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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • Se per caso qualcuno non conosce ancora questa meravigliosa scrittrice, questo è il libro giusto per cominciare a leggerla: una storia fantastica, una storia umoristica, una storia di morale.
    È mai possibile che sia tutto questo, vi chiederete? Sì, confermo.
    Fantastica,  perchè i personaggi appartengono in buona parte al mondo della fantasia, streghe di tutti i tipi e da tutte le mitologie: troll, elfi, maghi e banshee.
    Umoristica,  perchè si tratta di salvare una principessa bambina dalle mani di un orribile orco - il famoso Orco di Montorto che muta le persone in animali - ed il gruppetto misto e strampalato inviato in missione si troverà a vivere ogni sorta di avventure e disavventure esilaranti, per poi scoprire che l'orribile Orco non è poi così orribile e che è proprio la principessa che desidera cambiare forma per sfuggire alla schiavitù della sua vita dorata.
    Morale, perchè vediamo questi personaggi fiabeschi vivere in perfetta serenità con gli umani con i quali condividono il loro cammino sulla terra, partecipando dei loro affanni e portando il loro contributo di entusiasmo e desiderio di felicità.
    In definitiva, il messaggio che ne deriva è del tutto peculiare e tipicamente "Ibbotsiano": ognuno di noi ha una personale idea di felicità al mondo (e l'autrice predilige in special modo una rinnovata attenzione alla natura ed al vivere semplice, rifuggendo dalle complicazioni della vita moderna): siamo invitati, tuttavia, a renderci conto che non sempre la nostra idea è quella che va bene per tutti.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • "La scimmia che siamo" è un saggio scritto da Frans de Waal, un etnologo che ha la passione per gli animali ma specialmente per l'uomo. Riferendosi agli scimpanze ed i bonobo, infatti cerca di dimostrare quali siano le basi che muovono anche la nostra natura di esseri umani. E ci riesce a dimostrarli.
    Dopo aver letto questo romanzo sapremo tante cose in più su noi stessi... e mi dispiace molto che un libro così importante sia passato quasi inosservato,.
    Lo consiglio a tutti quelli che hanno passione per l'essere umano, ma anche a quelli che dicono di saper tutto sugli animali... invece è bene aggiornarsi. Buona lettura a tutti.

    [... continua]

  • Il piccolo racconto di una divertente gita in bicicletta, organizzata dalla zia Rosa per i suoi nipotini Aldo e Carlo, offre all'autrice lo spunto per descrivere i piacevoli luoghi di Punta Marina, località costiera ravennate. La spiccata curiosità dei bimbi, che incalzano la zia con mille domande, consente a Rosa di rivivere molti ricordi e di spiegare come ai primi insediamenti si siano affiancate negli anni nuove costruzioni, rispettose delle qualità paesaggistiche e della sostenibilità ambientale, qualità che rende Punta Marina un modello di sviluppo.

    [... continua]

  • Abdelfattah Kilito, parco intellettuale marocchino, pubblica "L’oeil et l’aiguille" nel 1992, tradotto due anni dopo in italiano con il titolo di "L’occhio e l’ago". Saggio sulle “Mille e una notte”, dalle meritorie edizioni il melangolo. Già scorrere l’indice di questo libriccino è una gioia superba per via degli affascinanti titoli dei capitoli: “La Biblioteca di Shahrazàd; Il libro che uccide; Il libro affondato”. E non si tratta di titoli ad effetto perché ogni capitoletto mantiene le sue promesse ermeneutiche. Con la sua scrittura leggera ma intensa, Abdelfattah Kilito mostra come le Mille e una notte siano uno di quei capolavori in cui l’esperienza diviene un racconto e, attraverso la narrazione, mostra i mille sentieri delle parole.
    Tra le sue tante virtù, la letteratura risponde al bisogno specificamente umano di leggere un significato tra le ordalie e gli eventi del mondo e, prima delle scomposizioni alle quali ci ha edotti il pensiero contemporaneo, capace di vedere solo frammenti, avevamo la poiesis che leggeva il cosmo, dagli animali alle piante e le stelle come il disegno di una sconfinata narrazione di senso in cui tutto aveva un ruolo e un posto incastonato nel divenire del mondo e della vita. La Bibbia, l’Iliade, la Bhagavad Gita, Le mille e una notte e tutti i grandi racconti di fondazione associavano significati al mondo e alle cose ammiccando alle vie di finito e infinito. Il linguaggio di Kilito ha un tocco magico anche in virtù del riverbero del soggetto che tratta. Abdelfattah Kilito è un erudito che conosce bene i più remoti angoli delle letterature arabe e, in questo libro, coglie anche la filosofia sottile che Le Mille e una notte celano e svelano attraverso il manto della poesia. Le Mille e una notte sono un racconto che vuol narrare la vita a rischio della vita stessa e Kilitto lo spiega già dall’introduzione: «Non si possono leggere Le Mille e una notte dall’inizio alla fine senza morire, è stato detto» anche se poche righe dopo si premura a rassicurare il lettore spiegandogli che «non morirà a causa delle Notti, perché, anche se lo desiderasse, non potrebbe mai venire a capo di questo libro traboccante». Anche qui, allora, sembra valida l’associazione tra le Notti e la vita: l’intraboccabilità dell’esistenza che non si lascia mai raggiungere da nessuna parola. Un racconto tanto complesso quanto la vita ha bisogno di una voce leggera che ponga gli eventi in un ordine narrativo, ma la voce non è la vita: Shahrazàd, colei che racconta, incarna le Notti, ma non è essa stessa il racconto. Le Notti sono una sintesi di voce e di ascolto, ma solo ascoltare non basta, perché anche il racconto ha i suoi labirinti. Kilitto lo spiega: «Nella cultura greca si distingue tra aedi e rapsodi: i primi compongono delle storie mentre i secondi si incaricano di recitarle. Nelle Mille e una notte non ci sono che rapsodi». Dunque nelle Mille e una notte c’è una continua sovrabbondanza di vita e di sapienza da cui intrecciare e tessere la miriade di storie tra l’occhio e l’ago.

    [... continua]
    recensione di Sergio Caldarella

  • Se non fosse per ciò che essi amano, come si potrebbe mai arrivare a comprendere gli esseri umani? Non è un caso che Livio Garzanti intitoli il suo lavoro “Amare Platone” - e non con un semplice “studiare Platone”, termine ormai volgarizzato da un uso scolare e decettivo. Quella che l’autore presenta, in apparenza, come una lettura del Fedro, il dialogo sulla bellezza, è invece una lettura attentissima dell’intera opera del filosofo e dei suoi commentatori.
    Livio Garzanti, nella toccante ma perentoria dedica d'apertura, dichiara anche che questo studio su Platone è stato per lui, dopo la morte dell’amata moglie, un lavoro per “ridare un senso all’esistere”. Da autentico uomo di lettere quale egli è, l’autore confessa qui di ritornare alla filosofia di Platone per riconquistare, dopo una grande perdita, il significato dell’esistenza per tramite della scrittura. La finezza di queste dichiarazioni può essere colta solo da chi intende la relazione intensa e vera tra senso ed esistenza, tra il vivere e l'esistere, quella connessione che, portata alle sue conseguenze, conduce al rapporto tra parole e lacrime che Ferdinand Ebner stabilì in ben altro libro.
    Nell'opera di Garzanti ci sono tutti gli elementi che un libro autentico deve contenere: c’è il pensiero e la passione, i due fattori più importanti in ogni aspetto dell’umano esistere. Livio Garzanti lo scrive con eleganza: «Ho cercato di trasmettere le mie impressioni come suggerimento per un avvio all’amore di Platone. L’amore è conoscenza, conoscenza di un’essenza, di una unità, ed è quello che chiede il molteplice che è nell’animo di Platone».
    Nel mondo contemporaneo non abbiamo molta filosofia intorno a noi, ma canzonette, paralogismi, trivialità d'ogni genere, mentre il pensiero autentico langue, anzi, dire oggi di un argomento che è “filosofico”, sembra quasi usare un termine denigratorio. Se così non fosse il mondo non potrebbe andare tanto male quanto va, ma da troppo tempo si è lasciato il controllo di questa società ai peggiori tra noi e sarebbe ormai irragionevole attendersi da costoro alcunché di buono - e Platone non solo lo aveva già ben spiegato, ma aveva anche fornito l'antidoto. Oggi, chiaramente, la società dei peggiori arriva a definire Platone come un “cattivo maestro”, ma anche quest'epiteto è solo l'ennesima testimonianza del nostro piccolo tempo e dice più su noi di quanto non possa dire sul grande Greco. Garzanti, nel suo scritto, svela tante profondità del pensiero platonico riproponendole con voce leggera, come nella contrapposizione tra l'episteme del Grande Greco, contro l’inconsistenza della volgare doxa dei Sofisti: «Tanto maggiore è il bisogno del vero e del giusto, quanto maggiore è l’incertezza del proprio esistere». Ecco, in frasi profonde e belle, le radici della filosofia autentica, quel pensiero che si muove sempre sul confine tra l’esistenza e l’esistere e così getta uno sguardo a quei monti del vero da cui si intravvedono le forme del significato e del significante. Tutto è connesso, tutto canta in una musica dolce e leggera che solo orecchie finissime sanno cogliere.
    Bisogna ringraziare Livio Garzanti per aver dimostrato, con un libro da ricordare, che all’arbitrio e al delirio si può contrapporre la profondità di idee senza tempo e che, anche in questa notte dello spirito, il pensiero sa come far vibrare quelle corde che rendono la vita vera esistente e significante. Liber legendus est.

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    recensione di Sergio Caldarella

  • Una parola sferzante, un pensiero violento e profondo, sono le basi  della poesia di Emanuela Cavallaro, che con la sua raccolta  “Movimentacoli” consegna al lettore un’opera coraggiosa, dissacrante, dolorosamente reale e realistica.
    In tutti i suoi versi si avverte una continua tensione condotta dalla “frenesia della poesia”, che spinge  verso la rivolta, la sfida, il combattimento senza remore contro il  “cupo quotidiano”, il non senso di un mondo dove non c’è luce ma buio, dove non c’è sicurezza ma "Frantumi" di essa, dove non c’è prato se non  nel “grigio male”, dove l’esistenza è credere, fingere di esistere.
    E  allora, che fare?
    “Bisogna lasciarsi andare/ sospendersi nell’aria/ e così potrai scoprirti”, gridano i suoi versi; bisogna tuffarsi senza  domande nel mare del nostro essere, e cominciare a nuotare con violenta  frenesia, per non “sopravvivere pensando di vivere”. Perché la scelta  dipende da noi, la scelta della consapevolezza che è l’unica strada e insieme l’unica meta, è il problema e la sua sola soluzione. Questi forti sentimenti sono espressi da un linguaggio originale, che utilizza gli strumenti più classici dell’artifizio poetico, come l’allitterazione e la sinestesia, per disegnare un universo moderno, suoni in libertà, sillabe in continuo movimento, "movimentacoli" appunto.
    Tali qualità sono ben espresse nella prefazione firmata da Sandra Cervone, poetessa, giornalista e scrittrice, storica autrice di Aphorism, nonché responsabile della Collana “La Luna e gli Specchi” della Divisione LAB  delle Edizioni Giulio Perrone, che con il suo lavoro attento continua a regalarci talenti poetici veri, come quello di Emanuela, magistralmente espresso nei suoi versi che “combattono e si divincolano, come tentacoli, rendendoci piovre e prede a seconda del ritmo e dell’intuito che ci  mettiamo”. 

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Stig Dagerman, suicida a soli 31 anni, è uno tra i più profondi scrittori svedesi. Autore, tra l’altro, di un breve quanto intenso saggio dal titolo "Vårt behov av tröst" ("Il nostro bisogno di consolazione", trad. it. Iperborea): libro in cui scrive anche la stupenda frase: «Chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà».
    Uno scrittore viaggia per le strade del mondo con il continuo bisogno di raccontare storie, come un viandante che si lascia accompagnare dalle parole o accompagna le parole per le strade dei loro viaggi, mentre quest'ultime, questi strani segni sonori come lame, cercano di spiegare quelle luci opache che abitano al di là di esse stesse e così da storie tronche, abbandonate, lasciate a respirare l’aria di vicoli ameni, erompono, a volte, luci ed ombre storte senza le quali il mondo sarebbe ben altro, non più lo stesso, magari non più neppure mondo. Queste parole capaci di sopravvivere al tempo, proprio per questo loro essere “sopravvissute”, ci consolano, ci permettono di ascoltare il timbro di una voce amica e vicina in mezzo ai chioccolii nei quali non riconosciamo alcuna forma. Esplorando le radici della scrittura, Stig Dagerman ci ha narrato "il nostro bisogno di consolazione" ed ha disteso, dietro i tasti metallici della sua macchina da scrivere e tra i fogli macchiati dalla penna multicolore, racconti decifrabili solo da occhi attenti; lingue d’inchiostro che parlano di nevi e notti scandinave e di quelle contorte ombre dell’anima che raggiungono qualunque latitudine. Dagerman è, come ogni grande, uno scrittore da ascoltare: bisogna poggiare l’orecchio sui suoi libri e, tendendo l’udito, avvertire il suono leggero di vite racchiuse nel germe di una parola fremente insieme allo sgusciare di elfi e gnomi che passano ed abitano in mezzo alle tremolanti oscurità del mondo che immaginiamo reale. A volte cerchiamo nella scrittura ciò che un infreddolito viandante tra le nevi cerca nel tepore di una stufa o di una coperta, quello che l’amato cerca in ogni riflesso dell’amata e nel pulsare di quel sentimento vivo e strano che riposa nel tremolio distante degli occhi di lei. Forse nelle parole non c’è nessun destino, ma se ci fosse, non potrebbe che tendere al nostro infinito quanto necessario bisogno di consolazione.

    [... continua]
    recensione di Sergio Caldarella

  • Un sabato sera come tanti al Deep Night. Due amici, Julien e Nicolas, chiacchierano tranquillamente mentre sorseggiano due birre. Si è fatto tardi, è ora di tornare a casa. Salgono sulla moto e vanno via. È Julien a guidarla. Ad un certo punto una luce abbagliante e poi il buio più nero.
    E’ la storia di un amicizia giusta e di una sbagliata, di un amore senza inizio e senza fine, di un dolore così grande che si fa strada nelle viscere del corpo e raggiunge la purezza dell’anima per divorarla senza pietà e senza tregua.
    Un ragazzo che vorrebbe che le proprie emozioni chiudessero i battenti almeno durante la notte… ma è proprio nel lasso di tempo in cui ci si addormenta per scivolare nell’incoscienza più totale, che prendono forma i mostri della mente; gli stessi che c’impediscono di intravedere anche solo la speranza di un futuro diverso senza essere schiacciati dagli errori del passato. Ed è nel buio più nero che l’essere umano è posto davanti alle sue scelte e fortunatamente riesce, nella maggior parte dei casi a respirare di nuovo la primavera, così come l’alba dopo la notte ritorna a sorgere.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • "Viaggiare è il modo migliore per conoscere e accrescere la tua forza", diceva nonna Jasmina. "Il bagaglio più prezioso che portano gli stranieri è la loro differenza. E se ti concentri sul divergente e sul dissimile, avrai anche tu delle illuminazioni".
    Da questo invito al viaggio come esperienza cognitiva parte Fatema Mernissi, che ha occasione di confrontarsi con la cultura Occidentale in occasione del viaggio di promozione del proprio libro "La terrazza proibita". Raccontando di aver trascorso la sua infanzia in un harem, si accorge dei sorrisetti imbarazzati o maliziosi dei giornalisti che celano un'immagine dell’harem diversa da quella cui l’autrice è abituata. Interessata a comprendere ed analizzare le divergenze, Fatema coinvolge amici europei e arabi in quel che diventa un’analisi dell’immagine della donna in Oriente e in Occidente.
    E’ interessante seguire Fatema nella sua ricerca che non tralascia nessun campo artistico, scandagliando le raffigurazioni dell’Oriente ad opera di europei  (dalla pittura di Matisse e Ingres al balletto Sherazade, ai film Hollywoodiani della prima metà del Novecento) e le rappresentazioni della donna nelle miniature orientali e nelle storie, da Le mille e una notte alle leggende di principesse guerriere.
    Mentre l’Occidente raffigura la donna orientale come passiva, l’Oriente, invece, intrappola la donna in un luogo chiuso (l’harem) per dominarne la potenza. Le divergenze si incontrano anche nell'estetica: in Occidente la donna intelligente è brutta, conclude Fatema dopo la lettura di Kant, mentre in Oriente la bellezza non può essere disgiunta dalle doti intellettuali, come insegna la stessa favola di Sherazade.
    Dopo altri viaggi e un momentaneo abbandono delle riflessioni su l’harem e l’occidente, inaspettata verrà la scoperta di Fatema in un negozio newyorkese:  l’uomo orientale confina la donna nello spazio, l’uomo occidentale la confina nel tempo.
    Condivisibile o meno che sia la sua conclusione, il libro (oltre ad essere molto piacevole) merita di essere letto da tutti coloro che credono nella conoscenza del Diverso come arricchimento e chiave per comprendere noi  stessi e il mondo in cui viviamo.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Un vortice di intense passioni, di grandi tensioni, di vite che s’intrecciano e si rincorrono al di là del tempo e dello spazio. Questi gli ingredienti principali dell’opera seconda di Tiziana Iaccarino, che conferma la propensione dell’autrice per la complessità dell’intreccio, l’attenzione ai misteri dell’animo umano, l’abilità nell’avvicinare e sovrapporre mondi lontani e diversi.
    E così lo sfondo dell’alta società partenopea si mescola ai colori del mondo latinoamericano, due generazioni di protagonisti lottano contro le convenzioni sociali per poi comprendere quanto sia irrefrenabile l’impulso che spinge l’uomo alla ricerca del successo, alla conquista con ogni mezzo del potere che si dimostra fine ultimo di ogni sforzo, ed è descritto in tutte le sue ammalianti sfaccettature come strumento di controllo sulle cose e sulle persone.
    Su queste basi l’autrice costruisce un romanzo che ha la delicatezza del genere romantico, nella descrizione di amori e relazioni che fluttuano tra storie di sentimento puro e travolgente, e unioni stereotipate e mutile della vera passione che divora l’anima; ma ha anche la suspance e la tensione creata dai tanti rancori che il tempo non riesce a sanare, dal turbinio di sentimenti quali l’invidia, l’arrivismo, la vendetta, che spingono i protagonisti verso scelte difficili, e situazioni davvero al limite.
    Questo piccolo grande universo, composto da una coralità di personaggi principali più o meno delineati a seconda del ruolo e del significato che essi assumono nello svolgersi degli eventi, è descritto dall’autrice attraverso la ben orchestrata fusione del presente con i ricordi e la storia passata dei singoli protagonisti, un’alternanza della narrazione principale con digressioni e flash-back che ancor di più conferiscono a questo romanzo il suo fascino originale, avvincente e coinvolgente.  

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano