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in archivio dal 14 feb 2014

Valerio Tambone

16 dicembre 1977, Grottaglie (TA)
Mi descrivo così: contadino dell'arte

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  • 18 luglio 2015 alle ore 21:33
    Tiffany

    Come comincia: Ho il posto 59. A fianco, vuoto. Ma che fortuna..potrò stendere le gambe! Prima coppia di sessantenni in arrivo-" Mi scusi, ho il numero 60 e mio marito il 41, le va di scambiarvi cosi io e lui possiamo star seduti accanto e lei va al 41? Io-" Prego signora, venga pure". Passo al posto 41. Seconda coppia di ottantenni con cagnolino " Mi scusi, visto che lei è solo, mio marito ha il 42 ed io il 37, le va di scambiarci cosi io, lui e il cagnolino possiamo star vicino?" Io - "Certo signora si figuri, prego"... " Guardi a fianco al 37 .. ( sottovoce) c'è una bella ragazza al 38...vada vada ( tentativo pleonastico di convincermi come se fosse lei a fare un favore a me! Tecnica raffinatissima) . Mi accomodo al 37. In arrivo coppia di giovani trentenni. " Scusa , quello è il mio posto, e la mia ragazza sta al posto di lei " Io-" Guarda, sto facendo dei favori, abbassa i toni". La moglie della prima coppia, dalle ultime file del bus ( il lontano 59! ) " Ehi giovane, mi ha fatto un favore quel ragazzo, statt' calm". La moglie della seconda coppia, non più sottovoce " Mo ci penso io ..Mee ( riferito a me) vedi quanto è garbato! Non tla pigghia' scià...adesso il ragazzo piano piano si sposta !! ( risolutiva e simpaticona, come se lei non avesse colpe )" Io e la ragazza ci spostiamo, lei interdetta trova un altro posto. Tutti mi spingono verso il posto vuoto con accanto una ragazza russa che mi guarda con occhi dolci. Un coro si alza " Vai vai, ti è andata bene..." Sono io single ad essere in difetto, tutti mi incitano ridendo goliardici . La ragazza russa è contenta che io mi sieda vicino a lei??!! Ma siamo su una corriera ! Non all'università! La ragazza russa " Scusi, tu sedere dietro per favore ( risatina dolce) e fa venire mia amica qui a fianco me, crazie, Dhank you so much !" Io-" You are welcome..." Ma chi vedo? Che sorpresa! Mi ritrovo nuovamente a fianco del marito appartenente alla seconda coppia, quello di 80 anni, relegato lui al 43 ed io al posto 44, poiché l'anziana ma sveglia moglie, la vecchia simpaticona risolutiva dalle raffinate tecniche persuasive, resasi conto che erano in tre, ha preferito sedersi al fianco di Tiffany, il piccolo Yorkshire, lasciando il marito solo . Dopo che tutte le famiglie tradizionali stanno bene, sedute, accoppiate e contente, io sono fiero della mia singletudine ma la prossima volta mi porto o una bambola gonfiabile o un dobermann. Penso :è nella nostra natura sistemarci comodo il culetto creando disagi a catena? Credo di si. Solo Tiffany, la cagnetta, è una vera signora, ha un gioiello al collo, una vera sciura canina emigrata di origini pugliesi, ma non abbaia come la padrona! Riflettendoci non solo non lo fa, ma non abbaia neppure in milanese dimenticando le sue origini, come molti casi disperati di trapiantati a Milano. Io -" Ciao, cosa fai nella vita?" Trapiantato X " Sono un designer, sto a via Tortona" ( tutto con R rigorosamente moscia e forte cadenza milanese miracolosamente acquisita). Io -" Ah bene ma di dove sei? " Trapiantato X " Son di Milano.." Io-"Ahe' mena margia' di do sinte? Trapiantato X " Di Barlétt ..ma* sto a Milano da 15 anni" . In quel Ma* c'è tutto la soddisfazione del riscatto sociale che maschera la tristezza dell'emigrazione, dimenticando per un po' tanto il riscatto quanto l'emigrazione poiché si torna in Puglia felici riacquisendo in breve tempo i modi di fare di gente bella, che fa casini, ma è bella! Gente fragile e forte, ci vuole forza a rimanere, ma i sacrifici di chi sta lontano non si contano. Fiero di essere pugliese, profondamente paesano (adoro), non di Itaca ma di Grottaglie in giro per il mondo, rido un po' perche la R moscia dei neo-metropolitani scompare all'improvviso durante il viaggio e te li ritrovi sulla mitica corriera Marino traditi da comportamenti che a via Tortona ora cercano di nascondere. E' la parte miserabile dell'individuo che amo, perché in questa "locca" schizofrenia e' contenuta tutta la forza tragicomica e i sacrifici che ci sono voluti per affrancarsi da un futuro annebbiato, il cui ricordo non e' sempre piacevole. Quella corriera è un simbolo, almeno 10 dialetti di 60 persone tra adulti, giovani, anziani, bimbi e cani da grembo coesistono da capo per 13 ore con un unico obiettivo : il mare.

