho paura di lasciare tutto,

    in fondo al tunnel vedo la luce

    ma è luce nera.

    E’ tutto inganno

    ma io son debole e umano

    e a volte sento

    il bisogno di sconfitta

    e di oblio infinito.

  • 31 maggio 2006
    A mio padre

    Se mi tornassi questa sera accanto
    lungo la via dove scende l'ombra
    azzurra già che sembra primavera,
    per dirti quanto è buio il mondo e come
    ai nostri sogni libertà s'accenda
    di speranze di poveri di cielo,
    io troverei un pianto da bambino
    e gli occhi aperti di sorriso, neri
    neri come le rondini del mare.

    Mi basterebbe che tu fossi vivo,
    un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
    Ora alla terra è un'ombra la memoria
    della tua voce che diceva ai figli:
    "Com'è bella la notte e com'è buona
    ad amarci così con l'aria in piena
    fin dentro al sonno". Tu vedevi il mondo
    nel plenilunio sporgente a quel cielo,
    gli uomini incamminati verso l'alba.

  • 31 maggio 2006
    Poesia d'Amore

    Le grandi notti d' estate
    che nulla muove oltre il chiaro
    filtro dei baci, il tuo volto
    un sogno nelle mie mani.

    Lontana come i tuoi occhi
    tu sei venuta dal mare
    dal vento che pare l' anima.

    E baci perdutamente
    sino a che l' arida bocca
    come la notte è dischiusa
    portata via dal suo soffio.

    Tu vivi allora, tu vivi
    il sogno ch' esisti è vero.
    Da quanto t' ho cercata.

    Ti stringo per dirti che i sogni
    son belli come il tuo volto,
    lontani come i tuoi occhi.

    E il bacio che cerco è l' anima.

  • 31 maggio 2006
    Arietta settembrina

    Ritornerà sul mare
    la dolcezza dei venti
    a schiuder le acque chiare
    nel verde delle correnti.

    Al porto sul veliero
    di carrube l' estate
    imbruna, resta nero
    il cane delle sassate.

    S' addorme la campagna
    di limoni e d' arena
    nel canto che si lagna
    monotono di pena.

    Così prossima al mondo
    dei gracili segni,
    tu riposi nel fondo
    della dolcezza che spegni.

  • 31 maggio 2006
    Inverno a Roma

    I bambini che pensano negli occhi
    hanno l' inverno, il lungo inverno. Soli
    s' appoggiano ai ginocchi per vedere
    dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
    Di là da sé, nel cielo, le bambine
    ai fili luminosi della pioggia
    si toccano i capelli, vanno sole
    ridendo con le labbra screpolate.
    Son passate nei secoli parole
    d' amore e di pietà, ma le bambine
    stringendo lo scialletto vanno sole
    sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
    gocciola sugli uccelli della gronda.

  • 31 maggio 2006
    Amore della vita

    Io vedo i grandi alberi della sera
    che innalzano i cieli dei boulevards,
    le carrozze di Roma che alle tombe
    dell' Appia antica portano la luna.

    Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.
    Pure, lunga la via fu alla sera
    di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo
    alle luci sorgenti ai campanili
    ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
    mai più risponderà?

    Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
    il cielo dei boulevards
    cielo chiaro di rondini!

    O sera umana di noi raccolti
    uomini stanchi uomini buoni,
    il nostro dolce parlare
    nel mondo senza paura.

    Tornerà tornerà,
    d' un balzo il cuore
    desto
    avrà parole?
    Chiamerà le cose, le luci, i vivi?

    I morti, i vinti, chi li desterà?

  • 31 maggio 2006
    Natale al caffè Florian

    La nebbia rosa
    e l’aria dei freddi vapori
    arruginiti con la sera,
    il fischio del battello che sparve
    nel largo delle campane.
    Un triste davanzale,
    Venezia che abbruna le rose
    sul grande canale.

    Cadute le stelle, cadute le rose
    nel vento che porta il Natale.

  • 31 maggio 2006
    Un'alba

    Com'è spoglia la luna, è quasi l'alba.
    Si staccano i convogli, nella piazza
    bruna di terra il verde dei giardini
    trema d'autunno nei cancelli.
    È l'ora fioca in cui s'incide al freddo
    la tua città deserta, appena un trotto
    remoto di cavallo, l'attacchino
    sposta dolce la scala lungo i muri
    in un fruscìo di carta. La tua stanza
    leggera come il sonno sarà nuova
    e in un parato da campagna al sole
    roseo d'autunno s'aprirà. La fredda
    banchina dei mercati odora d'erba.
    La porta verde della chiesa è il mare

  • 31 maggio 2006
    Chiesa veneziana

    Così, da sempre, come una memoria
    che mai giunge a sbiadirsi, che mai
    perde
    la traccia immaginosa, questa storia
    di pietra e d'acqua, di laguna verde,

    tratteggiata dai neri colombari
    delle mura, da lapidi di rosa,
    s'è fatta chiesa aperta agli estuari,
    all'incrocio dei venti. Non riposa

    mai tomba che non veda la sua morte
    frangersi ancora contro il nero eterno.
    E le gondole, battono alle porte
    i lugubri mareggi dell'inverno.

