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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 gennaio 2010
    Laura

    Come comincia: Era diventata abilissima, lei stessa non riusciva a credere come facevano gli altri a non accorgersene. Non che questo non le facesse piacere, anzi. Era veramente soddisfatta della sua abilità e spesso ci rideva anche sopra.
    Fino a quel giorno.
    Fu un caso, solo un caso.
    La mamma stava entrando nella sua stanza e la vide. Laura si stava vestendo per andare, come sempre, alla facoltà di giurisprudenza, la porta della sua camera era socchiusa (come aveva fatto ad essere così sbadata!) si trovava quasi nuda, davanti allo specchio e si stava soffermando sulla sua immagine: il suo seno si era ridotto a due pellicine informi, le ossa dello sterno facevano pericolosamente capolino sotto la pelle, il bacino era ridotto a due spuntoni sporgenti, le gambe avevano evidenziato un varco esageratamente largo, tra di loro, e le braccia, ridotte a due tubicini quasi impressionanti...
    Non era soddisfatta della sua immagine, non si piaceva, ma d'altra parte non si era mai piaciuta.
    - Oh Dio! Laura, come sei magra!
    La voce della mamma la colse di sorpresa, facendola sobbalzare, ma non privandola della prontezza di riflessi che le permise immediatamente di coprirsi, nascondendosi così agli occhi indagatori della madre.
    - Mamma, ho fretta, lo sai che alle 9 ho l'esame.
    - Ma cosa è successo? Non mi ero accorta che eri diventata così magra!
    Laura lo sapeva benissimo. Il suo abbigliamento era sempre sapientemente studiato, maglioni larghi, gonne, pantaloni, camicie, tutto era sempre scelto con estrema attenzione, per coprire, per nascondere, per camuffare.
    - Dai mamma, sì, sono stata un po' sotto stress, sai, lo studio, l'esame e tutto il resto, ma non preoccuparti, ho solo perso qualche chilo, poi mi riprenderò, lo sai. Ora lasciami andare, altrimenti farò tardi!
    La mamma si accontentò della motivazione, volle accontentarsi, perchè anche lei aveva fretta e non aveva tempo per cominciare una discussione e poi sua figlia aveva ragione, lo studio, una vita impegnatissima, sì, sicuramente la figlia si sarebbe ripresa presto, molto presto. E con questa convinzione più nella testa che nel cuore, uscì per andare, come al solito, a lavorare, lasciando solo quello strano fantasma fatiscente che di sua figlia ormai non aveva quasi più niente.
    Il percorso era sempre il medesimo: dieci minuti a piedi, sette fermate della metro e ancora dieci minuti a piedi; tre anni che Laura percorreva quella strada. Lezioni, esami e ancora lezioni e ancora esami. Tutto come sempre, tutto come al solito.
    Quella mattina avrebbe dovuto sostenere l'esame di Diritto Penale. Quanto aveva studiato per quella prova. Si aspettava un altro 30, un ennesimo riconoscimento al suo impegno, alla sua applicazione, alla sua intelligenza, alla sua promessa.
    Non si sarebbe accontentata di un voto minore. Non avrebbe mai potuto. Non dopo la promessa fatta a suo padre.
    Lo ricordava come se il tempo non fosse mai passato.
    Suo padre! Erano passati 10 anni da quel giorno, ma lei ricordava tutto alla perfezione, fin nei minimi dettagli.
    Il dolce dondolio della metropolitana la catapultò, suo malgrado in un altro tempo e in un' altra dimensione...

     

    Prima fermata

    La voce di sua madre la raggiunse fuori dalla camera dell'ospedale, dove il suo adorato papà era ricoverato ormai da più di un mese. Lei era solo un'adolescente e ancora non aveva capito bene quale oscuro male costringeva l'uomo della sua vita in uno squallido letto, attaccato a tubicini che non gli consentivano nessun movimento.
    - Lauretta, vieni, papà vuole vederti.
    Semplici parole dette con la morte nel cuore.

    Seconda fermata
    Non voleva entrare in quella stanza, ma lo fece. Si avvicinò all'uomo nel letto. Non sembrava più il suo papà. Non gli aveva mai visto quegli occhi vitrei, non conosceva quelle guance scavate, non riconosceva la gracilità di quel corpo, il respiro affannoso, la voce sussurrata...no, il suo papà era sempre stato un uomo forte, energico, ai suoi occhi bello, anzi bellissimo...quante volte l'aveva presa in braccio, l'aveva fatta ridere, le aveva asciugato le lacrime! Piccoli gesti che l'avevano sempre fatta sentire importante, amata e sicura di sé. Ora non c'era niente di tutto questo e lei aveva paura di quello sconosciuto pallido e sudato, che le faceva segno di avvicinarsi. Voleva scappare, fuggire, andare via da quel posto di morte. Invece si costrinse ad avvicinarsi e a sorridere. Fingendo, come una consumata attrice.

    Terza fermata
    - Laura, vieni qui, ascoltami- una voce impercettibile, un anelito di fiato - Me ne sto andando, voglio salutarti per l'ultima volta. Abbi cura della mamma e promettimi di essere sempre brava, di fare del tuo meglio, di essere la migliore.
    La ragazzina annuì con il capo, non per vera convinzione, ma solo per poter andarsene via da lì al più presto.
    Il bip bip della macchina cominciò ad essere insistente. La porta della stanza si spalancò. L'equipe medica che entrò sembrava impazzita: confusione, agitazione e nessuno che si accorgeva di lei, che in un angolo stava assistendo, sola e disperatamente confusa, alla morte di suo padre.
    La macchina cominciò ad emettere solo un sibilo costante, fisso, continuo.
    Lui moriva e lei non desiderava altro che andarsene, avrebbe dato chissà che cosa per non essere lì, in quel momento

    Quarta fermata
    Quanto era pesata sulla sua coscienza quella sensazione! Quante volte ci aveva pensato dopo, quando tutto era finito e lei si era ritrovata sola con sua madre, in una grande casa in cui ogni angolo, ogni mobile, ogni rumore le ricordava lui.
    Per lei era stato naturale mantenere la promessa.
    Quasi un modo di farsi perdonare ciò che lei considerava un peccato gravissimo.
    Lui le aveva chiesto di essere la migliore, sì! L'avrebbe fatto! Avrebbe onorato quel semplice gesto fatto col capo al capezzale di suo padre.
    Cominciò a studiare, a non accontentarsi, a migliorare, non accorgendosi di chiedere sempre troppo a se stessa, di andare a volte troppo al limite delle sue capacità.
    Non concedersi mai un periodo di pausa non era normale per una ragazza della sua età. Ma a lei non interessava, la bestia che sentiva in corpo la faceva procedere, sempre dritta, sulla sua strada, senza mai voltarsi indietro.

    Quinta fermata
    I risultati a scuola e nello sport erano al di sopra di ogni aspettativa e la mamma era più che felice di quella figlia che non le dava mai nessuna preoccupazione. La donna guardava in superficie e non si accorgeva che la figlia aveva sempre meno amiche e che ogni piccola relazione con i ragazzi della sua età non durava che poche settimane.
    Non ci faceva caso e anche quando a volte si soffermava sul problema, attribuiva la colpa solo ed esclusivamente ad una vita forse un po' troppo carica di impegni.

    - Scusi, deve scendere?
    Nessuna risposta, non poteva, doveva tornare, rientrare in se stessa...
    - Come? Ah! No, no, prego - disse farfugliando, rendendosi conto che ormai mancava poco all'arrivo.

    Sesta fermata... settima fermata.
    La tensione per l'imminente esame si faceva sentire, Laura non era abituata a quella sensazione di ansia. Per lei, così studiosa e diligente, non era mai stato un problema, affrontare una prova o almeno così credeva o di questo si convinceva. Ormai era diventata bravissima a mentire anche a se stessa. In realtà per lei ogni prova era faticosa, ogni volta mettersi alla prova le provocava un profondo senso di malessere, perché doveva riuscire, essere forte, primeggiare, in qualsiasi situazione e a qualunque costo!
    Ma quella sensazione, appena uscita dalla metropolitana, le era nuova, non la conosceva e la spaventava. La testa cominciò a girare, prima piccole vertigini, poi un vortice più violento che la costrinse a rallentare; sentiva nel petto battiti forti, sempre più veloci; il respiro cominciò a diventare affannoso, difficile... si sentiva soffocare... il braccio... che male al braccio... Avrebbe potuto chiedere aiuto, ma si convinceva che tutto sarebbe finito, che era solo ansia per l'esame, che presto sarebbe stata meglio... non poteva stare male... doveva andare all'università... doveva sostenere la prova... doveva... doveva...

    La sirena dell'ambulanza squarciò l'aria, ma Laura non la sentì, non poteva sentirla.
    - Signorina, signorina! I soccorritori si chinarono su di lei, ma lei non se ne accorse nemmeno.
    Gruppi di curiosi formano capannelli accanto a lei, commentando con superficialità e cattiveria:
    - Mah! Che tempi! La solita drogata! Poveri noi, come siamo ridotti!

    1... 2... 3 - 1... 2... 3... mani esperte sul povero torace.
    Sulla povera bocca... una mascherina respirava per lei.
    I soccorritori continuavano ancora e ancora e ancora, non volevano darsi per vinti, non volevano rassegnarsi ad una situazione fin troppo evidente.
    - E' stato il cuore. Non c'è più niente da fare. Povera ragazza, guarda come si era ridotta, è impressionante...
    Quando l'ambulanza si fu allontanata, anche le persone sul marciapiede si erano disperse. Ormai non c'era più nessun “fuori programma” a rompere la monotonia di tutti i giorni e tutti poterono tornare al loro tran tran quotidiano, con un pettegolezzo in più da raccontare.

  • 18 gennaio 2010
    La ragazza alta

    Come comincia: Andrà tutto bene. Le parole di tuo padre continuano a frullarti nella testa. Ti sforzi di credere che siano vere, ma non ci riesci. Nella sua voce hai sentito solo paura. La stessa paura che provi tu. Fin da quando la nave ha preso ad allontanarsi dal molo, senti il cuore agitarsi impazzito dentro il petto. Fai lunghi respiri per calmarlo, ma non basta. Guardi la gente intorno a te e ti sembra che sia felice. I bambini più di tutti. Si rincorrono sorridenti e fanno un gran baccano. Alcuni rivolgono uno sguardo tenero e incantato verso il mare, sembra quasi che lo vedano per la prima volta. Ti piacerebbe tornare ad essere un bambino. Crescere non è affatto divertente. Succedono cose molto strane. I peli iniziano a sbucare da ogni dove, ricci e bitorzoluti, e negli ultimi tempi ti è capitato di svegliarti con un impiastro bianco e denso a sgocciolare tra le gambe. Non è divertente. I bambini hanno la fortuna di non capire. Ecco. Ecco cosa vorresti più d’ogni altra cosa. Vorresti non capire. Avresti creduto alle parole di tuo padre, se fossi stato un bambino. E quel sorriso ti sarebbe sembrato quello che tuo padre voleva ti sembrasse: un sorriso di conforto. Il guaio del crescere è proprio questo, che ti accorgi di tutto, anche di quelle cose che sarebbe meglio restassero un mistero. Andrà tutto bene, ti ha detto, e tu non gli credi. Hai capito che in realtà non lo sapeva neppure lui come sarebbe andata, e allora sei venuto qua fuori e hai pianto, senza che lui ti vedesse. Gli avresti spezzato il cuore, se ti fossi lasciato vedere. I bambini continuano a rincorrersi. Talvolta si fermano, scalmanati, recuperano il fiato. Un bambino non si sarebbe lasciato intimorire da una nuova città, dal fatto di avere dei nuovi compagni di scuola. Tu invece te la fai addosso. E ogni tanto chiudi gli occhi e t’immagini che la nave cambi rotta e ritorni indietro. Un altro guaio del crescere è che cominci ad avere un mondo interiore tutto tuo, un mondo talmente strano da non poterlo condividere con nessuno. Hai paura anche di questo, perché sei convinto che i tuoi coetanei ti prenderebbero per matto se solo sapessero le cose che pensi. Cominci a sentire freddo. Ti fai largo tra la gente per rientrare da tuo padre. Poi vedi qualcosa che ti è familiare, un qualcosa di già visto e rivisto mille volte. Una ragazza. Una ragazza alta. E allora cominci a far vivere il tuo mondo interiore. E rimugini silenzioso sul fatto che le ragazze alte hanno qualcosa in più, un’imponenza che fa sprofondare chi le guarda in un oceano di soggezione. Questa poi, ha un’aria davvero solenne. Guarda il mare mentre il vento le scuote i lunghi capelli biondi e crespi, ma in realtà, tutto questo, pensi non sia altro che un’impressione. In realtà, per come la vedi tu, è il mare a guardare la ragazza. Stessa cosa vorresti dire per le spume bianche. Pensano tutti che a generarle sia il passaggio della nave, ma non è così. È la ragazza la vera artefice: un po’ come se quelle effervescenze fossero il solo segno tangibile che il mare abbia in dote per comunicarle che si è innamorato di lei. Ecco. Ecco un esempio del tuo mondo interiore. Ti dici di avere solo dodici anni, di non poter fare certi ragionamenti. E ti senti triste, destinato ad accumulare questi pensieri nel cervello, convinto che un giorno o l’altro scoppierà e che tu morirai. Per l’ennesima volta, ti chiedi con chi potresti condividere queste impressioni e concludi di non avere molta scelta. Questa storia della ragazza alta, ad esempio: se la riferissi a tuo padre, sei sicuro che ti guarderebbe comprensivo, non escludi che potrebbe arrischiarsi a dirti che il tuo è un discorso straordinariamente intenso e profondo… ma poi, alla prima occasione, racconterebbe a qualcuno la sua inquietudine, sottovoce, e considererebbe l’idea di farti vedere da uno in gamba, il migliore sulla piazza, possibilmente. Non lo biasimi. Se c’è uno da biasimare, pensi che quello sei certamente tu. E comunque, sempre riguardo alla condivisione, i tuoi amici, per quello che ne sai, avrebbero reagito ancora peggio. Avresti rischiato lo sberleffo della scuola intera, personale non docente compreso, per quello che ne sai. Non ti lamenti, comunque. Non sei uno di quegli adolescenti che per manifestare il loro disagio si mettono a dare spettacolo tagliandosi le vene ai polsi o ingolfandosi la gola di psicofarmaci. Non rientra nel tuo stile, se mai un ragazzino di dodici anni possa avere già un suo stile. E poi credi che tutti, più o meno, abbiano una propria interiorità da tenere custodita. Per cui no, pensi che sarebbe inutile farne una tragedia. Inutile e dannoso.
    La ragazza alta dai capelli lunghi e biondi e crespi che mette soggezione e che ha già rapito il cuore dell’oceano, ora cammina, con passo lento. La testa bassa. Una mano a scostare una ciocca di capelli dagli occhi. Ti pare proprio di conoscerla. Ha un’aria così familiare! Devi ammetterlo: ti senti come non potessi più fare a meno di guardarla. Non sapresti dire precisamente, ma è come se il solo fatto di guardarla ti mettesse pace addosso. Ecco un’altra di quelle cose che sarebbe preferibile tenere sotto chiave. Ti ripeti che farne una tragedia sarebbe inutile e dannoso. Ma adesso hai come un’illuminazione. Tutta questa interiorità inespressa, ora che ti viene in mente, non si limita soltanto ad imbottire il cervello col rischio che questo salti per aria. No. Ancora di più, per quello che ne sai, contribuisce a determinare quella spregevole sensazione con la quale non hai ancora imparato a convivere, quella sensazione alla quale sei certo che non ti abituerai mai: parli di questo fatto di sentirti solo. Sei confuso. Perché sai che questa sensazione, nella realtà concreta delle cose, non ha nessuna ragione d’esistere: hai un padre affettuoso, un abbondante numero di amici con i quali hai trascorso momenti allegri e importanti, un cane randagio a cui hai portato i rimasugli delle tue cene, un vecchio vicino di casa che ti ha preso a cuore e ti ha consigliato un mucchio di libri da leggere per le vacanze estive; non c’è davvero nessuna ragione di sentirti solo. Eppure, continui a pensare che potresti conoscere e diventare amico di ogni essere vivente su questa terra che continueresti a sentirti solo sempre e comunque. Vorresti piangere ancora, come dopo le parole di tuo padre. Sei certo che l’unica soluzione sarebbe trovare qualcuno a cui poter dire senza vergogna una cosa tipo: “Adesso devo seguire quella ragazza alta eccetera perché quella lì, non so come, mi mette pace addosso”. Allora sì che questa spregevole sensazione di solitudine si attenuerebbe. In fondo non credi di chiedere molto. Ti basterebbe un cervello che riesca a recepire certe tue follie come cose normali e che - perché no? - te ne fornisca altrettante, così che possa sentirti simile a qualcuno, un tipo comune, uno come gli altri. Andrà tutto bene. Le parole di tuo padre fanno un breve giro e ritornano alla tua mente, come una manciata di mosche dispettose. I bambini hanno smesso di giocare. Alcuni piagnucolano per richiamare l’attenzione dei genitori. Ti scopri invidioso. Ti viene voglia di squartarne uno e scippargli il cervello. Sarebbe fantastico avere il cervello d’un bambino. Riusciresti a convivere col tuo mondo interiore senza provarne vergogna, crederesti alle parole di tuo padre, eviteresti di congetturare sulla ragazza alta. Ti guardi intorno e non la vedi più. Il cielo si è fatto scuro e pieno di nubi grigie e bitorzolute. I passeggeri della nave rientrano spintonandosi, come se il cielo che diventa scuro e un improvviso acquazzone fossero diventati la medesima cosa. La voce di tuo padre ti chiama e ti dice di rientrare, ma fai finta di non sentirlo. Per qualche strana ragione sei convinto che la ragazza sia rimasta fuori. Hai bisogno di trovarla. Raggiungi la poppa della nave e la trovi lì. Rivolge lo sguardo all’oceano sotto di lei, e a quelle spume, come volesse farsi desiderare ancora un po’. Un tuono improvviso illumina il cielo per un istante. Ecco l’acquazzone, stavolta è arrivato per davvero. Te ne stai sotto la pioggia, fradicio, a guardare la ragazza alta che adesso si volta. Lei non si è ancora bagnata, com’è normale che sia. La pioggia le cade addosso, ma lei non si bagna, rimane asciutta. Il viso, i capelli, il cappotto nero nel quale è avvolta, tutto resta integro.
    “Vorrei essere come te”, le dici.
    “Ma tu sei me”, ti risponde.
    E allora sussurri che lo sai e continui a bagnarti. E intorno a te ci sono i tuoni, la ragazza alta, la voce di tuo padre che ti chiama, e ci sei tu, tu che ti senti così solo. Chiudi gli occhi. Andrà tutto bene, dici.
    Andrà tutto bene.

  • Come comincia: Il rintocco della campana li riportò alla realtà. Le sette di sera. Già intorno a loro si muoveva una massa enorme di persone , destinazione casa. Un freddo pungente penetrava sotto i loro cappotti e sciarpe facendo rabbrividire e facendo desiderare il calore di un salotto o di una cucina.
    Le toccò le guance e si accorse al tatto che piangeva. Gli occhi arrossati. Il deglutire faticoso.
    -"Cosa vuoi fare allora?"-. Lei non rispose ma sembrò rinchiudersi ancora di più nel suo cappotto quasi a volersi nascondere. Lui riprese: -"Vuoi che..."- ma lei lo interruppe -"Non voglio nulla ora, voglio solo pensare, pensare e pensare. Tutto sarà più facile dopo"-. -"Non credi che dovremmo parlarne anche con tua madre?"- azzardò lui. -"Mia madre!"- esclamò lei ironica -"mia madre non sa neanche cosa sto facendo ora, non gli è mai fregato di nulla di niente e di nessuno, lo vuoi capire?"-.
    Stettero per qualche istante in silenzio. Lui la guardava con intensità quasi a volere carpire i suoi pensieri e a leggere dentro di lei. Non si era mai trovato in una situazione simile. Per la prima volta avrebbe dovuto guidarla in una decisione, avrebbe dovuto consigliarla sempre che lei fosse disponibile al consiglio. Il portone davanti a loro era ancora aperto.
    -"Vuoi che vada io?"- le chiese con un filo di voce -"non è un problema davvero"-. -"E questo cosa cambierebbe spiegamelo"-. Principio di isteria nella sua voce. -"Brutto segno"- pensò lui, ma continuò -"Non si tratta di cambiare la situazione, si tratta di fare qualcosa"-. -"Sei tu l'uomo"- fece lei all'improvviso -"avanti allora, fai qualcosa. Sì, hai ragione. Si tratta di fare qualcosa. Dimostrami che sai fare qualcosa, dimostralo!"-. -"Cosa vorresti dire? Ti ho mai negato il mio aiuto, mi sono mai fatto pregare per un consiglio"- si interruppe: un uomo tendeva la mano verso di loro. Farfugliava qualcosa in chissà quale lingua. La mano tesa però e lo sguardo valevano più di mille parole. Si frugò in tasca e trovò un paio di monete: -"Meglio che niente"- pensò mentre le lasciava cadere nella mano guantata dell'uomo che ringraziò sempre in un linguaggio incomprensibile, prima di allontanarsi da loro. Riprese il discorso: -"Capisco il tuo momento ma adesso non è che posso diventare la tua valvola di sfogo. Sono disposto ad aiutarti, lo sai, lo sono sempre stato in tutta la mia vita e lo sarò anche ora ma ti prego. Non escludermi da te. Non credere che sia una persona estranea che si trova accanto a te per puro caso. Dammi fiducia. Voglio dimostrarti che su di me potrai sempre contare, anche in momenti come questi, ma devi darmi la possibilità di farlo. Non puoi rinchiuderti a riccio e lasciare venire fuori solo gli aculei. Insieme possiamo farcela e ce la faremo anche ora, vedrai! L'importante è non farsi prendere dall'isteria."-. -"Dall'isteria?!"- rispose ironica tutta in un fiato -"e cosa dovrei fare? E' Già la terza volta, capisci? La terza volta! La prima volta non andava bene il colore, la volta dopo era troppo largo... cazzo! Ma  è mai possibile che per fare un regalo a tuo padre debba sempre fare queste figure con i commessi. Sono 3 volte che lo riporto indietro 'sto maglione. Chissà cosa penseranno! Mi vergogno come una ladra a rientrare qui dentro, lo capisci o no?"- e riprese a piangere.
    Il suono della campana lo fece trasalire dai suoi pensieri. Le otto del mattino. Osservava il corpo steso sul marciapiede coperto da un lenzuolo. Chiese al più vicino di loro: -"Aveva documenti addosso, o un qualcosa di personale, che so, una foto magari?"-. L'altro scosse il capo. -"Niente di niente commissario. Gli abbiamo trovato solo fazzoletti sudici, una sigaretta e un euro e cinquanta centesimi. Un altro disperato ucciso dal freddo. Questa notte è andata a meno sette e  aveva solo una camicia a coprirlo. c'era da aspettarselo. E' già il terzo senzatetto in una settimana che ci lascia la pellaccia"-. -"Ok, chiamate l'ospedale che lo vengano a prendere, io vi raggiungo tra poco"-. Si accese una sigaretta e guardo la vetrina. -"Bello quel maglione, quasi quasi..."- pensò.
    Il portone era ancora aperto.

  • 18 gennaio 2010
    Lava Nera

    Come comincia: “Se il Mare potesse parlare di me
    di quello che sono per Lui, di quello che Lui ha assaporato di me,
    del calore che Gli ho trasmesso;
    se il Mare potesse dire la dedizione, i sapori, i suoni, i colori,
    che la mia vita Gli ha donato;
    se solo il Mare potesse sentire le vibrazioni che ancora la mia esistenza Gli vuole trasmettere…”

     

    Così pensava tra sé una magnifica roccia di pietra lavica che si ergeva fiera, immobile, tra le ora quiete ora turbolente acque del suo Mare. Era lì da anni lei, secoli forse, da quando il fuoco e le fiamme rosso sangue che l’avevano generata erano esplose, tra rumori assordanti, devastanti, nel ventre di un alto vulcano.
    Da allora le fiamme ed il fuoco l’avevano abbandonata, non l’avevano più sfiorata; allora le aveva consumate tutte quelle fiamme, allora aveva donato il suo fuoco liquido a quel mare, gettandosi tra quelle acque, quelle acque che ora e da allora, indifferenti, le erodevano le pareti una volta bollenti… ora gelide di un freddo glaciale.
    Ma era vita quella, si chiedeva?
    Era vita essere lì, ferma, immobile, a lasciare che le onde del mare la consumassero?
    Era stanca lei di tutto questo, era stanca di aver donato tutto il suo calore e per sempre  a quel Mare che lei onorava, rispettava, temeva… amava… a quel Mare per il quale lei, forse, neanche esisteva…
    Era stanca lei che ogni giorno fosse il solito giorno sotto il sole cocente, e che ogni notte fosse la solita notte sotto il cielo nero tempestato di lontane pallide stelle.
    Erano queste le riflessioni della splendida roccia lavica che non aveva più voglia di esistere,
    immobilizzata in una realtà che non poteva cambiare, in un’inutile eternità.
    Così decise di non cercare più di trasmettere le sue vibrazioni al suo Amato Mare.
    Così decise di non voler più vivere nell’attesa di un Suo gesto, di un Suo cenno.
    E determinata… smise di guardarLo, di ascoltarLo, di cercarLo….
    Rese le sue pareti ancora più fredde, distanti, refrattarie..
    Si volle trasformare in un mostro nero di fredda e dura roccia.

    Erano queste le riflessioni della splendida roccia lavica che non aveva più voglia di esistere.
    Così decise di lasciarsi morire…  sgretolarsi… Ma, dopo secoli di statica immobilità teatrale, accadde qualcosa.
    Accadde che d’improvviso il Mare le si avvicinò fino a ricoprirla come in una furiosa tempesta.
    Accadde che il Mare le si gettò addosso come aveva fatto tantissime altre volte… ma questa volta l’acqua fredda del suo Mare era diversa, era… calda, era… avvolgente.
    Questa volta il Mare la inondò di un incredibile calore.
    Come se il suo Mare, ora fosse lava...

    Venne avvolta da una calda massa d’acqua irruenta e gentile come non era mai stata, travolgente come lei aveva sempre sognato.
    Le onde adesso non erodevano più le sue pareti,
    ma lambivano i suoi fianchi in un interminabile, sensuale, ritmico movimento…
    Il Mare ora le si spingeva contro, la colpiva, la solcava, la stringeva follemente tra le sue acque.
    La roccia non credeva a quello che stava accadendo…
    Ma sembrava proprio che il suo Mare... le stesse finalmente parlando, la stesse circondando in un travolgente abbraccio, la stesse amando come lei aveva desiderato per secoli.
    La colpiva, la solcava ancora, instancabile Lui le scalfiva le pareti e con quelle la mente, l’anima.
    Ogni goccia di quell’acqua stava penetrando dentro la sua pietra nera come per la prima volta, afferrandola, aprendola, scaldandola, cambiandola…
    Il Mare la stava finalmente facendo Sua,
    le stava finalmente dicendo tutto quello che le aveva sempre taciuto,
    era la conferma che il suo folle donarsi non era stato invano…

    Adesso Lui era lì.. presente, dopo secoli, come non lo era mai stato... e le si avvicinò, la raggiunse, ancora, insaziabile, la circondò, la inondò, ancora, la colpì dolce e severo, ancora avanti e indietro mille volte, si abbatteva su di lei, a scolpirla.. a levigarla, a plasmarla… nelle forme, nell’essenza... fino a quando la ricoprì della Sua spumeggiante schiuma salata, e lei, lava, fiamma liquida, sentì colare quella bollente spuma bianca sulla sua pelle scura e si sentì finalmente viva…
    Fu la conferma che il suo Mare l’aveva sempre posseduta, tanto quanto lei Gli si era sempre donata…

    Non furono più pensieri di morte per la roccia, e il continuo, sicuro, movimento delle onde del suo Amato Mare su di lei, segnò la loro reciproca appartenenza, fu il loro riconoscimento, divenne il ritmo che scandiva il solcare dei suoi fianchi il battito dei loro carnali cuori.

  • 18 gennaio 2010
    Omini

    Come comincia: Un giorno, Ominouno decise che avrebbe preso della frutta da un albero. Ominouno, come tutti gli omini, era sempre stato da solo. Mai aveva condiviso nulla con gli altri omini. Mai si erano addirittura parlati. Così, Ominouno si avvicinò all’albero di frutta e, con tutta tranquillità, e forse un po’ sicuro di sé, si accinse a raccogliere il frutto. Non poté avvicinare la mano di tre centimetri ad esso che un omino grande gli si avvicinò scacciandolo in malo modo. A quel punto, tra i vari omini che avevano assistito alla scena, Ominodue avvicinò Ominouno: “non lo sai che quello è l’albero di Ominogrande? I frutti che ci sono sopra sono solo suoi. Non li devi prendere.”, lo ammonì. “Come sono suoi?”, chiese Ominouno sbalordito. “E voi, io, come faremo a sopravvivere se non potremo nutrirci dei frutti di quella pianta?”. “Non ti preoccupare”, rispose Ominodue tranquillo. “Ogni tanto Ominogrande getta alcuni avanzi. Noi potremo usufruire di quelli”.
    Un giorno, Ominouno decise che avrebbe parlato con gli altri omini. “cosa c’è, Ominouno?”, chiese uno di loro. “C’è che non possiamo permettere ad Ominogrande di avere il controllo sull’albero. Dovremmo poterne usufruire tutti”. Le tensione si accese fra gli omini. Fin dall’inizio, o quasi, nessun omino aveva mai osato nemmeno soltanto ipotizzare una cosa del genere. Quando il primo omino aveva tentato di prendere un frutto dall’albero Ominogrande l’aveva scacciato. Stessa cosa era accaduta al secondo omino che aveva tentato nell’impresa. Così nessuno aveva più nemmeno mai pensato di potersi avvicinare all’albero che diventava in questo modo di Ominogrande. “Amici”, disse Ominouno, “ci uccidiamo l’un l’altro per accaparrarci gli avanzi di Ominogrande, quando invece tutti dovremmo poter avere della frutta. Gli altri hanno fallito nell’impresa, è vero”. Si fermò. Poi riprese: “ma, amici”, disse Ominouno, “gli altri hanno fallito perché hanno sempre provato da soli. Se noi siamo in tanti possiamo costringere Ominogrande a cederci l’albero, facendolo diventare della comunità”.
    Un giorno, Ominouno decise che qualcuno avrebbe dovuto amministrare l’albero. Disse “amici, ora che l’albero è della comunità, dobbiamo fare in modo che qualcuno venga delegato al controllo di esso, in nome della comunità. E, dato che Ominogrande si è sempre dimostrato capace di proteggere l’albero, propongo che la delega venga data a lui”. A tutti sembrò un’idea giusta, dato che nessuno aveva le capacità per amministrarlo come le aveva Ominogrande. E se l’idea veniva da Ominouno valeva tanto più questa decisione. Perché Ominouno aveva avuto già in precedenza l’illuminazione e la lungimiranza che l’avevano portato a rendere l’albero non più di un uno ma della comunità. Aveva donato, con l’albero, la libertà ad ognuno di poterne usufruire, in una qualche maniera.
    Un giorno, Ominoqualunque disse che la libertà che Ominouno aveva conferito agli omini non era reale. Che la libertà di cui parlava Ominouno era fittizia. Che la situazione non era cambiata da prima che l’azione di Ominouno avesse portato l’albero alla comunità. Che Ominouno aveva solo istituzionalizzato il potere di Ominogrande, in modo che nessuno potesse parlare di potere imposto. E che i frutti dell’albero erano ancora nelle mani loro, questa volta anche di Ominouno. E che in tutto questo non c’era l’uguaglianza professata da Ominouno.
    Un giorno, Ominouno disse che nella comunità vigeva l’uguaglianza fra tutti gli omini, perché ognuno aveva il diritto, in quanto parte della comunità, sui beni della comunità. “Se i beni sono non di un uno, ma di una comunità, anche quando questi vengono amministrati da delegati, vi è una condizione di uguaglianza”, diceva Ominouno.
    Un giorno, Ominoqualunque disse che l’uguaglianza sarebbe stata tale solo quando tutti sarebbero stati realmente uguali.
    Un giorno, Ominouno regalò a tutti una maglietta rossa.
    Un giorno, Ominoqualunque disse che il concetto di “uguaglianza” non coincide con quello di “standardizzazione”. Ma tutti avevano una maglietta rossa.
    Un giorno, Ominoqualunque si tolse la maglietta rossa.
    Un giorno, Ominouno disse che Ominoqualunque era contro la libertà.
    Un giorno, Ominoqualunque disse: “Ci hanno detto che siamo tutti uguali. Abbiamo tutti la possibilità di usufruire di determinate cose. Ma solo delle cose che vogliono loro. L’albero è ancora loro. Noi ne mangiamo i frutti, ma non quanti ne mangiano loro. Ma chi è che con il proprio lavoro tiene in vita l’albero, che ora è sotto sforzo perché costretto a produrre non più frutti per un uno, ma per una comunità vasta? E quanti frutti vengono dati a chi mantiene in vita l’albero e quanti ne tengono da parte? Io dico che questa non è uguaglianza”. Ma tutti avevano una maglietta rossa.
    Un giorno, Ominoqualunque sparì.
    Un giorno, Ominoqualunquedue disse che Ominoqualunque era stato ucciso da Ominouno.
    Un giorno, Ominouno era sotto inchiesta.
    Un giorno, Ominoqualunquedue disse che Ominogrande avrebbe dovuto continuare ad essere l’amministratore dell’albero, ma avrebbe dovuto, nello stesso tempo, avere un controllo da parte di Ominoocchio e Ominorecchio.
    Un giorno, Ominoocchio ed Ominorecchio mangiavano tanta frutta.
    Un giorno, Ominoqualunquedue disse anche che Ominouno, finché non fosse stato giudicato colpevole, non sarebbe andato condannato, e che quindi avrebbe potuto continuare ad essere nel vertice direttivo della comunità.
    Un giorno, Ominoqualunquetre disse che era tutto uguale. Ma tutti avevano una maglietta rossa.

  • Come comincia: Gli occhi delle stelle si spalancarono come ali di angeli. E tra le dita il suono delle loro piume fuggiva via come i capelli che le donne donano alle mani del vento. Fu come un velo che coprì la città, come neve sulle ciglia nere dei bimbi. E il sorriso dei bambini fu come il bacio dolce che ora la luna custodisce tra le mani. Il vento, lo chiamai, perché potesse rapire le mie labbra e perché potesse trasportarle proprio tra le dita della luna. Il cielo, gli parlai e gli domandai come stesse. E poi gli chiesi un abbraccio. E allora caddero. Caddero le piume degli angeli. Bianche come pioggia di garofani. Bianche come pioggia di estate. Volavano come petali nell’aria.
    Corsi sulla collina. Corsi tra i sassi e l’erba alta. Corsi inseguendo il sole. Arrivai in cima e guardai i tetti ricoperti delle case. Volevo baciare le nuvole tanta era la felicità e l’euforia.
    E allora le mie gambe tornarono a correre. Corsi verso mio fratello. Corsi a casa.
    “Francesco! Francesco!”- lo chiamai.
    “Giulia, finalmente sei tornata. Dove sei stata?”- mi domandò la mamma che era nella nostra piccola cucina vicino al mattatoio. Il fazzoletto nero sulla sua testa, legato dietro la nuca, le copriva i bei capelli.
    “Mamma! Dov’è Francesco?”
    “Fai silenzio, si sta riposando. Ha pianto tutta la mattina.”- disse la mamma mentre faceva il pane che Francesco ed io non avremmo mai mangiato, perché sarebbe stato venduto alle altre famiglie agiate del paese.
    Pensai alle lacrime del mio fratellino e preoccupata andai nell’altra camera.
    Sul letto c’era il piccolo Francesco che dormiva. Aveva le guance rosse e calde, la fronte sudata e il respiro affannato.
    Gli presi la mano e la strinsi nella mia. Senza dir nulla, lo guardai e lo baciai. Presi la pezza bagnata che era nella bacinella vicino al letto, la strizzai e la posai sulla sua fronte.
    C’era chi la chiamava febbre gialla, c’era chi la chiamava peste, chi la chiamava la maledizione portata dagli schiavi africani. Io non sapevo quale fosse il suo nome, sapevo solo che a causa sua mio fratello erano giorni che non usciva di casa ed erano giorni che non si muoveva dal letto.
    Persa nei miei pensieri continuai a tenere la sua piccola mano bianca e gonfia nella mia, poi vidi i suoi occhi azzurri. Aprì gli occhi e si girò verso di me sorridendomi. I suoi occhi blu somigliavano a zaffiri e sembrava che brillassero più dei diamanti.
    “Tato, come stai?”- gli domandai.
    “Bene.”-rispose con la sua voce fioca.
    “Sai, c’è una sorpresa per te.”- gli dissi aprendo la tendina della piccola finestra.
    Le piume cadevano come grandi fiocchi di neve. Leggiadre dondolavano nell’atmosfera e il sole le illuminava. Ogni piuma sembrava fatta d’argento e come se fosse stata una magia catturava i nostri occhi.
    “Tato, hai visto? Sono le piume degli angeli. Il cielo te le regala.”- gli dissi mentre attonito lui guardava la meraviglia del paesaggio.
    Francesco sorrideva. Estasiato guardava quella strana e stupenda pioggia. I suoi occhi puri sembravano gli specchi della verità.
    Non dicevamo nulla. Abbracciati sul letto guardavamo le piume cadere.
    “Guarda, Tato! Anche l’arcobaleno! Hai visto?”- gridai contenta indicandoglielo.
    Però Francesco non mi rispose.
    I suoi occhi azzurri aperti ma persi nel vuoto guardavano verso la finestra. Il suo dolce sorriso permaneva sul suo volto. E la sua fronte che ogni notte era calda come il fuoco che lo consumava fino alle ossa, era fredda, come fredda può essere solo una notte d’inverno.
    “Tato…”- lo chiamai sottovoce come per paura di svegliarlo.
    “Francesco…”- bisbigliavo il suo nome.
    “Tato…”- singhiozzavo parlandogli all’orecchio.
    Le lacrime caddero come le piume che quel giorno erano scese dal cielo. Le lacrime uscivano e bagnavano il mio viso. Stringevo il suo corpo al mio. Lo tenevo abbracciato a me.
    Le mie braccia stringevano il corpicino di mio fratello mentre il mio petto impazziva tra i singhiozzi.
    “Giulia.”- era la mamma alla porta che mi chiamava.
    Gli ultimi raggi del sole illuminavano il volto del piccolo Francesco mentre la pioggia di piume era terminata.
    La mamma si avvicinò. Staccò con pazienza le mie braccia da lui perché facevano resistenza nel loro doloroso desiderio di rimanere attaccate alla sua pelle.
    Piangevo senza dire nulla. Piangevo a testa bassa, coprendo con i capelli il mio viso e la mia tristezza, il mio vuoto e la mia solitudine.
    La mamma prese in braccio il piccolo, gli chiuse gli occhi. Gli baciò la fronte come faceva ogni sera prima di andare a dormire.
    Tratteneva le lacrime: lei forte segregava nel suo cuore i suoi pianti.
    Il braccio di Francesco scivolò dalla spalla della mamma. Giù, scivolò giù come un ramo rotto.
    “Resta qui, faccio subito”- mi disse la mamma accarezzandomi.
    La guardai dalla finestra. Portava il piccolo Francesco sul carro dove erano messi tutti gli altri malati… Gli avrebbero dato fuoco… Il mio fratellino…
    La mamma lo posò con cura…Gli baciò di nuovo la fronte e poi come se avesse delle convulsioni  iniziò a baciargli le guance. Gli uomini allora la allontanarono.
    Quei corpi su quel carro: erano tutti stretti senza ritegno come carogne.
    E tra loro c’era Francesco.
    Le sue braccine e le sue piccole gambe nude. I suoi piedi scalzi.
    Lo guardavo dalla nostra finestra e poi mi accorsi che avevo dimenticato un qualcosa di importante: non gli avevo detto che gli volevo bene.
    Allora presi un lenzuolo bianco e corsi fuori. Corsi sperando di far prima degli uomini pronti con le loro fiaccole di fuoco.
    Mi buttai su Francesco, davanti a tutti, lo coprii con cura.
    “Così non sentirai freddo”-gli sussurrai-“Fratellino, fai sogni d’oro. Buona notte. Ti voglio bene.”
    Un uomo mi allontanò delicatamente da lui: “Vieni, piccola, allontanati”.
    Mi girai, diedi le mie spalle al carro, e mi strinsi alla mia mamma tenendo la stoffa del suo vestito stretta alle mie mani.
    Il calore del fuoco, lo sentii dietro la mia schiena, mentre le mani delicate della mia mamma, le sentivo protettive sulla mia testa e le mie spalle.
    Piangevo, altro non potevo fare. Bagnavo con le mie lacrime la stoffa ruvida della gonna di mia madre. E sentivo il mio cuore che aveva bisogno di sgonfiarsi e di togliersi di dosso tutte le lacrime.
    “Andiamo a casa”- disse la mamma.
    Mi prese in braccio e andammo in quella piccola e povera dimora dove le uniche sopravvissute della nostra famiglia eravamo noi.
    Appoggiai pesantemente la mia testa sulla spalla di mia madre. I miei occhi gonfi si aprirono e videro il carro infuocato. Riconobbi un pezzo di lenzuolo bianco che presto fu anch’esso mangiato dalle fiamme.
    Sui miei occhi neri sentii il riflesso del fuoco, alzai la testa e senza piangere salutai per l’ultima volta mio fratello.

     

     

    Piccolo tributo, ispirato a Manzoni, “I Promessi Sposi”, cap.34

  • 14 gennaio 2010
    L'indomani

    Come comincia: Aveva finalmente aperto gli occhi dopo circa una notte in cui era rimasto in uno stato di subconscio. Solo. Era sempre stato solo ma in quel preciso momento si trovava particolarmente solo: non vi era anima viva attorno che lui potesse vedere tranne quel bianco che lo circondava e lo ricopriva. A mala pena riusciva ad aprire gli occhi ancora troppo stanchi e sconvolti per rendersi conto dell’accaduto. Sapeva di avere sia mani che piedi ma non riusciva a sentirli, poteva solo scorgere il rossore delle sue dita che apparivano gonfie specialmente nei polpastrelli ed il sangue secco che le aveva sporcate la sera prima.
    Abbracci gelidi, baci congelati sul collo e sulle orecchie, saliva di neve e quel alito di vento letale. Quasi letale si, perché lo stava uccidendo e lui lo sapeva. Il freddo.
    Non aveva mai avuto alcun problema a sopportarlo: da quando iniziava a presentarsi a fine estate e pizzicava la pelle ancora abbronzata, per farsi sempre più vivo e presente ogni sera come un ospite indesiderato. Lo sentivano le piante, lo sentivano i fiori che cominciavano ad appassire e a perdere i piccoli petali bagnati di rugiada, lo sentivano i gufi che spesso amavano mostrarsi al chiarore di luna.
    Non abbracciava però, il freddo prendeva e soffocava, stringeva il suo pugno attorno al cuore di un uomo e non lo strappava, lo comprimeva.
    Il freddo non uccideva ma faceva compagnia fino allo stremo, fino a che non divenivi parte integrante di lui.
    Provò a fare forza sulle braccia per ergersi e recuperare il coltello, unica cosa che possedeva in quel momento e che ora si trovava a fianco a lui sotto un sottile strato di neve fresca. L’aveva sempre con sé  nella sua cinghia e lo usava spesso per sbucciare le mele che coglieva dall’albero, non avrebbe mai pensato potesse essergli utile a tal punto da salvargli la vita.
    Si leccò le labbra infreddolite con la lingua umida ma fredda anch’essa; provò sollievo nello scoprire che non sapevano di sangue, almeno loro.
    Quel sangue che si trovava ora indosso nelle vesti, sugli arti ed i capelli che ora apparivano umidi e sporchi, non sapeva nemmeno se era suo o di quella bestia schifosa. Provò a toccarsi dei ciuffi e si accorse che non erano più biondi e lisci ma nodosi e a tratti di un indefinibile colore rosso bordò.
    Li annusò e ne provò disgusto e li portò dietro le spalle per non doversene curare.

  • 14 gennaio 2010
    Irene nella Libertà

    Come comincia: La settimana era finita, e la Domenica era giunta con la sua, strana ma scivolosa, routine spezzandone un'altra meno colorata e man mano sbiadita dalla pioggia, che aveva visto nelle sue maglie le solite cose di tutti i giorni unite a degli spezzoni di vita sognata tanto, somiglianti a quelle vignette disegnate negli addobbi degli alberi di natale, che avevano iniziato a riempire i centri commerciali della periferia della città già ben prima di Dicembre.
    L'incontro, più sperato che voluto, era avvenuto proprio come capita nei sogni che si fanno di notte, magari quando hai freddo e il piumone te lo tiri sopra la testa per isolarti nel buio dei tuoi occhi marroni, sperando e pregando qualcuno, che il letto si "bagni" di quel tuo liquido profondo; E quell'incontro provocò lo stesso vortice di emozioni, ormai non aveva più memoria del suo passato e aveva pattuito con se stessa l'idea di lasciarsi andare, in quel momento cosi intimo e di pensare per un attimo solamente a se stessa; Quando raggiungeva l'apice, era l'unico momento in cui sentiva in corpo quella libertà tanto agognata durante il grigio della giornata, e tanto sperata nel traffico della vita, e riusciva a percepire e controllare ogni minimo movimento del suo corpo come mai riusciva fare, per aumentare vivamente il piacere della propria libertà e tentare in ogni modo e con un via vai di frasi confuse in testa di far durare quella sensazione cosi anarchicamente bella; Nel fiume del suo incrocio di gambe che confluiva in quello che aveva in testa, riusciva a pescare da quella marea il significato della vita che riassumeva mentre il respiro si incastrava negli scogli in solo due parole:
    "Sono io"
    Lo diceva accompagnandosi con il fiato ormai rotondo e le mani avvolte tra i corti capelli castani e tra il suo caldo umore alla ricerca di un qualcosa che non c'era. Ma che esisteva.
    Lo disse pure quella sera con il suo compagno di vita, l'unica persona, che da anni, forse da sempre, non aveva mai smesso di avvolgerla con il suo sguardo, proteggendola e facendola crescere dall'interno come si fa con un mazzetto di Bach. Lo disse, e lui l'ascoltò; Senza domandare niente, lei disse tutto quello che lui voleva sapere, e solo quello che lui voleva sapere, l'aria che si instaurava era un aria trasparente, fluttuante e penetrante, che portava i pensieri di Irene al suo compagno, senza che nessuna parola desse l'inizio a quel solito via vai di inquietudini amare. Era la magia dell'orgasmo, la magia della Libertà figurata che creava, costruiva tutto questo, una magia oscura quanto semplice e lineare, come la Libertà, la libertà di vivere per almeno una volta al giorno come si vuole dentro, unendo al Grigio, il Bianco e il Rosso, il Viola e il Verde.
    Era Domenica sera, ormai la giornata si era annerita, dopo essere tornata a casa con un sorriso sornione stampato sul volto, era passata a comprare quel tipico mangiare adatto ai Single, o "Pigri in cucina" come era solita identificarsi, e il tempo l'ho aveva fatto passare tra frasi di libri letti, discussioni perse con i vicini di casa, e foto artistiche scattate dal suo balcone al tripudio di luci sotto la collina; In qualche modo quella vista l'affascinava sempre, sapere che a pochi metri da casa sua c'erano migliaia di persone che correvano, parlavano, lavoravano aggiungeva poi la ciliegina alla già magnifica torta. Aveva pure un ritratto Irene appeso nella parete sopra al divano che dava sulla veranda, un suo ritratto che aveva ritrovato tra gli scatti della macchinetta del suo ragazzo e che aveva fatto imprimere su una lastra di acciaio; Pesava quell'opera tanto quanto lei. Era di colore Nero, sbiadito, anche lui, nel grigio, e la ritraeva con gli occhi chiusi dall'ombra e i capelli ancora lunghi. Erano ormai lei 21.00 quando sentì i soliti guaiti del padrone che rientrava assieme alla sua creatura:
    "Ora di uscire" Pensò.
    Raccolse il suo mazzo di chiavi e si chiuse la porta alle spalle, guardando per un ultima volta il suo ritratto.

  • 14 gennaio 2010
    " ... Ai Suoi ordini ..."

    Come comincia: Comincia questa “attività” ma il pensiero non resta… va oltre… nessuno parla ma pesano gli sguardi degli uomini nell’ascoltare le mie valutazioni senza senso accompagnate da direttive errate… come un malato che dopo anni ritorna dal coma mi ritrovo spaesato a chiedermi perché… perché proprio oggi… perché proprio tu… con i miei sogni occulto la quotidianità ben  consapevole che la realtà non andrà via, che rimarrà in agguato pronta a mostrarsi prima o poi in tutta la sua crudeltà... la porta chiusa ma la tua presenza aleggia in tutto il luogo… qui tutto sa di te, i mobili, gli oggetti, persino le pareti color pastello adorne di “calendari misti” per non “scontentare” nessuno… “Posso entrare?” - un cenno di assenso della segretaria… busso… mi accogli con uno sguardo asettico pronto a divenire dolce quando la porta si richiude alle mie spalle… impacciato ti guardo e subito dal “lei” passi al “tu”… mi parli, forse ti ascolto… o forse no… ed io, forse rispondo o forse sussurro… chissà se afferri le mie idee, chissà se percepisci le mie emozioni quando mi prendi la mano per stringerla lievemente tra le tue… ancora tu, bella più che mai, ancora tu capace di parlare di lavoro come se stessi raccontando una fiaba, ancora tu col sorriso accattivante e allo stesso tempo accogliente… il tuo sorriso… si il tuo sorriso… Dio, se potessi lo porterei via con me… passi al di là della parete, gente che attende per parlare con te, capisco che devo andare… mi alzo mentre lentamente fai il giro della scrivania per stringermi in un abbraccio che mi accompagnerà per tutto il giorno… per tutta questa lunga giornata… o forse per tutta la vita… le labbra che si toccano per qualche istante o forse per l’eternità… adesso devo proprio andare… so che non ti fidi di me, in fondo nessun “branco” mi sostiene, ma vorrei comunque dirti che sei il mio desiderio, il mio sogno racchiuso in una bolla di sapone che va alla deriva spinta via dal vento del destino… una bolla di sapone così fragile che persino un soffio di cielo potrebbe danneggiare e quando questo accadrà il mio sogno andrà perduto… andrà perduto per sempre lasciando solo un tenue ricordo a lungo riflesso nel mio cuore… vorrei raccontarti tutto questo mentre ti guardo un’ultima volta prima di allontanarmi dalla stanza… vorrei supplicarti di proteggere quella bolla… vorrei dirti… vorrei dirti che “io ti amo”… ma non posso e allora, come in un vecchia favola, sostituisco quelle parole con altre ugualmente solenni: “Ai Suoi ordini” e tutte le volte che le pronuncerò saprai che in realtà vorrò dire: “Io ti amo”… sarà il nostro segreto… uno dei tanti… mi fermo ancora sulla porta per salutarti con un sonoro “Buongiorno” pronunciato a voce alta affinché tutti sentano…
    … “Ai Suoi ordini” sussurro invece mentre mi allontano…

  • 14 gennaio 2010
    Piombo leggero

    Come comincia: Come la brezza che si leva dal mare, in alcune sere speciali di giugno e che corre verso la terra, portando richiami e notizie da quel luogo lontano oltre l’orizzonte, dove per ognuno di noi esiste un posto speciale alla festa della vita, (quella vera), corre Viola…, corre veloce con la sua bicicletta, intenta ad accennare educatamente un sorriso alla natura che la circonda, al suono del vento e del suo I-Pod, dove scorre una canzone dei Verdena. Lei pedala forte, e l’unica sensazione che riesce a provare, è quella di una forte rigidità al petto, e al collo, uno stato di insoddisfazione che è destinato a non colmarsi. Respira profondamente e pedala.
    Nonostante questa viscerale pesantezza, il suo volto prima di esplodere in urlo, si apre ad un leggero sorriso di conforto…per se stessa.
    …e urla. Viola urla con tutta la sua forza, perché appena oltrepassata la cunetta, un brivido di vita le sfiora la pelle della schiena, mentre il tramonto cala giù a picco, e il mare intona i suoi colori più caldi…e come correva la brezza di quella sera, vi dico, Viola sfiora appena il terreno di quello stradello immerso nel verde, non solo perché si è fatta regalare la mitica “graziellina” anni ‘60 con le piccole ruote, ma perché come la brezza o lo zafiro, ella porta progetti di felicità… Viola vive, si emoziona, recita alcune parti nel suo paese dove fino a quel momento ha trovato il suo equilibrio, perché lei sa quello che vuole e se lo è preso anche in un codardo e minuscolo paesino di campagna...lei se l’è preso non ha permesso all’effettualità di fottersi le sue passioni, le sue emozioni più grandi, le sue immediate sensazioni di fronte a certi corpi, a certi tramonti, in certi aeroporti. Ma come la brezza spesso si posa, senza che nessuno la ascolti, anche Vì, non corre affatto verso un interlocutore, perché profondamente non sa neppure di avere qualcosa da dire.

  • Come comincia:

    Sveglio presto al mattino Ernesto Enim guarda per un poco la luce tenue filtrata dalla persiana.
    Chiama un nome consueto, non più familiare: non ha risposta.
    Sente tuttavia di essere in grado di alzarsi da solo e trova con sua sorpresa le sue intenzioni e i suoi gesti congrui e adeguati a portare a buon fine cura e pulizia personale e a completare la difficile procedura di una vestizione.
    Ha qualche più seria difficoltà nel calzare un paio di scarpe ma anche questa operazione va a buon fine.
    Dubita che gli indumenti che indossa siano adeguati alla stagione, che ignora, né se l'aspetto che gli danno sia tale da non destare curiosità o meraviglia tra i passanti.
    Non desidera essere notato o riconosciuto, soprattutto essere riconosciuto recentemente lo turba, ormai che poco conosce di se stesso.

    Esce, sono le 11 e 30, sa che con la sua attuale affannosa lentezza nel deambulare impiegherà molto tempo per raggiungere la sua meta…
    La sua meta…

    Cammina con difficoltà, ma sorprendentemente meglio di quanto abbia mai fatto di recente (oppure da molto tempo: non saprebbe dire).
    Attraversa Piazza del Popolo, di necessità via del Corso, ma non se ne accorge, Largo Chigi, il Panteon, Piazza Navona…
    Ora è avanti a S. Maria dell’Anima…

    Soltanto ora… Soltanto ora ha una certezza: non ha più il tempo, né la consapevolezza di se, bastanti a un qualsiasi ritorno. Una incongrua (o forse non incongrua) serenità lo pervade.

  • 14 gennaio 2010
    L'orso Poffy

    Come comincia: E' un orso diverso dagli altri perché non sta nelle caverne in mezzo ai boschi, ma vive nei capelli dei bambini e si fa vedere ogni sera per addormentarli. ogni bimbo ha il suo orso Poffy che scende dalla foresta (i capelli), va sullo scivolo (la fronte), salta nel fosso (l’occhio), scala una collina (il naso), cerca cibo in una grotta (la bocca), giocherella sul morbido ( la guancia) e per finire canta una canzone dolce dolce che rilassa... ogni adulto ha avuto nell’infanzia il suo orso Poffy che poi è svanito nel nulla come la sua fantasia... Poffy non muore mai con i bambini, sono gli adulti che hanno un estremo bisogno di giocare, ma non lo fanno e così l’orso Poffy muore. Io ho visto Poffy in banca con cravatta e doppiopetto grigio...

  • 14 gennaio 2010
    Mastro Nicola

    Come comincia: Mastro Nicola mi metteva alla prova sin dall’alba con caffè corretto al cordiale e iniziava la lezione: -“Che so quegli occhi, chissà che hai fatto stanotte, cazzi tuoi, basta che non mi fai stare indietro col lavoro”.
    No che non resterai indietro.
    La giornata passava veloce, aveva sempre qualcosa da ridire ma non ci credeva manco lui.
    Ogni tanto passava qualche ragazzina e la lezione riprendeva: - "Hai già un’età, ti devi scegliere una brava ragazza, piccola e te la devi crescere, così non te la toccano gli altri, poi per pompare ci sono le buttane”.
    Alla pausa pranzo mi dava i soldi per due tre quarti, era la seconda prova, però, dopo una critica alle ridotte dimensioni del mio panino, iniziava ad elogiarmi dinnanzi agli altri: “Porta i capelli lunghi ma è bravo, non mi fa mai mancare la calce, deve solo crescere e capire come va il mondo”.
    Le ultime ore erano le più lunghe, ma passavano anche quelle, prima dei saluti l’ultima prova, una tre quarti in due mista al gingerino, e partiva l’ultima lezione: -“Adesso che fai? Io c’ho la signora che mi aspetta, mi lavo, mangiamo il pranzo grosso, ci mettiamo a letto, vedo il telegiornale, se ho voglia di farmi una pompata la signora non dice mai di no, sennò iniziamo un film e ci addormentiamo, e tu, non me l’hai detto, che fai?”
    La risposta era sempre la stessa: “Costruisco la mia casa”.
    Rideva e andava via, a rifugiarsi nel suo mondo privato, forse chiedendosi: -“E con che se la fa la casa?”
    Con carta e inchiostro Mesto Nicò.

  • 14 gennaio 2010
    Stalking

    Come comincia: Non ci sono verità; c’è solo quel ricordo.
    Era maggio, faceva caldo, c’era una panchina verde e una signora in fondo alla strada emetteva un gorgoglio di tacchino strozzato. Pisa aveva l’aria stanca forse perché l’ultimo treno della sera aveva sputato una miriade di piedi puzzolenti dal viaggio e i mendicanti di strada suonavano troppo. Marlene non scese dal treno quella sera e non chiamò.
    Io rimasi seduto sulla panchina verde finché non fu silenzio, poi tornai a casa.
    Era stato tanto tempo fa: il 27 marzo 1987 per la precisione; il mio pene aveva appena iniziato ad alzarsi ad ogni profumo in gonnella e brufoli orrendi marchiavano la mia adolescenza. Marlene mi baciò sotto casa e fuggì; so perché fuggì ma non capii mai perché mi baciò.
    La rividi cinque anni dopo accovacciata ad un angolo di strada con una lattina di birra ai piedi, un lungo impermeabile sporco di catarro, sputo e piscio di gatto. Il suo odore mi nauseò, ma non glielo dissi né quella sera né mai. Le presi la mano con condiscendenza e subito avvertii che per lei fu sesso dei più intimi e accoglienti. Quel giorno Marlene si ossessionò di me.
    Marlene, la donna che per prima avevo amato, diventò la mia ombra costante. Rincasavo ed era lì ad aspettarmi, al bar mi fissava dal tavolino vicino alla porta, arrivavo al lavoro e Marlene mi sorrideva dal marciapiede accanto. Io guardavo le sue borse piene di cibo, i cartoni del latte, i capelli mai pettinati e la pelle erosa dal tempo e dalla mancanza di cura.
    Non mi parlò mai più di sé, non mi salutò, non mi fece domande e non mi sfiorò. La ricordavo bella, alta, magra, con il seno prospiciente, le cosce calde e l’ombelico perfetto, rotondo, scavato, i capelli mori lunghi lisci fino alle rotondità più ambite. Ora era gobba, rinsecchita, smunta, alghe al posto di capelli spenti. Non volli sapere cosa le era successo, perché si era ridotta così, ma la mia curiosità mi portava a fissarle il ventre incavato. Forse l’ho guardata con insistenza, forse le ho dato modo di sperare di tornare alla vita ordinaria: lavarsi, pettinarsi, sentire l’odore del cibo dal forno la domenica, grattarsi senza avere sguardi indiscreti addosso. Non aveva più una casa, né un affetto, di certo non lavorava la dolce Marlene. La sua occupazione principale ero io: Giacomo Stanzi, venditore di caldarroste in autunno, barista d’estate.
    Il primo giorno in cui mi inseguì fino a casa sentivo sulle mie natiche indurite dal lavoro, il suo sguardo tagliente, mi sembrava di sentire l’impercettibile schiocco delle sue labbra, il respiro più fitto, il gorgoglio dello stomaco per la fame. Mi inseguì fino al portone e lì si rannicchiò fino l’indomani. All’alba strisciò dietro di me fino la mia baracca fumante e rimase in attesa di un mio cenno. Non le diedi mai un boccone, mai un po’ d’acqua; non per cattiveria, ma non ci pensai. Di giorno in giorno persi la mia libertà. Marlene solo Marlene.
    Devo confessare che, quando una vecchia cliente, rugosa e senza denti, mi disse che gli assistenti sociali avrebbero ricoverato d’urgenza in un reparto psichiatrico il mio dolce primo amore, un po’ mi dispiacque. Quando sentivo la sua presenza, in mente mia, si presentava nitida l’idea dei suoi capezzoli rinsecchiti, come prugne in scatola. Forse a mio modo ho incoraggiato la piccola Marlene. Nei pressi della stazione aveva il suo nido. Non appena mi vedeva, montava su un treno fermo, poi scendeva come un’eroina e mi correva incontro e gridava Giacomo e io ero un uomo perfetto, amabile, desiderabile, anche se non ebbi mai il coraggio di porgerle nemmeno una caldarrosta.
    Era maggio, faceva già caldo e le crisi psicotiche erano incoraggiate dal cambio di stagione. La presero, la chiusero in ospedale e gli psicofarmaci, forse, la fecero disinnamorare di me. Pisa diventò noiosa da quel giorno, dal momento in cui Marlene non scese più da un treno per corrermi incontro. Mi lasciò come un uomo qualunque, seduto su una panchina verde della stazione a pensare che io, invece, di ossessioni non ne ho avute mai.

  • 14 gennaio 2010
    Il Pesce

    Come comincia: Che poi quella storia del pesce non mi aveva mai convinto. Quella che il venerdì bisogna mangiare pesce e non carne. Io ero sempre stato convinto che era per un motivo ben preciso, materiale , empirico, e non basato su un’iconografia prestabilita dalla religione e dogmatica, che lo si faceva. Nel senso, il senso era mosso naturalmente da quell’icona, e quindi dalla religione che aveva dato vita ad essa ed inculcatela nelle menti di coloro da controllare per fare in modo che il motivo materiale venisse accettato, senza mai vederlo per ciò che era davvero, senza nessuna obiezione. Perché l’immateriale era inverificabile e bisognava assumerlo come reale imprescindibilmente, dogmaticamente. Probabilmente in molti si sarebbero opposti ad un comando diretto senza una motivazione reale. Perché non potevano darla la motivazione reale, altrimenti nessuno l’avrebbe rispettata.
    Ed io ci avevo pensato a lungo, ed infine l’avevo trovata la risposta. Era il modo per tenere il prezzo del pesce alto. Se non vi fosse stata un’imposizione inoppugnabile le masse, che sono una maggioranza ma che vive sulla soglia della vivibilità ed è al contempo quella cui viene impedito di avere un bagaglio conoscitivo vasto, non avrebbe comprato pesce ad alto prezzo, perché avrebbe preferito risparmiare e non mangiarne preferendo un consumo di carne giornaliero, a costo meno alto. Sarebbe stato un cibo elitario, solo per i pochi ricchi, e si sarebbe persa una grossa fetta di mercato fra la maggioranza sulla soglia della vivibilità. Quindi ecco l’imposizione dogmatica. E così, chi veniva controllato a non avere un libero arbitrio forte, veniva anche controllato sulle spese economiche da fare, alimentando le sue stesse fonti di controllo.

