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Racconti di Andrea Bandolin

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  • 12 giugno 2013 alle ore 20:15
    Spero solo che domani il naso sia al suo posto

    Come comincia: Un altro giorno, non questo, un altro, mi accorsi, guardandomi allo specchio, che il mio orecchio destro era più basso del sinistro.
    Non era la prima volta che mi osservavo, eppure non avevo mai notato questa strana asimmetria.
    Cercavo con un sorriso sbieco e alquanto idiota, di tirarmelo su. L’orecchio, si intende. Qualche cenno lo faceva; si rialzava, ma quando smettevo di sorridere, ritornava al suo posto. Quello però non era il suo di posto. Sarebbe dovuto stare dove di solito stanno le orecchie; tra la punta del naso e il di sotto delle sopracciglia. Invece no. Quel mio orecchio balordo era sceso di quasi un centimetro.
    Ero un semplice e fottuto storpio.
    Perché non ero mai riuscito a notare un cosa così importante?! Forse avevo problemi agli occhi.
    Non è possibile che un orecchio scenda da dove sta per prendersi la gioia di una boccata d’aria. Non ha senso. Come non ha senso che io non mi sia mai accorto di niente. Come diavolo si fa, dico io.
    Avessi tredici anni capisco, ma l’età dello sviluppo l’ho passata da un bel pezzo.

    Continuai a rimirarmi davanti all’oggetto di riflettente ironia, per cinque o dieci minuti, non so più. I sorrisi idioti che mi si dipingevano sulla mandibola. Le attenzioni che dedicavo alle mie non malate pupille. La mia storpiaggine ero io, non quello che vedevo.
    Non so neanche se esista la parola storpiaggine. Una cosa è certa: per descrivermi, bisognerebbe di certo inventarla. Ha un suono tetro e schifoso. Storpiaggine...non sentite? Un po' come menzogna. Anche se non sai cosa significa, sai per certo che non è bene utilizzarla.
    Mi vengono in mente quei film dove il protagonista è emarginato perché ha il viso bruciato o perché è pieno di pustole. Mi ci sento vicino, anche se lo scopro solo ora.
    Ancora non mi capacito di non essermi accorto di niente. Forse quando ti accade qualcosa, qualcosa di orrendamente catastrofico, ti accorgi di quello a cui non avevi mai dato peso. Il mio orecchio per esempio.
    A pensarci bene, un mese fa, ho assistito a qualcosa del genere. Se devo essere sincero, mi ha parecchio sconvolto. Certo non sono un bambino, ma non avrebbe fatto differenza.
    Mentre gironzolavo, una domenica mattina, vidi una signora anziana attraversare la strada. La conoscevo. Tutta ricurva su se stessa, tenuta in piedi solo da quel suo malandato bastone magenta.
    La vedevo spesso, puntuale, come me, nelle sue passeggiate pomeridiane.
    Capitava che la salutassi, per educazione, ma lei non riusciva nemmeno ad alzarsi da quel suo malandato bastone magenta.
    Borbottava qualcosa e si incamminava verso la sua meta, portando un piede davanti all’altro.
    Quel pomeriggio, quell’ingobbita nonnetta, senza motivo alcuno, se non la sua veneranda età, si accasciò sulle strisce pedonali. Sembrava, mentre scivolava giù dal suo bastone, che lo stesso la infilzasse come uno spiedo.
    Convenite anche voi che una scena così possa turbare anche il marinaio più navigato. Di certo io non lo sono e di fatto, la vicenda mi scioccò molto. Dopo tutto la vedevo quasi ogni giorno.
    Guardavo da lontano la povera anziana morire in mezzo alla strada, come se un ineluttabile destino avesse deciso che in quel momento, in quel preciso istante, lei si sarebbe dovuta accasciare sulle strisce. Inerte, sulla parte nera dell’asfalto, accerchiata da una selva di stolti curiosi.
    A pensarci bene, perché questa storia, anche se tremenda, dovrebbe avere a che fare con il mio orecchio?

    Non me ne capacito. Dopo quarant’anni vissuti con un paio di orecchie, ora mi accorgo di averne adottata una terza, trascurando la seconda, o la prima. Dipende.
    Problemi agli occhi non dovrei averne. Se così fosse, mi vedrei simmetrico o quanto meno con una faccia deforme. L’ipotesi di un trapianto nella notte, poi, è da escludere a priori.

    Ricordo, che una ventina di giorni fa, un uomo, più o meno della mia età, fu deriso dai suoi amici. L’oggetto di scherno era la sua nuova acconciatura. In effetti, c’era molto da ridere su quello strano taglio di capelli. Come poteva un uomo, nel pieno delle sue capacità mentali, decidere un taglio così dannatamente orribile. Se fossi stato il suo barbiere, glielo avrei certamente impedito.
    Una ciotola nera e lucida, gli calzava quella sua testa ovale. Era magro e la voluminosa insalatiera che gli adombrava il viso, lo faceva sembrare come un birillo da biliardo. Quelli bianchi, grossi in fondo, poi stretti, che finiscono con quella sproporzionata capocchia. Una differenza: la capocchia era nera e tutt’intorno aveva tanti birilli uguali che lo deridevano.
    In quel momento pensai a come si sarebbe potuto sentire quello strano tipo. Certo se l’era cercata.
    Mi faceva pena, in un certo senso e forse mi ci sono anche immedesimato nella sua vergogna. Solo non capisco perché, vedendo una scena così stupida, mi sia un giorno svegliato e trovato orrendo. Davanti allo specchio, con un orecchio che va per conto suo. Non credo che per questo genere di cose, serva un tempo di incubazione così lungo.

    Certo che quel dannato orecchio è proprio basso. É come se avesse voglia di andarsene.
    Avete mai visto un orecchio, che un giorno si sveglia ed è stufo della propria esistenza? Che si vuole suicidare? Io sinceramente no, anche se a volte mi viene da pensare alle cose più assurde.
    Prendete per esempio la nonnetta. Non è mica normale che una persona, per vecchia che sia, muoia su se stessa in mezzo alla strada. Se questo può succedere, allora anche il mio orecchio potrebbe essere stanco del suo quieto vivere. Ascoltare, ascoltare, ascoltare qualche grattatina di circostanza (il punto di massimo piacere), e ancora ascoltare. Ci credo che voglia farla finita.
    Mi viene un dubbio però: se è possibile che il mio orecchio sia sceso, allora può anche darsi, dico io, è un’ipotesi, che l’altro orecchio sia salito. No, non può essere. Non avrei questa insana sensazione di sicurezza. Non sarei certo dell’inevitabilità del mio orecchio. Come quando puntate alla roulette. Siete sicuri, talmente sicuri che esca lo zero verde, che non ci pensate due volte e puntate tutto quello che avete.  Il mio orecchio si deve essere per forza abbassato.

    Non pensavo si potesse rimanere così tanto davanti ad uno specchio. Almeno, non solamente per osservare la propria strana ed ineluttabile situazione di storpio.
    Adesso che mi viene in mente, l’altro giorno, lunedì credo, mi successe un fatto strano che molti considererebbero un miracolo.
    Mi trovavo davanti ad una chiesa, con il rosone, le guglie e tutto il resto. Era nuvolo; me lo ricordo perché tornando a casa mi presi una bella lavata.
    Era nuvolo, dicevo. Mi accorsi che, attraverso le vetrate colorate che addobbavano l’esterno, passava una fioca luce. Sembrava che le vetrate venissero spezzate da quel raggio che scaturiva dall’interno. La chiesa era chiusa e il prete l’avevo visto andare via poco prima. Mi aveva stretto la mano in senso di cordiale monito per il futuro. “Vieni da me domenica prossima” mi disse. Certo non sono un accanito sostenitore del Signore, ma per non fargli peccato, gli dissi che ci sarei andato.
    Diventai curioso, davanti a quelle alte mura, guardando la fioca luce. Cercai in tutti i modi di entrare, aspettandomi chissà quale cherubino venuto a sistemare la cappella della chiesa.
    Tranne rompere le vetrate e scassinare il lucchetto del portone, le provai veramente tutte.
    Alla fine cominciai a sentirmi alquanto stupido a fare tutta quella caciara per un po' di luce. Solo che, quando stavo per andarmene, bagnato dalla prima goccia di pioggia, notai che il bagliore se n’era andato.
    Forse in quell’uggioso giorno sono diventato fedele a Dio. Almeno, se non a Dio, a qualcuno lassù o laggiù. Chi può dirlo. Capisco solo che non saprò mai cosa successe quel lunedì divino.
    Potrò raccontarlo però; i credenti mi guarderanno sognanti e gli scettici rideranno di me. Poco importa, tanto amici non ne ho. Ho solo questa immagine riflessa di fronte a me. Se fossi in lei, nell’immagine, me la sarei già svignata.
    Che uomo sarei se, solo per affievolire la colpa su questo stramaledetto orecchio, diventassi credente. Forse, semplicemente, in quella chiesa, quel giorno, c’era veramente qualcuno.

    Che siano vecchiette morte, uomini privi di gusto o chiese miracolate, il mio orecchio è sempre lì. Mi fissa. Lo fisso.
    Più lo guardo e più mi accorgo che l’ho sempre saputo. Di essere storpio intendo. Fate un po' di conti. Non ho amici, paranoie tante e parlo per un’ora di un orecchio che non so neanche se sia mio. Chi è che vorrebbe avere a che fare con uno storpio? Uno che non si accorge neanche di esserlo, ma che alla fine lo sa.
    Spero solo che domani il naso sia al suo posto.

  • 10 giugno 2013 alle ore 19:57
    Lucifero l'angelo

    Come comincia: La luce della Luna, entrando dalla finestra, illuminava il viso visibilmente malconcio del cherubino. Era seduto sulla poltrona. Le sue ali bianche, piumate, oscurate dalla penombra, richiamavano ad un tetro presagio. Il corpo nudo e asessuato, brillava, in parte, sospinto dal bagliore della calda notte.
    Guardava fisso nel vuoto, nero, senza appigli. Vagava come un ramingo in cerca del suo scopo. Gli occhi azzurri, bianchi, scuri, indefinibili; i capelli ricci, mossi, biondi, senza vita, accasciati sulle spalle gracili e leggiadre. I lineamenti docili, assenti, pieni di ardore.
    L’ombra lo stava inghiottendo e i suoi occhi lo dimostravano. La Luna si stava ritirando, figlia delle tenebre, cacciata, rimproverata per la clemenza verso un angelo caduto.
    La parte lievemente illuminata, era anch’essa priva di ogni passato, ma c’era ancora tempo. Se lo ripeteva, ma il livido sulla guancia lo faceva ripiombare nella madre notte.
    Ricurvo, poco soave, non si addiceva al ruolo che ricopriva. Ingobbito e ferito, guardava la stanza vuota. Spoglia di giorno, piena di notte.
    Era stato battuto, deriso, ammaliato. Non sarebbe dovuto cadere sotto le sferzate del nemico. Non avrebbe dovuto cedere alle lusinghe del male. Invece restava inerme, dimesso dal compito che il Sommo gli aveva concesso.
    L’ultima luce sibillina si accasciò sul suo petto, mentre si alzava forse non più intorpidito. Ormai era completamente nascosto nell’infinito nulla che crea e distrugge, separato dal suo compito. Solo la luce della traditrice Luna, figlia dell’ombra ferale, gli stava dando riscossa, illuminando il suo cuore. Quest’ultimo, cardine della sua resistenza, ma potente come il resto, non esisteva quasi più.
    Le ali distese, non di gloria, ma appoggiate e giacenti sulla schiena ricurva. Restava immobile, aspettando il giorno. Un barlume che lo teneva legato alla luce da cui si era scostato, vergognandosene.
    Con la forza rimasta resistette fino al giorno seguente, quando il bianco mattino gli spalancò il cuore, accogliendolo, tingendo di bianca luce tutto il suo corpo. Rinvigorito, uscì dalla porta per adempiere al suo destino e aspettare la notte, con la solita calda ombra nell’anima.

  • 10 giugno 2013 alle ore 19:53
    Filo verde o filo blu

    Come comincia: Ecco perché. Esplode una bomba. Si accende una miccia. Un cacchietto col timer. Poi alla fine. Per un pelo! Ecco perché. Ora so il perché. Ma se. Dico io. Se si vede. Un film. Se si vede un povero cristo. Con la lettera minuscola. Che si arrabatta. Povero cristo. Per tagliare il filo giusto. Quello verde! No, quello rosso. C'è n'è uno bianco e rosso? E il blu. In magazzino ce l'avete? Sa, è il mio colore preferito. Mi piace il blu e vorrei la bomba blu. Una bella bomba blu. Il filo blu. Però se lo taglio si rovina. Vada per il verde. E quindi infine si ferma. Là. Sull'analogico 1. Sempre per il rotto della cuffia. Ma perché si rompe? Quello sudato che si asciuga. E l'altro sudato che si asciuga. E un terzo un quarto. Magari anche 120.723. Tutti ad asciugarsi la fronte. E poi? Poi si vede un altro film. C'è la bombamicciacacchietto. E si ferma ancora. Sull'analogico 1. Si ferma lì. Produzione di acqua salata. E via. Via verso la fine del film. E poi? E poi un altro film. Aiuto! La bomba! C'è il filo verde e arancio? Magari con i pallini ciclamino? No, li abbiamo finiti. Allora il verde. Che anche se si rovina. Ma ancora l'1? Analogico sempre. Sì, perché fa suspense. Ma è inglese o francese. No, inglese. Fa rima con americano. Con filo verde e filo rosso. E con 1 analogico. Che poi anche l'Italia... Ma non si può far qualcosa? Cambiare filo? No, in magazzino non hanno che il verde. E allora. Allora un altro film. Cosa devo tagliare? Il filo verde. Fatto. Fatto? Fatto. E che numero c'è scritto. Il 20 analogico. Ma allora che suspense è? Francese. E quindi. Quindi un altro film. E che film. Di bombe. Ma esplodono? Se hanno il timer no. Perché? Suspense filo americana. Ma quindi dove si ferma. Sul 17 analogico. Francese. Ma non funziona! Certo. Funziona così. Sull'1  analogico è americano. Sugli altri numeri fino al 20. Francese. E oltre. Ah, l'Italia! E che si fa allora? Si guarda un altro film? Con nessuna esplosione da timer. Che si ferma. Sull'1 o sul 2-20. Guardarlo non è scontato? Certo! E allora? Allora si guarda un altro film. Questo è diverso. Ci prova. Nigeriano. Là il timer non ce l'hanno. Non se lo possono permettere. E quindi? Non si vede il timer. E quindi? La bomba può saltare. Forse che sì, forse che no. Suspense. Francese? No. Inglese? No. Italiana? No. Nigeriana? No. Totale. 

  • 10 giugno 2013 alle ore 16:32
    Dialogo razionale

    Come comincia: -Che cos’è l’amore?-
    -Non lo so-
    -E perché no?-
    -Ma che domanda è? Non lo so perché non lo so. Tu sai perché morirai…no! Io non so cos’è l’amore-
    -Quindi vuoi dirmi che sai perché morirai?-
    -Era un esempio-
    -Ma se non conosci la riposta del perché esiste la morte allora non è un esempio, ma un modo per farmi restare zitto-
    -Va bene, è solo che non so che cosa è l’amore né tantomeno il significato della morte. Però so che dovrò morire prima o poi-
    -Ma avrai l’amore?-
    -Che vuoi che ne sappia io! Non sono mica Dio né qualche strano oracolo o saggio dalla barba bianca! E poi l’amore non si può avere, ci si può innamorare però-
    -Allora perché sai che morirai ma non sai se ti innamorerai? Vuoi dire che l’amore non si sa se esiste?-
    -So che morirò perché alcuni miei amici, parenti e conoscenti, hanno fatto la stessa fine. Per quanto riguarda l’amore, so che esiste perché tutti quelli che conosco lo credono-
    -Fammi capire, la morte esiste perché tutti quelli che conosci sono morti. Mentre l’amore esiste perché tutti quelli che conosci lo credono. Quindi morire e credere è la stessa cosa-
    -In alcuni casi sì, ma non in questo. Credere fermamente in qualcosa può portare alla morte. Magari può capitare di volere morire per amore-
    -Ma se non sai che cosa è l’amore, come fai a crederci? E se non puoi crederci come fai a morire per amore?-
    -Non so che cosa è l’amore, ma ci credo. Non serve sapere tutto di una cosa per crederci. Dio, se esiste o non esiste, non lo so proprio, ma io credo di sì. Altre persone no. Comunque, credere non è un’anticipazione della morte, è solo uno stadio di convinzione che ognuno di noi ha e che distribuisce come vuole-
    -Per credere a qualcosa, allora, bisogna che questa cosa possa esistere, come non-
    -In un certo senso-
    -Come gli alieni o le cure miracolose-
    -Sì, però è un concetto diverso. Sia l’amore che la morte sono termini diversi da alieni o cure miracolose-
    -Perché?-
    -Vedi, gli alieni, vivono nella nostra fantasia e nell’immaginazione che nell’universo possa esistere una forma di mentalità e di società diversa dalla nostra, mentre le cure miracolose, sono solo la trasposizione onirica della nostra voglia di non avere più dolori-
    -E l’amore e la morte sono diversi?-
    -L’amore, anche se non sappiamo che cosa è, sappiamo che esiste, non solo perché ci si crede, ma perché succede. E’ un dato di fatto-
    -Ma come fa a succedere?-
    -Non lo so. Succede e basta. La morte invece è qualcosa che non sappiamo definire se non nel momento in cui tutto finisce-
    -In poche parole, allora, l’amore è un concetto astratto a cui ci aggrappiamo, mentre la morte la conosciamo solo come istante-
    -Non è che vogliamo aggrapparci a quel concetto, forse al nome sì, ma non al concetto. L’amore esiste perché regolarmente esiste, ma non ha una natura definibile. La morte invece, sì, sappiamo che è solo un istante. Oltre la fine non sappiamo cosa c’è-
    -Se è la fine, allora non c’è niente. Se tu muori, io esisto ancora, quindi la morte non può essere la fine-