  • 31 maggio 2006
    Osteria flegrea

    Come assidua di nulla al nulla assorta
    la luce della polvere! La porta
    al verde oscilla, l'improvvisa vampa
    del soffio è breve.

    Fissa il gufo
    l'invidia della vita,
    l'immemore che beve
    nella pergola azzurra del suo tufo
    ed al sereno della morte invita.

  • 31 maggio 2006
    La cicala

    Appare volontà quel che fu caso,
    un eterno momento,
    ma l'occhio il naso suggellò veloce
    e la bocca nel vento
    ambigua errò per voce
    che sempre può parlare.

    Questo il ritratto e questo è il mare,
    un rudere che striscia
    nel suo vecchio calore.

    Così dall'ombra mosse
    una piccola biscia
    fuggendo il suo colore.
    Apparvero le fosse
    dei morti, il grigioverde
    dei topi e dei soldati.

    Ha i minuti contati
    la morte che perde
    e moltiplica i piedi.
    Nel sole che vedi
    è il sole che langue,
    il formicaio del sangue.

  • 31 maggio 2006
    La partita di calcio

    Boccaccio era il portiere,
    il gran portiere giallo
    della squadra del quartiere.
    Stava all’erta come un gallo

    sulla porta del campetto
    alla periferia.
    Diceva: << Qua sul petto,
    ed ogni palla è mia >>.

    Ma quel giorno, chi lo sa,
    sbuca di qua sbuca di là
    - Boccaccio attento! - pa pa
    la palla è in rete. << Ma va,
    ma va, Boccaccio, è uno >>.

    Attento, di qua di là,
    passa non passa, tira.
    Boccaccio si rigira;
    si tuffa - passerà?-
    <<Qui non passa nessuno >>,
    ma la palla è nel sacco.

    E son due. Lo smacco,
    i fischi, e poi sotto...
    << Salta a pugno, Boccaccio,
    ma non la vedi dov’è,
    salta, salta...>> E son tre.

    E quattro e cinque e sei.
    - Boccaccio dove sei?-
    E sette e otto e nove
    e piove e piove e piove
    con grandine e con tuoni. 
    Quattordici palloni
    nella rete di Boccaccio
    poveretto poveraccio,
    bianco come uno straccio
    col berretto da fantino
    ubriaco senza vino.

    Quanti fischi! e poi << cretino >>,
    << pastafrolla >>, << posapiano >>,
    << tappabuchi >>, << moscardino! >>
    Oh, quel povero Boccaccio
    nella furia del baccano
    si strappava i suoi capelli
    e la folla dai cancelli
    gli gridava: << Ancora, ancora >>.

    Tutti tutti, ad uno ad uno
    si strappò capelli e baffi
    e poi schiaffi sopra schiaffi
    si ridette per lezione.
    Restò lì con la sua testa
    tonda, liscia come palla.
    << Oh, son quindici con questa
    - gli gridò dietro la folla -
    tappabuchi, pastafrolla
    vai a guardia d’un portone...! >>

    E difatti il buon Boccaccio
    col berretto e col gallone,
    mani pronte e spazzolone,
    oggi è a guardia d’un portone
    dove passano persone
    che fermare egli non può,
    dieci venti cento e più.

  • 31 maggio 2006
    Il bambino di gomma

    Melampo era un bambino
    di gomma e cancellava
    i passi che segnava
    mettendosi in cammino.

    Era di gomma rossa,
    tondo come una palla,
    e stava sempre a galla
    nel bagno, e senza ossa

    dolce, tenero, buono,
    scendeva dalle scale
    senza mai farsi male
    saltando dal balcone.

    A scuola era bocciato,
    sempre il quaderno bianco!
    Eppure era il più franco
    a scrivere il dettato.

    Scriveva e poi cassava
    con la mano di gomma,
    i numeri, la somma,
    le lettere, e tornava

    a scrivere, a cassare.
    E sempre zitto rosso
    con tutti gli occhi addosso
    senza poter parlare.

    O povero Melampo!
    Un giorno, detto fatto,
    saltò su di scatto
    e si bucò la pancia.

    Fischiò come un pallone
    sgonfiato d’ogni affanno
    e visse senza danno
    tappando col bottone

    il buco della pancia.

    Visse nel tempo antico
    Melampo - ve l’ ho detto? -
    Fischiò col suo fischietto
    premendosi a soffietto
    il disco all’ombelico.
     

  • 31 maggio 2006
    Canto alle rondini

    Questa verde serata ancora nuova
    e la luna che sfiora calma il giorno
    oltre la luce aperto con le rondini
    daranno pace e fiume alla campagna
    ed agli esuli morti un altro amore;
    ci rimpiange monotono quel grido
    brullo che spinge già l' inverno, è solo
    l' uomo che porta la città lontano.
     
    e nei treni che spuntano, e nell' ora
    fonda che annotta, sperano le donne
    ai freddi affissi d' un teatro, cuore
    logoro nome che patimmo un giorno.

