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in archivio dal 13 feb 2014

Valerio Tambone

16 dicembre 1977, Grottaglie (TA)
Mi descrivo così: contadino dell'arte

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  • 01 agosto 2014 alle ore 1:00
    Un feto di troppo

    Se mi avessero detto scegli
    Sarei rimasto li
    Un posto privilegiato
    per ascoltare senza guardare
    Avevo cibo e acqua,
    ed un cordone cui aggrapparmi
    era una pancia, ma comunque la mia casa
     
    Bastava un urlo e l’avrei sentito
    Bastava un clacson e avrei imprecato
    Bastava un respiro e ti avrei immaginato
     
    Ma a calci in culo m’han messo alla luce
    Non volevo vedere nulla
    Mi bastava ascoltare la tua voce
    Ma tagliato quel cordone
    L’ho messo attorno al tuo collo
    Ed invece del tuo sorriso
    Ho ascoltato il tuo urlo.
     
    Bastava un urlo e l’avrei sentito
    Bastava un clacson e avrei imprecato
    Bastava un respiro e ti avrei immaginato
     
     
    Per questo preferivo rimanere in quel ventre
    Non avrei fatto male a nessuno
    Ma la mia vita è significata la tua morte
    E quel calcio in culo per venir fuori
    Ora lo rivorrei per rientrarci
     
    Bastava un urlo e l’avrei sentito
    Bastava un clacson e avrei imprecato
    Bastava un respiro e ti avrei immaginato
     

     

     
  • 28 luglio 2014 alle ore 19:59
    L'acqua

    Quando al genio che creo' il mare
    si sostituirà un altro genio,
    quello che creò le lacrime,
    allora si potrà parlare di verità.
    Perché solo gli occhi
    che si sanno riempire di entrambe le acque
    possono parlare
    senza nemmeno dire una parola
    certi di sapere cosa c'è dietro il carnevale di un cuore
    che non sa più amare
    ma solo mentire a sé stesso.

     
  • 07 luglio 2014 alle ore 15:58
    La bicicletta

    Cammino per strade dove sono stati tolti i palazzi,
    ritornano angoli e appezzamenti di terra
    le cui geometrie mi ricordano vecchie foto,
    quadri colorati di pallido e seppia
    ed una bici passa accanto me
    di colore verde acqua.

    Mi sembri tu
    e ti guardo passare
    il cuore si stringe in una morsa senza tempo
    mentre la foto diviene cosi reale 
    da portarmela al mio risveglio

    Ti ho vista da lontano
    ti sei voltata
    seduta tra mille teste
    che mi hanno dimenticato
    mi guardavi con l'anima
    senza tradire agli occhi indiscreti 
    il tuo filo che unito al mio mi parlava di te 
    ed ignoravi che eri parte di un sogno.

    Troppo vero per una foto
    troppo vero per un sogno
    sono steso su un letto a guardare
    ed ancora non riesco a svegliarmi 
    per quella immensa stretta al cuore.

    Molte volte ho fatto quel sogno
    di case tolte e vuoti improvvisi
    dove è il nulla a raccontare tutto
    e dove passi guardandomi, amore,
    dove io mi strappo ogni vestito
    per rimanere in brandelli
    a divenire quel vuoto io stesso.
     

     
  • 16 febbraio 2014 alle ore 17:52
    Soffocamento da uccello

    Talmente sento
    sgranocchiarti sotto i denti
    le mie ossa fresche
    che mi ricordi la vecchia nonna
    che gridava a Lorenzo il cacciatore
    di non dare a Helpy le ossa piccole del pollo:
    poteva stracannarsi la gola e morir soffocato.
    Allora è vero
    falso non sono
    quando voglio
    ardentemente voglio
    essere un uccello che si libra ridendo
    perchè semmai finissi sparato
    allora morirei godendo
    strozzandoti in un colpo
    mentre mangi, oh cagna,
    le mie ossa che un tempo volavano

     
  • 15 febbraio 2014 alle ore 4:49
    Alle 4 e 46

    Alle 4 e 46
    che cosa vuoi?
    Lo stomaco è in bagno
    la mente per una strada
    le gambe attaccate al culo
    gli occhi ti finiscono dentro
    e quando piangi ti senti allagato.

     
  • 14 febbraio 2014 alle ore 18:44
    Maria Antonietta

    Cambiate i carati a un diamante!
    Metteteci le incredibili facce di una donna:
    i suoi soliloqui col sorriso
    l'anima doppia
    i dolori di un dialogo che non è un dialogo
    sostituite i mille volti della sua struttura chimica
    con i mille appartamenti di un cervello
    che da tempo
    è stato decapitato.
    Abbiate paura
    le zolle del pensiero si sfaldano
    le facce del diamante prendono tutti i colori della follia:
    il rosso, il nero, il blu.
    Un poliedro matto
    che lascia
    che perfino una regina abdichi
    alla sua maschera di perfezione
    finchè guardandosi allo specchio
    ella stessa non s'accorga di
    esser caduta per il suo stesso
    gioiello,
    impossibile da portare al collo. 
    Troppo pesante per un corpo senza testa
    che lasciandosi cadere come una
    borraccia d'acqua senza tappo
    fa venir fuori 
    l' anima pura di un corpo che sapeva amare.
    E non lo sà più.
     

     
  • 14 febbraio 2014 alle ore 18:20
    La stanza dell'Apocalisse

    La porta si chiude al mondo
    i circoli della mente spiralizzano 
    l'uno contro l'altro
    proiettili nell'acqua
    colpiranno la sabbia
    ma non faranno piu' male.
    Scie di morte rotonde ma dirette
    buio nel cielo
    calma nell'acqua
    vuoto nella stanza
    pesante etere cubica
    trafitta fino in basso
    fino alla mancanza d'aria
    dove tutto si spegne
    in tenere scintille
    un guizzo
    un tintinnio di fine.
    Finiva così.
    Una stanza in silenzio
    un'aria irrespirabile
    come un uomo appena nato
    in una camera iperbarica.
    Chiede aiuto per espugnar le mura
    prigioniero egli stesso
    del suo rifugio dalla paura.
     

     
  • 14 febbraio 2014 alle ore 18:13
    Due ciglia ( avvicinamento all'incredulità)

    Cadute dentro un libro dove tutto cade:
    un uomo
    un popolo bianco
    un popolo nero.
    Archi di luna 
    stanche.
    Ogni ora una crepa intorno agli occhi.

    E cadono petali 
    petali bagnati di un sogno
    sempre lo stesso

    Ogni respiro un pò d'aria in meno
    quasi apnea
    senza colori
    senza più sentire
    senza piu' guardare.

    Le ore piccole di una storia disumana

     

     
  • 14 febbraio 2014 alle ore 18:08
    a Bertold Brecht

    Tra gli schiaffi e i morsi di una gatta indifferente
    l'unico amo di felicità.
    Un porco
    i cannoni
    il tempo che fuggì
    e...goodbye amore
    hanno un posto stretto nella mia doccia
    mentre li canto
    unici alleati nella mia lotta.
    Ogni goccia è rossa d'amore
    respinge la melma che torna su
    come l'acqua con l'olio usato,
    non si mischia ma porta via.

    Un cappello bagnato di poesia
    sopra un corpo inzuppato di lacrime

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:18
    Specchio

    Se nessuno fossi tu

    io nessuno sarei lo stesso

    mentre in quel viale ti trovai

    avrei potuto non girarmi

    ma sentii di aver un nome

    dal momento in cui fui nella tua bocca

    perchè girandomi vidi me

    e tu vedesti te

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:17
    Le mie castagne

    Solo un grido puo' far polvere

    quel che tu mi hai rigettato,

    ti riempi la mano

    le stringi godendo

    molto hanno di speciale:

    il fatto d'esser chiuse

    in uno scrigno che fa male.

    Sarà misero, è il mio amore

    ma se Natura lo protegge

    vuol dir che misero è solo per te

    Mangio spine,

    mangia spine

    non vederne il cuore dentro.

    Se avrai fame

    non ci saro'

    castagne e spine non son speciali

    ma tonde e lisce come un cuore

    che hai inforcato senza eguali

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:16
    Ulisse

    Con un pezzo di legno

    ti trafissi il ventre

    non c'era fiato in quell'istante

    perchè gridasti ma aria non avevi

    un urlo di silenzio per orecchi che sentivano

    i miei occhi rizzati a supplicarti di non piangere

    perchè il dolore che ti feci

    udito umano non poteva ascoltare

    e come Ulisse con le sirene

    provai a non sentire.

    Ma quel corpo che mi hai dato

    sa bene quanto abbia voluto

    solo amarti solo amarti

    solo amarti per vederti

    sempre e solo, soltanto mia

    e se le lacrime hanno un potere

    è quello di unirsi al sangue

    perchè d'acqua e di sangue rosso

    quel costato gettava amore,

    il tuo antro buio e stretto

    da allora un nome sol grido'

    il mio con forza per avermi dentro

    e gettarti amore come in un pozzo

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:14
    L'intestino delle delizie

    Quando ti ho mangiata

    ti ho invitata a fare il piu bel viaggio della tua vita

    nei meandri delle mie viscere avresti

    visto una terra sconosciuta

    che mai nessuno

    ti aveva mostrato.

     

    Gli acidi che ti hanno digerito

    ti hanno bruciato la pelle

    ma per cambiartela

    non sapevi che piu' giu'

    nei sette metri del mio intestino

    avresti trovato nuovo nutrimento

    per rigenerarla

    e che a nutrirti ero io

    come un padre incinta.

     

    Un viaggio interrotto non è nulla

    se l'intenzione è già capire

    cosa c'è al termine

    le valigie che avevi preparato

    già pretendevano di sapere

    che stagione in quelle terra ignota

    avresti trovato

     

    tutto si porta per un lungo viaggio

    o nulla che serva davvero

    essenziale èil denaro

    per comprare abiti nuovi

    poichè nessuno sa, nessuno sa

    non sapevi

    ma volevi forzatamente sapere

    se avresti trovato sole

     

    nemmeno una formica sa quanto peserà la briciola che dovrà portare

    perchè tu volevi già sapere dove voler finire?

     

    7 metri di intestino

    di acqua, miele e fieno

    carne sangue e mandarini

     

    nulla hai mangiato

    digiuna, stupida diugina

    preferisci sederti

    sul cuore di una persona

    e conoscerne già il menu'

    come il bistrot dove paghi

    per avere cibo.

    Il mio cibo non lo puoi pagare

    te l'ho donato

    senza che tu me l'abbia chiesto

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:13
    Senza capire mai quel cane

    Una serpe di dolcezza

    mi ha morso sulla faccia

    non sapevo quanto veleno

    il suo sguardo nascondesse

    quanto puttana la sua mano

    quanto madre di ogni sfacelo

     

    da una strada mi prendesti 

    quanti morsi ho dato io

    senza il veleno che tu avevi

    poichè mordendoti da cane

    poi ti ho leccato come un figlio

    mai da te mi sono diviso

    il tuo veleno era assassino

    con la bava di chi lo inietta

    senza pensare poi alla putredine

    che mi mangiava

    eppur sognagli io ho sentito

    cobra acerrimo di vendetta

    senza capire mai quel cane

    che latrava di dolore

     tra una serpe ed un cane

    c'è una sola differenza

    il cane morde senza odiare

    lei morde per avere

    il cane affoga morso subito

    per quella serpe senza alcun rimorso

     

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:12
    A calci in culo

    Portati via il tuo culo affamato

    un bacino di capricci

    il cui peso ti ha fatto cadere

    portati via i tuoi seni tondi

    erano schiume di mare

    ora son solo campane

    portati via le tue gambe avvinghiate

    già portate ad un altro

    ora sembrano storpie

    portati via il tuo pube infetto

    era la vita

    ora solo un cassetto

    porta via la tua bocca

    mi parlava d'amore

    mi succhiava il fulgore

    ora muta e povera

    a baciare un orrore

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:10
    Tu sai perchè

    Se sai come cammino

    conosci dove vado

    se sai come respiro

    conosci chi respiro

    se sai cosa guardo

    mi hai visto negli occhi

    se sai che muoio

    sai perchè

     

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:09
    Ubriaco di te

    Gelida menta al mattino

    il sapore delle tue labbra

    che si chiudono e si contraggono

    per dire molte cose

    ma leccandole per berle

    divento sordo al loro dire

    perchè solo vogliono davvero

    essere morse essere immerse

    un sapore di fresco nel sentirti venire

    labbra di carne

    labbra di sangue

    menta fiorita mentre ora gridano

    un unguento celeste

    che disseta il mio berti.

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:08
    La bimba sporca

    Vidi quel letto pieno di sangue

    pensai di pulirlo

    poi lo nascosi

    era un reperto

    un reperto d'amore

    chi mai avrebbe saputo

    che in quel letto

    due amanti si erano sporcati

    se sporco è il sangue di un universo d'amore

    in soffitta lo portai dove tra cent'anni

    qualcuno lo avrebbe ritrovato pensando

    che ai miei tempi certe macchie non andavano via

    nessuno saprà  che facilmente

    avrei pulito

    cio' che ho voluto rimanesse sporcato

    perchè se sporco fu quell'amore

    allora sporca, tutta la vita,

    tutta la vita, io voglio essere.

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:07
    La famiglia

    Nel silenzio

    un sogno ancora

    svegliarsi sarebbe un aborto

    è cosi scalciante il figlio che hai in grembo

    la notte mi somiglia

    il blu trova spazio in qualcosa che già conosco

    non mi è nuovo

    non mi spaventa

    solo mi impedisce di gridare

    se svegliare il mondo avesse senso

    allora ti prego mondo non mi sgridare

    perchè stanotte posso urlare

    cio' che la notte conosce già

    un sogno vivo un sogno grande

    un sogno che mentre dormo mi rende vivo

    un volto un grembo il tuo sorriso

    accanto a me

    il Paradiso

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:05
    L'Orango , la principessa e la serpe

    Fantiano d'amore,

    tra le pietre, nera,

    una lunga serpe

    l'abbiamo vista sgusciare,

    da un albero d'ulivo

    strisciava veloce,

    nera paura,

    ma il mio Orango si'forte

    mi ha presa in braccio,

    l'una sull 'altro sembravamo un gigante:

    la povera serpe ,all'enorme visione,

    è divenuta sinuosa come una S,

    ha avuto paura

    si è ridotta a nulla

    e sibilando sue scuse

    vile è fuggita.

    Piccola serpe vestita di nero

    sputi veleno da gengive gonfie,

    entri nei sogni

    mordi le gambe

    entri in mente e infondi paura.

    Povera serpe, ancora non sai,

    quanto  misera sei

    sottil men di un dito.

    Vuoi aggredire?

    Io ti prendo la testa,

    davanti al mio volto

     sembri un lombrico,

    ti lanci a mordermi

    e io ti stringo il collo,

    come una matta rido superba

    e ti grido in faccia senza pieta':

    "Vai via serpe puttana ,

    non servi a nulla,

    volevi aggredirmi

    ma ti stacco la testa,

    sei molle sei brutta

    sei piccola e derisa.

    Ti stringo,ti strappo

    ti schizzo il veleno.

    Ti sputo in gola

    un unguento prezioso,

    del mio amato Orango

    tutto ho ingoiato,

    dopo l'amore l'ho conservato,

    il suo forte seme

    piu' forte di te

    mille serpenti ha dovuto schiacciare

    te lo sputo adosso

    e ne morirai.

    Il mio amato scimmione,

    pieno di luce,

    la forza piu' grande

    lui me l'ha data,

    di prendere serpi

    nere e sinuose

    e gridargli in faccia

    che chi comanda sono io.

    Ti faccio paura mia nera paura

    corri lontana

    piccola serpe,

    ne rido felice

    in braccio al mio Orango,

    poichè siamo vivi

    poichè siamo amore;

     faccio paura alla paura,

    poichè non esiste

    io sono piu' forte,

    era solo un'immagine

    nella mia testa scura,

    incenerire  terrori

    impaurire le serpi,

    farne un fiocchetto

    per pacchi regalo,

    lurida serpe

    adesso vai via.

    Ti ho fatto paura

    non sei piu paura.