     
  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:20
    Cosimo

    Come comincia: Si sentiva anonimo e non aveva pretese. Gli altri passavano le ore a far le vasche, che in tutte le città piccole con un lungo viale o una piazza di forma ellittica o rettangolare, si facevano come se quelle piazze fossero piscine, pozzanghere di pensieri accavallati e spesso raccontati in modi identici,o con più rabbia, dipendeva dall’orario, colme di pseudo ironia le parole degli amici, nelle ore di riposo, direi molte, ma di subdola malizia alla sera; o le frasi degli amati nei tardi pomeriggi domenicali, senza dimenticare gli amanti. Le sigarette. I colori del cielo che sfumavano come i volti delle sette della sera. Vasche dove voli pindarici di uomini riempivano il cielo di ulteriore vuoto, gazze ladre di parole altrui quasi incapaci di farne un pensiero proprio.  A volte una bella fontana al centro, per movimentare l’ossigeno.
    Cosimo si sentiva come attorniato da zanzare, che in un attimo sarebbero potute finire schiacciate tra le sue mani, quelle di chi voleva solo vivere.
    Finalmente aveva sperimentato lo sfogo improvviso della rabbia del corpo: non se l’era mai concesso, ma ora, cercando di disintossicarsi da psicofarmaci deleteri, sentiva l’irrequietezza chimica, pari forse solo a quella di un tossicodipendente; si sentiva cosi male che solo Dio gli era testimone, diceva, e per la prima volta la sua frenesia, o depressione, o strenua intertia, non era dovuta alla sua mente , ma a dei farmaci. Non era colpa sua. Che scoperta! Piangeva per la solitudine del suo stato , cosi provava a fermarsi in un angolo, o su una panchina, o ad accovacciarsi  dietro un’automobile, stringeva i gomiti vicino al busto, stringeva i denti, le gambe e “Hiiiiiiiiiiiiiiiii”. Sfogava la rabbia incontrollata del fisico. Non era pazzo, non era pazzo.
    Hedna era fortunata, aveva al suo fianco un ragazzo volenteroso, certo a volte molto fragile e sfacciato, ma non si trattava mai di ingenuità, era piuttosto la violenza dell’animo che, guardando le distese di ulivi circostanti lo rendevano capace di gettar l’urlo più disperato che un venticinquenne potesse. Guardava spesso il grano, gli ulivi, la loro forma, e, c’è poco da fare, più si osserva anche distrattamente una cosa, più si ha la sensazione che sia li per te, o che tu sia quella cosa. Un legame profondo con le rocce, le lame che, per quanto le amasse, ora  considerava squarci nella roccia di forma vaga, con un ciuffo di rosmarino e origano selvatici sulla punta. Intorno il silenzio e i profumi delle piante.
    Un enorme squarcio pietroso, ce l’aveva dentro, al posto di vene che avrebbero dovuto pulsare di sangue color primitivo, ma non era certo colpa sua. La condanna del luogo in cui nasci non la decidi : chi potrebbe mai decidere per sé ? Se strozzarsi attorno ad un cordone ombelicale o venir fuori da una vagina col sorriso. Molto probabilmente con il treccione vivifero c’avrebbe fatto un cappio, se avesse saputo che a venticinque anni si sarebbe ritrovato in una piscina sorvolata da uccelli ciechi, tra piccoli canyon pietrosi, silenziosi e angoscianti, anche se sempre cosi belli. Dalì ne avrebbe fatta una tela. Surreale il mondo che ci piega a voler essere guardato.
    E al suo fianco la sua bella, che sotto la fontana diveniva carina, ma la notte un’estranea che lui non riconosceva. C'era qualcosa. In alcuni momenti di solitudine rabbiosa, era questo il “Disprezzo per l’amorosa”:
     
