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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Gaia Conventi nell'opera "Novelle col morto" conferma grande maestria e sapienza tecnica nella costruzione del giallo.
    Il libro si compone di due racconti lunghi che, ognuno a suo modo e con la propria storia, tengono il lettore col fiato sospeso e la mente protesa a comprendere le evoluzioni della storia. Sempre presente è la chiave di lettura umoristica e sagace, approccio che si riverbera sullo stile col quale è scritta l'opera nel suo complesso e che scolpisce in modo incisivo personaggi, sentimenti, vicende e luoghi della narrazione. Lo sguardo saggio e preciso dell'autrice coglie particolari della psiche dei personaggi consegnandoli al lettore in tutta la loro forza.
    Il primo racconto, "Quarti di vino e mezze verità" prende le mosse dalle vicende di un personaggio inventato dall'autrice, tale Leonetto, che viene immaginato come figlio del noto e discusso Niccolò Terzo d'Este, marchese di Ferrara famoso per le sue numerose relazioni adulterine. Il secondo racconto, "La locanda del giallo", si svolge in un immaginario festival letterario tenutosi ad Arginario Po nel quale verranno premiati alcuni autori polizieschi e dove il ritrovamento del corpo della vittima sembrerà fornire un ottimo strumento per pubblicizzare l'evento.
    Il tessuto narrativo costruito dalla Conventi è fitto e intenso, ricco di contenuti ed elementi caratterizzanti che riescono a coinvolgere per la loro tangibilità e il loro realismo. L'umorismo imperante nelle storie raccontate intrattiene e diverte conducendo il lettore alla scoperta dell'evoluzione delle vicende in modo veloce e fresco. Il risultato è quello di un testo avvincente che corre spedito fino all'episodio delle storie senza omettere l'approfondimento psicologico dei personaggi e la contestualizzazione della narrazione.
    Un'opera che dunque potrà essere apprezzata non solo dagli amanti del genere giallo ma anche dai profani in materia che troveranno un ottimo spunto per iniziare a conoscere questo genere letterario.
    La Conventi, già autrice di numerose altre opere, alcune delle quali edite anche da Mondadori, ci regala un nuovo testo degno di lettura e di attenzione.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • "Quello che penso io, Nonna Rosa, è che l'unica soluzione per la vita sia vivere."

    Così inizia il libro: "Caro Dio,mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo.Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. Una cosa da adulti. La prova? Per esempio, prendi l'inizio della mia lettera: «Mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo». Avrei potuto esordire dicendo: «Mi chiamano Testa d'uovo, dimostro sette anni, vivo all'ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista». Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che t'interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri. Ti spiego. L'ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L'ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere. Quando il dottor Düsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l'operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Düsseldorf, con le sue sopracciglia nere, a sbagliarla, l'operazione. Ma ha un'aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Düsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria. Il pensiero di un medico è contagioso".
    Una bellissima storia – che mi fa rivalutare l’autore – sul senso della vita, sulla sua evoluzione, sulla malattia, sul convivere con essa e sul non prenderla troppo sul serio, e sul non prendersi troppo sul serio. Un bambino che cresce, che combatte, che prova ad immaginare la sua vita lungo un arco temporale, grazie al fondamentale aiuto di una donna, Nonna Rosa, la nonna di tutti i bambini, la nonna che insegna, ma che non impone, la nonna che scherza, ma non è superficiale, la nonna che consiglia, ma che accoglie essa stessa consigli. La Nonna, Oscar, la vita, l’amore, l’esperienza, Dio.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Dal creatore di “Zanna Bianca” arriva quest’opera, tarda e atipica, con un nome che affascina. “Il vagabondo delle stelle” è la storia di Darrell Standing e non soltanto, è la storia delle sue mille storie, dei suoi innumerevoli sé sparsi per tutti i luoghi e tutti i tempi del mondo. Attraverso un formidabile incipit, questo autore, capace di intrattenere con la mera forza di trame avventurose e di uno stile diretto e lineare, catapulta i suoi lettori nella realtà carceraria – da lui stesso vissuta ‘al di là della finzione’, come precisato in postfazione da Ottavio Fatica, per l'edizione Adelphi – fra celle d’isolamento e corridoi fatali: l’io narrante, quella prima persona che nomina memorie, corpi e anime offrendocene la sua inedita versione, è un condannato a morte in procinto di affrontare il patibolo. Non sappiamo quando, non sappiamo perché, ed è a questo che la sua lunga digressione, un flashback continuo costituito da ripetuti (e ripetitivi) salti temporali, condurrà le nostre menti e i nostri occhi, a volte affaticati dai singhiozzi all’indietro, dalla quantità di uomini e di luoghi, di scenari e di vicende che s’alternano, ma comunque avvinti dal potere del mistero, dalla curiosità di conoscere la risoluzione e la sua veste, il modo in cui andrà a verificarsi; forse con l’intima speranza, trattenuta sul fondo, che il destino devii il suo corso da Standing regalandogli un ultimo sprazzo di clemenza.
    Ribelle già per il solo fatto di portare avanti il racconto di un protagonista spacciato – come farà poi il ben più noto Marquez con “Cent’anni di solitudine” – London è una voce fuori dal coro che usa chiaramente la pagina a modo di megafono. Contro l’‘auctoritas’, contro i padroni e i poteri schiavi che riducono a loro volta in schiavitù, lo spirito dello scrittore – imperituro, al contrario della carne, come scritto quasi fino alla nausea – passa dal livore più acceso allo spiritualismo più infervorato, illuminato, a pochi passi dall’estasi e da Dio. E fa de “Il vagabondo delle stelle” un romanzo terribilmente umano, perché fondato per intero, nelle intenzioni, nella struttura e persino negli effetti, sul concetto di contraddizione. 

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • “Partita doppia” di Maurilio Riva è l’ottavo libro, pubblicato a novembre 2014, della collana dei Destrieri nata nel 2013 in collaborazione tra Lettere Animate e Aphorism. È un raffinato racconto esistenziale, cesellato e intenso, di un “uomo senza qualità” che passa il tempo in una sorta di paralisi joyciana. Remo Naffin vede segnato il suo destino già all’anagrafe:  Remo è il nome del fratello sconfitto da Romolo, l’uomo “di serie B”, l’eterno secondo; “Naffin” è il suono dell’inglese “nothing”. E proprio così trascorre la sua vita: in una quotidianità nulla e semplice, come un Metello del terzo millennio, assorbito da un lavoro sempre uguale a se stesso e tentativi di amori vissuti senza apparente convinzione, alienati dall’esistenza stessa. Remo non vive la sua vita, la subisce. Anche l’unico guizzo di reazione, il tentativo di cambiare qualcosa tramite il movimento sindacale, è destinato a fallire: Remo gioca una partita doppia tra quello che potrebbe fare e quello che non fa, tra le sue passioni non convenzionali (per esempio colleziona necrologi) e la sua inconcludenza, la sua invisibilità; la sua incapacità – forse il suo male – di vivere. Il necrologio che ha immaginato per sé è “Come libeccio estivo / e violento fortunale. / Senza lasciare impronta / né eccessivo danno / una volta tornato il sereno”.
    Il romanzo è intriso di disillusione, di un’apatia sconfortata e quieta, rassegnata quasi, di fronte agli “irrazionalismi del nostro tempo”, come spiega anche l’autore, e alla “vittoria sfacciata dei disvalori”.
    Ciò che stupisce e afferra, nella narrazione di Maurilio Riva, è la scrittura certosina; è il ricorrere incessante alle citazioni di ogni genere, dalla letteratura alla musica d’autore, come in una conversazione che si sbandoli libera lungo le associazioni di idee. Ricco di digressioni, introspezioni e appunti fittizi lasciati all’amico incaricato di raccontare la storia di Remo, il libro si dipana come una conversazione malinconica e stanca, velata di ironia. Remo Naffin è un Re Mida al contrario: sembra disgregare tutto ciò che tocca.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "I luoghi sepolti" è una raccolta di sette liriche che precedono il breve poemetto allegorico "Il giorno in cui il Tempo distrusse i sepolcri" diviso in due parti, "Il mattino e mezzogiorno" e "Il vespro e la notte", opera dell'autore Manuel Paolino.
    Nella sua introduzione Manuel ci spiega che il poeta non è più soggetto come un burattino alla poesia ma ne è consapevole e ne affronta il viaggio, verso destinazioni ispiratrici ovunque esse siano: dentro la mente o nello spirito del poeta o in luoghi lontani, l'importante è che restino avvicinabili per mezzo di un vero e proprio viaggio, che sia fisico o mentale. 
    Protagonista del poemetto è il Tempo, che è sia muto osservatore sia inesorabile distruttore. Nonostante ciò, il Tempo ha poco di cui esser soddisfatto, perché anche se distruggerà materialmente luoghi e tombe di illustri poeti, non riuscirà a cancellarne il ricordo delle poesie e nemmeno potrà fermare la nascita di nuovi avventurieri della poesia.
    Tra le liriche che precedono il poemetto, il mio gradimento personale è per "Il girasole": breve, mi ha portato a ricordare all'estate e ha mantenuto la sua promesso: mi ha condotto in viaggio verso una fonte d'ispirazione.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Si può scommettere ancora sul futuro?
    Secondo Simone Perotti, sì.
    Sì, se si investe sul consumo critico e  responsabile, sì, se si smette di aderire ai canoni della società liquida e al motto ‘vivi/consuma/crepa’.
    Il suo "Adesso Basta" ha un abbrivo a effetto, poi s’acquieta e dà il suo (profondo) affondo.
    L’ho letto davanti a un mare che ricordava vagamente quello di quando ero bambina, e l’acqua pareva si potesse bere.
    Invece così non è, non più: e non basta un depuratore a ricordarci che fare il bagno era bello, anche senza barca a vela e con nonna al seguito, con tutto quello che ne conseguiva.
    Oggi, il mare, te lo devi inventare. Devi cercare paradisi artificiali, oppure volare quattordicimila chilometri lontano da casa, prima che anche l’ultimo atollo sprofondi.
    Queste cose Simone Perotti le sa, e le scrive. Non ha la pretesa di aver capito tutto. Ma ha agito e può raccontare la sua esperienza (“l’uomo di conoscenza vive sempre agendo”, scriveva qualcuno).
    Un giorno, mentre era intrappolato nel traffico, con tutti i cellulari accesi, compreso quello aziendale, e odiava quelli che vedeva intorno a  sé (intrappolati, come lui, nel caos delle auto), si è fermato in un bar e si è messo comodo.
    "Fermato" è, credo, il termine giusto. Ha mollato il lavoro, non senza essersi fatto due conti e aver valutato le conseguenze, e ha detto addio alla sua avviatissima carriera di manager pluri-pagato.
    Ha comprato un rudere in campagna, lo ha ristrutturato a modo suo (la sua "casa barca", come ama dire): aveva già scelto il mare, una vita vera, la libertà.
    “Non è una passeggiata per buon temponi”, avverte.
    E’, piuttosto, una battaglia che va pianificata in modo lucido e razionale e che richiede un forte spirito di adattamento. Bisogna capire a cosa si può rinunciare in termini di comodità e come vivere "senza", ma con un sacco di cose (di valore) in più. Non due televisori, ma uno: non un cellulare nuovo ogni due mesi. Piuttosto: fare il pane in casa, curare un piccolo orto. Rallentare per avere il meglio, insomma.
    Oggi Simone Perotti (classe 1965, una buona annata) scrive – era il suo sogno nel cassetto - , pubblica e vende (parecchio). Quando non scrive, fitta barche, organizza corsi di vela, crea oggetti che poi mette sul mercato; intanto, diffonde a mezzo blog,  e non solo, la sua visione della vita (secondo la teoria del downshifting).  
    Per chi vuole saperne di più, consiglio la lettura del suo libro e di dare un’occhiata al suo sito: www.simoneperotti.com.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini