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in archivio dal 18 lug 2013

Silvia Devitofrancesco

Bari - Italia
Mi descrivo così: Sono laureata in Lettere, curriculum "Editoria e Giornalismo", amo la scrittura, ho partecipato ad alcune antologie e sto lavorando al mio primo romanzo.
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  • 23 dicembre 2013 alle ore 13:16
    Meravigliosamente donna

    Come comincia: Un'altra dura giornata di lavoro si è conclusa. Guardo l'orologio e sorrido felice: sono le diciotto in punto. Spengo il computer, mi alzo dalla scrivania, afferro la giacca e la borsa ed esco da quella stanza nella quale ho trascorso le ultime otto ore. Saluto i miei colleghi e mi precipito fuori dalla casa editrice. Ebbene, lo devo ammettere. Svolgo un lavoro stupendo. I libri mi hanno affascinata da sempre attraverso il loro odore, le parole che, unite, creano trame e personaggi, le emozioni che, di riflesso, vive anche il lettore. Il mio lavoro consiste nella valutazione degli inediti. Un compito, a volte, molto difficile soprattutto quando sei costretta a comunicare all'autore di un dattiloscritto che il suo romanzo non rientra nelle linee editoriali della casa editrice. In quel momento prendi coscienza di aver distrutto il sogno di una persona, la quale aveva riposto in te e nella tua professionalità tutta la sua fiducia. Esattamente due ore fa ho inviato una mail “distruggi aspettative” a un'aspirante scrittrice e il mio umore è decisamente a terra, poiché, nonostante il mio capo mi ripeta continuamente di non lasciarmi coinvolgere, io non riesco proprio a fingere che si tratti di pura routine. "Le donne possiedono una maggiore sensibilità rispetto agli uomini!" è la mia consueta risposta e la sua consueta replica è uno sguardo rivolto al soffitto. Sembriamo quasi due attori che interpretano una scenetta di una commedia.

    Oggi è una giornata tipicamente autunnale, cielo grigio, vento fresco e poca gente per la strada. Stringo la giacca di pelle con le mani e mi dirigo verso il centro. Potrei percorrere una via più breve per tornare a casa, ma preferisco quella più lunga anche perché desidero comprare una sorpresina per la mia principessa che mi aspetta a casa impaziente in compagnia della babysitter. Mi dirigo con passo deciso verso un grande negozio di giocattoli e scelgo il bambolotto che tanto desidera. Pago e corro via diretta verso casa, in direzione della mia ragione di vita.

    La mia principessa si chiama Giada. È una splendida bambina di cinque anni, dai lunghi capelli rossi, lisci come spaghetti, dai profondi occhi verdi e dalle manine piccole e paffute. Giada ha rappresentato la mia salvezza da una vita sbagliata, è stata il mio reset.

    L'ho concepita quando credevo nella forza magica dell’amore, quando credevo di aver trovato l'Amore. Vedevo in quell'uomo maturo la sicurezza e la stabilità che cercavo disperatamente. Sposarsi, formare una famiglia, vivere nell'armonia ed essere, per i nostri figli, un porto sicuro, erano i miei nuovi desideri. Lui, dal canto suo, promise che sarebbe stato perfetto. Avrebbe abbandonato i vizi del fumo e dell'alcool nei quali aveva trascinato anche me e avrebbe scelto la tranquillità del focolare domestico. Io credevo che un uomo fosse potuto cambiare per amore. Povera illusa!

    Avevo iniziato a lavorare da qualche mese presso la casa editrice “Yourbook”, quando mi accorsi di essere incinta. Che emozione vedere le due barrette lilla sullo stick! Mi sentivo diversa, euforica, “meravigliosamente donna”, poiché, in me, stava avvenendo il miracolo della vita. Tutti i miei pensieri confluivano verso quell'esserino che cresceva nella mia pancia. La sera stessa diedi il lieto annuncio al futuro papà e l'incanto finì. "Amore, avremo un bambino!" gli dissi, porgendogli un paio di scarpine da neonato. Lui spalancò gli occhi, mi baciò e si chiuse nel suo silenzio.

    La mattina seguente un biglietto posto sul suo cuscino mi presentò la triste realtà: “Mi dispiace. Non sono pronto. Dimenticami. G.” Mi sentii morire. Tutto quello che avevo costruito fino a quel giorno era crollato come un castello di carte. Cosa avrei fatto adesso?

    Scelsi la soluzione che credetti più giusta. Un atto coraggioso a detta di molti, ma, per me, naturale: avrei fatto trionfare la vita. Avrei lavorato sodo per garantire una vita adeguata al mio bambino.