  • 14 gennaio 2010
    Solitudine

    Come comincia: Guardò per l’ennesima volta l’orologio a muro sulla parete di fronte al letto, nella speranza che la lancetta delle ore avesse già percorso l’ultimo tratto di quadrante che mancava alle sei del mattino. Alle sei ci si poteva ben alzare, nessuno gli avrebbe rimproverato di essere troppo mattiniero! Gli altri ospiti non se ne sarebbero neppure accorti, se lui avesse evitato di far cigolare la rete, se si fosse infilato le pantofole di panno e, soprattutto, se non si fosse messo a passeggiare nervosamente per la stanza, picchiettando sul pavimento col quel maledetto bastone.
    Avrebbe avuto un po’ di tempo tutto per sé, prima di scendere a colazione nella sala comune. Che tortura! Tutti quei “Buongiorno!” da scambiare senza averne alcuna voglia; tutti quei “Dormito bene?” ipocriti, perché né a lui né agli altri interessava se l’ospite della camera accanto avesse dormito bene o male.
    Le notti erano interminabili, un vero calvario, con tutti quei dolori alle ossa che nessuna posizione poteva alleviare: e lì a girarsi e rigirarsi senza posa, inutilmente. Quando credeva di averne trovata una adatta, quando il fianco sembrava aver smesso di dolere, ecco di nuovo quelle fitte lancinanti, quel formicolio snervante e quel montare irrefrenabile di una rabbia sorda e impotente contro il mondo intero, contro la vecchiaia, contro il destino, contro Dio, se pure esisteva un Dio.
    Si svegliava alle sei per affacciarsi alla piccola finestra che dava sul fiume. A quell’ora, generalmente, un pescatore andava ad appostarsi con la sua canna di bambù sull’ansa sotto il pioppo e rimaneva lì per ore, nell’attesa che qualche trota abboccasse all’amo. C’era un silenzio assoluto a quell’ora, rotto solo dal frusciare delle foglie e dal cinguettio dei passeri. Nessuna voce umana a spezzare la pace.
    A lui la pesca non era mai piaciuta: troppa pazienza, troppo tempo inutilmente sprecato per un risultato spesse volte deludente.
    A lui era sempre piaciuto tutto ciò che comportava rischio, mente sveglia e prontezza di riflessi, creatività e immediatezza nel trovare una soluzione a qualunque problema.
    Aveva praticato l’aeromodellismo per molti anni, costruendosi da solo modellini di aerei anche abbastanza complessi e si sentiva veramente un dio quando li faceva decollare dai campi appena rasati, con quell’erbetta verde che profumava di fresco. E poi li faceva volteggiare in cielo come piccole schegge argentee, tra looping e voli rovesci, picchiate e risalite che sembrava volessero perdersi tra le nuvole; e infine l’atterraggio, sempre perfetto, sempre straordinariamente preciso nel punto in cui aveva deciso che dovesse avvenire….
    Poi quel maledetto ictus, l’emiplegia che gli aveva ridotto l’uso della mano destra, quella mano da “chirurgo e da orologiaio”, come la definiva lui…Ed era stata la fine, l’inizio della depressione, la solitudine, la perdita di ogni entusiasmo.
    Si era aggrappato a quell’hobby per dare un senso alla sua vita dopo la morte di sua moglie, compagna fedele e premurosa, per rassicurare i figli che vivevano lontano, per sopportare l’invadente presenza della sua badante polacca (una bravissima donna, per carità, ma un’estranea per lui), per sentirsi ancora vivo e capace all’età di settantotto anni.
    - Posso stare anche da solo, aveva detto ripetutamente ai figli in ansia per lui, posso cavarmela bene, sono autonomo, c’è Magda con me, riesco a sopportarla,purché non sia troppo invadente, non vi preoccupate, pensate alla vostra vita, ai miei nipoti, io so cavarmela.-
    Ed era stato davvero così per oltre sei anni, ma infine aveva dovuto cedere all’evidenza: non poteva più cavarsela da solo dopo quell’ictus, e nemmeno l’aiuto di Magda era ormai sufficiente.
    I figli avevano protestato, pianto, implorato: non avrebbero mai permesso che il loro padre, che aveva fatto tanti sacrifici, che li aveva sempre aiutati, che mai si era tirato indietro per risolvere ogni piccolo problema, dovesse finire i suoi giorni in una casa di riposo, mai.
    E invece lui aveva deciso di sì; solo in quel modo avrebbe conservato intatta ai loro occhi la propria dignità, lo faceva anche per il loro bene: dopo la sua morte dovevano ricordarlo con lo stesso amore di sempre, come un aiuto, un conforto, un punto di riferimento, non come un peso, fastidioso e insopportabile.
    Sentì picchiare alla porta e la voce di Stefano, l’assistente sociale del mattino, che lo invitava a scendere per la colazione, gli trafisse le orecchie. Era ancora alla finestra, e anche il pescatore era ancora sul fiume, con la sua canna in mano, in attesa che la trota abboccasse.
    La pesca non gli era mai piaciuta, ma in quel momento lo invidiò, con quella mano destra che girava veloce il mulinello. E forse per soffrire un po’ di più, come se ce ne fosse bisogno, si svegliava ogni mattina alle sei, per spiare dalla finestra quello sconosciuto, che non aveva bisogno di bastoni, che teneva stretta nelle mani la canna per ore e faceva girare così velocemente il mulinello con la destra.
    - Signor Luciano, vuole scendere per favore? Sono le sette passate, troverà il latte freddo. I suoi amici sono già tutti a tavola.-
    Si vestì alla meglio, dopo essersi sciacquato il viso con l’acqua tiepida ed essersi ravviato i capelli bianchi come neve.
    Stefano lo aspettava sul pianerottolo, con la porta del piccolo ascensore aperta chissà da quanto. Sorrise, ma a lui sembrò che lo facesse solo perché era pagato per sorridergli.
    Nella sala da pranzo il solito brusio, i tavoli già tutti occupati, solo il suo posto ancora vuoto. Andò a sedersi tra Michele e Gianni, che lo accolsero come sempre con il loro viso malinconico e buono.
    - Buongiorno a tutti!- disse, con tutto l’entusiasmo possibile - Dormito bene?-

  • 14 gennaio 2010
    Attrazione fatale

    Come comincia: Lei se ne stava lì, sul tappeto dinanzi al caminetto acceso, immobile in tutta la sua bellezza, mentre la fiamma guizzante l’avvolgeva a tratti con i suoi caldi riflessi.
    Dalla poltrona di fronte lui la guardava ammaliato, bloccato nei movimenti dall’intensità del desiderio che lo teneva inchiodato allo schienale, incapace di staccare lo sguardo dal disegno perfetto del suo corpo e nello stesso tempo attratto, calamitato, del tutto alienato rispetto a qualsiasi altro interesse.
    La distanza da lei non gli impediva di avvertirne il profumo: note di albicocche, di mango, di arancia, ma anche di nespole, datteri, crema di pistacchi e vaniglia.
    Sentiva sulle labbra il sapore del suo bacio, sapeva che se avesse soltanto accostato le labbra alla sua bocca, una dolcezza smisurata e coinvolgente si sarebbe impossessato di tutto il suo essere… e sarebbe stato perduto.
    Avvertiva nelle mani un formicolio che si espandeva dal centro del palmo alla punta delle dita e lo costringeva a stringere forte i braccioli per impedire al proprio corpo, fiaccato dalla passione, ma carico di desiderio insoddisfatto, di alzarsi e gettarsi su di lei senza più remore né contegno.
    Non riusciva a distogliere gli occhi dal suo collo sottile e slanciato, da quell’onda d’oro brillante. La tentazione irresistibile di affondarvi il viso, di sentire sulle mucose asciutte del palato la sua fresca carezza, rigenerante, appagante, gli contraeva i muscoli dello stomaco.
    Capì di essere sull’orlo di un vero e proprio raptus: come una pentola a pressione senza valvole di sfogo, la sua mente, con l’aumento progressivo ed incessante delle emozioni, sarebbe esplosa.
    E allora ci sarebbe stata la liberazione e con essa lo sfogo violento, incontrollato ed irrazionale delle emozioni e delle frustrazioni represse. Avrebbe inveito, rovesciato il tavolo, lanciato oggetti, avrebbe distrutto, forse ucciso.
    Tutto ciò non poteva, non doveva accadere. In fondo, l’ascesi, la mortificazione della carne, la rinuncia, i supplizi e le auto flagellazioni erano argomenti che riguardavano i santi e i martiri, non i miseri mortali come lui! Non aspirava alla gloria né dei cieli né del mondo, ma solo a soddisfare quel desiderio che gli stava prosciugando la carne.
    Ormai convinto sul da farsi, si alzò lentamente dalla poltrona, le labbra distese in un dolce sorriso, e si accostò al caminetto, dove lei continuava a starsene immobile al solito posto sul tappeto, pronta a concedersi senza opporre resistenza.
    Si accovacciò accanto a lei, senza parlare, ne sfiorò delicatamente il corpo levigato con le dita, senza fretta, per prolungare ancora un po’ l’attesa e rendere più intenso il momento della raggiunta soddisfazione.
    Poi la strinse con tutta la forza del desiderio, la stappò con un colpo deciso, la portò alle labbra e ne tracannò il contenuto a grandi sorsi, svuotandola in men che non si dica, fino all’ultima goccia.

     

    Note
    Scritto per l'incontro eno-culturale "Versi di-vini Vini di-versi"
    MOSCATO DI NOTO

    Il Musico Color giallo oro brillante con note di albicocche , mango, buccia di arancia, nespole, datteri, crema di pistacchi e vaniglia. Marmellate di agrumi. L'aspetto fruttato è fuso con aromi di tea, fiori di mimosa e zagara, zenzero, sesamo. Un insieme che ricorda tutto il profumo della pasticceria siciliana. La dolcezza si impone con grazia sulle componenti acide e alcoliche. 

  • Come comincia: C’era una volta un comunissimo ragazzo che, per mantenere il suo anonimato, chiamerò Alessio. Alessio viveva in un anonimo paese, una piccola cittadina dalla storia antica, di circa diecimila abitanti. Era un ragazzo tranquillo e riservato che si teneva lontano da ogni situazione che potesse sfociare in cattive acque. Aveva pochi amici, ma buoni, persone di cui fidarsi nel momento del bisogno e non solo. In una cittadina come quella in cui viveva le persone si conoscono un po’ tutte, ma Alessio non era un tipo popolare, non era uno di quei ragazzi che si mettono in mostra in chissà quale modo. A lui bastavano solo la sua famiglia e i suoi amici, niente di più, ed il paese viveva tranquillamente anche senza conoscerlo.
    La grande passione di Alessio era il cinema, amava il cinema. Da un paio d’anni sognava di diventare un grande regista. -Vorrei vincere l’Oscar e poi permettermi il lusso di mandare a fanculo l’intera Academy – diceva. Cioè uno come nessun’altro. Amava soprattutto il cinema drammatico, vuoi perché guardare persone che stavano messe peggio di lui lo faceva stare meglio con se stesso, vuoi perché la felicità narrata dai film è sempre stata così paradossale. I suoi film preferiti, non avrebbe mai potuto scegliere l’uno o l’altro, erano “L’Esorcista”, - Mi fa venire i brividi alla schiena – ripeteva ogni volta che ascoltava la colonna sonora del film; e “La sottile linea rossa”. Non ha mai spiegato il perché, ma gli piaceva.
    Ad Alessio piaceva molto, anche, il basket ma non si è mai cimentato in questo sport. Invece, per un periodo praticò atletica leggera. Qualcuno diceva fosse anche bravo ma quando arrivò il momento di diventare professionista Alessio decise di abbandonare. Qualcuno gli chiese il perché, ma non ha mai saputo rispondere neanche a questo. In effetti erano molte le domande a cui non sapeva rispondere. Comunque, quando aveva bisogno di rilassarsi, tornava nuovamente a indossare le scarpe da ginnastica e a correre un po’.
    Alessio si accontentava di piccole cose: stare spensieratamente con gli amici, magari con una birra in mano, tornare a casa e ritrovare la sua famiglia.
    Un giorno, a maggio, Alessio si alzò di buon ora e vide, sbirciando dalla sua finestra, che fuori c’era una bella giornata primaverile. Il cielo era sereno con un paio di nuvole ed un sole che cominciava a farsi sentire. Con il trascorrere delle ore la mattinata si fece ancor più bella, le pochi nubi che erano presenti sparirono all’orizzonte e il cielo acquistò un acceso color azzurro. Il sole divenne ancor più caldo, sembrava che fosse già arrivata l’estate.
    Alle diciotto in punto di quel giorno, non si sa per quale ragione, Alessio uscì da casa indossando dei pantaloncini neri, scarpe da ginnastica e maglietta bianca, pronto a correre. Si era da poco alzato un leggero venticello fresco, molto piacevole, che mitigava la calura del sole. Per Alessio correre era una liberazione, il miglior modo per scrollarsi di dosso tutti i malumori che la vita gli aveva riservato. Il tragitto che percorreva abitualmente ha un paesaggio mozzafiato, una strada sull’alto del monte che guarda tutta attorno a sé.
    Il vento, intanto, divenne più forte, il cielo si annuvolò fino a diventare coperto e grigiastro. Alessio non si preoccupò più di tanto, mancava poco, ormai, per finire il giro e tornare a casa. Proseguì, quindi, a correre ritornando a perdersi nei suoi pensieri. Lui era un sognatore.
    Ad un tratto gli squillò il telefonino. Alessio lo estrasse dalla tasca dei pantaloncini e rispose. Era un suo amico. I due si intrattennero qualche minuto a chiacchierare mentre Alessio continuava a correre a passo lento.
    Mentre continuava a parlare al telefono vide avvicinarsi una ragazza. Gli sembrava bellissima. Visse quei secondi lentamente. Pian piano i due si avvicinarono. Era bellissima. Si chiamava Roberta ma questo Alessio non lo sapeva. Lei era più piccola di qualche anno, aveva i capelli biondi, corti, gli occhi blu e un corpo dalle curve seducenti. Alessio ebbe un attimo di smarrimento, per un attimo gli si fermò il fiato mentre quella splendida ragazza gli passava accanto. Per un istante i loro sguardi si incrociarono. Ma durò poco, Roberta proseguì la sua corsa mentre Alessio, rimasto senza parole, si fermò un attimo a guardar fuggire quella bellissima giovane donna, mentre dall’altro capo del telefono il suo amico continuava a chiamarlo senza ricevere risposta.

     

    Fu un colpo di fulmine…

    Bizzarra la vita. Quella mattina, guardando il cielo nessuno avrebbe mai pensato che sarebbe mai potuto solo piovere.
    In effetti non cadde nemmeno una goccia di pioggia ma solo un colpo di fulmine. Un unico colpo di fulmine nel raggio di cento chilometri. Un unico fulmine che colpì lo sfortunatissimo Alessio.
    Ci fu un boato fortissimo. Roberta cadde a terra spaventata e frastornata. Per qualche secondo ogni abitante del paese si fermò ad ascoltare il boato di quel fulmine. Poi si guardarono tra di loro e si chiesero cosa fosse stato.
    Dopo qualche istante Roberta si rialzò, si voltò e vide del fumo alzarsi verso il cielo. Ancora impaurita si avvicinò con cautela alla fonte di fumo. Poi un urlo. Lo sentirono in tutto il paese, più forte del boato che il fulmine aveva causato. Nel paese si guardarono tra di loro e senza dire una parola si chiesero: - Ma che cazzo sta succedendo?
    Roberta scappò via, correndo più forte che poteva. Qualche minuto più tardi giunsero i soccorsi: arrivarono i pompieri, un'ambulanza e i carabinieri. Ma non c’era niente da fare, ormai di Alessio era rimasta solo una carcassa bruciata. Era uno spettacolo orrendo. Pian piano giunsero, anche, folle di curiosi che ebbero il dispiacere di assistere a quella macabra scena. Bastarono un paio di minuti perché la notizia di quella raccapricciante morte si spargesse in tutto il paese. Ma nessuno sapeva ancora chi fosse la vittima di quello sfortunato avvenimento. Dopo aver fatto il giro di tutto il paese, la notizia giunse infine ai genitori di Alessio. Ed allora si poté dare un nome a quello sfortunato ragazzo.
    Fu una scena insopportabile, per tutti. Non si poteva restare indifferenti di fronte al dolore dei genitori che piangevano il loro figlio. Il passaparola svelò silenziosamente il nome della vittima. Il nome di Alessio fu bisbigliato da una bocca all’altra. -Ma chi è questo Alessio? – si chiesero tutti. -Il figlio di… - rispondeva qualcuno, -Ah! – esclamavano allora.
    -Ma chi è questo Alessio? – continuavano a domandarsi.
    Finalmente i resti di Alessio furono raccolti e portati via. Sull’asfalto restò una macchia nera, di bruciatura. Fu a questo punto che una persona disse: -Era un ragazzo dolcissimo, non meritava di fare questa fine.
    E così che cominciò tutto.
    -Era altruista, aiutava sempre i bisognosi, non si tirava mai indietro. – oppure, -Era la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, mi mancherà tantissimo. – Ci fu addirittura chi disse: -Una volta mi salvò la vita, gliene sarò grato in eterno.
    Le ore passarono, giunse la notte, ma il paese non riusciva ad addormentarsi, nessuno avrebbe potuto dormire dopo un evento del genere, così la gente continuò a raccontarsi quanto esemplare fosse stato Alessio, quanto fosse simpatico, allegro, divertente, bello, intelligente, altruista, buono, generoso, coraggioso, umile. Mentre i suoi familiari e gli amici rimasero in silenzio chiusi nel loro dolore.
    Il giorno dopo sul luogo dell’incidente la gente cominciò a portare mazzi di fiori per esprimere il loro dolore. Piccoli mazzetti di fiori di campo. Poi ad un tratto arrivò qualcuno che pose un grosso bouquet di fiori dal diametro di un metro. -Io lo conoscevo bene, il mio dolore è più grande del vostro, e lo dimostro con questo gesto – disse la persona che portò quell’enorme cesto di fiori.
    La mattina seguente si svolsero i funerali a cui prese parte l’intera popolazione, non mancava nessuno, uomini, donne, bambini, anziani, invalidi, tutto il paese decise di fermarsi per quel giorno. Tutti i negozi rimasero chiusi per lutto, ogni attività fu sospesa per cordoglio verso la famiglia di Alessio. La chiesa non era grande abbastanza così all’esterno si formò un’immensa folla di gente che accolse il feretro con un interminabile applauso.
    La sera, verso le venti, un uomo, con la moglie i suoi due bimbi, uscì, candele in mano, iniziando una fiaccolata per ricordare Alessio. Camminando per le strade del paese si aggiunsero delle altre persone, poi degli altri ancora, e ancora. I genitori e gli amici di Alessio rimasero senza parole nel vedere l’intera popolazione che, candele in mano, si dirigeva verso il luogo dove Alessio si era spento. La folla rimase fino all’alba a pregare per quel povero ragazzo.
    La mattina, ancora stremati dal dolore per la morte di Alessio, nessuno aveva voglia di ritornare alla vita normale. Così il Sindaco dichiarò che quel giorno ci fosse lutto cittadino. In tal modo ognuno poteva rimanere ancora a piangere per Alessio.
    Un gruppo di persone decise di fondare un’associazione benefica in nome di Alessio, con lo scopo di aiutare tutti coloro che ne avessero bisogno. –Alessio era un ragazzo dal cuore d’oro. Dava una mano a chiunque gli chiedesse aiuto. Con questa associazione noi vogliamo ricordarlo per il suo altruismo, la sua virtù maggiore – disse il neopresidente ad un giornalista locale.
    Un ricco imprenditore locale decise invece di dedicare al povero Alessio un monumento commemorativo, che fu costruito sul luogo dove era ancora visibile la chiazza nera di bruciatura. I lavori furono celeri, l’opera fu realizzata in soli due mesi. Adesso dove cadde quel fulmine si erge una discutibile piramide di bronzo, alta venti metri ed una base di cinque metri per cinque, con una targa in cui è inciso “Per ricordare Alessio”.
    A questo punto il sindaco del paese sentì il dovere di indire immediatamente un lutto cittadino fino a nuovo ordine. Dopo di che iniziarono ad essere raccolte firme per cambiare il nome del paese in Alessiopoli. Quasi tutti firmarono quella richiesta, gli unici che non la firmarono furono i genitori e gli amici di Alessio.
    -L’intera cittadinanza si è mossa per offrire la giusta commemorazione ad Alessio, solo loro – disse uno indicando i genitori e gli amici di Alessio – non hanno reso il giusto ricordo. Io propongo di esiliarli dal paese. – avanzò poi.
    La proposta fu approvata dall’intera popolazione e qualche giorno più tardi i genitori e gli amici di Alessio furono allontanati a vita dalla cittadina.
    La portata del fenomeno acquistò sempre una maggiore grandezza. Giunsero i giornalisti e le televisioni. Furono scritti articoli da prima pagina, saggi, furono realizzati servizi televisivi…
    Poi, un giorno, molti anni dopo, quando ancora era in vigore il lutto cittadino, un piccola bambina di otto anni, dopo aver fatto una passeggiata in bicicletta ed aver letto la targa della piramide, chiese al suo papà: -Papà, chi è Alessio? – Ma il padre non seppe risponderle.

    Sono passati tanti anni da quella vicenda, e nessuno ha mai saputo chi fosse stato, veramente Alessio. Io lo conoscevo e devo dire che non c’era motivo di creare tutto questo trambusto per un coglione capace di farsi beccare dall’unico fulmine caduto nel raggio di cento chilometri.
    Eppure gli volevo bene.

  • 13 gennaio 2010
    Con i piedi tra le nuvole

    Come comincia:

    Alice è bella, Alice è bellissima. È una di quelle bellezze rare che più le guardi più capisci che sono meravigliose.
    I capelli neri lucenti le illuminano il viso dove due grossi occhi neri fanno bella vista anche grazie ad un astutissimo trucco leggero che applica sul volto. I denti sono di un bianco ammaliante, fanno da sfondo al rosso vivo delle sue labbra carnose.
    Ha le mani curate ed affusolate, sempre ben decorate da smalti spesso scuri, a volte persino neri che la rendono misteriosamente sexy. I seni! Li valorizza astutamente con i vestiti: una scollatura intrigante, una maglietta aderente; qualunque cosa indossi è difficile non far cadere lo sguardo, almeno per un istante, sui suoi seni. Le sue gambe dovrebbero essere sempre nude ma ciò non è sempre possibile, a volte le calze le coprono o i jeans prendono il posto della minigonna esaltando però il suo sedere.
    Ha un ottimo gusto per l’abbigliamento. Veste sempre bene, sempre alla moda, con jeans a vita bassa che a volte lasciano vedere provocatoriamente, mai volgarmente, i perizoma che indossa solitamente.
    I suoi piedi sono bellissimi ma erano l’unica parte del suo corpo che non le piaceva di lei e potendo preferiva coprirli. Una volta l’avevo sentita lamentarsi con una sua amica, non le piacevano. Neanche lo smalto con cui decorava le unghie dei piedi, sempre dello stesso colore di quello sulle mani, serviva a farle cambiare opinione. Neanche coperti le piacevano, faceva una gran fatica a trovare delle scarpe che non glieli facessero odiare.
    Per me erano bellissimi, ogni feticista sarebbe impazzito se avesse avuto la fortuna di vederli, nudi e smaltati.
    La prima volta che vidi Alice fu qualche anno fa, sull’autobus. Veniva dall’estate ed aveva ancora l’abbronzatura addosso. Era splendida, con tutto ciò che il suo corpo offriva in bella vista. Le gambe nude, i piedi scoperti e smaltati di nero come le mani, una maglietta aderente con ampia scollatura. Un vero incanto.
    Non sapevo ancora il suo nome, lo scoprii nei giorni seguenti perché continuai a vederla tutte le mattine sull’autobus con le sue amiche. Andava al quinto liceo.
    Ogni mattina saliva qualche fermata dopo la mia, così decisi sempre di aspettarla per sedermi dietro di lei, se era possibile, per poter ascoltare le sue parole, mai a fianco però, perché non ne avrei avuto il coraggio, ero troppo timido, allora, e non avrei saputo dirle nulla.
    Aveva una bella voce con un accento fiorentino che la rendeva ancor più intrigante di quanto non fosse già.
    Capitava spesso di sedermi vicino a lei, così potevo ascoltare quello che raccontava.
    Iniziai a scoprire tutto di lei: cosa guardava in tv quando restava a casa, dove andava quando usciva, con chi ci andava, cosa faceva, quali bevande beveva, con chi fumava, quali ragazzi le piacevano, che musica ascoltava, quando andava al cinema, quando, invece, in discoteca, dove andava quando marinava la scuola, quando si assentava perché malata, come si chiamava suo fratello, quali erano gli argomenti di litigio con i suoi genitori, in quale università si sarebbe iscritta una volta concluso il liceo, quali erano i suoi desideri, le sue paure, quali i suoi sogni, quando compiva gli anni, come si chiamavano i suoi amici.
    Ascoltavo anche loro per poter sapere cosa pensassero di lei. Era un’amica fidata, nessuna delle sue amiche aveva da ridire su di lei. Molti dei suoi amici, invece, avrebbero voluto avere con lei un altro tipo di rapporto ma lei non si concedeva se non per amore.
    Mi appuntavo tutto su di un quaderno, giorno per giorno.
    Lo rileggevo spesso, lo studiavo. Sapevo tutto di Alice.
    Vedevo i film che vedeva lei, leggevo i libri che leggeva lei, fumavo le sigarette che fumava lei, bevevo quello che beveva lei, andavo a vedere le vetrine dei negozi dove comprava i vestiti. Facevo tutto quello che faceva lei.
    Un giorno la sentì litigare col suo fidanzato. Si chiamava Marco, un tipo qualunque che sembrava non avere grandi qualità, aveva la sua stessa età, stavano assieme da qualche mese. Lei aveva l’impressione che la tradisse. Io la realtà la conoscevo, l’avevo sentita il giorno prima proprio da Marco che parlando con i suoi amici aveva raccontato che ad una festa aveva incontrato Sonia, una sua ex. Lei era leggermente brilla, così lui ne aveva approfittato perché, disse, non poteva farsi scappare l’occasione.
    La gelosia mi invase. Lui non la capiva, non sapeva nulla di lei, non la meritava. Io invece sapevo tutto, la conoscevo in ogni sua cosa, avevamo gli stessi gusti, eravamo fatti per stare assieme.
    Così mi decisi a far qualcosa.
    Nei giorni seguenti, dopo che si lasciò con Marco, provai a sedermi accanto a lei ma ci riuscii solo in un paio d’occasioni senza però rivolgerle una parola. Avevo il cuore che mi batteva all’impazzata per l’emozione, ma non avevo il coraggio di dirle nulla. Pensavo di non essere il tipo che faceva per lei. Era troppo bella ed io non lo ero abbastanza per interessarle.
    Poi una mattina, lo ricordo ancora, era l’ultimo giorno di scuola, mentre parlava con un’amica, si voltò verso di me e mi fece un sorriso.
    Le piacevo, era chiaro, adesso non potevo perdere altro tempo. Come avevo potuto immaginare che lei giudicasse solo il lato esteriore delle persone. Lei era diversa, andava oltre. Aveva intuito che in me c’erano tante altre qualità.
    Così aspettai alla fermata per prendere l’autobus col quale tornava a casa, dopo la scuola. Era strana, forse aveva capito che stavo attendendo solo il momento giusto.
    La seguii fino a casa. Arrivati davanti al cancello della palazzina dove abitava mi precipitai per entrare insieme a lei.
    Mi guardò con uno sguardo particolare. Era sorpresa di vedere che finalmente avevo deciso di agire. Non aspettava altro.
    Entrai con lei in ascensore.
    Mi guardò e mi chiese gentilmente: - Tu vai al primo, vero?
    Non riuscivo a dire una parola, avevo il cuore che mi batteva come mai, ero emozionantissimo.
    - Conosci qualcuno in questo palazzo? Mi chiese sorridendomi.
    Non riuscii a risponderle nulla in quel momento.
    La rapii e la portai a casa con me.

    Viveva con me a casa mia, mi aspettava, tutti i giorni, davanti la tv che le lasciavo accesa in camera.
    Dopo mangiato mi chiudevo in camera mia e passavo il resto della giornata con lei. Mi aiutava a fare i compiti, giocavamo insieme al computer, guardavamo la tv, facevamo delle lunghe discussioni su argomenti vari. Parlavamo dei suoi piedi. L’avevo convinta che aveva dei bellissimi piedi e che non doveva coprirli mai, così cominciò ad indossare le scarpe aperte che per lei avevo preso, di nascosto, da casa sua assieme a tutti i suoi vestiti affinché potesse essere più bella di quanto non fosse già. Parlavamo di noi, dei nostri sogni più segreti, delle nostre paure, di cosa avremmo fatto non appena fossi diventato maggiorenne. Volevamo sposarci e andare a vivere in una città dove non dovevamo nascondere il nostro amore al resto del mondo. Lei voleva avere tanti bambini, voleva che fossi il suo uomo per il resto della sua vita e io volevo esserlo.
    Eravamo felici assieme. Non le facevo mancare niente, le facevo avere tutto ciò che voleva. La trattavo come una principessa perché lei era la mia principessa.
    Ogni giorno, quando tornavo a casa, le portavo sempre un regalo. Dei fiori, le piacevano le rose blu, le più belle; dei vestiti nuovi perché potesse essere sempre alla moda, dei film da vedere, dei libri perché potesse continuare a studiare. Aveva rinunciato ad andare all’università perché voleva stare con me, ma io avevo insistito affinché continuasse a studiare. Era intelligente, era una cosa che mi piaceva molto di lei e volevo che continuasse a restarlo, altrimenti non avrei potuto continuare a fare con lei quelle discussioni che mi piaceva tanto fare. Con lei si poteva parlare di tutto, era intelligente quanto bella. Le regalavo anche dei trucchi e degli smalti affinché potesse continuare a farsi più bella di quanto non fosse già, nonostante non vedesse nessuno. Doveva essere solo mia e lei voleva essere solo mia. Faceva tutto questo perché mi amava e non voleva vedere che me.
    Quando i miei entravano in camera mia, per le pulizie o per riordinarla, lei si nascondeva sotto il letto. Non voleva che ci scoprissero, aveva paura che non accettassero il nostro amore e ci dividessero. Diceva che gli altri non avrebbero potuto capire il nostro amore e che se ci avessero separati lei si sarebbe suicidata perché non avrebbe potuto sopportare la lontananza da me. Così continuammo ad amarci di nascosto, nella nostra stanza, lontano da tutti quelli che non avrebbero potuto capire il nostro amore.
    Stavamo bene assieme, nulla sembrava intaccare il nostro amore.
    Ma ieri, tornando da scuola, l’ho vista sull’autobus. Era scappata.
    Se ne stava avvinghiata ad un ragazzo che non avevo mai visto. Calzava dei sandali ed aveva le unghie dei piedi e delle mani smaltati di nero. Aveva le gambe nude, coperte solo da una minigonna ed una magliettina aderente. Era bellissima come mai lo era stata prima per me.
    Rimasi lì a guardarla senza dire una parola mentre quello sconosciuto sembrava consolarla.
    Mi aveva abbandonato.
    Poi ad un tratto si è girata verso di me, per un istante, guardandomi malamente.
    È scesa alla sua fermata insieme a quel ragazzo che l’aiutava a portare due grosse valigie in cui aveva messo tutta la roba che aveva a casa mia. Stava ritornando a casa.

    È la seconda volta che ascolto questa storia, mio figlio l’ha confessata ieri a pranzo, tornato da scuola, lasciandomi sbalordito. Anche Francesca, mia moglie, ne è rimasta sconvolta, le si leggeva in viso la stessa paura che mi assaliva ed oggi non ha avuto la forza di accompagnarmi.
    Ma non riesco ancora a credere che mio figlio abbia immaginato tutto ciò. Avevo sempre pensato che fosse un ragazzo introverso, troppo timido e solo. Se ne stava sempre chiuso in camera sua, da solo, senza vedere nessuno, anche se io avevo più volte cercato di convincerlo ad uscire o ad invitare un amico. In tre anni di liceo non l’ho visto parlare con nessuno. Nella sua stanza si era creato il suo paese delle meraviglie ed aveva pensato di condividerlo con Alice.
    Non riesco ancora a crederci.
    Guardavo lo psicologo continuare a prendere appunti, in un compassato silenzio, mentre mio figlio se ne stava tranquillamente seduto sulla poltrona di pelle. Lui ci credeva a quello che aveva raccontato. Io invece non riesco ancora a crederci.

  • 11 gennaio 2010
    Bianco Natale

    Come comincia: Nevica su queste mura antiche. Non speravo più di vedere la neve.
    Il vialetto romantico che si snoda lungo i bastioni medievali della città, sta lentamente imbiancandosi cogliendomi di sorpresa. Ho lasciato da poco, alle mie spalle, Castelsismondo e la breve piazzetta di Porta Montanara. La lunga muraglia interna, che s’incurva con l’incurvarsi della strada, nasconde la vista delle case e delle strade: solo il campanile di Santa Chiara svetta là dietro, contro il cielo di piombo. Cascate di edera scendono rigogliose dall’alto del muro e accolgono il dono impalpabile e prezioso della neve. Ecco, dietro la svolta, Porta Romana ornata dalle pietre bianche e dai bassorilievi dell’Arco d’Augusto. E qui lo svolgersi parallelo delle due cinte murarie, quella antica e quella medievale, si rivela evidente. Sembra quasi di vederli i due bastioni, poco distanti l’uno dall’altro, segni di epoche diverse in una città piena di vita, di attività e di movimento, dove col tempo le case si sono addossate alle case, appoggiandosi alla prima cinta muraria e creando un unico agglomerato di edifici. Tutto distrutto, ormai, dalla storia e dagli eventi nefasti dell’ultimo secolo. Di qui, per Borgo San Giovanni, parte l’antica via consolare in direzione di Roma, la via Flaminia; come all’altro capo dell’abitato, dal Ponte di Tiberio e lungo Borgo San Giuliano, comincia a snodarsi la via Emilia che conduceva verso il mondo celtico e il vasto, misterioso nord.
    C’è qualcosa di simbolico nello sfarfallio della neve sui merli, nella dissoluzione dei candidi fiocchi sul prato, nel silenzio che oggi circonda questo monumento così solitario e imponente, un po’ sdegnoso e un po’ malinconico. È un silenzio che parla, come parlano le pietre, come parla la cortina leggera di neve che sta velando i contorni dell’Arco, tanto da farmelo sembrare un’illusione, una visione sognata per dar vita ai miei pensieri.
    C’è una poesia francese ricorrente nella mia memoria.
    “Ou sont les neiges d’antan?”: dove sono le nevi di un tempo? Questo verso ha una suggestione che ritorna sempre. Evoca ricordi, nostalgie, immagini sepolte nella mente e ancora magiche per il cuore. Contiene una musica dell’anima, un intero mondo di sensazioni e di sogni che risalgono all’infanzia, ma che sopravvivono negli anfratti nascosti del mio inconscio.
    Dove sono le nevi di un tempo? Quando leggevamo i libri per ragazzi o i sussidiari delle scuole elementari fitti di illustrazioni “naif” (e il naif non era ancora uno stile), dove le immagini di vita quotidiana erano semplici e colorate come i disegni dei bambini, ma avevano la ricchezza popolosa dei quadri di Bruegel e fissavano gesti ed emozioni in una staticità fuori dal tempo diventando riferimenti ideali... Quando aspettavamo ansiosamente la neve e la realtà si confondeva con la fantasia nell’immaginare un Natale fatto di slitte e campanelli, di cristalli di ghiaccio che sembravano stelle, di bianche notti incantate che sapevano di fiaba, di presepi fabbricati con fantasia ingenua e ricca d’inventiva, di canti liturgici ascoltati con commozione vera. E le lettere a Gesù Bambino o i cartoncini augurali scintillavano di polvere d’argento… Quando sognavamo gli elfi del bosco, la regina delle nevi e l’alone luminoso delle lampade oscillanti degli gnomi, sapendo bene che erano creature immaginarie, ma che inondavano il cuore di poesia. Quando riuscivamo a cogliere istintivamente il senso delle cose, e a goderne con semplicità, senza che nessuno frapponesse tra noi e la nostra mente cumuli di messaggi mediatici, quantità smisurate di oggetti da possedere, martellamenti di luci e di suoni, frenesie consumistiche. Non c’era, allora, la vertigine dell’acquisto, lo stordimento del divertimento continuo, la necessità di riempire le ore ad ogni costo e di rompere il silenzio ad ogni costo.
    C’era, anzi, la magia del tempo e del silenzio.
    Dove sono le nevi di un tempo? Quando i giochi e le letture e la vita quotidiana erano un’unica realtà impastata di affetti familiari, sicure regole di vita e intimo calore. Quando si guardava il mondo con occhi fiduciosi e non c’erano stridori, perché la realtà era solo quella, con i suoi volti di gioia e di sofferenza, chiunque ce ne parlasse, senza contrasti o interpretazioni o regole mutevoli o possibilità virtuali. Quando essere bambini voleva dire farsi cullare dalle certezze degli adulti che sapevano la strada, e i bambini potevano affidarsi a loro e tentare pian piano di crescere. Quando non sapevamo ancora che sognare la vita e poi viverla sono due cose assai diverse, ma nel sogno dell’infanzia riuscivamo a trovare lo slancio ideale per camminare e mantenere la direzione. E quando essere giovani era una specie di avventura tutta da vivere con passione e col gusto della scoperta.
    Oggi è tornata la neve. Non è più la neve di un tempo, ma mi avvolge ugualmente col suo incanto.
    Scende sui merli di Porta Romana, questo Arco d’Augusto che ha da poco ritrovato una sua accettabile dignità. Scende su quel che resta delle antiche mura e più avanti, in fondo alla strada, sui ruderi dell’Anfiteatro, sulle chiome del parco che ricopre il corso del torrente Aprusa.
    Scende lieve e gentile sfiorandomi con dolcezza, nascendo dal nulla, correndomi incontro dalle profondità grigie del cielo e scomparendo nel nulla, sul terreno umido. Mentre io resto affascinata dalla musica del silenzio: mute armonie, ritrovati accordi del cuore e assorte divagazioni della mente. Una sinfonia che non ha note perché nasce al di là delle sensazioni e delle percezioni, direttamente da una misteriosa sintonia universale che si riesce a cogliere solo quando sappiamo ascoltarci.
    Lo sento come un regalo di giovinezza, una rinascita di emozioni: mi torna quella voglia di vivere, quell’accettazione gioiosa di rinnovate occasioni e di possibili slanci che erano forse di un’altra età. Non è più la neve di un tempo: è destinata a sciogliersi presto, non ha lo smalto brillante delle esperienze vissute per la prima volta, ma ha la stessa freschezza eccitante, anzi, è più cangiante nei suoi riflessi, nella luce dei suoi cristalli. È più viva per lo stupore della riscoperta inattesa, la sorpresa di sentire in se stessi la vitalità e l’emozione di un tempo, arricchite dalle infinite gradazioni di sensibilità e di consapevolezza portate dagli anni trascorsi, non escluse la sofferenza e la capacità di “elaborare” il dolore. Forse è tutta in noi la capacità di vivere e poi di rivivere, di assaporare e di gioire, di ritrovare una giovinezza del cuore e dei sensi, senza rimpiangere le “neiges d’antan”.
    Non nevica più. Ma nevicava davvero? E nevicava in passato?
    Forse siamo noi a ricordare la neve solo perché ricordiamo come eravamo: perché è la nostra poesia dell’animo che la immagina, la proiezione di un desiderio, la nostalgia inespressa per tutto ciò che era e per tutto ciò che ci sembra non esserci più.
    No, non è nevicato: sono io che ho sognato la neve.

  • 11 gennaio 2010
    La realtà di un sogno.

    Come comincia: Il cucchiaino di finto argento si ostina a girare, spinto in maniera automatica dalle terminazioni nervose della mia mano.
    Il cappuccino, anzi no, per la precisione lo zucchero con il cappuccino, visto e considerato che ci ho affogato dentro ben tre bustine di quei dannati granellini scintillanti, ormai è diventato un caffè latte in quanto privo di schiuma. Non so perché mi ostino a sedermi ai tavoli dei bar della città e ordinare cappuccini su cappuccini visto che a me il caffè neanche piace. Per di più siamo a Londra e qui non sanno neanche che cosa sia un buon cappuccino.
    E questi sono i risultati che si verificano ogni volta: soldi buttati via e la tazza lasciata intatta!
    Non è difficile indovinare il pensiero che scorre dietro il sorriso della barista e, sicuramente, non sarà un pensiero di approvazione o stima.
    E come posso non essere d’accordo con lei? In fondo sono la bellezza di tre lunghi mesi che tutti i venerdì, senza perdermene neanche uno, entro in questo posto, mi siedo, ordino, passo ore a giocare con la finta argenteria fissando il vuoto oltre l’enorme porta a vetri dell’ingresso.
    Aspettando qualcosa che neanche la mia mente contorta riesce a decifrare. Forse dovrei andare a fare una visita accurata. Tutto questo potrebbe essere solo il frutto di un delirio complesso.
    Eppure no, non può essere un delirio, sono sicura che io quegli occhi di ghiaccio e quel sorriso di diamanti l’ho visto realmente varcare quella porta in una piovosa mattinata di un venerdì di febbraio. E anche il venerdì successivo e quello dopo ancora. E poi di colpo è sparito, svanito dietro alla monotonia della città, come rapito dall’immensità della massa.
    Ma io devo ritrovarlo a tutti i costi e capire se il mio sogno può trasformarsi in una dolce realtà o solo in un’enorme delusione.
    E lo aspetto qua, sotto il sorriso ironico della barista, fregandomene dei suoi pensieri e dei suoi negativi giudizi.
    All’improvviso la porta si spalanca.
    Con andatura elegante e decisa si avvicina verso di me. Io mi alzo come ipnotizzata dai suoi occhi e dalla fresca fragranza della sua pelle.
    Prende il mio viso tra le sue grandi mani e avvolge le mie labbra da un dolce e appassionante bacio, mentre il mio cuore si scioglie come lo zucchero nel cappuccino.
    Senza allontanare i nostri corpi usciamo da quel posto ormai diventato troppo familiare per me e ci disperdiamo nell’immensità della città, con la sicurezza che ormai non sarò più da sola a dover affrontare le ostilità della vita, ma adesso siamo diventati noi…
    Il rumore squillante della sveglia del mattino mi fa sobbalzare dal letto, tenendo ancora stretto il cuscino tra le mie braccia. Mi sembra di sentire il suo odore e il ghiaccio dei suoi occhi sopra di me. Ma in realtà siamo diventati noi soltanto nei miei sogni, perché nella realtà quel dolce principe non ha ancora bussato alla mia porta.

  • 11 gennaio 2010
    Un giro all'inferno

    Come comincia: M. è bella, cercava una casa ed ha trovato noi.
    Poi ha cercato noi e non so se ha trovato ciò che voleva.
    Siamo andati con le solite aspettative e le solite bottiglie.
    M. è bella, di quel biondo sottile, con occhi grandi e chiari e tratti delicati, con pochi spigoli, sembra un angelo.
    Ma gli angeli, si sa, reggono poco il vino e, dopo un paio di bottiglie, è là che guarda divertita l'amica che si sfila le mutande.
    Antonio è senza maglietta, se lo può permettere, io faccio le carte e la prossima sarà lei.
    Non rimane altro da togliere e così finisce il poker, tocca a me scegliere, scelgo lei, Antonio se ne farà una ragione.
    M'accompagno con una bottiglia di vodka liscia, una mezza di sciroppo di menta e un paio di bicchieri.
    Lei mi sbatte sul letto e inizia a danzare.
    Chissà da quanto aspettava una serata così, l'avrà preparato bene il suo giretto all’inferno.
    Si avvicina, mi sfiora e mi spiega ciò che non le piace fare e quello che non devo fare, troppo tempo in paradiso rovina le migliori intenzioni.
    Ma adesso tocca a me e inizio a baciarla dove non dovevo e a toccarla dove non potevo.
    Ho catturato un angelo.
    È il momento delle lacrime, dei sensi di colpa, un angelo deve almeno salvare la faccia.
    Preparo altri bicchieri, la menta è finita ma ormai non serve più, il suo l'ha fatto, alle brave ragazze serve del dolce per poter dire: "Non pensavo fosse così alcolico".
    Asciugate le lacrime è ancora su di me, senza danze, senza tabù.
    Ora dorme, sembra ancor di più un angelo.
    Ho trovato qualcosa da scrivere ed ho la vodka da finire.
    La guardo, sembra appagata, starà sognando dell'amica, di quando si scambieranno dettagli piccanti o parleranno di amori eterni che difficilmente resteranno tali.
    Faccio i conti, anche stavolta sono andato pari: lei ha avuto il suo giro nel mio inferno ed io riempito altri fogli.
    Trucco le carte per la prossima mano, sapendo che ormai rimane poco da vincere o da perdere.

  • 11 gennaio 2010
    Mi Aveva Detto Così

    Come comincia: Mi aveva detto così, quella sera: “Devo farti ascoltare una cosa che ho scritto”.
    La luna, visibile nel cielo della collina dove i due temporeggiavano, lontana dalle luci del paese, rifletteva i raggi della luna in un alone che andava a coprire la faccia del globo terrestre rivolta verso essa.
    E così aveva iniziato: “Voglio decantare a questa vita la disillusione che si crea in noi, vittime di questo fato che incombe sulle nostre infime esistenze. Voglio decantare alla morte, che libererà dai mali di questo mondo le nostre anime, chiuse in una gabbia d’acciaio con le sbarre di filo spinato, che ci costringe e si restringe su di noi soffocando la nostra voglia di libertà. E a questo mare che porta a noi la parvenza di essere felici in un abbraccio protetti dalla tenue luce della luna. Al giorno che inebria il nostro essere e ci fa sentire vicini a Dio. E a te, che sei stupenda e che mi fai ogni giorno ringraziare il cielo che esisto. Alla vita”.
    Si era così interrotto. Poi aveva chiesto: “Che te ne pare?”
    Avevo per un attimo guardato attentamente sul volto il decantatore, come a volerne scrutare le minime emozioni. Poi avevo detto: “Ma va' a cagare”.

  • 11 gennaio 2010
    Primo Maggio

    Come comincia: Sul suo diario aveva disegnato una croce sulla pagina del primo maggio. Era da qualche tempo che Noemi pensava quasi ogni giorno al suicidio. L’idea del suicidio era divenuta una costante nella sua vita, la seguiva ovunque come un fantasma, a volte si intrufolava addirittura nei suoi sogni per farle vedere il suo funerale in cui la madre in lacrime, devastata dal dolore, seguiva la bara come una condannata a morte. Noemi e la morte erano ormai diventate amiche intime, solo che per una ragione o l’altra aveva sempre rimandato l’appuntamento con questa sua cara amica. Non aveva mai trovato il coraggio per togliersi la vita e per questo un giorno decise di aprire a caso il suo diario disegnando una croce nera sulla prima pagina che ne sarebbe venuta.
    Noemi soleva vestire esclusivamente di nero e le sue giornate si risolvevano spesso in vagabondaggi per la città seguendo ogni funerale che incontrava, fermandosi a guardare ammirata le vetrine di tutte le agenzie mortuarie, leggendo i manifesti funebri e contemplando a volte per ore la possibilità del suicidio. Ci voleva del fegato, però, per ammazzarsi, più di quanto ne occorresse per continuare a vivere, e lei lo sapeva bene. Per Noemi il suicidio era l’estremo atto di coraggio. La morte era qualcosa che la affascinava, era così oscura e misteriosa, così onnipotente. Era l’unica certezza nella sua vita, l’unico punto fermo, e ciò la rallegrava. La morte era la sua dea che lei ogni giorno ringraziava e venerava.
    Nelle sue fantasie Noemi aveva sempre immaginato il primo maggio come una giornata buia e piovosa, ma quando quella mattina si svegliò alle undici, si accorse che un sole accecante invadeva con prepotenza la sua stanza. La camera di Noemi era piccola e col soffitto basso, stracolma di candele di ogni tipo che collezionava fin da bambina; c’erano poi una buona collezione di dischi e molti libri, tra i quali anche diversi classici. Alle pareti erano appesi diversi quadri da lei dipinti. Amava dipingere scenari desolati e alienanti, ma soprattutto cimiteri.
    I cimiteri erano la sua passione e così, dopo aver fatto colazione, si diresse al suo cimitero preferito, all’interno del quale conosceva quasi tutti i defunti e ogni volta si fermava dinanzi alle loro lapidi facendo un inchino reverenziale. Conosceva anche tutti i deceduti per suicidio e nutriva per questi una venerazione che sfociava quasi in una folle idolatria. Il suo preferito era Matteo, che era anche il più bello di tutti. Dalla foto sembrava essere stato un ragazzo pieno di vita. Noemi sognava di trovarsi presto in mezzo a loro. Già immaginava la sua tomba bellissima, lucida e risplendente, piena di fiori e con la sua foto più bella che aveva scelto accuratamente tra tante. Amava così tanto i cimiteri che a volte la sera comprava una pizza, qualcosa da bere e si recava lì per cenare e poi dormire, avvolta nel suo sacco a pelo. Era facile scavalcare il muro di cinta. Poi alle cinque del mattino suonava la sveglia del telefonino e ritornava a casa. Nessuno si era mai accorto di niente. Una notte assistette anche alla profanazione di una tomba, acquattata dietro un muro. Nutrì per quei profanatori un odio così profondo da augurargli di vivere il più a lungo possibile.
    Quella mattina passò un paio d’ore al cimitero. Gli uccelli sembravano cantare in coro una melodia sdolcinata e spensierata. Pareva si fossero messi d’accordo sulle note da eseguire. Il sole era caldo e carezzava le sue gote spettrali. Vide la solita signora seduta accanto alla tomba del figlio ventenne morto in un incidente stradale. Era sempre lì, sedeva accanto a quella lapide per ore, e all’ora di pranzo qualcuno che provava pietà per il suo dolore le portava un panino.
    Quando uscì dal cimitero si recò in centro, mischiandosi alla folla umana smaniosa di godersi quel giorno festoso e pieno di sole. Noemi sorrise rallegrandosi per aver scelto di suicidarsi in un giorno di festa. Per lei i suicidi erano sempre una festa. Pensò per l’ennesima volta a cosa l’avrebbe aspettata dopo la morte. Da sempre immaginava una luce gialla, luminosissima, accecante, che l’avrebbe trasportata in un mondo di sogni e di fate, un mondo libero dall’odio e dalle menzogne degli uomini, dai delitti, dalle guerre, dalla povertà, dallo strapotere delle classi dirigenti. Un mondo in cui la sua gioia di vivere sarebbe stata infinita e in cui nessuno avrebbe mai sperimentato l’idea del suicidio, anzi, in cui quest’idea non sarebbe neanche esistita.
    Iniziò a pensare a qualche nobile modo per farla finita, ma non le venne in mente niente. Le parve strano, aveva contemplato il suicidio in così tanti posti da far fatica a ricordarli tutti. Si meravigliò di aver sempre rimandato la scelta del luogo al fatidico giorno, così come non aveva mai escogitato un modo originale per morire.
    All’improvviso si distrasse ed entrò in un bar. Lì, i suoi pensieri cambiarono. Si sedette sola a un tavolo, ordinò un cappuccino e iniziò a leggere un quotidiano, evitando con cura le pagine riguardanti la politica e lo sport. Entrò una zingara con in braccio un bambino. Iniziò a chiedere l’elemosina e Noemi le porse un euro. Dopo qualche minuto le venne in mente che quello era il suo ultimo euro e le sarebbe servito, ma poi ricordò che stava per farla finita. Che sciocca che sono! pensò. A cosa potrebbe mai servirmi quell’euro se sto per andarmene per sempre? E poi, nell’altro mondo i soldi non esistono, così come non esistono tutte le altre cose che fanno impazzire e portano la gente a credere che l’unica possibilità sia il suicidio.
    Uscita dal bar, imboccò un vicolo e ricordò improvvisamente di aver sempre avuto la ferma intenzione di lasciare una lettera ai genitori prima di togliersi la vita, così, giusto per prendersi qualche piccola soddisfazione personale nei confronti di due persone che non l’avevano mai amata né compresa. Tornò in casa, si chiuse in camera, e iniziò a scrivere la lettera. Scoprì che le mancavano le idee. Anche questo le parve strano. Le parole che voleva scrivere le teneva fissate nella mente da tempo, ma ora sembrava le avesse rimosse. Si stese sul letto, contemplò i suoi quadri per un po’, poi uscì di nuovo.
    Si ritrovò su un ponte a lei molto noto. Era un ottimo posto per compiere il nobile gesto. Guardò di sotto. Il traffico era intenso, ma scorreva abbastanza veloce in direzione est. Cercò di salire sul muro di protezione, ma le gambe la tradirono; tremavano, erano come incollate alla terra, sembrava pesassero duecento chili. Poi il suo corpo iniziò a tremare convulsamente e un sudore freddo fuoriuscì dalle sue membra. Le girava la testa, una tremenda fitta allo stomaco la assalì con violenza. Era come se qualcuno le avesse sferrato un violento pugno nello stomaco. Si sentì stordita e credette di svenire da un momento all’altro. Cercò di pensare ad altro ed ebbe come una visione, una visione stranissima. Era piccola, la madre la portava a passeggio in carrozzina, e ad un tratto aveva visto un uomo picchiare una ragazzina impaurita, che piangeva e invocava pietà. Tutto intorno si era radunata una folla di curiosi. Qualcuno gridava, incitando l’uomo a continuare, altri gli intimavano di smettere. Si udì la voce di un uomo adulto gridare: - Continua così. Se lo merita quella sgualdrinella! Dai, picchiala ancora più forte, forza!
    Ad un tratto aveva visto la ragazzina priva di vita per terra e l’uomo che continuava ad accanirsi contro di lei, infierendole calci e bastonate. Noemi aveva iniziato a piangere chiedendo alla madre il perché di tutto ciò e la madre si era limitata a rispondere solamente che così era giusto.
    Ritornò violentemente alla realtà. Era riuscita a salire sul muro di protezione senza accorgersene. Era ancora sudata e la testa le girava sempre più violentemente. Guardò di sotto, le vennero le vertigini. La fitta allo stomaco si fece sentire ancora più forte. Vomitò nel vuoto, poi, come d’istinto si gettò, ma all’indietro, ritrovandosi di nuovo sul ponte. Passò un bambino.
    - Ehi, ma che volevi fare?
    - Niente. - Noemi odiava i bambini.
    - La vuoi una caramella?
    - No, grazie. Vai da mamma.
    - Ciao. - Il bambino sparì.
    All’improvviso Noemi fu assalita da una sensazione di paura senza precedenti, morbosa, ossessiva. Non riusciva a spiegarsi il perché di quel suo stato. Era confusa, la sua mente era in uno stato di anarchia totale, quasi delirante. Rimase ancora un po’ lì. Guardava di sotto e basta. Frammenti di pensieri confusi attraversavano la sua mente, ma non andavano in nessuna direzione.
    Ritornò a casa, fece qualche disegno, poi si stese sul letto. Cercò inutilmente una spiegazione a quella visione. Fu assalita da una sensazione di impotenza; si sentì una perdente. Ancora una volta non aveva trovato il coraggio. Andò in bagno a vomitare di nuovo, ritornò sul letto e fu invasa da una rabbia brutale. Odiò se stessa e la sua codardia. Pianse per un tempo che le parve infinito, poi, quando smise, si asciugò le lacrime con un fazzoletto, prese il diario, lo aprì a caso, e segnò una croce sul giorno tredici settembre.

     

    Tratto dalla raccolta di racconti “Polvere di diamanti”
    edita da Statale11 editrice. Tutti i diritti riservati.

  • 11 gennaio 2010
    La malinconia di un sogno

    Come comincia: Alessandra uscì dalla doccia, indossò soffici calze bianche, un pigiama e una vestaglia rosa. Stappò una birra, mise dei pop corn in un vassoietto e sprofondò sul divano per vedere una vecchia pellicola del ’68. Osservava il film con gli stessi occhi con cui lo aveva visto la prima volta, quando decretò immediatamente che quella era la sua pellicola preferita.
    Quando il film finì, si alzò e i suoi occhi azzurri si trovarono a fissare per qualche minuto la vecchia chitarra acustica avvolta nella penombra di quell’umido monolocale che vedeva la luce del sole per poche ore al giorno. La fissò con sguardo imperturbabile, come assente, i suoi occhi non lasciarono trapelare alcuna emozione o pensiero. L’indomani avrebbe compiuto venticinque anni e si era sempre detta che nella musica bisogna sfondare entro quell’età.
    Si recò nella sua camera da letto. Osservò la stracolma biblioteca di cui andava fiera, posò l’attenzione su un vecchio libro di Kafka, Il processo. Lo aveva comprato circa otto anni prima e adesso aveva le pagine giallastre ed era ricoperto da un sottile strato di polvere. Il processo era da sempre uno dei suoi libri preferiti. Iniziò a leggerlo di nuovo e poi, dopo una ventina di minuti, decise di uscire.
    Per strada si imbatté in una sua vecchia compagna di liceo che non vedeva da anni. Questa attaccò con i soliti luoghi comuni che Alessandra tanto detestava tanto che per alcuni secondi la immaginò finire in fondo agli abissi col Titanic. Berta (è cosi che si chiamava) non era mai andata a genio ad Alessandra. Era una di quelle tipe perfettine e leccate che a scuola sono pronte a baciare anche i piedi ai professori pur di ottenere un buon voto. Era inoltre una tipa casa e chiesa; a venticinque anni era già sposata, lavorava in una grossa azienda farmaceutica e progettava di avere un figlio a breve. Berta rappresentava tutto ciò che Alessandra odiava.
    Quando si lasciarono, Alessandra si diresse senza meta in alcuni vicoli scuri, dove sembrava aleggiare nell’aria una stantia puzza di fradiciume. Entrò in un bar piccino ma accogliente per una birra. Non era mai stata lì dentro e scoprì che quel bar faceva proprio al caso suo. Era piccolo, isolato e soprattutto non molto frequentato. Bevve lentamente la birra, ne ordinò un’altra, pagò, ringraziò, uscì.
    Per qualche ora girò a vuoto, camminando senza fretta per le strade del centro, fermandosi incantata dinanzi a tutte le deliziose vetrine dei più eleganti negozi. Adesso osservava una vetrina stracolma di scarpe per donna. Ce n’erano di tutti i tipi. Alessandra le possedeva tutte. Era una famosa cantautrice, scendeva da una limousine con indosso una pelliccia di visone e ai piedi quel paio di scarpe rosse e nere coi tacchi alti che vedeva in alto a destra in quella vetrina. Una marea di giornalisti l’aspettava, ma lei odiava rilasciare interviste perché rilasciare interviste era come prostituirsi; centinaia di fan in visibilio volevano un autografo. Lesse scintilla d’invidia negli occhi di alcune ragazze, provando un’intensa fitta di piacere al cuore, poi sgattaiolò nell’albergo a cinque stelle dove una cameriera rimase incantata dinanzi a quelle scarpe e… All’improvviso qualcuno la urtò, spezzando la malinconia del suo sogno. Era un ragazzino di dieci anni che correva con una palla in mano.
    - Ehi! Stai attento! - gli gridò dietro.
    Continuò a camminare e si immobilizzò davanti ad un’immaginaria suonatrice d’arpa che suonava note che erano carezze per il suo cuore. Quando la melodia finì, si ritrovò senza sapere come in un vicolo antico pieno di librerie con edizioni economiche dei classici. Diede un’occhiata ai libri, decidendo di non comprare niente. A un muro era appeso un vecchio manifesto inumidito e dai colori sbiaditi. Annunciava un concerto in un localaccio malfamato. “Genere rock blues”, così c’era scritto. Alessandra provò un enorme senso di nausea.
    D’un tratto si sentì stanca e si avviò verso casa. Sulla via del ritorno, un ragazzino sui tredici anni, il cui alito di birra si poteva sentire a distanza di cento metri, le fece degli strani apprezzamenti e la invitò ad andare con lui da qualche parte. Alessandra tirò dritta senza distogliere lo sguardo da terra. Focalizzò la sua attenzione sulle cicche di sigarette che erano in terra. Ne contò centoventisei lungo la strada fino a casa.
    Appena rientrata, accese la televisione ma non trovò nulla di interessante. Si dedicò alla lettura di Kafka per una mezz’oretta, poi guardò l’orologio decidendo che si era fatta ora di cena. Ridiscese in strada, comprò una pizza, un paio di birre fredde e ritornò in casa. Mangiò lentamente, con occhi velati di una cupa e malinconica tristezza. Mentre mangiava, cercava le parole per scrivere un nuovo testo.
    Ritornò in camera, dove si trovò a fissare una vecchia foto di lei con la sua unica band. Aveva diciassette anni all’epoca. Si ricordò di Mauro, il bassista che le faceva la corte e ad ogni prova la riempiva di complimenti per la sua bellezza radiosa, e del batterista che non c’era prova in cui non si presentasse completamente ubriaco. Dopo lo scioglimento indolore di quel gruppo, aveva deciso di intraprendere la carriera da solista. I gruppi non facevano per lei. Troppe teste calde messe insieme, troppe idee che, prima o poi, inevitabilmente si sarebbero scontrate.
    Squillò il cellulare, ma non rispose. Non aveva voglia di vedere nessuno.
    Poi si svestì, si sfilò le calze, si rimise il pigiama e si coricò. Spense la luce, rimanendo per alcune ore al buio, guardando il vuoto e cercando di focalizzare qualche pensiero. Sentì dei violenti tuoni fuori. Stava per scoppiare un temporale. Iniziò a piovere, una pioggia violenta e incessante, i tuoni sembravano una vendetta degli dei; facevano tremare i vetri e scuotevano le fondamenta del condominio. Quando finì di piovere si ritrovò avvolta in un silenzio spettrale. Dalla strada non veniva nessun rumore, il mondo intero sembrava morto. Si addormentò.
    L’indomani avrebbe compiuto venticinque anni.