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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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  • Una mattina, come ogni mattina, un uomo esce di casa e porta a passeggio il suo cane. Sceglie il percorso più breve per raggiungere il parco, perché il cielo minaccia pioggia. Attraversa la strada e cammina svelto sotto una grondaia, proprio mentre una grossa tegola pericolante sta per cadere. La tegola precipita e colpisce direttamente la testa dell’uomo che s’accascia a terra privo di vita, abbandonando per sempre ogni suo sogno insieme al povero cane afflitto.
    Che cos’è successo? Potremmo semplicemente dire che si è trattato di una morte accidentale. Tuttavia, in questi casi, la serie di coincidenze sfortunate ripercorsa a posteriori ci porta a pensare che s’è trattato di un destino crudele, di un fato amaro, di chissà quale inafferrabile volontà. Se solo l’uomo non fosse uscito quella mattina, se solo avesse percorso un’altra strada, se ci fosse stato il sole, se il cane l’avesse attirato verso un prato, si fosse messo a inseguire un gatto e così via … Quante altre sorti differenti sarebbero potute capitare al pover’uomo. Invece no: quello era il suo destino, evidentemente!
    Quello di trovare a tutti i costi un senso, un segno, una direzione nei fatti è uno schema di ragionamento tipicamente umano, perché non è sopportabile per un essere intelligente come noi dover ammettere di trovarsi di fronte ad eventi inspiegabili, oltretutto se concatenati tra loro verso un epilogo così drastico. Da qui, arrivare a pensare che dietro tutti gli avvenimenti apparentemente effimeri ci sia una regia, un piano misterioso, un disegno inafferrabile e inevitabile, il percorso è breve. Breve e pericoloso.
    Il libro di Telmo Pievani, La vita inaspettata, edito da Raffaello Cortina Editore, spiega come  i fatti, così come tutta la storia, non abbiano una direzione, e la casualità sia in realtà contingenza, ovvero concatenazione di possibilità, non di necessità. In altre parole, l’interferenza non necessaria tra due dinamiche di fatti, indipendenti tra loro e con una logica intrinseca, rende alla fine possibile un esito, che non è tuttavia frutto di un progetto ma di un fortuito intreccio di dettagli, i quali avrebbero potuto portare altrove.
    Il problema è che, quando due catene di fatti indipendenti s’incrociano, possono provocare l’improbabile, l’inatteso, a volte talmente straniante e beffardo da indurci a pensare ad una mano invisibile che dirige il gioco. Come fosse il copione di un film con un finale già assegnato in cui noi, esseri viventi, siamo solo inconsapevoli comparse.
    Per arrivare a dimostrare che così non è, Pievani parte da molto lontano. Esattamente dalla Preistoria. Ripercorre alcune tappe dell’affascinante cammino dell’evoluzione umana a partire dai più semplici batteri unicellulari fino ad arrivare all’uomo tecnologico di oggi, immaginando quello che sarà domani. In sottofondo, la voce di Charles Darwin sussurra tra le pagine, dando la sensazione di sfogliare un libro dentro il libro: le sue lettere, i suoi appunti, le sue riflessioni sempre precise e oneste, trapelano in un costante dialogo tra stupore e logica, tra emozione e razionalità, mescolandosi alle parole altrettanto appassionate di Pievani. Dalla lettura dei taccuini di Darwin, emerge un uomo di scienza e di passione, un rivoluzionario culturale e filosofico, oltre che scientifico, nient’affatto ambizioso di fama e gloria ma semplicemente di chiarezza. Egli, infatti, tenne le sue annotazioni segrete per vent’anni, proprio perché sapeva avrebbero fatto vacillare le presunzioni umane insieme alla vanagloriosa illusione d’essere sovrani sulla Natura e frutto indiscusso dell’eccezionale vittoria del più forte e intelligente sul più debole e incapace. Niente di più ridicolo: un verme policheto come la Pikaia avrebbe potuto avere la meglio sull’Homo Sapiens in altre circostanze e, oggi, la Terra potrebbe essere popolata da rettili piumati e pesci con le dita, anziché da esseri tecnologici e computerizzati. I risvolti culturali innescati dal darwinismo sono vertiginosamente vivi e pulsano come un vulcano sornione sempre pronto ad eruttare. Per questo, ancora oggi, Darwin è un boccone duro da digerire al di fuori dell’ambiente scientifico e mantiene accesa, dopo tanti anni, un’accattivante sfida culturale che ha inevitabilmente scomodato anche teologia ed etica, sfida di cui Pievani si fa portavoce, provocando qua e là, benevolmente ma con puntiglio, La Vita autentica del suo collega e contraltare Vito Mancuso.
    In poco più di duecento pagine, Pievani manda in frantumi l’allucinazione di eccezionalità indiscussa dell’Essere Umano, facendo cadere come un castello di carte l’idea di ‘anello mancante’, di unicità della specie, di ineluttabilità della storia e dell’evoluzione. In verità, comparando tutti gli studi e i reperti finora a disposizione, pare non ci sia stato alcunché di ineluttabile e lineare nel corso dell’evoluzione. La Storia non è una palla da biliardo diretta in buca e la Vita è stata sempre una corsa con una infinità di atleti, nemmeno tutti rintracciabili ma di certo spesso sovrapposti e mescolati tra loro, così diversi e così uguali. Una corsa non regolare e progressiva ma a zigzag e sempre imprevedibile fino alla svolta successiva, le cui regole sono state dettate dalle contingenze ambientali di un ecosistema in costante trasformazione, dalle oscillazioni climatiche e dalle circostanze ecologiche che, più volte nel corso dell’evoluzione, hanno infilato gli esseri viventi in quello che gli esperti chiamano il ‘collo di bottiglia’ evoluzionistico. Gli Esseri Umani attuali discenderebbero, perciò, da quelle poche creature sopravvissute agli eventi fluttuanti e ramificati di un Grande Passato che avrebbe potuto svolgersi in maniere completamente differenti.
    In altre parole, per tornare alla metafora dell’uomo con il cane, nel corso dell’evoluzione di tegole pericolanti ce ne sono state a bizzeffe e ne son piovute infinite volte, decretando la condanna di alcuni e la grande occasione di altri. Tuttavia, non sempre le tegole hanno colpito i più deboli a vantaggio dei più forti, e non sempre la sopravvivenza è stata frutto di competizione e lotta ma anche di collaborazione e contingenza, appunto.
    Gli scenari possibili della storia dell’evoluzione sono infiniti, dunque, un po’ come nel film Sliding Doors, in cui le scelte della protagonista danno vita a svolgimenti diversi: ogni narrazione ha una consequenzialità, il cui senso sarà afferrabile solo a posteriori, consequenzialità che si ramifica in mille rivoli e meandri a partire da una minuscola, insignificante biforcazione, il cui esito dipende a sua volta da un ventaglio di dettagli imponderabili.
    In conclusione - senza tuttavia giungere a una vera conclusione perché si sta parlando di un fiume che scorre nuotandoci dentro - il castello di carte di un’evoluzione lineare e progettuale crolla sotto un alito di vento. L’assenza di un fine e la non unicità della specie sono gli ingredienti non ancora metabolizzati della rivoluzione darwiniana che spingono talora a preferire teorie rivisitate e più comode del darwinismo, se non rifiutarlo del tutto. In ogni caso, nella sfida tra cruda necessità e finalità intenzionale, tra scienza e fede, tra realtà e trascendenza, l’onere della prova spetta a chi pone le ipotesi, lasciando ognuno libero in cuor suo di credere, illudersi, sperare ma soprattutto cercare di capire, senza innamorarsi di falsi profeti. E poiché, come diceva Primo Levi, è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene averli in sospetto tutti, rinunciando alle verità rivelate anche se esaltanti, e preferendo invece piccole verità, modeste ma conquistate faticosamente e senza scorciatoie, tramite il ragionamento e la discussione. Solo così, forse, potremo capire che essere sganciati da un disegno invisibile ci rende liberi e responsabili in questo frammento di spazio e tempo che ci è concesso di vivere. E visto che siamo protagonisti inattesi e temporanei in un universo tra tanti, cogliamo la straordinaria occasione di meritarci questo piccolo spazio cosmico, rendendo davvero autentica la nostra vita! Ricordiamo a noi stessi che siamo a volte portati a far guerre e combatterci l’un l’altro, è vero, ma che siamo anche in grado di curare e salvare vite, comporre sinfonie e opere d’arte, scrivere leggi e poemi, esplorare lo Spazio, il cervello e l’inconscio ...  Allora, se saremo abbastanza saggi, cresceremo forti come la ginestra di Leopardi che spunta, nonostante tutto, nel deserto dell’amoralità e spande sulle ceneri laviche il suo profumo delizioso di contagiosa vitalità.
    Il dialogo tra tutte le discipline culturali è probabilmente la vera chiave di lettura del presente di un uomo che s’è svegliato da illusioni millenarie e che prende finalmente atto d’essere uno zingaro ai margini dell’Universo in cui deve vivere. In questo immenso panorama umano, la contingenza, come conclude Pievani, non esclude l’etica, anzi la implica perché rende responsabile ognuno di noi di ogni piccola, grande azione, in ogni istante. Parimenti, la contingenza non impedisce di vivere per qualcosa di più grande di sé, perché qualcosa di immensamente grande c’è ed è il Futuro.
    Se entrassimo in una immaginaria sala di proiezione e facessimo scorrere di nuovo la pellicola della Storia, probabilmente non assisteremmo allo stesso film con lo stesso finale, anche se non è possibile verificare ciò. Ma quel che è certo è che il film del Futuro è ancora tutto da girare, tutto da inventare e, per quanto ci è umanamente concesso, è completamente nelle nostre mani, visto che nessuna ‘necessità’ ce lo potrà mai rubare.
    Arrivare all’ultima riga del libro di Telmo Pievani equivale a rincasare dopo aver fatto un giro sulle montagne russe della Vita: la nostra casa non ci pare più la stessa. Il panorama dipinto tra le pagine mozza il fiato e l’ondeggiare tra paleontologia e biologia, antropologia ed etica, psicologia e neuroscienze, tra scienza e teologia … tra Pikaia, Uomo e Dio, dà una sensazione d’immensità e di precarietà mescolate insieme.
    Rincasiamo, dunque, con una gran voglia di cercare risposte e di non smettere mai d’essere curiosi, pieni di voglia di vivere e di uscire di casa ogni mattina col sorriso anche se piove, con il nostro cane al guinzaglio (e guarda caso non viceversa!), felici di passeggiare per questo spettacolare e imprevedibile Mondo che, con i suoi tanti silenzi, ci lascia benevolmente liberi.
    Liberi e responsabili di passare il testimone della Conoscenza ai nostri figli, perché possano crescere consapevoli d’essere davvero artefici del proprio Futuro.

    [... continua]
    recensione di Paola Cerana

  • Immaginate un tempo in cui non si parlava dell’evoluzione della specie. Un tempo in cui, anzi, ipotizzare che il mondo non sia rimasto uguale a come Dio lo ha creato equivale quasi a dire un’eresia: l’Onnipotente avrebbe quindi commesso un errore e cancellato qualche sua creatura? In questa immaginazione procede spedita e suadente Tracy Chevalier, la bravissima autrice de “La ragazza dall’orecchino di perla” che spopolò all’inizio del Duemila e che dopo qualche altra prova narrativa è uscita pochi anni fa con “Strane creature”. La storia attraverso la quale ci conduce racconta di Mary Anning, una umilissima ragazza di Lyme Regis che nei primi dell’Ottocento da semplice cercatrice di fossili diventa una vera e propria paleontologa: la affianca una preziosa amica, Elizabeth Philpot, avvantaggiata da una migliore condizione sociale, che contribuisce a renderle giustizia come legittima scopritrice del primo plesiosauro e del primo ittiosauro. L’immaginazione di Tracy Chevalier fa affezionare il lettore alla storia di queste due donne, e la stessa Chevalier se ne sente così legata che conclude il libro spiegando in quali passaggi finisce la Storia e dove inizia la sua fantasia. Un libro da leggere e a cui voler bene. Nel 2010 la Royal Society ha incluso Mary Anning tra le dieci donne britanniche che hanno avuto più influenza nella storia della scienza.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il 14 gennaio è scomparso uno dei filosofi più significativi del panorama culturale italiano. Paolo Rossi, professore dell’Università di Firenze, membro dell’Accademia dei Lincei e, soprattutto, uomo profondo e sensibile, ha dedicato l’intera vita alla riflessione e all’insegnamento, praticato fino all’ultimo con grande entusiasmo. Amava definirsi "storico delle idee" e, oggi, lui stesso è diventato Storia lasciando in eredità le sue idee.
    Il suo ultimo libro risale allo scorso anno e s’intitola “Mangiare”, edito da Il Mulino. Non lasciatevi ingannare dal titolo bucolico che riempie la bocca e non indugiate, dunque, tra gli scaffali del reparto "cucina". Il libro di Paolo Rossi appartiene a tutta un’altra specie letteraria e si colloca in prima fila tra i saggi di antropologia, perché il mangiare è sia Natura, sia Cultura e i modi di nutrirsi sono in grado di dire qualcosa di importante non solo sui modi di vita ma anche sulla struttura di una società e sulle regole che consentono ad essa di persistere e di sfidare il tempo.
    “Mangiare” è uno di quei libri in cui pare di sentire la voce del narratore che fa da sottofondo al suo atto creativo. Convincente e appassionato nelle sue argomentazioni, Paolo Rossi ha dedicato questo scritto alla memoria di un suo caro amico e a sua figlia Laura, una brava psichiatra che si occupa di disturbi del comportamento alimentare, in special modo di anoressia. Le pagine del libro sono un approfondimento di alcune cartelle che il filosofo aveva scritto in passato per questa giovane donna, mosso dai forti sentimenti provati visitando di persona il reparto psichiatrico in cui lei lavorava. Perché un conto è leggere libri e un altro è avvicinare le persone. Questo spiega il taglio particolare del saggio, che pur titolandosi “Mangiare” tocca aspetti spesso solo paradossalmente legati al bello del mangiare. Mangiare, infatti, non è solo piacere. E’ anche fame. E fame significa bisogno, desiderio, ossessione, come dice il sottotitolo del libro. Significa digiuno, carestia, povertà, frustrazione, rinuncia, schiavitù, malattia, morte. Significa persino cannibalismo e vampirismo, ancora oggi praticati, nel nostro tempo e nella nostra società!
    Paolo Rossi, da buon filosofo, vola alto e leggero attraverso scenari storici e culturali lontani tra loro, nel tempo e nello spazio, evocando qua e là passi intensi di scrittori e pensatori quali Calvino, Pasolini e Herta Mueller, per poi planare deciso laddove il volo è cominciato, sul terreno vischioso dell’anoressia. E lì colpisce il bersaglio, la musa Ana, come viene familiarmente chiamata l’anoressia sul web dai suoi giovanissimi fedeli: il tirannismo alimentare, l’amoroso anelare ad un vuoto che sazia più del pieno, in un inesorabile, lento, cieco suicidio. Ne parla con estrema delicatezza, com’è giusto trattare questo male subdolo dove tutto è difficile e ancora più doloroso perché coinvolge soprattutto chi si affaccia all’alba della propria esistenza, creature simili a passerotti chiusi in un’invisibile gabbia d’oro.
    Non è, però, necessario arrivare alle ultime pagine del libro per sentire il sapore che emana. Anzi, per essere precisa, non si tratta di un sapore ma di un retrogusto, amarognolo e pungente, più forte e persistente della pienezza stessa del gusto. Affrontare l’argomento del mangiare da questo punto di vista è decisamente originale e provocatorio. E’ un po’ come se un sarto descrivesse l’eleganza di un abito partendo dalla fodera. E la provocazione a riflettere in maniera così disincantata sui paradossi alimentari del nostro tempo non può lasciare indifferenti. Viviamo in una società in cui due terzi fa la fame e un terzo la dieta! Allora si capisce come tra le due teste di un simile mostruoso ossimoro, tutto sia possibile: dall’opulento dio McDonald, dove i bambini non diventano mai adulti e gli adulti restano eterni bambini, fino al regno della musa Ana, dove bambini fragili e disorientati rischiano d’essere intrappolati in una gabbia d’oro che tutto offre fuorché la vita, bambini incapaci di diventare adulti liberi e di spiccare felici il volo con la sola forza delle proprie ali.

    [... continua]
    recensione di Paola Cerana

  • Sosteniamo Dominique Lapierre!   
    Un libro straordinario, per i personaggi descritti e le vicende narrate. A  volte può apparire così lineare e descrittivo da sembrare addirittura semplice.  Ma per farsi comprendere, per arrivare a tutti, essere pomposi non serve a niente, e questo libro è scritto proprio per raggiungere tutti, per colpire le coscienze e stimolarle.
    Sono stato a Calcutta circa 20 anni dopo i fatti  descritti, sicuramente è stato fatto tanto ma negli slum resta ancora molto da fare.
    Un paio di mesi dopo il rientro in Italia ho avuto la fortuna di  ascoltare dal vivo Dominique Lapierre, durante un incontro letterario: emana un'aura,  un'energia, una serenità d'animo che si individuano solo nelle grandi  personalità. E' una di quelle persone, con sua moglie, che non vanno lasciate sole.
    Credo che la miglior recensione per questo libro sia diffondere le  coordinate per sostenere le loro iniziative: "Associazione per i bambini dei  lebbrosi di Calcutta per la fondazione Dominique Lapierre ONLUS", Conto Corrente  Postale 10043503 - Conto Corrente Bancario: 010000003389/5 ABI: 3032 CAB: 2801

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • I versi di Fabia Muscariello, presentati da Sandra Cervone, risuonano al lettore come lontani richiami di martin pescatore, delicati e fragili echi di pensieri sullo sfondo della risacca.  "Tra quelle conchiglie rotte e salate ho mosso i miei primi respiri/ la vita mi accoglieva appena e io già volevo tornare indietro": inizia così "Ventilato", a mio avviso una delle più belle liriche di questa piccola raccolta. Solo chi è nato accanto al mare può comprendere appieno cosa significhi quel senso di pienezza e al tempo stesso soffocamento che si prova, quando si ha davanti l'orizzonte liquido e dietro un fazzoletto di terra che accoglie, protegge, nasconde, a seconda dei tempi ("Sarò figlia di gamberi/ o disegno di gabbiani").
    Il poeta fugge a se stesso ma non può fare a meno di comporre: questo il suo destino, questo il destino di Fabia che si coglie a fotografare gli istanti incerti del suo cammino nella piena consapevolezza di avere "un viandante sconosciuto" dentro sé. Il vero poeta scrive per sé, ma trascina chi si imbatte sul suo cammino, perché insegna al viandante a  guardare il mondo intorno e comunicarlo attraverso parole eterne, intime e corali al tempo stesso. La poesia dona saggezza ma non ripara dal desiderio di certezze e di quotidianità a cui l'essere umano si aggrappa per sfuggire all'infinito cercare.  L'autrice anela alla stabilità (“Voglio vivere/ sul castello di cui mi fido”), ma al tempo stesso avverte indomita: "si vola con le ali/ io ho solo scarpe/ tante e troppe/ e amo la terra ma guardo sempre il cielo". Ma lei riesce a volare anche con le scarpe, e in “Ogni cosa che non vivo” ci svela il suo segreto: a volte per non soffrire è meglio tacere (“Solo nel silenzio mi accorgo/ che il mare è bello anche se non è davanti a me/ perché quando non posso vederlo/ trovo i remi giusti per raggiungerlo”).
    La poesia non è consolatoria e non garantisce ascesi: chi scrive volando vive anche nel mondo, con la testa fra le nuvole ma con i piedi per terra. Ci si accorge così dell’estrema necessità di difendersi, di non lasciarsi travolgere: ne scaturisce un vero e proprio breviario laico di sopravvivenza al passo incerto della vita, “Riflessioni di un’accanita pensatrice”. Il male incombe ma ogni risveglio è un’occasione per ricominciare e Fabia, la poetessa generosa che riconosce a noi di Aphorism di lavorare con amore (“e si sa che l’amore è cosa sconfinata”), proprio a una  dichiarazione d’amore per  Gaeta affida il suo finale, la sua città dove “… al mare fan brillare gli occhi le barche/ e a me bruciano a immaginare”.

    [... continua]

  • È un’anima pulita e desiderosa di vita, quella che parla tra i versi di Mirka Naldi. Nel piccolo e naive volume di poesie “Tra le righe” si intuisce una grande sensibilità verso le gioie umane e il fluire del tempo, con buone intuizioni nell’uso di metafore e nell’apparato poetico, spesso di natura aforistica.
    “L’autunno è la panchina del parco/ dove si siede chi ha il coraggio/ di lasciarsi alle spalle/ il calore certo dell’estate”
    Appaiono di frequente l’immagine del treno, simbolo delle occasioni da cogliere al volo, e la voglia di certezze e di calore. Quella di Mirka Naldi è un’anima intima, raccolta, che si trova più a suo agio nel raccontarsi “di nascosto”, nelle poesie, in un immaginario multicolore dal quale spiccano solo ogni tanto i toni accesi del rosso passione.
    Tra le righe di Mirka Naldi sono nascosti i sentimenti che durano, quelli che si nutrono di presenza e non di assenza, quelli da coltivare in un angolo protetto del cuore per poi sbocciare piano al calore della realtà. I versi che scaturiscono dal cuore di Mirka rivelano dei sentimenti sinceri, che preferiscono abbracci o un semplice bacio da ricordare per sempre, a incontri fugaci che svaniscono nella fretta di viverli.
    “Questa notte ho chiesto/ alla luna di farti tornare./ Mi ha risposto che/ non si può far tornare/ qualcuno che non è mai partito”
    Pacata e morbida, l’autrice offre al lettore scorci di sé, perpetrando il messaggio del “carpe diem” per lasciare al lettore il monito di assaporare e immortalare ogni attimo che lo fa sentire vivo, con la certezza che “le cose belle arrivano,/ prima o poi/ è che non sai/ mai quando”… e forse anche un po’ per se stessa, ripetendoselo come fa il piccolo principe, “per ricordarselo”.
    “La stazione non è/ un punto di partenza,/ ma il punto di ritrovo.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il romanzo è stato presentato al Premio Strega 2012 da Dacia Maraini e Paolo Ruffilli.
    “Il vuoto intorno” è una spina che ti entra nell’anima e vi semina speranza e amore per l’essere umano in tutte le sue sfaccettature, è la ricerca di una felicità che non sia solo assenza di dolore ma gioia che circonda e avvolge. Il romanzo del giovanissimo autore, poco più che ventenne, narra in modo viscerale e con incredibile capacità narrativa una storia universale di dolore e di sofferenza, una storia di lotta interiore per cercare il proprio posto nel mondo e costruire con le proprie mani una meritata felicità. Achille, personaggio principale, è un giovane ragazzo padre che racconta la sua vita disastrata al piccolo Ettore, suo figlio. Il racconto illustra i vari momenti nei quali l’anima di Achille rischia di spezzarsi definitivamente. Per l’esattezza sono tre le vicende che segnano in modo indelebile la vita del giovane padre: la prima quando muore sua madre, una donna alcolizzata e brutalmente distrutta per i continui tradimenti di un marito cinico e assente, la seconda quando scopre di avere un figlio affetto dalla sindrome di Down, la terza quando muore la donna che ama, una zingara che vive in quartiere difficile e abbandonato nel paese campano di Agropoli e madre di suo figlio. Achille è terrorizzato dal vuoto. Il vuoto lo atterrisce, lo paralizza, lo gambizza. Ecco dunque che il suo racconto diventa una lunga fuga dalle cose, dalle paure umane, dalle persone, forse anche dalla felicità che è così vicina da sembrare irreale. “Il vuoto intorno è la storia di un uomo che cerca di annientare se stesso e la propria dignità mediante la più sfrenata prostituzione del proprio corpo. Ma “Il vuoto intorno” è anche la storia di una speranza che prova ad affacciarsi timida alla vita, la storia di una lotta dovuta e di una vittoria meritata. È la storia di come si possa nonostante tutto essere felici e imparare ad amare. Il tenore letterario del testo è alto e poetico.
    Il romanzo convince, anzi cattura lasciando nello stomaco il desiderio di conoscere il vero significato della parola “umanità”.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • La piccola e dolce Maddy osserva coi suoi occhi innocenti e privi di malizia il mondo che la circonda, incurante delle critiche e delle cattiverie che le persone cosiddette normali tendono a esternare. Eh sì, perché la piccola Maddy non appartiene, a giudicare dai parametri piuttosto cinici che la quotidianità ci impone, al gruppo delle persone normodotate. Lei è difettosa, svantaggiata, per usare un termine delle tre nostre Autrici, e cerca disperatamente di camminare in parallelo con i suoi compagni appartenenti alla sponda dei normali.
    Alcune volte, il suo cammino sfocia in situazioni d’involontario umorismo, altre in contingenti difficoltà ma, a suo modo la nostra piccola protagonista può considerarsi fortunata, perché ha un corollario di parenti, amici e compagni di scuola che le vogliono bene e la supportano e a volte la... sopportano.
    Nel leggere il racconto, resta impresso lo sguardo trasparente e privo di sovrastrutture con cui la dolce Maddy, la difettosa, guarda le persone; con amore e infinita dolcezza.
    La gente cosiddetta normale avrà solo da imparare dalle persone come Maddy e ognuno di noi può e deve cercare di regalare uno spicchio di sole che possa filtrare tra l'ombra che copre, purtroppo, spesso il ventunesimo cromosoma.

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • Il romanzo “La mongolfiera, il monte Tambura e il tappeto volante” di Fernanda Raineri si legge come una favola che scorre veloce, liscia come un racconto fantasioso ed interessante che affascina, interessa e cattura. La storia, complice la semplicità e pacatezza del linguaggio, conduce in un’altra dimensione, in un mondo immaginato ma abilmente reso coerente dall’autrice e dal suo racconto. Quattro sono i personaggi principali della storia raccontata dalla Raineri: Stella, Glenda, Rebecca  e Frank, quattro giovanissimi eroi alle prese con un viaggio stravagante, incredibile e mozzafiato. Lo sfondo della vicenda è dato dalle Alpi Apuane nonché dal particolarissimo monte Tambura e da un bosco fatato dove essi si ritroveranno fortuitamente. Da qui, in un crescendo di colpi di scena, stravolgimenti, paure, sorprese e avventure i quattro ragazzi daranno vita ad una storia sorprendente, a tratti divertente e assolutamente emozionante dove la vena poetica dell’autrice emerge con forza. Stella è una ragazza con una forte passione per la scrittura. Una gita su una mongolfiera che coinvolgerà lei, sua sorella e i due loro amici, sarà proprio l’occasione che darà vita, a causa di un imprevisto incidente, a tutta la meravigliosa avventura narrata. Lo stile della Raineri è caratterizzato da una scrittura fluida, vivace e ritmata, le parole utilizzate sono perfettamente in grado di condurre avanti una storia avventurosa e movimentata ma con una grande moderatezza in modo tale che tale romanzo risulti essere perfettamente adatto sia a un pubblico di adulti che che di piccoli sognatori. “La mongolfiera, il monte Tambura e il tappeto volante” ha la non comune capacità di accomunare e unire nella lettura un pubblico estremamente vasto, persone diverse per sentire e per età le quali abbiano come denominatore comune un forte desiderio di perdersi nella trama complessa di un’avventura esaltante. Giunti alla conclusione della lettura non ci si può che augurare che questo romanzo possa fornire l’occasione per una lettura condivisa tra genitori e figli: ognuno di loro ne uscirà arricchito soprattutto umanamente. Nella costruzione della storia, l’autrice non rinuncia assolutamente ad utilizzare le parole come veicolo di diffusione di valori e messaggi profondi e il tutto con una semplicità tale da rendere comprensibile il concetto anche, se non soprattutto, ai giovani ragazzi cui, presumibilmente, l’opera si rivolge direttamente. Si prenda come esempio quanto segue: “Per quanto riguarda il tesoro erano contenti che fosse rimasto sepolto, chissà quanta gente aveva sofferto a causa di quell’oro e sicuramente molte persone erano state uccise. Meglio dunque che nessuno mai potesse entrarne in possesso”(pag 142). Una lettura dunque, sicuramente formativa e divertente, consigliata per alleggerire lo spirito e farlo volare appunto come una "mongolfiera".

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • La piccola e dolce Maddy osserva coi suoi occhi innocenti e privi di malizia il mondo che la circonda, incurante delle critiche e delle cattiverie che le persone cosiddette normali tendono a esternare. Eh sì, perché la piccola Maddy non appartiene, a giudicare dai parametri piuttosto cinici che la quotidianità ci impone, al gruppo delle persone normodotate. Lei è difettosa, svantaggiata, per usare un termine delle tre nostre Autrici, e cerca disperatamente di camminare in parallelo con i suoi compagni appartenenti alla sponda dei normali.
    Alcune volte, il suo cammino sfocia in situazioni d’involontario umorismo, altre in contingenti difficoltà ma, a suo modo la nostra piccola protagonista può considerarsi fortunata, perché ha un corollario di parenti, amici e compagni di scuola che le vogliono bene e la supportano e a volte la... sopportano.
    Nel leggere il racconto, resta impresso lo sguardo trasparente e privo di sovrastrutture con cui la dolce Maddy, la difettosa, guarda le persone; con amore e infinita dolcezza.
    La gente cosiddetta normale avrà solo da imparare dalle persone come Maddy e ognuno di noi può e deve cercare di regalare uno spicchio di sole che possa filtrare tra l'ombra che copre, purtroppo, spesso il ventunesimo cromosoma.

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • Marcello e Jessica, l’uno nato ad Alessandria ma trapiantato a Napoli fin da bambino, l’altra lametina, ma studentessa nella città di Ferrara, sono due giovani scrittori che si sono conosciuti su internet e, uniti da un irrefrenabile amore per la scrittura, hanno deciso di dar vita ad una creatura che avesse le sembianze di entrambi. A spingerli la voglia di “far sapere al mondo che ci sono, che anch’io ho una voce”. E la loro voce sono riusciti a farla sentire il 22 luglio 2011, data in cui è stato pubblicato il loro romanzo e, cosa non meno significativa, data in cui i due autori blogger, per la prima volta, hanno avuto il piacere di guardarsi negli occhi.

    Cristian e Valentina sono due coetanei che attraversano quella delicata e insieme incantevole estate dopo la maturità. Un’estate in cui ci si trova dinanzi a delle scelte che condizioneranno la propria vita futura e che pesano non poco sulle spalle già cariche dei due protagonisti.
    Cristian si chiude spesso, troppo spesso, in un mondo ideale, costruito dalla sua mente per sfuggire ad una realtà fatta di problemi ed ostacoli troppo più grandi di lui.
    Valentia è una sognatrice che tocca terra solo con la punta dei piedi.
    Le loro storie si sfiorano in continuazione ma i due  si scoprono solo virtualmente, spiando l’uno il blog dell’altro. Arriverà Valentina a posare tutta la pianta dei piedi a terra ed a tenere la testa ad altezza naturale, scoprendo che se si sta più in basso si soffre meno di vertigini? E riuscirà Cristian a rompere le catene dell’illusione, capendo finalmente che la realtà, che è ad un passo da lui, può anche essere migliore del suo castello di sabbia?

    Un libro emozionante, ricco di colpi di scena e di sorprese, che pagina dopo pagina incatena il lettore ad ogni singola parola e impedisce di fermare la lettura. Un piccolo capolavoro, realizzato a quattro mani ma soprattutto con due cuori che mirabilmente sono riusciti a sincronizzarsi e a far sì che i battiti di chi legge riescano inconsciamente a suonare allo stesso ritmo la medesima melodia. Una piccola magia, insomma, che conduce alla conoscenza di Cristian e Valentina ma soprattutto di noi stessi.

    [... continua]
    recensione di Antonella Pirro

  • Marcello e Jessica, l’uno nato ad Alessandria ma trapiantato a Napoli fin da bambino, l’altra lametina, ma studentessa nella città di Ferrara, sono due giovani scrittori che si sono conosciuti su internet e, uniti da un irrefrenabile amore per la scrittura, hanno deciso di dar vita ad una creatura che avesse le sembianze di entrambi. A spingerli la voglia di “far sapere al mondo che ci sono, che anch’io ho una voce”. E la loro voce sono riusciti a farla sentire il 22 luglio 2011, data in cui è stato pubblicato il loro romanzo e, cosa non meno significativa, data in cui i due autori blogger, per la prima volta, hanno avuto il piacere di guardarsi negli occhi.

    Cristian e Valentina sono due coetanei che attraversano quella delicata e insieme incantevole estate dopo la maturità. Un’estate in cui ci si trova dinanzi a delle scelte che condizioneranno la propria vita futura e che pesano non poco sulle spalle già cariche dei due protagonisti.
    Cristian si chiude spesso, troppo spesso, in un mondo ideale, costruito dalla sua mente per sfuggire ad una realtà fatta di problemi ed ostacoli troppo più grandi di lui.
    Valentia è una sognatrice che tocca terra solo con la punta dei piedi.
    Le loro storie si sfiorano in continuazione ma i due  si scoprono solo virtualmente, spiando l’uno il blog dell’altro. Arriverà Valentina a posare tutta la pianta dei piedi a terra ed a tenere la testa ad altezza naturale, scoprendo che se si sta più in basso si soffre meno di vertigini? E riuscirà Cristian a rompere le catene dell’illusione, capendo finalmente che la realtà, che è ad un passo da lui, può anche essere migliore del suo castello di sabbia?

    Un libro emozionante, ricco di colpi di scena e di sorprese, che pagina dopo pagina incatena il lettore ad ogni singola parola e impedisce di fermare la lettura. Un piccolo capolavoro, realizzato a quattro mani ma soprattutto con due cuori che mirabilmente sono riusciti a sincronizzarsi e a far sì che i battiti di chi legge riescano inconsciamente a suonare allo stesso ritmo la medesima melodia. Una piccola magia, insomma, che conduce alla conoscenza di Cristian e Valentina ma soprattutto di noi stessi.

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    recensione di Antonella Pirro

    • Leunam
    • 20 marzo 2012 alle ore 9:33

    Manuel Paolino è un visionario di poche parole. Le sue sono poesie con una dolce cadenza ritmica, dove l'eco dell'immagine poetica, risuona leggera nel resto della pagina bianca.
    Un poeta dalle tinte pastello, che non ha bisogno di punteggiatura per scandire le sue espressioni poetiche mai banali e sempre eleganti e pregne.
    Nelle poesie di Paolino, c'è tanta umanità, ma soprattutto un rapporto empatico con la natura, fedele amica di sogni e pensieri, sciorinati in vorticanti metofore. Come nell'ultima strofa della poesia "A legnoverde":
    "Mi appoggio/ sulla pietra amica/ e insieme al sole sogno/ piccola erba dorata". L'uomo e la sua anima poetica, diviene un unicum spirituale con la natura, che è maestra chiarificatrice.
    Un raggio di sole, vale come mille parole e tanti discorsi. Sono sensazioni date dal ciclo naturale, che il poeta fa sue e rende magma d'inchiostro, pronto a ergersi ad atavica soluzione del nostro tempo e del nostro rincorrerci nel tempo.
    In un contesto di visione d'insieme, i terrestri di Paolino, sono come "anime sospese" e "ci sono uomini/ e donne/ separati da montagne/ altissime/ come le promesse/ gridate al cielo".
    Una silloge profonda e penetrante, da leggere in assoluto silenzio, per riuscire a immergersi nelle candide atmosfere naturali del poeta triestino.
    Calda, rossa, sfumata, cristallina, accogliente, leggera... è la poesia di Manuel Paolino.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Il titolo è significativo: i colori, soprattutto i colori, in queste poesie immediate, di cuore e sensazioni, ricordi affastellati insieme a meravigliosi improvvisi squarci di futuro, quando si proietta nella delicata poesia intitolata "Figli", oppure nell'altra, struggente e tenera, in memoria del fratello Giuseppe.
    E sempre ricorre il motivo portante della sua ispirazione, questi colori della sua terra così amata, quando accenna ai "colori dell'arcobaleno" nella sua poesia dal titolo "Anche il mare", quando ricorda il nespolo, quando "la notte cavalca la pineta", quando ritrova odori e profumi, ma in particolare, quando ritrova il mare, perché "il profumo intenso di quel mare amico mi confondeva l'animo".
    Al mare ritorna con accenti sempre più innamorati: parla del suo colore, parla del suo profumo, racconta le onde ed afferma che "a questa terra appartiene/l'ultimo respiro del mare", lo racconta in tutte le sue variazioni, quel "mare sconfinato/che ti riempie la vista"  e ci confessa che "in un mare pieno di ricordi/annego".
    Questo suo delicato parlare che sottintende sensibilità e tenerezza ed una profonda adesione alle meraviglie della natura, Maccioni lo fa trasparire solamente con pochi tocchi, piccole tavolozze lucenti, alcune violente, alcune grondanti di stelle di notte: ma tutte sono intensamente colore.
    Colore come testamento: "lascio a te, amore/il mio grande cuore/per tutto ciò che amo"; colore come impegno: "Viver la vita/ per uscirne vincitore con l'amore/ sconfiggendo odio e paura/ e sperare ancora nell'uomo"; colore come rimpianto: "sapevo che il tempo /gli anni più belli cancella".
    Ma particolarmente accorato l'invito risuona: "...bisognava andare avanti/ e viverla intensamente/ questa vita/ con passione e ardore/ perché essendo l'ultima/ e unica non c'è possiblità/ per riviverla nuovamente".
    Perfetto il titolo, perché tutti questi colori brillano da un'anima appassionata e ricca di sentimenti degni d'un vero uomo: partecipazione, solidarietà, capacità di avere occhi e di saper vedere, e tanta autentica gioia di vivere.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Una carrellata di personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento danno vita ad una versione unica e originale della vita di Gesù.
    Le loro singole voci, le opinioni smontano e rimontano la storia che tutto il popolo cristiano conosce: è così che i profeti, gli aspostoli, Maria e Giuseppe vincono il tempo.
    In apparenza, i monologhi di ognuno di essi, si presentano come tanti medaglioni separati, ma, andando avanti, prendono forma e si collocano all’interno di un organico percorso di lettura e di vita. Riscrivere un'opera religiosa (o meglio parte di essa), base storica, forte e predominante di un culto dotato di una specifica dottrina, dei dogmi, una morale e filosofia, non è mai un’operazione “neutra”: Inevitabilmente, seleziona sotto la pressione del messaggio quale hic et nunc sembra più opportuna da comunicare: gli aspetti del testo, per esempio, possono risultare, ad un’analisi storico-filologica-letterale-religiosa, forzati o parziali. Ma lo scrittore, riesce bene nel suo intento e, con grande rispetto per la figura carismatica di Gesù, ci racconta una storia che è anche una leggenda, che appartiene alla tradizione orale e scritta, e che mescola in maniera semplice e leggera il reale al meraviglioso.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Che cosa si può dire ancora che non sia già stato detto di Jane Austen? Elegante, acuta, aderente ai suoi modelli, chiara nel sostenere i suoi valori e... perfida.
    Avete letto bene, sì, dal mio punto di vista questa meravigliosa scrittrice sa essere di una perfidia sarcastica, infliggendo stilettate di acuta critica all'establishment e alla rigida società patriarcale con i suoi miti e le sue leggi.
    La protagonista del libro è Fanny Price, adottata da piccola dagli zii che appartengono all'aristocrazia terriera: accolta ed allevata nella loro lussuosa dimora di Mansfield Park, sarà trattata, tuttavia, da parente povera, sottoposta al capriccio di tutti, anche delle sue splendide e viziatissime cugine, ma troverà l'unico difensore nel suo secondo cugino, che non le negherà mai il suo appoggio e la sua considerazione.
    L'intera vicenda ruota attorno a due opposti e lontanissimi modelli di vita: quello tradizionale di Fanny, fondato sul senso del dovere, sull'abnegazione, sulla virtù e quello assolutamente spregiudicato e vitale di due giovani visitatori, fratello e sorella,  che arrivano in campagna muniti di grande fascino e di atteggiamenti disinvolti . La ragazza, Mary Crawford, sarà il tipico esempio di questo mondo nuovo e disordinato, che non nasconde le sue mire e sa far sfoggio di tutte le sue attrattive per arrivare a raggiungere le mete che si prefigge, assolutamente impermeabile ai buoni sentimenti su cui si regge la morale del periodo.
    Dopo alterne vicende, coppie che si formano e poi si sciolgono, amori e seduzioni facili, illusioni e tradimenti e molte ambiguità morali, nella migliore tradizione di Jane Austen, la nostra protagonista coronerà il suo sogno d'amore, sposerà il cugino e con lui si stabilità a Mansfield Park.
    Al di là della narrazione sempre piacevole della grande autrice, desidero attirare la vostra attenzione sull'implicita e corrosiva critica della cultura dominante del primo ottocento:  la protagonista, Fanny, riuscirà a realizzare la sua ascesa sociale ma rinuncerà  alla propria libertà e spontaneità, poichè solo aderendo ai modelli comportamentali allora imperanti sarà per lei possibile raggiungere tale meta.

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    recensione di Niva Ragazzi

    • Mr Gwyn
    • 13 marzo 2012 alle ore 12:18

    Carriera, fama e soldi. Il sogno di molte persone che lavorano quotidianamente per salire un gradino della scala del successo. Passo dopo passo, anno dopo anno si cerca di costruire una felice esistenza lavorativa e personale. Del resto questi due ambiti sono strettamente legati tra loro, se uno va male, ne risente anche l’altro.Sino a giungere al culmine: posto lavorativo di responsabilità e prestigio, buono stipendio e magari una felice famigliola. Un quadro perfetto dipinto con tanta pazienza e sacrifici. Ma se una volta raggiunto l’obiettivo si capisce che non è il desiderio più importante della vita? Se si iniziasse a porre interrogativi senza apparente risposta? Questa è la tema iniziale del nuovo romanzo di Baricco: “ Mr Gwyn”. Il protagonista è un noto scrittore inglese che sconvolge il suo editore e l’opinione pubblica con l’articolo: “cinquantadue cose che non farò mai più”. L’ultima voce dell’elenco: scrivere libri. Una scelta forte e decisa che Jasper Gwyn ha portato avanti nonostante i giudizi negativi degli amici. Un uomo che ha voglia di voltare pagina, non sente recriminazioni e non trova giustificazioni. Così ha inizio il viaggio spirituale terreno di un uomo che voleva solo ritrovare il suo equilibrio, tra la Spagna e l’Inghilterra. Giorni di spostamenti e nuove conoscenze per capire che il vero desiderio era staccarsi dal personaggio pubblico costruito dalla pubblicità e la notorietà per tornare a essere naturale e indipendente. Vivere in un clima di vacanza. Il trascorrere dei giorni scivolò su Jasper con un’insolita malinconia, qualcosa d’indefinibile mancava all’appello. Un elemento conosciuto e talmente familiare da risultare scontato: la scrittura. Gli mancava la quotidiana cura con cui metteva ordine nei pensieri grazie alla forma rettilinea di una frase. Ma non poteva ricominciare a buttare se stesso su un foglio bianco. Aveva giurato di non farlo più. Doveva trovare un altro modo, magari un lavoro che unisca la voglia di scrivere con la necessità di essere occupato. Già, ma quale? L’ex scrittore viene sballottato nei suoi pensieri e istinti primordiali come una conchiglia nel mare, ogni frase è un onda che lo travolge e lo allontana dalla soluzione. Senza responsabilità e scadenze, Mr Gywn si trova  dover prendere le misure della sua nuova vita. Improvvisamente una sorta di racconto della sua strana esperienza odierna prende forma nella sua mente e Jasper si sente euforico come quando scriveva. Involontariamente aveva trovato la soluzione: scrivere con la mente. Scene e copioni mentali che permettono alla sua creatività di esprimersi e al suo animo e onore di non sentirsi traditi. Pensare, ragionare, raccogliere informazioni gli permette di costruire storie fantastiche, riproducibili. Come un pittore alle prese con la tela bianca. Ogni forma di arte ha bisogna di prendere vita, nella cura dei dettagli si trova l’immediato sollievo. Questa sarà la via di uscita del protagonista che attraverso nuovi incontri e re-interpretazioni di sé, trovare il suo posto nel mondo. Baricco sorprende nuovamente il lettore con una storia straordinaria narrata con elegante semplicità. Coinvolgono ogni animo sensibile e lo guidano nel labirinto mentale del protagonista in cui si può rispecchiare ognuno di noi. La vita pone sempre dei bivi improvvisi e ignoti. Lo scrittore ci insegna che bisogna intraprenderli con consapevolezza e voglia di giocare, come se la nostra esistenza si svolgesse sempre un palcoscenico.

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    recensione di Fabiana Traversi

  • Disagi adolescenziali che nascono da un rapporto conflittuale con una famiglia sentita come estranea, turbamenti per un amore “diverso” che non viene compreso e accettato all'interno del contesto sociale di origine: sono le "inquietudini di cera" che danno titolo al romanzo di Gaetano Barreca.
    Scritta in forma epistolare, la prima parte del libro racconta del giovane Icaro, della sua scoperta di essere figlio adottivo di una coppia che non lo comprende e non lo fa sentire amato e desiderato, delle sue prime emozioni e sentimenti d’amore diretti a compagni di scuola che non accettano la sua diversità e lo deridono. La scoperta dell'omosessualità e la presa di consapevolezza della sua inaccettabilità sociale va di pari passo ad una sempre più forte intolleranza nei confronti della famiglia adottiva, indolente e distante dal subbuglio di inquietudini che accompagna il formarsi della personalità di Icaro.
    Le lettere in cui Icaro racconta di sè sono dirette a Alessandro detto “Toshi”, amico di università e suo compagno per un periodo: negli scritti, Icaro intende spiegare all’amico quello che di sé non ha mai rivelato, mettendo così a nudo la sua personalità tormentata che cerca un punto di riferimento nell’amuleto di Kephri e nel mito dell’eterna rinascita. Come Kephri, Icaro rinasce ogni giorno pronto a combattere contro un mondo ostile ai suoi sogni e alla sua unicità.
    L’ultima parte del romanzo ci trasporta in un periodo successivo e raccoglie testimonianze di Icaro, di Toshi e dell’amica/confidente Iannarèdde in un finale che prende le tinte del giallo.
    Senza voler svelare nulla più al lettore sulla trama del libro, è importante soffermarsi sul messaggio che ci viene trasmesso: la consapevolezza della propria unicità e il diritto a perseguire i propri sogni, ad impegnarsi ogni giorno perché si realizzino nonostante il bigottismo di chi ci sta intorno. Per questo la storia di Icaro e Toshi diviene per chi legge testimonianza di libertà ed invito a credere sempre in sé stessi.
    Gaetano Barreca gioca abilmente su più piani rimandando a chiusura del romanzo al blog di Alessandro Martini “Toshi”, che estende anche sul web la storia dei “poeti di cera”. Contraltare alle lettere di Icaro è inoltre il romanzo "Martini Bias Crime", dove voce narrante è Alessandro.

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    recensione di Alessandra Gorlero

  • Se nel noto libro di racconti: “A Napoli tutti hanno un soprannome”, redatto dal conterraneo Antimo Pappadia, veniva spiegato ai lettori perchè ogni napoletano ha un soprannome, Peppe Lanzetta nel suo ultimo lavoro: “InferNapoli” lo racconta attraverso un protagonista dall’epiteto veramente singolare: Vincent Profumo. Una storia avvincente ove il personaggio principale, per l’appunto Vincent Profumo - così soprannominato per l’incredibile quantitativo dell’omonima marca di profumo da lui utilizzata - interpreta un killer spietato e fuori dagli schemi tradizionali, un prototipo di capo camorrista con una personalità ambivalente e peculiare. Un vero e proprio dottor Jekyll e mister Hyde della mala vita organizzata. Il boss della camorra infatti, uccide spietatamente i suoi nemici ma poi, quando torna a casa, si commuove ascoltando la musica di Maria Callas. Vincent Profumo prova una stima e un’ammirazione nei confronti della cantante lirica, che col tempo si trasforma in mera ossessione. Una venerazione patologica che lo induce a battezzare le sue tre figlie col nome dell’indimenticabile soprano e cioè: MariaSole, MariaLuna e MariaStella.
    Peppe Lanzetta oltre a raccontare la difficile realtà partenopea espone, con una certa chiarezza di idee, un dualismo che in fondo è in ognuno di noi. Un’ambivalenza che se resta nei limiti della normalità aiuta anche a vivere la vita in modo più pieno e appagante, ma quando sconfina nella malattia mentale, arreca incalcolabili danni a se stesso, alla propria famiglia e all’intera società. Infatti, come insegnano le più elementari scuole di psicologia, il dualismo è inversamente proporzionale all’integrità psichica del soggetto, pertanto si può asserire senza ombra di dubbio, che il signor Vincent, oltre ad essere un malavitoso, ha anche seri disturbi mentali.

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    recensione di Enza Iozzia

    • Terroni
    • 06 marzo 2012 alle ore 17:16

    Il suo saggio dal titolo provocatorio Terroni, oltre a rivelarsi un caso editoriale, è anche un nuovo documento storico dal quale i futuri libri di storia nazionale non potranno quasi certamente prescindere. L’autore cita un’infinità di esempi che spaziano dal 1861 (anno in cui nasce l’Italia unita) ad oggi. Particolarmente toccanti sono i racconti delle stragi commesse dai soldati piemontesi a carico dei cosiddetti briganti, un momento storico in cui venivano sterminate intere famiglie solo perché sospettate di essere implicate con i “banditi”o presunti tali. Tra il 1861 e il 1872 furono rasi al suolo interi paesi, e trucidati senza un minimo di pietà umana i loro abitanti. Una mattanza che non ha risparmiato donne e bambini, sistematicamente violentati prima di essere brutalmente massacrati. Partendo dal cruento passato, Pino Aprile illustra quelli che – a suo modo di vedere - sono le disuguaglianze e i pregiudizi dell’Italia contemporanea, nella quale i luoghi comuni, anziché essere sfatati, sarebbero irrimediabilmente decuplicati a causa del cattivo esempio proveniente dalla classe politica, dai media e dai salotti pseudo-intellettuali che imperversano in televisione. L’autore però, non condanna una parte o l’altra dell’Italia. Egli spiega che il meridionalismo è un’ideologia e non una condizione geografica. Non a caso,infatti,i leghisti più attivi hanno spesso origini meridionali. Il volume non è solo una critica alla storia italiana o un desiderio di rivalsa di una parte del popolo nei confronti dell’altra,bensì un saggio che ha come fine ultimo quello di indicare una strada attraverso la quale è possibile raggiungere una consapevolezza e un’identità autentica. L’augurio che Pino Aprile fa all’Italia unita è quello che un giorno politici e popolo possano sedersi intorno ad un tavolo virtuale e, dopo aver guardato le pagine più oscure della storia nazionale, costruire insieme un futuro migliore per tutti. Certo questo non servirà a riconsegnare la vita alle migliaia di meridionali morti, ma sarebbe utile quanto meno a restituire all’Italia quell’unità di popolo che sicuramente merita.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Quando il diavolo ci mette lo zampino c’è da tremare, e questo lo sanno più o meno tutti.
    Ma se il diavolo, per giunta, è anche di sesso femminile, allora sì che sono assicurati i peggiori guai!
    Il romanzo di Andrea Camilleri “Il diavolo, certamente” edito da Mondadori nella nuova collana Libellule è quella che si dice un’opera interessante nei contenuti e ben confezionata, secondo lo stile della casa, nella forma: una raccolta di snelli racconti attraverso i quali lo scrittore siciliano centra perfettamente l'obiettivo di indurre il lettore a riflettere su come sia mutevole e volubile la vita, e di come una serie di coincidenze possa, da un momento all’altro, mutare radicalmente e per sempre la propria storia personale.
    Storie tutte cariche di tensione dall’inizio alla fine, nelle quali tutto (o quasi) ruota attorno alla personalità dell'essere umano, illuminata o accecata, a seconda dei casi, da una mano invisibile che molti chiamano destino, ma che altro non è se non la logica conseguenza dei propri comportamenti..
    Storie di amanti, coppie che scoppiano, vittime e carnefici nati per stare insieme.
    Così, pagina dopo pagina, come api frenetiche si sugge il nettare letterario che il papà di Montalbano dispensa a piene mani, servendosi della nostra stessa fantasia per renderlo ancora più appetibile e prelibato.
    Adatto ad ogni tipo di lettore, anche a chi si avvicina con grande circospezione ai libri, o ai pigri che non riescono mai a leggere fino in fondo un romanzo, battezzandolo dopo qualche pagina “troppo impegnativo” o “troppo lungo”; nel manoscritto originale consegnato all'Editore da Camilleri, si legge nel risvolto di copertina, ciascuno dei 33 racconti aveva un numero di battute incredibilmente congruente, in tutto 3 pagine: 333, la metà di 666, il numero della Bestia.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Padre fondatore degli Stati Uniti d’America, alfiere dell’etica liberale fondata su “freedom and opportunity”, inventore del parafulmine e filosofo autodidatta, Benjamin Franklin ci fornisce dei suggerimenti su come affrontare e, possibilmente, risolvere – in maniera alquanto originale – alcuni dei problemi più comuni delle nostre società democratiche.
    Perché Franklin si preoccupa di sottoporre alla pubblica attenzione le questioni da lui stesso, come da noi, sentite più urgenti. E non importa che, in questo tentativo d’approccio, la tranquillità oziosa del senso comune venga scossa: egli vuole che proprio tale sommovimento disorientante si produca nel lettore, in maniera tale che, col considerare punti di vista eliminati a prescindere, il cittadino responsabile e “politicamente corretto” possa avere coscienza dei propri pregiudizi.
    E allora, perché noi uomini non consideriamo i vantaggi derivanti dal prendersi per amante una donna matura? La donna giovane è infatti delicata, pretenziosa e comporta una responsabilità non da poco – il matrimonio. Franklin non nega che sia dovuto il giusto rispetto ad una fanciulla e che anche nel matrimonio l’uomo goda di specifici diletti; ma perché non considerare anche l’altra opportunità? In fondo, una donna matura è più affidabile, ha meno pretese e ci sarà infinitamente grata della gioventù di ritorno che le permettiamo di vivere…
    Franklin affronta così il conformismo dei benpensanti, con l’elogiare quei comportamenti ch’esaltano l’indipendenza tanto nel pensiero, quanto nell’azione: perciò la flatulenza è un problema sociale degno d’essere risolto con un approccio creativo – rendendo il peto profumato; e l’uomo di carattere, nonostante l’etica dell’altruismo formalmente accettata, è nel giusto qualora ostenti la propria superiorità sugli altri, tentando sempre di porli in uno stato subalterno; mentre l’aggressività spudorata e iniqua della stampa popolare, che lede la reputazione di uomini impossibilitati a difendersi, merita d’esser rintuzzata con un sistema altrettanto ingiusto: la libertà di clava. «Se un impudente scrittore attacca la vostra reputazione, a voi più cara della stessa vita, potete apertamente andare da lui e dargli una bella legnata.»
    E questo, paradossalmente, Franklin lo afferma infine per esaltare la virtù della donna, la quale, anche se non regolarmente ammogliata, può preservare il proprio onore per il fatto di mettere al mondo dei figli, di crescerli e di incrementare con ciò i cittadini della nazione di cui fa parte.
    Dunque, Franklin ci mostra, con magistrale ironia, come la libertà non sia questione da porsi soltanto in caso di formale scorrettezza delle regole; la libertà, invece, è quella capacità di ogni essere umano di saper gestire la propria esistenza col massimo dell’autonomia e della creatività, dimostrandosi anche capace, se necessario, di provocare disagio e imbarazzo nei propri consimili, nel momento in cui essi – e ciò avviene quasi sempre – non vogliano, per pigrizia, affrontare con coraggio la vita.

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    recensione di Marco Gabrielli

  • Sontuoso e barocco, lussureggiante prosa per una storia coinvolgente che si fa leggere senza stanchezze, interessati dagli arcaismi utilizzati, affascinati dalla potenza costante del progetto che sorregge fino al termine del romanzo.
    Non ha avuto molta fortuna, De Roberto, con questo suo meraviglioso "I Viceré", romanzo storico che abbraccia un periodo ben definito compreso fra gli anni 1855 e 1882, proprio nel periodo dell'unificazione italiana: Benedetto Croce fu il suo più aspro detrattore ed il suo giudizio segnò il destino di questo libro straordinario, trattato con sufficienza e distacco.
    E' il racconto, possiamo quasi dire, la saga di una potente dinastia, l'antica famiglia catanese Uzeda di Francalanza - soprannominata i "Vicerè", a ricordo degli antenati che ebbero quella carica durante il dominio spagnolo - nobiltà di ascendenza spagnola, principi e usurai, ignoranti e perfidi tutti i maschi, orgogliosi del loro sangue nobile che tutto scusava e tutto permetteva: ingiustizie, falsità, intrighi, ladrerie.
    Complici e vittime, le donne, alcune così somiglianti alle splendide donne bionde spagnole del ceppo originario della famiglia, altre imbastardite dagli incroci con nobili siciliani, cupe e sgradevoli, la parte meno pura del sangue antico.
    Alla morte della dispotica vecchia principessa Teresa e all'apertura del suo testamento, si riattizzano le interminabili liti dei figli e dei parenti, in special modo tra il figlio maggiore, Giacomo, ed il minore, Raimondo, che la morta ha equiparato nell'eredità dei beni di famiglia, contravvenendo a tutte le tradizioni. Sarà proprio la costante dell'eredità che reggerà l'intero romanzo e si susseguirà per tutta la trama, eredità carpite con l'inganno, falsificate, perseguite con determinazione fredda e lucida, senza alcun ripensamento.
    Straordinaria la figura di Giacomo, il principe erede e capofamiglia, avido e spregevole, che riuscirà con infiniti cavilli a spogliare dell'eredità i suoi fratelli, imbrogliando anche le sorelle pur di non concedere loro nulla di quanto indicato nel testamento.
    Questo personaggio assomma tutti i difetti della famiglia Uzeda: imbroglione, avido, spietatamente avaro, incapace di alcun sentimento, forte solamente dei suoi privilegi, emblematico rappresentante di un'aristocrazia siciliana orgogliosa e assetata di denaro e potere, chiusa su sè stessa e sulle sue passioni.
    Leggiamo anche in sottofondo l'amara certezza di De Roberto sull'impossibilità del cambiamento che doveva aver luogo in quel periodo di rinnovamento; ci viene ampiamente suggerito il sentimento del fallimento degli ideali risorgimentali di progresso e libertà, che verranno piegati dai vizi della politica e della società italiana che si stava allora formando, modellatasi tuttavia sui precedenti costumi tuttora imperanti.
    Un romanzo superbo, ironico, a volte anche grottesco, profondamente severo nei giudizi ma profondamente umano nei sentimenti: il vero romanzo storico della Sicilia del secondo Ottocento.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Una manciata di sentimenti, un dolore atroce, salti nel passato, vite prive di amore e profonde ferite, ma anche tenera compassione, speranza immortale, vecchiaia graziosa e amara. Una storia che spreme il cuore così forte, a volte, che sembra quasi smettere di battere. Afferra i polmoni fino a farti annaspare per l'aria. E' vera, tangibile, crudele come la vita. E' fantastica, bella e finta come i sogni. Malinconia liquida attraverso una penna su un pezzo di carta. E' travolgente. Poetica. Bella e brutta, terrificante e rincuorante. Questo libro mi è stato dato da qualcuno che spero di non perdere mai come amica, anche se siamo così diverse e anche se lei è molto più giovane. Penso che lei lo abbia letto con occhi diversi. Ho il presentimento che questo sia uno di quei libri che cambia a seconda di quando lo leggi. Io ci ho letto la disperazione e il crudele passare del tempo come sabbia che scorre fra le dita da quasi trentasettenne, che non ha ancora realizzato nessuno dei suoi piani. Ma ho anche letto la forza di continuare, la durezza della guarigione, la tenacia di credere che prima o poi la vita porterà qualcosa di bello, il coraggio di perdonare anche con la certezza di non essere mai in grado di dimenticare. L'ho adorato. Veramente.

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    recensione di Katia Guido

  • "conosci la voce del silenzio?
    Ti fidi del buio?
    Ti fidi di te stesso?"

    Semplicità e profondità sono l’ossimoro vincente di Clara Sanchez. La celebre autrice spagnola torna nelle librerie con " La voce invisibile del vento", dopo l'incredibile successo del "Profumo delle foglie di limone".
    Un nuovo romanzo che si prospetta essere un nuovo successo editoriale in grado di annodare il lettore alle pagine.
    "La voce invisibile del vento" è uscito in Spagna nel 2008 (due anni prima del grande successo con il suo primo best seller),  ma solo quest'anno è stato tradotto per gli altri paesi europei.

    La trama
    Spagna, località di Las Marinas.
    Una famigliola madrilena, Julia, Félix e Tito di 6 mesi, partono per le vacanze estive
    .Julia sente una persistente stanchezza e una strana sonnolenza dopo la nascita del bambino. Dopo cinque ore di viaggio senza imprevisti, arrivano in un intrico di viuzze che s’incrociano a perdita d’occhio in un assembramento di complessi residenziali appiccicati tra loro, individuano il loro residence, scelto su Internet: gli oleandri.
    Julia ha dimenticato di portare il latte per Tito: “Vado io a prendere il latte, resta tu con il bambino”, dice a Félix, esce e non ritorna
    La luce si è ritirata verso qualche luogo nel cielo, il buio della notte avvolge le strade del paese e il mare è nero come la pece.
    Julia ha perso la strada di casa, è circondata solamente dal silenzio e sente solo la voce del vento che soffia dal mare, profuma di sale e fiori.
    La protagonista non ricorda cosa sia successo, improvvisamente si è ritrovata in macchina, sulla strada del ritorno ma senza soldi, documenti e cellulare.
    Strade deserte intorno a lei, le case sulla spiaggia sembrano tutte uguali.
    Julia prova a contattare la sua famiglia  da un telefono pubblico, ma la linea è sempre occupata.
    Tra le vie oscure e labirintiche c'è solo una luce, quella di un locale notturne, che decide di raggiungere.
    E' la sua unica chance.
    La giovane donna troverà ad aspettarla,un uomo affascinante, con la barba incolta e l'accento dell'Est Europa, che sembra sapere tante cose su di lei. Il suo nome è Marcus.
    Julia ha la sensazione di averlo già incontrato, perciò fidarsi di lui è molto semplice.
    Come un sentiero che si biforca, il romanzo prende un avvio bilaterale: da una parte Félix nella disperata e anche fiduciosa speranza che Julia si risvegli da questa strana forma di narcolessia temporanea aggravata dall’incidente ed esca da questo suo mondo parallelo di sogni, dall’altra Julia vive, in questa fase onirica, accadimenti imbarazzanti, sentimenti contrastanti e incontra persone, in particolare, l’enigmatico e affascinante Marcus, l’uomo dell’Est, che non sono altro che le proiezioni o meglio le rielaborazioni del suo inconscio.
    Come narratrice esterna, ma conoscitrice dei fatti, l'autrice Clara Sánchez entra nel cervello dei due protagonisti, svelando caratteri, personalità, stati d’animo.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi