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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • "I primi giorni senza le spinte dei combustibili sono tremendi. Nessuno sa ancora quel che avverrà. Altrimenti, di certo nessuno avrebbe definito quei primi giorni come i più duri della propria vita."
    Questo è quello che pensano gli abitanti del mondo storto. Proprio ora che hanno tutto –  dagli elettrodomestici ai computer, dal riscaldamento alle automobili, dagli ultimi ritrovati in campo tecnologico alle apparecchiature mediche e scientifiche delle sale operatorie – di colpo non possono più usufruirne: sono finiti i combustibili, e quindi possono dire addio alla corrente elettrica. Come far fronte al freddo del pieno inverno? Dove trovare le risorse per il sostentamento della popolazione?  E, soprattutto, come sopravvivere in un mondo in cui il denaro non ha più alcun valore?
    Un libro che, nel suo essere semplice, fa riflettere sul futuro dell'umanità, sulla mancanza di energie alternative, sull'arroganza dell'uomo e sull'egoismo di chi, in un mondo evoluto e teconologico come il nostro, sfida la natura ma anche il prossimo.

    [... continua]
    recensione di Silvia Palombo

    • Marina
    • 27 giugno 2011 alle ore 17:02

    Gli artisti vivono nel passato o nel futuro; mai nel presente.
    Oscar ancora non lo sa, ma vivrà l'avventura più bella, terrificante e triste della sua vita. E tutto ciò per aver conosciuto Marina. Nel suo collegio la vita sembra sempre grigia e uguale, e la sua famiglia la vede così di rado che non è nemmeno più sicuro di avere dei genitori. Un giorno si ritrova davanti ad una casa, che sembra una rovina. Decide di entrare e la sua vita cambia. Marina e il suo vecchio padre, German, vivono in quella casa da soli, ma a loro basta. Il passato di German è una fotografia romantica in bianco e nero che racconta di un amore e della nascita di Marina. Un giorno di noia, Marina porta Oscar al cimitero e gli mostra quello che diventerà l'inizio della loro avventura insieme: una dama vestita di nero e velata che una volta al mese si reca sempre sulla stessa tomba a portare fiori. La seguono e la vedono entrare in un edificio contrassegnato da una farfalla nera con le ali spiegate. All'interno si troveranno di fronte ad uno spettacolo tanto affascinante quanto macabro: tante marionette appese al soffitto con i capelli e la pelle, che sembrano vere. Scappano di lì non appena si accorgono che nel buio qualcosa si muove e non appena sentono quell'odore di tomba che si avvicina. Ma non finirà qui. La curiosità e la loro vitalità da adolescenti li porterà ad inseguire la verità tra i vicoli di una Barcellona gotica e misteriosa, svelando una storia tanto bella quanto complicata e tragica, sotto le ali della farfalla nera, conosciuta anche come “Teufel” (Diavolo). Infine si troveranno con un mistero svelato, la loro amicizia ancora più forte ed intensa, quasi amore, ma una nuova ombra oscura il sole della felicità e il destino giocherà ancora uno dei suoi tiri mancini. Un romanzo che mescola la raffinatezza e l'eleganza della scrittura di Zafòn  al mistero velato di horror, che non ha nulla da invidiare agli scrittori gotici di un tempo. Bellissimo.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

