Vuoto,
Come se esistenza dunque,
Non mi appartenesse più,
Non fosse che imprigionata inutilmente,
Nelle spire di un altro.
Vedo e colgo l’infido male del tuo volto austero,
Vedo che il tempo in compagnia non addolcisce più
Il mio essere terreno,
Le mie umane gesta,
Il corpo segnato, malaugurata testa.
Lo vedo che di odio si ricopre il tuo divenir,
Lo vedo che di sguardo truce,
Mi colpisci l’anima
Ed invecchi il mio umano scopo,
Che di terra natia donò,
Missione incompiuta.
Vedo che di me miri sol funebri beni,
Che la terra si scosse appena,
Quando amor tuo cessò.
17 marzo 2026
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Dov’ero io, prima che tutto iniziasse? Forse solo un’idea, amabile visione di un figlio che qualunque cosa succeda sarebbe stato lì, immobile, austera scultura maneggiata da abili mani.
No, son figlio dell’universo, essenza di polvere di stelle che brama per tornare nella sua interstellare origine e di pillole di lettura si anima il mio occhio stanco.
Amami, stringimi e scostami, anche solo di un millimetro, dal peso del mio essere.