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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Lola Suàrez, giovane donna che beve rum e fuma il sigaro, che percorre la vita attraverso ricordi, sfide e gallerie d’arte, che s’incanta e si lega ad un quadro che racchiude la sua origine, continuità, speranza… 
    Donna, femmina tanghera, artista, incarta la poesia con la musica e dipinge il passato nel presente. Simona Bertocchi, Lola Suàrez… che dire? Un romanzo di vita, un trascorso in  pagine di storia, un giallo che non smorza mai le sue tinte ma le rinnova ad ogni pagina, in ogni meticolosa, accurata descrizione di personaggi ed eventi, spolverando e risollevando polvere sulla Storia che vede un’Argentina martoriata dalla dittatura che ha inferto profonde, insanabili ferite e al grido di "Nunca Mas": "Mai più", si rinnova la forza, per non dimenticare…
    L’autrice, Simona Bertocchi, fa danzare il romanzo attraverso una scrittura elegante, scorrevole ed armoniosa che percorre le ramblas di Barcellona accompagnata da una fragranza d’ambra e  dal suono di un tango che nasconde una fisarmonica nel cuore e non disdegna di condurre il lettore ad immergersi tra dolorosi percorsi, carichi di “umanità cancellata” e racchiusa in un solo nome: desaparecidos.
    Lola Suàrez vive la sua contemporaneità a trecentosessanta gradi tra arte, amore, inganni e speranza, cavalcando i ricordi dell’infanzia aiutata da Diego, suo padre, senza mai arrendersi e naviga senza sosta rincorrendo la sua idea che si fa sempre più reale, quella che suo fratello Julio, desaparecido, possa essere vivo…
    Leggere un romanzo così intenso, con un finale colmo di intrecci, crea al lettore la sensazione di aver intrapreso un avventuroso viaggio alla scoperta di celate preziose realtà.
    “Che colore ha la poesia?”
    Il “lunfardo, il caminito”… cosa sono?
    Solo divorando le pagine che l’autrice ha impastato come creta per far uscire un’opera d’arte, incidendo con forza, armonia e dovizia di particolari ogni elemento, attraversando il mondo con gli occhi del suo intrigante personaggio, Lola Suàrez, il lettore avrà modo di scoprirlo…

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Era una notte fonda degli anni Ottanta. Un padre operaio disoccupato, accanito dal presentimento, usciva di casa per andare in una sala giochi di periferia dove si trovava il figlio. Un uomo, un killer aveva la stessa idea nella stessa notte fonda degli anni Ottanta. Doveva regolare i conti con alcuni spacciatori di droga. Cominciava a sparare all’impazzata all’interno e all’esterno del luogo. Il padre non ci pensava un attimo e con il corpo faceva scudo al figlio. Moriva.

    Stefano Benni racconta in versi questo tragico fatto di cronaca. Otto personaggi e luoghi divisi da due atti: L’indovino cieco, Il Padre, La Madre, Il Figlio, Lisa, La Città (Salagiochi – Le stagioni), Il Killer, Teschio. Otto personaggi presenti nella mente di Benni. Personaggi reali e immaginari raccolti in questo libretto di 59 pagine. Lisa, nel primo atto, si presenta così:

    Io cammino a occhi chiusi / sognando la riva del mare / ciò che dicono le persone non sento / se del io corpo parlano  / o del destino futuro.

    “Blues in sedici” è una ballata vera e propria. All’origine viene scritta per essere letta in pubblico con accompagnamento musicale. Conosce diverse versioni teatrali. Canta il dolore, la rabbia, la disperazione e la speranza del reale. Vissuto.