    • Valkir
    • 24 giugno 2011 alle ore 12:08

    Valkir. Finalmente Valkir!
    Era un po' che aspettavamo in redazione questo libro, poi un giorno è arrivato e averlo tra le mani, annusare le pagine, tastare la copertina di carta martellata, leggere la dedica, è stato diverso dal solito.
    Diverso perché Valkir è una nostra "vecchia" conoscenza, difatti il suo esordio letterario è avvenuto proprio su Aphorism nel lontano 2005.
    Il suo autore, Max Ventura, ci chiese di fare un esperimento: pubblicare una storia a puntate sul forum (che a quei tempi era molto frequentato). Figuriamoci, Aphorism non si sarebbe tirato indietro...
    Così Valkir fece la sua prima comparsa su Internet, venne annunciato con lanci di newsletter a ogni nuova puntata, e iniziò a raccogliere in questo modo i suoi primi consensi: centinaia di letture e decine di commenti convinsero definitivamente Max che la storia di Valkir poteva raggiungere traguardi ambiziosi.
    Quando questo fenomeno venne "notato" da qualcuno, arrivò la richiesta di rimuovere dal forum tutte le puntate: la trasformazione stava avendo inizio, per Max e Valkir era arrivato il momento di salutare l'ambiente virtuale.
    Vi abbiamo raccontato un po' la genesi di questo libro, come è nato, come è cresciuto, quale percorso ha fatto prima di "tornare" presso la nostra Redazione sotto forma di pagine e carta.
    Siamo orgogliosi di Valkir, e di Max, sono parte di una famiglia che ha sempre sostenuto i propri autori e che ha gioito ogni volta che qualcuno di loro ha ricevuto una proposta editoriale. Per questo - e non ce ne voglia Max - sentiamo la sua creatura anche un po' "nostra" .
    Ma chi è Valkir?
    E' un vampiro, un vampiro atipico. Niente a che vedere con Twilight e simili (ricordiamolo, Valkir è nato qualche mese prima della celebre saga scritta da Stephenie Meyer), Valkir intreccia la sua storia con quella dell'umanità sconvolta dal secondo conflitto mondiale. E attraversa quella Storia, anche geograficamente, passando dall'Europa al Giappone, dove incontrerà un uomo speciale e, soprattutto, rifletterà sulla sua natura. In attesa di rivelazioni che determineranno il suo destino...
    Ma basta così, per scoprire tutti i segreti di questo affascinante vampiro basta entrare in una libreria oppure ordinarlo su Internet. Le premesse per una buona lettura ci sono tutte, non abbiate paura di affrontare Valkir: lui ha fatto di tutto per arrivare nelle vostre case ;)

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Una vita apparentemente felice, quella di Melanie e Stephen. Una casa accogliente, una famiglia perfetta, due bambini meravigliosi. Ma le cose belle, si sa, durano poco. Oppure, i nostri occhi non vedono come sono, perchè filtrano la realtà con il cuore. Perchè Daniel, almeno alla nascita, sembrava un bambino perfetto, come tutti gli altri. Ma, raggiunti i tre anni, manifesta dei comportamenti fuori dal comune. Solo Melanie trova la forza di lottare per il bene del proprio bambino: Daniel, infatti, è autistico. Sola contro i medici, contro il marito Stephen, contro la famiglia, Melanie combatte con il coraggio di una mamma che non si arrende davanti ad una diagnosi, ma che tenta ogni strada possibile, anche quelle anticonvenzionali, affinchè il suo bambino possa essere autosufficiente come gli altri. E coì conosce Andy O'Connor, un uomo da tutti attaccato per i suoi metodi poco scientifici, al quale Melanie affida la propria vita.
    Una storia che narra il coraggio di una donna di portare avanti, giorno per giorno, le difficoltà di essere madre e moglie, e di saper cambiare il corso di un destino che sembrava già pianificato sia per lei che il suo bambino.

    [... continua]
    recensione di Silvia Palombo

  • Visitando un paese in veste di turisti, non facciamo altro che scivolare sulla sua superficie, spesso senza riuscire ad intaccare l’immagine nitida e levigata che si propone ai nostri occhi.
    Questa è la sensazione che scaturisce da Shantaram, un romanzo che ci proietta sotto la pelle dell’India, in mezzo a coloro che vivono all’interno degli slum e a contatto con situazioni più o meno estreme, sempre al di là di quello che potrebbe essere la nostra esperienza di viaggio, per quanto attenta e curiosa.
    Il romanzo si basa sull’esperienza reale del suo autore, Gregory David Roberts, che in un piccolo villaggio indiano viene soprannominato "shantaram", uomo di pace, proprio lui che in India è approdato in seguito all’evasione da un penitenziario australiano e che non esiterà a lavorare per la mafia di Bombay e, in seguito, a partire per l’Afghanistan per portare armi ai mujaheddin.
    Ma Gregory in Bombay è anche uno straniero conosciuto e apprezzato per la sua disponibilità a lasciarsi conquistare dall’India, a scoprirne e ad apprenderne i costumi oltre che le lingue, fino a vivere per un periodo in uno slum e a prestare il proprio impegno e le proprie conoscenze infermieristiche a favore di chi non viene accolto all’interno delle strutture sanitarie ufficiali.
    Da lì la storia si dipana con inserti romanzeschi: questi accompagnano la narrazione del lavoro all’interno di una struttura mafiosa, che al contempo è garante di un certo ordine sociale e giustifica coi fini l’illiceità dei mezzi.

    Ti coglie di sorpresa, il fascino di Shantaram: i primi capitoli sono piacevoli, ma non ti aspetteresti di rimanere presto intrappolato al punto da divorare le pagine, avvinto dalla magia di un luogo dove il cuore conta più che il rispetto della legge. 

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

    • Fallen
    • 20 giugno 2011 alle ore 16:46

    Luce, Lucinda, dopo un incidente misterioso che includeva lei e la morte del suo ragazzo alle superiori, viene mandata a Sword & Cross, una specie di scuola per giovani difficili. Alcuni di loro hanno avuto problemi con la legge, alcuni sembrano disturbati e poi ci sono quelli che sembrano tornare ogni anno, ma nessuno sa tanto su di loro. Luce, che prima era una ragazza molto popolare nella sua vecchia scuola, deve confrontarsi ora con un ambiente totalmente diverso. Si sente un pesce fuor d'acqua finchè Arriane e Penn diventano sue amiche. Fin qui tutto a posto se non fosse che si è innamorata di Daniel. Il più bel ragazzo che abbia mai visto. Lui le manda segnali contrastanti e questo rende tutto più complesso. Poi c'è quella sensazione. Uno strano presentimento che loro si siano già conosciuti prima. Che stessero insieme prima. Cam, al contrario, è un ragazzo affascinante, che sembra essere veramente molto attratto da Luce. I due ragazzi hanno qualcosa in comune: un segreto pericoloso e inimmaginabile che riguarda lei.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Siamo nella Sicilia del 1700. Marianna Ucrìa, "babbasuna mutola", va in sposa al "signor padre zio" all'età di dodici anni, compiendo il destino a lei riservato, come per le altre giovani spose della sua età, dalla sua famiglia: le donne, onde disperdere il patrimonio familiare, sono destinate al convento oppure ad un matrimonio combinato. E la povera Marianna, non ha solo la sventura di nascere femmina, ma si ritrova sordomuta sin dalla prima infanzia, privata quindi di ogni tipo di aspirazione. L'unico compito che le resta è quello di mettere al mondo i propri figli e, quindi, il tanto desiderato erede.

    Ed ecco che, in una casa silenziosa e buia, Marianna trova conforto nella lettura dei testi, aggrappata a quell'ancora di salvezza che le permette di comunicare con il mondo attraverso la sola scrittura – il più bel regalo da parte del suo "dolce padre" sarà un kit di penne e fogli da legare alla vita.  Proprio con la cultura la donna riuscirà a superare gli ostacoli che man mano si presentano ai suoi occhi e a mantenere una lucidità e una forza d'animo superiore alle altre donne aristocratiche contemporanee "tenute in uno stato di ignoranza gallinacea".

    La storia di una donna che, pur vivendo i rituali dell'antica aristocrazia, riesce ad esprimere le proprie emozioni e a prendere consapevolezza dei propri sentimenti, risultando, nelle sue scelte e nei rapporti con chi le sta accanto, di una modernità inaudita.