  • 31 maggio 2006
    Paesetto di Riviera

    La sera amorosa
    ha raccolto le logge
    per farle salpare
    le case tranquille
    sognanti la rosa
    vaghezza dei poggi
    discendono al mare
    in isole, in ville
    accanto alle chiese.

  • 31 maggio 2006
    Via Appia

    Eterna sera agli alberi fuggiti
    nel silenzio: la strada fredda accora
    i morti in terra verde: di svaniti
    suoni nell' aria armoniosa odora
     
    vento dorato il mare dei cipressi.
    Calma specchiata di monti la sera
    immagina giardini nei recessi
    tristi dell' acqua: erbosa primavera
     
    stringe la terra in uno scoglio vivo.
    Cade nel sonno docile la pena
    dei monti addormentati sulla riva:
    sopra la pace luminosa arena.
     
    Nella memoria li depone il bianco
    vento del mare: ad alba solitaria
    passano in sogno a non toccarsi: banco
    del mattino la ghiaia fredda d' aria.

  • 31 maggio 2006
    Passeggiata Fuori Porta

    Non basta l' oblio,
    la gassosa bevuta a mezza strada.
    Nulla più che ci aggrada,
    che sia blando e leggero
    come lo spirito del mattino;
    sempre morti tra noi,
    il terrore vicino
    di un' altra guerra
    e la mente dubitosa
    di quel che sarà poi.
    senza speranze la terra.
     
    Che diremo al bambino
    se vede nella bottiglia
    il celeste pensiero
    d' un mare che gli somiglia?
     
    Bastasse l' angelo arguto
    a dirci che il male
    è tutto là sul giornale
    per chi l' ha fatto
    per chi l' ha ricevuto.
    Il male ci coglie d' un tratto.
    Immeritata la gioia
    che non sia di tutti
    e i nostri lutti
    che non son nostri, i pensieri...
     
    La testa è più distratta ove più impara
    a dir col passo gli stessi pensieri.

  • 31 maggio 2006
    Il Caprimulgo

    Tornerà sempre l' ironia serena
    del sortilegio sulle tue corolle,
    fiore disfatto.
    E tu che voli e piangi
    stridendo coi tuoi grandi occhi oscuri,
    o caprimulgo dalle piume molli,
    il buio sempre ingoierà la notte
    delle farfalle nere, le lucenti
    blatte in cui l' uomo misero rattrae
    le mani e gli occhi a rispettarle,
    umane della pietà per sé.
    Per la scala degli inferi discende
    il consenso perenne, l' ordinata
    congrega delle vittime plaudenti.
     
    O misura dell' uomo in sé dipinto
    costretto oltre la morte, mummia salva
    a schermo delle mani,
    a non aver più limiti, distratta
    è la forza latente, il bruco insonne
    della materia che ci traccia e insegue.
    Un fenomeno oscuro il divenire
    l' enfasi sorda che alle sue parole
    non crede più, ma giura. Ancora scende
    questa scala degli inferi e l' informe
    che chiede un senso smania di figure.

  • 29 maggio 2006
    Nel sonno profondo

    A tal monte,
    parte fumo
    e parte manto,
    volgo il mio sguardo
    d'incanto.
    Nello squarciar
    di cielo
    e nel rifiorir
    di stormi
    angelo e vaniglia
    dormi.
    A tal distanza
    miro i tuoi occhi,
    chiusi,
    che son natura.
    Sogno quel celato
    pianto triste
    che fa paura.

  • 29 maggio 2006
    diva

    Diva di cipria
    vedi e non vedi
    il passare dei tempi
    in scanditi secondi.
    Di gioia puerile,
    coperti tappeti
    di fiori in specchi
    a mirare.
    Di uno ieri
    che acclama
    e che par
    di volare
    ed oggi vento,
    vento,vento
    che oltraggia il mare.

  • 29 maggio 2006
    Poi la sera

    Non mi ricordo
    se c'era il buio.
    C'era luna,
    pallida di notte insonne.
    C'erano lucciole
    che s'accendevano dalla vergogna,
    poi
    c'era il vento
    e spento soffiava
    per l'imbarazzo.
    Infine anche i grilli,
    dai trilli pungenti
    come da assilli.
    Di lei
    non ricordo bene
    c'è solo il sentore
    di un restare insieme.

  • 29 maggio 2006
    La valle

    Persi
    negli imbarazzi della neve.
    Lieti
    per il suo candore,
    cauti
    nel nostro andare.
    Sinceri
    nel rabbrividire.
    Allorché
    giungemmo a meta
    rischiara la vita,
    nella valle dei destini
    ed oltre,
    al sentir di voci
    audaci
    a rincorrere emozioni.