    Ero felice, ma ne dubitavo / quelle pagine erano il mio libro. / Poiché io sono stato / più di quanto sono, e sarò.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Sono stata contenta di aver ripreso Umberto Eco. Non lo leggevo dal 1998, dai (miei) tempi de Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault, e a metà de "Il cimitero di Praga" mi sono anche ricordata perché. Il simpatico vecchietto è esigente come suo solito, vuole molta molta fiducia: come fu per la famosa descrizione del portale medievale ne "Il nome della rosa", stavolta chiede la sua prova d’amore per la bellezza di duecento pagine, in cui la parola Praga non viene neanche lontanamente sfiorata e il malaccorto lettore si chiede vieppiù volte dove sia il nocciolo della questione. Intanto, però, come da accordi letterari il lettore accetta di lasciarsi portare, e viene dondolato tra le perplessità di un tale Simone Simonini e un abate Dalla Piccola, che continuano a svegliarsi l’uno in assenza dell’altro e che comunicano solo tramite i loro diari, di cui il Narratore onnisciente cerca di districare le varie vicende alla manzoniana maniera.
    I diari sono ambientati alla fine dell’800, la Storia narrata è quella del Risorgimento italiano, lo stile narrativo è intonato a quei tempi.
    Umberto Eco posiziona il suo (doppio) protagonista fittizio al centro dei principali intrighi del periodo, dalla misteriosa morte di Nievo all’Affare Dreyfus, immaginandolo dietro le loro quinte. Come spiega nella sua Appendice (che in genere è la parte che preferisco: il sipario che si apre al termine della pièce), “Il solo personaggio inventato di questa storia è il protagonista, che (…) benché effetto di un collage, per cui gli stono state attribuite cose fatte in realtà da persone diverse, è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra di noi”.
    Le vicende si spostano dall’Italia del 1861 alla Parigi della Comune, usando come leitmotiv un inveterato odio per gli ebrei: il cimitero di Praga citato nel titolo è il luogo dove Simonini ambienta una riunione di Gesuiti prima, ed ebrei poi, e in cui immagina una loro conversazione che gli viene commissionata per confermare tutti i pregiudizi esistenti da sempre, e rivelare la cospirazione che la razza sta tramando per impadronirsi del mondo.
    Questa conversazione falsificata è oggi nota come i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, è stata prodotta in Russia nel 1903 (nel libro si immagina che si sia ispirata a quanto scritto da Simonini) e nonostante sia stata smascherata già nel 1921 dal Times di Londra, ha realmente ispirato ad Hitler la legittimità dei campi di sterminio ed è tuttora usata per rinvigorire l’antisemitismo contemporaneo, specie nel mondo islamico.
    “La gente crede solo a quello che sa già” (U. Eco)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ancora una volta il nostro autore Mirko Tondi, ci trascina nel suo mondo surreale che ci prende come un turbine di vento e, attraverso le storie dei suoi personaggi, ci obbliga a prendere coscienza di noi stessi. Le citazioni tratte da film famosi che hanno fatto la storia del cinema mondiale, rendono il suo romanzo ancora più ricco e affascinante, mentre il leitmotiv di tutto il libro è la musica di Jimi Hendrix, l’ineguagliato mito del rock che è stato il simbolo di un’intera generazione e, ancora oggi, è un obiettivo quasi impossibile da raggiungere per chi vuole cimentarsi nello studio della chitarra. Quel magico strumento, infatti, tra le mani di Jimi prendeva vita e toccava nel profondo chiunque lo ascoltasse.
    Brando, uno dei personaggi del libro, pensa di esserne la reincarnazione pur non avendo la benché minima somiglianza con lui, ma a volte basta crederci…
    Non si può, né si deve, raccontare la trama di un libro come rock opera; bisogna soltanto leggerlo con la mente aperta a cogliere sfumature e atmosfere originali, facendosi coinvolgere dalle storie dei suoi personaggi che s’intrecciano come i fili di un merletto che soltanto visti nel loro insieme danno vita a un’opera compiuta e di grande armonia.
    La scrittura di Mirko Tondi è, come ogni volta, piacevole e scorrevole con quel pizzico d’ironia, a volte leggera e a volte caustica, che rende ogni sua creazione un gradevole momento da dedicare a se stessi.

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • A fare da sfondo a queste vicende narrate da Manfredi sono le Guerre Persiane avvenute tra la Grecia e il regno del “Gran re” Dario di Persia. Al centro della storia c’è la famosa famiglia dei Kleomenidi, a cui le dure leggi di Sparta impongono di abbandonare il secondogenito poiché nato con un piede deforme. Ma il destino, a volte più generoso delle leggi umane, fa trovare il bambino non dai lupi del Taigeto ma da un pastore Ilota di nome Kritolaos. Così mentre il fratello maggiore cresce e diviene un guerriero spartiate, Talos cresce fra i pastori senza sapere ancora niente della sua origine. Divisi, visto che uno faceva parte degli oppressori e l’altro degli oppressi, i due fratelli sono destinati ad incontrarsi e a vivere insieme molte avventure. Sarà proprio il pastore zoppo ad aiutare lo spartiate e a dimostrare il suo valore, scoprendo la sua nobile origine. La storia di Talos diventa sempre più appassionante man mano che passano le pagine. L’autore non solo riesce ad appassionare il lettore con l’infittirsi del mistero legato alla famiglia di Talos, ma riesce a esporre, senza stufare come farebbe un libro di storia, i caratteri della società spartana, l’organizzazione sociale, militare e religiosa.
    Un romanzo avvincente, nel quale l’intelligente narrativa si unisce alla fermezza della documentazione storica. Valerio Massimo Manfredi i suoi due mestieri li sa fare benissimo. Lo storico e il narratore si fondono insieme dandoci così un racconto che si legge d’un fiato, una storia che ci trasporta in un’epoca profondamente diversa, un’epoca lontana che ci sembra vicina solo grazie alla fluidità della ricostruzione storica.

    "La brace cova a lungo sotto la cenere e gli stolti credono che sia spenta ma quando il vento riprende a soffiare la fiamma si risveglia”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Sofia si veste sempre di nero” è un romanzo composto da racconti, che narra della vita di Sofia all’apparenza donna strana, solitaria, enigmatica, un pesce fuor d’acqua dalla vita. Nel leggere i dieci racconti conosciamo le persone care a Sofia, dai genitori: lui ingegnere all’Alfa Romeo solo preso dal suo lavoro, lei ex pittrice ora casalinga depressa che passa le giornate al buio. Conosciamo la zia Marta, sorella del padre che sarà la vera amica e salvezza di Sofia, disoscurando quel nero ormai pervasivo. Un titolo che non si svela e che si lascia scoprire, titolo di uno dei racconti; il vestirsi di nero è una forma di protesta, un'ossessione vivente, un malattia dell’anima, un pertubanza del corpo, riassume un’unica, sola e vera paura quella della morte. Morte però non intesa come morte esplicitamente fisica, ma morte delle situazioni, delle relazioni, del rimanere soli, del vedere che tutto svanisce effimeramente. Il suo unico talento è quello di capire la fine, il capolinea di ogni cosa, essere oltre all’avvenire.

    "La ragazza aveva gli occhi strabici. E questo modo di guardarti la bocca mentre parlavi, come se intorno ci fosse un rumore d'inferno e lei dovesse leggerti le labbra per distinguere le parole. Aveva l'aria di una persona in pericolo. Guardava allo stesso tempo te e dietro di te. Ecco cosa colpiva al cuore gli uomini, la prima volta che la incontravano. Tu le parlavi e lei ti fissava le labbra come se da un momento all'altro potesse saltarti al collo e morderle, e quel morso salvarle la vita".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Amok
    • 08 agosto 2013 alle ore 8:47

    “Amok” è una novella scritta negli anni ’20 che si concentra sulla psiche umana e su quanto questa possa influire sugli aspetti comportamentali della persona. E’ la storia di un viaggio lungo l’Oceano Indiano, su una nave che ha come destinazione Napoli. Protagonista della vicenda è un medico tedesco che, dopo aver fallito la sua carriera in Germania, si trasferisce in India, e vive tra alcol, vecchi ricordi, nostalgia per quell’Europa ormai solo passato. Ma poi, improvvisamente arriva un incontro, una persona inaspettata, una donna che cambierà tutte le carte in tavola, lei è un’affascinante aristocratica, algida e forte, rimasta incinta da un rapporto extraconiugale, che gli chiede di abortire. Il medico, gli pone un ricatto: la farà abortire solo se si concederà a lui. E proprio ora, che il rapporto tra i due cambia, diventa feroce, instabile, contro ogni tipo di razionalità, l’uomo è posseduto dalll'"amok”, parola maltese che indica una sorta di raptus e porta alla rovina chi ne è affetto: "una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica", un malessere che porta al decadimento di ogni pensiero prima di ogni ragione: “Dunque, l'amok... sì, l'amok è così: un malese, un uomo molto semplice, assolutamente bonario, si beve il suo intruglio... se ne sta lì seduto, apatico, indifferente, spento... come me ne stavo io nella mia stanza... e all'improvviso balza in piedi, afferra il pugnale è corre in strada... corre sparato come una freccia, sempre diritto, senza deflettere... senza sapere dove... Chi gli si para davanti, essere umano o animale, viene trafitto dal suo kris, e l'orgia di sangue non fa che eccitarlo maggiormente... Mentre corre, ha la schiuma alle labbra e urla come un forsennato... ma continua a correre e correre, senza guardare né a destra né a sinistra, corre e basta, con il suo urlo acutissimo, con il suo kris insanguinato, in quella rettilineità mostruosa...”
    Il racconto è pieno di tensione, morboso, ossessivo, che spinge ad una fine che troverà ragione solo dopo aver letto e riflettuto su ogni singola pagina.

    “Le situazioni psicologiche misteriose esercitano su di me un fascino addirittura sconvolgente, mi intriga fino al midollo scoprire connessioni, e le persone singolari riescono con la loro sola presenza ad accendere in me un desiderio di conoscerle che non è di molto inferiore a quello del possesso nel caso di una donna”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Niente ti prepara per il momento in cui incontrerai la persona capace di cambiarti la vita. Non parlo di incontrare qualcuno, innamorarsi e decidere di mettere su famiglia con tutto quello che ne deriva. Parlo dell'incontro con una persona in grado di alterare, profondamente, il modo in cui vedi la vita e di indirizzarti su un percorso del tutto inaspettato”.
    Pochi aspetti della vita di Ed, protagonista del romanzo in questione, sono rimasti saldi, certi e rassicuranti. Angie, la sua ragazza, ha deciso di interrompere la loro relazione. Inoltre Ed lavora per una società editrice che opera sul web ed è oramai prossima al fallimento. Un lavoro per nulla reso più accettabile dal pessimo rapporto professionale intrattenuto con il suo capo. Infine l’insoddisfazione profonda e da sempre presente, di non riuscire ad esaudire il suo sogno di sempre: diventare uno scrittore. In definitiva, la vita di Ed sembra letteralmente andare a rotoli e sfaldarsi giorno dopo giorno, tra obiettivi personali sempre meno pregni di chiarezza e convinzione ed accadimenti improvvisi, quasi fossero sinonimi di una predestinata sfortuna. L’incontro con Geoff, in un pub, davanti una birra, rivoluzionerà l’esistenza del nostro protagonista. Geoff, un curioso cinquantenne fumatore e amante della birra, riesce da subito ad attirare l’interesse e le attenzioni di Ed, inizialmente irritato ma con il passare del tempo sempre più affascinato dal diverso punto di vista di Geoff, dall’innovativo modo di analizzare i problemi e le circostanze della vita: "Ogni situazione di crisi, Ed, rappresenta anche una preziosa opportunità di cambiamento. Ciò che conta veramente è avere dentro di sé le risorse per affrontare i momenti difficili". Nel discutere con il suo nuovo amico, Ed scoprirà che Geoff è buddista eppure, nonostante il suo forte scetticismo verso qualsiasi forma di religione, verrà immediatamente affascinato dall’incredibilmente alto stato vitale del suo interlocutore. Ed avverte in Geoff la sua straordinaria capacità di imparare dagli errori, di trarre giovamento dalle problematiche della vita, di apprendere e rafforzare il suo essere, affrontando le più gravi circostanze che l’esistenza può rivelare ad un uomo, semplicemente cambiando l’approccio alle stesse. Il protagonista imparerà nel corso della storia a conoscere sempre più approfonditamente il mondo del quale Geoff si fa fiero portavoce arrivando, in estrema conclusione, a percepire che nei concetti, con estrema chiarezza esposti dal suo amico, si celano parte delle risposte più utili alla comprensione del vero significato della vita. In questo romanzo, leggero e scorrevole sin dalle prime pagine, viene perfettamente calato il buddismo nella quotidiana realtà di tutti i giorni. L’autore riesce a farlo con l’abile capacità di non entrare mai in un discorso meramente teologico e filosofico, ma incastrando perfettamente alcuni dei principali concetti buddisti nelle situazioni, nelle difficoltà e nelle problematiche che ciascuno di noi potrebbe trovarsi ad affrontare. Lo stesso protagonista del romanzo, lascerà spesso intendere come si possa diventare “vincenti” nella vita e nelle difficoltà, senza per forza di cose essere religiosi. Non mancheranno nel racconto, colpi di scena utili solo a rafforzare lo scopo primo dell’autore: presentare un idea di buddismo cosi vicino alla gente e cosi capace di rivelare una strada migliore e più efficace per affrontare la vita di adesso.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Snello eppure articolato, il primo libro di Daniela Farnese (alias dottoressa Dania) “Via Chanel n° 5” si legge tranquillamente in una giornata di mare, rapiti dalle disavventure di Rebecca, per gli amici Coco, e avviluppati da sei giri di perle.
    Tutto inizia con un trasferimento da Venezia a Milano, carico di aspettative prontamente frantumate dall’ex uomo ideale Niccolò, e la sensazione perenne, per la fragile e dura Coco, di essere la numero due. Con un taglio deciso ai capelli e un taglio un po’ più sofferto alla vecchia vita, la cinica più romantica del pianeta intraprende una strada (cadendo ogni tanto dai tacchi) verso la sua indipendenza psicologica, dove dovrà imparare a volersi più bene, ad accettarsi, a godere degli amici e a difendere la sua autostima, insieme a dei valori di fedeltà e di dedizione che sembrano essere divorati dalla fretta quotidiana.
    Qual è la soluzione per buttare via il vecchio e sostituirlo con il nuovo? Lasciarsi andare? Depurarsi del rancore, svelenirsi graffiando una portiera? O reagire concentrandosi sul lavoro, sul giusto incontro tra i propri sogni e quelli degli altri, nonostante, per ironia del destino, ci si ritrovi a pianificare i matrimoni altrui?
    Un romanzo contemporaneo di formazione, tanto agile quanto costruttivo e utile per chi non si è ancora accorto di aver messo da parte le proprie verità in nome di un qualcosa che forse non lo merita. Il tutto, sotto l’illuminazione degli aforismi e sotto la guida spirituale di Coco Chanel, eterna Mademoiselle, immolata al suo lavoro in memoria di quell’uomo che amò e che le diede l’indipendenza.
    “Un uomo può indossare ciò che vuole. Rimarrà sempre un accessorio della donna” (Coco Chanel)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Con questo libro faccio la mia prima scoperta personale di Daniel Pennac e la faccio in un'estate che si è lasciata desiderare. L'ho cominciato sotto l'ombrellone, quindi in pubblico, e ho sghignazzato senza pudore di fronte all'inaspettata penna cyranesca, astuta e rapida, che narra le avventure del Capro Espiatorio del Grande Magazzino Benjamin Malaussène.
    In questo episodio, l'eroe è coinvolto in una serie inspiegabile di esplosioni nel Grande Magazzino, talmente inspiegabile che lui ne diventa il principale sospettato. Intorno alla vicenda ruotano, anche con un tocco di misticismo, i fratellini di Benjamin, dall'adorata Clara alla veggente Thérèse al furbo "Piccolo" Jeremy, alla molto incinta Louna, con piccoli omaggi testuali a Carlo Emilio Gadda ed Edgard Allan Poe.
    La trama non è facile da sviluppare con leggerezza, perchè gli orchi del titolo sono una sorta di setta satanica che usa bambini per i suoi riti sacrificali: Pennac riesce a fare del suo protagonist auna voce gentile e "Santa", spettatrice di un mondo leggermente grottesco, che cerca di farsi strada verso la giustizia.

    "Il bebè obeso posa su di me uno sguardo allegro come non mai. Ecco, tre giorni fa il mio reparto avrebbe venduto alla signora qui presente un frigorifero (...) che si è trasformato in inceneritore. E' un miracolo se questa mattina la signora non è stata bruciata viva aprendo la porta. (...) Il bebè mi guarda come se fossi la fonte di tutto. (...) Balbetto che, appunto, non capisco, i testi di controllo erano stati effettuati (...) Nello sguardo del moccioso, leggo con chiarezza che lo sterminatore dei piccoli di foca sono proprio io". (Daniel Pennac)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Davvero bastano 33 pagine per dire tutto sulla scrittura? Il “tentativo di scoraggiamento” lo ha fatto Erri De Luca con questo libriccino introvabile. E ho detto introvabile, sì. Perché arrivare a questo minimanoscritto non è per niente semplice. Io ci sono arrivato grazie a un altro libro e al suo autore che raccontava proprio il percorso per giungere a queste pagine. Il mio percorso è stato diverso. Ma questa è sicuramente un’altra storia…
     
    “Tentativi di scoraggiamento” è una minuscola raccolta di consigli per chi vuole intraprendere l’oscura professione dello scrittore.
     
    “Comunque vada la tua scrittura, che sia gradita o ignota, difendine il diritto per chiunque. E se ti costerà, pagane allegro il prezzo, sei scrittore e hai responsabilità civile della libertà di pubblica parola… Contrasta ovunque la censura, fai il bravo calzolaio e difendi il diritto di libero cammino. Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo pubblico”.
     
    Così Erri De Luca introduce ciò che sarà scritto all’interno. Non è chiaro se De Luca risponde ad un reale aspirante scrittore o se tutto gioca sulla cornice dell’immaginazione. E’ chiaro, invece, l’accento poetico che lo scrittore impartisce già dalle prime righe.
    “Non spedire opere tue a scrittori. Non si mandano scarpe fatte da sé ai calzolai perché provino a calzarle. Non si spedisce al pasticcere un dolce fatto in casa perché lo assaggi. Diventare scrittori non passa dal contatto e dalla sponda di un altro scrittore”.
     
    De Luca, poi, suggerisce di leggere “un camion di libri” proprio come fa l’amico scultore Mauro Corona, autodidatta della narrativa. E ancora: “Non fare corsi di scrittura”. Cristallino come il mare al mattino. Insomma, non so se bastino realmente 33 pagine per (s)consigliare a uno scrittore. Di certo è che l’esperienza plurinarrativa di De Luca è ben nota. Quindi, aspiranti quali siamo, mettiamoci al suggerito servizio di chi sa.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari