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in archivio dal 12 apr 2012

Aurora Cantini

11 maggio 1962, Gazzaniga - Italia
Segni particolari:  Ho ascoltato le poesie degli alberi che muovendosi nel tramonto estivo cullavano i miei sogni bambini, o quando, carichi di neve, svettavano al cielo e mi portavano fin lassù, nell'azzurro, con le loro lunghe dita di diamanti. Mi raccontavano, mi consolavano, mi inebriavano di vita
Mi descrivo così:  Sono legata alla mia terra di montagna come una radice sospesa, la sento vibrare in me in ogni respiro di vento, in ogni scricchiolare di foglia, in ogni sentiero nascosto. E ora che scrivo poesie e storie, so che lo devo alla Terra, alle mie montagne. Il mio cuore è l'orizzonte.
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  • 21 febbraio alle ore 17:25
    Cuore di neve

    Il profilo dell’altura
    emerge come una donna velata,
    austero e chiuso sui dolori dell'uomo.
    Nel nostro peregrinare
    approdiamo all'immenso
    come piccole faville di neve,
    sperduti nel vorticare degli eventi.

    Solo la montagna
    è giudice imparziale del vivere.
    Parla solo con la voce del silenzio.

     
  • 13 ottobre 2016 alle ore 16:26
    Anima vaga è la luna

    Anima vaga è la luna
    e pare debole
     nel manto ligneo
    dei sogni miei sconfinati.
     
    Scende attonita
    e mai dòmita
    lungo la via dei silenzi
     
    piano
     
    senza abbagliare
    le gocce di stella -milioni-
    appese
    al bandolo del carro.
     
     
    Gli occhi si adornano
    di fremiti e attese,
    in attesa del bacio della notte.
     
    C.Aurora  Da “Fiori di campo” 1993
     

     
  • Ho visto una luce
    in una notte di luna nuova,
    erano i tuoi occhi di bambina
    che sfioravano le stelle
    e muti guardavano il mio profondo.
     
    Racchiudevano
    le invisibili storie
    dei nati senza nome
    delle anime schiacciate e strappate via
    dei tanti violati destini.
     
    Mi denudavano
    senza scoprir la mia pelle
    mi trapassavano
    senza forare il mio corpo
    mi laceravano
    senza spezzare le mie membra.
     
    Ti chiedo perdono
    per l’umanità intera
    bambina senza tempo
    perché non ho saputo
    dare sogni ai tuoi occhi
    e parole alla tua bocca.
     
    Renderò le mie lacrime al cielo
    come un miraggio per te
    per guidarti nel buio
    e avvicinarti al mio cuore.
     
    Dove cullarti una volta sola
    e solo per una notte ancora.

    (Dal libro "Uno scrigno è l'amore" 2007)
     

     
  • 12 luglio 2016 alle ore 17:00
    Albero

    Nel vento
    sembrava ebbro
    di pace e di follia
    nel suo elevarsi all’infinito
    sul chiuso azzurro
    della coppa del cielo.

    Dal libro "Fiori di campo" 1993, rieditato 2011
     
     

     
  • 04 giugno 2016 alle ore 17:26
    Attimo

    Il sole spuntò piano
    illuminando
    arsi paesaggi
    nel silenzio,
    calure d’agosto
    sperdute tra le crepe dei rami.
     
    Pallidi fuochi
    teneri tocchi di luce
    nello sciabordio
    e la solitudine.
     
    Una donna
    cammina sulla spiaggia
    pensando all’ieri del suo tempo.
     
    Era l’alba. Giovinezza.
    Solo un attimo.
    Dal libro "Fiori di campo" 1993, rieditato 2011
     

     

     
  • Son tornata in questo giardino
    per derubarti dei tesori
    che il silenzio ha catturato,
    e riviverli.
     
    Così scricchiolante e vecchia
    offri il tuo passato
    lacerato fino al cuore legnoso
    e lacrime di ruggine rigano le giunture
    così fragili e smarrite.
     
    Ti ricordi? Mi inebriavi
    con sogni di terre lontane
    e mari tempestosi
    fino a toccar le stelle su cocchi fatati.
     
    Oh, se potesse il mio cuore
    volare ancora
    sulla linea dell’orizzonte…
    Cosa troverebbe?
    Forse solo pochi spenti
    frammenti di sogni
    caduti nelle mie mani
    chissà come e chissà quando.
     
     

     
  • E venne il tempo
    delle luci sugli occhi.
    E venne il tempo
    delle nenie sul cuore.
    E venne il tempo…
     
    Ma gli occhi si sperdono
    nei bagliori di guerra
    e il cuore s’infrange
    nel lamento dei reietti.
     
    Per un’unica Notte
    vorrei accucciarmi
    al tepore di una culla
    e trovare anch’io
    un posto nascosto nel Presepe
    dove consolare i miei occhi
    e alleviare il mio cuore.
     
    Forse sentirò di nuovo
    respiri di fanciulli
    che leggeri come neve
    depongono statuine sbrecciate
    in un Presepe di filo spinato.
     
     
     
     

     
  • 17 settembre 2015 alle ore 15:59
    L'innamorata

    Ho acceso un lume
    nel profondo dell’anima
     
    e una musica dolce
     nel silenzio in me.
     
    Invano ti ho atteso
    perché eri solo un sogno.
     