     ’E’ ss’akàpisa mai, de’ ss’ucha angegno
    Ce manku s’icha mai is’ i’ kkardìa,
    Panta se mìsisa sa’ tton Anfierno,
    T’ison gomài zinfogna ce fotìa.
    An èmenes imèa na s’akapiso,
    ’En èmbene ’sù mai is’o’ Pparadiso.  
     
    Non t’ho amata mai, non avevo simpatia per te
    E neppure t’ho avuta mai nel cuore,
    Sempre t’ho odiata come l’Inferno
    Ché eri piena di orgoglio e di superbia.
    Se t’aspettavi che io t’amassi,
    Non entreresti mai in Paradiso.  
     
    Voleva vivere 
     

     
  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:15
    Hedna - tratto dal romanzo inedito HOBERTUS

    Come comincia:  
    Hedna
     
    Hedna era greca, trasferita li solo da un anno per motivi familiari. Effettivamente era bellissima anche lontana da una fontana. Aveva l’aspetto di una tipica ragazza benestante, se il “benestantesimo” puo’ avere dei connotati. Pero’ si, in fondo, i bei capelli neri lunghi e lisci, il volto raffinato senza strane rotondità, o esagerazioni nasali , le gambe cosi lunghe, le orecchie piccole, un pò a sventola tipiche delle belle ragazze che da piccole le coprivano con i capelli  e spuntavano lo stesso.
    Una straniera che si mescolava all’Italia del Sud, raffinatamente bucolico, con reminiscenze del luogo d’origine. Ogni tanto qualche bizzarra spilla o acconciatura da fresca frasca di parrucchiere, ma era il tipo di capello, nero, perfetto, che sfidava Newton cascando a picco verso il culo.
     
    LA CIOCCA DEI CAPELLI
     
    Oh, posson echi ti iss’ esèan imeno,
    Na kào ’na’ llazzon a’ ttutta maddhìa,
    N’on bastazzo is’a chèria-mu demeno,
    Ce votonta na pao is pan ghetonìa.
    A’ tto gheno na ime arotimmeno,
    Azze pèi cafceddhan i’ tutta maddhìa.
    Ine azze cafceddha poddhì sgrata
    Pu m’ochi ti’ kkardìan ankatinata.
     
    LA CIOCCA DEI CAPELLI
     
    Oh, quanto è che ti aspetto
    Per fare un laccio con codesti capelli
    Da tenere alle mani mie legato
    E andar girando per ogni contrada,
    E dalla gente esser domandato
    Di quale fanciulla son questi capelli.
    Sono d’una fanciulla molto ingrata
    Che m’ha il cuore tutto incatenato.
     
