username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Recensione contiene
  • Nome autore

Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • "Killing Moon" è una raccolta di undici racconti noir di Mirko Tondi, edito da Edizioni Epsil.
    Questo autore è stato una piacevole sorpresa. Le sue storie sono brevi ed intense, accomunate da una costante ricerca e gioco di stili. La sua scrittura appare in continua e costante evoluzione, la narrazione è unica in ogni componimento. Il libro presenta il male espresso in tutti i suoi volti, quando si accompagna all'amore.
    Un sentimento non può esistere senza l'altro ma può modificarne il senso. L'amore diviene ossessione trasportando l'uomo nell'abisso della solitudine, l'odio si tinge di pietas verso se stessi ed il mondo, il male è poliedrico e multiforme. Insicurezze e paure prendono vita, creando inganni e tranelli che si intrecciano disegnando schemi particolari ed atipici; ogni vicenda è lo specchio di se stessa e delle altre.
    In particolare il racconto "Killing Moon", che dà il titolo al libro, è una storia particolare e articolata, che sembra esser l'incipit velato della raccolta che si sviluppa con e attraverso essa, come fosse una matriosca letteraria. La lettura risulta piacevole anche grazie all'aggiunta di citazioni cinematografiche, letterarie e musicali, i personaggi sono descritti con maestria e le trame tessute con attenzione e decisione verso i particolari. 
    Un'opera d'arte completa che rapisce il lettore proiettandolo in realtà uniche, storie a volte brevissime che scorrono veloci tra le pagine e nella mente, come nei miglior gialli.
    Un libro consigliato, la cui lettura scorre veloce e non delude le aspettative. Sopratutto per gli amanti del noir, dei misteri e dell'animo umano.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Giovane l'autore per questi giovani pensieri: cinquecento aforismi numerati che si fanno leggere e rileggere, rintracciando velocemente la similarità di una sensazione, il riconoscimento di un'illuminazione che trova riscontro nel nostro vissuto, che si confronta e si ritrova nelle sue parole.
    L'autore esprime stringatamente sentimenti e speranze, paure, anche ricord,i un momento preciso in famiglia (133), la certezza d'essere amato (204, 209), con riconoscimenti improvvisi (160, 291), e percorrendo il cammino che viene svelando davanti ai nostri occhi, lo vediamo rivolgersi con accenti accorati all'inesplicabilità dell'esistenza (202), interrogandosi sulla felicità: (210): "La felicità è l'illusione di essere felici, l'infelicità è la paura di esserlo". 
    A me particolarmente graditi sono gli aforismi che si rivolgono o prendono spunto o in esame gli animali: il leone, i lupi e in special modo i gatti: "Stasera io e il mio gatto ci siamo confessati. Io gli ho detto che mi piacerebbe fosse un uomo, così da potergli parlare. Lui ha risposto che gli piacerebbe fossi un topo, così da potermi mangiare".
    Patisce, il nostro giovane autore, il mistero dell'esistenza e dei sentimenti, vive il disagio del disamore e dei tradimenti, ma non potrà mai rinnegare il suo anelito di infinito e l'infinita eterna riconoscenza di sapersi degni d'amore.
    Fulmineo e brutale l'aforisma 285: "A volte per non arrendersi bisognerebbe arrendersi", riscattato da un dolente invito a considerare anche i silenzi (480).
    La poesia è la sua musa, la sua donna, la sua vagheggiata eterea meta: salva dall'ignoranza, è musica, fotografa sentimenti, eppure l'autore la sfida, la maledice. Ma ribadisce con accanimento che è la sua ossessione e conclude con il desiderio di farsi lui stesso poesia.
    Eppure, seminato nel libro fra i vari aforismi, l'autore ne ha nascosto uno davvero irriverente, definendo il suo stile letterario (85), ma è al suo animo più profondo che si rivela brevemente, quasi inconsapevolmente, con il tenerissimo appena bisbigliato desiderio di un vero amico (300).
    Ma sì, davvero vale la pena di leggere questo breve libro: così veloce, così facile, così maledettamente affascinante al punto da diventare un compagno di cammino.

     

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Una storia senza tempo, con radici solidamente affondate nel terreno freddo di Russia, ricca di fascino e di interpretazioni. “Anna Karenina” è un bel film regalato dalla penna di Lev Tolstoj: dopo il successo mondiale di "Guerra e pace", ecco arrivare una vicenda individuale, adulterina, ambientata nella Russia di fine Ottocento.
    Uno degli aspetti più interessanti di questo libro, proposto e riproposto anche in diverse versioni cinematografiche, è guardare come i personaggi ruotano a corredo della figura di Anna: sono loro che vanno a costituire la vera ossatura del romanzo. La storia si consuma, di fatto, intorno alla coppia di amanti: la troviamo nella società, negli occhi di chi guarda Anna, ed è arricchita di buone tecniche introspettive che a quel tempo si stavano solo affacciando nella letteratura europea.
    Si tratta di storie umane e quindi imperfette, di persone a cui manca sempre qualcosa. I dialoghi e le interazioni mostrano la pazienza, le fragilità, le nevrosi e la forza d’animo; i ritmi dilatati di un’epoca andata e dei necessari contrasti tra la vita sociale e la vita privata. Il momento più alto di “Anna Karenina” è distinto dalle ombre di una felicità raggiunta e quindi, paradossalmente, incompleta. La voce che si sente più forte è della terra, dura, complessa come il personaggio di Levin, da conoscere e coltivare: il grande spazio che le viene dato è simbolico e si apre a considerazioni filosofiche e politiche, anche in virtù del fatto che Levin è facilmente individuabile come alter ego di Lev Tolstoj. In qualità di proprietario terriero, prende a cuore la condizione dei contadini e sviscera l’argomento a più riprese. Una chicca: il modo in cui Levin si dichiara a Kitty è lo stesso in cui il medesimo Tolstoj si dichiarò alla giovane moglie, sia tramite un gioco di parole sia chiedendole anche di leggere i suoi diari passati.
    Istruzioni di lettura per i diffidenti: bisogna lasciarsi portare dalla narrazione e non prendere il romanzo come se fosse Madame Bovary. Il focus è infatti decentrato, rispetto alla coppia Karenina-Vronsky: una volta accettato questo gioco, ci si apre a una sfaccettatura interessante di sentimenti, distribuita in maniera più o meno simmetrica fra amori infedeli e amori spirituali, la devozione per il lavoro, infine l'implosione di una storia senza futuro. È toccante il momento del parto di Kitty e sono molto coinvolgenti gli ultimi minuti di vita di Anna, forse perché costituiscono la prima, vera volta che al lettore viene concesso di guardarle dentro. Attenzione all'edizione economica Ben 2007: anche se gode della prestigiosa introduzione di Eraldo Affinati, è piena di refusi!
     
    "- Con voi avrei imparato presto perché m’ispirate fiducia – gli disse.
    - Anch’io ho fiducia in me stesso quando voi vi appoggiate a me."

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Scrivere su Rimbaud non è affatto semplice – come dice anche l’autore del saggio – tanto già è stato detto e scritto, ed ogni nuova parola, critica, può sembrare accessoria, inutile, può cadere con estrema facilità nell’ovvietà. La figura di Rimbaud è unica nel suo genere, lui rappresenta per eccellenza il poeta sovversivo, controcorrente, e anzi, per alcuni diverrà anche espressione e azione di un demonio possessore. Nel libro con lucidità e chiarezza si ripercorre il suo vissuto – con il tentativo di  scioglierne gli elementi oscuri, e fare chiarezza – partendo dai primi viaggi, dalla Parigi in pieno tumulto, alla Londra copulare d’amore, all’Olanda, alla Norvegia, alla vicina Roma, ad Alessandria d’Egitto, fino ad arrivare a Cipro, insomma un animo nomade, che attraverso il viaggio cerca la propria dimensione, la propria verità, un proprio senso, una pace  – forse solo sperata –, o quell’estremo bisogno di placare quella voragine interiore che altro non è che inquietudine. Nel libro dopo un primo scorcio cronologico degli innumerevoli viaggi intrapresi, ci viene offerta una ricostruzione storica dei sommovimenti Europei, e in particolare della terra Parigina, in preda a numerosi cambiamenti; questa matrice di tipo storico si proietterà poi alla temperie artistica coeva al poeta, con autori quali: Baudelaire, Nietzsche, Mallarmé, Wilde, e non per meno importanza, in ultimo, anzi, Verlaine – su cui torneremo dopo –.L’attenzione poi viene rivolta alla famiglia, in particolare alla figura della madre, che erroneamente in molte biografie viene definita come donna poco sensibile, quando, invece, in realtà risulta dagli scritti più approfonditi essere una donna dolce e tranquilla, anche se molto protettiva (tanto che era arrivata a pensare che suo figlio fosse comandato da qualcun’altro nelle azioni che intraprendeva... forse  da Verlaine?!). Si parla di suo padre, un uomo dall’aspetto trasandato, e dal carattere – forse influenzato dalla professione – militare, e ancora di suo fratello Frèdèric e delle suo tre sorelle Victorine, Vitalie, ed Isabelle. Facendo un salto nel passato della narrazione si torna a parlare di viaggi, e nello specifico di un viaggio di crescita per Arthur uomo, il viaggio in terra Africana. Un viaggio che segna – un momento cruciale nella vita del poeta – una netta spaccatura tra le personalità in contrasto nell’animo di Rimbaud, quella passata che è fuori da ogni schema (tanto combattuta dalla madre), e quella trovata, o forse meglio divenuta solo ora consapevole, che lo ha reso più civile, ma sicuramente meno poetico e che fa si che quella frattura nel rapporto madre/figlio trovi risanamento. Infine, merita di essere menzionata la storia d’amore, ma anche di crescita che Rimbaud trova con Verlaine, dall’animo ancor più sregolato, e che da sempre era dedito alla sodomia, e alla produzione di una letteratura marcatamente erogena (visto che al tempo non esistevano riviste porno e quant’altro) –. Se Verlaine, ormai, da tempo aveva preso coscienza della sua intimità, per Rimbaud questo rapporto altro non era che evasione, scoperta, sete di libertà, e possibilità; così come la parola senza la sua negazione non trova la sua piena affermazione, così il loro amore senza la sua diversità non trova veramente un senso, e inoltre, si contrappone ad un’eterosessualità non di certo meno colpevole (anche se improprio parlare di colpe). Consigliato per chi è amante del poeta, e per chi ama la poesia e le biografie. 

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante