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Racconti di Stefano Esposito

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  • 22 giugno alle ore 18:07
    L'ombra del Conero

    Come comincia: Dopo dieci giorni in riviera stamattina niente lavoro, arrivo in spiaggia e come sempre il monte Conero è lì che ci guarda. Ho pranzato ed ho raggiunto il mare in bici con gli altri dello staff, mi sono spogliato ed ho steso il mio telo arancione, ho posizionato alcuni sassi alle estremità per tenerlo fermo, c'è vento, è piacevole, aiuta a non far sentire i raggi cocenti sulla pelle, ti rinfresca ad ogni respiro. Ho tirato fuori dallo zaino la mia Paulaner Weiss ancora fresca di frigo, una delle ragazze la apre con i denti, come sempre, che impressione. Tutti hanno fatto il bagno, io sono rimasto in spiaggia, forse l'acqua è fredda, forse è sporca, vorrei fare una bella nuotata ma alla fine desisto e resto qui a guardarli divertito. Tornano, sembrano così sereni, il mare ha cancellato le loro espressioni stanche, la salsedine ha lavato via la fatica degli ultimi giorni, due battute di routine, quattro risate e giù tutti stesi sui teli, ognuno perso nel proprio relax. Non riesco a dormire, mi sono girato più volte, ho un leggero mal di schiena, devo fare esercizi in questi giorni, assolutamente. Ma non è quello che mi tiene attivo, non è la schiena che lascia accesa la mia mente. Ci sono dei bambini a una ventina di metri da me, uno di loro, quello più magrolino mi assomiglia in maniera impressionante, cioè non mi somiglia ora, somiglia a quel bimbo che ero un tempo fuori e dentro. Ovviamente è una mia impressione, magari è uno stronzetto, chi può dirlo? Raccolgono dei sassolini sul bagnasciuga, li selezionano minuziosamente, forse per colore o per grandezza, quasi riesco a vedere la loro aura, sembra bianca, acerba. Di sassolino in sassolino riempiono dei piccoli secchielli di fortuna e corrono dai genitori per mostrare il loro bottino. È stato esattamente in quel momento che mi sono rivisto, la riviera del Conero è diventata quel vecchio lido sgangherato di Baia Domizia, i colori intorno a me si sono sbiaditi, ho sentito la voce di mia madre che in maniera distratta e disinteressata apprezzava il mio raccolto, ho rivisto il mio dialetto, quello che parlavo solo in famiglia e che ho ormai smarrito nel tempo e nei posti che mi hanno cresciuto, ho rivisto quella sensazione di leggerezza che non sento da tempo, è stato un attimo. Ora sono nostalgico, credo che farò quella nuotata. Avevo ragione, è fredda e sporca.

  • 11 maggio alle ore 10:23
    Felicità a Basse Frequenze

    Come comincia: E’ da tempo che cerco di spiegare alle persone, ma soprattutto a me stesso, il disagio che mi sto portando dietro. Un disagio che prima non c’era, maturato un po’ alla volta col passare degli anni, con l’avvento dell’età, per così dire, adulta, quando i primi peli bianchi cominciano a farsi vedere nella barba e non come causa ma come conseguenza. Posso sicuramente dire che non si tratta di un senso di inadeguatezza, sono nato a cavallo tra la generazione X e la generazione Y, anche detta “generazione del rinvio”, sotto la costante minaccia della guerra nucleare, quando il punk scaldava i nostri cuori al grido No Future e Ace Of Spades scalava le classifiche mondiali. Figuriamoci se nella mia vita potrei mai sentirmi minacciato da un digitarian post-millennials cresciuto tra palestra e Peppa Pig. Il mio disagio riguarda altro, è un vero e proprio calo di entusiasmo, un limbo in cui guardi dietro e ti sembra di aver già fatto ogni cosa mentre davanti, con la trap che impazza in ogni dove, zero stimoli sia ripetere le cose vecchie ma fatte meglio, sia a concepirne di nuove.
    Allora, sinceramente, nel mio stare fermo, faccio il minimo indispensabile per essere felice e vaffanculo a tutti. Lotto quanto basta per me e per le persone che amo. Poi se proprio un giorno dovesse girarmi male allora compro delle scarpe. Dice “vabbè come se le scarpe potessero davvero aiutarti”, no, tutto ciò è un palliativo, non è che la giornata davvero migliora, a dirla tutta non aiutano quasi mai, ma vuoi mettere una giornata di merda con delle scarpe nuove? O preferite una giornata di merda con le solite scarpe vecchie?
    Certe volte devi mettere in conto che una giornata di merda nasconde tutto un suo background e da singola diventa un intero periodo di merda più o meno lungo dove non resta altro da fare che indossare le proprie scarpe nuove, facili da gestire, recarsi al più vicino e fornito negozio di strumenti musicali, comprare un altro basso elettrico. Chiaramente li parliamo di cifre importanti a cui dovresti essere organizzato con un apposito “fondo bassi”, una specie di salvadanaio virtuale che divide i tuoi risparmi in specifici fondi di destinazione d’uso, non è che hai davvero un cassetto dove metti gli spiccioli con su scritto “bassi”. Naturalmente quando si mette mano a fondi così cospicui è necessario parlare di periodi che vanno da un minimo di quattro mesi di merda fino ad un massimo di un anno merda.
    Considerando che il mio attuale parco bassi vale praticamente quanto un rene, un rene di piccole dimensioni ma pur sempre un organo di una certa importanza, io posso affermare con estrema convinzione che la felicità ha un prezzo, un prezzo che quando passa attraverso quattro corde ed un pickup può essere davvero alto. Dunque devi tenere sempre bene conto se ne vale la pena, se davvero hai sofferto abbastanza o abbastanza poco. Lasciate perdere le menate che ci racconta il capitalismo sui soldi che non fanno la felicità, basta solo sapere come spenderli. Ovviamente si può essere felici anche in uno stato permanente di povertà ma non si è felici perché si è poveri, soprattutto se sei un musicista.
    Esistono, ovviamente, periodi di sofferenza intermedia e questo i costruttori di strumenti musicali lo sanno bene, ecco perché nei cataloghi di ogni brand sono presenti anche bassi di livello medio, che ti danno una felicità effimera, solo estetica, senza nessun feeling, dove spendi sei o settecento euro e sei felice a tempo determinato, un contratto col sorriso a scadenza che può variare da alcune settimane a qualche mese, dopo di che lo rivendi, così sei felice qualche altra settimana ancora perché hai posseduto il basso e recuperato anche l’inutile spesa scellerata che hai fatto. Quando compri questa categoria di strumento non ammetti mai che il tuo era solo un capriccio estetico, un vezzo più comunemente chiamato G.A.S. (Gear Acquisition Syndrome), traducibile come “Sindrome da acquisto compulsivo di strumentazione tecnica”, gli psichiatri la inseriscono e la classificano nella grande categoria dei “Disturbi del controllo degli impulsi e della condotta”, una specie di shopping compulsivo che riguarda l’attrezzatura tecnica ma non ancora riconosciuto come un disturbo da dipendenza comportamentale tipo il sesso compulsivo e la cleptomania. Dunque non è difficile lavorare su te stesso per convincerti che hai assolutamente bisogno di quello specifico strumento e del suono che ha. Diversamente riguarda la questione dello status che un basso porta con sé che non riguarda né l’estetica né il suono: non sei un cazzo di nessuno se non possiedi un Fender Jazz!
     

  • 02 maggio alle ore 23:12
    Gli Occhi Nel Buio

    Come comincia: Non ho mai avuto paura delle persone oltre le solite cose ovviamente, le mie paure riguardano piuttosto cose che non posso controllare, che non posso conoscere o prevedere e le persone sono così stupidamente prevedibili. E’ naturale avere paura che una persona possa farci del male, un rapinatore, un amico che ti tradisce o una fidanzata, ma non è quella il tipo di paura che mi fa sbarrare gli occhi, quella riguarda il cuore, riguarda il non riuscire a dormire perché qualcosa ti turba. La paura che intendo io quando parlo di occhi sbarrati nel buio è quella che provano i bambini quando sentono uno scricchiolio provenire dall’armadio. Ecco, quella è la paura che più di tutte mi fotte. L’horror.
    Ricordate la serie con gli zombi? The walking dead, il morto che cammina. Tutti sappiamo che per ammazzare un non morto devi fracassargli il cranio e fino a qui è semplice. Il problema si presenta quando sai che questi non morti non esistono, come fai a combatterli? Quale testa vuoi colpire? Non puoi sconfiggere qualcosa che non c’è, che non puoi conoscere e prevedere. Allora notti insonni, occhi aperti a scrutare quell’ombra che ti è sembrato muoversi nel buio, quel maledetto accappatoio appeso che guardi e non capisci.
    Ma facciamo un passo indietro, torniamo agli zombi.
    Stavo lavorando come light designer al musical Thriller di Michael Jackson in un teatro all’aperto, la platea era un prato contornato da siepi, oltre le quali alberi e casette in lontananza. Essendo tutto all’aperto le luci per lo spettacolo potevo programmarle solo di notte, era necessario lavorarci al buio. La scenografia chiaramente riprendeva un cimitero, con lapidi, sarcofagi di compensato e suppellettili vari, ben dipinti e decorati, parte era sul palcoscenico e parte disseminata sul prato che circondava le panche per il pubblico. Avevo scelto delle tonalità cariche di verde per fare gli sfondi, blu per i contro luce e rosse per gli interni delle bare che all’apertura emanavano un fascio di luce dalla quale veniva su il ballerino truccato da non morto.
    Come per tutti gli altri spettacoli la sera prima della prova generale ero da solo in teatro a finire di realizzare il disegno luci, posizionare proiettori e gelatine, puntare luci e memorizzare scene. Pian piano questo cimitero cominciava ad avere un aspetto sempre più realistico. Avevo posizionato delle macchine per la nebbia da pavimento a base d'acqua, mi pare fossero delle Antari, di quelle che fanno un fumo denso e basso che si espande ed avvolge ogni cosa. Si erano fatte quasi le quattro, era notte piena, il fumo che scendeva dal palcoscenico come una cascata prendeva possesso del prato, la nebbiolina estiva oltre le siepi si alzava e non lasciava intravedere le luci sui terrazzini delle casette, complice il fatto che in quel periodo stavo guardando the walking dead, uno scricchiolio mi fece gelare il sangue. Mollai tutto quello che stavo facendo, scesi i tre gradini della cabina regia posizionata in fondo alla platea e uscii nel prato, un altro scricchiolino, il cuore mi balzò in gola, mi girai lentamente, e li, poco lontano da me, forse otto o dieci metri, appoggiata al vecchio salice piangente, illuminata da una sciaa biancastra che sforava dalle bandiere dei fari a led, la mia frankenstein, la vecchia graziella rimessa in sesto con pezzi di mille altre bici. Senza battere ciglio e trattenendo il respiro corsi verso di lei, ci montai sopra e pedalai fino a casa senza mai voltarmi. Mi tolsi le scarpe e mi fiondai sotto le lenzuola con tutti i vestiti.
    Alle sei e mezza del mattino mi squilla il telefono, era uno dei responsabili della struttura che bestemmiava come un ramarro verde della Papuasia. Non avevo lasciato solo tutte le luci in teatro accese, avevo lasciato attivate, con il cursore appena al 10%, le macchine del fumo, lentamente la coltre aveva cominciato ad allargarsi, si spandeva per il raggio un km, il fumo avvolgeva le casette ed arrivava fino al mare. Avevo trasformato il vecchio paesino di pescatori in Milano, ma con il mare, la prima cosa a cui pensai nel vedere quello spettacolo fu il riff di Smoke On The Water. Frank Zappa sarebbe stato fiero di me!
     

  • 23 aprile alle ore 16:23
    Innuendo

    Come comincia: In prima media avevo un prof di musica non vedente che ci faceva ascoltare i dischi. Veniva in classe con la radio. “Mettete la testa sul banco” diceva. Apriva lo sportellino ed inseriva un cd. Una volta i Pink Floyd, la volta dopo i Led Zeppelin, poi i Beatles e così via. Una lezione faceva solo ascolto e una ci parlava di teoria musicale e solfeggio. Non spiegava ciò che ci faceva ascoltare, si limitava solo a farci Sentire.
    In quel periodo convinsi la mia prof di inglese ad aiutarmi a tradurre delle canzoni, non esisteva google e nella provincia più profonda non eravamo mentalmente attrezzati per le lingue straniere. Eravamo dei ragazzini degli anni ottanta abituati a giocare nei nostri piccoli cortili, l’orizzonte era la fine del vicolo.
    In occasione di una ricerca a scuola che dovevo battere a macchina, il nostro vicino di casa, Giggino il dirimpettaio, ci regalò una macchina da scrivere, una Olivetti Linea 98, credo venisse direttamente dagli anni settanta, io la usavo per ricopiare dai libretti dei cd di mio fratello i testi delle canzoni che mi piacevano per portarli a scuola quando c’era lezione di inglese.
    Innuendo, canzone che da il nome all'intero cd, il primo che io abbia mai posseduto, il regalo di natale del ’91, è stato il testo che più di ogni altro mi ha travolto. Ero abituato all’ascolto di “cose belle”, giocavo nella mia cameretta mentre mio fratello disegnava ascoltando il Live at Pompeii da una vecchia videocassetta, trascinava in camera il mobiletto marrone con su un enorme televisore philips, di quelli con lo sportellino laterale dove ci alloggiavi il telecomando, e sotto il videoregistratore della stessa marca, lo collegava allo stereo con un cavetto e tirava su il volume a palla. Dunque le mie orecchie non erano nuove all’ascolto ma mai i miei occhietti si erano posati su una tale bellezza, mai prima di quel momento avevo letto qualcosa di così elegante. La mia mente di dodicenne di paese fu completamente stravolta. Cominciai ad avere fame di musica, andavo in edicola e sfogliavo le riviste a tema, senza acquistarle ovviamente.
    Risparmiavo qualche paghetta per comprare un CD o un giornale musicale dove ti regalavano i poster dei rockettari. Non avevo ancora i peli sotto le ascelle che montavo in bici fino al paese affianco, da Mixer, il negozio di dischi, per guardare le vetrinette dei CD ed ascoltarne qualcuno di tanto in tanto.
    Così sono andati avanti i miei anni alle scuole medie, così si è andata formando la mia coscienza musicale fino a quando un nuovo orizzonte mi si è aperto davanti nell’istante in cui qualcuno mi ha fatto ascoltare il Black Album.
     

  • 24 aprile 2017 alle ore 13:23
    La bocca piena di niente

    Come comincia: Ero rientrato da qualche ora dopo un lungo viaggio in macchina, feci una doccia veloce, riposai qualche minuto ed appena la luce cominciò ad ingrigire dalle fessure della veneziana decisi che era il momento di andare. Misi il mio precision del '72 nella custodia rigida e la chiusi solo dopo essermi assicurato che non mancasse nulla: accordatore, cavo, tracolla, muta di emergenza rotosound, plettri dunlop tortex 0.73 con la tartaruga. Caricai tutto e mi avviai in macchina verso la sala del concerto, il soundset music room. Una sala ricavata sotto un negozio di dischi a pochi passi dal centro, non lontano dai binari della ferrovia e dai capannoni delle poste centrali. Il colore dominante era il nero, lo erano le pareti, il pavimento, il palco. Quando arrivai il fonico aveva già finito di montare tutto, luci comprese, quattro teste mobili tipo wash con pannello 18 led. Dalla backline mancava solo il mio ampli. Mi aiutarono due metallari beccati sulle scale a scendere cassa e testata. Soundcheck fatto in men che non si dica. D'altronde eravamo sei band, dieci minuti a gruppo per fare suoni e volumi, così come i cambi palchi durante la serata.
    Non mi sentivo molto carico ma il preserata passò liscio e veloce tra sei o sette rum e la dubstep del dj grassoccio e occhialuto. Non male il tizio!
    Comincia la prima band hardcore, il cantante supertatuato si dimena, la gente balla, poga e fa a spallate. Cambio palco e via la seconda band hardcore, il cantante supertatuato si dimena, la gente balla, poga e fa a spallate. Insomma mi accorgo che le band cambiano sul palco solo grazie ai loghi video proiettati alle loro spalle, ma tutto sommato non mi dispiace questo indistinto ruminare fatto di doppia cassa, bassi che sembrano chitarre e cantanti che urlano come maiali sgozzati. Nessun messaggio, nessuna distrazione, avanti un altro. Poco male, di ruminare in ruminare arriva il nostro turno. Mi trascino malconcio e brillo verso il palco, mi ci arrampico a fatica, imbraccio il mio _P, l'ampli è già caldo, infilo il jack, attivo il muff e farfuglio due parole sul quanto fossi felice di stare li, che odiavo i giornalisti venduti e la lega... le persone giù urlano, applaudono, non avevano capito nulla ma erano d'accordo. Cominciammo a suonare, le note e le parole uscivano da sole, impetuose come un mare in tempesta. Sudo. Devo spogliarmi. Due secondi per riprendere fiato ed asciugarmi con la maglietta già fradicia, un sorso di rum e via a raffica altri due pezzi. Ancora due parole sulla guerra e i violenti attentati che in quel periodo insanguinavano le strade di mezzo mondo e giù l'ultimo pezzo. L'adrenalina e l'alcol avevano totalmente invaso in mio corpo, mi sentivo annebbiato e confuso, ma maledettamente carico. Lascio il _P macchiato dal sudore al mio chitarrista che lo ripone delicatamente nella sua custodia, scendo dal palco senza usare la scaletta, un'ultima occhiata al basso quando qualcuno mi sussurra qualcosa all'orecchio “quante possibilità ho di infilarti la lingua in bocca stasera?”. La sua voce fu il primo suono a vibrare nell'amorfo silenzio di quella sorda oscurità, la prima scintilla di coscienza in quell'universo addormentato (cit). Mi giro, era lei, Lilith, bella e pericolosa come la guerra, irraggiungibile come un miraggio in pieno deserto. I lineamenti ribelli del suo viso erano eccentrici e sinuosi allo stesso tempo, incorniciati da un caschetto nero, unica nota il suo naso, grosso e storto, ma portato con una tale fierezza da sembrare scolpito dal miglior Sammartino in piena estasi da Cristo velato. Sempre mi ero sentito in difficoltà di fronte a lei, la sensazione che provavo era di disagio, sembrava scrutasse ogni mio pensiero come fossi sotto esame. Lei possedeva la qualità più sexy di tutte, la formula alchemica più arrapante che avessi mai sperimentato, l'intelligenza, lo era, e lo era sopra ogni media. Io lo percepivo a pelle. Balbettai qualcosa del tipo “non so, decidi tu”. Mi prese una mano e mi trascinò nei camerini dietro al palco, non ci vide nessuno, entrammo in uno dei cessi, mi baciò con foga, provai a sfiorare le sue minuscole tette, ma non ci riuscii, ero impacciato come mai prima, indossava un body infilato in jeans strettissimo e stivali tacco dodici forse. La mia cintura non oppose alcuna resistenza, si inginocchiò, mi tirò fuori il cazzo e lo agguantò tra le labbra. Non so esattamente quanto durò il tutto ma ebbi la sensazione che il tempo passasse velocissimo. Non capivo, lo desideravo ma non lo volevo. Era bellissimo ma lo detestavo.
    Finii per odiare definitivamente quell'incontro, così fugace, fatto di una effimera complicità e di un precario e finto interesse. L'unico lucido ricordo che ho di quel momento sono le parole con cui mi salutò “spero di non averti spompinato troppo bene, l'ultima volta il tizio a cui lo avevo fatto mi ha cercata per anni”.
    La chiamai nei giorni seguenti, volevo parlarle, non di quell'incontro, non di quel pompino, non mi interessava, volevo solo parlare con lei, ascoltarla, sentirne la voce, memorizzarla, amarla. Volevo perdermi sulle linee del suo volto, nella sua schiena e nelle sue parole. Si negò e da quel momento ogni volta che mi parlava la sua bocca si riempiva di niente.

  • 24 aprile 2017 alle ore 12:42
    la sigaretta di mezzanotte

    Come comincia: dal mio letto si odono voci, rumori e schiamazzi a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma quando alzo la tendina, accendo quell'ultima sigaretta, dal cuscino guardo il cielo stellato, tutto sparisce in una coltre di fumo e la mia roulotte sembra non avere più pareti

  • 24 aprile 2017 alle ore 12:13
    Memphis

    Come comincia: è sabato, è una bella serata, dalla finestra della mia stanza il semaforo lampeggiante illumina a pause alterne la strada umida, non fa freddo, qualche auto passa con a bordo le sue storie, io aspetto una persona speciale. Incurante della zanzara che mi passa davanti sfilo una cartina e fabbrico una sigaretta di tilbury rosso, l'accendo, faccio un tiro, poi un altro, a breve partirò per una nuova meravigliosa avventura, lascerò Memphis per andare alla volta di Memphis, forse tornerò, forse no, senza dubbio porterò con me, nel mio cuore, molte persone.
    Memphis è il posto dove sei ora e That's How I Got To Memphis parla di come ci sei arrivato.

  • 27 dicembre 2015 alle ore 13:51
    La Bolla

    Come comincia: c'era una volta una bolla che stava per scoppiare, allora chiese di essere manipolata. Sognava di diventare una enorme bolla illuminata da un led, contenere altre bolle e del fumo. La bella, che aveva il potere di parlare alle bolle, udì il suo richiamo e decise di fare la magia. Esaudì così l'ultimo desiderio della bolla, facendola diventare la più bella bolla che l'umanità avesse mai visto... Rimase impressa per decenni nelle menti dei bambini accorsi ad ammirarla che tramandarono di padre in figlio questa storia. La storia di una bolla che incontrò la bella e diventò una leggenda.

  • 11 ottobre 2015 alle ore 3:44
    Il paese andante

    Come comincia: C’era una volta un paese né lontano né vicino. Ogni giorno,tutti gli anni, quindi sempre, il paese si spostava. In avanti, in dietro, in diagonale. Scendeva immergendosi in profondità inaudite e si innalzava verso galassie sconosciute. Percorreva chilometri, onde sonore, fasci di luce, correnti marine e flussi ventosi. Cavalcava epoche storiche e si bloccava in attimi fugaci, correva e rallentava, ma nemmeno un giorno, nemmeno un anno, quindi mai, si fermava. Nel paese gli abitanti vivevano rannicchiati in piccole case, con piccole finestre e piccole porte. Spesse mura incorniciavano l’orizzonte e alte coltri di fumo proteggevano la vita da variazioni climatiche, cromatiche ed emotive. Nulla del caotico movimento interspaziale trapelava nelle loro vite. Qualche volta il paese urtava una meteora, finiva in un buco nero o incontrava un eroe, allora una piccola finestra si colorava di una strana luce, o qualcuno piangeva, ma erano casi rari, veramente eccezionali. Una volta il paese si era messo a cavalcare con le valchirie e per un attimo Federico ,il giornalaio, aveva sentito come una brezza accarezzargli la folta chioma bruna, un brivido lungo la schiena ,quasi un sorriso, ma subito cessò <<Forse il cane ha starnutito!>> si disse, e tutto rimase esattamente uguale. Anche la chioma. Quanto più il paese si muoveva tanto più i suoi abitanti restavano fermi e col passar del tempo avevano cominciato a mettere radici. La folta chioma bruna del giornalaio divenne un crespo cespuglio dove merli, corvi e ogni sorta di ragno faceva il nido. Presto ognuno rimase bloccato al suo posto fino a fondersi con esso. Il cane divenne la sua cuccia, il sindaco il suo municipio, Federico la sua edicola, e perfino Tina, la nutrice, il suo latte. Quando tutti furono ben saldi a terra, pietrificati, il paese si fece d’un tratto pesante e per la prima volta nella sua lunga vita, si fermò. Bloccato in un luogo imprecisato cominciò ad invecchiare. Lui che era nato mille e mille volte, mutando forme e prospettive, ora non poteva che osservare sempre dallo stesso punto la sua lenta e inesorabile fine. Prima non poté più muoversi, poi non poté più guardarsi intorno e infine non rimase che lui stesso, la sua posizione e i suoi immobili abitanti. L’usura attaccò per prima la spessa coltre di fumo che prese a dissolversi lentamente. Poi fu la volta delle mura che si sgretolarono minuziosamente, senza lasciare traccia. Quando entrambe le barriere furono sparite, il paese, ormai un rudere, vide per la prima volta gli abitanti o almeno ciò che restava delle loro piccole vite ferme e lento, inesorabile, finì.

  • 24 dicembre 2013 alle ore 17:45
    Philippe: l'ultimo abbraccio

    Come comincia: Era una calda mattina di fine inverno quando uscii dalla fabbrica. Ricordo con chiarezza il colore rosa-verde dell'alba. Avevo passato tutto il pomeriggio precedente in produzione e tutta la notte in magazzino merci poiché era necessario che fossero pronti i quattro bancali da caricare e portare ai distributori di zona prima di poter uscire.

    Furono passati due giorni quando in un negozio di intimo la vidi per la prima volta. Devo ammettere che io non sono mai passato inosservato, le donne mi notavano subito, il mio fascino era tale che a dirla tutta, anche i maschi restavano interdetti quando mi vedevano. Anche lì, quel pomeriggio, non poche signore mi avevano adocchiato prima che i nostri sguardi si incrociassero. Facemmo un ultimo giro tra gli scaffali scambiandoci delle complici e fugaci occhiatine finché decise che era giunto il momento di portarmi a casa sua. Non ricordo bene il tragitto verso casa, so solo che ero troppo felice di stare in sua compagnia e che lei non vedeva l'ora di poter stare tra le mie braccia.

    La rividi dopo alcuni giorni, era per lei un giorno speciale, forse un compleanno, non ricordo con esattezza la ricorrenza ma ricordo chiaramente che siamo andati al cinema ed abbiamo visto Midnight in Paris di Woody Allen prima di andare in un club a sentire un concerto acustico. Lei prese un paio di birre e qualche oliva, mentre io non facevo altro che starle abbracciato. L'odore della sua pelle era così dolce e preannunciava una serata indimenticabile.

    Uscimmo dal locale e prendemmo la macchina, ci recammo su un'altura con il panorama sulla città e senza troppi preamboli lei iniziò a spogliarsi lentamente.
    Ero immerso nei suoi odori quando ad un tratto sentii da dietro la mano del ragazzo che mi strappava letteralmente via dai sui seni caldi, mi scaraventò fuori dalla macchina e le saltò addosso con una furia inaudita. D'un tratto mi ritrovai tra una siepe ed un cordoletto di cemento freddo che faceva da sponda ad una marea di preservativi usati e fazzoletti sporchi. Rimasi li a terra per un'oretta almeno, ero gravemente ferito e quasi privo di sensi.

    Stavo per chiudere gli occhi quando lei, affacciandosi dal finestrino della macchina con volto scuro, mi disse << mi dispiace! >>
    Poi rivolgendosi al ragazzo al suo fianco ancora intento a lavarsi di dosso i fluidi del sesso esclamò <<mi hai strappato un altro reggiseno, questo era un Philippe Matignon! >>

  • 21 marzo 2013 alle ore 18:44
    Anji, Berta, Carla

    Come comincia: Ne incontrai una con in mano una pistola, disse che si era stufata, al collo aveva un rosario, mi insegnò a prendere di petto il cuore.

    Un'altra si innamorò di me, mi dava amore e lacrime sincere, io non capivo perchè piangeva e il mio cuore diventò di pietra quando la lasciai.

    Alla fine volli una bugiarda, compagna al mio fianco fino alla morte, agli occhi del mio cuore avevo sposato una rosa, dietro le mie spalle invece cresceva una serpe.

  • 21 febbraio 2013 alle ore 12:56
    Le scatole di Bernadette

    Come comincia: Questa è la storia di Bernadette, una bambina di trent’anni che vive in un paese come tanti qui nel sud. Bernadette guardava al mondo come ad un insieme di possibilità di azioni spinte da campi di forze talvolta di attrazione e talvolta di opposizione. Questo mondo era abitato da strani omini situazionisti con forme stilizzate alquanto simili tra di loro.
    Il cuore di Bernadette sembrava un casellario, non un casellario giudiziario, ma un casellario di legno, di quelli che usano i collezionisti di sorprese dell’ovetto di cioccolata più latte e meno cacao; in ogni casella c’era o una persona o un libro o un post-it o chissà che altro di stranamente affascinante.
    I suoi confini arrivavano fin dove si estendevano i suoi rapporti.
    Bernadette i suoi rapporti li teneva in delle scatole dove alcuni ci stavano stretti, altri invece godevano di ampi spazi di movimento.
    A volte capitava che un rapporto apriva la scatola e scappava via.... lontano.... sempre più lontano..... e continuava a scappare finché lei non poteva più raggiungerlo. Poco male però! Bernadette non ha mai rincorso nessuno.
    Ce n’era uno che era un artista e sprigionava tanta gioia e in qualsiasi scatola lei lo metteva, lui in poco tempo l’avrebbe riempita e ci sarebbe presto stato stretto. Allora doveva lottare, fare i capricci e trattenere il fiato finché non diventava blu per ottenere una scatola più grande. Ma a Bernadette queste proteste scivolavano addosso come l’acqua. Lei e solo lei decideva quando era il momento di cambiargli la scatola.
    Ce n’era un altro che oltre ad avere una delle scatole più grandi ed oltre ad avere le attenzioni maggiori di Bernadette, aveva anche la facoltà di uscire dalla sua scatola ed andare ad incontrare ed influenzare gli altri rapporti nelle altre scatole o decidere di non incontrarne mai altri (Questo qui all’artista stava molto antipatico).
    Ce n’erano alcuni che pur avendo delle scatole piccolissime, la ringraziavano sempre per il solo fatto di avere una scatola; altri invece l’accusavano di avere scatole o troppo piccole o troppo grandi. Non erano mai contenti!

    Gli anni passavano e le scatole di Bernadette diventavano sempre di più e a seconda dei casi lei ne apriva una e ci si infilava dentro.
    Un giorno decise di mettere un po di ordine. Qualche scatola fu ridimensionata, qualcuna fu buttata, qualcun’altra fu riposta dietro l’armadio.
    Combinazione volle che spostando l’armadio alcune scatole caddero e si aprirono, i rapporti contenuti al proprio interno uscirono e cominciarono a litigare, e tra uno spintone e l’altro caddero e si aprirono altre scatole. Presto la stanza di Bernadette diventò una specie di tribuna politica senza moderatore. Alcuni rapporti si insultavano, altri facevano delle coalizioni, uno in particolare con la sua retorica spinta combinava un sacco di casini.
    La nostra piccola eroina cercava in tutti i modi di mettere pace tra tutti dicendogli di tornare nelle rispettive scatole. Non c’era nulla da fare. La frittata era ormai fatta. Quando fu consapevole dell’inutilità dei suoi sforzi riappacificatori, intravide nella baraonda una piccola scatola rossa con il coperchio e la base dorati, di quelle che si trovano al supermercato con le sardine sott’olio per intenderci. Colpo di genio! Con un balzo felino ci si catapultò dentro e con un tocco di magia riuscì a far ruotare la linguetta chiudendosi per sempre sottovuoto.

  • 08 febbraio 2013 alle ore 14:56
    I pioppi delle colline di civilcity

    Come comincia: Dalle mie parti, i pioppi fanno strani frutti,
    si dice che quelli sono i frutti che fanno gli alberi delle colline di civilcity.
    Sangue sulle foglie e sangue sulle radici si distinguono dalle strane forme nere dondolanti dai rami nella brezza del mattino.

    Lo scheriffo della contea mi disse che era un fatto normale quello dei frutti sugli alberi delle colline di civilcity.
    Incontrarlo é sempre scena pastorale.
    Occhi rigonfi e bocca contorta, profumo di magnolia dolce e fresco... quando all'improvviso
    un'insistente puzza di carne bruciata

    Si dice che quei frutti possono essere mangiati dai corvi  solo dopo che la pioggia li ha marciti, il vento succhiati, il sole bruciati e gli alberi, come a volersene liberare, li hanno lasciati cadere.

    Una vecchia giacca nera passa tra gli alberi potandoli dai rami secchi e dando loro tutte le cure per fresche e nuove fioriture.
    Rughe scolpite e colore giallastro, odore di naftalina e menta, ma anche lui all'improvviso sembra avvolto da una puzza di carne bruciata.

    Quando gli alberi delle colline di civilcity  lasciano cadere quei strani frutti e i maledetti uccellacci neri portano a termine la grande abbuffata, la terra all'ombra dei pioppi resta unta e le radici ne  traggono sempre nuova linfa.

    L'ammisnistratore morale non crede che quei frutti siano naturali eppure li benedice in nome del padre del figlio e dello spirito santo.
    Con i suoi occhietti stretti e la sue enorme pancia passa tra gli alberi spargendo incenso come a cercare di coprire l'acre puzza di carne bruciata.

    Ci sono sempre delle belle e sfarzose cerimonie a civilcity in tempo di semina, gli alberi sporchi e la terra mista a fanghiglia coagulata sono la triste scenografia dove sempre più spesso di piange di gioia.

    L’uomo dal volto coperto non è il più macabro della nostra storia ma di sicuro ne è il braccio sanguinario
    Strani tatuaggi e peli sul torace, la sua puzza di sudore stagnato non copre, anzi, rinvia l'olfatto proprio a quella strana puzza di carne bruciata.

    Anche se non vengono annaffiati  gli alberi di civilcity danno sempre i loro frutti in tutte le stagioni, di giorno e di notte, nuove fioriture sempre pronte e sempre più grondante saranno il loro frutto ed il loro concime.

    Il signor toga nera assiste sempre le nuove fioriture leggendo di giustizia e della legge del suo governo onnipotente.
    Capello argenteo e mani tozze, lascia sulla strada un profumo di colonia, ma è chiara la natura della nebulosa incolore che lo avvolge come un'aura e lo fa puzzare di carne bruciata.

    Ogni anno, ogni stagione, di paese in paese, di steppa in steppa e di cappio in cappio qui nella sconfinata contea di civilicity i pioppi fanno strani frutti...
    il nostro... è uno strano e amaro raccolto.

  • 08 febbraio 2013 alle ore 13:56
    Innamorato di un'idea

    Come comincia: La conobbi più o meno un anno fa, era bella, era bella, era veramente bella... fummo presentati da Italo Calvino, un amico in comune. Io la ricordo, quando la toccai quella prima volta,  incandescente come il fuoco e il posto, un gazebo costruito in legno intarsiato ricoperto di fiori profumati e cime di cannabis. In alcuni decori, potevo distinguere chiaramente dei bulloni, che con licenza della poesia mi piace descriverli come orecchini incastonati nei suoi piccoli lobi. Riuscivo a malapena a tenere gli occhi alzati verso di lei poiché la mia attenzione era tutta rivolta verso i suoi steli e il suo dietro. Fortuna che la bambina a cui erano destinate le esperienze di Marcovaldo prese il sopravvento nella discussione e mi staccò da tutto quel prosperare di curve e buonumore.
    In quel periodo non ero molto carico, il mio ritmo biologico era agitato, esasperato, accelerato a tal punto che potevo vedermi invecchiare a vista d'occhio ogni mattina; il mio ritmo cerebrale invece era quasi del tutto inattivo, fossilizzato come il teatro occidentale di Artaud. La mia persona quasi non emanava più alcuna luce, nè alcun calore percepibile dagli altri. Ma quel pomeriggio successe qualcosa. Un precedente.
    Bastarono alcuni incontri, alcuni scambi. Parlo di magnetismi ma anche di fluidi. Ricordo con estrema chiarezza, come fosse accaduto ieri, che durante quegli incontri si concentravano strane ed accattivanti energie, intorno a noi si materializzava una spessa coltre di fumo e caffè, per lei leggermente macchiato, per me senza zucchero. Era talmente tanta la forza che si sprigionava in quei momenti che addirittura certi alberi di pino si capovolgevano al nostro passaggio; c'erano divani colorati, camini accesi, macchinette tagliacapelli impazzite che disegnavano accattivanti forme dietro le teste dei malcapitati, e poi docce in cessi sconosciuti, pranzi universitari e biglietti di concerti mai visti. Insomma era tutto un divenire in cui la realtà superava di gran lunga la fantasia. Tutto ciò, ad un certo punto prese a farmi bene. Le rughe ai lati delle mie labbra cambiavano verso, cominciavano a proiettare ombre verso l'alto, gli occhi mi si illuminavano, la fronte cominciava a rilassarsi con fare tranquillo e sicuro. Il mio viso diventò improvvisamente un enorme sorriso, il mio battito cardiaco rallentò, e con esso il mio invecchiare. Il mio ritmo cerebrale prese ad accelerare, come fece Hamingway con quel poco di gloria che gli capitata. Addirittura sulla mia pancia nacque una piccola tartaruga che io chiamai Orlando, in onore della sua armatura rinforzata da sette strati del miglior acciaio proprio in corrispondenza dell'addome. Ma la cosa che più mi sconvolse fu il mio futuro, che da ignoto cominciò a prendere forma. In quella forma io potevo distinguere i tratti fondamentali del suo volto e seguire accuratamente le linee vertiginose del suo corpo. Quello stesso corpo che avrebbe dovuto per principio essermi interdetto. Parlo di quell'assurdo principio del chi arriva prima meglio alloggia, poi si abitua, ci mette le tende, e pensa, aiutato dal tarlo del rimorso e da quello della fedeltà coniugale, di poter avanzare pretese  potestative. Poco male però, io andavo avanti, spedito come un treno verso il mio futuro e non accennavo a rallentare fin quando non fummo entrambi esausti. Si decise di provare a passeggiare da soli per un pò... anzi, per rispetto della verità storica, devo confessarvi che non si decise, successe e basta. Qualcuno si spaventò, altri invece non si accorsero di nulla, alcuni, quelli più violenti, protestarono bruciando dei cassonetti ma tutti rimasero inesorabilmente immobili così che  nessuna rivoluzione fu possibile, e capimmo che non esisteva un futuro già scritto nè per  noi nè per nessun altro.

  • 08 febbraio 2013 alle ore 13:46
    Perché mi vuoi bene?

    Come comincia: "perchè mi vuoi bene?"

    Al momento non tenni molto in considerazione questa domanda, poi dopo un po cominciai a pensarci.

    Rispondere in maniera sensata, senza cadere nel mielismo più becero, richiede un certo sforzo e poiché come dice  Palahniuk "niente di me è originale. Sono il risultato dello sforzo  di tutti quelli che ho conosciuto", allora mi faccio aiutare da alcuni bei libri che avevo conosciuto e che  ho sempre sottomano.

    Se è vero che la grande "astuzia della Ragione" di hegeliana memoria sia stata l'amore in qualità di potente mezzo usato dalla Natura ai fini dell'accoppiamento e se è vero che l'incanto e il lato romantico sono maschere costruite dall'uomo per celare questa dura e triste verità e che difatti il desiderio sessuale è il motore dell'innamoramento, allora tutto si potrebbe ricondurre a una questione di chimica... ma per noi due questo assunto, da solo, era tristemente riduttivo.

    Dovrei quindi provare ad analizzare la mia predisposizione positiva all'incontro con te. In quel periodo per me il futuro passò dall'essere una promessa all'essere una minaccia! Quando ciò che c'era intorno faceva spavento, quando non sapevo nemmeno più chi odiare ed allora cominciai ad odiare me stesso e nel momento più basso che uno strano sprint mi sollevò dall'interno e mi diedi da fare... ho incontrato tanta gente, tante storie e non solo te... quindi anche questo assunto potrebbe risultare un po riduttivo.

    “Dopo sei mesi tutti si ritrovarono intorno a lui, curiosi di quella novità, volare per la gioia di volare”

    Insomma, come a dire che la novità mi aveva affascinato, curioso solo di vedere come fosse il volare con te. Ma allora come spiegare quella vicinanza? Come spiegare la mia preoccupazione, seria, impegnata, empatica nei confronti delle tue perplessità, nei confronti del tuo essere pessimista? Mi sa che anche la storia della curiosità risulta un po riduttiva.

    “Allora signori dove vogliamo arrivare? Vogliamo arrivare a dire che tutti i rapporti siano delle partite gravi e che tutto l'interesse del nostro sforzo sta in questo carattere di gravità?”

    ...mmm... questo potrebbe avere un senso solo se noi avessimo una profonda e chiara conoscenza dell'altro!

    Beh magari tutto rientra nella questione esistenziale di ciascuno di noi “assopiti, timorosi, precari, docili ad ogni riforma, bamboccioni fuoricorso, perditempo incalliti”... forse tutto potrebbe essere ricondotto alla gioia del risveglio della lotta, dalla primavera dell'onda al dissenso contro la crisi economica mondiale...  ma siamo milioni e milioni a vivere ogni giorno questa condizione.
    Neppure questo spiega con esaustività totale il perchè io voglio bene proprio te.

    “Così sprofondai un giorno
    Dalla mia illusione di verità
    Dalle mie nostalgie diurne
    Bruciato e assetato
    Ch'io sia bandito
    Da ogni verità”

    Ringraziamo Chuck Palahniuk, Friedrich Nietzsche, Charles Boudelaire, Richard Bach, Antonin Artaud, Arthur Schopenhauer e infine l'esercito del surf per essersi prestati a questo gioco e per i loro interventi, che, seppure non ci hanno portato da nessuna parte, se non altro oggi hanno allietato, mentre scrivevo, la mia giornata di lavoro e spero
    allieteranno anche la tua mentre leggi. Ti voglio bene!!!

  • 07 febbraio 2013 alle ore 19:29
    Francesco

    Come comincia: Eccomi qua, pronto ad imbracciare “l’artiglieria” e partire per un’altra missione. Pronto per un nuovo risveglio…
    Non ricordo esattamente di essere mai stato bambino ma riesco a ricordare con estrema lucidità il momento in cui nacqui. Si! È proprio come raccontano tutti al risveglio da un’anestesia dopo un operazione. Il lungo tunnel buio e una luce lì in fondo. Una strana forza ti spinge dietro verso quel puntino bianco che man mano si fa sempre più grande ed il bagliore che emana è sempre più avvolgente e freddo.
    All’improvviso un mucchio di figure strane e verdi dalle singolari calzature e dei camici che ricoprivano l’intera persona, fino alle mascherine ed ai berretti che nascondevano il volto e la testa, mi circondavano e dicevano cose strane del tipo: – mi passi le forbici… controlli la pressione alla signora…. Complimenti!!! È un maschio!!!!!
    E poi quella donna…. sudaticcia, stesa a gambe larghe su di un lettino che appena la conteneva, affaticata ed affannata da chissà quale enorme fatica. Ricordo però che alla fine quella donna si compiaceva del lavoro svolto, tanto da non sentire più la stanchezza, stringeva tra le braccia il suo gioiello più prezioso.
    E fu in quella occasione che ebbi modo di conoscere Francesco, il mio più grande amico. Era bellissimo appena nato, tutto raggrinzito dalla troppa pelle che gli colava dal volto, credo che pesasse più di cinque chili. Piangeva a singhiozzi. I tizi in verde non ebbero neppure bisogno di colpirlo come pare sia consuetudine fare. Francesco è quello a cui poi ho dedicato la mia intera esistenza. Quel tipo di amico con cui riesci a sentire un legame così forte quasi come se nelle tue vene scorra il suo stesso sangue. Quello che non tradiresti mai. Quello con cui passi la vita e consiglieresti sempre al meglio, mirando solo al suo bene.
    Sebbene io conoscevo Francesco, praticamente, da sempre, a voi risparmierò un po’ di passaggi della nostra infanzia, anche perché da bambino, il mio amico era insopportabile. Un monello dalle serie intenzioni, uno di quelli che su una che ne pensa, ne mette in atto mille. Immaginate una piccola peste col nasino all’insù, i capelli ricci neri, pieno di lentiggini e sguardo furbetto. Si proprio uno di quelli che non tieni fermo neppure se lo incateni. Insomma spero di aver reso l’idea.
    A vent’anni Francesco, era snello, moro aveva la fissa per la fotografia, era un tipo alquanto eccentrico, amava le situazioni casiniste e l’ottima musica degli anni settanta. E credetemi era uno che si è sempre distinto dalla massa.
    Io ricordo ogni attimo della vita passata con lui ma più di tutti i momenti delle scelte. La mia responsabilità era grossa. Io dovevo consigliarlo e accompagnarlo. Ma mai avrei potuto interferire in qualche sua scelta. Sebbene io ne avessi avuto il potere era una cosa che non potevo assolutamente fare. Non sarebbe stato più lo stesso ne per me ne per lui se oltre ad un semplice consiglio spassionato mi sarei permesso di tentare di convincerlo o cosa! Era male!!! Io non dovevo interferire. Si sarebbe rotto ogni tipo di legame di stima, affetto e fiducia. L'universo stesso si sarebbe accartocciato su se stesso e e sarebbe sparito implodendo in un buco nero. Lui aveva le sue idee ed io potevo solo accompagnare e far riflettere ecco tutto.
    Quel giorno pioveva, Francesco aveva 36 anni, un impiego alla scuola statale e una casa discreta, tutto sommato se la passava bene. Ma le cose erano destinate a cambiare. Francesco ha sempre avuto un debole per sua figlia, amava la famiglia più di ogni altra cosa al mondo. Ma quella maledetta mattina, la macchina slittava sulla strada, i vetri in frantumi e le lamiere raggomitolate come carta pesta... due corpi sull’asfalto giacenti e privi di vita. Quella telefonata. Sua figlia. Sua moglie. Le sue donne. La sua intera vita era schizzata via da quell’auto esattamente come i corpi delle due poverette.
    Da quel giorno Francesco decise di chiudersi in se e di non tentare nessuna via d’uscita se non quella di raggiungere i suoi due angeli fino al cielo. Dopo un anno circa decise che era arrivata l’ora di partire.
    E fu in quel preciso momento che lo sentii parlare con un tizio in soggiorno. Il soggiorno era stile arte povera, con un immenso tappeto persiano al centro della stanza e due divani di raso marroncino e dorato posti l’uno di fronte all’altro. Da dove mi trovavo io riuscivo a vedere perfettamente Francesco seduto su uno dei due divani proprio di fronte a me. Non riuscivo invece a vedere dove era l’altro. Non ricordavo di aver mai visto o parlato prima con quel tizio, eppure avevo l’impressione di conoscerlo già da tempo. Era meschino, lo sentivo nell’aria, odorava di carne bruciata. Il discorso tra l’altro mi era anche abbastanza familiare. Francesco diceva:
    Dovrei imbiancare la cucina!!!
    E lui pronto:
    Ma che t’importa se vuoi morire?
    Mi piacerebbe lasciare tutto in ordine!
    Ma se non stai neppure in piedi!
    Dovrei anche spazzare il giardino.
    Non lo vedrà nessuno.
    Dovrei telefonare a qualcuno?
    Ma a chi vuoi telefonare? Non ti accorgi che già puzzi di cadavere?
    Prima speravo ce la facessi!
    Si forse prima lo pensavano tutti!
    Cosa è cambiato?
    Hanno capito che non ce la farai!
    Diranno che ero depresso...? Beh... poco male... sono le loro reazioni che mi deprimono!
    Loro hanno capito prima di te, sei tu che non capisci e non vuoi capire. Ciao io me ne vado!
    Aspetta!!! Ancora una parola!
    E tu non trovare scuse, imbiancherà qualcun altro, tu non barare, tu hai perso tutto e sai che la gente non ama i perdenti, ad uno ad uno se ne sono andati tutti, ora stanno fuggendo, uno ha detto di star male, l’altro ha tanto da fare, un altro ancora ti ha detto che sono tutte tue fantasie, ma non ti racconta più niente. T’avevano detto di darti una mossa, te la sei data, ma non basta a farli tornare!
    Ma io non voglio morire, io vorrei stare con te!
    Povero illuso….. sei già morto per tutti da quel maledetto giorno di pioggia e quando tirerai le cuoia non se ne accorgerà nessuno e soprattutto non glie ne fregherà a nessuno, tu questo l’ hai capito. Perché ti ostini a spolverare? Sei già coperto di polvere.
    Ho paura che mi faccia male!
    Credi che faccia più male di come stai adesso?
    Non so!
    E poi sei tu a dire che vuoi farlo!
    Lo dico perché vorrei sperare!
    Prova a non dirlo e vedrai che sentirai l’odore della morte, del silenzio e della solitudine! Sei già morto per tutti e ti ostini a vivere!
    -…..mmm…. e se vincessi? 

    Tornerebbero tutti ma ti odierebbero perché hai vinto!
    Ma non ho vinto!
    Senti io me ne vado che ho altro da fare, tu se vuoi continua a spolverare!
    Ma allora perché ogni tanto bussi?
    Ci fu un lungo silenzio nella stanza, era il caso che intervenissi.
    Credo proprio che questa casa abbia bisogno di essere ritinteggiata!!! Dissi
    Lo credevo anche io.
    Beh allora cosa aspetti?
    Ma tanto nessuno se ne accorgerà!
    Credi davvero che imbiancherà qualcun altro?
    No!
    E allora?
    Allora cosa?
    Ti devi dare una mossa, c’è da spolverare, spazzare il giardino, eliminare questa puzza di carne bruciata che ti porti addosso! Ora devo andare. Ciao…
    No! Aspetta, ancora una parola!
    E tu non cercare scuse, non puoi lasciare tutto in queste condizioni, quando sarà il tuo momento qui deve essere tutto in ordine.
    Ma io volevo che il mio momento fosse ora!
    Allora continui a trovare sotterfugi per lasciare tutto così?
    Ma questa puzza io non la sento!
    La sentono tutti!
    Lo credi davvero?
    Si!
    Credo proprio che domani inizierò ad imbiancare la cucina, magari chiamerò qualcuno per farmi aiutare.
    Ben detto!!!!
    Riuscii a farlo calmare e dopo alcune ore a farlo addormentare sul divano. Da quel divano marroncino, Francesco, non si rialzò più. Dopo cinque giorni i vicini diedero l’allarme ai vigili del fuoco denunciando una strana puzza che usciva dalla sua casa ed infestava tutte le altre graziose villette a schiera del vicinato. I medici dissero che il decesso avvenne per arresto cardiaco dovuto a forte stress che lo aveva stroncato nel sonno senza che potesse aver sentito alcun dolore. Non potei salvargli la vita ma riuscii a salvare la nostra amicizia da quell’infame compratore di suicidi. Ed ora che anche questa breve esistenza è volta al termine sono pronto ad imbracciare “l’artiglieria” per la prossima missione… Pronto per un nuovo risveglio... Pronto per scendere ancora sulla terra...