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in archivio dal 13 mar 2012

Roberto Pellico

04 febbraio 1983, Cosenza - Italia
Segni particolari: Non è importante chi si ama, ma come si ama. (Cit.)
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  • 13 marzo 2012 alle ore 19:20
    Quell'abbraccio così

    Come comincia: Abbasso il finestrino di qualche centimetro, l’aria entra violenta,
    quasi cercasse di portarmi via i pensieri. Davide è seduto al mio fianco, non parla, se ne sta con le mani strette sul pacchetto di sigarette e guarda al di là del vetro. Non dice niente, resta in quel silenzio determinato di chi non ha più niente da dire.
    Ogni tanto mi volto dalla sua parte: «Perché lo stai facendo?» sussurro.
    Lui risponde senza guardarmi. «Ne abbiamo già parlato. È deciso così!» non lascia speranza alle parole. Alessio, sul sedile di dietro, sta appoggiato sul suo cuscino colorato. Ha soltanto quattro anni ma sorveglia il mondo con i suoi occhi spalancati. Gli faccio una faccia stupida nello specchietto, lui mi sorride, gli sorrido anch’io, gli dico con gli occhi che non ha niente da temere e so di raccontargli bugie.
    «Non rendere le cose ancora più difficili» continua «lo sai anche tu... è la soluzione migliore per tutti.» Che sia la soluzione migliore per tutti non ne sono convinto, lui che
    decide di separarsi dopo otto anni di convivenza, lui che decide di andare a vivere dai suoi con Alessio, lui che decide di portarmi via tutto. «L’ho cresciuto anch’io!» lo dico sottovoce, non litigare davanti al bambino fa parte degli accordi della nostra famiglia. «L’ho cresciuto anch’io, cazzo» e cerco di trattenere la rabbia in mezzo ai denti.
    «Lo so, ma io...» si interrompe, come quelle volte in cui sai che quello che stai per dire può ferire. «Ma io cosa?» gli chiedo, come quelle volte in cui sai che farà male ma non puoi fare a meno di farlo. «Io... io sono il padre naturale» dice e ha il tono fermo, deciso, raccoglie
    il mio cuore in un pugno e lo spezza. Lo butta fuori dal finestrino. Spiegatemelo voi che cazzo vuol dire, credevo che due persone come noi non avrebbero dovuto fare i conti con certe cose, credevo che discriminazioni ne avessimo già subite abbastanza da non dover ridurre i sentimenti a una maledetta etichetta. Invece dice proprio così: «Io sono il padre naturale» e preme la voce su “io” e “naturale”, come se il significato delle nostre vite si riducesse soltanto a quelle parole. Non si ricorda più di noi, delle promesse, degli ultimi quattro anni passati a difendere il significato della nostra vita insieme. Dicevamo
    nostro figlio e non ci faceva paura sapere che sarebbe stato difficile difenderci dalla gente. Ci bastava sentire la voce di Alessio chiamarci Papà Lorenzo o Papà Davide per farci passare ogni timore. Non ci importava cosa pensavano gli altri, sapevamo di mettercela tutta per essere dei bravi genitori, sapevamo che l’amore per Alessio valeva qualsiasi compromesso.
    Eppure non ci saranno avvocati e assistenti sociali in questa storia, né vacanze alternate o weekend da concordare. Davide si tiene tutto. Si tiene tutto senza condizioni, perché gli basta essere il padre biologico per poterlo fare, perché è così che
    sono gli esseri umani: a un certo punto si stancano, trasformano i propri diritti in armi che servono a fare del male.
    Ho provato a gridargli per mesi il mio dissenso: mi sembrava ridicolo il fatto che parlasse di affidamento, di soluzioni, di genitori normali. Gli ho detto che tra noi esistevano dei patti che andavano al di là dei diritti legali, che c'erano altre due persone di cui avrebbe dovuto tener conto. Non riuscivo a credere che, dopo tutti questi anni, la nostra storia potesse finire così, che dopo la sofferenza di un amore, in cui io ero l’unico che si ostinava ancora a credere, volesse impedirmi anche di
    vedere Alessio. Mi sembrava inammissibile, perché io e Davide avevamo condiviso troppe cose per farci del male.
    C'erano quei momenti inequivocabili a dimostrarlo, come quella volta in cui doveva partire per una settimana e io e Alessio lo avevamo accompagnato alla stazione. Arrivato il treno Alessio piangeva, non ha mai amato le partenze, a quel punto ci siamo presi per mano tutti e tre, ci siamo chiusi in un cerchio e abbiamo canticchiato ad alta voce: «Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!»
    Poi, mentre Alessio aveva ritrovato il sorriso, il controllore aveva invitato gli ultimi passeggeri a salire sul treno. Davide ci aveva tenuti vicino per qualche secondo: «Mi mancherete...» aveva detto e con un bacio gli avevamo ricordato che al suo ritorno saremmo stati lì ad aspettarlo.
    Era così, davanti a un binario, che ci eravamo accorti di aver superato l’imbarazzo, quella vulnerabilità di sentirci diversi.
    Che vi piaccia o no, eravamo una famiglia.
    ***
    La macchina scivola sull’asfalto silenziosa.
    Penso ai nostri ricordi stasera, penso a quella volta in cui Alessio aveva la febbre alta, l'avevamo messo in mezzo, nel nostro letto, ed eravamo rimasti svegli a fare da guardiani ai suoi sogni.
    «Mi passi il termometro che mi sembra gli sia salita di nuovo la febbre?»
    «Tieni.»
    «È così bello non trovi?»
    «Tutto suo padre» lo prendo in giro. «Lorenzo?»
    «Sì?»
    «Tu non hai mai paura?»
    «Di cosa?»
    «Sì insomma... che un giorno tutto questo possa finire.»
    «Perché dovrebbe finire?»
    «Non lo so...»
    «Tu e Alessio siete la cosa più bella che ho. Non ho nessuna intenzione di perdervi.»
    «Ti amo, lo sai?»
    «Ti amo anch'io» gli dico.
    Non si dovrebbe dare tutta questa importanza alle parole e invece le parole rimangono come segni scolpiti su una pietra, non riesci a cancellarle, neanche quando vorresti.
    Adesso li guardo da lontano questi momenti, vorrei non fossero miei,
    vorrei non fossero miei perché sarebbe più facile dimenticarli.
    *** Rallento.
    Siamo quasi arrivati.
    Alessio non parla molto stasera, non fa capricci, forse siamo noi gli ingenui a pensare che non abbia capito niente. Eppure Davide ha organizzato tutto con discrezione, con freddezza, si è preso tempo per riflettere e ha pianificato un piano perfetto per cancellarmi dai ricordi.
    «Vado qualche giorno dai miei» così mi ha detto qualche giorno fa. «Non porto via niente per il momento, facciamo le cose con calma, per
    Alessio, non voglio che il distacco sia un trauma. Gli dirò che sei fuori per lavoro, che tornerai, passerò a prendere le nostre cose poco alla volta. Col tempo comincerà a non chiedere più quando tornerai, quando torneremo a casa. I bambini dimenticano in fretta, Lorenzo. E smettila di dirmi che è anche tuo figlio, lo so che lo ami anche tu, è proprio per questo che devi capire che è la soluzione migliore. Tra me e te non funziona più, che alternative abbiamo? Potremmo continuare a discutere, ma ci faremmo solo altro male e tu in ogni caso non avresti mai l'affidamento del bambino. Allora è meglio affrontare le cose
    con maturità. Lo so che non sarà facile, non lo è nemmeno per me, credimi, ma non possiamo crescerlo come due genitori normali che si separano, lo sai bene, noi... noi abbiamo una situazione più complicata.»
    Ho perso il controllo quella sera. L'ho bloccato con le braccia sul letto e l'ho guardato dritto negli occhi, il battito del cuore accelerato e la rabbia nelle vene.
    «Tu non puoi farlo!» gli ho urlato, con la forza della disperazione tra le parole.
    «Lasciami, stronzo.»
    «Scusa... non volevo. Ti ho fatto male?»
    Mi fa più male lui con le parole.
    «O fai come ti dico io o me ne vado da questa casa domani e ti faccio una diffida, non ti farò sapere neanche come sta, sono stanco del tuo comportamento.»
    Mi sono rassegnato, ho messo la rabbia in disparte. Per Alessio. Soltanto per lui.
    ***
    Parcheggio la macchina in strada, non entro nel cortile, voglio essere pronto a fuggire da questo momento. Saluto Davide secondo il copione, un bacio frettoloso sulla guancia che ha il sapore del fiele.
    Alessio mi guarda smarrito.
    «Fai il bravo piccolo» gli scompiglio i capelli con una carezza. «Ci vediamo tra qualche giorno.»
    Lui mi salta in braccio.
    «Non mi vuoi più bene, papà?» mi dice.
    Questo non era scritto nel copione, mi si stringe il cuore, Davide non l’aveva previsto.
    «Ma cosa dici, certo che te ne voglio... e tu? Tu quanto bene mi vuoi?»
    Lui allarga le braccia.
    «Tanto così!» mi dice, poi allunga le mani e mi si stringe forte intorno al collo.
    È un sussurro lieve: «Allora promettimi che resti sempre con me.»
    È così, mentre arriva la sera, che il dolore si infila nelle viscere, che mi attraversa il cuore e si diffonde in ogni parte del corpo.
    Mi scende una lacrima. Glielo prometto, gli prometto che resto... in quell'abbraccio così non puoi fare altro che rimanerci per sempre.

     
  • 13 marzo 2012 alle ore 19:14
    Un pomeriggio di girasoli

    Come comincia: Qualche giorno fa è arrivata una tua chiamata. Non chiami mai, mi sono detto, se chiami hai bisogno di aiuto perché aspetti che siano gli altri a farlo. Le tue sorelle, i figli, gli amici. Lo sappiamo tutti, se vogliamo sentirti dobbiamo essere noi ad alzare la cornetta. Ce lo dicevi sempre quando eravamo piccoli, lasciate che siano gli altri a cercarvi così siete sicuri di non disturbare.
    Non disturbare, il tuo terrore più profondo anche adesso, che hai quasi ottantadue anni, è quello di non fare rumore. Saresti capace di andartene così, penso ogni tanto, in silenzio. Senza dire una parola.
    - Come stai? - mi hai chiesto.
    Però, conoscendoti, non ho riposto alla tua
    domanda.
    - C’è qualcosa che non va? - ho replicato.
    - Ma no, niente. È un po’ che non ci sentiamo e volevo solo sapere come
    stavi.
    Terminata la chiamata ho mandato un SMS a Michele e Vanessa. Questo
    weekend andiamo a trovare la mamma? Michele aveva un impegno con i bambini, Vanessa un appuntamento con un’amica e allora ho lasciato perdere. Non ho insistito. Aspetto il fine settimana e parto da solo, mi sono detto.
    È Luglio e fa caldo, in macchina non accendo l’aria condizionata, appena fuori dalla città tengo il finestrino abbassato sulla natura che porta verso la campagna, come dici tu, in mezzo al giallo dei girasoli. A volte mentre ci si aggancia ai ricordi vengono in mente cose che pensavamo di avere dimenticato. Di fatto, però, sono cose che ci accompagnano per tutta la vita perché fanno parte di noi.
    Quando arrivo sul piazzale di casa i ricordi si fanno più vividi, infanzie rumorose rimpiazzate adesso dalla solitudine di un’erba che cresce senza essere calpestata da nessuno.
    Suono il citofono, apro la porta chiusa senza chiave e chiedo ad alta voce: - Si può?
    Non entro completamente, aspetto sull'uscio una risposta perché ho paura di invadere i tuoi spazi.
    ?
    Ancora adesso, che sono un adulto che non dovrebbe chiederti il permesso, busso alla tua vita con discrezione, come mi hai insegnato tu, con la premura di non disturbare.
    La tua voce arriva limpida e vivace dalla cucina.
    - Vieni avanti tesoro, che cosa ci fai qui?
    Sei sempre la solita, tiri fuori l’orgoglio, distribuisci domande che vogliono
    dirmi non ho bisogno di niente.
    La casa è sempre in ordine, oggetti puliti e sistemati in modo maniacale al
    loro posto come se fossero in attesa di qualcuno. Le foto, sulle mensole della libreria, testimoniano quel passato chiassoso che adesso sembra essere troppo lontano.
    - Sono passato a cercare dei libri in soffitta che devo avere infilato da qualche parte.
    Mento. La verità è che mi fa piacere passare del tempo con te, annusare quello che siamo diventati, soprattutto adesso che ho la certezza che il tempo sia passato troppo veloce.
    Ci accomodiamo in veranda. Sorseggiamo tè verde e con cautela ci concediamo ai ricordi. Parliamo di Vanessa e Michele... di quando ti toccava metterci in punizione altrimenti saremmo stati capaci, insieme, di distruggere il mondo. E mentre parliamo di tutto, tutto diventa più facile. Le ombre del passato si dissolvono nella consapevolezza che ci si ama anche se non si trovano le parole per dirselo. Nessuno ci ha insegnato come si fa, mamma, non è colpa di nessuno.
    Poi arriva la sera, e all’orizzonte il tramonto si confonde con i campi di girasole. Per qualche istante, mentre i colori sfumano nel cielo, mi tornano in mente le cose di tutti i giorni. Il lavoro, la casa, le bollette da pagare che ho lasciato sul tavolo all’ingresso. La vita frenetica, quella che corri, corri e non ti fermi mai un attimo a pensare. E mi sembra che la vita sia qui, accanto al tuo viso segnato dal tempo che non ha mai avuto il coraggio delle parole.
    - Sì è fatto tardi, adesso è meglio che tu vada.
    Ti saluto. Un bacio tenero sulla guancia.
    E poi, mentre agito la mano fuori dal finestrino, improvvisamente mi sembra
    tutto più chiaro.
    Guardo i tuoi occhi.
    E sono occhi ammalati di solitudine anche se non se n’è accorto nessuno.