    [... continua]
    recensione di Silvia Palombo

  • Il gioco del mondo si lascia leggere dal primo capitolo al capitolo 56, diviso in due parti non del tutto simmetriche: "dall’altra parte", ovvero a Parigi, sono ambientati i primi capitoli dedicati alla fine della storia fra Horacio Oliveira e Lucia (la Maga); "da questa parte", ovvero a Buenos Aires, è ambientata la storia del ritorno di Oliveira in patria.
    Arrivati al capitolo 56 si può decidere di abbandonare il libro oppure di proseguire con l’ordinamento suggerito dall’autore, su e già per il libro, iniziando dal capitolo 73 e proseguendo con l’1 e così via. La storia si arricchisce di riflessioni, elementi che erano già presenti ma come in secondo piano si scoprono essenziali: la trama sfuma in un gioco di specchi, doppi, simboli, mediatori che accendono i riflettori sulla incomunicabilità, sulla distanza fra essere e poter essere (o essere-pensare, o realtà-sogno…), sull’assurdità del quotidiano, sulla necessità di vedere senza occhiali e ad occhi chiusi, di rompere con le convenzioni per cui una vite è una vite e per cui il linguaggio forma la realtà, ovvero la conforma.
    Moltissimi i simboli ricorrenti: il ponte o punto di passaggio fra due realtà (due mondi, due esseri, o due modi di essere), esplicitato nel passaggio fra Europa e America, nelle tavole sospese fra la finestra di Oliveira e la finestra di Traveler, nell’apertura del tendone da circo e nel buco del montacarichi nel manicomio, ma profilato in altri momenti fino a incarnarsi nella figura della Maga prima e di Talita poi, ponti medianici di ricongiunzione fra sé e sé e fra sé e l'altro. Elemento ricorrente è anche la figura del doppio: Maga-Talita, Oliveira-Traveler, ma anche Oliveira stesso è un personaggio doppio, sospeso fra una parte e l’altra.
    In questo contesto le “parti” in cui è suddiviso il libro assumono un significato profondo che rimanda da un lato al mondo quotidiano, concreto (da questa parte), dall’altro lato al mondo-Maga, il mondo irreale ma non per questo meno vero dove Oliveira è rimasto intrappolato (dall’altra parte), mentre “da altre parti” sono i labili elementi di congiunzione tra i due mondi (elementi di un ponte che non c’è, dal momento che – come noterà Oliveira – il mondo del sogno non si unisce al mondo reale). Il linguaggio stesso è un ponte imperfetto, canale di comunicazione difettoso.
    Anche l’assenza è un ponte simbolico: attraverso l’assenza Oliveira entra gradualmente nel mondo-Maga, quel mondo dove l’essere sostituisce il pensare. “Tu credi di trovarti in questa stanza, ma non ci sei.  Tu stai guardando la stanza, non sei nella stanza”, aveva detto la Maga ad Oliveira nei giorni parigini. Lasciando Parigi e tornando “da questa parte” Oliveira vi torna, infatti, con occhi diversi.
    Capolavoro del Novecento ingiustamente meno noto di altri, "Il gioco del mondo" offre molteplici spunti di riflessione, scardina i luoghi comuni e invoglia alla rilettura svelando sempre nuovi dettagli nascosti. 

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Non puoi conoscere cosa passa nella mente degli altri, non puoi conoscere neppure chi ti è più vicino: questo sembra dirci Philip Roth in "Pastorale americana". E ancora, persino chi si affanna ad affermare “Questo sono io” dovrebbe in realtà affermare “Questo non sono io” perché non conosce pienamente nemmeno sé stesso: c’è sempre un lato inconoscibile di sé che si tenta di nascondere a tutti, persino alla propria coscienza.

    L’incapacità o impossibilità di comprendere, unita alla mancanza di senso e di nessi logici all’interno dell’umana convivenza sono al centro della vicenda del romanzo, dove l’America e la sua cultura sono presentati come universo idealmente perfetto, scardinato dall’improvviso irrompere dell’irrazionale. Siamo negli anni delle rivolte della popolazione di colore, poi negli anni della guerra del Vietnam e in quelli immediatamente successivi: l’opposizione alla politica e alla società corrente si esacerba in ostilità capace di spaccare la tranquillità delle famiglie normali, o – potremmo dire – delle migliori famiglie.

    L’America del tempo è una superficie tranquilla, estremamente controllata (un parallelo di ciò si ha nel protagonista, lo Svedese, ebreo americano che ama l’America come quel paese che gli ha spianato la strada verso la crescita sociale): sotto questa superficie  ribollono però scontenti, malumori, dissensi profondi: questi culminano in una bomba che esplode nella piccola cittadina di Old Rimrock, facendo scoppiare non soltanto lo spaccio locale, ma anche il nucleo familiare da cui discende la giovane terrorista Merry.  Portando alla luce tutte le contraddizioni, le incomprensioni, il non-senso.

    "Pastorale americana" è in realtà il contrario di quanto sembra promettere il titolo: è l’antitesi della pastorale, la negazione del positivismo e delle illusioni di giustizia, perfezione, felicità.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

    • Neve
    • 15 giugno 2011 alle ore 16:26

    La Turchia come confine, area cuscinetto e terreno di confronto fra Islam e laicità: al di là dei luoghi comuni, il dissidio fra Oriente e Occidente scaturisce con forza dalle righe di Pamuk.

    Neve è un lungo racconto dal sapore surreale, incantato nello spazio temporale di una nevicata che ha tagliato fuori dal mondo Kars, città di confine fisico e al contempo metaforico. A Kars si consuma un colpo di stato teatrale, che ha lo scopo di impedire la vittoria degli integralisti alle elezioni comunali: un’imposizione della libertà, si potrebbe definire, in un paese dove i passanti possono rivelarsi poliziotti in borghese o appartenenti ai servizi segreti.

    Integralisti, nazionalisti curdi, comunisti, polizia segreta, poeti islamici e poeti amici dell’Occidente, attori-politici e politici appartenenti al Partito Islamico: in questo complicato scenario la laicità sembra una lezione estranea, mentre per le ragazze di Kars, che si battono per il velo, libertà non è scoprire il capo ma poterlo coprire.

    Nessuno può capirci da lontano – dice uno dei personaggi, al termine del libro. Ed è esattamente questo il senso che Neve trasmette: la necessità di avvicinare il punto di vista, di abbandonare le categorie dell'Occidente se si vuole comprendere l'Oriente. E forse neppure alla fine puoi adottare categorie diverse, se vieni da un altro mondo. Come un turco non può essere occidentale: questo gli abitanti di Kars insegnano e ricordano a Ka, il protagonista di Neve.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Zazie nel metro è un libro che si legge velocemente per il susseguirsi di avvenimenti e colpi di scena e per il divertimento che deriva non soltanto dalla vicenda, ma soprattutto dalla straordinaria maestria di Queneau di giocare con il linguaggio. L’esplorazione delle possibilità linguistiche di significati e significanti (doppi sensi e neologismi basati su assonanze sono all’ordine del giorno) ha come conseguenza la perdita di un senso univoco e compiuto, cui si affianca in questo romanzo la mancata consistenza dei personaggi, che compaiono sotto spoglie diverse fino alla confusione dei generi femminile e maschile. Zazie stessa, che dà nome al romanzo, è una bambina di età imprecisata che nel corso delle pagine diviene progressivamente giovinetta e fanciulla, per poi tornare bambina nelle ultime pagine e concludere la sua vicenda parigina con una amara (e nient’affatto infantile) considerazione sullo scorrere del tempo.

    Ma facciamo un passo indietro, verso la trama: Zazie viene affidata dalla madre allo zio parigino per un paio di giorni. La bambina arrivando a Parigi ha un solo desiderio, vedere la metropolitana. Tuttavia, la metropolitana è chiusa per sciopero e da lì inizierà una serie di avventure per le vie della città, incontrando personaggi curiosi e non del tutto definibili. Zazie accompagna le vicende con commenti lapidari, sboccati e sconvenienti, diventando così una sorta di “guastafeste”, quell’elemento che nella realtà ci mostra il lato meno roseo e più realista delle cose. Zazie infatti, seppur definita bambina, non ha nulla di infantile nel modo di esprimersi e nei contenuti: non agisce neppure quasi mai in prima persona, ma si limita a dar fastidio sottolineando ora l’inettitudine ora la stupidità, o istigando a questo e a quello.

    Intorno a lei, un questurino si trasforma in satiro e in principe/poliziotto, lo zio si trasforma in zia e la zia a sua volta perde la propria identità, il proprietario del Café confonde la propria voce con quella del suo pappagallo: la realtà muta incessantemente i propri contorni e non si lascia imbrigliare in un solo punto di vista. Queneau stesso non assume un punto di vista, ma enuncia fatti (dai contorni labili). L’enunciazione è talmente serrata che talvolta nello spazio di un punto e a capo si muta scena, con un solo termine a chiusura di frase ad anticipare quanto già accade nella frase successiva.

    I fatti sfumano nel confondersi delle identità, mentre le opinioni vengono zittite dai commenti caustici di Zazie: nulla sembra salvarsi fino all’intervento di un deus ex machina che con un vero colpo di teatro ristabilisce l’ordine e riporta la piccola – con puntualità – alla madre. Così si concludono due giorni di avventure che non sono un romanzo di formazione, ma un tempo in cui si invecchia, forse a sottolineare la mancanza di senso della letteratura e della vita stessa. D’altra parte, "Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un’ombra, Zazie il sogno d’un’ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l’ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota".

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Non è avvincente come un romanzo, non è dolce come una poesia.
    E' devastante come lo sono le bombe sui civili, è ipocrita come ipocrita è lo sguardo dell'Occidente, è triste come solo chi muore giorno dopo giorno sa essere, è freddo come freddo è chi lo scrisse. Vik oramai è morto eppure vive ancora in queste pagine, nel ricordo di orrori che in prima persona ha visto accadere e nel coraggio che ha avuto nel raccontarli. Questo è un piccolo libro, troppo piccolo forse per il tema che affronta: ogni giorno continuano a venir giù case, ospedali e scuole, e nessuno si accorge che sotto quelle macerie, sotto quell'ammasso di polvere, ci sono bambini, donne e uomini: un popolo che sta morendo. Il popolo palestinese è vittima di un orrenda macchina, ma non è la guerra: è la tacita volontà di sterminarli, i palestinesi; di "epurare" quella striscia di terra dai loro leggittimi proprietari. Ma non è questo il luogo per affrontare questo argomento, questo delirium tremens.

    Questo libro, di sicuro interesse, vi aprirà gli occhi su una realtà diversa.
    Mentre leggerete questo libro, ricordatevi di quest'uomo: lui credeva - o almeno lo sognava - in un mondo migliore.
    Restiamo Umani.