    Il  mio Orango di luce

    mi ha ridato la cura

    liberare la mente

    renderla pura,

    ridere urlando

    ad ogni sospetto

    "Lurida serpe non sei che un laccetto" 

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:04
    L'Amazzone di nome Venere

    Un ramo

    un braccio

    una lancia di lucido ferro

    lo impugni sì forte

    che diventa la tua arma

    armati il corpo

    amazzone a cavallo

    impugnami e corri sulle montagne

    getta l'urlo della battaglia,

    nuda e calda che galoppi

    io ti inforco per il ventre

    tuo dio del fuoco e della mente

    tu mi impugni come Afrodite

    dea dei sensi

    schiava e perla delle mie dita

    mordo ogni tua fessura

    sfioro e domino il tuo respiro

    i cui sussulti fanno insieme

    gli accenti di una sinfonia

    canti mentre ti sfotto

    i tuoi piccoli seni rosa

    che ridono soli

    senza che lo vuoi

    diventano duri rubini rossi

    l'arma prendila

    ora è pronta

    puoi stringerla forte perchè non si spezza

    sali al galoppo del tuo cavallo

    grida ridendo che vincerai

    perchè in mano hai il fuoco acceso

    del tuo dio Vulcano che ti ha preso

    stringi ancora non ti fermare

    perchè è l'arma che fa impazzire

    fa vincere ogni assedio

    perchè porta a un grido antico

    un'amazzone son certo

    la sola che puo' impugnarlo

    eterea bianca tu

    piccola Venere di miele

     

    grida forte che solo tu ce l'hai

    ilfulgente ferro del tuo dio Vulcano

    ora si tu sei pronta

    per farne uscire seme e sangue

    insemina la terra

    perchè foreste nasceranno

    dove correre potrai

    splendida amazzone

    vittoriosa e mia

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 22:01
    l'Universo

    Sono scemo

    sono pazzo

    sono qui e non li

    sono in mezzo

    sono fuori

    sono a bere

    sono in cammino

    sono in un letto

    nella doccia

    mangio un caco

    ascolto quello

    parlo con loro

    vivo vestito

    faccio pipì e pupu'

    rido

    rido

    rido sempre

    sono giullare

    sono animale

    sono l'immagine di te

    faccio giochi

    giochi scemi

    solo un modo per vederti

    nessuno lo sa

    nessuno

    nessuno lo sa

    che l'unica cosa

    quello che sono

    quello vero

    quello che faccio

    stando fermo

    tutto dico

    stando zitto

    tutto vivo

    tutto sento

    è quello che è in te,

    mi calo dal tetto

    e vengo giu'

    tutte le notti

    non c'è luce

    non c'è voce

    solo noi

    noi due insieme

    a riempire l 'universo

    dell'unica cosa che vogliamo.

    E l'universo è contento,

    quanto ride,

    come un scemo pure lui,

    tutto blu che sembra grande

    invece solo questo mi ha detto:

    "non voglio molto, prendi lei e portamela,

    una stella mi basta, tutte le altre sono inutili,

    riscaldala e falla tua perchè ogni notte io vi aspetto,

    le stelle che vedi cadere sono le mie lacrime,

    universo di attesa

    che ogni notte aspetto che mi porti solo lei"

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 21:59
    Il canto del ghepardo

    Non era il momento

    per farmi cadere

    sono un ghepardo aggrappato a liane

    salito su un albero per cantarti piu vicino

    scivolato per delle foglie avvelenate

    ho tirato fuori gli artigli

    perchè sotto c'erano sabbie mobili che potevano soffocarmi

    ma forse sarebbe stato meglio che rimanere intrappolato

    tra rami scivolosi fatti per gattini e non per un felino

    che ruggisce cantando un amore ormai inutile

    non era il momento

    per farmi cadere

    per vedermi le unghie saltare

    con un rumore schietto

    come se un masso sulle zampe le schiacciasse in mille pezzi

    le unghie che mi han fatto salire su un albero immenso

    dove ti vedevo a dormire

    piccolo uccello del paradiso

    salito per leccarti e farti addormentare nel calore del mio pelo

    difenderti dalle belve che vogliono mangiarti

    non era il momento per

    per farmi cadere

    ogni giorno risalgo

    ogni giorno ricado giu' tra le liane

    e pur affannoso di risalire a cantare per te

    poi senza respiro rimango appeso a sbrogliarmi e girovagare

    un ghepardo sciocco

    ancora credo tu voglia il mio canto?

    basta un tuo battito d'ali

    per vederti volare dove non vorrei

    dove mai vorrei

    non era il momento

    per farmi cadere

    guardo le sabbie

    tre unghie ad una sola zampa mi sono rimaste

    le piu forti che avevo nascoste

    il mio ruggito è un canto d'amore

    che non comprendi che deridi e non ascolti

    non era il momento

    per farmi cadere

    per accarezzarmi da solo

    sentire il mio pelo che vuol riscaldarti

    e sentire che non ci sei

    tutto cio' che il mio ruggito ti dice

    è che qui hai cio' che non riesco a dirti

    che mi vedi scivolare perchè olio mi butti sui rami

    getti massi per spezzarmi le unghie

    ogni giorno ricado

    e ogni giorno risalgo

    un ghepardo che ama 

    col pelo caldo in un gelido inverno

    da rifugio a te, uccellino

    che nemmeno ascolti il mio canto,

    o lo ascolti dall'alto e batti le ali

    come l'applauso di circostanza

    ad una voce ormai stonata

    Eppur tra liane nessuno mi batte

    laddove tutti si son lasciati cadere

    il mio canto arriva perfino nelle notti piu' fredde

    sol se lo ascolti mi puoi vedere

    ho bevuto tutto l'olio bollente che potevi buttarmi

    tutto il mio pelo si è sporcato

    vorrei solo che ora tu canti

    perchè qui aggrappato

    qualcunosta per tagliare le liane

    per vedermi morire per sempre

    in sabbie che mai piu mi faranno risalire.

    E riderà,

    riderà ,perchè lo vedo ridere sempre,

    riderà perchè un ghepardo che voleva accudire un uccellino 

    è una favola che non si sa leggere.

    Ci vuole un animo sublime

    per capire il senso di una belva innamorata

    che ruggisce per dire ti amo

    e che fa dormire accucciato tra le sue grosse zampe

    un essere cosi fragile che per dire ti amo

    cinguetta e sorride con la sua dolce vocina

    sparge piccole piume per colorare di bianco il manto del grosso felino

    ed insieme dormono sulle cime piu alte di un albero che nessuno puo' raggiungere

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 21:58
    Tango nudo

    Le loro ombre

    sinuose e sfuggenti,

    che l'occhio non le seguiva,

    disegnavano in terra i loro corpi veloci

    ballavano i sensi di un tango indiavolato

    solo le vesti li dividevano

    lui di ferro come un colosso argentino

    lei tigre raggiante di un eterna savana

     

    mai s'era visto un tango di sangue

    ad ogni chiave di gambe insinuanti

    lui l'avvolgeva lei lo guardava

    una lotta tra sguardi di fuoco

    bocche erano per sbranarsi i vestiti

    mai s'era udito tanto respiro,

    ad ogni accento di una chitarra bollente

    qualcosa accadeva oltre quel ballo,

    era amore passione e amplesso

    di due amati che mentre danzano

    vengono insieme e solo a loro è concesso.

     

    Di sentirla gemere

    di sentirlo premere

    di sentirlo padrone

    di sentirla regina

    di un ballo di fuoco

    di nuda passione

    di un uomo e una donna

    che danzano nudi 

     
  • 13 febbraio 2014 alle ore 21:56
    il letto tondo

    Uscire da un tempo in cui tutto è già previsto

    prendere un'auto qualsiasi

    riempirla di carburante e avviarsi senza un luogo scelto ma sentito.

    Si capisce di essere arrivati quando ci si ferma.

    E la notte nelle ore tutte uguali

    seguire la Luna che verso sinistra mi guida

    con la pace nel suo volto,

    per un po' regalarle la mia mente e far decidere lei,

    sentirsi cosi svuotato ma libero senza freni

    di giungere forse in un posto, proprio quel posto li,

    dove se chiudo gli occhi desidero essere e mi ci vedo.

    Il mondo ingabbiato sprigionerà un tale calore

    che milioni e milioni di gradi scioglieranno tutte le sbarre,

    non ci sarà piu spazio per dogane e confini metallici,

    la mia auto sarà libera di andare e fermarsi

    dove sentiro'd'essere arrivato,

    farmi scendere e venire li,

    su quel pianeta sconosciuto,

    addormentarmi sulla sua Luna bianca

    la cui luce mi aveva guidato.

     

    Arriverà cosi per noi l'alba del grande Sole,

    come se per la prima volta ci fossimo conosciuti.

     
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  • 18 luglio 2015 alle ore 21:33
    Tiffany

    Come comincia: Ho il posto 59. A fianco, vuoto. Ma che fortuna..potrò stendere le gambe! Prima coppia di sessantenni in arrivo-" Mi scusi, ho il numero 60 e mio marito il 41, le va di scambiarvi cosi io e lui possiamo star seduti accanto e lei va al 41? Io-" Prego signora, venga pure". Passo al posto 41. Seconda coppia di ottantenni con cagnolino " Mi scusi, visto che lei è solo, mio marito ha il 42 ed io il 37, le va di scambiarci cosi io, lui e il cagnolino possiamo star vicino?" Io - "Certo signora si figuri, prego"... " Guardi a fianco al 37 .. ( sottovoce) c'è una bella ragazza al 38...vada vada ( tentativo pleonastico di convincermi come se fosse lei a fare un favore a me! Tecnica raffinatissima) . Mi accomodo al 37. In arrivo coppia di giovani trentenni. " Scusa , quello è il mio posto, e la mia ragazza sta al posto di lei " Io-" Guarda, sto facendo dei favori, abbassa i toni". La moglie della prima coppia, dalle ultime file del bus ( il lontano 59! ) " Ehi giovane, mi ha fatto un favore quel ragazzo, statt' calm". La moglie della seconda coppia, non più sottovoce " Mo ci penso io ..Mee ( riferito a me) vedi quanto è garbato! Non tla pigghia' scià...adesso il ragazzo piano piano si sposta !! ( risolutiva e simpaticona, come se lei non avesse colpe )" Io e la ragazza ci spostiamo, lei interdetta trova un altro posto. Tutti mi spingono verso il posto vuoto con accanto una ragazza russa che mi guarda con occhi dolci. Un coro si alza " Vai vai, ti è andata bene..." Sono io single ad essere in difetto, tutti mi incitano ridendo goliardici . La ragazza russa è contenta che io mi sieda vicino a lei??!! Ma siamo su una corriera ! Non all'università! La ragazza russa " Scusi, tu sedere dietro per favore ( risatina dolce) e fa venire mia amica qui a fianco me, crazie, Dhank you so much !" Io-" You are welcome..." Ma chi vedo? Che sorpresa! Mi ritrovo nuovamente a fianco del marito appartenente alla seconda coppia, quello di 80 anni, relegato lui al 43 ed io al posto 44, poiché l'anziana ma sveglia moglie, la vecchia simpaticona risolutiva dalle raffinate tecniche persuasive, resasi conto che erano in tre, ha preferito sedersi al fianco di Tiffany, il piccolo Yorkshire, lasciando il marito solo . Dopo che tutte le famiglie tradizionali stanno bene, sedute, accoppiate e contente, io sono fiero della mia singletudine ma la prossima volta mi porto o una bambola gonfiabile o un dobermann. Penso :è nella nostra natura sistemarci comodo il culetto creando disagi a catena? Credo di si. Solo Tiffany, la cagnetta, è una vera signora, ha un gioiello al collo, una vera sciura canina emigrata di origini pugliesi, ma non abbaia come la padrona! Riflettendoci non solo non lo fa, ma non abbaia neppure in milanese dimenticando le sue origini, come molti casi disperati di trapiantati a Milano. Io -" Ciao, cosa fai nella vita?" Trapiantato X " Sono un designer, sto a via Tortona" ( tutto con R rigorosamente moscia e forte cadenza milanese miracolosamente acquisita). Io -" Ah bene ma di dove sei? " Trapiantato X " Son di Milano.." Io-"Ahe' mena margia' di do sinte? Trapiantato X " Di Barlétt ..ma* sto a Milano da 15 anni" . In quel Ma* c'è tutto la soddisfazione del riscatto sociale che maschera la tristezza dell'emigrazione, dimenticando per un po' tanto il riscatto quanto l'emigrazione poiché si torna in Puglia felici riacquisendo in breve tempo i modi di fare di gente bella, che fa casini, ma è bella! Gente fragile e forte, ci vuole forza a rimanere, ma i sacrifici di chi sta lontano non si contano. Fiero di essere pugliese, profondamente paesano (adoro), non di Itaca ma di Grottaglie in giro per il mondo, rido un po' perche la R moscia dei neo-metropolitani scompare all'improvviso durante il viaggio e te li ritrovi sulla mitica corriera Marino traditi da comportamenti che a via Tortona ora cercano di nascondere. E' la parte miserabile dell'individuo che amo, perché in questa "locca" schizofrenia e' contenuta tutta la forza tragicomica e i sacrifici che ci sono voluti per affrancarsi da un futuro annebbiato, il cui ricordo non e' sempre piacevole. Quella corriera è un simbolo, almeno 10 dialetti di 60 persone tra adulti, giovani, anziani, bimbi e cani da grembo coesistono da capo per 13 ore con un unico obiettivo : il mare.

     
  • 09 agosto 2014 alle ore 17:11
    Il pollaio di Taranto

    Come comincia: Nervoso per il caldo, il condizionatore c'è, ma spento.
    Saranno le nove del mattino,  la segretaria dello sportello, giunta da poco, non ha ancora il camice e non ha avuto il pensiero di accenderlo; il dubbio che mi rende irrequieto è se abbia dimenticato di farlo oppure se, sbattuta la borsa di Louis Vuitton falsa sul desk, abbia prolungato il suo caffè nel retro, indolente e cinica rispetto al fatto che nella sala d'attesa siamo già in dieci,  lì seduti da mezz'ora. A squagliare. Senza aver potuto prendere il numero dall'apparecchio elettronico perchè è spento. 
    Impauriti, violentemente zitti, ormai omologati dai nomi delle medicine che quasi hanno sostituito i nostri o almeno quello di mio padre e degli altri pazienti. Ma quando si è in uno studio privato di un primario, pazienti o parenti del paziente, anche i sani diventano un pò pazienti: pazienti impazienti. Senza false morali, la malattia ce l'hai tu, ma io sfogo la mia sanità rubando un pò del tuo cancro: ci si sente diversi perchè in salute, in questi casi; tutto al contrario, qui siamo la minoranza. Un pò come quando sei in ospedale passando le ore al capostipite di un letto e cominci a vagare: vai in cappella, preghi, commenti, ti stendi sulla panca, o vai al bar, nei giardini, ti intrufoli nei reparti, osservi e parli con le infermiere carine o con quelle più materne che odorano di brodo, e giudichi lo stato di igiene dei pavimenti e dei bagni. Fai delle figure di merda elefantiache e leggi nelle colte bacheche di convegni sul morbo di Lowrence d'Arabia, o sulla sindrome dei globuli fucsia. E' la follia. Una sana follia che ti fa scoprire tutto un altro popolo, quello degli ospedali. E' come un viaggio in una terra in cui si parla una lingua a sè, quella del dolore e dell'ironia dovuta alla rassegnazione. Ciò che ho combinato negli ospedali lo sa solo Dio ed i malati di quel momento, sdraiati nei letti: come quando fecevo cantare un reparto intero ed ogni malato riproduceva il suono di uno strumento musicale. Mai come allora le flebo erano state utili.  