    Lavoravo tutto il giorno, tornavo a casa distrutta e il giorno seguente ero di nuovo carica. Possedevo un'incredibile forza di volontà, un'incredibile resistenza, per il semplice fatto che fossi una donna. “Donna” che suono melodioso, che creatura straordinaria capace di vincere il dolore, perché se Dio ha voluto che fossimo noi a donare la vita, allora, certamente, saremmo state in grado di sopravvivere a qualunque tipologia di dolore.

    Questi ricordi fanno scendere, dai miei occhi, alcune lacrime. Le asciugo col palmo della mano e salgo le scale.

    Non appena chiudo la porta di ingresso, Giada corre verso di me. "Mamma, mamma, finalmente sei tornata!" "Amore mio, quanto mi sei mancata. Ti ho portato un regalino." Leggo nei suoi occhi felicità e sorpresa. È incredibile quanto somigli a suo padre. Quel padre del quale lei ignora l'esistenza, quel padre che io ho fatto uscire di scena dicendole: "Purtroppo è morto in un incidente stradale prima che tu nascessi, perciò non ci sono fotografie."

    La mia bimba scarta il pacco e salta per la casa felice, mentre io con un cenno della mano congedo la babysitter. Adoro indossare i panni della mamma. Stare con mia figlia, giocare con lei, guardare i cartoni animati in TV. Giada si addormenta tra le mie braccia mentre stringe a sé il suo nuovo bambolotto. La metto a letto e pongo fine a un altra giornata.

    ***********

    Giungo a lavoro puntualissima, come sempre. Odio essere in ritardo. Mi organizzo come se fossi una macchina perfetta: la babysitter arriva in anticipo di mezz'ora, le affido i compiti della giornata, saluto Giada, esco di casa, acquisto il solito quotidiano e mi dirigo a lavoro.

    Non appena varco la soglia della casa editrice, il mio capo mi accoglie raggiante e con un sorriso a trentadue denti. "Parteciperemo al “Books event” di Firenze. Si tratta di un'importante vetrina per questa piccola casa editrice pugliese." Sorrido anch'io. Ho sempre creduto nell'importanza della diffusione della lettura e nella valorizzazione del patrimonio culturale del Sud Italia, per cui replico con un tono altrettanto raggiante: "Preparo le valigie per me e la mia bimba."

    Lui mi guarda sconcertato: "Non stiamo parlando di un viaggio di piacere." "Sono una madre che lavora e, ripeto, mia figlia verrà con me!"replico seccata. Se qualcuno osa toccare fisicamente o verbalmente mia figlia, io, sua madre, divento una bestia pronta a difenderla con le unghie e con i denti. "Laura, ragiona un attimo. Non è un viaggio adatto a una bambina!"

    Non lo sto più ad ascoltare, ormai sono partita in quarta. "Io sono la madre e io sono in grado di decidere cosa sia meglio per lei. Non la lascerò mai a casa!" replico urlando "In alternativa potrei rinunciare al viaggio e restare qui!" Riesco a tenerlo in pugno. So bene che non accetterebbe mai. "No" "E dunque?" incalzo e lui cede: "E dunque portala con te, a patto che la tua figura di madre non abbia il sopravvento." Sorrido e concludo dicendo:"Sono una donna. Possiedo mille risorse!"

    Torno a casa stanchissima a causa dei preparativi per l'evento e annuncio alla mia principessa che partiremo. È incredula. Salta, corre e pensa a cosa portare con sé. "Amore, verrà anche la babysitter con noi." "No mamma, non la sopporto. Andiamo solo io e te. Sarò buonissima." La mamma è sempre la mamma! Mi sento stringere il cuore e cerco di farla ragionare. "Amore,  dai, tu sei una bimba grande... la mamma dovrà lavorare, se no il capo la caccia. Mentre io lavorerò, tu dovrai stare con lei." "Uffa! Non mi vuoi bene!" Tipico attacco di gelosia. Resto muta. La abbraccio e continuo a preparare la sua roba.

    Durante il viaggio in treno Giada non dice una parola. Guarda fuori dal finestrino tenendo il broncio. Soffre in silenzio proprio come una donna. Mi provoca una tenerezza infinita.

    ***************

    Il lavoro in fiera è faticoso. Bisogna essere competitivi, presentare i libri, attirare l'attenzione, essere sempre cortesi e sorridenti. Il nostro obbiettivo è far emergere una piccola casa editrice e lotteremo con tutte le nostre forze per realizzarlo.

    La mia cucciola visita Firenze in compagnia della babysitter. Sono una madre tendenzialmente apprensiva e ansiosa. Chiamo la ragazza ogni mezz'ora, cercando di non farmi notare dal capo, le chiedo di non lasciare mai la mano di Giada e le faccio mille raccomandazioni... poverina, non vorrei essere nei suoi panni!

    Ogni sera, quando gli stand chiudono e torno in hotel, trascorro ore con Giada. Mi racconta cosa ha visto, mi mostra le fotografie e stasera mi ha regalato una piccola coccinella di legno come portafortuna per il mio lavoro. La ringrazio e le faccio il solletico. Che figlia adorabile!

    La fiera sta per concludersi. Il nostro fatturato, inaspettatamente, è ottimo. Il nostro obbiettivo è stato raggiunto. I nostri talenti sono stati adeguatamente valorizzati. La voce della cultura è risuonata e i lettori l'hanno accolta. Mentre brindiamo a questo nuovo e importante successo, vedo un folletto rosso correre verso di me. "Mamma, mamma" La babysitter giunge da me col fiatone. "Non sono riuscita a fermarla, mi scusi se l'ho disturbata.""Nessun disturbo. È stata una bellissima sorpresa!" Mi inginocchio davanti a mia figlia e le dico: "La tua coccinella ha portato fortuna, sai?" "Evviva, evviva" esclama saltellando.

    È proprio questa l'immagine che resterà sempre viva nella mia memoria. Io, vestita con un serio taiellur, che stringo forte la mia bambina. L'emblema del modo di essere della donna contemporanea: donna in carriera e madre premurosa; donna austera e madre affettuosa. La personificazione dell'essere “meravigliosamente donna”.

    Il mio capo ci guarda, mi fa l'occhiolino e sorride teneramente. È lui l'artefice di questa magnifica sorpresa. Persino l'icerberg che vive nel suo ego si è sciolto. Annuisce, perché, in fondo, l'ha capito da sempre quanto fossi una grande donna.

