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in archivio dal 14 ago 2006

Primo Levi

31 luglio 1919, Torino
11 aprile 1987, Torino
Segni particolari: Nel febbraio del 1944 vengo consegnato dai fascisti italiani ai nazisti e deportato ad Auschwitz (per l'esattezza nel campo Auschwitz III - Monowitz), come häftling (letteralmente funzionante) numero 174517.
Mi descrivo così: Sono stato uno scrittore autore di tristi memorie, racconti, poesie e romanzi.
Mi trovi anche su:

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  • 01 luglio 2011 alle ore 17:26
    Agli amici

    Cari amici, qui dico amici
    Nel senso vasto della parola:
    Moglie, sorella, sodali, parenti,
    Compagne e compagni di scuola,
    Persone viste una volta sola
    O praticate per tutta la vita:
    Purché fra noi, per almeno un momento,
    Sia stato teso un segmento,
    Una corda ben definita.

    Dico per voi, compagni d’un cammino
    Folto, non privo di fatica,
    E per voi pure, che avete perduto
    L’anima, l’animo, la voglia di vita:
    O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
    Che mi leggi: ricorda il tempo,
    Prima che s’indurisse la cera,
    Quando ognuno era come un sigillo.
    Di noi ciascuno reca l’impronta
    Dell’amico incontrato per via;
    In ognuno la traccia di ognuno.
    Per il bene od il male
    In saggezza o in follia
    Ognuno stampato da ognuno.

    Ora che il tempo urge da presso,
    Che le imprese sono finite,
    A voi tutti l’augurio sommesso
    Che l’autunno sia lungo e mite.

     
  • 01 luglio 2011 alle ore 17:23
    Canto dei morti invano

    Sedete e contrattate
    A vostra voglia, vecchie volpi argentate.
    Vi mureremo in un palazzo splendido
    Con cibo, vino, buoni letti e buon fuoco
    Purche' trattiate e contrattiate
    Le vite dei vostri figli e le vostre.
    Che tutta la sapienza del creato
    Converga a benedire le vostre menti
    E vi guidi nel labirinto.
    Ma fuori al freddo vi aspetteremo noi,
    L'esercito dei morti invano,
    Noi della Marna e di Montecassino
    Di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima:
    E saranno con noi
    I lebbrosi e i tracomatosi,
    Gli scomparsi di Buenos Aires,
    I morti di Cambogia e i morituri d'Etiopia,
    I patteggiati di Praga,
    Gli esangui di Calcutta,
    Gl'innocenti straziati a Bologna.
    Guai a voi se uscirete discordi:
    Sarete stretti dal nostro abbraccio.
    Siamo invincibili perche' siamo i vinti.
    Invulnerabili perche' gia' spenti:
    Noi ridiamo dei vostri missili.
    Sedete e contrattate
    Finche' la lingua vi si secchi:
    Se dureranno il danno e la vergogna
    Vi annegheremo nella nostra putredine.

     
  • 01 luglio 2011 alle ore 17:20
    Il superstite

    Since then, at an uncertain hour,
    Dopo di allora, ad ora incerta,
    Quella pena ritorna,
    E se non trova chi lo ascolti
    Gli brucia in petto il cuore.
    Rivede i visi dei suoi compagni
    Lividi nella prima luce,
    Grigi di polvere di cemento,
    Indistinti per nebbia,
    Tinti di morte nei sonni inquieti:
    A notte menano le mascelle
    Sotto la mora greve dei sogni
    Masticando una rapa che non c’è.
    “Indietro, via di qui, gente sommersa,
    Andate. Non ho soppiantato nessuno,
    Non ho usurpato il pane di nessuno,
    Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
    Ritornate alla vostra nebbia.
    Non è mia colpa se vivo e respiro
    E mangio e bevo e dormo e vesto panni.

     
  • 01 luglio 2011 alle ore 17:17
    Partigia

    Dove siete, partigia di tutte le valli,
    Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

    Molti dormono in tombe decorose,
    quelli che restano hanno i capelli bianchi
    e raccontano ai figli dei figli
    come, al tempo remoto delle certezze,
    hanno rotto l'assedio dei tedeschi
    là dove adesso sale la seggiovia.

    Alcuni comprano e vendono terreni,
    altri rosicchiano la pensione dell'Inps
    o si raggrinzano negli enti locali.
    In piedi, vecchi: per noi non c'e' congedo.

    Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
    lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
    con molti inverni nel filo della schiena.
    Il pendio del sentiero ci sarà duro,
    ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

    Ci guarderemo senza riconoscerci,
    diffidenti l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
    Come allora, staremo di sentinella
    perché nell'alba non ci sorprenda il nemico.

    Quale nemico? Ognuno é nemico di ognuno,
    spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
    la mano destra nemica della sinistra.
    In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
    La nostra guerra non é mai finita.

     
  • 01 luglio 2011 alle ore 17:15
    La bambina di Pompei

    Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra
    Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
    Che ti sei stretta convulsamente a tua madre
    Quasi volessi ripenetrare in lei
    Quando al meriggio il cielo si è fatto nero.
    Invano, perché l’aria volta in veleno
    È filtrata a cercarti per le finestre serrate
    Della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
    Lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.
    Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
    A incarcerare per sempre codeste membra gentili.
    Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso,
    Agonia senza fine, terribile testimonianza
    Di quanto importi agli dei l’orgoglioso nostro seme.
    Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
    Della fanciulla d’Olanda murata fra quattro mura
    Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
    La sua cenere muta è stata dispersa dal vento,
    La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.
    Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
    Ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli.
    Vittima sacrificata sull’altare della paura.
    Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
    Tristi custodi segreti del tuono definitivo,
    Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo.
    Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.

     
  • 01 luglio 2011 alle ore 17:10
    Alzarsi

    Sognavamo nelle notti feroci
    Sogni densi e violenti
    Sognati con anima e corpo:
    Tornare; mangiare; raccontare.
    Finché suonava breve sommesso
    Il comando dell’alba:
    “Wstawac”.
    E si spezzava in petto il cuore.

    Ora abbiamo ritrovato la casa,
    Il nostro ventre è sazio,
    Abbiamo finito di raccontare.
    È tempo. Presto udremo ancora
    Il comando straniero:
    “Wstawac”.

     
  • 14 agosto 2006
    Se questo è un uomo

    Voi che vivete sicuri
    Nelle vostre tiepide case,
    Voi che tovate tornando a sera
    Il cibo caldo e visi amici:

    Considerate se questo è un uomo
    Che lavora nel fango
    Che non conosce pace
    Che lotta per mezzo pane
    Che muore per un sì o per un no.
    Considerate se questa è una donna,
    Senza capelli e senza nome
    Senza più forza di ricordare
    Vuoti gli occhi e freddo il grembo
    Come una rana d'inverno.
    Meditate che questo è stato:
    Vi comando queste parole.
    Scolpitele nel vostro cuore
    Stando in casa andando per via,
    Coricandovi alzandovi;
    Ripetetelele ai vostri figli.

    O vi si sfaccia la casa,
    La malattia vi impedisca,
    I vostri nati torcano il viso da voi.

     
  • 14 agosto 2006
    L'approdo

    Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
    Che lascia dietro di sè mari e tempeste,
    I cui sogni sono morti o mai nati,
    E siede a bere all’osteria di Brema,
    Presso al camino, ed ha buona pace.
    Felice l’uomo come una fiamma spenta,
    Felice l’uomo come sabbia d’estuario,
    Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
    E riposa al margine del cammino.
    Non teme né spera né aspetta,
    Ma guarda fisso il sole che tramonta.
     

     
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