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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 20 ottobre 2006
    La prima notte di Luigi XVI

    Come comincia: Racconto primo

     

    Maria Teresa d’Austria nel 1736 andò in sposa al principe Francesco di Lorena, uno degli uomini più belli del suo tempo,  ed ebbe la fortuna, rarissima tra le giovani del suo rango, di legarsi a qualcuno che le piaceva davvero. Lo dominò e ne fu rapita, gli si concesse con tale trasporto che per un intero ventennio rimase incinta. Quando l’imperatore morì,  Maria Teresa cadde in depressione, si tagliò i capelli che erano stati il suo orgoglio, non mangiò e non dormì, si vestì di nero, calcolò le ore insieme 258.774. Faticò molto a riprendersi ma la sua ferrea salute alla fine ebbe il sopravvento e a quel punto, quasi prosecuzione della naturale prolificità, ragione di vita per lei divenne l’espansione della dinastia e degli stati. Usò i suoi figli per raggiungere questo scopo: i maschi furono chiamati a responsabilità di governo, a prescindere dalle loro inclinazioni, le femmine a contrarre matrimoni vantaggiosi per gli Asburgo. Malgrado avesse avuto una famiglia affettivamente armoniosa - o al contrario forse proprio perché non aveva mai conosciuto la sofferenza di questa privazione -  non considerò che ciò fosse importante anche per loro: fu una madre rigida, insensibile e invadente. Ma tutta la nobiltà europea all’epoca pensava che l’imperatrice fosse un esempio.

    Da anni Maria Teresa coltivava una grande ambizione: consolidare l’alleanza con la Francia attraverso le nozze di una delle figlie più piccole, le adolescenti arciduchesse,  con l’erede al trono Luigi Augusto, nipote di Luigi XV.  Così quando nel 1768  Maria Teresa seppe che il re di Francia era rimasto vedovo, se ne rallegrò molto e studiò subito un doppio affare: offrire a Luigi XV ormai sessantenne la sedicenne  Elisabetta, al nipote Antonia di appena tredici anni. Ne parlò un giorno con il conte Mercy-Argentau, ambasciatore austriaco a Versailles. Pranzando con lui a Hofburg, in uno dei suoi lussuosi appartamenti, l’imperatrice gli confidò i suoi piani. L’elegante, dinoccolato Mercy, servendosi la verdura che sempre consigliava Van Swieten, il celebre medico  di corte, le diede una delusione:

    - Maestà devo purtroppo mettervi al corrente che il Re di Francia si è saputo consolare con una favorita bellissima e molto giovane… la  Contessa du Barry…

    - La Contessa Du Barry?
    - Così è stata insignita… - Mercy - Argenteau le si avvicinò abbassando la voce -  in realtà un sedicente conte Du Barry l’ha fatta prima sua amante, poi prostituta d’alto bordo… e poi Luigi XV…
    - Oh, mio Dio!
    - Per dare alla fanciulla prove di nobiltà – continuò il fedele Mercy-Argenteau – il duca di Richelieu ha scovato una contessa decaduta che per danaro si è prestata a far da madrina… a Versailles non si parla d’altro… madame du Barry è potentissima, Luigi XV stravede per lei…

    Ma il destino condusse gli eventi in modo che il re di Francia ritenesse infine utile inviare la proposta di matrimonio tra il delfino Luigi Augusto e l’arciduchessa Antonia,  quindicesima figlia di Maria Teresa. La domenica di Pasqua del 1770 l’ambasciatore francese, in qualità di rappresentante di Luigi XV, fece pubblicamente ingresso a Vienna alla testa di quarantotto magnifiche carrozze, trainate ciascuna da sei cavalli e scortate da centodiciassette fanti. A Vienna i festeggiamenti presero l’avvio.

    Dopo aver fatto ufficiale rinuncia al diritto di successione alla madre, nei giorni seguenti la piccola Antonia, dovette congedarsi con dolore dalla corte viennese e partire per il regno di Francia.  Un viaggio di otto-nove ore quotidiane su una carrozza che velluti e oro non rendevano più comodo, attraverso stati asburgici, principati, città-stato tedesche, tenendosi accanto Mops, l’adorato cane, un carlino fulvo, unico legame fisico con ciò che lasciava. Tre settimane dopo giunse all’isola delle Spezie, una lingua di terra in mezzo al Reno considerata  neutrale, scelta per la sua consegna alle autorità francesi. Sull’isola per quella cerimonia, chiamata del commiato, era stato costruito un piccolo castello di legno che comprendeva cinque stanze - due in territorio austriaco, due in quello francese, una in centro – che i ricchi di Strasburgo avevano contribuito ad arredare con mobili e suppellettili. Il giorno stabilito Maria Antonietta, tutta vestita d’oro, frastornata, collocata dalla delegazione austriaca su un palco  preso in prestito dall’università luterana, poté ammirare la sala centrale ornata di arazzi: grandi e vivaci rappresentavano il mito di Medea che, respinta dall’amato Giasone, per punirlo aveva ucciso i figli. Davanti a quella macabra rappresentazione, uno sconosciuto visitatore di nome Wolfgang Goethe, a quel tempo studente di legge a Strasburgo, era rimasto scandalizzato al punto da annotarlo nei suoi libri. Ma la futura Maria Antonietta stanca, stressata dal cambiamento e interessata ad altro, non ci fece caso: del resto non ne conosceva il significato perché, a parte il fatto di essere molto giovane, detestava lo studio.

    Gli addii furono strazianti: Antonia non poté tenere con sé nemmeno Mops.

    - Devi separartene –  disse Mercy-Argenteau guardandola dalla sua alta statura.
    - Ma perché?!
    - Adesso sei in territorio francese.
    - E allora?
    - Questi sono gli ordini.

    Mentre il cagnolino veniva condotto via la ragazzina scoppiò in lacrime.

    Il 14 maggio 1770 la Delfina giunse a destinazione a Compiégne, residenza di campagna dei reali, attigua a una verdissima foresta. Si erano dati appuntamento nel punto in cui la strada attraversava il fiume Oise, sul ponte di Berne, dove la natura respirava. Luigi XV arrivò in una carrozza sulla quale avevano trovato posto tre delle sue figlie nubili e il promesso sposo Luigi Augusto che stranamente sembrava seccato dell’incombenza. Il re di Francia, al contrario, non vedeva l’ora di appagare la curiosità: si trovò di fronte un’adolescente non molto alta, snella, scarsa di petto, chiara di pelle, di occhi e di capigliatura. Una tipica austriaca la cui fronte spaziosa, il naso aquilino, il labbro inferiore pronunciato, conferivano un’aria rispettabile.  Non ne fu deluso. Antonia era stata pettinata alla francese, portava un abito con la crinolina, sontuoso e gonfio come una vela. Mentre a distanza la folla curiosa l’acclamava, il duca di Choiseul, che aveva curato le trattative matrimoniali, le diede il benvenuto. Poi si fecero avanti Luigi XV e il Delfino in una profusione di cerimonie e inchini. Antonia salì in carrozza sedendo tra i due. Sbirciava lo sposo con la coda dell’occhio trovandolo ordinario: corpulento, pienotto di viso, l’aria imbronciata sotto le scure sopracciglia. Lui, visibilmente imbarazzato, non la guardava.  Antonia prese a conversare con il vecchio re. Quel giorno,  il futuro Luigi XVI, non degnò la nuova arrivata di una sola gentilezza. Rassegnato agli eventi, ai quali si sentiva obbligato, prima di coricarsi si limitò a scrivere sul diario “Incontro con madame Delfina”. Fu tutto. Ma la sera Maria Antonietta ebbe  la  sorpresa di trovare in bella mostra sulla toilette, riflessi nella grande specchiera dalla cornice dorata,  i gioielli di valore inestimabile che erano appartenuti alla regina defunta e che avrebbe indossati il giorno delle nozze, 16 maggio 1770.

    Quindici anni lei, sedici lui: l’età degli sposi. Il popolo era stato invitato al matrimonio: nella reggia di Versailles, nei suoi giardini, ammessi tutti coloro che erano vestiti decentemente, nelle strade, nelle piazze il cibo distribuito, il vino versato a chi voleva brindare alla loro salute. Al mattino, attraversando i cancelli del celebre palazzo, la Delfina fu sbalordita dall’andirivieni. Carpentieri, pirotecnici, tappezzieri, mobilieri, cuochi. Il cortile dei marmi, col suo ammattonato di losanghe bianche e nere, lavato da poco sembrava risplendere. Poi una moltitudine di dame di corte, cameriere, acconciatrici, la rapì  per la  toilette. All’una, in uno splendido abito di broccato bianco, Maria Antonietta entrò nella stanza del re dove il Delfino la stava aspettando. Lui le diede la mano come richiedeva il protocollo e la condusse dove i cortigiani li attendevano, nella galleria degli Specchi di cui ogni corte europea invidiava lo scintillio di luci sotto soffitti d’oro.  L’arcivescovo di Reims celebrò la funzione religiosa nella cappella di Versailles.

