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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • La favola bella di Synthesis e Calypso di Giovanna Albi è un romanzo-saggio che parla del percorso sentimentale di un fanciulla.
     
    “[…] Ragazza, tu sei rimasta fanciulla, tu non vedi il mondo cambiare; le persone non sono a nostra disposizione. L’amore di qualcuno abbiamo avuto, ma questo non è per sempre”.

    Synthesis è la fanciulla che affronterà questo percorso di formazione, che sarà accompagnato da rimandi filosofici-psicologici, che entrano nella mente del lettore per porgli degli interrogativi, delle domande, per smuoverlo dalla nullità, e dall’aridità del quotidiano, dal certo di un’esistenza lineare. Quando un amore può veramente definirsi giusto? Quando una persona può realmente definirsi nostra? Quando in realtà non c’è più bisogno di chiedersi e porsi domande sulle verità e dubbi in un rapporto?
    Forse mai, forse sempre. L’autrice rende vivo e discorre il percorso evolutivo di un’amicizia, come quella con Amìthas, che funge da propulsore, da oracolo, e diviene dispensatore di pillole, di riflessioni sulla vita, sulle difficoltà, sull’amore. Tutto diviene un ricordo, un miraggio, una questione passata, niente deve essere più di quello che si dona; questa amicizia cerca di risvegliare il senso di sé, e l’importanza della propria forma, della propria intimità.
    Tra le pagine ci si inebria di parole che hanno e mostrano un’attualità disarmante:
    “Oggi una generale impotenza ci affligge, la miseria ci accora, la disparità sociale ci spinge a una novella rivoluzione. Resistere e poi resistere è il messaggio di Delfi; io ho perso il lavoro, ma non la volontà di guarire il mio popolo dalla stolta ignoranza. Sento un imperativo cocente a prendere una posizione netta in questo nuovo Medioevo; vedo pochezza intellettuale ovunque, ma soprattutto analfabetismo e deserto emotivo. L’uomo ha perso il senso del suo andare. Guerre ovunque, nuove tirannidi, false o mediocri democrazie […]”.
    Quanto ogni giorno siamo costretti a vedere il mercimonio che svende ogni valore? La purezza sta diventando una questione di rara bellezza, come dice l’autrice dobbiamo resistere, non mollare, per noi stessi, per l’altro, per il mondo che ormai sembra andare a rotoli.
    Si entra nel profondo della vita di Synthesis, ricordando gli amori passati, le sofferenze, facendo riaffiorare i dubbi, le incertezze, interrogandosi sulle proprie azioni, sulle dinamiche di avvicinamento, e di evoluzione. Si legge della bellezza del creato, dei suoi figli rigorosi: come il mare, le onde, il profumo della salsedine, il padre Sole, la cugina abbronzatura, la vita, e le sue eterogenee rappresentazioni. Sì arriva e si procede verso un viaggio, verso una scoperta, verso un affronto all’intimità che nell’animo di Synthesis è precaria, è vacua. Come l’esperienza del Cammino di Santiago de Compostela che è più di un viaggio, è un percorso dell’anima, è una collana che pian piano si forma e si plasma a seconda dei propri stati d’animo, è una partenza, è un viaggio senza ritorno, se non con una nuova ritrovata consapevolezza.
    Così come scrive meglio l’autrice: “Pensava che non avrebbe più rimesso piede nel suo paese, che avesse tagliato il cordone ombelicale che la teneva legata ai suoi ricordi, ma un uomo senza ricordi è come Atlante senza mondo; noi siamo i nostri ricordi e, anche se ci sprofondassimo nell’abisso più profondo del mare, continueremo a ricordare, perché la vita è in gran parte memoria di chi ci ha preceduto o di quello che siamo stati o che abbiamo pensato di essere. […] Così Synthesis va a elaborare il proprio passato e il significato del Cammino di Santiago proprio in quel borgo di Parnìs nel quale ha trascorso gran parte della sua esistenza”. Questo viaggio però è solo un anticipo, di quello che sarà la riscoperta della propria identità che toccherà le vette del Tibet, e si immergerà nel mondo dello spiritualismo buddhista. Sarà un viaggio attraverso anche la propria identità sessuale, di genere, come il rapporto di odio et amo con Belèn. Successivamente si racconta di Atene, e della sua discesa sociale, dando uno sguardo anche sul mondo, e sul senso della sua modernità, ormai decadente.
    Verso le pagine finali si legge di nuovo dell’attaccamento di Synthesis con la natura, quasi come a configurarsi ad una donna chiamata dal dio Pan, quasi una donna che è deliberatamente stata scelta per fondersi con essa, quasi un ninfa che sta per aspettare e rendere merito alla tanto agognata trasformazione. La stessa trasformazione che smuove tutto il libro, attraverso vecchie comparse, nuove figure, amori, che sono il senso dell’esistenza e la sua stessa negazione. Come la verità di Calypso e il loro amore vivace, assurdo, bestiale: “T’amo come si amano le cose oscure, segretamente, dentro l’ombra e l’anima…”. Che ora sembra echeggiare nel Pantheon e ricordare ed essere prova che solo in due si può raggiunge l’immenso.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • L'opera al nero è un romanzo storico di Marguerite Yourcenar del 1968, le cui vicende ruotano attorno alla figura di Zenone, un filosofo, scienziato e alchimista che l'autrice immagina essere nato in Belgio nel XVI secolo. Dal libro è stato tratto nel 1988 il film "L'opera al nero", con Gian Maria Volonté nel ruolo di Zenone.
    L’autrice ci narra della vita del medico e alchimista, dal Medioevo al Rinascimento. Un uomo troppo avanti per il tempo in cui ha vissuto. Ha condotto una vita al “nero” come dal titolo, una vita, cioè ai margini, nascosto, segnata dalla clandestinità e dalla paura incessante. Per costruire questo complesso personaggio l’autrice si è ispirata alla storia reali di persone vissute in quei secoli come il chimico Paracelso, Michele Serveto, Leonardo dei Quaderni, Erasmo da Rotterdam e il filosofo Tommaso Campanella. Come tutti queste grandi personalità anche Zenone ha dovuto patire il fatto di anticipare il pensiero del tempo. La sua figura di martire si spiega durante il suo processo quando si accorge, discutendo con i teologi, «che non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto».
    L’autrice sapientemente non si sofferma a ricrearci semplicemente un quadro storico, ma anzi, crea una sorta di dialogo interiore fra l’essere e l’anima, fra le idee, e l’azione, fra la verità, e la finzione. Zenone è un animo libero, e perciò diverso, contro ogni materia dello scibile umano: dalla vita quotidiana, alla religione, dalla sessualità, alla cultura. Un animo coraggioso che decide di schierarsi anche contro la più feroce e spietata arma di censura: L’Inquisizione, che inserirà un suo libro filosofico tra la lista dei Libri Proibiti. Straniero in ogni terra, malfattore in ogni luogo, solo dopo aver scoperto e combattute le sue verità, si spoglierà di ogni suo avere per tornare a Bruges, sua terra natale, sotto il nome di Sebastiano Theus. Siamo nel momento della Controriforma, e la libertà di Zenone sarà un duro prezzo da pagare, basti ricordare altri uomini di grande lungimiranza che hanno come lui percorso la via della verità come Galilei, o Giordano Bruno. Nulla è lasciato al caso, e l’autrice correda il tutto con uno storicismo davvero puntuale, quasi maniacale. Zenone se prima verrà aiutato da un priore che lo lascerà lavorare come medico in un monastero, dopo dallo stesso e dai suoi confratelli verrà accusato, e così la decadenza e l’uscire fuori allo scoperto,  l’essere riconosciuto, e quindi marchiato. Un’anima che vola, che si inabissa nelle tragicità del vero, che non si lascia intimorire, e stempera la sua vita, prima che la condanna riesca a portargli il suo conto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Il giorno che saluta frantumato”, saltellando nel quotidiano tran tran, ed è qui che si posa la penna di Pietro Pancamo, sbattendosi contro una realtà non sempre semplice da capire o da vivere. L’allusione al coraggio di fronte all’interrogativo: “Amore o desolazione?” di proseguire mano nella mano, cercando una concreta stabilità, in questo precario equilibrio di sensi.
    Ironizzare diventa la disinvolta capacità di mascherare le paure, metabolizzando la “melanconia”, nella poesia. Assemblando i pensieri o cercando la soluzione in chi può comprendere “il fagotto di stelle e di buio”.
     
    Le somiglianze, si celano stringendo “in un solo mondo/ città, mari e tempeste.” La condivisione diventa il rifugio ideale, e un punto d’arrivo o di partenza (dipende dalla prospettiva) o dalle vie che si progettano per liberarsi dal disordine e dalla voglia di ripetere l’emozione, in abbraccio o in un ricordo. “Gioachino/… Posa le mani, come due tele di ragno, sul davanzale e sta vicino alla finestra, tanto vicino quasi annusasse il vetro.”
     
    Spesso il contatto diretto con la “morte” è difficile da affrontare e fa stridere i denti, portando a: “Delusione/ Depressione/ Confusione senza pari/”. Anche le parole, corrono il rischio di diventare “formule” complicate di sogni irrealizzati e sorrisi persi. Eppure è in questi momenti di umana fragilità, descritti dal poeta, che il cuore torna battere e festeggia: “festeggio: sì, come Athos – uno dei quattro bravi un tempo a danzare, a lume di lama – m’infilzo preciso/ una bottiglia alla bocca/ deciso a brindare.”
     
    Oltre la malattia e “vetri appannati”, la lotta diventa serena e consapevole. Una maturata evoluzione, che firma e lascia “una scia di passi”. Consapevole di un passato che ha dato gioie e dolori, Pancamo si immerge nella descrizione di  chi “canta” in torme di rifiuti. Un leopardiano immedesimarsi, in una situazione inconcepibile, ma ahimè, all’ordine del giorno.
    “Così il rosso del mio sangue, che ogni mattina si sveglia,/non vuol dire più/ rigenerazione/ ma soltanto/ riciclaggio.”
    Frammenti che accompagnano il giorno a sera, diventando “coriandolo questa città in mano al vento!”.  Pancamo dirige abilmente l’orchestra d’umane emozioni, ispirato dal contesto cosmico. Attraversa infatti,  il bosco dell’inquietudine e del caos, “No, non per dimenticarti:/per rimpiangerti meglio/ (come direbbe il lupo/ a Cappuccetto Rosso)…/ e più gioisco più sono solo.”
     
    “Un un manto di vita”, si eleva anche a mezzanotte e tra racconti impregnati di mura, dentro e fuori, tra “i detriti del mio semplice destino”, emerge uno spiraglio di speranza, che dona la forza di andare avanti e riemergere all’alba nuovi. Annusando così, la vera essenza di essere parte integrante di un misterioso, ma allo stesso tempo, immenso disegno.
     
     

    [... continua]

  • "Fai bei sogni" è un romanzo autobiografico e introspettivo, redatto dall’acuto giornalista e scrittore Massimo Gramellini. E’ il racconto della sua vita. E’ la storia di un bambino che perde la mamma in circostanze che subito non riesce a comprendere e che poi però, divenuto adulto, non ha il coraggio di guardare in faccia. L’elaborazione del lutto dura quarant’anni, ma l’autore alla fine, grazie anche all’amore di Elisa, riuscirà a superare il terribile trauma infantile e a comprendere l’importanza del perdono. Grazie a questo tortuoso e doloroso viaggio interiore, Gramellini riuscirà ad ottenere quella felicità che ogni uomo avrebbe il diritto di vivere. Per dirla alla Dante, per arrivare in Paradiso bisogna prima passare per l’Inferno e il Purgatorio; ecco il motivo per cui l’autore per superare la sofferenza deve innanzitutto immergersi in essa e affrontare un percorso intriso di quella angoscia che poi lo porterà alla serenità esistenziale.
    Il libro è davvero bello e consiglio di leggerlo, ma una breve nota critica mi sento di esprimerla ugualmente, essa concerne la parte iniziale. Personalmente credo che in alcuni passaggi il suo proverbiale umorismo, visto il drammatico tema, si riveli un po’ forzato e pertanto non l’ho particolarmente gradito.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Finito di leggere la seconda opera di Filippo Gigante dal titolo suggestivo “La piscina della mamme”. Un titolo che si lascia scoprire pagina dopo pagina, che acquista un senso solo con l’evolversi della storia.
    Questo libro parla di due donne, Olga e Berta, e della loro storia, del loro viaggio, della loro fuga dalla terra natia. Due donne originarie di Praga, una terra affascinante, deliziosa, ma anche spietata, brutale, nonché belligerante.
    La fuga dalla loro terra d’origine non è una capriccio, o una superfluità, è invece difesa alla vita, alla loro storia, alla memoria che come un labirinto intrecciato ogni tanto lascia schiudere e intravedere oggetti segreti.
    La Cecoslovacchia è sotto assedio dell’Unione Sovietica, si respira nell’aria un clima di forte tensione, di guerra, di lotte intestine, che solo col sangue e col ferro vedranno la loro risoluzione. Tutto ciò porterà una forte concentrazione migratoria verso l’Italia, una terra tutta da scoprire, straniera per stranieri, dai modi diversi, dalle abitudini differenti, dal temperamento di difficile ripetizione.

    Il libro si compone di vari tuffi, che scandiscono l’evoluzione della storia; nella mente del lettore ci si configura quasi un tuffatore che è li sul trampolino, conosce la sua storia, il suo passato, i modi di vivere, conosce però anche l’evoluzioni, che sottoforma di slanci arriveranno a diventare maturità, e a staccarsi da un cordone imprescindibile.
    La stessa maturità che Olga e Berta nel corso della storia acquisteranno. Nella prima parte viene pian piano introdotta la loro storia, con rimandi a particolari di guerra, subito dopo si conosceranno meglio le due protagoniste, due donne legate da una profonda amicizia, dai modi affabili, l’una appassionata di letteratura, e grande cultrice di Shakespeare, l’altra specializzata nella cucina.
    Attorno alla vita di queste due donne girano anche altri personaggi, come il signor Spaccaprimo, un omaccione dai modi strani, burbero, e alquanto meticoloso. Poi c’è la famiglia Scarafoni, dal carattere tutto esuberante, composta dalla moglie Marilda con la passione per il canto, dal marito Ubaldo che è proprietario di un maneggio in cui si pratica ippoterapia, ovvero l’equitazione usata a scopo terapeutico, qui viene aiutato dal figlio Raffaele e dalla fidanzata Lucia, una giovane dottoressa veterinaria.
    Dentro questo quadro familiare le due donne impareranno ad acquistare fiducia, a conoscersi e a conoscere gli altri, ad apprezzare la loro terra di adozione e a non rimpiangere nulla che ormai è diventato passato.
    Del resto del libro non sto qui a raccontarvelo, altrimenti non c’è gusto, dovete assaggiare voi stessi con i vostri occhi la storia delle due donne e di questo piccolo circolo familiare, arrivando a scoprire e a comporre tutto il puzzle fino alla fine.
    Un pregio dell’autore è la forza delle descrizioni, è il rendere particolare anche ciò che all’apparenza di primo impatto può sembrare una pura banalità. Sublimi le descrizioni di Praga, tra le tante apprezzate c’è sicuramente la descrizione dell’Orologio Astronomico del Municipio sito nella Città Vecchia.

    Leggete il libro per immergervi anche voi nella vostra piscina personale, a scegliere da che punto partire sarete solo voi, che sia: preparazione al via, sbilanciamento, spinta, fase del volo, ingresso in acqua, fase subacquea, uscita, poco importa, l’importante è tuffarvi, tuffarvi sempre nelle bellezze del creato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • I sommersi e i salvati è un saggio di Primo Levi. Scritto nel 1986, ultimo lavoro dell'autore, è un'analisi dell'universo concentrazionario che l'autore compie partendo dalla personale esperienza di prigioniero del campo di sterminio nazista di Auschwitz, allargando il confronto ad esperienze analoghe della storia recente, tra i cui i gulag sovietici.
    Questo libro viene alla luce dopo tanta consapevolezza che l’autore acquista, dopo aver passato e osservato gli uomini attorno a sé, dopo aver dispensato memorie, pensieri, sensazioni, storie, vita che si dimentica del suo stesso corso, ma che deve essere riportata alla luce.
    Già il titolo fa capire chi sono i Sommersi, e chi sono i Salvati, che sentono il peso dello scorrere dell’esistenza, quasi vissuta come una colpevolezza: “Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i «mussulmani», i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione”.
    Un filo conduttore di tutto il saggio di Levi che dopo questa opera si suiciderà, è il tema della verità/menzogna.
    Quanto di quel mondo è morto e non ritornerà più e quanto invece può tornare? E che cosa ciascuno può fare perché non vi sia questa possibilità?
    Quanto è giusto che la memoria continui a ricordare? Le dicotomie giusto/sbaglio – vero/falso – lealtà/slealtà possono essere mai sufficienti a spiegare quanto accaduto?
    Levi ci presenta il mondo dei lager in modo che variegato è dir poco, inserendoci anche i cosiddetti uomini della “zona grigia” che essendo delle vittime diventano carnefici a loro volta. Nel saggio si pone attenzione anche all’aspetto della comunicazione, che è deviata, quasi inesistente, ubbidire ad ordini che non si comprendono, è mai possibile? La negazione della parola, l’incomprensione, il malinteso, la lotta vana non hanno fatto altro che amplificare il male che ancora oggi non ha trovato un suo senso, e mai può trovarlo.
    Quanto gli uomini sono instupiditi, ignoranti, impotenti, davanti al potere che finge di educare? Educazione al male, all’annullamento, allo sputarsi addosso essi stessi, al controllo, tutto per seguire una stupidità umana.
    Un testo di fondamentale importanza, che andrebbe fatto leggere per tenere vivi i ricordi di ciò che è stato, e di ciò che sempre sarà; ricordare vuol dire portare rispetto, ricordiamocelo di tanto in tanto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo è uno di quei libri che vorresti aver letto da secoli, ma che poi per un motivo o per un altro ne rimandi la lettura, stupidamente.
    “Alexis o il trattato della lotta vana” è l’opera prima di una giovanissima Yourcenar, pubblicato per la prima volta nel ’29, è un romanzo epistolare scritto in prima persona che tratta il tema della sessualità, o meglio della propria identità.
    Alexis, è un giovane che è stremato dalla continua lotta contro la sua sessualità, ritenuta  come una malattia, come qualcosa da nascondere, qualcosa da cui star alla larga, qualcosa che non andava detto, qualcosa di inconfessabile.
    Il libro, è una sorta di confessione nei confronti della moglie Monique, che dopo lunghi periodi di colpevolezza decide di abbandonare.
    E’ un racconto davvero intimo, che ci fa entrate nei pensieri di Alexis, nei suoi stati d’animo, nelle colpe, nelle paure, nella voglia d’evadere, cosa che riuscirà a fare in parte attraverso la musica, le note, gli spartiti. Quasi a mettere ordine in mezzo a tutto quel caos interiore.
    Si legge anche di Monique, del suo animo accondiscendente, delle sue pene, del suo soffrire, che non è meno, e forse è più amplificato di quello dello stesso Alexis. La felicità non ha tante spiegazioni, deve bastare a noi stessi. Una lotta quindi che diventa difficile sia per chi l’ha dentro, che per chi la subisce. La lotta più difficile sicuramente è quella contro i propri istinti, le proprie passioni, il proprio essere al mondo; negandosi non si fa altro che far del male a noi, ma anche agli altri. Per fortuna che Alexis capisce che la propria felicità è più importante, del dispiacere degli altri.
    Così dentro così fuori: anima e corpo si congiungono.
     
    “Conoscete gli stagni […] da bambino, ne avevo paura. Capivo già che ogni cosa ha il suo segreto e gli stagni come tutto il resto; che la pace, come il silenzio, è sempre solo una superficie, e che la peggior menzogna è la menzogna della calma”.
     
    “Ho notato qualcosa, Monique: si dice che le vecchie case racchiudano sempre dei fantasmi; non ne ho mai visti, eppure ero un bambino pieno di paure. Può darsi che mi fossi già reso conto che i fantasmi sono invisibili, perché ce li portiamo dentro”.
     
    “Ma i libri non contengono la vita; ne contengono solo la cenere; è quella, suppongo, che vien chiamata l’esperienza umana”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Hai intenzione di visitare gli Stati Uniti d'America per un giorno, tre giorni, una settimana o un mese? Hai intenzione di passare per Portland? Bene, se atterrerai almeno per qualche ora nella cittadina dell'Oregon non dimenticare di portare con te una mappa che indichi i migliori luoghi da visitare e le più belle cose da fare. Ecco, il consiglio sembrerebbe in saldo per come suggerito. Ma quando parlo di "mappa" non mi riferisco alla classica serie di fogli disegnati e plastificati. Ma intendo una vera e propria mappa del tesoro portlandiano. Chuck Palahniuk te ne consegna una.

    Lo scrittore statunitense (all'anagrafe Charles Michael Palahniuk) ha pubblicato nel 2004 "Portland Souvenir", un libro-guida turistica che nell'ironico modus scribendi dell'autore raccoglie tutto ciò che c'è da visitare nella cittadina. Si passa dai ristoranti con tanto di specialità della casa fedelmente riportata nero su bianco ai musei e luoghi incontaminati da oscure presenze, fino ad arrivare allo zoo e ai luoghi dove amarsi per una notte. Ogni suggerimento di visita è allegato a indirizzo e numero telefonico. Certo, siamo nel duemilatredici sfiorando il quattordici. Ma la guida turistica di Palahniuk è certamente utile per raggiungere i luoghi indicati anche se questi possono aver cambiato posizione o recapito numerico. Ma non è tutto: Portland Souvenir riporta a mo' di cartolina anche una fedelissima biografia dell'autore che negli anni '80 si è divertito a vivere con dedizione all'umorismo. Insomma, se hai intenzione di andare negli Stati Uniti d'America con scalo per almeno qualche ora a Portland non dimenticare di portare questo libretto di Palahniuk... magari insieme a un bestseller dell'umoristico scrittore americano.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Di mamma ce n'è una sola. La mamma è sempre la mamma. Cuore di mamma. Dietro i detti popolari c'è davvero la verità o piuttosto una serie di stereotipi che inchiodano il materno alla sfera del sacro e la donna al ruolo di madre-schiava confinata tra le mura domestiche? Nel suo ultimo libro "Di mamma ce n'è più d'una" (Feltrinelli, 2013, 314 pagine, 15 euro) - il terzo dedicato alla questione femminile, dopo "Ancora dalla parte delle bambine" e "Non è un Paese per vecchie" - la scrittrice, blogger e giornalista Loredana Lipperini si addentra nel terreno scivoloso della maternità smontando la credenza più dura a morire: che l'essere madre sia il destino della donna e che, in quanto tale, renda le donne "sacerdotesse della natura e mammifere portatrici di salvezza".  Quel totem, ovunque ma ancora di più in Italia, in nome del quale si combattono le battaglie più aspre. Perché sulle madri, sul loro corpo e sulle loro scelte ci si azzuffa e ci si scanna. Tra donne, prima di tutto, in un gioco al massacro che le sfinisce. 
    Il "divide" fa imperare chi o che cosa? Lo status, la Madre, il modello cui pare obbligatorio conformarsi a discapito dei milioni di madri reali che popolano le nostre famiglie. È così che la maternità si fa gabbia, innescando quel corto circuito ben sintetizzato dalla citazione di Simone de Beauvoir che è l'ispirazione e insieme il filo conduttore del saggio: "Poiché in quanto madre fu ridotta a serva, in quanto madre sarà amata e venerata".
    Vediamole, le battaglie che si scatenano sul corpo delle madri. "Fautrici del parto in casa e dei pannolini lavabili contro le "madri al mojito" che non disdegnano una vita sociale e lavorativa accanto agli impegni genitoriali", scrive Lipperini. "Madri totalizzanti contro madri acrobate dai mille impegni. Natura contro cultura (apparentemente). Femminismi contro femminismo, anche: perché sul principio dell'autodeterminazione si gioca tutto, e molte, moltissime giovani donne rivendicano una maternità esclusiva contro le madri "che erano anche altro". Contro le loro madri, in effetti". 
    Mentre le donne litigano e rivaleggiano, mentre "la complessità delle donne reali si riduce al solito scontro tra emancipate e mamme, tra pornofile e moraliste, tra escort e femministe" le madri, quelle vere, sono sempre più sole. Schiacciate tra il culto della Natura, che le vorrebbe "ad alto contatto" e che le spinge ad allattare al seno fino a tre anni di vita del figlio, diffidando di tutto ciò che è "artificiale", e un contesto reale, politico ed economico, che non solo non le sostiene ma addirittura le respinge (si pensi al mercato del lavoro e all'odioso fenomeno delle dimissioni in bianco). Sole, dunque, e possibilmente a casa. Ma santificate. Anche dal marketing, di cui Lipperini denuncia trucchi e ricorso ai più triti stereotipi. Perché le mamme, e i loro consumi, fanno gola. 
    "Madri, liberate le vostre figlie" è il titolo di un libro della psicanalista francese Marie Lion-Julin. Lipperini va più in là, risale la corrente: liberate prima voi stesse, dice. Scendete dall'altare dove vi pongono e dove spesso vi ponete anche voi. E allora sì che insieme a voi stesse salverete i vostri figli, che non si sentiranno più in dovere di essere speciali. Capiranno di dover essere nel mondo, semplicemente. E dunque di poter essere se stessi. 

    [... continua]
    recensione di Manuela Perrone