username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Recensione contiene
  • Nome autore

Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
    • 1Q84
    • 24 luglio 2018 alle ore 19:24

    Aomame e Tengo si pensano da venti anni, ma non lo sanno. Le loro strade continuano a correre parallele fino a quando, nel loro mondo, qualcosa non cambia. Il cambiamento è talmente evidente che c’è la sensazione di essere in una sorta di anno parallelo: è così che il 1984 diventa un anno incognito, un 1Q84. L’anno del Grande Fratello diventa, per i personaggi di “1Q84” di Haruki Murakami, l’anno delle piccole persone: dei Little People, che non è dato conoscere fino in fondo, ma che hanno trovato il modo di collegarsi al nostro mondo tramite la perceiver Fukaero. Galeotto fu un romanzo: Fukaero e Tengo entrano in contatto perché lei ha raccontato la storia della sua Comunità e l’arrivo dei Little People e lui l’ha trasformata, su commissione, in un romanzo best-seller. Il punto è che quello che è stato descritto nel romanzo inizia a mescolarsi alla vita reale. Non è dato sapere dove inizi uno e dove finisca l’altro. In questi primi due libri dell’imponente romanzo di Murakami Haruki, ritroviamo il suo stile inconfondibile ed etereo, anche se a tratti, forse per necessità narrative, può sembrare ripetitivo perché richiama spesso gli accadimenti dei capitoli prima, facendo pensare a quando le fiction in più puntate iniziano con il riassunto della precedente. Ciononostante il romanzo scorre, alternando la storia di Tengo a quella di Aomame, il reale al surreale, restituendoci la speranza che anche l’impensabile può accadere. Se questa storia fosse un colore, avrebbe un alone verdolino come quello della sua luna.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Perché una vita deve essere condizionata dalle aspettative e dai pregiudizi degli altri? Questa domanda sembra essere il Leitmotiv di “Doppie punte”, scritto dal sensibile e versatile Michele Lamacchia e pubblicato da Lettere animate nel 2017. Ci sono tantissimi spunti di riflessione seri e tante, tante, tante occasioni di risate. Tutto ruota intorno a Pierre, cresciuto in - e fuggito da - un Sud Italia che “subiva le regole non scritte di un matriarcato radicale”, dove gli uomini non dovevano mettere bocca nemmeno nell’educazione dei figli. Il giovane Pierre si muove un po’ disorientato in un contesto fatto di convenzioni che non comprende fino in fondo, a causa o grazie al suo sguardo naive che lo spinge a cercare poche cose: l’ordine, il bello, la verità. È questo a portarlo a Roma e a spingerlo ad adattarsi a scenari improbabili e in cui mai si sarebbe sognato di vivere, sfiorando il grottesco ma con l’invincibile consapevolezza che poco noi possiamo controllare della nostra vita: possiamo solo cercare di gestirlo al meglio. Infine, inciampa nel suo destino e finisce per condurre egregiamente un salone di bellezza. Imparando moltissime cose su se stesso.
    Quando si accetta di entrare nel fiume in piena che è la scrittura di Michele Lamacchia, che ha un vero e proprio rapporto carnale con la tastiera, si hanno solo benefici. “Doppie punte” è un testo estremamente ricco: l’autore riesce a cambiare spesso registro con snellezza e a proporre tanto momenti di rivelazioni esistenziali quanto gag da macchietta. Consigliato, anche per sotto l’ombrellone.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “La settima lapide” di Igor De Amicis soddisfa le aspettative promesse dalla trama e mantiene agganciati per tutta la lettura.
    Già noto nel panorama della letteratura per ragazzi, l’autore supera in pieno la sua prima prova nel mondo del thriller. I suoi occhi raccontano le incarnazioni del Male, le sue mani arrivano a sembrare sempre sporche come quelle di Lady Macbeth e il suo accento si fa cupo e napoletano quando i suoi personaggi prendono vita. Il filo rosso della narrazione segue  le vicende di Michele Tiradritto, appena uscito di prigione, che deve fare i conti con quello che ha lasciato nel suo passato. Lui è cambiato, ma è il mondo che ha lasciato fuori a essere rimasto immutato: per qualcuno ci sono ancora conti da chiudere, regole da ricordare, ruoli da riconfermare. E poi lei, la Verità, “semplice e lineare come solo la Verità sa essere”, che fa ordine nel passato e si traveste da angelo vendicatore.
    Una storia struggente, incalzante nella lettura anche grazie alle incursioni nelle vite private dei personaggi. Igor De Amicis ci aiuta a guardare le cose da un punto di vista privilegiato, quasi sbirciando tra gli strappi delle quinte, e ci lascia anche un po’ spaventati nella consapevolezza che è “sbagliato mettersi in mezzo agli ingranaggi, perché si rimane schiacciati”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • L’agente del caos di Giancarlo De Cataldo è un romanzo particolare, diverso da tutti gli altri che l’autore ha scritto in precedenza. Siamo di fronte a un romanzo che fa il verso agli ultimi lavori di Thomas Pynchon (“Vizio di forma”, “La cresta dell’onda”), ma non è detto! Non è detto perché Giancarlo De Cataldo è autore molto eclettico, capace di sbalordire il lettore ma anche di deluderlo. L’agente del caos è una storia che non delude e che, purtroppo, alcuni lettori non sono riusciti a inquadrare nella sua piena originalità.