    Galantina d’uccelli, fagioli alla bretone, cavolfiori alla parmigiana, pane ai funghi, aringhe  alla mostarda, piccoli paté, trota alla Chambord, sogliola alle erbe fini, luccio alla polacca, merluzzo alla crema, arrosto di montone di Choisy, manzo alla scarlatta, piccioni all’ortolana, tordi, fagiani, crema alla Genest, profiterolles, dolce di Baviera, innaffiati di borgogna e di champagne, erano solo alcune delle portate del fastoso banchetto che, accompagnato da musiche e luminarie, seguì la cerimonia. Luigi Augusto e Antonia, storditi, fecero appena un assaggio. A notte, dopo la cena, ebbe inizio l’antica cerimonia che i francesi chiamavano del coucher. Furono accompagnati nella loro camera, immensa, con grandi specchi e drappi di broccato.  Tradizione voleva che la corte fosse presente la prima notte che i principi andavano a letto insieme. Luigi XV, in segno di stima, diede la propria camicia al Delfino e la duchessa di Chartres, nuora del primo principe di sangue reale, la sua alla Delfina. L’arcivescovo benedì il talamo davanti a cui stavano gli sposi: Maria Antonietta con studiata compostezza, Luigi Augusto, malgrado gli incoraggiamenti del nonno libertino, con enigmatico mutismo, bloccato dall’ansia della prestazione. I due si infilarono sotto le lenzuola studiati dalla folla: le cortine del baldacchino vennero chiuse, poi di nuovo riaperte perché il mondo constatasse che giacevano insieme. Quando, dileguati i presenti, rimasero soli, storditi dalle cerimonie,  impacciati, non fiatarono e non si avvicinarono l’uno all’altra. Del resto oltre a non conoscersi parlavano lui francese e lei tedesco. Fu Maria Antonietta a esordire nella lingua del consorte che aveva imparata dall’abate Vermond, suo precettore sin dai tempi di Hofburg:

    - Mi sembrate molto provato.
    - Si madame, sono molto stanco.
    - Non preoccupatevi, abbiamo tempo.

    La giovinetta fece scivolare la sua mano verso quella del Delfino ma, impercettibilmente, lui si ritrasse. Silenzio pesante. Antonia raschiò la gola:

    - Dormite?
    - Non ancora.
    - Nemmeno io.

    Lei avvertiva il suo respiro lieve. Dei colpetti di tosse imbarazzati. Si girarono su un fianco voltandosi le spalle. Sapendosi lontano da casa, Maria Antonietta provò una fitta: il viaggio era durato quasi un mese e ora cominciava un’esistenza diversa, se ne rendeva conto perché il peso di quei giorni turbinosi le cadeva addosso. Pensava a sua madre, alla quale aveva sempre ubbidito per farsi amare e dalla quale non si era mai sentita completamente protetta. Pensò alla sorella data in sposa a un sovrano debole di mente per consolidare gli Asburgo nel regno di Napoli e ricordò quello che la mamma aveva scritto sulla sorella : “Sarò contenta finché adempirà ai suoi doveri verso Dio e verso suo marito e si guadagnerà la salvezza, anche se questo la renderà infelice”. Lei, cosa l’aspettava? Sarebbe stata felice?

    Il Delfino immobile intuiva l’alba dietro le grandi vetrate, non aveva chiuso occhio tutta la notte, prostrato come davanti a troppi esami. Il futuro Luigi XVI era un insicuro. I suoi genitori avevano prediletto con decisione il fratello maggiore, un bambino che ritenevano dotato di tutte le virtù adatte a un principe  ma che, come spesso accadeva a quel tempo, era morto in tenera età. Luigi, quasi ne avesse usurpato il titolo,  ora non si sentiva degno della sorte regale. Quando sua madre e suo padre morirono di tubercolosi, passò nelle mani del duca di La Vauguyon, tutore autoritario e meschino che finì di castrare la sua fragile personalità e ne accentuò l’introversione. Convinto di non suscitare interesse non osava lasciarsi andare all’amore di nessuno.

    Al mattino i domestici non permisero agli sposi di oziare a letto perché la giornata era dedicata alla noiosa presentazione alla Delfina di una schiera infinita di cortigiani. Maria Antonietta si alzò,  con rassegnata compostezza si affidò alle dame per la vestizione.  In un momento in cui si trovò solo il futuro Luigi XVI appuntò velocemente sul diario: “Nulla”.

    Nei giorni seguenti la Delfina cercò spesso l’abate  Vermond, che da Vienna l’aveva seguita a Versailles e del quale ora, in terra straniera, sentiva di avere ancora più bisogno.  L’arciduchessa non sapeva come ci si dovesse comportare tra marito e moglie e provava un certo imbarazzo a parlarne con il sacerdote ma, proprio per questo, la sua benedizione era importante.

    - Fino ad oggi il Delfino non mi ha baciata, non mi ha neanche toccato la mano - si confidava percorrendo con lui in carrozza i vialetti intorno all’aranceto, così perfetto da sembrare finto.

    - Date tempo al tempo e non preoccupatevi – rispose  l’abate, che aveva sempre saputo guadagnarsi con tatto e discrezione la sua benevolenza e che, rassicurandola, aveva  cementato il suo incarico. Ma la notizia in realtà era sulla bocca di tutti e, seppur sembrasse prematuro dolersene troppo, non era apparsa di buon auspicio, come non lo era la sciagura del 30 maggio, giorno in cui i festeggiamenti nuziali si erano conclusi a Parigi con uno spettacolo di  luminarie, spari e fuochi d’artificio.

    Al termine dei fuochi notturni la folla tumultuosa che si era radunata sull’immensa piazza Luigi XV, oggi Place de la Concorde, ansiosa di andare a far baldoria nei boulevards aveva imboccato nel buio pesto la rue Royale, sventrata da canali in costruzione. Quasi senza accorgersene i parigini vi era caduti dentro come topi, uno sull’altro, schiacciati, calpestati, soffocati,  insieme a cocchieri e cavalli. Il panico, dilagato in un pigia-pigia mortale, aveva fatto il resto e alle prime luci dell’alba il numero dei deceduti era arrivato a centotrentatre.  L’elemosina di Luigi Augusto e di Maria Antonietta non ripagò il dolore dei sopravvissuti.

    Con gli anni la confidenza tra il Delfino  e madame si approfondì ma non il loro rapporto fisico. I due giovani a volte si evitavano e accennavano alla “cosa” con imbarazzo. Il povero Luigi, che viveva il problema come un imputato sul banco, era sotto stress, tanto più che qualcuno aveva iniziato a ventilare la necessità di un’operazione chirurgica. Per rilassarsi  amava ritirarsi nella residenza di Compiégne castello che suo nonno stava facendo ristrutturare, vicino alla foresta nella quale  preferiva andare a caccia.

    Un giorno il futuro re di Francia riuscì finalmente a dire alla moglie :

    - Non ignoro ciò che il matrimonio comporta. Vivrò con voi in intimità coniugale durante il tradizionale soggiorno estivo della corte a Compiègne.
    - Dal momento che dobbiamo vivere in intima amicizia – rispose Maria Antonietta – dobbiamo fidarci e parlare di tutto tra di noi.

    Tuttavia quando giunsero a Compiègne, così invitante con la sua aria fresca e boscosa, il Delfino mangiò tanto, come spesso accadeva, ma questa volta al punto da averne un’indigestione molto seria. Che lo avesse fatto apposta? Fatto sta che si sentì male, vomitò,  ebbe la febbre e  di nuovo fu deciso che i due dormissero separati. Le notizie che arrivavano dalla Francia esasperavano Maria Teresa d’Austria: l’inettitudine del genero rischiava infatti di mandare a monte quel capolavoro strategico che  aveva tessuto in anni di rapporti diplomatici e per di più sua figlia sembrava non saper far fronte all’impasse. Luigi Augusto si sottopose  alle cure dei medici: fece bagni, bevve pozioni, ingerì limatura di ferro. Fu auspicato nuovamente un intervento ma il chirurgo, per fortuna, stabilì che avrebbe peggiorato il suo stato psicologico e che tutto dipendeva solo dalla sua volontà. Il nonno, che di persona aveva controllato che non ci fossero malformazioni, fu d’accordo. Luigi, che di regnare avrebbe fatto a meno bisognoso com’era di affetto, malgrado i problemi sembrava essersi affezionato  alla moglie che gli avevano imposto, e spesso si ritirava con lei per cenare da soli. Finalmente tre anni dopo la Delfina scrisse una lettera alla madre nella quale affermava che il marito era stato “ più premuroso del solito”. Era accaduto proprio a Compiègne: lui  assicurò di aver fatto sua Maria Antonietta e il nonno raggiante, presi i nipoti per mano, li baciò.  In realtà il regale giovanotto era riuscito soltanto a deflorarla senza completare l’atto e per molto tempo ancora Maria Antonietta non rimase incinta.

    Nel 1777 accade un fatto nuovo. Giuseppe II, imperatore d’Austria e del sacro romano impero, fratello di Maria Antonietta divenuta nel frattempo regina di Francia, decise di affrontare la fatica del viaggio per recarsi a trovare la coppia infeconda, con l’intenzione di esaminare accuratamente il caso. Viaggiava sotto le false spoglie del “conte di Falkestein” e quando arrivò a Parigi il suo ambasciatore Mercy-Argenteau non poté riceverlo perché era a letto sofferente di emorroidi. L’imperatore non se ne curò e preferì prendere alloggio in una locanda di Versailles evitando di partecipare ai rituali mondani della corte. Ma fu assiduo con i due coniugi, per tre settimane li studiò, li rimproverò e li sorresse, quando finalmente riuscì a capirne il mistero, in una lettera al fratello Leopoldo, Granduca di Toscana, spiegò dettagliatamente: Luigi ha erezioni forti, di buona tenuta; introduce il membro, resta là un paio di minuti e si ritira senza mai eiaculare, sempre in erezione, e augura la buonanotte… Si accontenta di questo dichiarando semplicemente che lo fa solo per dovere e non prova alcun piacere. Ah, se potessi essere presente una volta gliel’avrei fatta vedere io! Bisognerebbe frustarlo per farlo eiaculare di rabbia come gli asini.