    Dal libro “Nel migrar dei giorni” 2000
     
     

     
  • 06 luglio 2015 alle ore 23:18
    Paesaggio

    Immagine di un paesaggio
     al di là del vetro.
     
    Solo un canto
    incessante di passero
     
    E la vita del mondo
    tra le pieghe dei fiori.
     
    Da “Nel migrar dei giorni” 2000
     

     
  • Lascia che la fatica
    scorra sul cuore
    e scenda fino a lambire
     i solitari segreti
    di un uomo stanco.
     
    Raccolto in un intimo pudore
    il sospiro scava
    filigrane argentate
    nei capelli.
     
    Lascia che la fatica
    conceda al tuo cuore
    di deporre i suoi accorati silenzi
    nelle mie mani.
     
    C.Aurora Da “Fiori di campo” 1993
     

     
  • 13 febbraio 2015 alle ore 15:11
    Cuore innamorato, per tutti coloro che amano

    Bello è questo sentimento,
    forse puro,
    lo conservo come un fiore
    tra le pagine di un diario,
    lo accarezzo come fosse
    seta o raggi di sole,
    lo respiro nella sua essenza riposta.
     
    Egli mi offrirà
    porpore e trine
    per abbellire
    il cuore.
     
     Dal libro  “Fiori di campo” 1993, rieditato 2011
     
     

     
  • Guardando
    dall’alto della valle
    in una luminosa mattina di febbraio
    ho ricevuto
    il bacio del sole.
     
    L’ho sentito caldo sulla pelle,
    liquido e leggero
    di nebbia notturna e galaverna.
     
    Saliva l’eco ovattato
    del fondovalle
    fino ad agganciare i raggi d’oro,
    lassù sospesi come ragnatele
    che invisibili
    avvolgono il mondo.
     
    E io dall’alto
     
    -baluardo di pensieri
    tavolozza di colori-
     
    ho ridipinto il giorno
    di nuova luce,
    con occhi di cielo in un volo turchino.
     
     

     
  • 24 gennaio 2015 alle ore 16:00
    Bimba, 27 Gennaio -Giorno della Memoria-

    Apristi gli occhi
    –acque chiare-
    in uno sfondo cupo di tempesta.
     
    E passò su di te il vento.
     
    (Dal libro “Nel migrar dei giorni” 2000)
     

     
  • Incrinati i sogni della giornata
    riposti i miraggi
    degli occhi
    si sfuoca
    nei fiumi dell’oblio
    il vivere sferragliato
    di attimi senza respiro
     
    e si ricostruisce come ogni sera
    un nuovo arabesco
    da unire al lungo
    cristallo del cuore.
     
    Se la notte pietosa
    accetta il dono
    forse il cristallo
    potrà luccicare
    d’infiniti chiarori rugiadosi.
     
    Poi il sole
    scioglierà la brina.
     
    C:Aurora Da “Fiori di campo” 1993
     

     
  • Non si ode più
    lo stridio
    di rugginosi tormenti
    per l’anima.
     
    Solo l’agonia
    di  nuovi livori
    e foschi presagi.
     
    A.C. Da  “Fiori di campo” 1993, rieditato 2011
     

     
  • 01 novembre 2014 alle ore 22:17
    Prigioni, da "Fiori di Campo" 1993, rieditato 2011

     Due letti scricchiolanti
    il perenne sapore di vecchio
    di stanco.
    Nell’aria un’eco
    un pianto silenzioso
    tra nude pareti bianche.
     
    Sui comodini sbrecciati
    cartoline e fogli
    matite
    un rossetto
    in un angolo un libro
    un sentimento.
     
    E su un foglio
    vicino alla lampada
    qualcuno cancella i giorni.
     
     Da  “Fiori di campo” 1993 rieditato 2011
     

     
  • Accendi la mia bocca, o Musa,
    tu che di fuoco e ardori
    avvolgi le mie membra stanche,
     
    tu che di vento e tempesta
    accartocci il mio cuore
     
    e spargi d’aneliti rubati al tempo
    il mio battere di ciglia.
     
    Ora tra i miei petali dischiusi
    offro una corolla  dei miei sogni
    e dei miei pochi passi
    tra gli intricati arbusti
    del tuo vago ancheggiare.
     
    Baciami, o Musa,
    sulle mie palpebre chiuse,
    sulle mie ansie segrete,
     
    fammi innamorare ancora del tuo spaziare,
    fino a peregrinare eterna,
    eterea,
    esule in terra
    come una foglia,
    come un fiore leggero
    tra corolle schiuse,
    dischiuse,
    offuscate
    e  smorte
    ma mai sfiorite.
     
    Baciami,
    e vivrò per sempre in te,
    mia Poesia.
     
    c.aurora
    Da “Uno scrigno è l’amore” 2007
     

     
  • 17 settembre 2014 alle ore 13:46
    Immagini, da "Fiori di campo" 1993, rieditato 2011

    Malinconie di settembre.
     
    Di un’aria chiusa,
     
    di un soffio
    tra i riccioli d’oro
    di un bimbo.
     
    Ombre.
    Singulti nel buio
    che paion dimenticanze,
     
    echi di una fiaba
    raccontata dal tempo.

     

     
  • 23 luglio 2014 alle ore 10:31
    Lacrima, da "Fiori di campo" 1993

    Intingere le sguardo
    in un lago
    di tristezza.
     