     
    Aveva un cane, un setter. Studiava per diventare dottoressa in chirurgia estetica. Avanti e dietro, da e per la città dove c’era l’università. Era li per motivi lavorativi del padre, molto ricco, che aveva acquistato un palazzo intero della fine del ‘600, nel centro storico della piccola cittadina, proprio vicino alla “piscina”, dove peraltro al mattino facevano un rumorosissimo mercato rionale. Solo per questo motivo, Cosimo era contento di aver conosciuto Hedna, perché nonostante l’evidente ricchezza della famiglia, aveva mantenuto la genuinità di un popolo che non ha dimenticato anche la semplicità e la povertà. Era bello, per Hedna, comprare gli avogadi al mattino, scendere in pantaloni anche sporchi, di casa, e gettarsi sulle bancarelle di roba usata o giacconi vintage o prendere il pane per il babbo. Vederla uscire da quell’immenso portone di legno scuro, dove nessuno, nella città, era riuscito ad entrare, diveniva per lui un piacere, una grande soddisfazione:  andare a prendere la figlia del “signore del Palazzo del centro”.
    Un dito medio innalzato alla montagna, sempre li a guardare, vecchia stronza.
    Ma oltre l’apparenza, non c’era nulla che facesse sentire lui degno d’essere vivo. Non stiamo a raccontare chissà quale storia: è la storia di milioni di persone senza lavoro, che ad un certo punto sentono di non avere una vita.
    Ma lui aveva Hedna, il suo corpo, i suoi capelli, la sua anima, la sua poesia: era una ragazza di 23 anni molto dolce, che tutti avrebbero voluto avere e per lui, ormai, era normale averla. Ma allora perché la mancanza di una dignità lavorativa personale faceva sentire inutile tutto il resto? In fondo poco bastava alla perfezione.
    Forse un atto di coraggio, forse per lui andare via, forse diventare ciò che non era. Arrivare. Ma dove? Neanche le montagne lo avevano protetto dalla smania di avere un’identità vincente. Se prima la lotta era tra l’essere e avere, ora diveniva tra l’essere o avere un’identità superiore alla propria,  tra l’essere e l’essere altro da sé. Tra l’essere ed il decidere di essere. Tra l’essere e l’essere, che nei casi migliori significa emancipazione, in altri essere la maschera di sé stessi.
    Lotta più difficile e subdola, quasi pericolosa. Ma l'anonimo Cosimo voleva semplicemente avere dignità per sé stesso, non chiedeva null’altro che un lavoro che potesse valorizzare le sue capacità. 

     
  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:13
    Sternatia - tratto dal romanzo inedito HOBERTUS

    Come comincia: Sternatia
     
    Così antica , viveva  e faceva vivere il magnetismo di ogni cittadina del sud, da cui si vuol fuggire, ma dove poi sempre si ritorna. Uno stemma terribile sormontava alcuni edifici antichi della città e le chiese, ed il meglio conservato era certamente quello sul portone della casa di Hedna, in corso Umberto I, datato 1608: lo stemma raffigurava un dragone inserito in un mappamondo stilizzato e simboleggiava la forza. Secondo alcuni l'animale rappresentato nello stemma di Sternatia sarebbe un basilisco, leggendario serpente che, nelle credenze medievali, uccideva le sue vittime con il solo sguardo. Le leggende popolari raccontano che il basilisco nasca dall'uovo di un gallo; infatti, si crede che se un gallo viva sette anni, covi un uovo che dischiudendosi faccia poi nascere il terrificante rettile dallo sguardo assassino.
    Forse Cosimo aveva questo desiderio e stava tentando di riconoscerlo:  incrociare per una volta nell’esistenza datagli in quella terra dannata uno sguardo indiavolato che gli facesse paura, che gli aizzasse la voglia di attaccare e sbranare. Un maestre forse. Cosimo era un cucciolo di giaguaro, vulnerabile, sopprimibile, ma capace di staccare un braccio con un morso; e soprattutto in estinzione.
    Bisogna cambiare - ripeteva a sé stesso, all’inizio con cadenza settimanale, all’arrivo del tanto agognato week-end, laddove il piacere degli altri non era il suo. Il dovere non gli apparteneva purtroppo, pur desiderandolo e sentiva i momenti di piacere come vuoti che ricolmava di rabbia. Un anno passava, e la cadenza delle sue imprecazioni si faceva sempre più fitta, giornaliera, tra le montagne innevate, le estati dell’ altrui serenità , l’amore di Hedna sempre pronto, ma egli mancava a sé stesso. - Bisogna cambiare!- Purtroppo la cultura che aveva, risuonava completamente inutile ed autoreferenziale in un paesello di 2.496 abitanti. Si sentiva un montone.
    Tutti i lavoretti erano stati fatti : la campagna, il meccanico, il pane, il cameriere, il redattore del mensile locale, la stagione al mare, il grande mare vicino, l’aiuto allo zio imprenditore. Ma era un fatto di identità.
    Cosimo non c’era, mancava a sè stesso.
    E la condizione che viveva era aspramente acuita nel suo dolore dal fatto di non essere capito e di non avere nessuno con cui dialogare o sfogare la frustrazione di una mente sana che letteralmente stava  andando alla malora. Hedna la sua vita se l’era rifatta, dalla Grecia all’Italia, o meglio da Atene a Sternatia. Una ragazza cosi dolce, era per lui la missione d’amore. Diventare nuovo per dare al suo piccolo amore tutta la bellezza che Atene non aveva avuto per lei. Anche in un piccolo paese dal quale non poteva più andare via.
     