    Luigi XVI aveva un blocco psichico, dal quale neanche i re sono esenti. Ma gli altri di affannavano tanto perché la nascita di un erede aveva precise implicazioni politiche, garantiva la continuazione della monarchia ereditaria e di ascendenza divina, era la vittoria della vita sulla morte!  Sicché quando, a tre mesi dalla partenza di Giuseppe II, a sette lunghi anni dalle nozze, Maria Antonietta scrisse  alla madre che il matrimonio era stato realmente consumato  e che la prova si era ripetuta, il fratello di Luigi XVI che aspirava al trono per il proprio primogenito, rimase deluso, ma tirarono un sospiro di sollievo l’Imperatrice d’Austria e tutti coloro che avevano nella faccenda qualche interesse.  Anche se i costumi andavano mutando e spirava un filosofico vento di liberazione, la vita dei sovrani coinvolgeva, eccome! Si sa che era soprattutto la vita sessuale quella che, come oggi, suscitava la più grande curiosità e i più forti sentimenti di odio e di amore.

  • Come comincia: Un giorno come tanti, persone come molte,vite che si intrecciano, sguardi che si incrociano. Sono solo momenti. Solo storie. O forse attimi che durano eternità, storie che come linee rette si prolungano all’infinito. Tutti sono alla ricerca della felicità, di quell’istante per il quale potresti scalare un monte o guidare ininterrottamente per cinque ore, solo perché c’è lui a portarti per mano. A renderti capace di gesti folli e inaspettati, a complicarti la vita maledettamente, a distruggere i castelli di carta fino ad allora costruiti:c’è lui. L’amore è dietro l’angolo, nascosto in un vicolo, che all’improvviso, balza fuori e ti trascina nel suo vortice,fino a toccare il fondo. Ma non ti importa, tanto…c’è lui!

     


    Distanze ci dividono, materiali e non, ma siamo disposti a tutto pur di non perdere quello per cui viviamo, il motore che ci fa respirare e sperare. Eravamo innamorati, ricordi? Una cosa sola tu ed io; la stessa vita, uguali dolori e gioie, segnati da un unico destino. Segretamente persi l’uno nell’altra, parole gridate al silenzio delle stelle: confidenti mute, avevano una risposta a tutto. Ora no, il cielo è cambiato:non più blu scintillante,ma nero opaco,freddo,mortale.


    Sabbia e maschere su di noi, circondati da un mare inquinato, dove non esiste più alcun sentimento puro. C’è del marcio qui fuori e neanche una goccia di pioggia a lavarlo via. Ho sete, la gola secca, la testa che mi scoppia, ma nonostante tutto i pensieri continuano a portarmi lontano, sempre nello stesso luogo, dove ti ho incontrato. Seduta su di un tavolo a parlare di tutto e niente.


    -Ho un figlio- mi dicesti.


    -Anch’io. Una figlia-.


    Mi rimbombano nella testa e nel cuore le tue parole, inutili forse, ma pur sempre tue. Ti ascolto, mi ascolti, ti ascolti, mi ascolto. Nego tutto, è solo un momento,non è reale, tu non sei reale. Forse mi odi, forse no, l’unica cosa che conta è che sei qui con me a discutere, ridere, giocare. Abbiamo giocato a lungo io e te, sentendoci padroni del mondo e delle nostre emozioni; capaci di poter dire basta come e quando avremmo voluto, ed ora cosa siamo? Ora chi sono? Un’ombra del tuo formidabile passato, una macchia del mio faticoso presente. Bisogna abituarsi ai calci della vita e cercare non di pararne i violenti colpi, ma di accoglierli in se,assaporarne la forza,assimilarla e poi rispondere con la stessa energia.


    Vivere è l’unico modo per poter giungere in cima.”

  • 20 ottobre 2006
    Tullia e quella "u"

    Come comincia: Ero certa, Tullia non se ne rendeva conto, ma tutta la responsabilità era di quella “u” che si trascinava nel nome sin dalla nascita.

     

    Tullia sentiva le voci.
    E con queste voci parlava a lungo, sin da bambina, seduta sul letto della sua cameretta, le gambe incrociate come un piccolo Budda inconsapevole.

    Tullia aveva visioni.
    Entità misteriose, defunte e vive, andavano a farle visita e lei le accoglieva felice. Non le importava a quale dimensione appartenevano: lei gioiva ugualmente, nel fondo dei suoi occhi scurissimi si leggeva l’orgoglio della consapevolezza di essere una persona speciale.

    Tullia leggeva i corpi.
    Le bastava guardare una persona e Tullia ne percorreva lo stradario e le sue mani si fermavano sempre dove quel corpo lamentava dolori o covava mali ancora muti, oscuri.

    Tullia era molto sola.
    E la vedevi mortificare il suo corpo in abiti da collegiale, seduta vicino alla cucina economica a riscaldare mesta il freddo dei suoi giovani anni, chiusa in se stessa e accartocciata come una foglia verde arsa da gelo precoce.

    Viveva, Tullia, all’ombra di un castello medievale, in un paese piccolo come un uovo di quaglia, in una famiglia grigia di noia e di abitudini che si ripetevano da secoli, sorda e restia alle sue esigenze di vita.
    Questa era la conoscenza che avevo di Tullia fino a quel giorno d’agosto in cui la incontrai sul lungomare di I.
    Non la riconobbi neppure, né l’avrei identificata se lei non mi si fosse fatta incontro in uno slancio sorridente della bocca, aperta a tutto tondo, come voragine di vulcano in fiamme. Le sbarrai gli occhi sul viso, senza riuscire a mascherare lo stupore. Sono certa che lei deve aver visto sotto la mia fronte due uova al tegamino, tanto ero sorpresa.

    Tullia era un’altra persona.
    Un abito aderentissimo, scollato e cortissimo avvolgeva la sua procace bellezza gitana, evidenziata da un trucco pesante e volgare. E rideva, rideva del mio stupore. Senza rendermene conto, girai gli occhi intorno, quasi in cerca del celebre focherello di appannaggio di certe signorine. No, non c’era! O meglio, ardeva nei suoi occhi, sulle sue labbra, sulla sua pelle abbronzata all’eccesso. Non ricordo cosa ci dicemmo in quell’occasione: so solo che quando la salutai mi allontanai con un fascio impressionante di interrogativi. Da allora non l’ho più vista.

    Oggi è arrivata una telefonata. Un’amica comune mi ha dato la notizia. Tullia si è tolta la vita. Lei, che viveva con disinvoltura entrambe le dimensioni, ha scelto di attraversare definitivamente il fiume ed ora è lì, sull’altra sponda, che ci guarda e ride di noi: un lampo tra i biancospini, in fiore.

  • 20 ottobre 2006
    Moscacieca

    Come comincia: L’intermittente bagliore dello schermo imitava lo sbattere d’occhi di chi gli stava dinanzi. Si era fatto un orario tanto inoltrato d’aver fuso ogni prestanza fisica e mentale che poteva ancora prestare attenzione. "Vuoi andare a letto?" disse, come parlando tra se e se rivolta all'orsacchiotto sistemato disordinatamente sul bracciale del divano dove amava appisolarsi con lui, mentre la tv le raccontava sempre le "solite" storie (vere), sperando in un interlocutore che l'aiutasse a decidere. Ma parlare con un pupazzo non tanto stava a dimostrare la stanchezza della giornata piuttosto un modo per divagare, e continuando a fissarlo ma stavolta solo con la mente, quasi come se bastasse uno sguardo affinché i due si capissero: "Beato te che hai per occhi bottoni, che per natura non sei costretto a vedere tutta questa spazzatura, neanche quando tu stesso diventi tale nel momento in cui gli altri esseri umani si stufano di te, gli importa di cercarti solo quando ti vogliono sfruttare per raggiungere altri scopi, scopi che nella testa sostituiscono costantemente il mezzo per raggiungerli, sono come mosche e noi siamo i rifiuti, quando in verità sono loro stessi a crearli. Io invece non ti farei mai del male, non farei male ad una mosca".

     


    C’era ancora il telegiornale ad ispirare ulteriormente un conseguente sonno non proprio dei più sereni: morti, incidenti, politica e ancora morte…alla parola assassino in libertà, un pò interdetta ella si accinse a premere il pulsantino rosso che avrebbe lasciato solo la spia dello stesso colore corrispondente allo spegnimento dell’apparecchio; il dito era rallentato dallo sforzo e dal dolore lacerato - insensibile - dei calli, mentre di sopra lo scaldabagno, le luci accese, e i vari prodigi del nostro secolo in sovraccarico, la precedettero senza darle la minima soddisfazione di zittire quello odioso vegliambulo, ampolloso, gambizzato e monodimensionale. Per un attimo si morse il labbro, e questo la fece ridestare dal dormiveglia...adesso doveva cercare una torcia e scoprire l’interruttore o una potenziale soluzione all’inconveniente; non aveva chiesto ai suoi occhi di chiudersi e nessun altro doveva impedirle di prendersi la sua quotidiana responsabilità, aveva sempre vissuto da sola, e un piccolo blackout non bastava di certo per preoccuparla; quando, nel tratto di strada tra il cassetto contenente l’oggetto desiderato e la sedia smossa dal movimento repentino, avvertì una luce aliena, un faro che veniva doppio e che squarciava il clima cupo e primitivo, come due pupille di una bestia dietro un cespuglio, una bestia che se fosse stata descritta come un predatore avrebbe preso le sembianze di una pantera: una vettura lunga e nera si muoveva lentamente davanti alla sua abitazione, finché non la superò del tutto, e quando l’ultimo flusso d’aria venne spostato ella tirò un sospiro di sollievo, l’ultimo fiato rimasto, visto che soffriva di una rara forma di asma nervosa assai più allarmante del buio totale che l’avvolgeva. Aprì il cassetto e la applicò subito sulla bocca: non la torcia sia inteso, ma l’indispensabile bomboletta data in prescrizione dal medico; cosa elementare per chi soffre di questi disturbi, ma che senza una certificazione messa per iscritto rende tutti impotenti di curarsi il male da se. Certificata la paranoia, doverosamente tornò al secondo utensile da recuperare, che si trovava al piano soprastante, appena vicino alla sua microbica camera da letto, lì n’approfittò per aprire la finestra ed areare la stanza, in una torrida estate come quella che quest’anno si era presentata, ogni spiffero era come una preziosa goccia del vino pazientemente invecchiato, tenuto nello stanzino adibito a cantina del giardino che prendeva un piccolo spazio nella parte posteriore della magione. Scostate le ante, notò immediatamente che purtroppo l’ora tarda non le aveva giocato scherzi della vista, ma era rigorosa e seria come il suo manto, e come la suddetta macchina parcheggiata a motore acceso, che sentiva vibrare a pochi passi dal cancello, il quale si può ben immaginare dove portasse. Per togliersela dalla vista, chiuse immediatamente le imposte fregandosene delle metafore emesse: il vino poteva aspettare. L’aver sbattuto con foga i battenti, le suggerì l’idea che non sarebbe stato così sbagliato agire in modo simile con le altre aperture, avrebbe impedito agli insetti di andarsene, ma poco importava, una bolla grattata offriva sicuramente più calore della fredda presenza di uno sconosciuto; quindi si barricò in casa lasciando solo aperta la finestra adiacente al luogo dove poc’anzi aveva degustato il lauto pasto, che le faceva sentire attraverso la stanchezza i suoi effetti, ma ora non vedeva niente, a parte una porzione del cortile esterno, e nella fretta si era dimenticata di prendere quella torcia che avrebbe potuto fornirle una chance per trovare rifugio; ma forse era meglio così, l’oscurità l’avrebbe aiutata ad agire indisturbata. Mentre pensava a ciò dei passi lenti filtravano attraverso la parete su cui si era poggiata, solo che stranamente sentì il rumore dello sportello in differita come la sensazione che dava il suo satellite al suo televisore… ma perché si perdeva in tali futili ragionamenti! Aveva paura, e non c’è pensiero che possa riempire quest’emozione, se non quello di agire. Mentre la torcia che doveva portarsi di sotto era ancora lì dove l’aveva lasciata, un'altra si accese alla coda dell’occhio: la luce aveva una consistenza singolare data dalla zanzariera, questa fece muovere una mosca che fino a quel momento aveva continuato a sbattere sulla superficie come se non ci vedesse, e da faccia a rete ella si indirizzò sul labbro della persona nella penombra, attirata forse, dal sangue incautamente non asciugato, - cosa che avrebbe potuto scongiurare anche senza prescrizione - , ma senza mandato l’insetto si precipitò nella cavità orale: era in trappola! Ma subito come se avesse pagato cauzione fu respinto da un rotto urlo, e si sa che gridare nell’oscurità è un’azione concessa solo in sede di cinema. Vide poi la luce spostarsi e con lei il fastidioso essere vivente che aveva pensato non potesse causarle seri problemi, ma se questi piccoli animali erano attratti dalla luce, le mani d’ombra a lato erano eccitate all’impalpabilità che solo il buio sa dare. Radente gli occhi, il raggio svicolò dal bordo, mentre la ragazza sfruttò l’abbassarsi della guardia per chinarsi e sgattaiolare sotto al tavolo. Appena alzò lo sguardo le sembrò che anche la zanzariera fosse stata alzata, e n’ebbe prova concreta dall’evasione del cantilenante ronzio accompagnato dall’impercettibile battito d’ali, che in quella particolare circostanza era quanto di ciò che si poteva udire; si alzò lentamente fino ad urtare un corpo alle sue spalle, si voltò, lo colpì: non era altri che la bottiglia con la quale aveva cenato. Confortata dalla scoperta aspirò un altro fiotto d’aria nei polmoni intanto che il corpo plastificato in posa plastica esalava l’ultimo getto d’acqua; aveva sete, oltre che bisogno di respirare, e immantinente doveva uscire senza troppi colpi di scena, fuori da questa spinosa situazione. Urtando il divano, si mosse arrancando verso alla porta in procinto di vedere dallo spioncino dettagli salienti; appoggiato l’occhio al gelido foro, ebbe una sensazione analoga dalla parte opposta e questa volta ne era sicura: era una pistola puntata alla nuca! Si voltò di scatto impedendo al figuro di esplicitare le sue motivazioni e lo colpì dieci, venti volte al petto. Fortuna che nel far cadere la bottiglia era cascata a seguito anche una posata.


    Gli occhi erano sgranati e sbiechi come bottoni: quelli della vittima oramai inanimata - come il suo orsacchiotto -; le mani della donna si affrettarono a rimpiazzare l’alloggio del coltello con l’arma da fuoco, una voce dall'esterno le intimava che avrebbe contato fino a tre, e questo per lei era non stare al gioco, quindi per coerenza sparò attraverso la porta, attutendo i colpi con qualcosa tra l’apertura e il sinistro figuro dall’altra parte; dai fori entrò la consueta mosca che si posò sul sangue versato fresco, mentre gli occhi di lei si posarono sul corpo inerme del compare del riverso sul pianerottolo, sistematosi a fare da palo. Ma adesso sembrava piuttosto che una macchina ci si fosse andata contro! Era vestito in modo identico all’altro, e come l’altro avrebbe proferito se solo lei glielo avesse permesso un: “No!”. Tralasciando la prima lettera la seguente era scritta sulla fronte a chiari caratteri, e non si trattava certo di un messaggio alla “WELCoMe”..ma a chi importa più un uomo morto, se ha il carattere, lo aveva chi era sopravvissuto: il suo sguardo era compiaciuto e insolitamente sollevato, quasi come se non fosse la prima volta che vedeva un uomo ai suoi piedi, ma da defunto, o era davvero così? Poco prima aveva semplicemente detto: “Sogni d’oro” tenendo il cuscino preso dal divano nella fretta durante la colluttazione nel soggiorno ma lo aveva deliberatamente appoggiato dal lato sbagliato dell'“inaspettato” ospite cui successivamente frugò nella sua giacca per trovare..: “poliziotti imborghesiti, come avevo immaginato”. Tirò dentro altra aria in scatola, che le fece tornare in mente di quanta sete avesse accumulato nella colluttazione: tornò indietro, portandosi a spalla prima l'uno e poi l’altro dei cadaveri come se dovesse dare sostegno ad un amico di bevute che aveva alzato il gomito e si recò nella sua TANA(!) dove l’avrebbe aspettata oltre che ad una bottiglia di Cabernet del 75, - anno di sua nascita più che di mescita -, un indispensabile pala e la persona con la quale dividere la sua soddisfazione. Impossibile affermare che espressione di gioia avesse la suddetta, ma si sa, con i “legami” è difficoltoso manifestare un’opinione. "Mi dispiace che tu non possa fare un brindisi con me, ma se ti togliessi il bavaglio e tu per caso urlassi, non faresti il bravo bambino e ti ritroveresti col bavaglino tutto macchiato di rosso" disse.


    Erano le 2:30 inoltrate, e lei al contrario delle persone maleducate con le quali quella notte aveva avuto a che fare, chiuse la porta dietro di se, questa volta adagio, per non contravvenire al severo avviso del residence: “SI PREGA DI NON RECARE ALCUN GENERE DI RUMORI MOLESTI IN ORARIO DI RIPOSO”. Grazie

  • Come comincia: Un soffitto di stelle lo guardavano oramai da mesi, la sua barba sempre più incolta, gli occhi incavi e i vestiti stracciati. Soffocava tra il fumo del focolare che ogni sera cercava di accendere con legni e sterpaglie, ululava con gli unici abitanti di quel luogo su cui si era ritrovato naufrago.
    Le costellazioni erano impresse nella sua mente, a volte nelle giornate più limpide, gli capitava di vedere la stella polare, in quei momenti pregava e sperava nel giorno in cui una nave all’orizzonte sarebbe venuta a salvarlo. Nulla per lui era il passato, nulla ciò che era accaduto. Alcuni flash notturni lo svegliavano di colpo, incubi sul suo naufragio lo tormentavano e l’insonnia prendeva il sopravvento. Appena il sole sorgeva il naufrago era pronto a scalare la roccia appuntita che dominava tutto l’atollo alla ricerca di qualsiasi cosa fosse commestibile; nessuna vertigine da quando era su quella porzione di terra, nessuna, sopravvivere era più importante. Dall’alto dominava il cielo e il mare, era l’uomo più importante del mondo, lì sopra era il re. Accovacciato con il mento tra le ginocchia appuntite guardava l’infinito aspettando il tramonto. Le onde andavano e venivano, s’increspavano, si rincorrevano. Libere di rotolarsi tra i ciottoli e la sabbia, libere di giocare tra di loro. Sognava tra quel dondolio, cullandosi in quella libertà che ritrovava in quei momenti. L’uomo dell’onda, quest’unica frase incise, lassù su quella roccia, e lì, lo ritrovarono.

  • 18 ottobre 2006
    Margherite di tempo.

    Come comincia: Il giorno non ha mai aspettato che fosse un nuovo giorno, lui c’era, c’è sempre stato ad osservare i nostri corpi distesi, anche allora, in quella piccola casa incastonata sulla spiaggia.
    Ha iniziato con il suo lento incedere a solleticarti gli occhi, con pochi leggeri sfregi di sole ha accarezzato il tuo viso ed io, ormai intento ad osservare le piccole virgole delle tue labbra; sfogliavo i minuti di quella che sarebbe stata la nostra ultima margherita di tempo.

    Le ore, non lasciano mai orme sulla sabbia.

    Con il suo fare burbero e schiumoso il mare cercava quasi di entrarci dentro, quasi volesse imprimere a pelle il suo colore e la sua rabbia, quasi volesse segnare ancora di più quegli ultimi petali di tempo, uno sull’altro, ammassati alla pelle e agli occhi, confusi in attimi dilatati a favore dei polpastrelli, ristretti in ultimi tocchi di labbra aride per le troppe assenze.
    Sfacciatamente complice un goccio di sole si arrampicò sull’argine delle tue labbra, per essere preso dalle mie, gli occhi delicatamente compiaciuti dal calore decisero di aprirsi a me, a noi.
    - Ciao.
    Ancora un’ombra da far scivolare sulla sabbia di un’altra clessidra consumata e stanca, un altro petalo caduto avrebbe distillato i gradi di quell’addio.
    - Buongiorno.
    Il ticchettio dei battiti, le lenzuola arrampicate egoisticamente sui tuoi seni, il tuo corpo nudo e il tuo sorriso.
    - Buongiorno.

    Buon-giorno.

    Lo sai che ho sempre amato sillabare le parole importanti per me, anche quando non sapevo farlo, ma sai che mi è sempre piaciuto sottolineare dei passaggi in cui il tempo avrebbe dovuto creare una sorta di organza per contenersi intatto, evidenziare l’attimo, espandere il momento, come se per me certe cose andassero pronunciate in grassetto.

    Parlo scrivendo.
    Lo sai.

    Il cielo distrattamente continuava ad osservarci, sì, distrattamente, quasi come se quello che stava accadendo sotto di lui non fosse altro che la semplice normalità programmata, la semplicità di un attimo.
    Non era così; non era così allora come non lo è mai stato prima, per noi la normalità era l’appartenenza ad altri luoghi, lo specchiarsi in occhi diversi da quelli che quel giorno avevamo davanti, era il profumo di un’altra pelle, il colore di un altro letto, suoni distrattamente opachi e colori rumorosi e vuoti, quella era la nostra giusta normalità.

    Ricordi di sabbia.
    Poi.

    Amaro il seguito dei gesti, piccole corolle d’aria senza petalo e profumo, il tempo è scivolato via con la sua classica solida, banale costanza. Con quell’incedere ritmato che appartiene al cuore in corsa.
    Quel ticchettio scomposto di due anime sovrapposte.
    Il giorno ha continuato la sua corsa, il sole è tramontato sui tuoi seni, gli occhi hanno specchiato voglia e gesti, le mani, sole, hanno scheggiato brividi scomposti.

    Due orme in più, su quella spiaggia.

    Sfogliano ancora, margherite di tempo.

  • 18 ottobre 2006
    Il rito del caffè

    Come comincia: Il traffico delle grandi metropoli non è mai stato un toccasana per i miei nervi. Così come il clacson delle auto e i motorini che ti sfrecciano ai lati cercando di sorpassarti.

     

     

    É giovedì. Il giovedì che io avevo cerchiato in rosso sul calendario. Quel giovedì. Il giorno che avrebbe dovuto cambiare la mia vita, se solo quei dannati vigili si fossero decisi a dare il via libera invece di fischiare e ri-fischiare a vuoto! Ma calma. Devo stare calma. Perchè, in fondo, sono così agitata?

     

    Il caffè. Giusto. Il caffè. Per la fretta di uscire nn ho avuto tempo di berlo. Quando invece avrei dovuto, proprio come prima di ogni grande occasione. Era un’abitudine che mi portavo dietro da quando andavo al liceo. Una tazza di caffè prima di ogni compito in classe. Una tazza di caffè prima di un’interrogazione. Una tazza di caffè prima dell’uscita con un ragazzo. Una sorta di rito, insomma.

     

    Il liceo. Quanti ricordi! Chissà che fine avranno fatto le mie amiche. Terry, Roxana, Mandy...e Jude. Santo cielo, Jude! La mia migliore e inseparabile amica!

     

    Nonchè la mia compagna di bevute di caffè! Jude aveva la mia stessa abitudine. Ogni volta che qualcuno dei nostri amici ci vedeva entrare in un bar, sapeva benissimo cosa avremmo ordinato. “Due tazze di caffè, perfavore!”, chiedevamo all’unisono al barista che non riusciva mai a capire se doveva darcene due o quattro.

     

    Una volta ottenuta la nostra tazza fumante, ci sedevamo sempre allo stesso tavolino, quello più esposto alla strada, e cominciavamo ad immaginare il tipo di vita che potevano condurre tutte quelle persone che vedevamo passare.

     

    Poi cominciavamo a parlare della nostra vita, dei nostri amori, degli ultimi pettegolezzi, dei nostri progetti per il futuro. Il futuro. Quante chiacchierate ci facevamo in proposito! Io avevo, ed ho tutt’ora, la passione per la scrittura. Lei invece aveva una passione per il teatro. Jude, infatti, amava recitare. Faceva parte del gruppo teatrale della scuola, ed era anche molto brava. Non si perdeva mai una rappresentazione, delle quali, puntualmente, veniva sempre scelta come protagonista.

     

    Verso la fine del liceo ci promettemmo più volte che, qualsiasi cosa ci attendesse nel futuro, non avremmo mai smesso di inseguire i nostri sogni, accompagnati sempre da una buona tazza di caffè.

     

    Finita la scuola, inevitabilmente, le nostre strade si divisero. Lasciando solo il ricordo della promessa che ci eravamo scambiate.

     

    Oggi, se sono una sceneggiatrice, lo devo solo a lei. La strada non è stata affatto semplice da intraprendere, ma il solo pensiero che Jude, chissà in quale altra parte del mondo, stava facendo la stessa cosa con la sua di passione, mi ha sempre spinto ad andare avanti.

     

    Quel giorno sarei dovuta presentarmi agli studi televisivi per presentare la sceneggiatura per un nuovo film. “Questa è un’occasione d’oro!” aveva detto mia madre il giorno prima. “Non fare tardi come tuo solito”. Già. Sembrava quasi che mi avesse predetto il futuro!

     

    Finalmente arrivai agli studi televisivi. Portavo un quarto d’ora di ritardo, e già immaginavo l’assistente del regista puntarmi contro corna, coda e forcone.


    Entrando vidi di sfuggita un bar. Sembrava farmi cenno di avvicinarmi, di sedermi e di rendere omaggio al mio rito...al quale non potei dedicare molta attenzione, poichè il demone che avevo immaginato precedentemente, mi stava puntando con i suoi occhi di fuoco.

     

    “Ma dov’eri finita? Per te il cellulare è un optional? Ti sembra un buon biglietto da visita, presentarsi ad un appuntamento con quindici minuti di ritardo?” e continuò a farmi domande del genere, cercando di stare in equilibrio sui suoi tacchi a spillo e muovendo, ad ogni domanda, i suoi capelli ricci corvini.

     

    Io non accennavo a muovermi e mi limitavo ad osservare le sbavature del kajal che invadevano le sue palpebre inferiori. Chissà quanto la pagavano per stressarsi a quel modo.

     

    “Lei è arrivata?” le chiesi, non dando minima importanza a tutto quello che mi aveva urlato contro.

    I suoi capelli ricci corvini finalmente si fermarono, lasciando intravedere il suo viso che si faceva man mano sempre più pallido.

     

    “É arrivata da poco” mi rispose con indifferenza, poi si fermò, forse a riflettere su quello che aveva appena detto. Le scrutai il volto alla ricerca di un cedimento. Aveva capito che, con quella sua ultima affermazione, aveva distrutto tutte quelle precedenti che mi aveva gratuitamente sguinzagliato addosso.

     

    Non ero la sola ad essere in ritardo e questo, oltre a farmi schiacciare psicologicamente l’esaurita che avevo davanti, mi risollevò d’animo perchè avrei potuto dedicare cinque minuti al mio momento preferito.

     

    “Perfetto!” aggiunsi sorridente, pensando alla tazza fumante che tra poco avrei avuto davanti. Così con un piccolo cenno della mano la salutai e mi diressi al bar.

     

    L’atmosfera era calda e accogliente. Le luci, all’interno dell’ambiente multicolore, davano l’impressione di trovarsi in un mondo magico, effetto che molto probabilmente avevano creato apposta per gli studi televisivi.

     

    Quando finalmente ebbi davanti la tazza fumante, sentii l’atmosfera farsi elettrica, quasi come se si stesse preparando qualcosa d’inaspettato.

     

    Mi guardai intorno, aspettandomi da un momento all’altro qualcosa di sensazionale, stando ben attenta ad ogni dettaglio del luogo.

     

    Niente di speciale. C’era solo una ragazza, con un lungo abito di seta, che stava ordinando una tazza di caffè. Conclusi che le luci dovevavo avere uno strano effetto su chi non vi era abituato.

     

    Sfilai dalla borsa i fogli della sceneggiatura, che cominciai a rileggere per l’ennesima volta.

     

    Ad un certo punto un’ombra m’impedì di continuare a leggere. Sollevai lo sguardo e vidi la ragazza con l’abito di seta che mi stava osservando con un’espressione stralunata.

     

    “Rachel?” mi chiese quasi bisbigliando. I miei pensieri si bloccarono di colpo. Poi cominciarono a formulare diversi tipi di conclusioni, che ebbero risposta non appena i miei occhi ebbero ben focalizzato il viso della ragazza.

     

    “Jude?” le chiesi a mia volta. La ragazza mostrò un grande sorriso e fu allora che capii.

     

    “Non posso crederci!” esclamai tra l’entusiasmo e lo sbigottimento totale. “Jude, sei proprio tu?” chiesi alla ragazza che, in piedi davanti a me, non smetteva di sorridere.

     

    “Santo cielo, Rachel! Ma cosa ci fai qui?” mi chiese Jude dopo che mi ebbe abbracciata.

     

    “Sono qui per lavoro, tu, piuttosto, cosa ci fai qui?” le chiesi sempre più confusa.

     

    “Anch’io sono qui per lavoro...” mi rispose lasciando incompleta la frase. Sembrava confusa quanto me. Ed era ovvio. Era da 15 anni che non ci vedevamo. Eppure lei non era cambiata di una virgola. Stessi capelli biondi lunghi. Stessa silhouette di sempre. Stessa grazia nei movimenti. Era Jude. La mia amica Jude.

     

    Avendomi riconosciuta lei per prima, anch’io, molto probabilmente, non dovevo essere cambiata molto nel corso del tempo.

     

    Ci sedemmo insieme al tavolo che io avevo già occupato precedentemente, con le rispettive tazze di caffè tra le mani, e cominciammo a rievocare i vecchi tempi.

     

    “Quindi alla fine ce l’hai fatta!” esclamò lei entusiasta.

     

    “Sì” risposi modestamente. “Sono qui per conoscere la protagonista del nuovo film per adattarla alla sceneggiatura”.

     

    Jude fece un mezzo sorriso e abbassò gli occhi nella tazza che teneva stretta tra le dita. Poi cominciò a ridere di gusto.

     

    La guardai per più di qualche secondo cercando di capire il motivo della sua reazione, ma prima che glielo chiedessi, lei mi riguardò dritta negli occhi.

     

    “Quanto è strana la vita” disse, sempre sorridendo. “Io, invece, sto aspettando la sceneggiatrice del nuovo film per cui sto lavorando!”.

     

    Mi sentii venire meno. Non era vero. Non poteva esserlo. Quasi come se fossimo, in quello stesso momento, recitando la scena in un film diretto dal fato.

     

    Senza far intervenire le parole, scoppiai a ridere e quello bastò a rendere il tutto più comprensibile.

     

    Non c’era niente da dire. Ma c’era molto su cui riflettere. Credere in sè stessi è necessario per raggiungere i propri obiettivi nella vita. Non importa se la strada è breve o lunga, l’importante è percorrerla tutta fino alla fine. E qualunque cosa succeda, lungi da noi il pensiero di essere da soli.

     

    Quindici anni fà, io e la mia amica Jude avremmo detto che era impossibile realizzare i nostri sogni nella vita.

     

    Quindici anni dopo, ci ritroviamo sedute ad un tavolino di un bar di uno studio televisivo, che discutiamo del nostro lavoro.

     

    Nulla è impossibile nella vita. I nostri sogni si sono avverati. Ed io e Jude siamo qui, sorseggiando la nostra buona e insostituibile tazza di caffè, a dimostrarlo.

  • 18 ottobre 2006
    Il giovane

    Come comincia: Le attitudini non rivelate di ognuno portano sovente alla castrazione. Mi decido, ancorato ai dubbi che incoronano la mia ragione a seguire le mie; etichettate dal comune senso civico come difetti. Mi conducono tra anfratti proibiti, zeppi di figure mascherate che si accoppiano come scimmie ben addestrate. Mi trasportano su rivoli d’assenzio, condivisi da bagnanti auto compiacenti privi di buona speranza. È con loro che consumo il mio sballo.  Fantasmi di fumo modellati da sbuffi compiaciuti. Una donna conosciuta tempi addietro, vuole la mia compagnia. Si lascia andare sulle mie ginocchia, mi getta le braccia al collo. L’avvicino, ci baciamo. Prende la mia mano e la fa scivolare su tutto il suo corpo, come se fosse una spugna da bagno.  Continuiamo a strofinarci, simili a serpenti in amplesso. Non mi sento bene, quest’aria mal condivisa rende il mio fiato corto, eppure non riesco a sottrarmi ad essa. Chiedo tregua alla mia vogliosa amica e decido, così, di spostarmi vicino alla finestra che da sulla strada, per trovare un po’ di refrigerio. Trovo piacevole osservare la sfilata di gente comune intenta a spettegolare sul futuro, disinteressandosi del semplice presente che hanno il privilegio di vivere. Sposto lo sguardo poco oltre la piazza e noto, seduto sul marciapiede, un giovane mal vestito intento a scrivere qualcosa su un foglio. Potrebbe avere vent’anni. È chino sulle sue ginocchia, ed i lunghi capelli gli scendono quasi a sfiorare il naso. Il movimento frenetico del braccio scrivente li fa tentennare, come fa la sottile brezza pomeridiana con i manti erbosi dei campi primaverili. Si blocca, fissa le sue scarpe sciattate, poi riprende a scrivere. I passanti neanche lo notano, o fanno finta. Sono trascorsi una ventina di minuti. Adesso si alza. Si guarda intorno con aria assente, come se stesse decidendo su quale direzione procedere. Sicuramente non ne ha una, ma è poi così dannatamente importante avere una meta? Rilegge velocemente il tutto ed abbozzando un ambiguo sorriso, getta il foglio per terra. Destato dalla curiosità, esco fuori dal locale e con una certa fretta raccolgo quel foglio ed inizio a leggere: “Ero, sono e sarò un poeta. Nessuno mi ha insegnato come scrivere e non ho ancora trovato il perché di tanta mia frenesia. I nostri professori di oggi, i detentori della sapienza, sono troppo infangati dalla morale e non vedrebbero un talento neanche se si nascondesse nelle loro mutande. Trattano i grandi della letteratura come mezzi busti da incollare sull’album dei ricordi degli istituti che controllano. Ammiccando ora all’una, ora all’altra corrente politica. Come possono trasmettere la passione di un ideale poetico, se loro per primi hanno paura di emozionarsi? Come possono assecondare la predisposizione di un ragazzo alla creatività, se si preoccupano di accudire i viziati primogeniti di ricchi industriali, incapaci di capire la differenza tra poesia e prosa? Scuola e famiglia, strumenti aberranti nelle mani di ortodossi lobotomizzatori. Sei un drogato, un alcolizzato e chissà cos’altro. Questo mi dite? Non faccio del male a nessuno e così rispetto uno dei comandamenti. Altero i miei sensi per evadere da una realtà che rifiuto? Stronzate, vi rispondo. Amo questa realtà che voi tanto deformate. Conoscete voi la magicità che offre un’alba o un tramonto? Sono beni comuni, ma sembra che esistano solo per me. Sapete prevedere, dalla semplice disposizione delle nuvole, se domani sarà bel tempo? Vi siete mai chiesti perché il barbone della piazza si è dato fuoco, l’altro giorno? Di quale realtà state parlando? Io non voglio evadere da essa, ma cerco tramite lei di invadere me stesso per sfamare la mia curiosità. Percepire non è comprendere appieno, ma solo sfiorare il concetto del mistero che è dentro ognuno. Non esiste scopo più difficile ed appagante dello scoprire la sorgente della personalità. Io non ho paura. La passione che ho dentro, basterebbe a scuotere tre generazioni dei vostri soldati di piombo. Continuerò a decretare guerra a me stesso, con ogni mezzo. L’armistizio lo firmerò a cose fatte. Lasciatemelo fare.” A lettura finita, rimango interdetto. Alzo lo sguardo, in lontananza mi sembra di vedere la sua ombra trascurata, dondolare tra rumori e scampoli di altri vissuti. Che Dio ti benedica, giovane poeta. Mi piacerebbe saperti per sempre vivo. Torno dentro… c’è un’amica che mi aspetta.

  • 18 ottobre 2006
    Bgork

    Come comincia: Faceva un freddo mai conosciuto, ed era troppo leggero. Questo pensava Bgork mentre avanzava nella notte. Era stato avvertito che da quelle parti il freddo era impossibile, ma un essere come lui non aveva la giusta idea della parola "freddo". Si concentrò e capì che per ovviare al gelo doveva emanare calore. "3>nl v!s" ripeteva, e già si sentiva meglio, non poteva però abbassare il livello di concentrazione  che il gelo s'insinuava di nuovo, e in quelle condizioni era difficile avanzare: lo sforzo di rimanere concentrato gli faceva perdere l'orientamento...S'infilò nel cunicolo di destra intuendo la strada, ed era molto stretto. decise per la metamorfosi. Cercò ripetutamente il suo centro; non lo trovò. Freddo. Riprovò con nuova forza. A fatica ricordò il modo, si mantenne saldo e cominciò a liquefarsi lentamente.
    Un rumore assordante e tremò come gelatina; ancora uno sforzo. Sparì in una crepa, ormai liquido, attraversò strati sentendo intorno a sé il respiro delle profondità, insinuandosi tra molecole turbinanti. Vide pulsare la materia, e vibrò nel suono più antico. Ebbe paura, non poteva, non doveva perdersi, non conosceva il modo...Si lasciò andare disperato, convinto della fine, perse il controllo e...capì che quello, quello era il modo: perdersi.
    Fu velocissimo, divenendo via via ciò che attraversava: fu acqua di fiumi sotterranei, fu magma, sale di miniera, fu diamante ed essere strisciante. Ebbe ali di pipistrello e membrane, ebbe occhi gialli e bocca spaventosa, fu enorme e poi minuscolo e andò, a velocità inconcepibile. fu libero di perdersi e di dimenticare il compito che aveva. Smarrì la rotta, schizzò in alto, sempre più in alto e perse il nome, poi perse i ricordi.Fu tra galassie vive ed altre estinte, attraversò azzurri stellari e vide un luogo senza sopra e senza sotto, irto di colonne d'oro puro, dove viveva un fuoco, e un dio potente.
    Si perse ancora e poi brillò, piccolo punto di luce in un vuoto infinito; rimase lì, dimentico di tutto a brillare senza forma e senza tempo. Fu felice, in un suono mai udito.
    Bgork si svegliò dolorante, senza capire cosa fosse accaduto, e come fosse lì. "Albero" pensò, "sono sotto ad un albero, ho un nome, ho ricordo, ed ho il mio compito". Si guardò intorno, vide il tramonto e capì di trovarsi su una scogliera; osservò le onde infrangersi rumorosamente, e sorrise. Pensò di sbrigarsi, sarebbe arrivato il buio. Fece intorno a sè un ampio gesto circolare, formulò lentamente una frase che divenne litanìa e prese il seme lucente, innalzandolo. "Ora" pensò, e scagliò il seme blu che ruotò brillando, e il seme fu risucchiato dalla terra, nell'attimo stesso in cui il sole sparì in mare. Bgork si tuffò tra le onde, e svanì tra la schiuma.

     

  • 13 ottobre 2006
    Fine

    Come comincia: La rabbia verso il nemico è svanita. La battaglia è stata dura, aspra come non avrei immaginato.
    C’era un freddo intenso stamattina, tra i cespugli secchi e i sassi. Le dita facevano male a stringere il fucile e ci si rannicchiava dentro ai buchi a mordere il fango congelato come dentro il ventre di una madre morta. Ho urlato ogni volta che sparavo e volevo che col fiato se ne uscissero i pensieri.
    Ora che il combattimento è finito ho qui davanti a me due prigionieri e un ordine da eseguire.
    Non sono più nemici, per me, ma due uomini sconfitti e stanchi, impauriti e sporchi come me. Stanno in ginocchio, le mani legate dietro alla schiena e mi guardano.
    Uno, avrà vent’anni, ha un graffio sulla guancia e tace.
    I suoi occhi, ha un leggero strabismo in quello sinistro, si muovono con lentezza dal mio viso alle mani che impugano il fucile mitragliatore.
    L’altro, più vecchio, guarda gli alberi oltre le spalle e parla in fretta.
    Ogni tanto si ferma per prendere fiato, poi continua come se corresse.
    Si sporge in avanti, quanto gli consente la scomoda posizione e punta col mento.
    Si chiama Armando e abita lontano da qui, nella direzione di quegli alberi. È come se la vedesse quella casa, come se fosse proprio lì, appena dietro ai rami.
    Mi giro anch’io a guardare.
    È lì che vive, da quando è nato, pure suo padre, che ora è anziano, vi ha trascorso tutta la vita.
    C’è anche la bottega dove lavora, di fronte a casa. Lui è un liutaio, anche suo padre lo era, ma ora gli tremano le mani e non riescie più a lavorare.
    Piange, ma continua a parlare.
    Sua moglie, perché è sposato, sua moglie si chiama Sara insegna alla scuola elementare. Hanno un figlio di undici anni. Ha solo undici anni, ma è già bravissimo a suonare il violoncello.
    Io, intanto, armo il fucile.
    Lui alza la voce. Mi dice di aspettare. Mi dice che il figlio si chiama Giulio e che l’anno prossimo lo manderà al conservatorio, che è un vero talento, che potrebbe.
    Sparo una raffica.
    E pongo a questa storia la parola fine

     

  • 13 ottobre 2006
    Signed Jack the Ripper

    Come comincia: Londra, 30 novembre 1888.

    Mio caro Warren, ho sempre amato leggere sai, carpire quello che prova chi scrive nell’immedesimarsi in ciò che vuole riportare, in ciò di cui parla, non so se mi sono spiegato, non so se la tua mente è in grado di capire ciò che intendo, cercherò di essere più chiaro amico mio.
    Come fanno quei giornalisti a scrivere di me, come credono di riuscire a fermare su carta ciò che penso, quello che vedo quando sono quello che sono, mi diverte leggere la loro immaginazione, apprezzo la fatica che fanno per dare un senso al mostro; apprezzo te mio caro che con tanto impegno, così dicono, hai cercato di fermarmi. Sai, c’è chi dice che mi hai aiutato, alcuni dicono altri confermeranno sicuramente negli anni a seguire, che quel tuo ordine di far cancellare la scritta che avevo lasciato sulla porta accanto a loro il 30 settembre, sia stata una forma di difesa nei miei confronti; dicono, diranno questo perché sono certi che tu mi conosci. Mi conosci Charles?
    Ti starai chiedendo il significato di questa mia, starai cercando ancora di capire, sono sicuro che adesso ti passano davanti agli occhi tutte quelle immagini, stai cercando un nesso tra quello che hai visto e quello che stai leggendo, lo so, la tua mente cerca ancora di fermarmi, vuole ancora carpire i miei segreti. Voglio aiutarti capo, voglio darti un indizio credo che te lo sia meritato: io non ho segreti.
    Andiamo per ordine, per grado, capisco che tu come tutore della legge voglia rispettare le gerarchie, l’incedere corretto dei tempi e dei luoghi.
    Non mi dilungherò parlandoti della mia infanzia, ti lascio la piena libertà di credere ciò che più ti piace, di pensare al motivo che possa giustificare alla tua mente il mio comportamento, sì mio caro, voi tutti dovete giustificarmi; è una cosa che non capite, che non accettate e quindi dovete trovarne il motivo, dovete dare un senso alla mia arte, altrimenti per voi sarebbe troppo difficile, sarebbe inaccettabile senza la giusta causa che ha scatenato l’effetto. Voglio darti un altro aiuto: non c’è nulla da capire di me.
    Andiamo per ordine dicevamo, quand’è che Scotland Yard ha deciso d’interessarsi a me, credo dopo il 31 Agosto se non sbaglio, non ho molta memoria per le date, ma tu ispettore Charles Warren dovresti saperlo meglio di me. Credo proprio fosse il 31, sì.

    31 Agosto 1888.

    Le hai mai visto il viso prima di quella mattina?

    Hai mai toccato i suoi capelli o sfiorata la sua pelle Charles?

    Dimmi, credi che la sua pelle fosse profumata o immagini che animali di quella risma abbiano il puzzo fin dentro l’anima. Mio caro io non credo che tu abbia mai visto quella donna prima di allora, non sei un frequentatore abituale di East End, troppi topi per le strade, vagabondi che dormono lungo i muri delle case e puttane che si danno per qualche scellino, no, non penso che tu conoscessi Mary Ann. Per me è stato un colpo di fulmine amico mio, mi sono avvicinato come un cliente qualsiasi, lei ha detto il suo prezzo, dovevi esserci avresti dovuto vederla come era contenta della sua battuta di caccia, aveva trovato la sua preda. Devo ammettere un mio errore però, non ho fatto un buon lavoro quella volta, alla fine il disegno non era armonico il taglio della gola era giusto, ma forse troppo profondo, mi sono lasciato andare credo e le vertebre esposte sinceramente non erano nei miei piani, ma devi ammettere che successivamente sono stato più accurato, non credi capo?

    Il giorno dopo li ho letti i giornali, come sempre ho continuato la mia vita normale, inizialmente avete dato poco peso all’accaduto, certo non sono passato inosservato lo ammetto, però né voi né i giornali avete capito bene. Avete affrontato la cosa con un po’ di leggerezza forse, ma d’altronde chi era Mary Ann se non una semplice puttana. Spero che tu stia seguendo con attenzione quello che ti sto scrivendo, mi auguro che anche se ormai non fai più parte di , possa apprezzare lo stesso questo mio piccolo pensiero; dimenticavo, non ti ho ancora detto quanto mi sia dispiaciuto che tu ti sia ritirato dal tuo incarico, è successo da poco eppure mi sembra sia passato troppo tempo amico mio. Non ti spiace se ti chiamo così vero?

    08 Settembre 1888.

    Annie Chapman.
    Aveva dei bei capelli bruni, quella sera li portava raccolti dietro la testa e fu quasi un peccato tagliarle la gola, non volevo ma anche lì fui troppo duro nel taglio, però quando iniziai con l’addome mi concentrai più a fondo, anche se non venne proprio come speravo con la testa, con gli organi interni fui più preciso, non trovi che sia stato più bravo rispetto alla prima, le asportazioni erano più nette più precise, più accurate. Come sai non vi ho lasciato tutto di lei, mi sembrava superfluo, alcuni pezzi li ho tenuti per me e credo di essermelo meritato dopo tutta quella fatica. Il difficile è stato riuscire a strapparle i pezzi tra le gambe Charles, non voglio essere volgare con te, hai capito a cosa mi riferisco. Annie la Bruna è stata un gradino in più verso il mio disegno. Voglio aiutarti ancora Warren, mi sei simpatico e perciò non devi sforzarti troppo nel tentativo di trovare la giusta motivazione per ciò che faccio, la risposta l’avrai al momento opportuno, non temere sono di parola io.
    Da quel momento tutti avete iniziato a parlare di me ricordi? In questo periodo di cambiamenti con l’avvento dell’industria e della meccanizzazione, i giornali stanno avendo molto potere sul popolo e ciò che ho fatto è stato visto da tutti, è sulla bocca di tutti, da quel momento le notti di Londra sono state in attesa di un nuovo disegno, di un mio nuovo regalo.
    Come ti ho detto all’inizio di questa mia ho sempre amato leggere, ma ancor di più amo passeggiare per le vie di Londra, mi piace la nebbia che la veste; le vie che di notte sembrano le vene in subbuglio di un corpo qualsiasi. Berner Street mi piace lo sai, ricordi come si chiamava quella lì? Certo che lo sai, sicuramente mentre stai leggendo avrai accanto a te sul tuo tavolo tutta la mia storia, mi sembra quasi di prendermi gioco di te nel dirti queste cose, tu sai tutto di me. Elizabeth Stride, era questo il suo nome per esteso, è questo che hanno scritto, io conoscevo solo quello che mi dicevano loro, nulla di più. Con lei non mi sono divertito molto, ma dopo continuando nella mia serata sono arrivato a Mitre Square, lì ho incontrato Catherine era il 30 settembre se non sbaglio, no, non sbaglio, Catherine Eddowes mi ha dato maggior soddisfazione, con lei il disegno è stato migliore, l’ho sgozzata con più attenzione, le ho asportato l’utero e altre parti inutili per lei, poi le ho fatto tanti piccoli disegni sul viso, ricordi cosa hai provato quando l’hai vista? Capo tu sei stato più fortunato di me devo essere sincero, io non ho potuto ammirare bene ciò che facevo, il sangue copre tutto e perciò i tagli che le ho fatto sul viso non erano molto chiari, troppo sangue, ne aveva troppo quella puttana, mentre tu sei riuscito a vederla bene in viso. Dimmi è stato emozionate vero?
    Voglio farti una domanda adesso; perché hai fatto cancellare quella scritta, l’avevo lasciata su di una porta ricordi quello che diceva vero? ’’Gli ebrei non sono uomini da farsi biasimare per niente’’, davvero non capisco il tuo gesto, però la cosa non è passata in secondo piano, da quel preciso istante avete iniziato a credere che io fossi un ebreo, molti hanno invece pensato che tu mi conoscessi e che mi stessi aiutando, anche quella volta il mio disegno non risultò armonico Warren, non dovevi farlo.

    09 Novembre 1888.

    Miller’s Court.
    Quando sono passato per Miller’s Court, lei stava cantando, era in compagnia di un cliente credo, l’avevo già vista altre volte Mary Kelly, quindi ho deciso di aspettare che finisse, aveva venticinque anni ma questo tu lo sai, è stata la mia migliore esposizione quella, devo essere sincero, sono rimasto soddisfatto di quella sera. Sono rimasto piacevolmente colpito anche da quanto scritto sui giornali dopo, “l’Orrore di Miller’s Court”, non capisco perché il termine orrore capo, ho lasciato tutto in ordine sul suo letto, sono stato accurato nel disporre le sue interiora sulle lenzuola, il cuore no, lui è con me; le gambe aperte che come sai era la cosa che sapeva fare meglio, l’addome svuotato di tutto ma con ogni cosa al suo posto intorno a lei, il viso poi, non credi che sia stato bravo nel riuscire a toglierle ogni parte della faccia senza intaccare i capelli, le cosce sono riuscito a strappargliele senza rovinare minimamente le ginocchia le ho lasciato anche le calze ricordi? Le braccia gliele ho ripiegate nel vuoto del tronco. Ho fatto le cose con calma quella volta, ho avuto tutto la notte per lavorare, ho avuto tutto il tempo necessario per disegnare. Sì era così che doveva essere.

    Capo Charles Warren, io non ho segreti, non c’è nulla da capire di me, ho solo fatto quello che avevo voglia di fare.

    Distintamente vostro.
    Jack.

  • 13 ottobre 2006
    A passeggio per il Corso

    Come comincia: Mi viene in mente l'altro l'inverno, c'era al solito una barbona a via del Tritone, poco prima, venendo dal Corso, di quella fantasticheria gastronomica che è l'Hollywood. Niente di speciale, ne vedi e ne vedrai di 'ste vecchie di anta anni che la vita ha spinto contro il muro. È lì che poi le schiaccia con comodo.

     

    Questa in particolare però, era vecchia sì, ma non tanto da ricordarsi del fox-trot. Quello lo ballano le sue pulci, alcolizzate pure loro, ma lei a ricordi non doveva essere tanto diversa da me. Era sicuro una gran fica negli anni '80, una che magari m'avrebbe ucciso d'amore.

     

    Ha gli occhi del verde scuro del Baltico allungato col vino dei castelli, e tagliati come fossero ferite a cui son saltati punti. Allunga la mano e prende il bottiglione senza guardare, come fanno i fuoriclasse e gli sconfitti.

     

    'Sta donna insomma è qualcosa di allegro. Dev'essere il grigio del marciapiede che fa fiammeggiare i suoi stracci da fantino, la tira un pò su da terra come su un tappeto magico. Davanti, la sfilata che fa prudere le dita ai bottegai, culi a mandorla e nostrani, uomini e donne, parecchi con già il natale in mano, minuscolo, infiocchettato in un sacchetto, e tutti, v'ha detto, con una gran fretta, del genere di quando sai che da un momento all'altro la terra, proprio lì sotto i piedi, sta per spaccarsi lasciandoti appena il tempo di un altro passo.

     

    Non è facile, ammettiamolo, distinguerci qualcosa in questo struscio nervoso. Bisognerebbe fermarne qualcuno o qualcuna, di queste ombre indaffarate, presentarsi, chiedere, correre insomma il rischio di essere arrestati.

     

    Lei, la mia dama ebbra, ha un suo metodo per far chiarezza. Sputa, lei, addosso a tutti gli uomini con la cravatta, salva solo i papillon.

     

    Sono sputi rabbiosi ed esatti, capaci di traiettorie importanti su quelli che passano largo. E mica nessuno le dice niente. Non più! A lei le parla solo la morte ormai, soffiandole nell'orecchio lercio, e la gente la vede bene, lì accovacciata al suo fianco, e tutti si farebbero sputare mille volte piuttosto che intervenire nel discorso. Non si sa mai, dico io, potrebbe anche, la morte, riconoscerci e non lasciarci più andare...

     

    La tengono in conto, è ovvio, anche il prete e il medico questa precauzione minima.

     

    Nel frattempo, la donna fa dei segni. Agita il dito da una parte all'altra, e poi anche la testa, seria, con cognizione di causa, per niente convinta.

     

    Si direbbe che la rifiuta, lei, la nostra grazia, o forse vuole solo dirci che noi, noi no, non ne sappiamo proprio un bel niente...

  • 13 ottobre 2006
    Il torto

    Come comincia: Lo sguardo, in cui nasce e germoglia la tenerezza, è quello che rivolgi ai tuoi figli. In un gesto di intima unicità con la tua compagna... spiare la bellezza che cresce, che privilegio! L'orgoglio della creazione.

     

    Precludo a me stessa ogni gioia... ma questo non  può guarire una giornata guasta.
    Intimità che non avrò... accessi che non porteranno il mio nome nei sorrisi dilatati... A cosa serve l'amore?
    Sanguino ogni giorno, stillo bene come una fontana dal flusso continuo...
    Questo tempo, imprigionato sulle mie orme. Costretto, come uno slip stretto, a mollare la presa nel suo elastico e ferirmi. Questo tempo, che lascia il suo segno in ogni istante, non mi darà l'agilità della comprensione...
    Io non lo domino. Lo sfioro, lo seguo, l'inseguo... e non lo domino.

    Il vuoto di questo cuore.
    Il suo volto sfinito, la sua superficie scivolosa e assorbente.
    Il nonsenso che delizia queste giornate prive d'intenzione.
    Cos'è questo affrettarsi?
    Ciò che dentro devasta e scuote le mie ragioni fino in fondo l'anima, fino all'ultimo filo legato al consueto comune... Questo dentro che è fardello immenso per comprensione e affanno dato così, senza istruzioni per l'uso... ad un cuore tanto piccolo. Incompreso. Ineluttabile. Intangibile.
    Mi lascia svanire.
    Non è abbandono, non è conforto, non è un semplice dondolarsi fra intelletto ed emozione.
    Non mi dondolo... solitamente mi inginocchio con un sol colpo e poi, m'accascio.

    Oggi che il mondo mi violenta semplicemente perchè esisto (o esiste?), che mi dileggia senza tregua e no, non mi fa sorridere. Oggi che la spensieratezza proprio non riesce a sfornare gioia perchè si riversa esanime in preda al delirio più grande... Oggi che nessun amore può alleviare la mia pena, ti guardo distante... come se tu fossi il mio peggior torto, e quasi sorrido, perchè t'invidio...