    Carpire
    un fruscio
    un addio
    un dolore.
     
    E seminare
     schegge di silenzio
    nei rimorsi
    di chi se ne va
    senza tendere
    la mano.
      Da “Fiori di campo” 1993, rieditato 2011
     

     
  • 02 giugno 2014 alle ore 15:27
    Al sole

    Intaglieranno setose penombre
    i dolci giorni dell’estate
    e gioiranno fra smerli di vapori
    e miraggi.
     
    Il sole potrà rivestire
    la tela dell’immenso
    con broccati di luce
    da stendere sulle
    mie forme.
     
    E io volerò ancora
    nel mio mondo di vento
    e di infinito.
     
     

     
  • 26 aprile 2014 alle ore 16:32
    Karol

    Il grano maturo
    riflesso nell’oro dei capelli,
    l’immacolato manto
    steso sul mondo
    come le nevi perenni,
    il buio degli occhi
    rischiarato da una croce
    di sostegno e pianto.
     
    Dalla vetta più alta
    un baluardo ai cuori sperduti,
     
    unica arma il dolore,
     
    scavato nel tremore del giorno,
    vissuto nel pianto delle genti,
    amato nel ritorno alla vita
    dopo ogni notte straziata.
     
    Valli e pianure,
    confini di filo spinato,
    quel nome amato ha bruciato
    l’urlo dell’uomo
    in un fuoco divampante:
     
    “Karol,
    totus tuus  per sempre!”

    Dal libro “Oltre la curva del tramonto” LietoColle Editore, 2014,
    vincitrice Sezione Poesia Religiosa alla 3^ Edizione del Concorso Letterario "Città di Sant'Antonio Abate" Messina
     

     
  • 03 aprile 2014 alle ore 21:30
    Il Crepuscolo, omaggio a Michelangelo

    Mi svegliai
    in un tripudio d’acquerelli
    e setosi manti.
     
    La terra abbellì
    le mie brumose apparenze
    di chiarori e veglie.
    Da “Fiori di campo” 1993, rieditato 2011
     

     
  • 12 marzo 2014 alle ore 21:01
    Perché... le stragi del sabato sera

    Perché è sempre così febbrile
    la voglia
    di afferrare l’orizzonte,
    perché ogni strada, ogni curva
    sono come fili di lana
    attorcigliati sulle dita,
    perché non lasciano mai che il respiro
    si posi sull’ombra di una foglia,
    perché…
     
    Io, come un pallido graffio sull’orizzonte,
    osservo le notti inchinarsi
    all’oro e al vento di queste meteore inquiete.
     
    Posso solo chiedermi perché,
    perché quando l’alba piange
    l’agonia di tanti sogni infranti,
    non sappiamo tergere con quest’ acqua benedetta
    la vergogna e il dolore che bagnano il cuore.
     
    Perché li lasciamo andare così,
    senza una parola,
    senza il senso del ritorno,
    perché noi nell’attenderli
    li crediamo vincitori
    e immortali noi stessi,
    perché…
     
    Il muto orizzonte osserva
    e tace il suo segreto
    lasciando che il miraggio dell’infinito fondo
    avvinca ancora e sempre
    fino all’ultima alba.
     
     
     

     
  • 05 febbraio 2014 alle ore 13:11
    Le madri di strada

    Combattono ai margini del mondo
    le madri di strada.
     
    Combattono a mani nude
    protese come una preghiera
    e i figli chiusi sul cuore.
     
    Spezzano catene
    nei rimorsi dei nostri giorni
    con l’acciaio di sguardi
    duri e orgogliosi.
     
    Lacerano sicurezze
    sull’altare della solitudine
    immolate come madonne di povertà.
     
    Piangono solo di notte
    –animali feriti e solitari-
     
    Ma ogni lacrima che cade
    racchiude mille domande
    attende mille risposte.
     
    Chiede solo
    di essere raccolta.
     
    C.aurora
     
    Da “Nel migrar dei giorni” 2000
     

     
  • Dolce
    tremulo aprirsi
    candido pulsare di vento
    le tue ciglia
    sussurri di segreti infiniti
    la tua bocca.
     
    L’aria leggera
    sorregge
    i misteri del tuo tempo
    lungo il filo trasparente
    del tuo destino.
     
    Lieve si posa
    il mio bacio
    sul tuo dolce sonno.
     
    Da “Fiori di campo” 1993
     

     
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  • Come comincia: I bambini sono l’altra parte di noi stessi, una parte che purtroppo tendiamo a dimenticare, come succede ai grandi. Perché l’innocenza di un bambino, la sua ingenuità, il suo lieve respirare accanto al frenetico mondo degli adulti, il suo zampettare continuo a contatto con le vicende della vita quotidiana di familiari e parenti, giungono direttamente al cuore meglio di mille parole: un bambino è indifeso, solo, senza secondi fini, si consegna a noi senza ombre, senza riserve ma proprio per questo è fragile e prezioso.
    Ciò che ferisce un bambino ci colpisce profondamente, le lacrime di un bambino scavano solchi dentro di noi. Perché tutti noi siamo stati bambini una volta e sappiamo come stanno le cose.
    Eppure perché, perché proprio i bambini vengono abbandonati in un angolo come straccetti buttati via, perché sono i primi a essere dimenticati, resi muti e silenziosi dall'ira dell'uomo, perché sono i primi a cui viene rubato il giorno, a cui si acceca la luce, a cui si strappa la voce?
    Eppure ricordiamo bene la nostra fragilità di bimbi, le ferite dell'infanzia sono marchiate a fuoco sulla pelle, indelebili, vivide, a tratti grossi di pennarello.
    Eppure... sorridiamo e cantileniamo davanti ad un bimbo paffuto e roseo nel suo passeggino, lo vezzeggiamo e tubiamo come tortore al suo primo vagito, tenero fagottino caldo. Un fagottino di vita, poche gocce di storia, frammenti di sogni friabili come pergamena antica, ancora imbevuti di rugiada come le prime ali di farfalla. Scricchiola solo un poco sotto le scarpe, mentre avanza l'uomo lungo il sentiero degli incanti. E non si volge indietro.
     

     
  • 11 aprile alle ore 22:55
    Di sogni si vive

    Come comincia: Vi è nel cuore di ognuno di noi un mondo piccino, fatto di giorni di sole e vento tra  i capelli, corse lungo i prati e ghirlande di fiori, un mondo di sogni d’infanzia e palloncini colorati, bibite fresche e corse in bicicletta. Un sogno di notti magiche e stelle lucenti, neve bianca dietro i vetri e stupore di sguardi oltre la staccionata.
    Come in un variopinto gioco del mondo, sulle dita si contano i giorni in attesa di una notte Unica, dove il sogno diventa magia, il desiderio diventa gioia, il mistero diventa fiaba.
    Una notte da assaporare con il naso all’insù, come cercando un velo bianco oltre la luna, gli occhi a scrutare il bosco appena dietro il paese, tintinnii di campanelle e fruscii d’argento a cullare il sonno dei più piccini.
    Laggiù, oltre la curva scura del prato, oltre il portone chiuso sulla via, ci attende una fata buona, che con  i suoi sussurri leggeri e birichini racconta storie ai bambini e a tutti coloro che sanno ancora sognare. Se ci fermiamo un attimo, seduti sulle panchine o passeggiando lungo i sentieri, si possono ascoltare le mille voci del bosco, ritrovare le pagine di racconti di un tempo, i suoni di un mondo quasi perduto e dimenticato, ma ancora vivo appena dietro le foglie.
    In questo vorticare del tempo noi non siamo soli, la magia di un’Unica Notte ci accoglie mentre seguiamo la nostra vita frettolosa e stanca: è una goccia di Luce, un istante di felicità che ci fa compagnia, allieta i giorni lunghi e freddi, riscalda le sere quando gli uomini risalgono al monte dopo una giornata di lavoro, accarezza gli sguardi dei bambini che vanno a scuola, accompagna giovani e studenti: è credere ancora nel lungo abbraccio dell’Infanzia, che con la sua innocenza ci dice che la Vita è un sogno, e di sogni si vive.
     
     