    RITRATTO DELL’AMANTE
     
    Aspron e’ tto chartì, aspro e’ tto chioni,
    Aspron e’ tto chaladzi, aspri ine i krini,
    Aspro to sfondilòs-su ce i vrachoni,
    C’echi is’o’ ppetto dio mila azze asimi.
    Isèa se kaman dio mastoroni
    Ce se pingézzane i aji serafini;
    Ce se pingezzan ce se kaman oria,
    Pu ’e’ ss’echi de’ is’in ghì manku is’in gloria.
     
    RITRATTO DELL’AMANTE
     
    Bianca è la carta, bianca è la neve,
    Bianca è la grandine, bianchi sono i gigli,
    Bianco il tuo collo e le braccia
    Ed hai nel petto due mele d’argento.
    Te, t’hanno fatta due maestroni
    E t’han dipinta i santi serafini;
    E t’han dipinta e t’han fatta (così) bella
    Che come te non ce n’è né in terra né nella gloria (del cielo).
     
    Cosimo aveva genitori malati. Negava a se stesso la possibilità di fuggire via, nonostante ogni giorno, nei momenti meno depressi, cantasse “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco, poiché il senso di colpa che avrebbe avuto qualora fosse  accaduto ai genitori qualcosa in sua assenza, lo avrebbe ammazzato più della rabbia che avrebbe provato nel rimanere nel piccolo innocuo paesino.

     
  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:11
    San Giorgio - tratto dal romanzo inedito HOBERTUS

    Come comincia:  
     
                                                      San Giorgio

    In un minuscolo centro, le stagioni del tempo scandiscono la vita accompagnandola con feste che da millenni sono più o meno rimaste simili. Cambiano i santi, ma il fervore è identico. San Giorgio illuminava le strade con parate di luminarie cosi perfette da parer dipinte nell’aria, orgoglio per il contadino che indossa il suo vestito buono, e vede la sua città brillare il 22 d’agosto. Le feste di Sternatia erano diverse ed il calore che sprigionavano non è un fatto semplice a spiegare.
    I Canti di Passione ad esempio,che cadevano per la Pasqua, erano fortemente legati all’altrettanto forte legame con la lingua che potremmo dire madre di Sternatia, il griko-salentino: una delle poche terre della grecìa salentina, di cui Sternatia era capitale, ove ancora la poesia, il canto, il dramma, la prosa venivano recitati in lingua cosi antica ed unica che inevitabilmente influenzava il carattere di un tessuto sociale per certi versi rimasto sacro e intatto nel tempo. Nella Grecìa Salentina il Canto di Passione ha resistito al tempo e alle mode, consegnandoci, attraverso il suo svolgimento liturgico, l’essenza del divenire umano. Forse potrebbe essere questo un buon motivo per restare o venirci a vivere; del resto per molto tempo, senza però mai chiederlo, Cosimo si era chiesto come mai la famiglia di Hedna avesse scelto proprio Sternatia per venire a vivere. Da Atene! Certo la derivazione linguistica li avrebbe aiutati, ma c’erano altri comuni possibili, anche più grandi.
    Il palazzo di Hedna era assolutamente adiacente la zona in cui oltre i mercati anche la festa prendeva piu’ vita, ed era paradossale vedere un palazzo di siffatta imponenza ed oscurità, primeggiare tra e luci quasi fosse esso la chiesa da cui il santo sarebbe uscito. Ma il portone sempre chiuso non faceva altro che destare la sempre maggiore curiosità della famiglia Patrakas, venuta a soggiornare nel piccolo mondo di “Idioti” impazziti a San Giorgio.
    Cosimo ebbe, tra i primi meriti nella nuova vita di Hedna, quello di insegnarle a ballar la pizzica, che non le riuscì difficile, vista la mediterraneità del suo essere. Il morso colpiva in tutto il sud del mondo,e la danza di furore, corteggiamento, esorcismo, catarsi  faceva dei due una coppia giovane, strana, ma perfetta insieme.
    Il vino traboccava dalle cisterne delle aziende vinicole, e nel pieno dell’ebbrezza dovuta al primitivo amabile , Cosimo s’era permesso di dire una cosa sciocca ad Hedna, talmente sciocca da farla scappare e rientrare subito nel portone di casa- Chiedo lavoro a tuo padre.
     
    PREGHIERA
    Afse parasseghì se prakalò
    O Crocifisso na me kuntsulefsi
    Ce na me numerefsi to skopò,
    Pas amartìa na me skantsefsi.
    Ivò pianno addho kosmo n'agapiso
    Ce o Teò mu dì 'o Pparadiso
    Ce mu lei magari na charò.
    A' Ggiuseppi kanni to kumbito
    Ce o Spirdussanto mu sperei kalò.
    As Petro ta klidìa a' tto Pparadiso
    Ce me kanni puru na cherestò.
    Cino 'en ei fida na mu kanni
    Anu s'on ajera na me pari
    Ka citte porte ìtela na dò
    Ma tì manera stéune klimmene.
    Ciso farkuna pùstighe anittò,
    Apù 'cì skuperegghi tikanene,
    Skuperei puru 'a mea to Teò
    S'on ajera stendei ole te vvele,
    Oli angeli kantéune to leo 'vò:
    Pentseo s'o Paradiso tì kannun oria..
    Di venerdì ti prego
    Che il Crocifisso mi consoli,
    Illumini le mie intenzioni
    E mi tenga lontano dal peccato.
    Mi accingo ad amare un altro mondo
    Così Dio mi dona il Paradiso
    E, magari, mi dice di godere.
    San Giuseppe appresta il convito
    E lo Spirito Santo mi augura il bene.
    Aprendo con le chiavi il Paradiso
    San Pietro mi fa rallegrare.
    Un'altra garanzia non mi può dare
    Se non condurmi nell'alto dei cieli
    Perché quelle porte io vorrei vedere
    Ed in qual modo se ne stanno chiuse.
    Se quel portone fosse sempre aperto,
    Da lì potresti scorgere ogni cosa
    E ancor potresti contemplare Dio
    Che copre il cielo con sue volte.Tutti gli angeli cantano, io dico,
    E penso com'è bello il Paradiso.