     
  • 26 novembre 2013 alle ore 18:58
    Un Natale tra cocktails e passione

    Come comincia: Percorro il breve tratto di strada che mi separa dal mio luogo di lavoro come se fossi un fantasma. Ogni sera vado a letto tardissimo e, sicuramente, il corpo e lo spirito ne risentono. Il mio desiderio di indipendenza, che mi accompagna sin da quando ero bambina, mi ha portata a lasciare casa dei miei e a guadagnarmi da vivere in maniera alternativa.
    Lavoro in un locale. Uno di quei classici locali frequentati prevalentemente da uomini che adorano guardare le donne in zone strategiche. Ormai ci ho fatto l’abitudine e, devo ammettere, che la cosa mi diverte. Indosso minigonne scure, camicie scollate e mi trucco in maniera pesante, cosicché emerga il mio lato di donna duro e attraente.
    L’aria è gelida e un vento, altrettanto gelido, soffia sul mio viso e sembra quasi che abbia deciso di tagliarvi la pelle. Cammino, lottando per non farmi tirare indietro dalla sua forza, tenendo ben chiuso il cappotto aiutandomi con le mani.
    Dicembre è iniziato da qualche giorno e la corsa ai regali è ufficialmente partita.
    Il mio rapporto col Natale non è dei migliori. Da piccola, adoravo addobbare la casa, preparare l’albero e il presepe e aspettare, impaziente, l’arrivo di Babbo Natale carico di doni.  Sorrido ricordando quei momenti, ma, il mio, è un sorriso malinconico. Sinceramente, oggi, per me, il Natale è una festa che prima passa, meglio è. Sono costretta a trascorrerlo con tutto il parentado – il Natale è la festa della famiglia – tutti uniti e tutti felici, anche se poi non ci si frequenta per il resto dell’anno. Ogni anno tento di evitare questi giorni penosi, ma, puntualmente, ogni anno sono lì,  seduta a quel tavolo a recitare la mia parte nello spettacolo dal titolo “Il Natale perfetto”. L’unica possibilità che avrei quest’anno per evitare almeno la cena della Vigilia, sarebbe l’apertura del locale. Dopotutto, esistono tante persone che sono sole, che odiano il Natale e vorrebbero fuggire da esso affogando i dispiaceri nell’alcol!
    La scritta “Crazy club”, che si accende a intermittenza, mi riporta alla realtà presente. È arrivato il momento di interrompere il flusso dei pensieri. Entro nel locale, con un bel sorriso stampato sul viso, letteralmente congelata. Il proprietario, un omone alto e grasso e dal ghigno beffardo, mi accoglie con aria festosa porgendomi uno scatolone: <<Lisa,  ti aspettavo. Aiutami ad addobbare questo posto anonimo con qualcosa di natalizio.>> Ovviamente non posso dire di no e, così, afferro alcune ghirlande, salgo sulla scala e inizio a fissarle alle pareti, mentre so bene che l’uomo mi sta guardando sotto la gonna. Un po’ pervertito lo è, ma, almeno, da un buono stipendio.
    Un’altra serata da trascorrere tra musica, luci colorate, ma soffuse, cocktails, battute dei clienti e con un ridicolo cappello da Babbo Natale in testa. Trasporto vassoi facendo attenzioni a non inciampare e a non rovesciare nulla, mentre gli uomini contemplano le ballerine di lap dance che si atteggiano come se fossero prime donne di una kermesse teatrale.  
    Il proprietario mi incita: <<Lisa, sorridi un po’, muoviti su!>> Io lo ignoro e proseguo nel mio lavoro. <<Hey, bella folletta, ci fai un “Mojito”?>> <<Babbo Natale, mi porti un “Bloody Mary”?>>  
    Ogni sera trascorre così. Ordinazioni, voci, esclamazioni e tanta confusione. <<Ecco i vostri coktails.>> Mi avvicino a un tavolo  occupato da due uomini e porgo loro i bicchieri sorridendo. <<Grazie mille bella! Ti dona proprio questo cappello!>> <<Grazie>> replico intimidita, poiché non mi sento proprio a mio agio così conciata. <<E non fare la timida!>> Uno dei due mi sfiora una coscia con la sua mano ruvida, mentre l’altro continua: <<Le timide sono odiose.>> E tenta di sbottonarmi  la camicia. <<Basta! Smettetela!>> è l’urlo lanciato da un altro uomo seduto, da solo, a un tavolo poco distante dal loro. Mi allontano bruscamente e rivolgo un frettoloso “grazie” al mio “eroe” il quale, a differenza di tanti altri uomini che avevano visto la scena divertendosi, non ha avuto paura di difendermi. Spero solo che non scoppi una rissa fuori dal locale!
    A fine serata sono distrutta. Getto via il cappello su una sedia, mi infilo il cappotto e, con passo alto e deciso, torno a casa.
    ***********************************************************
    Serate piatte e tutte uguali. La solita folletta col cappello di Babbo Natale che corre avanti e indietro per il locale distribuendo cocktails e ricevendo mance, complimenti e occhiate penetranti.
    Una mancia generosa dipende dalla gentilezza. L’ho imparato sul campo. Gentilezza, sorrisi, occhiate particolari e, a fine serata, si contano i risultati!
     Il mio salvatore, lo chiamo così, poiché, non si è ancora presentato, è sempre lì, allo stesso tavolo. Trascorre il suo tempo a guardarmi, ma le sue occhiate non mi fanno paura, anzi, mi lusingano. Vorrei tanto conoscere il suo nome, le sue abitudini, chiedergli il motivo per il quale viene qui tutte le sere, ma i ritmi frenetici del locale non me lo consentono. Non so spiegare cosa mi affascina in lui, ma, anche io, non riesco a smettere di guardarlo. Ho bisogno di conoscerlo… voglio conoscerlo. Escogito, così, una maniera creativa che non rallenti il mio lavoro. Servo un bicchiere di “Bacardi” su un piatto bianco e, sotto il bicchiere, pongo un bigliettino strappato dal blocchetto sul quale segno le ordinazioni. “Come ti chiami?” scrivo.
    A fine serata la mia domanda ottiene una risposta: “Valerio e tu?” appare scritto sul biglietto. Mentre sparecchio rispondo: <<Lisa>> Lui sorride, mi infila nella tasca della gonna 10 euro di mancia, si alza e va via.
    Con questo sistema diamo vita a lunghe conversazioni, ormai conosco molti particolari su di lui. È il classico quarantenne che ama comportarsi da ragazzino. Lavora in banca, è una persona riflessiva e razionale, ma la sera ama gettare via i panni del perfetto professionista e viene in questo locale. Si siede a un tavolo, fuma parecchie sigarette e contempla ogni mio movimento. Penso che, ormai, conosca molte parti del mio corpo a memoria. Mi affascina ogni sera di più. Ha un’aria misteriosa, molto seducente, dolce, insomma lo considero perfetto. Il giorno e la notte sono due opposti che apparentemente si respingono, ma, in realtà, si attraggono. La luce del sole rispecchia la serietà, l’apparenza, mentre il nero della notte rivela aspetti inediti e intriganti. Un po’ come avviene in “Dottor Jekjil e Mr Hyde”.
    Il Natale è sempre più vicino. E’ già l’antivigilia. Il locale, ovviamente, sarà chiuso per le festività e, già stasera, la gente è diminuita e non ci sono nemmeno le ballerine. Regna il silenzio. Il mio amico Valerio, è sempre lì, al suo posto. Approfittando del fatto che non ho molto lavoro e che il proprietario è assente, mi avvicino al suo tavolo, afferro una sedia e mi siedo di fronte a lui, mettendo ben in evidenza le mie cosce e le mie lunghissime gambe. <<Posso?>> gli chiedo educatamente <<Certo!>> risponde lui. <<Tutte le sere qua stai?>> gli domando con un tono curioso e divertito. <<Ti da fastidio, forse?>> replica lui fingendo di essere infastidito. <<No, assolutamente.>> Questo dialogo si interrompe a causa dell’arrivo di una coppia di fidanzati che prendono posto a un tavolo dal lato opposto del locale, un angolo appartato. <<Arrivo!>> urlo. <<Lisa, vorresti venire da me, dopo?>> mi chiede lui afferrandomi il polso. Resto spiazzata, ma, non so come, non so perché, accetto sorridendo.
    Sistemo i bicchieri, richiudo accuratamente le bottiglie degli alcolici, spengo le luci ed esco. Lui mi attende in macchina. <<Eccoti finalmente!>> <<Andiamo?>> Non voglio assolutamente che qualcuno mi veda nella macchina di un cliente.
    Certo che Valerio deve essere proprio ricco! Che attico meraviglioso, che vista mozzafiato!
    <<Bella la tua casa!>> Esclamo non appena ci sistemiamo nel soggiorno. <<Grazie mille!>>
    Un magnifico albero di Natale occupa il centro della stanza e, ai suoi piedi, numerosi pacchetti colorati attendono il momento di essere scartati. Lascio scivolare dal mio corpo il pesante cappotto, sciolgo i capelli che tenevo raccolti in una coda di cavallo e li lascio cadere fluenti all’interno della camicia.  Valerio mi porge un bicchiere di spumante e insieme brindiamo a un nuovo anno ricco di amore, gioia e pace, insomma le solite cose che si dicono al momento dei brindisi.
    I suoi occhi mi scrutano attentamente e i miei si specchiano nei suoi. Quella sarebbe stata, per me, una notte speciale e perversa.
    Mi avvicino lentamente alle sue labbra e le faccio combaciare con le mie. Lui risponde al mio bacio, quasi senza darmi il tempo di riprendere fiato. Ha fame di me. <<Sei bellissima.>> Mi sussurra. La mia mano gli accarezza i capelli. Infilo le mie dita tra i suoi ricci profumati e lascio che le sue mani scendano lungo la mia schiena e si fermano sul mio sedere palpandolo. <<Cosa vuoi fare?>> gli sussurro usando un tono seducente. <<Divertirmi, cara dirty Lisa.>> Sposto le mie mani sotto il suo maglione notando, con piacere, che il suo addome è perfettamente scolpito. Che addominali!
    Le luci dell’albero di Natale si accendono a intermittenza, andando a illuminare i nostri corpi. Valerio lentamente inizia a sbottonare la mia camicetta e ogni bottone che viene via, è un bacio sulle mie labbra rosse. Percepisco che non riesce più a contenersi. La voglia di me è davvero molta. Ormai è decisamente visibile e si fa sentire contro la mia coscia. Strappa via gli ultimi bottoni e la mia camicia, obbediente, scivola via. Si sfila via il maglione e lo lancia lontano, mentre continuo a bere spumante direttamente dalla bottiglia e a far scivolare, volutamente, alcune gocce lungo il mio petto, cosicché lui possa dissetarsi.  Lui mi prende in braccio e mi porta in camera. Le nostre labbra sono costantemente attaccate, i nostri sapori si uniscono. Mi appoggia al comò e infila le sue mani sotto la mia gonna. All’interno dei miei slip. Le sue dita esperte esplorano la mia parte intima. Stringo i pugni sulla sua schiena, quasi conficcandogli le unghie nella carne viva, che pulsa e, successivamente, cerco di liberarlo dai pantaloni. 
    Ben presto ci ritroviamo nudi. Lui mi pizzica il sedere e mi tira, in maniera violenta, a sé, sul letto. Mi blocca pesantemente col suo corpo ed entra in me con forza, mandandomi visibilmente in estasi. Gioca con i miei seni e li lecca quasi fossero due gelati. Assapora la mia pancia e poi scende verso il basso, verso il desiderio supremo.
    La stanza, appena illuminata dalla luce dell’aurora, si trasforma in un’isola deserta nella quale ci siamo solo noi due, i nostri gemiti, i nostri sospiri e la nostra voglia di trascorrere un Natale diverso da quello che la tradizione impone.
    La mattina seguente, la mattina della vigilia di Natale, mi sveglio, che è quasi mezzogiorno,  racchiusa tra le sue braccia. Questo risveglio così dolce e romantico è decisamente in antitesi con l’esperienza che abbiamo vissuto poche ore prima.
    <<Dormito bene?>> mi chiede dolcemente <<Molto bene>> replico in maniera allusiva.
    Mi alzo dal letto e lentamente (e controvoglia!) mi rivesto. Valerio appare distante e questo mi provoca una fitta tremenda nello stomaco. <<Cosa succede?>> chiedo temendo la sua risposta. <<Niente, Lisa. Penso che sia arrivato il momento di tornare alle tradizioni, oggi è la vigilia di Natale.>> <<Ahimè si. Non ho nessuna intenzione di sorbirmi i soliti discorsi da parte dei parenti. Tu cosa farai?>> gli chiedo, mentre raccolgo la camicia dal pavimento del soggiorno rivolta col sedere verso il suo sguardo. Lui lo osserva ma, intuisco che è a disagio. Sì, è a disagio, ma non capisco il motivo. <<Vedrò mia moglie e mia figlia.>> Replica con un tono impacciato e arrossendo. <<Ah, sei anche sposato?>> Lui annuisce e io continuo: <<Io non sono affatto gelosa. Alla prossima.>> Afferro la borsa e apro la porta. <<Buon Natale, Lisa!>> <<Buon Natale, my darling!>> e sposto i capelli dal viso con aria seducente. So bene, tuttavia, che non ci sarà una prossima volta. Il gioco è bello quando dura poco, si suole dire.
    Per le strade del centro la gente sembra essere stata posseduta dalla frenesia. Gli ultimi regali, gli ultimi preparativi, auguri di circostanza. Cammino rendendomi conto di essere fuori dal contesto, ma, letteralmente, appagata. Torno a casa, faccio una bella doccia calda e mi preparo per la tradizionale cena a casa dei miei. “Dirty Lisa” torna a essere “Sweet Lisa”.
     

     

     
  • 18 luglio 2013 alle ore 20:11
    Cominciò con un numero sbagliato...

    Come comincia:  La meravigliosa storia d'amore tra Jacopo e Tania cominciò con un numero sbagliato, nel cuore della notte qualcuno aveva il composto il numero di casa del giovane. Era una fredda notte di dicembre, pioveva ininterrottamente da ormai due giorni, il vento era così forte che faceva sbattere le persiane verdi della camera di Jacopo e questo fastidioso rumore lo svegliava non appena riusciva ad addormentarsi. A tutto questo bisognava aggiungere il suo malumore a causa di un'importante riunione di lavoro alla quale avrebbe dovuto partecipare il giorno seguente… insomma sembrava quasi che tutti stessero cercando di ostacolarlo, persino il vento.
    All'improvviso, l'ululato del vento cessò e Jacopo, rincuorato, riuscì ad addormentarsi. Poi quella telefonata. Gli squilli nel silenzio della notte sembravano essere ancora più alti e Jacopo prese in mano la cornetta con il cuore in tumulto. Chi poteva essere a quell'ora? Cosa era successo? E a chi?Pensava Jacopo sempre più preoccupato e così rispose con la voce che gli tremava per lo spavento:"Pronto?" Disse. Dall'altro capo del telefono, il silenzio."Pronto?" Riprese Jacopo sempre più preoccupato e, questa volta, una voce femminile parlò. Era una voce sottile ma Jacopo non riusciva a riconoscerla."Pronto – ripetè la donna – papà... sono io... sono Tania... finalmente ho trovato il coraggio di chiamarti, anche se nel cuore della notte... ti prego ascoltami... non riagganciare."Jacopo rimase sorpreso, quella ragazza aveva sicuramente sbagliato numero e così le rispose, cercando di essere il più educato possibile:"Ehm... signorina... mi scusi ma io credo che lei abbia sbagliato numero"."Ops... mi scusi – rispose la voce misteriosa – sicuramente l'ho spaventata". E chiuse la chiamata. Anche Jacopo abbassò  il ricevitore pensando a quanto la gente si divertisse a fare gli scherzi, ma non riusciva più a riprendere sonno. Si girava e rigirava nel letto ma niente e così decise di alzarsi e di prepararsi una tisana alla camomilla (la sua preferita) mentre ripensava a quella telefonata. No, non poteva essere uno scherzo. Quella ragazza le era sembrata davvero in ansia. Se si fosse trattato di uno scherzo, allora quella ragazza avrebbe meritato l'Oscar come migliore attrice protagonista!
    Ben presto la notte lasciò il posto all'aurora e l'aurora al mattino. Jacopo si preparò per un'altra dura e intensa giornata di lavoro. Tuttavia nonostante fosse preso da pratiche dell'azienda e relazioni dei fornitori, una piccola parte della sua mente era costantemente rivolta a quella ragazza misteriosa tanto che, a volte, appariva distratto e ci voleva qualche risata o schioccare di dita di un collega per farlo tornare alla realtà del grigio ufficio collocato nel centro della città.
    Terminata la giornata lavorativa corse a casa, con il desiderio di potersi riposare un po' e dimenticarsi di quella ragazza. Entrò in casa e afferrò un libro. Purtroppo la sua tranquillità non sarebbe durata a lungo! Qualcuno suonò alla porta. Jacopo chiuse il libro e andò ad aprire di malavoglia, pensando che fosse qualcuno che proponeva vendite di elettrodomestici. Aprì la porta, pronto per dire il solito "Grazie, ma al momento non mi interessa". Davanti a lui c'era una donna, probabilmente sua coetanea, di aspetto gradevole, occhini verdi e capelli biondi, che gli tese la mano dicendo:"Buongiorno, mi scusi se l'ho disturbata, sono Tania, per caso mio padre è in casa?"Jacopo nuovamente sorpreso le rispose:"No, signorina, guardi qui non abita suo padre Mi ha già telefonato stanotte e le ho detto che aveva sbagliato numero. Arrivederci".
    Aveva quasi chiuso la porta, quando la donna la bloccò, continuando con tono arrogante:"Guardi, sono certa. Lei mi sta prendendo in giro, forse è stato proprio lui ad avvisarla, di non farmi entrare ora e di non passarmelo al telefono l'altra notte. Le avrà parlato sicuramente di me. Questa è casa di mio padre e come avrà sicuramente capito io lo sto cercando."Jacopo, ora arrabbiato, rispose:"Signorina, glielo ho già detto, qui non abita suo padre, vivo solo io. Vuole venire a controllare?""No, non mi permetterei mai, mi fido, ma la prego, se lei sa qualcosa mi aiuti, io sto... lo sto cercando da una vita quasi"."Si ho capito – continuò Jacopo, questa volta un po' più calmo – ma evidentemente ha l'indirizzo sbagliato.""Ho trovato questo indirizzo – continuò Tania – dopo anni di ricerche. Lo cerco da quando avevo tredici anni, praticamente da quando ho scoperto la sua esistenza.""Capisco – rispose Jacopo– se vuole posso darle una mano". Non sapeva, cosa lo avesse spinto a pronunciare quella frase, forse era rimasto colpito dal comportamento di Tania. Cosa avrebbe potuto fare per lei?"La ringrazio" gli rispose."Venga, si accomodi le offro una tazza di the - e insieme si sedettero nel soggiorno con le tazze fumanti tra le mani - allora mi stava dicendo che lei cerca suo padre da tantissimo tempo".
    "Già è così – proseguì lei – io vivo con mia madre e i miei nonni. Da piccola, quando chiedevo loro di mio padre, mi dicevano che fosse morto. Poi, ho capito che non poteva essere così e ho deciso di trovarlo. In una delle tante ricerche, ho ritrovato questo indirizzo. Desidero tanto conoscerlo, potergli parlare… ma allo stesso tempo, la cosa mi fa paura. Tuttavia penso che l'indirizzo che ho trovato non è esatto. Mi scusi ancora per l'altra notte e per averle rubato il suo tempo libero". E fece per alzarsi."No aspetti – Jacopo la afferrò per un braccio – mi è venuta un'idea. Se lei ha questo indirizzo, un motivo ci sarà."All'improvviso si ricordò di una persona, un suo amico e se fosse lui il padre di Tania?"Senta Tania – continuò – io ho comprato questa casa sei anni fa. Ogni tanto sento ancora il precedente proprietario, forse potrebbe essere lui suo padre. A proposito conosce il suo nome?" Le chiese."Si – rispose Tania – Giorgio, ma non conosco il cognome purtroppo.""Non importa – continuò Jacopo per tranquillizzarla – il nome coincide. Se vuole posso chiamarlo e gli dico di incontrarci al solito bar in piazza. Lei viene con me e così si toglie questo dubbio che la sta tormentando."
    "D'accordo – rispose Tania, ancora un po' incerta – ma perché vuole aiutarmi? In fondo nemmeno mi conosce!""Diciamo che, mi ha colpito la sua storia e spero, con tutto il cuore, che lei possa ritrovare suo padre molto presto.""Lo spero anche io."Jacopo cercò nella sua rubrica telefonica il numero di Giorgio."Ecco l'ho trovato, ora lo chiamo." E compose il numero."Pronto? Giorgio, sono Jacopo, tutto bene? Senti, che ne dici di vederci domani pomeriggio alle cinque al solito bar?""Grazie." Gli disse Tania e se ne andò.
    Il pomeriggio seguente, Jacopo e Tania, andarono al bar dove Giorgio li stava aspettando. Era un uomo anziano, con i capelli bianchi e indossava un vecchio cappotto nero."Ciao Giorgio." Esclamò Jacopo non appena lo vide."Ciao Jacopo." Rispose l'uomo."Giorgio, lei è Tania una mia amica." E i due si strinsero la mano .Dopo aver bevuto un caffè e dopo aver parlato del più e del meno, Tania prese la parola: "Mi scusi, è lei questo uomo?" E gli mostrò una foto che aveva trovato nel comodino di sua madre e che raffigurava i suoi genitori insieme, felici durante una vacanza a Parigi."Si quello sono io, lei chi è signorina? Io non la conosco! E dove ha trovato quella foto?" Le chiese Giorgio perplesso e spaventato."Ho trovato la foto nel comodino di mia madre - e fece una breve pausa – quindi avrà certamente capito che io sono sua figlia. Lei ha sempre voluto ignorare la mia esistenza o forse non sapeva nulla di me.""È così – confermò lui – io era ignaro di te, tua madre non me ne aveva mai parlato. Come hai fatto a trovarmi?" "Ho incontrato la persona giusta, al momento giusto, papà..." "Oddio, ti prego, ripeti quel sostantivo all'infinito..." Gli occhi di lei si riempirono di lacrime: "Andiamo papà abbiamo tante, troppe cose da raccontarci..." E se ne andarono. Jacopo li seguì con lo sguardo fino a quando scomparvero tra la gente, fiero e felice di aver aiutato la sua nuova amica .Già amica. Quella ragazza era per lui solo una “semplice” amica? Jacopo non era il tipo che credeva nel colpo di fulmine, lo riteneva una scemenza, qualcosa che utilizzano gli scrittori nei loro libri o i registi nei loro films, ma nella realtà, non poteva esistere qualcosa del genere. La vita vera è un'altra. E allora perchè Tania gli provocava un tuffo al cuore? Perchè ora che aveva ritrovato suo padre lui era felice e commosso? Perchè si preoccupava della sua felicità?
    Solo la notte seguente nel buio della stanza e fra il caldo delle coperte, Jacopo realizzò che lui di quella ragazza si era innamorato. Doveva agire. Non voleva perderla. Doveva dirle tutto quello che sentiva e così prese una saggia decisione.
    Una mattina di qualche settimana dopo non si recò a lavoro, ma uscì di casa presto. Il sole già illuminava le strade. Un timido sole di febbraio che accarezza i cappotti della gente. Era diretto a casa di Tania. Sapeva dove abitasse, perchè era stata la stessa Tania a rivelarglielo e lui doveva necessariamente incontrarla. Sapeva bene che le possibilità di riuscita erano pochissime, ma, lui voleva tentarci. Meglio una sconfitta che un rimpianto, dopotutto. Parcheggiò la macchina e citofonò. “Chi è?” risposte la donna. “Jacopo!” “Sali!” Jacopo salì le scale col cuore in gola. Cercava di formulare nella sua mente un discorso più o meno organico, ma sapeva bene che davanti a lei non sarebbe riuscito a proferir parola. Ed eccola lì Tania che lo aspettava sulla soglia della porta. “Ciao che sorpresa!” “Ciao... mi trovavo in zona e ho pensato di farti un saluto.” Mentì Jacopo. “Hai fatto benissimo. Accomodati!” I due si sedettero sul divano e fu lui a parlare. “Come va con tuo padre?” “Bene anche se è difficile recuperare tutto il tempo perduto. Più che al passato punto al presente e al futuro con lui. A proposito ancora grazie, se non ci fossi stato tu, non ce l'avrei mai fatta.” E gli diede un bacio sulla guancia. Il contatto di quelle labbra provocò in lui un brivido che la ragazza notò: “Jacopo tutto bene?” “Sì Tania, anzi no...” La ragazza lo guardò perplessa. Lui inspirò profondamente e continuò: “Tania non so da dove iniziare e non so come tu reagirai.  Tu non mi conosci benissimo, io non so che tipo di vita tu trascorra o cosa ami ma io... io... da quando ci siamo conosciuti... non faccio altro che pensare a te... io non credevo che il colpo di fulmine esistesse, ma, ora devo ricredermi... sei entrata nella mia vita e non so come farti uscire... Tania io mi sono innamorato di te...” La ragazza aveva ascoltato attentamente ogni parola che lui aveva pronunciato. Certo rimase sconvolta, Jacopo lo sapeva, ma la sua reazione fu meravigliosa. Alcune lacrime iniziarono  a segnarle le guance mentre le sue labbra si inarcavano a formare uno splendido sorriso. Sembrava un angelo. Gli prese entrambe le mani tra le sue e continuò: “Jacopo hai fatto benissimo a venire qui  e a parlarmene... Tu sai bene che io sto vivendo una situazione affettiva particolare... dopotutto il rapporto che sto costruendo giorno dopo giorno con mio padre non ha nulla a che vedere con quello che voglio costruire con te... Ciò che amo lo scoprirai pian piano, impareremo a conoscerci, ci leggeremo come se fossimo dei libri appena usciti in libreria...” Attirò il viso del giovane al suo, lo guardò negli occhi, gli sorrise e lo baciò in maniera appassionata. Quando si staccarono lui riprese la parola: “Mi stai dicendo che....” Lei lo interruppe. Gli mise una mano sulle labbra e: “Ti sto dicendo che i sentimenti sono reciproci.” E un altro bacio sancì la nascita di quell'amore “diverso” segnato dalla mano del destino. Avevano cominciato a scrivere insieme un libro stupendo... un libro speciale... un libro che non si trova in tutte le biblioteche... un libro che, forse, non sarà mai un best seller... un libro che non tutti potranno leggere e comprendere fino in fondo, ma solo chi vive un'esperienza simile a quella di Jacopo e Tania troverà la giusta chiave di lettura.