    [... continua]
    recensione di Vittorio Palmieri

  • Secondo le belle e accurate profezie di Agnes Nutter, una strega, il mondo finirà il prossimo sabato. Anathema, la sua discendente (anche lei una strega), e i discendenti prima, hanno fatto un gran bel lavoro decifrando le sue profezie, nonostante fossero poco chiare. E sarà sabato prossimo. Crowley, il demone, e Aziraphale, l'angelo, hanno vissuto sulla terra dall'inizio, abituandosi agli “umani” e al loro stile di vita. Pertanto non sono per niente contenti della fine di tutto questo. Quando viene piazzato l'Anticristo sulla terra, in una comune famiglia inglese, decidono di fare qualcosa. Ma contrastare il Grande Piano non è un compito facile. La guerra tra Bene e Male è già cominciata e la fine del Mondo si avvicina. I quattro Cavalieri dell'Apocalisse, camuffati da motociclisti, sono sull'autostrada e procedono sulla via per compiere il piano di Dio e di Satana. Come potranno aiutare un vecchio cacciatore di streghe, una signora medium e un giovane impiegato?
    Fresco divertimento, magico intrattenimento, astutamente scritto da due dei migliori autori britannici di fantasy: un libro sicuramente da non perdere.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Secondo le belle e accurate profezie di Agnes Nutter, una strega, il mondo finirà il prossimo sabato. Anathema, la sua discendente (anche lei una strega), e i discendenti prima, hanno fatto un gran bel lavoro decifrando le sue profezie, nonostante fossero poco chiare. E sarà sabato prossimo. Crowley, il demone, e Aziraphale, l'angelo, hanno vissuto sulla terra dall'inizio, abituandosi agli “umani” e al loro stile di vita. Pertanto non sono per niente contenti della fine di tutto questo. Quando viene piazzato l'Anticristo sulla terra, in una comune famiglia inglese, decidono di fare qualcosa. Ma contrastare il Grande Piano non è un compito facile. La guerra tra Bene e Male è già cominciata e la fine del Mondo si avvicina. I quattro Cavalieri dell'Apocalisse, camuffati da motociclisti, sono sull'autostrada e procedono sulla via per compiere il piano di Dio e di Satana. Come potranno aiutare un vecchio cacciatore di streghe, una signora medium e un giovane impiegato?
    Fresco divertimento, magico intrattenimento, astutamente scritto da due dei migliori autori britannici di fantasy: un libro sicuramente da non perdere.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • La poesia di Iago è senza dubbio caratterizzata da una doppia valenza: una forte carica introspettiva, ma anche una visione dell'insieme, che conferisce al poeta una eterna compenetrazione tra inchiostro e vita. Un germogliare di emozioni tratte dalla storia, così come dal quotidiano, che sente ribollire nelle proprie vene. Nei paesaggi di Iago c'è immobilità; un'immobilità che non è pace, ma un caos atavico che copre rabbie represse, un desiderio spasmodico di catturare l'inferno in terra e rendergli la giusta rappresentazione.
    E' un'analisi sociale sulla moedernità, dove a regnare è il volto sanguinante dell'ipocrisia. Si è alla ricerca di una nuova coscienza che risvegli, prima di ogni cosa, il rispetto per l'umanità; anche se tra queste righe si percepisce una sorta di impossibilità verso la redenzione della nostra razza.
    Il poeta non si lascia cadere in facili elucubrazioni pessimistiche, ma ha forza e coraggio di porre domande a se stesso e a ciò che gli vortica intorno. Spesso, le risposte son solo muri alti, atteggiamenti oramai giunti a consuetudini.  E' una malattia celata da una farsa obbligata, che verrà eredità come semplice realtà delle cose dalle generazioni future.
    La poesia "L'osservatore" potrebbe assurgere a manifesto poetico del poeta. Quel suo essere "seduto ai margini della storia" per raccogliere l'insieme dei suoi passaggi, pur riconoscendosi un anonimo interlocutore pronto a "sparire nel grembo dell'epoca".
    Il pensatore e critico non è mai domo, anche dinanzi a una sconfitta annunciata. La soluzione più sentita è il richiamo di sentieri e viaggi per allontanarsi dall'immagine di se stessi riflessa nel quotidiano. Rinvigorire lo spirito rivalutando la nostra idea di vita e società civile, ammirando il nostro caro vecchio mondo da una prospettiva più profonda.
    Questo e tanto altro è il profumo di queste pagine. Una poesia fredda, letta con occhi da cui non escono più lacrime. Come una lapide ghiacciata su lla quale puoi leggere la storia dell'uomo, il percorso di un'umanità dolente inborghesita da fiumi d'ipocrisia, progressi fasulli e vittime nascoste.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro