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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • “Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger è un’autobiografia commovente e toccante, delicata, ma allo stesso tempo forte per il tema trattato, ovvero narra degli orrori subiti nei campi di concentramento. Sedici anni nel periodo della deportazione della seconda guerra mondiale, sopravissuta prima nel ghetto di Kovno, poi nel campo di Stutthof. L’unica sua fonte di combattimento e voglia di andare avanti è l’amore smisurato per la madre, un legame che supera ogni confine: "Il funerale di mamma fu uno dei momenti più penosi della mia vita dopo la liberazione. Persi la capacità di sorridere per un anno o più. Tutti i terribili ricordi dell'Olocausto rifluirono in me, insieme con la sofferenza e la paura che avevo condiviso con lei. Adesso non avevo più nessuno con cui condividere quei ricordi. Era stata la mia migliore amica mentre ero bambina nel ghetto perché tutte le mie compagne di scuola erano state uccise, e lei era l'unica che potesse capire completamente l'orrore di quello che avevamo vissuto, come la fucilazione di zio Benno davanti agli occhi di sua madre. Mamma conosceva lo strazio di tornare a casa da un lavoro degradante all'ospedale militare per scoprire che il mio caro padre era stato portato via e giustiziato. Come me, era stata tormentata ogni giorno dalla stessa paura, quella che potessimo essere separate dalla morte. Adesso che la morte ci aveva divise, provavo un dolore insopportabile".
    Con un linguaggio semplice ed amico, l’autrice riesce a pieno a farti entrare nella storia, a farti vivere quegli stessi stati d’animo, e a far brillare e rivalere quella speranza che è stato il moto per l’andare avanti, il proseguire, il non fermarsi davanti a queste atroci barbarie. Infine voglio riportare un passo del libro che spiega perfettamente il particolare titolo del libro:
    “Prima dello scoppio della guerra, quando abitavamo a Memel, una città portuale sulla costa baltica a nord di Stutthof, mia zia Tita mi conduceva spesso ai tè danzanti, vestita con abiti di organza e scarpette di vernice. Ordinava cioccolata calda per me, e io mi esibivo in valzer e tanghi con ragazzini dodicenni. Mi ricordavo con gioia quella cioccolata calda, e la sognavo notte dopo notte. La prima cosa che mi sarei concessa dopo la fine della guerra sarebbe stata una bella tazza di cioccolata calda.”

    “Nessuno deve dimenticare le crudeltà dei campi. Non erano solo fabbriche impersonali di morte. Erano luoghi dove sadici, brutali criminali potevano mettere in atto le loro fantasie più perverse su delle vittime innocenti.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Limit
    • 26 febbraio 2013 alle ore 8:14

    Julian Orley, importante, ricchissimo ed oltremodo potente esponente della società moderna, ha finalmente realizzato il sogno di una vita. La meta ultima di studi, aspirazioni, esperimenti ed incredibili investimenti finanziari è rappresentata dalla creazione degli “ascensori spaziali”. In un'epoca non diversa da quella dei giorni nostri, dove il petrolio è oramai giunto, ed è propriamente detto, agli sgoccioli, il recupero, la produzione e la distribuzione della nuova e principale fonte energetica alternativa, l’elio-3, è diventata gradualmente di assoluta priorità. Soltanto l’invenzione di Orley ed i suoi successivi ampliamenti tecnologici, riusciranno a rendere economicamente sostenibile l’estrazione  dello stupefacente carburante ecologico, esclusivamente presente sul suolo lunare. Ma il visionario Orley è andato oltre, sino a concepire e poi realizzare un vero e proprio villaggio vacanze direttamente sulla luna. Tutto ciò resta comunque l’incipit al ben più ampio calderone di eventi che si andranno via via alternando nel corso del romanzo, ovviamente tutti ben correlati ed uniti tra di loro da un comune denominatore che scopriremo solamente nel procedere del romanzo. Cosi, dalle scoperte tecnologiche, dagli ascensori spaziali e dagli alberghi lunari, passeremo invece nei quartieri cinesi, dove il signor Tu Tian, magnate industriale, assolderà Owen Jericho, detective privato, esperto di pirateria informatica e del controspionaggio elettronico. Jerico, con il peso della sua storia privata sulle spalle, stanco e deluso dall’umanità intera, a lui rivelatasi nei terribili crimini di pedofilia, violenze sessuali e abusi sui minori che il suo lavoro gli ha regolarmente presentato, si ritroverà suo malgrado coinvolto nella ricerca della giovane Yoyo, figlia appunto del magnate sopra citato. Ancora una volta, Shatzing riversa la sua cultura e il suo sapere in ambito ecologico, ambientale, tecnologico e futuristico nel romanzo in questione riuscendo ancora una volta a conciliare la straordinaria mole di concetti e spiegazioni tecniche con l’adrenalina, l’avventura e gli ingredienti classici di un perfetto film da inseguimenti e sparatorie. La vicenda è oltremodo visionaria e di forte impatto per la costruzione futuristica che fa da colonna portante. Una visione di un futuro mai troppo eccessiva o irrealizzabile, bensi costantemente sostenuta e supportata da elementi che possono facilmente essere ritrovati nella più avanzata tecnologia dei nostri giorni, certo  al di là delle  recenti possibilità di sviluppo, ma l’immaginazione e la fantasia che occorre per immaginare le rivoluzioni tecnologiche di Orley è davvero la minima indispensabile. Il libro cattura sin da subito l’interesse del lettore e seppur con tratti più lenti ed esplicativi, lo conduce abilmente fino alla conclusione dell’ennesimo puzzle narrativo ideato e diretto magistralmente da Schatzing.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Non è facile recensire questo “romanzo” e l’impresa diventa ancora più ardua se, nel “pensarla”, ti sovvengono alla mente le decine di libri, le migliaia di parole che, il “dott. Kuan-suo” (altro pseudonimo di Cyril Henry Hoskin) ha scritto su esperienze dirette e circostanziate ma mai vissute, almeno in questa vita.
    Infatti, il Terzo occhio, il racconto affascinante, saggio e misterioso dell’infanzia e dell’iniziazione di un giovane Lama, non è un fenomeno a se stante (e sarebbe ben bastato, visto l’enorme, continuo successo editoriale, a livello mondiale) ma solo l’inizio di una lunga sequenza di titoli eccellenti.
    Lobsang Rampa ci trasporta nel lontano Tibet e ci svela incredibili segreti sulle sue tradizioni, sulle sua spiritualità plurimillenaria. Queste informazioni, tra l’altro, non arrivano oggi, nell’era del web, ma negli anni ’60, quando di queste impervie regioni, si sapeva ben poco e, meno ancora, dei segreti arcaici della sua civiltà.
    Con una semplicità disarmante l’autore ci porta con se in un viaggio vivido, verosimile, delizioso. Come se fosse del tutto naturale, parteciperemo alla discesa nel cuore delle montagne tibetane, sotto templi inviolabili e segreti, dove incontreremo divinità arcaiche e, probabilmente, anche le vestigia di antichissime popolazioni aliene.
    Parteciperemo a riti dimenticati, sconcertanti, fino ad arrivare alla “riapertura” del Terzo occhio... la finestra dell’anima sul mondo del paranormale.
    Leggendo queste pagine è meglio non chiedersi se è vero ciò che raccontano, forse è meglio godersi l’avventura con occhi innocenti, pronti a gustarsi le meraviglie di un mondo fantastico e, quasi certamente, perduto.

    [... continua]
    recensione di Gjo Esse

  • Jean Valjaen, il protagonista, è un poveraccio che, rimasto disoccupato, non sa come sfamare i sette nipotini orfani del padre. Ridotto alla disperazione, una sera ruba un pane in una vetrina di fornaio. Viene preso e condannato a cinque anni di galera. Dopo qualche tempo Jean tenta la fuga, ma viene ripreso e la condanna inasprita. Seguono altre evasioni ed altre condanne. Quel disgraziato, per aver rubato un pane, deve rimanere in carcere per ben diciannove anni, dal 1796 al 1815. Finalmente viene dimesso, ma porta con sè quel marchio di vergogna ed è difficile che possa inserirsi di nuvo nella società. Quando attraversa un paese deve presentarsi in Municipio e far timbrare il foglio giallo di ex forzato. Per sopravvivere è costretto a fare dei furtarelli, consapevole che se sarà scoperto pagherà con il carcere a vita, come recidivo. Una sera egli capita a Digne, e cerca ospitalità negli alberghi del luogo, ma inutilmente. Bussa infine, alla casa del vescovo e viene accolto con gentilezza, ma durante la notte egli ruba le posate di argento e fugge. Quando viene riacciuffato dagli sbirri, il vescovo depone a suo favore dichiarando che lui steso gli ha regalato quell'argento e anche due candele perchè possa rifarsi una vita. Questa genersità colpisce lo sciagurato uomo ed è davvero l'inizio della sua redenzione. Infatti, dopo aver cambiato nome, lavorando accanitamente mette insieme una piccola fortuna e si prodiga sempre per aiutare i più poveri e derelitti, come la piccola Cosetta, la cui madre è morta di stenti. Nel 1832 Jean Valjean partecipa ai moti rivoluzionari rischiando la sua vita e salvando quella di Marius (un giovane che sposerà Cosetta) e quella di Javert (lo sbirro che tanto si è accanito contro di lui). Quando Jean muore è assistito da coloro a cui ha fatto del bene e ai suoi piedi i ceri ardono nei candelieri del vescovo.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Circolo chiuso” è il terzo libro della trilogia che vede come precedenti: “La banda dei brocchi” (dedicato agli anni Settanta) e “La famiglia Winshaw” (dedicato agli anni Ottanta). In questo libro troviamo gli stessi personaggi presenti in quella Birmingham degli anni ’70, con un salto temporale di trenta anni, con la crescita, l’evolversi dei loro percorsi e delle loro vite, non so se sono pienamente soddisfatto e se il libro è veramente come me lo aspettavo, so solo che Coe riesce con la sua scrittura a catturarti e a inserire qua e là genialità, come ad esempio la descrizione di sublimi paesaggi: «Erano quasi le sei di sera, ma restavano ancora molte ore di luce, e il cielo era di uno straordinario, diafano grigio-azzurro. Era questa luce, questa luce delicata eppure prepotente, la cosa che ricordava di più, più delle dune e delle case dai tetti spioventi dipinte di marrone fulvo e giallo limone. Sapeva che era una luce creata, in parte, dal riflesso del sole sulle acque dei due mari che s'incontravano impetuosi sulla punta della penisola. Lo riempiva di un'indicibile eccitazione mista a serenità. Gli faceva capire che a Londra non c'era luce in confronto. Bisognava venire qui per scoprire di cosa fosse fatta, veramente, la luce. Si tenne stretta questa conoscenza, sentendosi il depositario di un nobile segreto». O ancora inserendo serie televisive moderne di discutibile spessore: “Prese il telecomando e cambiò canale. Per qualche minuto lui e Munir guardarono un telefilm americano. Paralava di quattro ricche americane single che vivevano a Manhattan, e s'incontravano regolarmente a pranzo per discutere i dettagli più intimi della loro vita sessuale. A Benjamin piaceva quel programma. Non aveva mai conosciuto donne così in vita sua, e sospettava che fossero poco più della fantasia di uno sceneggiatore, tuttavia ambiva allo stile di vita di cui godevano quelle donne, ed era grato di poter sbirciare dalla serratura quel loro ambiente permissivo e privilegiato. Inoltre, gli piacevano due delle attrici.”
    Insomma ho apprezzato un pelino di più i precedenti anche se resta sempre un alto livello di scrittura quello di Coe. Sicuramente leggerò dell’altro, mi manca ancora il suo più famoso.

    “Ogni singola cosa che un essere umano fa a un altro è il risultato di una decisione umana presa a un certo punto del passato, da quella persona o da qualcun altro, venti o trenta o duecento o duemila anni prima, o forse mercoledì scorso.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Danal
    • 15 febbraio 2013 alle ore 9:14

    “Lasciatemi carta e penna, toglietemi tutto, ma lasciatemi mille libri che io possa scrivere dell’amore, che io possa leggere della vita.”
    Una storia d’amore e non solo, ambientata nel medioevo. “La leggenda è storia” come diceva Benedetto Croce e Bartolomeo Errera, in questo caso, è riuscito sagacemente a descrivere ogni minimo particolare, tanto da prendere forma d’immagine, la stessa lettura, teletrasportandosi dentro.
    Il tutto parte da una data ed un luogo preciso: 1219 Porto di Ancona. Florenzo è il protagonista, conte di Nerola, appartenente alla famosa e potente famiglia dei Crescenzi. “Restava incantato come se stesse vivendo una favola; la vista e l’udito si appagavano di ogni cosa e di ogni rumore”.
    Il testo è fluente, avvincente e curato nel minimo dettaglio: “sulle passerelle di legno, uomini a torso nudo e con la pelle lucida ed imperlata di sudore; scendevano sulla riva trasportando sulle spalle casse ingombranti e pesanti, come se fossero fascine di legna... come formiche corrono impazzite, fuggendo dal formicaio distrutto dal piede di un monello, urtandosi e annusandosi, così la marea di uomini e donne, correva, si urtava e si incontrava nello spiazzo antistante al porto. Florenzo era attratto come una falena dalla fiamma e non si accorgeva di altro. Un miscuglio di odori, spesso forti, aleggiava dappertutto: il lezzo del letame fumante lasciato da cavalli e asini, si mescolavano all’odore acuto del pesce trasportato, a quello intenso della carne, talvolta esposta per troppo tempo, al profumo del pane appena cotto, a quello aspro della frutta macerata nelle casse  e ancora a quello acre dei corpi sudati e sporchi di uomini e donne e dellle deiezioni umane nei fossati e negli angoli delle botteghe e lungo i muraglioni dei palazzi, che aspettavano la provvidenziale pioggia per essere lavate.”
    I personaggi  descrivono l’uomo medioevale in tutte le sue forme: HOMO VIATOR in cammino verso la salvezza e in lotta (vedi le crociate) per ristabilire la pace e un equilibrio (con sé stessi e con Dio).
    “Un viaggio voluto dallo zio in nome della Chiesa per sottrarre a Satana il calice della vita con la scusa di recuperare dalle mani degli infedeli l’immagine sacra di Cristo”.
    Una spedizione in cui partecipano personaggi storici esistiti come: Enrico Urslinger (duca di Spoleto), Alessandro Gaetani (comandante della truppa pontificia), Giacomo da Urbino ( capitano degli uomini inviati dal conte Crescenzi di Nerola), Jean de Paganì (condottiero templare inviato dall’imperatore Federico II), un ancora non santo Francesco di Assisi, accompagnato dal fedele Pietro, frà Silvestro (monaco bibliotecario dell’Abbazia di Farfa), seguito dal nipote Florenzo e dall’emblematica figura trascendentale, e allo stesso tempo femminile, di Danal.
    Alla ricerca di uno scrigno e di una coppa in terra di Gerusalemme. Uomini corrotti, penitenti, condizionati dal peso del peccato e dalla concezione di riscattare i vizi umani, (considerati le figlie del Diavolo): simonia, lussuria, ipocrisia, rapina, simulazione, usura, pompa mondana, sacrilegio;  attraverso la penitenza o la salvezza in nome di un amore più grande.
    Laicità e cristianità viaggiano su binari paralleli ed opposti: potens/pauper (= ricco/povero), disciplina/tentazione , dove Tutti sono coinvolti e sono i Bellatores (Cavalieri). La stessa figura del monaco, diventa il “milites Christi”, combattente della “pugna spiritualis” ( lotta contro il Diavolo). "Solitudine o apostolato, lavoro manuale e lavoro intellettuale, servizio di Dio nella preghiera e nelle funzioni liturgiche o servizio della Cristianità negli ordini militari dei monaci soldati" (Le Goff ).
    L’arte di ORATORES e la devozione nella preghiera, diventano eminente conforto e forma di quel potere spirituale sulla terra, raffigurato in Danal, mezzo concreto di contatto con il mondo divino (Vergine Maria o Dio stesso).
    Visibile/invisibile, morte/vita, simbologie fatte di immagini, di numeri, di sogni e realtà, comprovati attraverso testamenti, manoscritti, bolle papali  e rendono la narrazione storica avvincente. 
    Umberto Eco dice: “l’uomo medioevale viveva effettivamente in un mondo popolato di significato, rimandi, sovrasensi, manifestazioni di Dio nelle cose, in una natura che parlava continuamente un linguaggio araldico, in cui un leone non era solo un leone, una noce non era solo una noce, un ippogrifo era reale come un leone perché era segno, esistenzialmente trascurabile, di una verità superiore, e il mondo intero appariva come un libro scritto dal dito di Dio” e Bartolomeo Errera lo fa alla perfezione.
    La narrazione vede coinvolto anche Papa Onorio III, mentito sullo scopo dell’ardua missione in Terra Santa. Si impreziosisce di poesia, dei materni sonetti che scorrono come “novella forza a lo core” , e raggiunge il culmine, nell’incastonata vicenda romanzesca, (nonostante le dure prove da affrontare), nella delicata e forte storia d’amore di Florenzo e Danal.
    Coppia originale, che vede in Florenzo la passione  e l’incertezza umana: “oggi il mio core è pieno di spine e il vederti mi reca una grande sofferenza. L’amore che vive per te è attaccato alla mia pelle come le squame di un pesce”. Dall’altro in Danal; creatura di autocontrollo mirabile, anche quando si lascia andare all’amplesso con il giovane amato.

    [... continua]

  • Le osserviamo da un’eternità. Silenziose, luminose, bellissime. Le abbiamo caricate di simboli e storie mitologiche, ci hanno guidato dall’alba dei tempi, ci hanno intimorito con oscuri presagi, per poi poterci dedicare i nostri desideri segreti e confidare i nostri amori.
    Hanno e ispirano tutt’ora pittori, poeti e scrittori per incredibili viaggi nell’ignoto.
    Nonostante ciò, la nostra società le ha rese freddi eventi cosmici, privandole di quella magia in cui credevano gli antichi, nascondendole con luci artificiali sempre più potenti o peggio ancora inquinando l’ambiente.
    Eppure sono da sempre là, con il loro balletto spaziale, rimaniamo affascinati dallo spettacolo, quando si mostrano al meglio. Sono le stelle. Esse sono per me la parte della natura che mi affascina, incuriosisce e amo di più.
    Per Paolo Goglio sono un mezzo per una ricerca interiore di conforto, durante un periodo difficile della sua vita, segnando un diario con i loro dialoghi, chiedendo alle stelle delle risposte sul nostro modo di vivere.
    Le stelle dal canto loro, una idea, precisa e approfondita, se la saranno pur fatta durante queste ere di muta osservazione. Ma non sono boriose divette del firmamento, anzi vogliono rassicurare che niente è piccolo e insignificante nell’universo e tutti siamo parte della stessa energia, tutti indispensabili per gli equilibri e per la ricerca del benessere collettivo, dall’inizio alla fine.
    Secondo loro, non dobbiamo per forza seguire i dogmi dettati da pochi potenti che detengono il controllo dei nostri istinti, dei nostri bisogni e ci inculcano la necessità isterica ad accaparrarci gli ultimissimi ritrovati tecnologici, gettando via quelli vecchi da nemmeno un giorno.
    Non dobbiamo svenarci a imitare uno status symbol, creare un’immagine commerciale di noi stessi, solo per poter entrare nelle ristrette cerchie di persone, che hanno perso il senso della vita, dell’amore, dedicandosi solo alla ricerca della loro icona perfetta e griffata.
    Dobbiamo invece cercare di ridistribuire le risorse per far vivere tutti nel modo migliore possibile.
    Abbiamo col tempo per avidità oltre che per semplice curiosità scientifica etichettato, catalogato e privatizzato quello che all’inizio dei tempi era tutto per tutti. Non esiste nessun guru o religione che abbia l’assoluta verità, perché tutti abbiamo la capacità di trovarla dentro di noi.
    Vogliamo creare modelli e punti di riferimento solo per poterci dividere e scontrare, siamo vittime di trappole economiche perché non sapremo mai rinunciare al nostro singolo benessere e questo ci fa sprecare energie, utili per una collettiva evoluzione a piani più alti.
    Così come in un dialogo con un miliardo di vecchi amici, le stelle parlano a Paolo, rispondono a domande, danno risposte e consigli. Quindi anche se chiediamo a loro del perché siamo imperfetti e contrastanti,  ci rassicureranno che tutto in noi è in equilibrio, sta solo a noi scegliere quali valori far emergere.
    Non si può finire di leggere questo libro e non lasciarsi ipnotizzare dalla loro lucente bellezza e chiedere di persona le risposte alle proprie domande. Loro sono e saranno sempre a disposizione di chi vorrà aprire il proprio cuore. Adesso è notte, il cielo è limpido ed esco a fare due chiacchere anch’io con l’infinito, vi lascio il libro e vi invito a leggererlo, ne sarete conquistati!

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Quello che si può dire su questo libro e che è ben scritto, che approfondisce aspetti della vita di Dante che io non conoscevo. Il titolo è esplicativo proprio del fatto che in ognuna delle venti finestre venga toccato un aspetto differente che il sommo poeta ha dovuto affrontare. Si parte con un’introduzione generale sulla vita, per passare alla sua Firenze, per parlare degli aspetti ambivalenti legati allo sviluppo fiorentino, si arriva a parlare delle malattie, della reputazione familiare, degli amori intrigati e obbligati, di pena ed esilio, di fuga e non rinnegazione, di lingua. Insomma un percorso evolutivo e lente d’ingrandimento sul padre della Letteratura Italiana, infine ho apprezzato molto i rimandi ipertestuali che spingevano al continuo approfondimento. 

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Sottosopra di Milena Agus è un libro particolare, non convenzionale, dove tutto è dissociato, un'osmosi inversa, un ricalco di personaggi e voglie che si alternano, stati d’animo indifferenti e che soggiogano l’animo in corpi ormai sbagliati. Ci troviamo in compagnia di Alice, ragazza trasferitesi a Cagliari per studiare, passata e cresciuta dentro un dolore e una perdita che trova sfogo in un atteggiamento di protezione e legamento; ci troviamo in compagnia di Anna e Natascia, rispettivamente donna delle pulizie che spera in un amore nella vita di sua figlia, e una violinista dalla fama di altri tempi che si concia spesso con abiti consunti; ci troviamo in compagnia con Mr. Johnson e la sua famiglia. Tutto è mescolato, l’ordinario diventa evasione, i ruoli sono capovolti, le coscienze sono perturbate da quel nostalgicismo che quanto meno te l’aspetti, bussa alla porta di casa e te la sfonda anche.

    “Prendi in giro e invece le favole insegnano a risolvere tante situazioni difficili” le dice la madre. “Guarda Hansel e Gretel e quell'idea di dare alla strega cieca, che voleva farli ingrassare prima di mangiarseli, un ossicino da toccare. O la Bella addormentata, che va dove non deve e si punge con l'arcolaio. O Biancaneve, che ha mangiato scioccamente la mela. O Pollicino, che ha ritrovato la strada con le molliche di pane”.
    “Quindi dovremmo uscire sempre con un ossicino, o una mela in tasca e mangiare quella se ce ne offrono una avvelenata, o con le molliche di pane per ritrovare le strade, o stare lontano dagli arcolai!”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • L'amante
    • 07 febbraio 2013 alle ore 8:36

    Per alcuni libri dovrebbe essere necessario spogliarsi. Approcciarsi in modo del tutto primigenio ad ogni singola parola e pagina. Bisognerebbe esser nudi, avulsi da percorsi e farsi ricamare addosso la materia.
    Quella de ‘’L’amante‘’ è una storia persa. Una ‘’distesa desertica‘’ dalla quale urlare.
    Siamo nell’Indocina degli anni trenta, sulle rive del Mekong s’affaccia un viso bambino contraddittorio nella fragilità degli anni. Volto che presto sarà invecchiato dall’esperienza, dall’afa, dall’incontro con l’uomo cinese ricco.
    La Duras è struggente nella prosa scarna, terribile, ma al contempo dolce nel rivivere la sua non storia autobiografica.
    La memoria è strumento evocativo nostalgico e violento, su uno sfondo familiare di anime intrappolate in una condizione da cui fuggir via.
    La scrittura intensa sembra voler risucchiare da ogni evento una verità non detta. Tanto da rendere il romanzo un’espressione ermetica di pura poesia.
    Un romanzo del corpo, quasi fosse espiazione di altri dolori lontani, inafferrati.
    Così come s’espande il senso d’un amore viscerale ed evanescente. Mai aperto, né rivendicato.
    Riconosciuto soltanto in traversata, sulle note d’una musica e nelle pieghe d’un viso ormai devastato.

    [... continua]

    • Nemesi
    • 06 febbraio 2013 alle ore 8:37

    «Quello che vince la guerra non è necessariamente il vincitore. Molti hanno conquistato la corona ma hanno perso talmente tanti uomini da riuscire a dare l’impressione di governare sul nemico vinto soltanto in apparenza. Quando si tratta di potere, le donne non sono vanitose come gli uomini. La donna non ha bisogno di un potere visibile, vuole solo un potere che possa farle ottenere ciò che vuole. Sicurezza. Cibo. Piacere. Rvincita. Libertà. La donna è una persona dal potere razionale, pianificato, che pensa oltre la battaglia, oltre la festa della vittoria. E siccome ha la capacità innata di vedere le debolezze delle vittime, sa istintivamente quando e dove colpire. E quando deve lasciar perdere. E questo un uomo non può impararlo». Questo è l’incipit di “Nemesi” secondo libro della saga di Harry Hole conseguente a Il pettirosso. In questo libro una vecchia fiamma del commissario si ripresenta nella sua vita, Anna, poi rinvenuta morta suicida nel proprio letto, con un colpo di pistola. Un vuoto di memoria, una mail non ufficiale per svolgere indagini e fare luce sull’accaduto, una rapina nella banca di Oslo con la morte di una donna, questi sono un po’ gli eventi cardini del libro, che come sempre si preannuncia burrascoso e complicato. Ho fatto molta fatica a seguire, ma mi è piaciuto molto il soffermarsi sulle origini zingare di Anna, e il messaggio sotteso del titolo. Nemesi (Nέμεσις, Nèmesis) è una figura della mitologia greca, secondo alcuni figlia di Zeus, secondo altri figlia di Oceano e Notte e poi posseduta dallo stesso Zeus nel tempio di Ramnunte, dal quale nacque l'uovo di Elena (o trovato e allevato dalla dea Leda).
    Il nome deriva dal greco νέμεσις (nèmesis), νέμω (nèmo, "distribuire"), dalla radice indoeuropea nem-; in Mitologia greca, e fu il nome della dea "distribuzione della giustizia" (la giustizia intesa come codice giuridico era invece attribuita alla dea Diche).
    Nemesi provvedeva soprattutto a metter giustizia ai delitti irrisolti o impuniti, distribuendo e irrorando gioia o dolore a seconda di quanto era giusto, perseguitando soprattutto i malvagi e gli ingrati alla sorte. Nemesi significa distribuzione del fato, intesa come giustizia compensatrice o riparatrice, o interpretata anche come giustizia divina.

    “Se vogliamo vedere le cose come realmente sono, dobbiamo farlo con uno specchio. In quel caso scopriamo persone totalmente diverse”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Mentre l'Inghilterra dorme" è un libro controverso, a causa della denuncia di plagio da parte di Stephen Spender all'autore perché gran parte del racconto ricorderebbe Il tempio, e di conseguenza lo stesso libro è stato pubblicato, poi levato dalle librerie americane e successivamente rivenduto, dopo (pare) una rivisitazione dell'autore.

    La Guerra Civile spagnola e le sue ripercussioni in Inghilterra, fanno da cornice alla storia amorosa tra Brian  ed Edward. Due caste sociali a confronto che si ritrovano ad amarsi e a vivere il loro legame tra i contrasti e le incoerenze dell'epoca. Una storia che non funziona, per via di Brian, che prima tradisce Edward, lo abbandona, poi lo riprende e lo tradisce di nuovo, fino anche non si accorge dei suoi reali sentimenti per lui solo quando Edward lo lascerà per rincorrere i suoi ideali di pace partecipando come volontario alla guerra. A quel punto partirà anche Brian, alla ricerca del suo amore, ma anche di se stesso.
    L'epilogo sarà triste, inutile negarlo.

    Leavitt supera se stesso nel raccontare la storia, facendola apprezzare al lettore. In questo libro vive il potenziale dei suoi romanzi che appaiono gradevoli e disarmanti (Basti pensare a La lingua perduta delle gru, Il Voltapagine ed Eguali amori), ma in questo soprattutto si ritrova anche una ricostruzione coerente dell'epoca storica in cui è ambientato. La narrazione si sviluppa in prima persona, una sorta di diario accorato che però consente al lettore di entrare dentro la storia senza alcuna difficoltà.
    A prescindere dalle polemiche sul plagio o meno, David Leavitt ha regalato alla letteratura una piccola perla lucente, da gustare, e rigustare nei momenti di contatto con se stessi, soprattutto per il modo peculiare di adattare tematiche drammaticamente attuali con i dilemmi di un secolo controverso.

    [... continua]
    recensione di Francesco Mastinu

  • In un'atmosfera di continuo complotto, il lettore si trova ad attraversare uno dei periodi più controversi della storia moderna.
    Gli anni sessanta visti da varie angolazioni e, tutte, a proprio modo, rivoluzionarie. Da quella dello studente, poi maestro, protagonista, allo sguardo allucinato della bella di turno che, nella sua inconsapevolezza, si ritrova messaggera di saggezza e posseduta dagli spiriti naturali, diventando più dea che donna, o forse, dea proprio in quanto donna.
    Tutto il romanzo si svolge tra scenari impalpabili e sfuggenti, nessuna verità tra mille verità, nessun risultato tra mille certezze e il lettore, a mio avviso, ha la sensazione di assistere a un continuo spettacolo di illusionismo magistrale.
    Il mago ammicca continuamente, fingendo di metterti al corrente di ogni suo segreto, mentre, sgomento hai costantemente la sensazione che ti stia prendendo in giro.
    Un capolavoro.

    [... continua]
    recensione di Gjo Esse

  • Questa è la vita di una bambina ebrea, delle continue pressioni, dei cambiamenti che è costretta a subire insieme alla sua famiglia, un padre e una madre ebrea, forse sventura? Ah, quanta cieca crudeltà…
    La bambina diventa consapevole degli accadimenti attraverso i racconti degli adulti; vedersi cambiare, cambiare per poi rifugiarsi in un convento di suore, per aspettare cosa? Un cambiamento? Una sovversione? Un liberatore? Tutto ciò non è giusto, è inaccettabile e motivo di indignazione verso un’occupazione, una pressione, un annullamento. La guerra, le leggi razziali, la fanciullezza, le continue fughe, bombardamenti e infine l’agognata liberazione che tende a quel principio di universalità che nel libro emerge molto: l’indifferenziazione umana al di là dell’appartenenza.

    “... La guardo irosa e offesa. Anche mamma mi guarda, ma con una specie di ilare indulgenza: 'non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta'.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Eclissi
    • 04 febbraio 2013 alle ore 8:24

    Quando avviene un’eclissi di sole tutto si oscura, la vita si mette in standby in attesa che torni la luce a dare vita e colore al mondo: è quanto accade al protagonista di questa stupenda storia d’amore, Riccardo, quando viene a mancargli il grande amore della sua vita (e non vi diciamo come per non farvi perdere neanche una goccia del pathos e della commozione), Alessandro.
    Sì, perché “Eclissi” è una struggente e bellissima storia d’amore omosessuale scritta da un giovane autore sardo, Francesco Mastinu, e pubblicata da Lettere Animate editore in cui viene trattato, in modo delicato ma con fermezza, anche il tema dei diritti delle coppie di fatto quando uno/una delle due parti della coppia si ammala e deve essere ricoverato/a in ospedale.
    Come avrete capito dagli aggettivi che ho usato, il libro di Francesco mi ha “rapito” e avvinto sin dalla prime pagine e ho “dovuto” finire di leggerlo in ogni momento libero che ho avuto lasciandomi dentro un’emozione indicibile di fronte a questo amore così perfettamente descritto sia nei momenti belli, dall’innamoramento alla convivenza, che in quelli dolorosi del dopo”, come viene detto in quarta di copertina “un ritratto accorato che ci insegna cosa significhi per due persone, ancora oggi, amarsi senza avere tutela del loro legame”.
    Perfetta l’idea che ha avuto Francesco, per mantenere alta l’attenzione e la suspense su questa storia d’amore, di alternare i capitoli del “prima” e del “dopo” e infatti si capirà solo alla fine cosa sia davvero accaduto a Riccardo e Alessandro e al loro rapporto “…rimase lì, cingendolo, baciando l’aria che lo circondava, respirando piano il profumo del suo compagno. L’eclissi si rischiarava. Riccardo ebbe la certezza che qualcosa ancora fosse rimasto di loro…”

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    recensione di Daniela Domenici

  • The Front Runner (La Corsa di Billy) esce in America e nel mondo negli anni 70, ed è un successo.
    In Italia è stata pubblicato per la prima volta nel 2007, a ben 37 anni di distanza. Ma nonostante questo la storia si fa ancora assaporare pagina dopo pagina. Narrato in prima persona, dal punto di vista di uno dei protagonisti, Harlan Brown, il libro ci racconta come nella vita di quest'ultimo (allenatore di atletica, quarantenne e omosessuale), arrivano tre giovani promesse dell’atletica giovanile allontanati dalla loro scuola a causa di uno scandalo erotico in cui sono stati coinvolti. Tra loro Billy Sive, ragazzo controverso, con cui l’allenatore costruirà una dolcissima storia d’amore, ricca di colpi di scena.
    Nella trama abbondano i riferimenti sessuali, ma sono delicati. Lo stesso Harlan non descrive la loro prima volta, se non prima e dopo averlo fatto, ma nelle sue parole non vi è volgarità, la scena scivola leggera appassionando il lettore.
    Uno stile ricco di sfumature ma nel contempo chiaro e mai noioso, per quanto la vera risorsa del romanzo risieda nell’emozione. Attraverso la visione di Harlan, inserita nel contesto della rivoluzione per i diritti degli omosessuali in America, ci si lascia guidare dalle sensazioni e dalla passione narrativa che pervade l’intero percorso di lettura, acquisendone un quadro composito di dichiarazioni di libertà (e rispetto) lotta di emancipazione ma soprattutto di intensità amorosa. I temi affrontati, cari anche alla narrativa queer, sono molteplici: l’amore difficile, intenso e passionale, che si barcamena tra coming out di alcuni personaggi  e la lotta civile per i diritti (in quegli anni, successivi ai moti dello Stonewall che vengono rappresentati nella storia) fino al senso di rivalsa personale, che affrancherà Billy e Harlan come uomini in primis, e come atleti poi, al pari di tutti gli altri.
    Definita in copertina come “la più letta al mondo”, La corsa di Billy è una storia triste, ma che lascia adito a un proseguo positivo (che realmente esiste trattandosi di una trilogia: vengono dopo Harlan’s Race e Billy Boy’s: il secondo uscito nel 2010 in Italia col titolo la Sfida di Harlan, il terzo inedito in Italia), e per questo consiglio a tutti di leggerla.
    E non in ultimo, si segnala che la storia, per quanto ancora oggi si sostenga che le tematiche queer siano appannaggio sia di lettori gay che di scrittori strettamente omosessuali per ciò che concerne la produzione, non solo è accessibile da chiunque, ma è stata scritta da una donna. 

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    recensione di Francesco Mastinu

  • Leggere questo libro è stata un'esperienza a dir poco stupefacente, illuminante, elettrizzante. Una scossa. Immaginate di ritrovare il taccuino di uno sconosciuto sul sedile del treno. Aprendolo scoprite fin dalla prima pagina che si tratta del mondo di un personaggio alquanto singolare. Un mondo fatto di poesia, pensieri, sfoghi, disegni a matita più o meno inquietanti, foto attaccate con il nastro adesivo o semplicemente infilate tra una frase e l'altra. Leggete qualche riga che vi disturba e decidete di saltare pagina sfogliando più avanti. Arrivati ad un certo punto vi fermate a rifletterci sopra. Ma ormai è tardi e dovete continuare per vedere dove vi portano questi piccoli parti di una mente, che definire creativa è un eufemismo. Amore e odio, vita e morte si rincorrono più vivi che mai tra le pagine e non potete fare a meno di immergervi nelle sensazioni e riscoprirle umane, quasi vostre. Ci sono storie che vi strappano un sorriso, ma non siete sicuri se sono storie veramente divertenti; un po' di ansia prima di girare la pagina e quel sapore di malinconia mescolata all'asprezza, alla spregiudicatezza vi conquistano. Leggete d'un sorso. Non siete nemmeno arrivati alla vostra fermata che lo chiudete. Sul viso uno di quei sorrisi a metà tra il sognante e lo scaltro. Vi guardate intorno e infilate in tasca il taccuino. Perché? Perché non appena arrivati a casa lo rileggerete con calma! Esattamente quello che farò anche io. Ce ne sono ben tre versioni per tutte le età e tutti i gusti. Non vorrete mica farvelo scappare?

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    recensione di Katia Guido