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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • È lo Stephen King maturo, quello che ha già dimostrato il tipo di tensione a cui sa sottoporre i suoi lettori, come in “Cujo”, “It” e “Christine”, a scrivere “Il gioco di Gerald” nel 1992 e a dedicarlo a sua moglie Tabitha Spruce King e alle sue sorelle. Nel romanzo, tutto inizia con un'eclissi di sole del 1965, quando Jessie, oggi sposata con Gerald Burlingame, subisce “un piccolo incidente sessuale grave quanto una pestata di piede”, che segna a vita sia lei sia suo padre. A lei viene lasciato credere di esserne corresponsabile, ma suo padre non riuscirà più a stringerla in un abbraccio. “Anche quando ho preso il diploma si è congratulato con uno di quei buffi abbracci da vecchie comari, quelli che si danno con il sedere sporto all'infuori per evitare anche il minimo rischio di toccarsi il basso ventre. Pover'uomo.” Questo le torna in mente, nei dettagli, quando più di vent'anni dopo rimane bloccata in un'altra situazione: durante un gioco erotico, suo marito Gerald ha un infarto e lei rimane ammanettata al letto della loro residenza estiva, a rischiare di morire di stenti e soprattutto di sete. Non solo: un cane vagabondo inizia a mangiare suo marito e un uomo compare nella camera, in una visita surreale. A Jessie sono chiare tutta la sua vulnerabilità e la sua impotenza, come nel giorno dell'eclissi, e nonostante la debolezza e le visioni aumentino deve trovare il modo di liberarsi. In un romanzo dalla suspense sottile, anche nella sottotrama, abbiamo la conferma della capacità impressionante di Stephen King di penetrare la psicologia umana, specie quella di una bambina di dieci anni, combattuta tra i fremiti della preadolescenza e “cose che non riusciva a capire e nemmeno a pensare”.

    Da settembre 2017 questo libro “Il gioco di Gerald” (“Gerald's game”) è un film adattato da Mike Flanagan (“Il terrore del silenzio”, “Ouija: l'origine del male”) e lanciato su Netflix alla fine del 2017. In esso, le visioni di Jessie e le voci che, per via della sua dissociazione mentale, le risuonano in testa tra vecchi ricordi e epifanie decisive, trovano incarnazione nei due unici protagonisti, Carla Gugino e Bruce Greenwood, in uno stratagemma opportuno e calzante.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La prima considerazione che la lettura di questo testo, sorprendente nel senso letterale del termine, ha fortemente determinato nella mia mente è che esso riesce – nella maniera misteriosa che forse è lo stesso argomento a suggerire – ad essere grande e piccolo insieme. 
    Un testo piccolo perché leggero, veloce, ben ritmato, che vola attraverso tempo e spazio, attraverso storie e personaggi, senza mai appesantire un andamento semplice ed originale. Questa leggerezza dello stile e dello sguardo scaturisce principalmente dalla scelta dell’autrice di raccontare le tradizioni e i miti gaetani attraverso il proprio animo che le ha, in prima istanza, ascoltate e filtrate: esperienze personali, come la ricerca di un fermaglio per casa, o il mal di testa dovuto ai bagordi di un matrimonio, sono lo spunto che dà avvio alla riflessione, che mette in moto la curiositas dell’autrice attraverso cui la ricerca prende il volo. 
    E questo volo porta, a partire da esperienze piccole e quotidiane, a spaziare invece attraverso mondi e terre lontane, attraverso grandi temi e conoscenze ancestrali dell’umanità. È sotto questo punto di vista che il libro, fisicamente piccolo, si allarga, si riempie, diviene possibilità di infiniti interrogativi ed altrettante risposte che l’autrice descrive e propone sulla base di ricerche approfondite e ben documentate, e a cui anche ciascun lettore può offrire attenzione ed interesse, in base al proprio vissuto, al proprio entroterra, alla propria  predisposizione. 
    Ecco che in questo modo, all’orizzonte gaetano su cui si sofferma lo sguardo, e a quello familiare che produce l’interrogativo primo sulla tradizione o sul mito che qui viene descritto, si fondono in maniera molto naturale e mai forzata orizzonti culturali lontani e diversi, come quello dell’Europa medievale, dell’antico Egitto, del mondo greco e romano, a moltiplicare gli spunti e completare ed approfondire il discorso. 
    È l’autrice stessa ad avvertirci sin dall’inizio sullo spirito del libro: “Ogni popolo nato sulla Terra ha sviluppato, infatti, fin dalle più lontane origini una vasta raccolta di miti, narrazioni, portatrici di messaggi e di una loro interiore verità”. Come i più recenti studi dell’antropologia storica hanno dimostrato, in particolare della scuola francese che nel secolo scorso ha influenzato le ricerche su tutte le più importanti popolazioni arcaiche della nostra storia, la ricerca di queste verità rappresenta lo scopo principale della creazione dei miti e delle leggende che ogni civiltà ha prodotto per rispondere a tali interrogativi primordiali ed eterni. 

    Da questa istanza e da questo punto di osservazione è possibile guardare lo sviluppo in ogni comunità di tradizioni e leggende che mantengono il ricordo dell’interrogativo e insieme del sentimento che le ha prodotte, che si è determinato sulla base del contesto storico che ogni luogo ha vissuto nel tempo. E così Gaeta diventa il soggetto  che viene in questo testo sottoposto ad una originale, a tratti anche spiritosa, e sempre attenta disamina, ma anche pretesto per allargare lo sguardo ad altri contesti, ad altri orizzonti, che la storia offre per comprendere ancora meglio la nostra più vicina realtà.

    “Partendo da esperienze personali dell’autrice, questo libercolo si propone di tratteggiare un modesto e leggero ritratto delle entità e delle superstizioni, che pervadono il folklore gaetano”. Così l’autrice sintetizza lo scopo del testo, e ci conduce così ad individuare l’altro elemento che insieme e a Gaeta, che come abbiamo detto rappresenta lo sfondo, il punto di arrivo ma anche di partenza dell’analisi, costituisce l’altro nodo principale di interesse del testo: il folklore, la tradizione popolare, quell’anima nascosta negli usi e nelle credenze più antiche di un popolo, che è forse oggi l’unico elemento e “zoccolo duro” che la prorompente modernità non riesce ancora a scardinare nonostante i frenetici e tecnologici “tempi che corrono”.

    L’anima o il folletto della casa, la magia di “fattucchiere e ianare”, i licantropi e i serpenti mitici, così come tanti  riti scaramantici e propiziatori, sono i protagonisti dell’interesse che l’autrice profondamente mostra per il meccanismo psicologico che li ha prodotti, per il significato razionale e irrazionale che racchiudono, e che a partire dall’orizzonte gaetano di cui dettagliatamente sono riportati luoghi e contesti, si aprono a paralleli ed approfondimenti ampi e ben orchestrati, colti nello sviluppo culturale più variegato, tra testimonianze bibliche, documenti antichi o credenze medievali. 

    In queste caratteristiche si riassume quindi il tema, lo sguardo, l’interesse del libro, che certamente di veloce e piacevole lettura, lascerà molteplici spunti di riflessione, discussione, analisi del proprio entroterra e del contesto culturale in cui ciascuno di noi è immerso, e che grazie all’esperienza dell’autrice ciascuno di noi potrà approfondire, domandandosi se forse non dovremmo meglio conoscere ed interrogare tutto l’affascinante mistero che ci sta intorno.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano