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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • "Comallamore" è un romanzo che sembra un soffio: intenso e caldo.
    Un gruppo di pazzi costretti a combattere due guerre: con se stessi e con il conflitto mondiale. Si fa fatica a trovare la ragione nella barbarie di anime oscure e soldati in divisa, ma i pazzi non vogliono accettare di combattere la guerra con la guerra. Queste sono leggi che appartengono all'uomo sano, che avvolge tutte le cause in spiegazioni con un inizio e una fine; mentre i pazzi del Pianoro vogliono vivere la loro libertà. La guerra si combatte con l'amore e con la libertà di essere matti.
    Beniamino è un ragazzo che ha visto la sua laurea in medicina e il suo futuro da medico, infrangersi in un'entrata da dietro del suo avversario Castellucci. La gamba zoppa, non gli ha impedito di divenire un "dottore", iniziando a lavorare in quel manicomio che da piccolo vedeva da casa sua.
    Beniamino stringe un forte legame con il dottor Rattazzi, che gli insegna a non reprimere le pazzie di quei folli, ma di accompagnarli nei loro voli. Il ragazzo sarà costretto ad affrontare tutto da solo, dopo la morte di Rattazzi, costruendo una grande famiglia da amare e accudire. Mentre cerca di guarire e alleviare le sofferenze dei suoi pazienti, prova a confortare se stesso mentre le parole di Rattazzi assumono un significato sempre più netto e concreto: "[...] troppo spesso noi rinunciamo a usare il cuore e la fantasia per entrare dentro i luoghi che ci fanno paura, dai quali ci difendiamo con il paravento della scienza e della ragione".

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • "Stabat Mater" è una preghiera in latino attribuita a Jacopone da Todi (XIII sec.).
    Lo scrittore, partendo da questa, narra la storia di una ragazzina chiusa in un orfanotrofio che non riesce a dormire la notte: si alza dal letto, cammina lungo i corridoi e si siede sulle scale; quando sente freddo si appoggia ad una parete che emana calore e scrive lettere ad una madre che non conosce e che non riesce neanche ad immaginare.
    In quelle ore, al buio, accadono cose straordinarie: Cecilia incontra una donna misteriosa dai capelli a forma di serpente. Di lei si fida e inizia a confidarsi.
    La sua nuova compagna le spiega il significato dei sentimenti e le fa mettere in dubbio ogni cosa. Allora nascono parole come note: le stesse prodotte dal suo violino che le daranno la libertà e un'identità di persona anche se da dietro una grata. E' importante che la musica esista, con tutte le forzature disarmoniche che ne derivano, perché è grazie a questa che Cecilia può sentirsi viva e non cadere nel baratro della follia, dettato dalla solitudine delle sue angosce.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Candidato al Premio Strega 2011, la vera storia di Enaiatollah Akbari, un ragazzo afgano, presumibilmente di 21 anni e che oggi vive a Torino, è raccontata da un giornalista de "La Stampa" che si occupa di disagio minorile e animazione culturale.
    Enaiatollah appartiene all'etnia hazara, disprezzata sia dai talebani che dai pashtun.
    Sua madre, che in Afghanistan non aveva nessuna possibilità di evitargli una fine disperata, decide di portarlo lontano. Così inizia il suo lungo viaggio attraverso il Pakistan, l'Iran, la Turchia, la Grecia e, infine, l'Italia, dove trova un lavoro, degli amici e una vita da vivere.
    Scritto in prima persona, narra l'odissea di questo giovane in fuga da un paese all'altro con dentro la costante paura di morire.
    E' il ritratto di tanti giovani che arrivano sulle sponde europee dalle zone di guerra africane: Enaiatollah riesce nel suo intento e conquista la liberta, ma quanti (come lui) sono invece morti asfissiati dai tubi di scarico nei doppifondi dei camion o assiderati sulle montagne che tentavano di attraversare o, ancora, fagocitati dalle onde del mare?
    La sua è una storia commovente, dedicata sia a chi ce l'ha fatta sia a coloro chi si sono addormentati nella speranza di poter vivere una vita dignitosa, senza dover più scappare dagli orrori delle guerre e delle dittature.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Azadeh Moaveni è una iraniana cresciuta in California alle porte della modernissima Silicon Valley. Alla ricerca di una identità che la faccia sentire parte della propria terra e della propria cultura, si trasferisce nel 2000 a Teheran in qualità di inviata del Time Magazine.
    Lipstick Jihad è il racconto degli anni trascorsi nella capitale iraniana (2000-2001): le pulsioni modernizzatrici e la repressione integralista che si fronteggiano per le strade si stagliano sullo sfondo di un regime in cui riformismo e conservatorismo sono strettamente legati, quasi facce della medesima medaglia. Come scrive Moaveni, “il divario fra un mullah e un civile iraniano era di gran lunga più profondo che tra un mullah e un riformista”.
    Dalle pagine del libro emerge chiaro il desiderio di modernità e di cambiamento che serpeggia fra i cittadini, e che si rivela in quel velo che scivola lasciando scoperto il capo, in quella sistematica infrazione delle regole unita alla consapevolezza del rischio di maltrattamenti e fustigazioni.
    Moaveni ci mostra come la vittoria di un presidente riformista non significhi l’avvento della libertà e la cessazione delle repressioni ad opera delle squadre integraliste: le sue parole sono una chiave di lettura importante per capire il ritmo lentissimo del mutamento dei costumi, che avviene in maniera sotterranea e non ufficiale, e la contestuale impossibilità di un radicale cambiamento di rotta, in un regime in cui il Parlamento è comunque soggetto all’autorità dei capi religiosi.
    Allo spaccato della vita a Teheran si intreccia la ricerca di una identità che sia in grado di accogliere totalmente Azadeh Moaveni, straniera nella patria d’adozione e straniera nella propria terra: una identità che viene infine trovata nel trattino che caratterizza la sua nazionalità, irano-americana. Questa posizione intermedia le consente un punto di vista privilegiato, partecipe del contesto iraniano e al contempo consapevole del mondo occidentale.
    L’ultimo capitolo del libro emana l’atmosfera greve del post 11 Settembre: Azadeh Moaveni lascia un Iran in cui le maglie del regime stanno stringendosi sempre più, erodendo quei sottili margini in cui si intrufolava la libertà di parola, per ritornare in una America che guarda ai mediorientali con malcelato sospetto. Sono i giorni in cui essere iraniano significa appartenere alla terza nazione dell’alleanza del male, in cui essere musulmano equivale ad essere integralista. Ancora una volta l’identità di Moaveni si radica in quella sospensione fra due mondi, che la rende estranea a due culture e le consente di sentirsi a casa solo quando si riunisce intorno ad un tavolo insieme ad altri iraniani, come lei stranieri in un paese straniero, dimenticando il mondo esterno.
    Un libro estremamente interessante e utile per guardare allo scenario sociale e politico iraniano con occhi scevri da luoghi comuni.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • "Cosa posso perdere, se decido di essere una prostituta per un po' di tempo? L'onore. La dignità. Il rispetto per me stessa. A ben pensare, non ho mai avuto nessuna di queste tre cose. Non ho chiesto io di nascere, non sono mai riuscita a farmi amare, ho sempre preso le decisioni sbagliate - ora sto lasciando che la vita decida per me".
    E' così che la pensa la protagonista della storia che ci racconta Coelho: una trama insolita e diversa, che non ha a che fare con l'atmosfera fiabesca degli altri scritti dell'autore e, dall'utilizzo di un linguaggio esplicito, catapulta il romanzo nella realtà quotidiana deIl'attività sessuale svolta dalle prostitute.
    Il sesso, infatti, è descritto senza "peli sulla lingua".
    L'esperienza della protagonista (Maria) nel campo della prostituzione funge da strumento di analisi dell' intero universo femminile in cui molte donne si identificano: dubbi, perplessità, sogni e desideri che nutrono tutte le donne.
    Coelho, comunque, non parla del sesso fine a se stesso, ma dà allo stesso un risvolto mistico, nel senso di unione totale e armonica con l'universo tramite i sensi, con un unico obiettivo da raggiungere: quello di comprendere il vero amore, un sentimento così intenso e profondo che non si può verbalizzare.
    ..."Ben poco ama colui che ancora può esprimere, a parole, quanto ami." (Dante)...

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Un uomo fattosi giardiniere sulla mezz’età, il profumo della salvia, del basilico e del prezzemolo nelle calde giornate di un’estate incipiente, i segni del passato come rughe nette e orizzontali all’attaccatura del collo, il movimento del cucchiaio che si intona allo sfogliare di pagine usate, un nuovo amore improvviso che unisce le proprie emozioni a sentimenti lasciati alle spalle insieme a giorni trascorsi: da questi punti si snoda "Tre cavalli", un romanzo breve o racconto lungo, nello stile essenziale che è proprio di Erri De Luca.
    Parole scelte con cura, frasi che evocano sensazioni, atmosfere, colori e odori grazie alla loro concreta esattezza: davanti agli occhi del lettore scorrono immagini vivide evocate da pochi sapienti oggetti e gesti quotidiani che di per sé hanno più forza di lunghe descrizioni. Nei momenti di maggior intensità emozionale, la scelta di nominare solo particolari all’apparenza secondari rafforza la presenza emotiva dell’oggetto/soggetto lessicalmente assente. Così di Dvora rimane l’istantanea di un paio di scarpe da tennis ancora allacciate, mentre Selim è una camicia nuova nelle parole della passante che lo ha visto allontanarsi.
    Il passaggio del tempo è scandito dalle vite del cavallo, perché la vita di un uomo dura quanto quella di tre cavalli, e la metaforica morte di un cavallo sembra scandire la fine di ogni fase. Non è la prima volta che mi accade di osservare nei libri di De Luca come la sostanza vada oltre la trama: valori antichi e radicati nel sangue e nella terra, come la lealtà e la riconoscenza, il rispetto e la fedeltà prima di tutto a sé stessi, sono protagonisti della storia al pari delle persone che li portano addosso.
    Come sempre annoto frasi che mi piace rileggere, e di Tre cavalli voglio citare un passaggio che racchiude un tema caro a De Luca, in quanto proprio ai libri si riferisce:
    "Leggo gli usati perché le pagine molto sfogliate e unte dalle dita pesano di più negli occhi, perché ogni copia di libro può appartenere a molte vite e i libri dovrebbero stare incustoditi nei posti pubblici e spostarsi insieme ai passanti che se li portano dietro per un poco e dovrebbero morire come loro, consumati dai malanni, infetti, affogati giù da un ponte insieme ai suicidi, ficcati in una stufa d’inverno, strappati dai bambini per farne barchette, insomma ovunque dovrebbero morire tranne che di noia e di proprietà privata, condannati a vita in uno scaffale".

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Erri De Luca torna a raccontare la Napoli del dopoguerra filtrata attraverso gli occhi di un bambino: un bambino che cresce orfano in una stanzuccia affacciata sul cortile, dove impara a confrontarsi con il mondo esterno.
    Impara che la paura è timida, ha bisogno di essere sola per venire allo scoperto. Impara che per imparare bisogna perdere, forse non solo a scopa.
    Suo maestro di vita è il portiere Don Gaetano, dal quale impara che non c’è la gente, ci sono le singole persone e che le persone talvolta diventano popolo, che compie la propria azione e poi si scioglie, tornando ad essere persone.
    Così di insegnamento in insegnamento matura l’uomo, pronto ad affrontare l’incontro con l’amore e con il sangue. L’amore arriva nella figura della bambina del terzo piano, fugace visione attesa tanto da dimenticarsi che si stava aspettando. Il sangue è quello che Anna, cresciuta nel frattempo in un suo mondo di isolamento, cerca per liberare finalmente le emozioni e aprirsi alla vita.
    Un romanzo che avanza come un cammino di formazione, costellato di immagini vivide e metafore immaginifiche, e culmina in un gesto in cui sembra celarsi l’ombra del fato.

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    recensione di Alessandra Gorlero

  • Pubblicato nel 1831, è uno dei romanzi più famosi dello scrittore francese.
    La trama ruota attorno a tre personaggi: un fanatico e integralista arcidiacono (Frollo), una giovane zingara (Esmeralda) e un deforme campanaro (Quasimodo, detto anche il Gobbo di Notre Dame).
    Il romanzo inizia con una data importante per la vita parigina: 6 gennaio 1482, giorno della festa dei matti. Il popolo, infatti, si prepara a eleggere il "papa dei matti" cioè la faccia più brutta che diventi un vero e proprio re della folla.
    E' così che inizia la storia di un amore, tormentato, per il povero Quasimodo: egli è il classico personaggio mai amato che sa amare, con aspetto mostruoso e con l'anima di un angelo dannato. Indirettamente, infatti, rappresenta la figura dello scrittore stesso (così come avverrà con altri personaggi protagonisti di altre opere di Hugo).
    Il romanzo è diviso virtualmente in due parti: una è la vicenda in sè, in cui Hugo si concentra molto sui personaggi e sui comportamenti umani in generale; l'altra è una sorta di trattato descrittivo sull'architettura. Una nota di spicco è il capitolo "Ceci tuera cela" (Questo ucciderà quello)  in cui Hugo vede nell'architettura e nelle grandi costruzioni del passato, il primo linguaggio dell'uomo e, contemporaneamente, la fine dello stesso, con l'avvento della stampa (perchè il libro sarebbe diventato la forma espressiva degli uomini moderni). L'opera, così, diventa attuale perchè se lo scrittore fosse vissuto nel secolo successivo, avrebbe fatto le stesse considerazioni per l'uso smodato del mezzo televisivo ai nostri giorni (la tv ucciderà il libro!)

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Il passato torna. Sempre.
    Ferma un attimo la tua mente ingarbugliata, piena di ricordi, di attese e di ricerche assidue di un qualcosa di indefinibile e d'irraggiungibile. Blocca il pensiero che scorre inarrestabile e argina il flusso di coscienza. Fermati e tieni il conto di quanto rimane: la vita, con le sue mille sfaccettature giuste e sbagliate.
    Alla sua prima pubblicazione, l'autrice ci racconta la storia di una sua grande amica persa e poi ritrovata un giorno per caso sul web e lo fa con un monologo in prima persona.
    La scelta mirata di non dividere il discorso in capitoli sottolinea il non voler interrompere i pensieri impetuosi che si accavallano nella sua mente e che devono necessariamente trovare un ordine per arrivare ad una meta: la pace dei sensi da un'oscurità fondamentale che a volte, facilmente, ci cattura e di cui non riusciamo a liberarci se non attraverso un sentiero tortuoso di purificazione.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Che cos'è l'amor? Piero Angela ci dà la sua versione dei fatti, scientifici ovviamente.
    Un libro interessante ed esaustivo, non di larghe pretese, che intende dare al lettore una visione diversa su quello che è il sentimento più bello (e a volte più brutto) del mondo: l'amore è infatti una croce e, contemporaneamente, una delizia dell'essere umano e quale migliore opportunità quella di averne una visione d'insieme da un altro punto di vista?
    L'amore è come una pianta: in effetti il paragone è perfetto se si pensa a come nasce e muore, lasciando a volte delle conseguenze traumatiche.
    L'amore è bellezza universale, ricerca del partner, sesso in Cina (come sottomissione e sfruttamento) o pace all'interno di un gruppo per alcune specie di scimmie.
    L'amore è patologico: una vera e propria droga che porta chiunque a modificare il proprio comportamento pur di non perdere l'altra persona o, anche, attaccamento ai deliri moderni della società (internet, lo shopping, etc.).
    D'amore ce n'è per tutti i gusti e in tutte le salse... buona lettura!

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Due volte ho letto questo libro: la prima per respirare l'odore di Città del Messico, per perdermi nelle sue strade, per trovare rifiugio nella stanza d'albergo del poeta, per perdere il sonno con la droga; la seconda per penetrare e poi affogare nei suoi pensieri, nell'intimità della sua anima, fra pagine e pagine visionarie.
    "Mexico City Blues" rappresenta il testamento e allo stesso tempo il manifesto del padre della Beat Generation, Jack Kerouac, esso si impone come il grande poema del '900. Suoni, parole; una grande jam sessions dell'anima di Kerouac con il mondo, le parole sono le note e il poeta e il musicista che le addomestica a suo gusto per dare vita ad una melodia ritmica, sincopata.
    Infanzia, spiritualità, vita e morte si sussegue senza distinzione l'una dall'altro e senza alcuna interruzione proprio come la sua prosa: un lungo rotolo srotolato sul pavimento.
    Da dire che, per ovvie ragioni, nella trasposizione dall'inglese all'italiano il senso più alto dell'opera si perde, riuscire a salvaguardare senso e ritmo è veramente arduo e questo mortifica leggermente il testo. Ciò nonostante ne consiglio comunque la lettura che si troverà dolce e convolgente, pervasa di un misticismo tangibile.

    Consiglio per la lettura: preferite per la lettura le ore notturne accompagnati dalla luna piena, da una buona bottiglia e da un sottofondo musicale, un buon blues sarebbe perfetto.

    [... continua]
    recensione di Vittorio Palmieri

  • Cosa dice il mare? E la risposta è: basta ascoltarlo.
    La locanda Almayer nel mare del Nord (già utilizzata da Joseph Conrad) è un posto dove s'intrecciano le vite e le storie di sette persone, tra cui:
    - il professor Bartleboom che studia i limiti e cerca di capire dove finisce il mare;
    - Elisewin ammalata di ipersensibilità, mandata lì dal padre Pluche per salvarsi con il mare;
    - Plasson che dipinge solo con acqua marina, ma le cui tele rimangono sempre bianche, perché non riesce a capire dove inizia il mare;
    - Ann Deverià, una donna molto bella, che si trova lì per cercare di guarire dall'adulterio. Viene infatti allontanata dal suo amante, Andrè Savigny (che riuscirà comunque a raggiungerla);
    - Thomas Adams, un uomo molto misterioso, che somiglia ad un animale da caccia. Ha vissuto in luoghi strani e sconosciuti;
    - il misterioso uomo della settima stanza (al lettore sta scoprire chi è).
    Ognuna di queste storie ha incontrato il mare: ed è lo stesso mare il protagonista di tutto il libro.
    Il mare visto come distesa immensa, forte, capace di distruggere, ma anche di essere piacevole, saggio e magico.
    Ogni storia ha un suo modo di vivere il mare perché "...aveva quella bellezza di cui solo i vinti sono capaci e la limpidezza delle cose deboli e la solitudine, perfetta, di ciò che si è perduto..."

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Un uomo di mezza età, Emerenziano Paronzini, è diviso tra tre sorelle, le signorine Tettamanzi.
    Tra loro, convola a nozze con la più grande, ma riesce comunque a passare da un letto all'altro, rendendole tutte felici. Ognuna è convinta di averlo sedotto e non si accorge che invece è lui a comandare il gioco.
    Di questo romanzo vi è stata una fortunatissima trasposizione cinematografica del 1970, interpretata da un abile Ugo Tognazzi, che riesce a mettere in pratica gli insegnamenti dello scrittore e antropologo Paolo Mantegazza: ad una certa età, l'uomo per stare bene deve avere solo 3 C: calore, comodità e carezze.
    Chi allora meglio di Piero Chiara, poteva rendere a parole una situazione così immorale, tanto divertente? Lo scrittore smonta la vita borghese di provincia, composta da un' ipocrita rispettabilità e abitudini pigre; ne parla con molto sarcasmo e, sotto l'apparenza del riso, fa trasparire una cronica sofferenza perché coglie l'essenza dei comportamenti umani dettati dall'istinto contro quelli comandati dall'ethos sociale.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Sullo sfondo di una Milano anni Settata, dove l’odierno centro quasi è periferia, Pontiggia colloca il suo romanzo all’interno di un ambiente di professori universitari venato da rivalità sotterranee. La pubblicazione su una rivista letteraria di una lettera denigratoria che accusa il Professore di non conoscere l’etimologia corretta della parola ipocrita scoppia come un caso di cui bisbigliare nei corridoi fra le aule, e sul quale interrogarsi: chi sarà l’autore dell’anonimo attacco?
    L’episodio, in apparenza minimale, incrina la tronfia sicurezza del Professore (protagonista anonimo per tutto il romanzo), portandolo a riflettere non solo sul misterioso rivale, ma anche – in un crescendo di dubbi esistenziali – sul proprio matrimonio e sulla vita stessa. Mirabile la scena in cui il Professore passa all’epidiascopio la lettera per soffermarsi attentamente sulla singola parola, soppesandone le implicazioni e escludendo i presunti autori sulla base dell’utilizzo dei singoli termini.
    Il giocatore invisibile è anche una metafora dell’uomo di fronte a se stesso, e la trama diventa pretesto per una lunga riflessione sull’amore e sulla vita. Sulla vita e non sulla morte, sebbene a quest’ultima sia dedicato un intenso e breve capitolo. La morte infatti vi è vista come elusione della vita, quindi risvolto della riflessione sulla vita stessa.
    Pontiggia manovra le parole con l’esattezza millimetrica di un chirurgo, con il compiacimento di chi sa che il gioco che sta conducendo è di quelli che solo gli addetti ai lavori possono gustare fino in fondo. Attraverso il suo tocco esperto, la parola diventa capace di scardinare l’universo, di insinuare il dubbio, di sconvolgere la vita.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Non si può conoscere, semmai immaginare. Persino dati oggettivi possono essere tenuti segreti agli occhi degli altri, come fa Coleman Silk, protagonista del bellissimo "La macchia umana".

    Professore universitario prossimo all’età della pensione, Silk viene tacciato di razzismo, avendo definito spooks (ovvero fantasmi, ma anche neri in valenza spregiativa) due studenti assenteisti, rivelatisi – malauguratamente per lui – afroamericani. La pretestuosa accusa porta Silk ad allontanarsi dall’ambiente accademico di cui ha sempre fatto parte e a chiudersi progressivamente in un isolamento al quale fa eccezione soltanto Faunia Farley, giovane donna dal passato difficile. Coleman e Faunia sembrano coalizzarsi contro una società che ha volto loro le spalle, incuranti delle critiche e dei pettegolezzi che la relazione suscita nella cittadina universitaria di Athena, come pure della vendicatività dell’ex marito di Faunia.

    Philip Roth scava nell’universo interiore dei personaggi, dona voce di volta in volta ai loro pensieri, illuminando le profondità nascoste e la macchia che ogni uomo pare portare dentro di sé: non ci sono personaggi interamente positivi né interamente negativi, solo persone con fragilità, desideri e bisogni, paure e quel tanto di sbagliato che ciascuno compie nella propria vita.

    "Un luogo è pulito solo se l’uomo non ci mette le mani", dice il più compromesso dei personaggi del romanzo, e curiosamente proprio la sua figura è al centro dell’immagine su cui il libro si chiude, emblema della fallacità delle apparenze e di una società glassata dall’ipocrisia, "una visione così pura e pacifica come questa: un uomo solitario seduto sopra un secchio, che attraverso quaranta centimetri di ghiaccio pesca in un lago le cui acque si rinnovano continuamente in cima a un’arcadica montagna dell’America" (cit.).

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

    • Casina
    • 04 maggio 2011 alle ore 9:36

    La Fondazione Teatro Coccia di Novara ha definito l'ultima commedia di Plauto “Versi di-vini, versi da bere”, attribuendo al testo del commediografo un rigo poetico perfetto come una divinità, ma allo stesso tempo conviviale come un vino: un verso che come un grande vino scivola senza che chi lo gusta se ne accorga e regala, durante il consumo, sostanza e allegria.
    Casina narra una storia semplice e lineare: Cleustrata si accorge della torbida passione del marito Lisidamo per la figlia adottiva Casina, della quale, però, è seriamente innamorato anche il figlio Eutinico. I due coniugi si serviranno di amici e servi per architettare e smontare i reciproci piani, arrivando comunque al lieto fine e a favore del giovane. 
    Come tutte le commedie di Plauto, anche questa rappresenta la traduzione di una commedia greca ed è ricca di grandi peculiarità: è stata completata da un capocomico (dopo la morte di Plauto, avvenuta nel 184 a.C.); Casina non appare mai in scena (anche se tutta la vicenda gira intorno alla sua figura);  il personaggio di Lisidamo, in realtà è un personaggio anonimo, una grande maschera satirica, carica di passione incontrollabile per una donna molto più giovane.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Ambientato ad Orano, una città algerina, in un imprecisato periodo degli anni '40, "La peste" di Albert Camus è un romanzo esistenzialista in cui, però, questa corrente di pensiero sembra essere trattata in una versione più positiva: di fronte all’assurdo (rappresentato dai flagelli che colpiscono l’umanità e nel romanzo, appunto, un’epidemia di peste, metafora del male in generale, e del nazismo nello specifico), non resta che la ribellione di coloro che s' impegnano con onestà ricercando la solidarietà nei propri simili.
    La peste sarà vinta, ma sul male che rappresenta non ci possono essere vittorie definitive.
    E' un vero e proprio dramma collettivo che spinge i protagonisti della storia a cogliere i veri valori umani in quanto tali: "vi sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare".
    E questi valori, sono tanto più sostanziali e profondi quando si riferiscono all'essere umano come 'l'altro': sollecitato da una situazione esterna e per di più avversa, l'uomo scopre sempre di essere accomunato agli altri uomini dall'esistenza di sentimenti e aspirazioni simili, a cominciare dal desiderio di reagire alla disperazione e alla morte... peccato che molto spesso, lo dimentichi con altrettanta facilità.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • La lotta spietata fra due finanzieri che aspirano alla direzione di una delle più grandi banche americane, in un gioco di denaro sporco, dove fanno da sfondo il crimine organizzato e due figure femminili (a loro volta tra loro antagoniste). L'abilità narrativa di Hailey sta nel coinvolgere il lettore nella vicenda che racconta, a tal punto di sentirsi protagonista egli stesso.
    Un thriller che si legge tutto d'un fiato e come un giornalista lo definì, insieme agli altri capolavori di questo scrittore, Hotel e Airport : "Si tratta di testi così perfetti che non si sa se furono scritti per essere pubblicati o per essere trasportati sullo schermo".
    Il romanzo, tradotto in 27 lingue, sceneggiato dalla Paramount Television nel 1976, interpretato da un magistrale Kirk Douglas e da un'altrettanto talentuosa Joan Collins, è stato messo in onda anche dalla tv italiana e molto apprezzato dal pubblico televisivo.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Con un incipit quasi leggendario ("Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge sali in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara.") Queneau ci proietta in un tempo storico e al contempo onirico, da dove origina il romanzo "I fiori blu". Il duca d’Auge, co-protagonista del libro, attraversa la Storia comparendo di capitolo in capitolo in epoche diverse (ad intervalli di 175 anni, come osserverà Italo Calvino nella post-fazione all’edizione italiana da lui tradotta), intervallando le sue vicende a quelle di Cidrolin, personaggio contemporaneo, parigino residente su una chiatta immobile ormeggiata sulle rive del Quai. All’addormentarsi dell’uno compare l’altro, personaggi speculari (anche per via delle figure e delle storie che li circondano) o proiezione onirica l’uno dell’altro: ma è il passato a sognare il futuro o il futuro che sogna il passato?

    L’opinione diffusa su "I fiori Blu" lo vede come un romanzo incentrato sullo sfaldamento della storia, ma al di là dei temi certo ricorrenti della storia e del sogno ("Rêver et révéler c’est à peu près le même mot", si trova ad un certo punto del romanzo…) "I fiori blu" sono anche un grande divertissement, un libro in cui Queneau ha dato prova delle sue capacità di giocare non soltanto con la lingua ma anche con la trama e con l’ipertesto, attraverso i numerosi riferimenti alla quotidianità. Si va dalla citata frase che rimanda alla psicanalisi e all’interpretazione dei sogni, ai riferimenti alla linguistica ("Io chiamo così una così quindi la cosa viene chiamata così, e dato che è con me e non con un altro che lei sta parlando in questo momento, le conviene prendere le mie parole nel loro aspetto significante", cit.), come pure ai tanti giochi di nomi e di parola che rimandano a episodi o personaggi coevi a Queneau.

    La straordinaria abilità di Queneau di lavorare sul linguaggio lo rende un autore che andrebbe letto sempre in lingua originale, ma la traduzione che ne ha fatto Calvino reinventa espressioni e giochi linguistici, rendendoli pienamente apprezzabili anche al lettore italiano. 

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Sicuramente Ionesco non è un autore facile e tutte le sue opere sono volutamente ermetiche e al di fuori dei canoni tradizionali, tanto è vero che è difficile percepirne l'umorismo e l'ironia, perché si tratta di un 'riso amaro', quasi di un ghigno beffardo che preannuncia un profondo e irreversibile pessimismo.
    E' altresi curioso notare la nascita di quest'opera di teatro: lo scrittore aveva deciso di imparare l’inglese e, leggendo un manuale di conversazione, rimane colpito dall’involontaria e quasi inconsapevole comicità dei dialoghi, rendendosi conto di avere davanti un testo quasi pronto e facilmente adattabile. Sin dalle prime battute, infatti, si nota come i personaggi non comunicano tra di loro, ma parlano solamente, emettendo frasi fatte e senza una vera necessità di risposta.
    Insieme a Beckett, Ionesco è il grande rappresentante del Teatro dell'Assurdo. Scrive una forma di commedia che porta in sé una grande tragedia, quella di un mondo uscito da pochi anni dalla Seconda Guerra Mondiale, in preda ad una crisi di valori e ad uno smarrimento senza ritorno.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Parole semplici per una storia sottile in cui Emilio Brentani, un intellettuale triestino di 35 anni, si riconosce incapace di gestire la vita, cade nell'inettitudine e, infine, sprofonda nella malattia e nei ricordi.
    Pubblicato per la prima volta nel 1898, non ottiene alcun successo. E' solo nel 1927, quando Joyce dichiara pubblicamente di apprezzarlo, che comincia ad essere considerato un capolavoro.
    Un romanzo interamente votato alla minuziosa analisi psicologica, condotta attraverso il sapiente uso del discorso indiretto libero, che ruota attorno all'introspezione, 'in primis' quella di Emilio (motore di tutta la trama) e, che viene spalmata anche negli altri tre personaggi che lo circondano: la sorella Amalia, la fidanzata Angiolina e il suo migliore amico Stafano Balli.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Famoso per essere stato un giornalista, politico e scrittore della biografia di Antonio Gramsci (tradotta in tutto il mondo), Giuseppe Fiori racconta in queste righe la storia di 466 partigiani che si rifugiano alla fine degli anni'40 a Praga perché dopo la liberazione, si rifiutarono di seguire le regole della Restaurazione che stava vivendo l'Italia: la mancata epurazione dei fascisti dal paese.
    Il romanzo è narrato in prima persona, ma il narratore non corrisponde all'autore: ad un certo punto, infatti, compare un certo Giuseppe Fiori, un giornalista di sinistra, che ha una storia politica diversa da quella di coloro che intervista e per i quali prova solo una grande simpatia.
    Sullo sfondo di una Praga non vista come terra dalle cupole d'oro e piena di cultura, si parla di ideali socialisti forti messi in dubbio, di speranze svanite, di una profonda impotenza e del sentirsi frustrati dopo aver lottato tanto per una giusta causa.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Insieme al "Castello di Otranto" di Horace Walpole, "Vathek" di William Beckford e "I Misteri di Udolfo" di Ann Radcliffe, è uno dei romanzi gotici inglesi più famosi del XVIII secolo, a tal punto che Antonin Artaud negli anni '30 del XX secolo (già conosciuto per avere alle spalle una ricca esperienza di uomo di teatro, cinema e letteratura) decise di farne una copia francese.
    Il romanzo racconta la storia di Ambrosio, un severo monaco spagnolo, ammirato in tutta Madrid per i suoi sermoni. Un giorno scopre che il suo ammiratore più fedele all'interno dell'abbazia che lo ospita, è in realtà una donna (Matilda) che lo seduce e lo coinvolge in un gioco perverso di peccato e lussuria. Per appagare i suoi desideri carnali, infatti, Ambrosio non si ferma alla passione per Matilda ma s'innamora di un'altra giovane (Antonia) e per sedurla, ricorre alla stregoneria.
    La trama va avanti su questa scia, facendosi sempre più cupa e prendono, così, forma gli incubi gotici del nostro Io: mostri, ossari, labiritni, teatrini di tortura e, soprattutto, l'eros visto come rifiuto (perché in teoria, non dovrebbe appartenere alla cultura ecclesiastica), diventa una minaccia e si trasforma in atroce violenza. E' proprio qui che Lewis centra la sua trama: la bestia che fa parte dell'essere umano, non può essere uccisa e prende la sua forza interna proprio dalla pressione esterna che l'ipocrisia cerca di sottomettere.

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    recensione di Francesca Arangio