    -Si fa per dire. Non puoi mica centellinare ogni mia parola però! In senso generale non è la fine, ma per l’individuo non esiste altro-
    -Ma se mi hai appena detto che non conosciamo niente della morte, se non l’istante in cui appare. Come fai a dire che dopo non esiste altro. Potrebbe esistere qualcosa e quindi non è la fine, ma solo una piccola parte. Magari è quasi alla fine, ma non del tutto-
    -Sì, potrebbe essere. Cominci a credere allora?-
    -Se credere significa avere una propria idea, allora sì-
    -Sì, come l’idea che esiste un Dio-
    -Ma io non credo in un Dio, ma in un Essere. Il credere allora è semplicemente il concetto di va dove tira il vento-
    -Beh, molti lo pensano probabilmente, anche inconsciamente, ma creder significa avere un qualcosa che hai solo tu-
    -Quindi credere a Dio, non vuol dire credere. Lo pensano in molti e credere non deve essere individuale?-
    -Credere in Dio veramente, vuol dire credere, ma crederci perché lo fanno gli altri…questo non è credere, è seguire-
    -Non hai risposto alla mia domanda però-
    -In che senso-
    -Ti ho chiesto perché credere tutti veramente in Dio vuol dire credere. Credere vuol dire avere un proprio e unico pensiero. Me lo hai detto tu-
    -Ma credere non vuol dire per forza creare dal nulla qualcosa nella propria mente. Ognuno crede in Dio a suo modo. Anche il tuo credere in un essere è come credere in Dio-
    -Dio quindi è solo un nome, come amore e morte-
    -Sono solo nomi dati a tre concetti diversi che però si possono legare l’un l’altro-
    -Ma anche nell’amore ognuno ci crede in modo diverso?-
    -Esatto-
    -E la morte?-
    -Abbiamo dimostrato anche solo noi due che crediamo alla morte in modi diversi-
    -La faccenda di Dio o di Essere l’ho capita, ma quella dell’amore no. La morte, poi, ci devo pensare su-
    -L’amore ha lo stesso principio di Dio in temi di credenza. Esiste e di conseguenza tu gli attribuisci il valore che vuoi. Ci credi a tuo modo-
    -Io credo in un Essere superiore e tu in Dio, ma tu credi nell’amore e io non so neanche cosa sia. Non posso credere a qualcosa se non lo conosco. Hai detto che esiste quindi almeno lo dovrei aver incontrato in qualche modo-
    -Evidentemente ancora non l’hai incontrato-
    -Tu sì?-
    -No-
    -E allora? Siamo al punto di partenza-
    -Io so che esiste perché gli altri me lo hanno trasmesso, ma io non l’ho provato in prima persona, perciò non so ancora cosa credere sull’amore. Mi sono fatto un’idea però-
    -Quindi per ora credi a quello che gli altri credono finchè questo fantomatico amore non arrivi da te affinché tu possa crederci a tuo modo-
    -Si chiama esperienza-
    -Anche se vorrei chiederti che cosa è l’esperienza, mi limito a dirti che sono arrivato ad una conclusione. Uno: la morte è un istante e continua per un po’. Due: esiste un Essere superiore che ci ha creati. Tre: l’amore esiste perché me lo hai trasmesso e spero che mi arrivi presto. Mi ha incuriosito-
    -Questo è lo spirito giusto-
    -Adesso ti saluto. La prossima volta avrò altre domande da farti-
    -Cioè?-
    -Che cosa è l’esperienza e che cosa è lo spirito giusto-

  • 10 giugno 2013 alle ore 16:15
    L'uomo è un cane razionale, diviso sette

    Come comincia: -Come è andata oggi?- chiese Bobby con fare assonnato.
    -La solita settimana- rispose Lucky, grattandosi l’orecchio destro.
    Bobby sedette sul suo didietro, adagiando la testa al collo. Lo chiamavano Bobby “Macchia bianca”, per via di quell’enorme chiazza avorio sulla fronte, leggermente spostata verso la tempia. Un essere sempre assonnato, il contorno degli occhi cascante, che mostrava il rossore perenne delle vene, mentre le pupille castane guardavano in su, scrutando il cielo o i suoi coetanei, lui che era il più piccolo in statura.
    L’amico Lucky invece era completamente canuto, sempre arruffato, dalla fronte alle unghie, il portamento eretto e fiero, gli occhi piccoli e neri e il pelo che gli cresceva sotto la sua invidiabile dentatura, leggermente sporcato, ingrigito. Non aveva soprannomi, come si conviene ai maschi alpha.
    -A te Macchia?- disse Lucky dall’alto verso il basso.
    -Mangiare, dormire, mangiare, qualche grattatina piacevole, magari dietro l’orecchio…lo sai che vado in estasi…coccole con qualche randagia e una passeggiata al giorno, per prendere un po’ d’aria. Il solito insomma- spiegò Bobby starnutendo.
    Anche Lucky si sedette, riprese fiato.
    -Perché per noi il tempo passa così in fretta? Un minuto fa ero in orario, invece ora sono sette minuti in ritardo- una domanda che entrambi si ponevano spesso, ma non avendo così tanto tempo per darsi una risposta, lasciavano sempre perdere. Le domande esistenziali non hanno mai una risposta, si sa, ma questa era impossibile anche solo da pensare. Nel momento in cui si chiedevano il perché, il per come, il quando, il dove, il se e il ma, il tempo era già passato, non veloce e rapido come si conviene, ma sempre moltiplicato, una costante matematica. Nonostante questa vita sempre al passo col tempo, l’andatura di Lucky e Bobby rasentava il ciondolare ritmico e rallentato di chi sa che cosa fare, senza badare troppo al tempo che passa, passa, passa, passa, passa, passa, passa, mostrando una noncuranza che stimola gli altri a correre più velocemente, per avere il sentore di essere migliori.
    -Ci vediamo dopo Lucky?- disse Bobby annusando l’aria, impregnata del fumo proveniente dalla fattoria vicino.
    -Quando?- rispose Lucky.
    -Tra tre ore. Fatti te i calcoli-
    Lucky salutò Bobby e cominciò a contare per capire quando si sarebbe dovuto rincontrare con il suo amico fedele. Erano le 10:00 di mattina, quindi a rigor di logica, l’indomani si sarebbe dovuto svegliare presto per essere nello stesso e solito posto alle sette. Sì tre ore, aveva senso.
    Bobby era il cane dei fattori vicini, Lucky invece viveva nell’ultima di una serie di fattorie, al termine di una pianura erbosa, costellata di piccole macchioline verdastre, a volte grigie, formate dagli arbusti. Ogni volta che i due si incontravano, dovevano fare una lunga traversata della piatta terra che li divideva, chiacchieravano dai 30 ai 40 minuti (o dai 4,285714285714286 ai 5,714285714285714 minuti, a seconda dei sistemi di misura) e poi ripercorrevano in senso contrario la stessa strada. Ogni giorno. Il problema era che un uomo, a percorrere alla stessa velocità (o quasi), quel tratto di terreno brullo, ci metteva all’incirca due ore, mentre loro, poveri cani, ce ne mettevano quattordici e considerando che Bobby dormiva molto, i due furono costretti a portarsi cibo e acqua per il tragitto; e non solo. Infatti, oltre alla carne, agli avanzi di pasta, alla ciotola e al piccolo barile pieno d’acqua legato al collo, entrambi si portavano appresso anche una palla gommosa e un osso di plastica, nel caso la noia aumentasse.
    Una volta chiacchierato, se ne tornavano alle rispettive fattorie, Bobby mettendosi nella cuccia a dormire o intrattenendosi con compagnie occasionali, e Lucky accudendo i tre figli (che per fortuna sua non erano moltiplicabili) e dando retta alla compagna, poi forse un po’ di tempo per riposare gli rimaneva. Durante il giorno, mentre non c’era, il primogenito Fido, andava a scuola, o meglio era la scuola che arrivava da lui. Una maestra gli insegnava i conti, la storia della loro inurbanità, anche se loro preferivano chiamarla oscurantismo, le differenze tra le loro razze e l’importanza del rapporto 1 a 7 nella vita quotidiana. Un po’ come il numero aureo dettava matematicamente o divinamente le proporzioni di ogni cosa. Una costante imprescindibile, ma bellamente snobbata, cosa che però i poveri cani non potevano certo ignorare.
    -Che cosa hai imparato oggi Fido?- chiese Lucky.
    Fido si girò su se stesso, scodinzolando per la contentezza di vedere suo padre, muovendo tutto il suo corpo peloso e andando a trusciarsi contro il genitore, con il capo leggermente abbassato in segno di rispetto.
    -Ciao papà. Oggi la signora Tin Tin mi ha spiegato tante cose. Mi ha detto dell’1 diviso 7-
    -Il rapporto 1 a 7 intendi?- disse Lucky.
    -Sì papà. Oggi matematica- Fido provò a ricordare il problema svolto in quella giornata- Ci ha detto che se un padrone viaggia ad una velocità di 5 chilometri orari e un cane viaggia a 10, per percorre una distanza di 70 chilometri, il padrone ci metterà 14 ore mentre il cane 49, quindi il cane dovrà partire 5 ore prima del padrone per arrivare allo stesso momento. Poi però ci ha detto che il cane viaggerà sempre assieme al padrone, quindi al termine del viaggio rimarrà esausto dai due giorni di cammino e dovrà dormire. Per questo quando un cane va da qualche parte con un uomo, lo aspetta fuori dormendo. Allora io le ho chiesto perché alcuni cani stanno fuori dalla porta ad aspettare il loro padrone, fissando l’entrata e la signora Tin Tin mi ha detto che capita che alcuni di noi impazziscono. Sono cani che non riescono a vivere in pace con loro stessi e quindi fanno così, cercano di essere come i padroni, facendo finta di non essere stanchi. Poveretti-
    -Lo so tesoro, non è una vita facile. Poi cosa ti ha insegnato?-
    -Mi ha raccontato del primo cane e della sua prima femmina. Ha detto che non avevano nomi perché nacquero prima dei padroni. Mi ha detto che poi il signore dei cani creò altri due cani, un maschio e una femmina, perché si era accorto che i figli dei due cani senza nome, non avrebbero potuto accoppiarsi né tra di loro, né con il padre o la madre, quindi creò una seconda coppia in modo tale da non creare incesti. Mi ha detto anche che dietro ad un albero un gatto si era trasformato in un padrone e i due cani senza nome, desiderosi di avere un nome proprio pensarono che fossero i loro primi padroni e all’inizio fecero tutto quello che il gatto trasformato gli disse, poi il cane maschio si accorse dell’inganno e uccise il gatto e da allora i cani non riescono a fare a meno di attaccare i gatti. Però ci ha detto che il signore dei cani era fratello del signore dei gatti e che dopotutto forse era meglio lasciarli stare i gatti, ma molti non ci riescono mica-
    -Sono i fondamentalisti figliolo- aggiunse Lucky -E che nome gli ha dato, il gatto, ai due cani?-
    -Tigre al maschio e Tricky alla femmina. Ci ha detto che alcuni gatti si chiamano così per ricordare e tramandare quel momento in cui i gatti avevano ingannato noi cani-
    -E poi, quando furono creati i primi due padroni?-
    -Nessun nome papà, i primi due padroni non sapevano parlare. Il primo ad avere un nome fu Argo, qualche era dopo, quando il padrone riuscì a parlare e a dare nomi ai propri cani-
    -E come si chiama l’epoca prima di Argo figliolo?-
    -Uffa papà-
    -Dai che lo sai-
    -Età del silenzio-
    -Bravo! Ora va a giocare con i tuoi fratellini che io sto un po’ con tua madre-
    Fido si allontanò mentre Lucky si diresse nella cuccia assieme alla compagna Coda. Si chiamava così perché quando la trovarono in un pozzo, era senza coda. Poi dopo un anno umano arrivò il compagno, un accoppiamento combinato, ma Coda e Lucky si vollero subito bene. Dal primo giorno Coda mostrò affetto per quel cane e così i padroni decisero di chiamarlo Lucky.
    Quella sera Coda e Lucky fecero l’amore mentre i tre cuccioli giocavano poco lontano dalla fattoria. I due cani volevano arrivare a cinque e siccome il tempo era poco per loro, ogni sera ci provavano, figli permettendo. Poi una gravidanza apparentemente corta (per l’uomo), ma eterna per Coda, circa un anno e due mesi. Finito l’accoppiamento, Lucky corse fuori dalla cuccia tutto felice, andando lontano fino ai confini della fattoria, là dove iniziava la pianura. Fuffi e Sansone, i due cuccioli gemelli, gli corsero in contro.
    -Dov’è Fido- domandò Lucky?
    I due cuccioli che non avevano ancora la parola, tirarono in qualche modo il padre, cercando di portarlo con loro. Poco distante, anche se il poco per un cane è abbastanza relativo, una macchina era ferma nel nulla e di fianco un uomo alto e snello che buttava lo sguardo sotto la sua vettura. Lucky guardando più attentamente vide del sangue subito dietro l’auto, da dove era giunta, una striscia rossa. Il cane si precipitò sul luogo, assecondato, per quanto potevano con le loro piccole zampettine, dai due cuccioli. Lucky annusò l’aria e il suo naso lo portò subito sotto la macchina mentre l’uomo fissava il cane giunto. Schiacciato all’altezza dell’addome, Fido giaceva inerme adombrato dalla massa della macchina. Lucky cercò di intrufolarsi al di sotto della stessa, afferrò il figlio e lo tirò fuori, alla luce. L’uomo cercò di avvicinarsi a Lucky, ma il padre afflitto mostrò i denti e ringhiò. L’uomo rimontò sulla sua macchina e si diresse verso la fattoria. In un tempo sconosciuto, dettato dallo scorrere normale dell’uomo e storpiato dal rapporto 1 a 7 della razza canina, arrivò il padrone di Lucky. Dapprima Lucky non permise al suo padrone di intervenire, aiutato anche dall’abbaiare costante e ridicolo dei due cuccioli, ma subito dopo si allontanò permettendogli di prendere in braccio il suo cucciolo e quindi di seppellirlo in un posto vicino alla fattoria.
    La morte per i cani è un’esperienza diversa da qualsivoglia altra specie sulla Terra. Non c’è un attimo in cui un cane muore, come per gli umani, ma la dipartita è un travaglio che può durare anche giorni. Per l’uomo il passaggio da vivo a morto è giustamente un attimo, un’unità di misura non quantificabile. Per il cane invece questa unità di misura non quantificabile va moltiplicata per sette, ma non essendo quantificabile dura tra “poco di più di un attimo, fino a 7 giorni”. Quando un cane si allontana dal proprio padrone, non è per andare a morire da solo, ma per terminare il suo travaglio premorte. Quando sta morendo, è già morto, ma ha bisogno di un attimo x 7 (questa la formula basica che spiegano nelle scuole canine) per essere definito morto, alla maniera umana.
    Come nel caso di Fido, l’esperienza di premorte durò ben poco, diciamo poco meno di un secondo, ma certamente più di un attimo, almeno sette volte tanto, ma come successo allo zio di Lucky, una malattia lo costrinse ad allontanarsi dal suo padrone, percorrere la distanza che lo separava dal bosco, posto sul limitare della pianura (tragitto percorso in poco più di 24 ore), per poi restarsene raggomitolato su se stesso per altri tre giorni. In questo caso, matematicamente parlando, l’attimo tra vita e morte è possibile quantificarlo e non corrisponde ai quattro giorni in cui il cane ha smesso di esistere, ma dividendo per sette le 96 ore e cioè, l’attimo, agli occhi umani, per la morte dello zio di Lucky, durò 13,714285 periodico. Nel caso dell’attimo canino premorte, indipendentemente dal risultato, sarà sempre periodico, questo era quello che aveva imparato Fido prima di morire.
    Lucky si fermò sdraiandosi vicino alla macchia rossa, mentre Fuffi e Sansone gli davano piccoli colpetti alle zampe con i loro graziosi musetti, fino a quando entrambi non riuscirono ad infilarsi sotto le zampe muscolose del padre. Coda arrivò dopo un po’ di tempo, annusando prima il luogo dove il figlio era morto e poi accucciandosi di fianco al compagno, prendendosi sotto il pelo Fuffi e Sansone, leccandogli la testa. La vita per un cane era certamente breve, il rapporto 1 a 7 era inesorabile, ma quando un fattore esterno non faceva compiere il tragitto, tutta la famiglia si raccoglieva in cordoglio e come tradizione dice, il cordoglio stesso sarebbe dovuto durare sette volte sette, un periodo che noi umani ancora non siamo riusciti a distinguere.
    La famiglia di Lucky tornò a casa silenziosa. Arrivati, Coda mise a dormire i propri cuccioli, dandogli una leccata sulla testa e arruffandogli il pelo. Lucky andò dal suo padrone che lo stava chiamando. Lo stesso lo accarezzò, lo abbracciò e si diresse verso la cuccia e fece lo stesso con Coda, Fuffi e Sansone, toccando più dolcemente i piccoli. Poi si fece seguire da Lucky dietro la fattoria dove aveva allestito una tomba per Fido.
    Da quel momento, ogni giorno, fino a che non morì la moglie, il dolore per Lucky era talmente forte che rimase in cordoglio (sette volte sette) continuo, cosicché Bobby fu costretto a trasferirsi nella fattoria di Lucky, altrimenti ci avrebbe messo un giorno e quattro ore per arrivare dal suo amico e tornare a casa. Lucky invece non poteva percorrere le 14 ore di andata e ritorno per vedere il suo amico a causa del suo continuo cordoglio.
    I cani, si sa, non hanno molto tempo da dedicare a diverse cose, quindi ne scelgono solo una o due da fare. Non sono abitudinari, i cani sono pratici e difficilmente faranno ogni giorno qualcosa di diverso. C’è chi decide di mettere su famiglia e chiacchierare col proprio amico, come Lucky, c’è chi decide di dedicarsi solamente ai proprio figli e al proprio compagno come Lucky e chi dorme dorme dorme come Bobby. Quasi sempre i cuccioli invece studiano e dormono, tralasciando ovviamente il mangiare e i bisogni fisiologici, ma per questo si dovrebbe disquisire a lungo, soprattutto sui bisogni fisici che purtroppo per i cani, sono sempre moltiplicati per sette.