     
  • 14 febbraio 2014 alle ore 5:25
    Bianca e Airis

    Come comincia: Bianca:- "La femmina va in calore, il maschio deve montare,e cerca, punta, si gonfia, cambia colore e canta , attira l’attenzione lottando con altri maschi del branco per farsi scegliere dalla femmina che non lo accetta subito, prima si difende , poi si accovaccia..perchè è la femmina a scegliere.. nel caso di alcune specie, rimarranno insieme per sempre, , nella specie umana capita che il maschio finge che la sua criniera punterà per sempre quella femmina, per poi lasciarla come una bestia putrida in una angolo. Gli animali non conoscono l’inganno. Gli uomini usano l’inganno tra le peggiori armi di cui vanno fieri.
    Airis …che amore aveva! Un ragazzo italiano,  da questo amore è nata  Betmej.  Airis è una rom, ed era un’infermiera;  l’animale dalla folta criniera era in vacanza. Una vacanza durata ben tre mesi, giusto il tempo di conoscere l’Est: e “se le femmine balcaniche per le strade italiane sono alte e belle, e costano 50  euro per un pompino, quelle in madrepatria, -il cavallo pensava-,  me lo faranno gratis o al massimo per 10 euro!” Bianche, scure o bionde che siano. L’animale realizza il suo sogno. E via!  A cercare la femmina!  Ma una zingara mai! Perché gli zingari sono meno di noi, gli zingari puzzano, rubano, vivono per strada. Airis si lava, Airis profuma di vento, Airis è una farfalla che vive un giorno ,  Airis non ha il tempo di spiegare all’animale che è una rom.
    Airis non lo dice all’animale per paura di essere gettata via, Airis ama quell’animale. Il tempo di far fare all’animale i suoi bisogni, , di fare l’amore con lei, di farsela aggrappata a un albero, il tempo di poter dire ai suoi amici del branco che s’è scopato la bellezza dei balcani, il tempo di scoprire che Airis gli sta per dare una figlia, il tempo di scoprire che Airis è una zingara,  di tornare in Italia e promettere permessi di soggiorno per farla venire con la loro piccola, il tempo di scappare dalla zingara e sparire per sempre. Una donna incinta e sola in una campo Rom, è una donna disonorata: Airis, ti ho chiamata puttana. Scusa, mi sono sbagliata. La puttana sono io. Tu non hai venduto nulla,  ti hanno rubato tutto. Il capo-villaggio infatti, pensa bene di porle una condizione per salvare l’onore della famiglia  macchiata dalla vergogna di avere in casa una donna incinta e sola: “ Va in Italia- le dice- tre mesi di tempo, trova un lavoro, cerca di avere un permesso di soggiorno e potrai portarti via tua figlia, altrimenti non la rivedrai piu’, ora Betmej è  ostaggio del villaggio.” Ed è cosi che inizia la corsa di Airis verso le nostre città, Airis in Italia, Airis in una paese “civile”, Airis e la corsa verso l’occidente evoluto e alla ricerca di un lavoro: una corsa non libera, ma profuga e già prigioniera, in mezzo a bestie mascherate da esseri umani con la criniera che odora di inganno
     
    Airis :-"Scappai, non ho mai saputo il vero nome di Bianca .Rividi mia figlia, Betmej. Ho potuto crescerla e le ho insegnato tante parole che Bianca mi aveva insegnato, soprattutto insulti e parolaccie per difendersi….tipo….”No mi tuccà ca sci no ticcido!”( - non toccarmi senno’ ti ammazzo) Ma quella che mi piace di piu’ è "Ardoro", l’odore. “Betmej -le ho detto- sii fiera del tuo odore,e se hai bisogno di aiuto,  danne un po’ a chi non ne ha'."

     
  • 14 febbraio 2014 alle ore 5:15
    L'undicesimo comandamento

    Come comincia: 1  Non avrai altro Dio all’infuori di me.  Vedremo
    2. Non nominare il nome di Dio invano.  Vedremo
    3. Ricordati di santificare le feste .  Bel Natale di merda
    4. Onora il padre e la madre. Sono morti di cancro quando avevo 10 anni, non ho potuto onorarli abbastanza!.
    5. Non uccidere. Ah Ah Ah 
    6. Non commettere atti impuri. Amo solo mia moglie, pure da morta.
    7. Non rubare.  Mi hanno tolto tutto.
    8. Non dire falsa testimonianza.  E’ tutto sotto gli occhi di tutti e nessuno fa un cazzo!
    9. Non desiderare la donna d'altri.  Sempre fedele a Pinuccia
    10. Non desiderare la roba d'altri.  Al massimo un loculo piu’ pulito
    Ne manca uno , l’undicesimo lo scrivo io, posso?
    Non ti vendicare! E io non mi vendico, ma voglio ridere. Ridere.

    Un operio dell' ILVA, morto, decide di vendicarsi; vuol fare uno scherzo al dottor Riva,il capo dell'azienda che lo ha ucciso, farlo solo un po' spaventare, facendo il fantasma, cosi un mattino, intorno alle 10.30 lo raggiunge nel suo ufficio.
     
    "Buongiorno sono Cosimo Annicchiarico, vorrei parlare col dottor. Riva
    No... non è una maschera, non indosso nessuna maschera..
    Devo attendere? Ma come? Cosa devo attendere?? Ma gli devo parlare? Devo attendere il mio turn...mha....va bene...tanto di tempo ne ho quanto ne voglio …
     
    Si?? Eccomi!
     
    Buongiorno dott. Riva! Si ricorda di me?
    Ho un viso che non gli è nuovo eh…..si lavoravo nel reparto di...
    Senta ..no nulla…..io volevo……no è che venendo qui mi sono impolverato tutto di diossina…
    No, si sto bene, anzi no…. Non mi sento bene….scusi…ogni tanto mi prende la follia...sa mi sento come se fossi morto. Da quando non lavoro piu’ qui, mi manca il posto di lavoro, allora ero venuto per salutarla. Si la mia famiglia sta bene, veramente mia moglie è già morta. E’ mia figlia Dina che, poveretta, sta crescendo e io non posso piu’ accompagnarla a scuola….eh perché non mi sento piu’ tanto bene...Ecco pensavo...dato che lei ha già regalato al cimitero di Taranto le fontanelle per i defunti di cui personalmente la ringrazio…non è che lei magari potrebbe pensare non so, ad un servizio navetta per i bambini del quartiere Tamburi? Cosi la mattina non devono farsi quelle strade soli,  con quell’odore orribile, sa fa  male ai polmoni, mia moglie è morta cosi.
    Non ci sono i soldi…ah…eppure…insomma…l’azienda produce….
    Oppure non so…..perchè sa mia figlia è proprio rimasta da sola… io devo andare via per curarmi….come le dicevo non mi sento abbastanza bene…….si si….nello stabilimento ho sempre lavorato benissimo, certo, quindi non mi devo lamentare e quello che chiedo è troppo. Certo. No allora scusi il disturbo dottore, è stato un piacere lavorare per lei per 14 anni, sà, sono entrato che ne avevo 19..e ne sono morto a 30.
    No, non si preoccupi mia figlia a scuola ci andrà a piedi, è forte, ha preso dal padre. Si ha 9 anni adesso. Userà il mio fazzoletto e la sciarpina. Certo, la sciarpina verde. Grazie presidente, grazie per avermi fatto lavorare qui. Mi scusi il disturbo presidente. Si sono morto presidente, ma non fa niente. Si mia moglie pure, ma non fa niente. Mia figlia... scusi ora deve andare a scuola. Con la sciarpina verde.
     
    Che gentili sono stati, quando eravamo piccoli, a farci credere che l'inferno fosse fatto di fiamme. Forse un modo per dare colore alle pareti di un luogo tutt'altro che infuocato di rosso e bollente arancio. Fiamme che danno calore in un luogo tutt'altro che caldo.
    L'inferno ha pareti bianche, che spesso , essendo piastrellate, riflettono sagome, o i colori di luci notturne.
    Le vestaglie sono tuniche mortuarie, finchè, addosso, non cominciano a puzzare di sudore e il cibo si accumula tra i denti per giorni. L'inferno ha piu' le caratteristiche dell'immobilità. il terremoto in un punto fermo e quante urla ci sono nel silenzio.
    Non ci sono mani tese a salvarti, ma sono il disegno di mammocci che sperano di comprendere quel frastuono, senza sapere cosa è la morte. Nell'inferno si è morti da vivi. Tutto lo sforzo è pari ad una resurrezione. E chi puo' testimoniare? Chi puo' sapere? Chi puo' sostituirsi allo sforzo che tu devi compiere per non vedere piu riflessa in uno specchio, o in una piastrella, la tua immagine defunta? I vivi pregano i morti. I morti pregano i vivi, ma non si vedono mai. E non c'è della sacralità in questo. Sono due mondi separati. Nell'Inferno fa freddo. Nessuno puo' riscaldarti. Sei livido e gelido. Il sangue non circola piu'.
    Sagome di vestaglie rosse sulle piastrelle bianche. Vestaglie bianche sulle piastrelle delle sagome rosse. Piastrelle rosse di sagome di vestaglie bianche.