    Mio padre è un paziente paziente, almeno in apparenza, ed è di certo più educato di me. Ne guardo la camicia a quadretti, osservo la densità della sua sudorazione, poichè senza il condizionatore potrebbe cominciare a sudare, e non ho acqua con me, ma stranamente è asciutto. La camicia gli sta bene, celeste con quadretti blu, la pelle bianca, qualche pelo, bianco anche lui con la radice ancora nera. C'è un lungo momento della vita in cui bambini ed anziani si assomigliano: nelle esigenze, nei capricci, nel colore della pelle, la delicatezza della pelle, il colore bianco delle pance, la quantità di cibo, la scherzosità ed anche qualche chiaro istinto da rompicoglioni. Ma la camicia lo rende bello, la V del collo lascia immaginare che deve essere stato un bellissimo uomo. Io però sudo e perfino il mio caldo nervosismo sudato diviene schizofrenico, dato che accenno qualche sorriso guardando mio padre di nascosto,di sbieco, mentre lui non se ne accorge. O finge: sarà stato un bell'egocentrico negli anni '60..
    Siamo il numero dieci, prima di noi nove persone, e ad un ritmo di visita regolare per mezzogiorno e mezzo potremmo uscire di lì.  Il condizionatore si accende, il piccolo schermo elettronico della numerazione parte da 01, i caffè sono stati presi, le mani disinfettate, le pareti prendono vita, il colore pastello color giallo-cacca-pergamena diventa un colore serio e borghese,  la stalla di pazienti e impazienti ravviva nella mente il ricordo di aver pagato molto per quella visita, moltissimo. Ci si sente pazienti impazienti importanti. Che squallore, nemmeno un attimo prima di morire i responsabili di quel verdetto ricreano per tutti la decenza di rendere tutti uguali. Ci sono morti di serie A e morti di serie B a questo mondo.
    Si comincia. 
    Nell'istante preciso in cui appare 01 ed apro il mensile sulla salute che non ho mai letto nè leggerò mai al di fuori di quella stanza, ben nove persone si alzano contemporaneamente, chi con un sorriso, chi con rassegnazione.  Io e mio padre alziamo la testa come due galline di fronte alla porta del pollaio che si apre facendo entrare la luce di un sole di campagna accecante: tutti i nove si dirigono verso la porta del "dottor Chiunque tu sia spero di vederti per l'ultima volta". La mente ha un potere eccezionale in certi casi, poichè in un attimo seleziona le immagini e fa la radiografia della situazione, come se fossimo un pò medici anche noi.
    La vecchia è davanti. Tutti gli altri sono dietro, la seguono, hanno età diverse, ma..non posso credere ai miei occhi : si conoscono tutti. Qualcuno si somiglia, alcuni si tengono a debita distanza, alcuni parlano a volume alto, una ride con l'anziana signora, altri sono seriosi, altri ancora sono seri. Vanno tutti insieme nella stanza dello specialista. 
    Rimaniamo io e mio padre, soli nella stanza, come quelle due galline di prima: ci guardiamo inebetite. Se fosse sonoro questo racconto, qui ci starebbe il verso di due chiocce interdette e attonite. E potremmo con ogni probabilità cagare almeno un uovo a testa.
    Ci sentiamo felici, sollevati, liberi dall'umanità, due A-polli della sanità locale, guariscono perfino le nostre sfighe. Per un attimo. Soprattutto quelle di mio padre, sempre per un attimo. Ma siamo italianissimi in questo e la curiosità tipica dell'italietta paesana comincia la sua scalata verso l'appagamento della brama di sapere: vogliamo capire cosa succede! Non c'è nessuno, se non quella segretaria truccata di primo mattino con troppo rossetto, in camice bianco finalmente, da cui pero' si intravede un bel seno meridionale. Mio padre mi fulmina con lo sguardo e mi impone di cioncare su quella sedia e di farmi un anfiteatro di "fatti" miei. Non c'è bisogno di parole quando un padre deve tirare il guinzaglio, ma io in realtà sempre lasciato libero di agire , mi alzo di scatto. Il mio intento è solo conoscere l'andamento della fila, poichè essendosi acceso tardi il conta-esseri umani elettronico, quando tutti noi eravamo già dentro, non so se mio padre sia da considerarsi numero dieci o numero due. E' per il suo bene che lo faccio!  Ma mio padre queste uniche parole mi rivolge :- "Stai a sedere, sennò con me non vieni più". La morale contro la realtà dell'essere, il perbenismo saggio di chi ha 80 anni contro la voglia mortale di conoscenza terra terra. Un ricatto. So perfettamente che anche lui vorrebbe sapere, ma l'essere un paziente paziente si impone sulla comune ed umana impazienza. Non ho certo preso da lui, fortunatamente. Se ad 80 anni avrò il cancro, come è solito averlo qui a Taranto, sarò molto più sfacciato e divertente. Non c'è cosa peggiore dell'etica del paziente quando nessuna etica è stata seguita da parte di chi ha provocato il nostro ammalamento. Credo sia mio diritto vendicarmi su di loro e vivere appieno anche i miei difetti da gallina epica. Del resto non sto ammazzando nessuno. Io. 
    Tutto questo ricopre l'arco di tempo di soli cinque minuti. Padre e figlio alle prese con la morale in uno studio oncologico, d'estate: è  Bio-etica anche questa, mica i soliti dilemmi, cose da matti ! Ma all'improvviso la stessa porta che prima era stata un'entrata diviene un' uscita: tutta la comitiva di amici, capitatanati dalla vecchiaccia forzuta,ma lenta nel suo incedere, saluta roboante la segretaria e gli assistenti del retrobottega. Del dottor "Chiunque tu sia basta che salvi mio padre " si sente una flebile voce plurilaureata nel dire cose, ma non se ne vede la forma. Sono quasi sul punto di salutare, anche io, poichè salutare è salutare, ma mio padre mi si aggancia sul collo come un avvoltoio dittatore, sapendo che saprei andare ben oltre il saluto, col carattere estroverso che mi ritrovo. La porta si richiude al passaggio dell'orda di colleghi pazienti.
    Nuovamente rimaniamo soli. Il silenzio di mio padre è tipico di chi conosce il tempo delle visite: cosa vuol dire quando una visita dura così poco? E' un responso? Un pagamento? Il ritiro di un esame! Un regalo di natale tipico di quelli che si fanno agli specialisti, ma non è Natale, è il 7 agosto ! Che Santo è il 7 agosto? Sarà il suo onomastico. "Ma sciatvene a mare, scià... " (  trad dal pugliese: - "ma andate al mare, andate..." - con  tono di scherno ).  Va bene, è il nostro turno.
    La segretaria ci invita ad entrare per essere accolti da suà maestà il primario specialista. L'incontro è breve ed essenziale, io posso entrare per accompagnare mio padre, ogni nuvola ed ogni pensiero bizzarro di argomenti cui troppo la nostra attenzione si rivolge, riempiendo la vita di tante inutilità, sparisce. Torniamo seri, silenti ed impauriti. Omologati al destino di tanta gente ed ai respiri di un U.F.O. di bianco vestito che è di fronte a noi, uno che fa la professione di medico, possiede la dottrina, lui è la scienza e di lui cerchiamo di non dover interpretare null'altro che ciò che egli dice; non vogliamo avere paura, vogliamo capire ma non capire troppo, non vogliamo ma vogliamo interromperlo, così ascoltiamo ed io per primo divento un pulcino educato che vorrebbe solo imparare il più possibile  per non far parte di quel destino. "Tra un mese il prossimo trattamento".
    Qui c'è l'aria condizionata per fortuna, anche il verdetto è un pò condizionato, più fresco direi, meno caldo sulla pelle scuoiata di mio padre, che si ritrova "dall'altra parte" e sulla sua pelle sente tutte quelle parole come ferri infuocati cui non c'è scampo, se non rendendo vivo ogni momento in cui ancora si è vivi. Quindi caro padre, sono felice se ogni tanto ci ritroviamo insieme come due galline, altre volte come A-polli fortunati se il condizionatore di una pessima sala d'aspetto , cosi incolore e ignava, così odorante di caffè di una segretaria col seno accogliente, si accende per noi.  Almeno morirai ridendo per un figlio un pò matto. E' tutto colore che si sparge su pareti color merda.
    Andando via ringrazio, so essere molto educato quando voglio.
    Ma ...colpo di scena!  Un padre, che era stato un bel matto da giovane, mio padre, Giancarlo, chiede a Vanessa, questo il nome della nostra Giunone al desk oncologico, chi fossero tutte quelle persone, come mai tutte insieme li dentro, come mai così spensierate. Forza papà, sei un grande!  Fanculo la morale!  Ecco da chi ho preso, il carattere del paziente viene fuori, l'impazienza di carattere avanza goliardica tra padre e figlio: siamo una bella famiglia tarantina! E provo fierezza nel vedere come un uomo saggio sappia accondiscendere ai suoi bisogni infantili, come indossare una bella camicia a quadrettini blu per farsi bello di fronte ad una bella segretaria. Ora mi spiego perchè ogni volta che si reca in quello studio mette le sue camice più belle.
    Giunone, così amabile e materna verso il mio vecchio padre, ci informa che trattavasi degli otto figli della signora anziana, venuti per salutare il primario per l'ultima volta, poichè la signora dopo due mesi avrebbe fatto un viaggio lunghissimo, l'ultimo. Non c'era più tempo. Gli otto figli avevano accompagnato la loro vecchia mamma ed uscivano da quella porta, tutti insieme. Come una grande chioccia con i pulcini.
    Mio padre ed io usciamo, sbottoniamo ancora di più le camicie, poichè all'uscita del portone la calura del 7 agosto ci accarezza i peli del petto che gridano pietà. Siamo belli insieme. Ridiamo. Non so perchè. Ma ridiamo.