    Giancarlo De Cataldo ha osato molto scrivendo L’agente del caos, una storia che rifugge un po’ tutte le etichette: siamo di fronte a un giallo o a un thriller? Non è affatto fondamentale inquadrare in un genere il nuovo lavoro di De Cataldo, è invece determinante mettere in chiaro che L’agente del caos accoglie alcuni sedimenti di quella filosofia bislacca in voga negli anni Sessanta-Settanta, ma anche teorie sul complottismo e sul vittimismo, leggende metropolitane sbarcate nel World Wide Web per essere spacciate per verità sacrosante da YouTuber senza scrupoli né cervello, analisi precise e fulminanti sulla società di ieri e su quella di oggi, oltre a una critica più che mai giusta nei confronti e dello stalinismo e del nazismo (europeo e non). Ovviamente non possono mancare né la FBI né la CIA, e non può mancare l’Italia con la sua mafia fin troppo collaudata.

    Ne L’agente del caos incontriamo Jay Dark, personaggio che ha un dono, quello di apprendere in maniera veloce e perfetta le lingue (ne parla ben undici), il suo avvocato, un certo Flint che dice di essere il solo a conoscere per filo e per segno la vera storia di Jay Dark, e uno scrittore non proprio di primo pelo. Flint si mette in contatto con lo scrittore  grazie a una e-mail. Che cosa vuole Flint? Non vuole mettere i bastoni fra le ruote allo scrittore, almeno così sembrerebbe. Vorrebbe che lo scrittore scrivesse la storia di Jay Dark. Quando lo scrittore fa presente all’avvocato di Jay Dark che lui una storia su questo personaggio l’ha già scritta, Flint gli ribatte che la sua storia è finzione e non altro. Flint illustra allo scrittore, non senza cadere in contraddizione, forse in maniera volontaria, la storia di Jay Dark e di come, nel corso degli anni, ha fatto il bello e il cattivo tempo governando il Caos, producendolo a bella posta. Ma chi è Jay Dark? Difficile dirlo: forse è realmente esistito, forse non è mai esistito, forse è bell’e morto da tempo.

    Lo stile adottato da Giancarlo De Cataldo per L’agente del caos è allo stesso tempo ironico e adrenalinico: quasi ogni battuta, indipendentemente dal personaggio che la vomita, ci fa riflettere e ci costringe a un sorriso. E nel nuovo lavoro di De Cataldo i sorrisi che i personaggi si scambiano sono tanti, moltissimi enigmatici, seducenti e taglienti come quelli di una Monna Lisa asessuata. Fuor di dubbio, l’autore si deve essere divertito non poco nel buttare giù questo romanzo che, fra le righe, prende un po’ per il sedere autori quali Thomas Pynchon, James Ellroy, Ian Fleming e chissà quanti altri!
    Come si è già detto, L’agente del caos è una storia, almeno in parte, sulla falsariga degli ultimi lavori di Pynchon, con la sostanziale differenza però che là dove Pynchon ha fallito, Giancarlo De Cataldo no.

    [... continua]
    recensione di Giuseppe Iannozzi

  • Tanti i misteri che avvolgono due famiglie venete.
    Un conte cerca la verità ma si trova confuso tra le tante storie diverse che gli vengono narrate. Il caos prodotto dalla guerra fa da sfondo alle storie d’amore per due donne così diverse fra loro, agli intrighi delle generazioni che le hanno precedute, ai colpi di scena che si susseguono e si mescolano, ai nomi e alle storie degli innumerevoli personaggi che popolano queste pagine.
    Le storie di queste famiglie ricordano un po’ i romanzi di Gabriel Garcia Marquez e di Isabel Allende ma questa è una favola, alla fine, che ci racconta la storia di Venezia come nessuno ha fatto mai.
    Una rivisitazione alquanto originale e fantastica che terrà il lettore incollato sulle pagine fino alla fine.
     

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Singolare, femminile: undici colori di un misteriosofico ventaglio, undici episodi di esistenza profondamente scandagliati, spogliati fino al nucleo dei personaggi ad accompagnare l’elemento umano alla natura della più intima essenza, finanche alla extrema ratio per alcuni.
    L’autrice è fine conoscitrice del mondo interiore, attenta e oculata tessitrice tesse l’anima d’ogni personaggio scrupolosamente, senza mai cadere in noiosi luoghi comuni, piuttosto vivificando la già pulsante trama. Ella osserva, fotografa, disegna policromie di vite, non solo costituenti una storia, ma anima, cuore e natura dell’opera stessa; con dedita partecipazione simbiotica, empatica, rapisce e accompagna, inoltra in luoghi e attimi che si fanno tutt’uno con il lettore trasportato nelle vene del protagonista. Undici avvincenti momenti di vita. Intensa e profonda l’analisi psicologica in Audrey, nella fragilità delle decisioni, nei friabili propositi, nei rimorsi che annichiliscono l’anima. La Montomoli con la raffinatezza di chi, compassionevole se pur obbiettivo, osserva e carezza i moti ammutinanti che imprigionano un’anima, un’esistenza, un corpo. In Risveglio l’accurata indagine illumina la coscienza, in ogni riga s’aprono scenari importanti di consapevolezza. È Time out all’infinito spaccato di vita, argomento spinoso che l’Autrice dipinge di colori tenui e soffusi di cum passione. Delicata denuncia sociale. In Rebecca Fox l’esposizione in prima persona ci riflette nelle circostanze: viviamo i suoi pensieri, vorremmo intervenire, salvarla, ma Rebecca si salva da sé: come? è inimmaginabile come ella segna la sua vittoria. In La scelta, nitide e nette traiettorie su trama tanto breve quanto esaustiva i moti emozionali, di noi tutti. È singolare Regionale veloce, una storia come tante, un non mai confessato che diviene interessante morbida esistenza. È tutto singolare in Singolare, femminile. Nondimeno sottile e stupefacente è Bambola di porcellana; le vie che percorrono il riconoscimento di scelte non volute o di pregiudizi, sono cosparse di avvenimenti non prevedibili e spesso tragici. È Luca, un uomo a portarci quasi alla fine della lettura del libro. Un uomo narrato nella sua più misterica essenza attraverso il suo normale vivere. Tutto appare normale in Compravendesi, anche il sogghigno del ratto davanti al cespuglio dei roseti: ventuno. La sorpresa è l’eleganza dell’Autrice che avvince e rapisce; mai avrei supposto un finale così... Dolci colline coinvolge e trasporta. Incanto pervaso di stupore, minuziosa descrizione, disamina di luoghi; e il dialogo della protagonista: prezioso sguardo sull’esistenza palpitante d’espressioni di alta liricità. Nel finale della Raccolta un ultimo saggio sulla natura umana, sulle fragilità e morbosità, difese e offese. Amina rappresenta il nostro periodo storico di violenza e pregiudizi, di doni rinnegati. L’Autrice descrive un coinvolgente panorama culturale straniero, pure non lontano dal modus operandi dell’uomo occidentale. In questo ventaglio di racconti dagli undici colori diversi, una sfumatura è persistente: la libertà dalle angherie, auto-inflitte o propinate; e il senso di giustizia umana e ancestrale, di armonia del Cosmo e del Microcosmo. È Singolare, femminile un’opera òrfica, altamente lirica. Il prodigioso valore dei segni nei lemmi, ne fa materializzazione di encomiabile ispirazione; in scrittura lineare, la Montomoli tocca corde vive del pensiero/emozione.

     

    [... continua]
    recensione di Annamaria Vezio