     
  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:20
    Cosimo

    Come comincia: Si sentiva anonimo e non aveva pretese. Gli altri passavano le ore a far le vasche, che in tutte le città piccole con un lungo viale o una piazza di forma ellittica o rettangolare, si facevano come se quelle piazze fossero piscine, pozzanghere di pensieri accavallati e spesso raccontati in modi identici,o con più rabbia, dipendeva dall’orario, colme di pseudo ironia le parole degli amici, nelle ore di riposo, direi molte, ma di subdola malizia alla sera; o le frasi degli amati nei tardi pomeriggi domenicali, senza dimenticare gli amanti. Le sigarette. I colori del cielo che sfumavano come i volti delle sette della sera. Vasche dove voli pindarici di uomini riempivano il cielo di ulteriore vuoto, gazze ladre di parole altrui quasi incapaci di farne un pensiero proprio.  A volte una bella fontana al centro, per movimentare l’ossigeno.
    Cosimo si sentiva come attorniato da zanzare, che in un attimo sarebbero potute finire schiacciate tra le sue mani, quelle di chi voleva solo vivere.
    Finalmente aveva sperimentato lo sfogo improvviso della rabbia del corpo: non se l’era mai concesso, ma ora, cercando di disintossicarsi da psicofarmaci deleteri, sentiva l’irrequietezza chimica, pari forse solo a quella di un tossicodipendente; si sentiva cosi male che solo Dio gli era testimone, diceva, e per la prima volta la sua frenesia, o depressione, o strenua intertia, non era dovuta alla sua mente , ma a dei farmaci. Non era colpa sua. Che scoperta! Piangeva per la solitudine del suo stato , cosi provava a fermarsi in un angolo, o su una panchina, o ad accovacciarsi  dietro un’automobile, stringeva i gomiti vicino al busto, stringeva i denti, le gambe e “Hiiiiiiiiiiiiiiiii”. Sfogava la rabbia incontrollata del fisico. Non era pazzo, non era pazzo.
    Hedna era fortunata, aveva al suo fianco un ragazzo volenteroso, certo a volte molto fragile e sfacciato, ma non si trattava mai di ingenuità, era piuttosto la violenza dell’animo che, guardando le distese di ulivi circostanti lo rendevano capace di gettar l’urlo più disperato che un venticinquenne potesse. Guardava spesso il grano, gli ulivi, la loro forma, e, c’è poco da fare, più si osserva anche distrattamente una cosa, più si ha la sensazione che sia li per te, o che tu sia quella cosa. Un legame profondo con le rocce, le lame che, per quanto le amasse, ora  considerava squarci nella roccia di forma vaga, con un ciuffo di rosmarino e origano selvatici sulla punta. Intorno il silenzio e i profumi delle piante.
    Un enorme squarcio pietroso, ce l’aveva dentro, al posto di vene che avrebbero dovuto pulsare di sangue color primitivo, ma non era certo colpa sua. La condanna del luogo in cui nasci non la decidi : chi potrebbe mai decidere per sé ? Se strozzarsi attorno ad un cordone ombelicale o venir fuori da una vagina col sorriso. Molto probabilmente con il treccione vivifero c’avrebbe fatto un cappio, se avesse saputo che a venticinque anni si sarebbe ritrovato in una piscina sorvolata da uccelli ciechi, tra piccoli canyon pietrosi, silenziosi e angoscianti, anche se sempre cosi belli. Dalì ne avrebbe fatta una tela. Surreale il mondo che ci piega a voler essere guardato.
    E al suo fianco la sua bella, che sotto la fontana diveniva carina, ma la notte un’estranea che lui non riconosceva. C'era qualcosa. In alcuni momenti di solitudine rabbiosa, era questo il “Disprezzo per l’amorosa”:
     
     ’E’ ss’akàpisa mai, de’ ss’ucha angegno
    Ce manku s’icha mai is’ i’ kkardìa,
    Panta se mìsisa sa’ tton Anfierno,
    T’ison gomài zinfogna ce fotìa.
    An èmenes imèa na s’akapiso,
    ’En èmbene ’sù mai is’o’ Pparadiso.  
     
    Non t’ho amata mai, non avevo simpatia per te
    E neppure t’ho avuta mai nel cuore,
    Sempre t’ho odiata come l’Inferno
    Ché eri piena di orgoglio e di superbia.
    Se t’aspettavi che io t’amassi,
    Non entreresti mai in Paradiso.  
     
    Voleva vivere 
     

     
  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:15
    Hedna - tratto dal romanzo inedito HOBERTUS

    Come comincia:  
    Hedna
     
    Hedna era greca, trasferita li solo da un anno per motivi familiari. Effettivamente era bellissima anche lontana da una fontana. Aveva l’aspetto di una tipica ragazza benestante, se il “benestantesimo” puo’ avere dei connotati. Pero’ si, in fondo, i bei capelli neri lunghi e lisci, il volto raffinato senza strane rotondità, o esagerazioni nasali , le gambe cosi lunghe, le orecchie piccole, un pò a sventola tipiche delle belle ragazze che da piccole le coprivano con i capelli  e spuntavano lo stesso.
    Una straniera che si mescolava all’Italia del Sud, raffinatamente bucolico, con reminiscenze del luogo d’origine. Ogni tanto qualche bizzarra spilla o acconciatura da fresca frasca di parrucchiere, ma era il tipo di capello, nero, perfetto, che sfidava Newton cascando a picco verso il culo.
     
    LA CIOCCA DEI CAPELLI
     
    Oh, posson echi ti iss’ esèan imeno,
    Na kào ’na’ llazzon a’ ttutta maddhìa,
    N’on bastazzo is’a chèria-mu demeno,
    Ce votonta na pao is pan ghetonìa.
    A’ tto gheno na ime arotimmeno,
    Azze pèi cafceddhan i’ tutta maddhìa.
    Ine azze cafceddha poddhì sgrata
    Pu m’ochi ti’ kkardìan ankatinata.
     
    LA CIOCCA DEI CAPELLI
     
    Oh, quanto è che ti aspetto
    Per fare un laccio con codesti capelli
    Da tenere alle mani mie legato
    E andar girando per ogni contrada,
    E dalla gente esser domandato
    Di quale fanciulla son questi capelli.
    Sono d’una fanciulla molto ingrata
    Che m’ha il cuore tutto incatenato.
     
     
    Aveva un cane, un setter. Studiava per diventare dottoressa in chirurgia estetica. Avanti e dietro, da e per la città dove c’era l’università. Era li per motivi lavorativi del padre, molto ricco, che aveva acquistato un palazzo intero della fine del ‘600, nel centro storico della piccola cittadina, proprio vicino alla “piscina”, dove peraltro al mattino facevano un rumorosissimo mercato rionale. Solo per questo motivo, Cosimo era contento di aver conosciuto Hedna, perché nonostante l’evidente ricchezza della famiglia, aveva mantenuto la genuinità di un popolo che non ha dimenticato anche la semplicità e la povertà. Era bello, per Hedna, comprare gli avogadi al mattino, scendere in pantaloni anche sporchi, di casa, e gettarsi sulle bancarelle di roba usata o giacconi vintage o prendere il pane per il babbo. Vederla uscire da quell’immenso portone di legno scuro, dove nessuno, nella città, era riuscito ad entrare, diveniva per lui un piacere, una grande soddisfazione:  andare a prendere la figlia del “signore del Palazzo del centro”.
    Un dito medio innalzato alla montagna, sempre li a guardare, vecchia stronza.
    Ma oltre l’apparenza, non c’era nulla che facesse sentire lui degno d’essere vivo. Non stiamo a raccontare chissà quale storia: è la storia di milioni di persone senza lavoro, che ad un certo punto sentono di non avere una vita.
    Ma lui aveva Hedna, il suo corpo, i suoi capelli, la sua anima, la sua poesia: era una ragazza di 23 anni molto dolce, che tutti avrebbero voluto avere e per lui, ormai, era normale averla. Ma allora perché la mancanza di una dignità lavorativa personale faceva sentire inutile tutto il resto? In fondo poco bastava alla perfezione.
    Forse un atto di coraggio, forse per lui andare via, forse diventare ciò che non era. Arrivare. Ma dove? Neanche le montagne lo avevano protetto dalla smania di avere un’identità vincente. Se prima la lotta era tra l’essere e avere, ora diveniva tra l’essere o avere un’identità superiore alla propria,  tra l’essere e l’essere altro da sé. Tra l’essere ed il decidere di essere. Tra l’essere e l’essere, che nei casi migliori significa emancipazione, in altri essere la maschera di sé stessi.
    Lotta più difficile e subdola, quasi pericolosa. Ma l'anonimo Cosimo voleva semplicemente avere dignità per sé stesso, non chiedeva null’altro che un lavoro che potesse valorizzare le sue capacità. 

     
  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:13
    Sternatia - tratto dal romanzo inedito HOBERTUS

    Come comincia: Sternatia
     
    Così antica , viveva  e faceva vivere il magnetismo di ogni cittadina del sud, da cui si vuol fuggire, ma dove poi sempre si ritorna. Uno stemma terribile sormontava alcuni edifici antichi della città e le chiese, ed il meglio conservato era certamente quello sul portone della casa di Hedna, in corso Umberto I, datato 1608: lo stemma raffigurava un dragone inserito in un mappamondo stilizzato e simboleggiava la forza. Secondo alcuni l'animale rappresentato nello stemma di Sternatia sarebbe un basilisco, leggendario serpente che, nelle credenze medievali, uccideva le sue vittime con il solo sguardo. Le leggende popolari raccontano che il basilisco nasca dall'uovo di un gallo; infatti, si crede che se un gallo viva sette anni, covi un uovo che dischiudendosi faccia poi nascere il terrificante rettile dallo sguardo assassino.
    Forse Cosimo aveva questo desiderio e stava tentando di riconoscerlo:  incrociare per una volta nell’esistenza datagli in quella terra dannata uno sguardo indiavolato che gli facesse paura, che gli aizzasse la voglia di attaccare e sbranare. Un maestre forse. Cosimo era un cucciolo di giaguaro, vulnerabile, sopprimibile, ma capace di staccare un braccio con un morso; e soprattutto in estinzione.
    Bisogna cambiare - ripeteva a sé stesso, all’inizio con cadenza settimanale, all’arrivo del tanto agognato week-end, laddove il piacere degli altri non era il suo. Il dovere non gli apparteneva purtroppo, pur desiderandolo e sentiva i momenti di piacere come vuoti che ricolmava di rabbia. Un anno passava, e la cadenza delle sue imprecazioni si faceva sempre più fitta, giornaliera, tra le montagne innevate, le estati dell’ altrui serenità , l’amore di Hedna sempre pronto, ma egli mancava a sé stesso. - Bisogna cambiare!- Purtroppo la cultura che aveva, risuonava completamente inutile ed autoreferenziale in un paesello di 2.496 abitanti. Si sentiva un montone.
    Tutti i lavoretti erano stati fatti : la campagna, il meccanico, il pane, il cameriere, il redattore del mensile locale, la stagione al mare, il grande mare vicino, l’aiuto allo zio imprenditore. Ma era un fatto di identità.
    Cosimo non c’era, mancava a sè stesso.
    E la condizione che viveva era aspramente acuita nel suo dolore dal fatto di non essere capito e di non avere nessuno con cui dialogare o sfogare la frustrazione di una mente sana che letteralmente stava  andando alla malora. Hedna la sua vita se l’era rifatta, dalla Grecia all’Italia, o meglio da Atene a Sternatia. Una ragazza cosi dolce, era per lui la missione d’amore. Diventare nuovo per dare al suo piccolo amore tutta la bellezza che Atene non aveva avuto per lei. Anche in un piccolo paese dal quale non poteva più andare via.
     
    RITRATTO DELL’AMANTE
     
    Aspron e’ tto chartì, aspro e’ tto chioni,
    Aspron e’ tto chaladzi, aspri ine i krini,
    Aspro to sfondilòs-su ce i vrachoni,
    C’echi is’o’ ppetto dio mila azze asimi.
    Isèa se kaman dio mastoroni
    Ce se pingézzane i aji serafini;
    Ce se pingezzan ce se kaman oria,
    Pu ’e’ ss’echi de’ is’in ghì manku is’in gloria.
     
    RITRATTO DELL’AMANTE
     
    Bianca è la carta, bianca è la neve,
    Bianca è la grandine, bianchi sono i gigli,
    Bianco il tuo collo e le braccia
    Ed hai nel petto due mele d’argento.
    Te, t’hanno fatta due maestroni
    E t’han dipinta i santi serafini;
    E t’han dipinta e t’han fatta (così) bella
    Che come te non ce n’è né in terra né nella gloria (del cielo).
     
    Cosimo aveva genitori malati. Negava a se stesso la possibilità di fuggire via, nonostante ogni giorno, nei momenti meno depressi, cantasse “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco, poiché il senso di colpa che avrebbe avuto qualora fosse  accaduto ai genitori qualcosa in sua assenza, lo avrebbe ammazzato più della rabbia che avrebbe provato nel rimanere nel piccolo innocuo paesino.

     
  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:11
    San Giorgio - tratto dal romanzo inedito HOBERTUS

    Come comincia:  
     
                                                      San Giorgio

    In un minuscolo centro, le stagioni del tempo scandiscono la vita accompagnandola con feste che da millenni sono più o meno rimaste simili. Cambiano i santi, ma il fervore è identico. San Giorgio illuminava le strade con parate di luminarie cosi perfette da parer dipinte nell’aria, orgoglio per il contadino che indossa il suo vestito buono, e vede la sua città brillare il 22 d’agosto. Le feste di Sternatia erano diverse ed il calore che sprigionavano non è un fatto semplice a spiegare.
    I Canti di Passione ad esempio,che cadevano per la Pasqua, erano fortemente legati all’altrettanto forte legame con la lingua che potremmo dire madre di Sternatia, il griko-salentino: una delle poche terre della grecìa salentina, di cui Sternatia era capitale, ove ancora la poesia, il canto, il dramma, la prosa venivano recitati in lingua cosi antica ed unica che inevitabilmente influenzava il carattere di un tessuto sociale per certi versi rimasto sacro e intatto nel tempo. Nella Grecìa Salentina il Canto di Passione ha resistito al tempo e alle mode, consegnandoci, attraverso il suo svolgimento liturgico, l’essenza del divenire umano. Forse potrebbe essere questo un buon motivo per restare o venirci a vivere; del resto per molto tempo, senza però mai chiederlo, Cosimo si era chiesto come mai la famiglia di Hedna avesse scelto proprio Sternatia per venire a vivere. Da Atene! Certo la derivazione linguistica li avrebbe aiutati, ma c’erano altri comuni possibili, anche più grandi.
    Il palazzo di Hedna era assolutamente adiacente la zona in cui oltre i mercati anche la festa prendeva piu’ vita, ed era paradossale vedere un palazzo di siffatta imponenza ed oscurità, primeggiare tra e luci quasi fosse esso la chiesa da cui il santo sarebbe uscito. Ma il portone sempre chiuso non faceva altro che destare la sempre maggiore curiosità della famiglia Patrakas, venuta a soggiornare nel piccolo mondo di “Idioti” impazziti a San Giorgio.
    Cosimo ebbe, tra i primi meriti nella nuova vita di Hedna, quello di insegnarle a ballar la pizzica, che non le riuscì difficile, vista la mediterraneità del suo essere. Il morso colpiva in tutto il sud del mondo,e la danza di furore, corteggiamento, esorcismo, catarsi  faceva dei due una coppia giovane, strana, ma perfetta insieme.
    Il vino traboccava dalle cisterne delle aziende vinicole, e nel pieno dell’ebbrezza dovuta al primitivo amabile , Cosimo s’era permesso di dire una cosa sciocca ad Hedna, talmente sciocca da farla scappare e rientrare subito nel portone di casa- Chiedo lavoro a tuo padre.
     
    PREGHIERA
    Afse parasseghì se prakalò
    O Crocifisso na me kuntsulefsi
    Ce na me numerefsi to skopò,
    Pas amartìa na me skantsefsi.
    Ivò pianno addho kosmo n'agapiso
    Ce o Teò mu dì 'o Pparadiso
    Ce mu lei magari na charò.
    A' Ggiuseppi kanni to kumbito
    Ce o Spirdussanto mu sperei kalò.
    As Petro ta klidìa a' tto Pparadiso
    Ce me kanni puru na cherestò.
    Cino 'en ei fida na mu kanni
    Anu s'on ajera na me pari
    Ka citte porte ìtela na dò
    Ma tì manera stéune klimmene.
    Ciso farkuna pùstighe anittò,
    Apù 'cì skuperegghi tikanene,
    Skuperei puru 'a mea to Teò
    S'on ajera stendei ole te vvele,
    Oli angeli kantéune to leo 'vò:
    Pentseo s'o Paradiso tì kannun oria..
    Di venerdì ti prego
    Che il Crocifisso mi consoli,
    Illumini le mie intenzioni
    E mi tenga lontano dal peccato.
    Mi accingo ad amare un altro mondo
    Così Dio mi dona il Paradiso
    E, magari, mi dice di godere.
    San Giuseppe appresta il convito
    E lo Spirito Santo mi augura il bene.
    Aprendo con le chiavi il Paradiso
    San Pietro mi fa rallegrare.
    Un'altra garanzia non mi può dare
    Se non condurmi nell'alto dei cieli
    Perché quelle porte io vorrei vedere
    Ed in qual modo se ne stanno chiuse.
    Se quel portone fosse sempre aperto,
    Da lì potresti scorgere ogni cosa
    E ancor potresti contemplare Dio
    Che copre il cielo con sue volte.Tutti gli angeli cantano, io dico,
    E penso com'è bello il Paradiso.

     
  • 14 febbraio 2014 alle ore 5:25
    Bianca e Airis

    Come comincia: Bianca:- "La femmina va in calore, il maschio deve montare,e cerca, punta, si gonfia, cambia colore e canta , attira l’attenzione lottando con altri maschi del branco per farsi scegliere dalla femmina che non lo accetta subito, prima si difende , poi si accovaccia..perchè è la femmina a scegliere.. nel caso di alcune specie, rimarranno insieme per sempre, , nella specie umana capita che il maschio finge che la sua criniera punterà per sempre quella femmina, per poi lasciarla come una bestia putrida in una angolo. Gli animali non conoscono l’inganno. Gli uomini usano l’inganno tra le peggiori armi di cui vanno fieri.
    Airis …che amore aveva! Un ragazzo italiano,  da questo amore è nata  Betmej.  Airis è una rom, ed era un’infermiera;  l’animale dalla folta criniera era in vacanza. Una vacanza durata ben tre mesi, giusto il tempo di conoscere l’Est: e “se le femmine balcaniche per le strade italiane sono alte e belle, e costano 50  euro per un pompino, quelle in madrepatria, -il cavallo pensava-,  me lo faranno gratis o al massimo per 10 euro!” Bianche, scure o bionde che siano. L’animale realizza il suo sogno. E via!  A cercare la femmina!  Ma una zingara mai! Perché gli zingari sono meno di noi, gli zingari puzzano, rubano, vivono per strada. Airis si lava, Airis profuma di vento, Airis è una farfalla che vive un giorno ,  Airis non ha il tempo di spiegare all’animale che è una rom.
    Airis non lo dice all’animale per paura di essere gettata via, Airis ama quell’animale. Il tempo di far fare all’animale i suoi bisogni, , di fare l’amore con lei, di farsela aggrappata a un albero, il tempo di poter dire ai suoi amici del branco che s’è scopato la bellezza dei balcani, il tempo di scoprire che Airis gli sta per dare una figlia, il tempo di scoprire che Airis è una zingara,  di tornare in Italia e promettere permessi di soggiorno per farla venire con la loro piccola, il tempo di scappare dalla zingara e sparire per sempre. Una donna incinta e sola in una campo Rom, è una donna disonorata: Airis, ti ho chiamata puttana. Scusa, mi sono sbagliata. La puttana sono io. Tu non hai venduto nulla,  ti hanno rubato tutto. Il capo-villaggio infatti, pensa bene di porle una condizione per salvare l’onore della famiglia  macchiata dalla vergogna di avere in casa una donna incinta e sola: “ Va in Italia- le dice- tre mesi di tempo, trova un lavoro, cerca di avere un permesso di soggiorno e potrai portarti via tua figlia, altrimenti non la rivedrai piu’, ora Betmej è  ostaggio del villaggio.” Ed è cosi che inizia la corsa di Airis verso le nostre città, Airis in Italia, Airis in una paese “civile”, Airis e la corsa verso l’occidente evoluto e alla ricerca di un lavoro: una corsa non libera, ma profuga e già prigioniera, in mezzo a bestie mascherate da esseri umani con la criniera che odora di inganno
     
    Airis :-"Scappai, non ho mai saputo il vero nome di Bianca .Rividi mia figlia, Betmej. Ho potuto crescerla e le ho insegnato tante parole che Bianca mi aveva insegnato, soprattutto insulti e parolaccie per difendersi….tipo….”No mi tuccà ca sci no ticcido!”( - non toccarmi senno’ ti ammazzo) Ma quella che mi piace di piu’ è "Ardoro", l’odore. “Betmej -le ho detto- sii fiera del tuo odore,e se hai bisogno di aiuto,  danne un po’ a chi non ne ha'."

     
  • 14 febbraio 2014 alle ore 5:15
    L'undicesimo comandamento

    Come comincia: 1  Non avrai altro Dio all’infuori di me.  Vedremo
    2. Non nominare il nome di Dio invano.  Vedremo
    3. Ricordati di santificare le feste .  Bel Natale di merda
    4. Onora il padre e la madre. Sono morti di cancro quando avevo 10 anni, non ho potuto onorarli abbastanza!.
    5. Non uccidere. Ah Ah Ah 
    6. Non commettere atti impuri. Amo solo mia moglie, pure da morta.
    7. Non rubare.  Mi hanno tolto tutto.
    8. Non dire falsa testimonianza.  E’ tutto sotto gli occhi di tutti e nessuno fa un cazzo!
    9. Non desiderare la donna d'altri.  Sempre fedele a Pinuccia
    10. Non desiderare la roba d'altri.  Al massimo un loculo piu’ pulito
    Ne manca uno , l’undicesimo lo scrivo io, posso?
    Non ti vendicare! E io non mi vendico, ma voglio ridere. Ridere.

    Un operio dell' ILVA, morto, decide di vendicarsi; vuol fare uno scherzo al dottor Riva,il capo dell'azienda che lo ha ucciso, farlo solo un po' spaventare, facendo il fantasma, cosi un mattino, intorno alle 10.30 lo raggiunge nel suo ufficio.
     
    "Buongiorno sono Cosimo Annicchiarico, vorrei parlare col dottor. Riva
    No... non è una maschera, non indosso nessuna maschera..
    Devo attendere? Ma come? Cosa devo attendere?? Ma gli devo parlare? Devo attendere il mio turn...mha....va bene...tanto di tempo ne ho quanto ne voglio …
     
    Si?? Eccomi!
     
    Buongiorno dott. Riva! Si ricorda di me?
    Ho un viso che non gli è nuovo eh…..si lavoravo nel reparto di...
    Senta ..no nulla…..io volevo……no è che venendo qui mi sono impolverato tutto di diossina…
    No, si sto bene, anzi no…. Non mi sento bene….scusi…ogni tanto mi prende la follia...sa mi sento come se fossi morto. Da quando non lavoro piu’ qui, mi manca il posto di lavoro, allora ero venuto per salutarla. Si la mia famiglia sta bene, veramente mia moglie è già morta. E’ mia figlia Dina che, poveretta, sta crescendo e io non posso piu’ accompagnarla a scuola….eh perché non mi sento piu’ tanto bene...Ecco pensavo...dato che lei ha già regalato al cimitero di Taranto le fontanelle per i defunti di cui personalmente la ringrazio…non è che lei magari potrebbe pensare non so, ad un servizio navetta per i bambini del quartiere Tamburi? Cosi la mattina non devono farsi quelle strade soli,  con quell’odore orribile, sa fa  male ai polmoni, mia moglie è morta cosi.
    Non ci sono i soldi…ah…eppure…insomma…l’azienda produce….
    Oppure non so…..perchè sa mia figlia è proprio rimasta da sola… io devo andare via per curarmi….come le dicevo non mi sento abbastanza bene…….si si….nello stabilimento ho sempre lavorato benissimo, certo, quindi non mi devo lamentare e quello che chiedo è troppo. Certo. No allora scusi il disturbo dottore, è stato un piacere lavorare per lei per 14 anni, sà, sono entrato che ne avevo 19..e ne sono morto a 30.
    No, non si preoccupi mia figlia a scuola ci andrà a piedi, è forte, ha preso dal padre. Si ha 9 anni adesso. Userà il mio fazzoletto e la sciarpina. Certo, la sciarpina verde. Grazie presidente, grazie per avermi fatto lavorare qui. Mi scusi il disturbo presidente. Si sono morto presidente, ma non fa niente. Si mia moglie pure, ma non fa niente. Mia figlia... scusi ora deve andare a scuola. Con la sciarpina verde.
     
    Che gentili sono stati, quando eravamo piccoli, a farci credere che l'inferno fosse fatto di fiamme. Forse un modo per dare colore alle pareti di un luogo tutt'altro che infuocato di rosso e bollente arancio. Fiamme che danno calore in un luogo tutt'altro che caldo.
    L'inferno ha pareti bianche, che spesso , essendo piastrellate, riflettono sagome, o i colori di luci notturne.
    Le vestaglie sono tuniche mortuarie, finchè, addosso, non cominciano a puzzare di sudore e il cibo si accumula tra i denti per giorni. L'inferno ha piu' le caratteristiche dell'immobilità. il terremoto in un punto fermo e quante urla ci sono nel silenzio.
    Non ci sono mani tese a salvarti, ma sono il disegno di mammocci che sperano di comprendere quel frastuono, senza sapere cosa è la morte. Nell'inferno si è morti da vivi. Tutto lo sforzo è pari ad una resurrezione. E chi puo' testimoniare? Chi puo' sapere? Chi puo' sostituirsi allo sforzo che tu devi compiere per non vedere piu riflessa in uno specchio, o in una piastrella, la tua immagine defunta? I vivi pregano i morti. I morti pregano i vivi, ma non si vedono mai. E non c'è della sacralità in questo. Sono due mondi separati. Nell'Inferno fa freddo. Nessuno puo' riscaldarti. Sei livido e gelido. Il sangue non circola piu'.
    Sagome di vestaglie rosse sulle piastrelle bianche. Vestaglie bianche sulle piastrelle delle sagome rosse. Piastrelle rosse di sagome di vestaglie bianche.