     
  • Come comincia: È inverno, silenzio bianco sulle alture e fuoco acceso nel camino. Viene spontaneo il ricordo di un altro inverno, remoto nel tempo, quasi un’altra vita. Eppure si muore ancora nelle terre squarciate dalla guerra, tra i rami spogli delle alture trafitte dal gelo e le rocce bianche 
    Nell’inverno della steppa russa, tra l’imperversare della bufera, i soldati Alpini avanzavano sorretti solo dalla loro tenacia e dal senso del dovere a cui mai sarebbero venuti meno.
    Buio intorno, gelo nel cuore e negli occhi, solitarie distese di campi  a perdita d’occhio, in una profondità senza fine. Era l’inverno del 1942 e i soldati italiani erano ragazzi di vent’anni, strappati alla loro terra, gettati sull’altare del potere come agnelli, o angeli immacolati.
    I contadini dei villaggi russi semisommersi dalla neve erano povera gente, la stessa in ogni parte del mondo, per loro la Guerra dei Grandi non aveva alcun significato, perché per loro, e per i soldati Alpini, non sarebbe cambiato nulla, se non il nome di qualche  città, o paese, ma la fame, la fatica, la miseria, la sopravvivenza quotidiana, sarebbero stati gli stessi, sempre, immutabili come il volgere inesorabile delle stagioni, o della Vita.
    Una vecchia contadina del villaggio di Belegorije chiese ad un giovane alpino di aiutarla a recuperare alcune povere cose dalla sua isba quasi distrutta dai combattimenti.
    Tra le macerie ecco apparire un’icona della Vergine Addolorata, trafitta dai Sette dolori, dolente e armoniosa al tempo stesso. Il suo vero nome è “myrovlita Icona della Madre di Dio “Addolcimento dei cuori malvagi” (“Semistrelnaya”). Secondo gli abitanti, l’icona proveniva dal monastero della Resurrezione di Belogorskog vicino a Pavlovsk. Gli italiani la chiamarono “Madonna del Don”. Fu un raggio di luce per i soldati accecati dal bianco.
    La vecchia contadina la regalò al Cappellano del Reggimento e lui pose quell’immagine delicatissima sulla porta d’entrata della capanna adibita a piccola cappella. Si avvicinava il Natale e gli Alpini cominciarono subito a rivolgersi alla Madre Celeste chiedendo pace, consolazione, vicinanza, coraggio, forza.
    Tremavano nei loro pastrani troppo leggeri, quei fragili ragazzi chiamati alla guerra, e il Generale Gelo stava serrando nella sua morsa ogni rivolo d’acqua, il fiume Don stava ghiacciando e la profondità della notte accerchiava la mente e i movimenti fino a incatenare ogni spirito, ogni ardore.
    Il cappellano, Padre Narciso Crosara, verso la metà di dicembre del 1942, affidò l’Icona ad uno dei soldati che doveva rientrare in Patria perché la madre stava morendo. Gli diede il compito di portarla a sua madre, cioè la madre del cappellano, affinché la Madonna Addolorata divenisse conforto per le tante migliaia di mamme in attesa, che non avrebbero festeggiato nessun Natale, se non con la trepidante attesa di un ritorno.
    La Madre Santissima avrebbe cullato i tanti cuori spersi dietro i vetri, le tante figure in grembiule sedute accanto alla finestra, e avrebbe raccolto il dolore delle mamme  che non avrebbero mai più rivisto i loro ragazzi. Sicuramente, quando avessero saputo che proprio davanti a quell’Immagine i loro figli avevano pregato e tremato, loro, le mamme, li avrebbero sentiti vicino anche solo per un istante di respiro e di preghiera.
    Padre Crosara sopravvisse alla guerra, tra i pochi che riuscirono a superare il Passo e ritornare a casa. Per lui fu naturale ritrovare la Sacra Immagine dell’Addolorata, e cominciò un cammino portandola in giro per l’Italia, affinché la Madonna potesse alleviare il grande e infinito dolore delle mamme che avevano perso i figli lassù nella steppa russa.
    Dopo il Pellegrinaggio itinerante, la Madonna del Don si fermò, e fu deposta nel Santuario dei Frati Cappuccini a Mestre, dove ancora oggi silenziosa raccoglie i pianti invisibili di ogni mamma.
    Davanti all’Icona arde perennemente una lampada votiva, tenuta accesa, a turno, da ogni Sezione dell’ANA, come impegno redatto dall’Associazione fin dal 1974.
    Un pagliericcio, un bimbo addormentato, una Madre che veglia, un Padre che vigila.  La vita è un Mistero e molte e diverse sono le scelte che guidano la Vita di ognuno: non tutti gli uomini al mondo diventeranno mai padri, non tutte le donne diventeranno mai Madri, ma sicuramente una cosa ci accomuna: siamo tutti stati figli.
    Teniamo alta la Lampada della Luce, crediamoci. Crediamo nella Speranza!
     

     
  • Come comincia: La mattina di Santa Lucia, "Santa Lösséa” in bergamasco, accanto all'urna di vetro della Maria Bambina Nascente (dono di nozze ricevuto da mia mamma Elisa, come tutte le spose del tempo) accanto alla quale la sera prima erano stati deposti una ciotola d'acqua e una manciata di fieno e "miscèla" - la farina data alle mucche- per l'asinello, noi bambini scoprivamo i doni: quaderni, matite, oppure i “basì”, caramelline zuccherate che venivano trovate anche sparse sulle scale, come fossero state davvero dimenticate dalla Santa.
    La sua notte "l'è la piö lónga che ghe séa" è la più lunga che ci sia,  perché fino al XIV° secolo e prima della Riforma del calendario attuata nel 1562 da Papa Gregorio, il 13 dicembre coincideva con il solstizio d'inverno, quindi una notte lunga, come la trepida attesa che tiene svegli fino a tardi i bambini di ogni generazione, nella sofferenza di resistere al sonno e alla tentazione di spiare la Santa che giunge con "l'asnì", l'asinello.
    L'ultima Santa Lucia è arrivata quando ero in quarta elementare e consisteva nel mio primo camioncino di plastica gialla, bellissimo. Non potevo credere ai miei occhi. Lo rimiravo e lo rimiravo estasiato senza parole, a lungo incredulo che davvero la Santa si fosse ricordata anche di me, piccolo bambino di montagna, abituato solo ad andare su e giù lungo le mulattiere, tra la casa, la stalla e i campi.
    Mia sorella invece ricevette una bacchetta di legno dipinta d'argento: per lei fu un enorme dolore scoprire che probabilmente non si era comportata correttamente. Ma anche quello strano dono era meraviglioso, brillante, luccicante. Alla fine, invece di rimanerci male, mia sorella lo usava come spada, come scettro, come bandiera, e ne era orgogliosa.
    Più tardi però, durante una delle solite sere in cui si recitava il rosario, ed io per non cadere addormentato inseguivo le ombre con gli occhi  o le faville nel camino, notai che l'argento della bacchetta era lo stesso usato per ridipingere ad ogni primavera le canne della stufa in cucina. Solo che il colore della bacchetta di mia sorella era più nuovo, non scurito dal fumo.
    Anche per il giocattolo trovai una spiegazione: le mie sorelle cominciavano a lavorare agli Honegger di Albino e probabilmente l'avevano osservato in una vetrina del "Risöl" già da alcuni mesi. Avevo scoperto il mistero.
    L'anno successivo mi alzai impaziente e ciabattai fino alla camera Bella tra il "barbèlà de frècc", il tremare di freddo, ma vicino all'urna non c'era nulla: avevano capito che io sapevo.
    Scesi da basso e ritto nel mio corto pigiama di flanella, soffocando il groppo in gola che rischiava di sommergermi, esclamai alle donne indaffarate in cucina: "Me adès 'ndò a servì mèsa. (Io adesso vado a servire messa) Quando torno voglio trovare i miei doni".
    Ancora oggi rivedo gli occhi azzurri pieni di dispiacere di mia madre, muta davanti a me, le sue mani screpolate che serravano tremanti la "bigaröla", il grembiule. Al ritorno dalla chiesa trovai alcuni mandarini, due arance, qualche noce, ma per me l'infanzia era finita.
     
    (Sulla base di una testimonianza vera, ricordi di un bambino degli Anni Cinquanta sulle montagne bergamasche, Altopiano di Selvino Aviatico, borgata di Amora Bassa))
     

     
  • 05 maggio 2016 alle ore 21:30
    La borsetta di mia mamma

    Come comincia: Ogni donna ha la sua borsetta preferita, dentro la quale c'è tutto un mondo di vita. Da bambina, mi ricordo bene il profumo della borsetta di mia mamma: ad ogni intoppo, ad ogni contrattempo, lei cercava lì dentro e come per magia aveva la soluzione per tutto.
    Nelle attese di lei, mi sedevo composta accanto alla sua borsetta: ero al sicuro, sarebbe tornata. Ricordo che lisciavo la fragrante pelle scamosciata, come un velluto sulle mie mani, mi immaginavo grande, anch'io con la mia borsettina, ne ero orgogliosa.
    I manici erano splendenti, ci giocavo come con una collana, e il profumo mi incantava, mi ricordava lei. Se la scuotevo appena appena, emetteva un suono canterino, un tintinnio di monete, chiavi, scatoline della cipria, borsellino a clip...
    Raccontavo le mie storie bisbigliando, sbirciando all'interno dalla cerniera un poco socchiusa, come pensando di trovarci qualcuno di così piccino da passare inosservato, e che aiutava la mamma in ogni difficoltà.
    Nei momenti tristi del dolore, la vedevo afferrare la sua borsetta con artigli forsennati, stringendosela al petto come fosse viva, ascoltava e chinava il capo alla messa delle Dieci e la sua borsetta era lì, appoggiata allo schienale del banco. Era il mio prezioso scudo contro il mondo, era il mio essere bimba amata, accanto ad una borsetta antica.
     

     
  • 26 febbraio 2016 alle ore 16:54
    Affilando ancora la vecchia falce

    Come comincia: Ci sono storie di un mondo lontano nel tempo che ancora avvincono per la loro semplicità. Storie come tante delle nostre montagne, che raccontano echi di genti e di fatiche.
    Una dolce giornata di fine estate, desiderio di girovagare lungo le alture dell’Altopiano, ed ecco Coldré, un piccolo gruppo di case abbarbicate sullo spartiacque tra la valle di Ganda e la Val Vertova, a guardia della Valle Seriana, Orobie bergamasche.
    La  minuscola borgata rimane nascosta al termine di una stretta stradina nel bosco, lungo la strada che scende da Ganda a Orezzo, in località Plaz.
     Qui, tra spazi luminosi e aperti, tra case coloniche punteggiate sui pendii, tra sentieri che si inoltrano nel dolce sottobosco come entrando in un “Paese delle Meraviglie”, è emersa una piccola storia da raccontare, come una fotografia d'altri tempi:
    sul pianoro fuori da una cascina un anziano contadino è intento ad affilare la falce, seduto sulla seggiola di paglia. Davanti a sé un cippo di legno con incuneati gli arnesi su cui appoggiare la lama da affilare. Poco lontano gli ultimi gerani sul davanzale illuminato dal sole, la panchetta accanto alla porta d’entrata ingentilita da una tenda di tela, i gradini di pietra che scendono verso il belvedere, quasi  a strapiombo sulla vallata.
    L’uomo picchetta metodico, quieto, sereno, nell'aria leggera del pomeriggio, il volto scavato dalla vita, ma fiducioso. Il silenzio si lascia avvolgere dal ritmico suono metallico del martello che batte regolare sul filo della lama, là dove ciottoli e pietre hanno scheggiato il taglio.
    Il giorno si stempera nel divenire del tardo pomeriggio, il tepore scalda la schiena curva e le spalle dolenti di vecchio bracciante. Gli occhi sereni colmi di una vita intensa non abbandonano il lavoro che le mani cesellano come di vita propria. Ogni giorno la falce va battuta, per non perdere la velocità del taglio.
    Il vecchio montanaro calza scarponi consumati, che tante strade hanno percorso, ma anche se è chino sulla falce, non è immobile: con il pensiero segue il ritmo delle stagioni, sa che ritornerà l'inverno, tutto qui sulla montagna si ammanterà di neve, e seppellirà ogni contorno, ogni staccionata, ogni cortile, uniformando l’immensità, ma lui non teme la solitudine. E intanto che pialla mi racconta la sua vita tra queste montagne.
    “De zögn la ranza ‘n pögn” dicevano gli adulti all’apparire del primo caldo: a giugno la falce in mano. Il lavoro nei campi un tempo era metodico e continuo.
    A maggio, fin dalle prime luci dell’alba, gli uomini erano nei campi, dove avveniva il primo taglio del fieno, "ol mazènc", il maggengo; ad agosto era la volta del "fé córt", il fieno già più corto perché le giornate andavano accorciandosi, detto anche “ol maghèr”, senza più forza, magro, e che, se lasciato al selvaggio, sarebbe diventato “stràm.
    L’erba era tagliata a mano con la “ranza”, la falce, la cui lama andava sempre tenuta affilata grazie alla pietra cote deposta nel ”codér” legato alla cinta del contadino; man mano si avanzava nella curva data dalle braccia si creavano “i andane”, cioè l’erba avvoltolata a onde sul pendio, come un susseguirsi di archi verdi andando avanti sul pendio; in quei giorni gli uomini andavano a “spant i andane” .
    Tutte le nostre montagne venivano sistematicamente falciate, perfino dentro i cespugli così che tutto era modellato e pulito.
    L’erba stesa veniva rivoltata nei prati con il “rastèl” -il rastrello- fino alla completa essiccatura: si andava a “rastelà” o a "spant ol fé" o anche a "guarnà" secondo il momento della giornata; poi lo si radunava in covoni e portato a spalle con i "masöi" fino alla stalla o alla "porta dol fé" e accatastato in bell’ordine nella “méda dol fé”.
    Ne sono rimasti pochi ormai, di montanari che ancora portano avanti un mondo scomparso, quel mondo in cui tutto era fieno, erba, campo, mucche, stalla. Ne sono rimasti pochi.
    Ma ascoltarli, viverli nella loro saggia quotidianità, ci rende un po’ più vivi, e consapevoli che la Vita è per noi, e non serve piangersi addosso. Ma affilare il coraggio, testa bassa e andare avanti. L’eredità dei nostri montanari.
     

     
  • Come comincia: Selvino, la Sciesopoli, quel palazzo dove i bambini di ogni tempo e di ogni luogo ritrovarono la libertà e il gioco

    Lungo le stradine avvolte dal verde e contornate da fiori di campo, proseguendo verso la Valle Brembana, un tragitto si inerpica tra le zone collinari dell’altopiano di Selvino Aviatico.
    Silenzio intorno e cinguettio di uccelli, stormir di foglia e sussurrare di brezza. Appare una cancellata aggrovigliata ai vitigni, e lo sguardo si allarga su uno spiazzo aperto aggredito dall’erba selvatica. Imponente e fragile allo stesso tempo, si mostra l’austera facciata dell’edificio che un tempo palpitava di vita e di bambini. Il suo nome evoca un paese dei balocchi, un mondo di giochi e di futuro: “Sciesopoli”.
    Prese il nome del patriota milanese del Risorgimento Antonio Sciesa, morto durante le insurrezioni contro gli Austriaci nel 1850 e fu intitolato a due caduti del Regime: Emilio Tonoli e Cesare Melloni, rispettivamente di 22 e 25 anni, appartenenti alla Squadra da combattimento “Antonio Sciesa”, caduti il 4 agosto 1922 durante gli scontri nei pressi della tipografia dell’”Avanti” a Milano.
    La sua costruzione fu un desiderio delle autorità milanesi del Partito, con l’attivo interessamento del fratello del Duce Benito Mussolini, nell’ambito delle iniziative legate all’ONMI (Organizzazione Nazionale Maternità Infanzia), per offrire ai giovani Balilla e alle piccole Figlie della Lupa la possibilità di respirare aria salubre e fortificare il corpo, la mente e lo spirito tra le selve. La Sciesopoli era talmente imponente e suggestiva che svettava su tutta la vallata brembana, offrendo un panorama di cime innevate e rigogliosi boschi da mozzare il respiro.
     Poi tutto precipitò.
    Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dall’autunno del 1945 all’autunno del 1948, la “Sciesopoli” divenne la “Colonia Ebraica”, come dicono i documenti “il più importante orfanotrofio in Italia, uno dei maggior in Europa”, e offrì ospitalità, rifugio e ritorno alla vita a circa 800 bambini ebrei orfani sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Le organizzazioni partigiane ed ebraiche, che li avevano raccolti, li portarono lassù, per ritornare alla vita, prima di riprendere il loro viaggio e giungere finalmente in Palestina. Erano bambini perlopiù polacchi, ungheresi, rumeni, che nulla capivano della lingua italiana, ma ai loro occhi il verde dei boschi intorno a Selvino, il bianco della neve sui Monti Podona e Poieto, il giallo dei giorni d’estate all’ombra degli abeti, il rosso delle foglie dei faggi in autunno, divennero i colori della vita, un arcobaleno dopo il nero dei giorni della “Shoah.”
    Qui i bambini ripresero a studiare, a creare, costruire piccoli manufatti, ad imparare, al fine di fornire loro ogni possibilità di intraprendere una vita dignitosa e autonoma.
    Raccontava la maestra Angela Camozzi: “Erano tutti magrissimi, con le guance scavate e lo sguardo triste. Molti di loro avevano visto i genitori entrare nei forni crematori e nelle camere a gas. Me lo raccontavano in un linguaggio fatto di gesti e di qualche parola in italiano, tra lacrime disperate. Piangevano spesso. Mentre erano impegnati in una partita di calcio o seduti davanti al cinema della colonia, davanti a una comica di Stanlio e Ollio, qualcuno all’improvviso veniva colpito da una crisi di pianto.” Lei, appena diplomata, si recava spesso alla colonia a insegnare un poco di italiano. La gente del paese era commossa da queste vicende e faceva a gara per dare una luce di serenità a quei visetti pallidi e seri. 
    Nel 1948 i bambini della Sciesopoli partirono verso la loro nuova patria e la “Colonia Ebraica” rimase muta, vuota, quasi sperduta tra le enormi chiome degli alberi. Ma non aveva ancora concluso il suo compito.
    Il Comune di Milano, pur non essendo proprietario dello stabile, prese in consegna la Colonia e la destinò a “Stazione climatica di montagna” per i bambini disagiati e con difficoltà economiche, denominandola “Pio Istituto di Santa Corona” e dandone in gestione alle Suore.
     Durante l’anno, ogni 3 mesi, salivano a Selvino ben 4 pullman che, partendo dalla stazione di Milano presso Porta Vigentina, portavano lassù oltre 200 bambini desiderosi di giochi e armonia, soprattutto figli di carcerati o di tossicodipendenti, bambini che avevano subito violenze,  i quali venivano così tolti dalla solitudine e dall’abbandono, rifocillati e curati nel corpo e nell’anima lacerata.
    I bimbi frequentavano regolarmente le lezioni scolastiche; infatti era attiva perfino la scuola elementare, che occupava il piano superiore ed era curata dalle maestre nominate dalla locale Direzione Didattica. Ma soprattutto c’erano loro, le “maestrine”, giovani diplomate provenienti da tutta la Lombardia e anche dal Meridione.
    Al mattino i bambini seguivano le lezioni ordinarie secondo i Programmi Nazionali, mentre al pomeriggio subentravano le maestre del doposcuola che li seguivano nei compiti e che poi li impegnavano in attività ricreative, giochi, passeggiate fino all’ora di cena, dopodiché si ritiravano nelle camerate.
    Per le vacanze natalizie e pasquali la Colonia-scuola chiudeva e i piccini ritornavano in famiglia. Ricorda Bea che il personale di servizio, tra cui lei stessa, riempiva con cura ognuna delle piccole valigie, molte di esse vecchie e consumate, inserendo i panni ben piegati e puliti, odorosi di bucato e di vento, con amorevole e materna sollecitudine, aggiungendo un fiocco, un nastrino, una mollettina, un piccolo pensiero. Ma purtroppo, spesso, quando a gennaio i bambini rientravano in Colonia, le inservienti scoprivano con amarezza e dispiacere che molte valigie non erano state nemmeno aperte, oppure erano vuote. Una domanda saliva alla mente: che cosa avranno fatto quei bambini, chi si sarà occupato di loro? Che cosa avranno visto ancora che un bimbo non dovrebbe mai vedere?
    Il 1979 passò senza eventi, la Colonia venne aperta solo 3 mesi d’estate, ma nel 1980, trasformata in “Opera Pia Per l’Assistenza Climatica”, titolazione che ancora oggi campeggia sulla facciata dell’edificio, divenne punto di accoglienza del Progetto “Scuola Natura” e nei 3 anni successivi ospitò alcune famiglie di  profughi vietnamiti, che avevano lasciato il loro paese per la difficile situazione economica, carenza di cibo e beni di prima necessità, causati dall’autorità del governo comunista.
    Tra i tanti che dormirono nelle camerate della colonia anche i pazienti dell’Istituto Marchiondi, un Istituto Minorile per l’educazione di ragazzi difficili, basato non come riformatorio ma “scuola di vita”. Per la stagione 1982 - 1983 giunsero i bimbi emopatici, affetti da anemia mediterranea: spesso accompagnati dal medico personale, soggetti a frequenti trasfusioni, fragilissimi ed estremamente deboli, quei bimbi dai grandi occhi già adulti si estasiavano seduti sotto le chiome dei faggi, nel fresco silenzio dei giardini, tra il chiaroscuro dei giorni d’estate, con il sole a giocare a nascondino con le ombre.
    Salirono poi alcuni ragazzi di origine africana e infine, tra il 1984 e fine estate del 1985 la Colonia venne scelta dall’II.PP.A.B di Milano (Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza, che svolgono attività socio assistenziali) per soggiorni legati alla terza età.
    Ma alla fine giunse  l’inesorabile declino, che portò alla chiusura della “Sciesopoli” alla fine dell’estate del  1985. Da allora cadde il silenzio.
    Sono entrata dell’enorme edificio vuoto in una giornata di gennaio limpida e soleggiata. Il tepore del pianoro intorno pareva risucchiato dal gelido respiro degli atri bui, spogli e squallidi. I dormitori non recano più voci di bambini, solo colonne desolate, che come soldatini ancora reggono l’enorme salone. Non ci sono più i lettini ordinatamente in fila, né i banchi di scuola, né piattini, né scodelle, né tavolini, né panchette, nessun gioco, nessuna impronta se non quella del tempo.
    La “Sciespoli”, antica dimora di bimbi, oggi piange le sue solitarie lacrime dimenticate, chiede solo di essere ascoltata, chiede solo di ritornare alla luce.
     
     

     
  • Come comincia: Le cose avvengono mai per casualità. Qualche giorno fa ho trovato in biblioteca un libro che racconta una delle mie poetesse preferite, Emily Dickinson, (Amherst, Massachussets, 10 dicembre 1830, Amhherst 15 maggio 1886) scritto da Alessandra Cenni. Come sempre mi accade quando ritrovo nei libri la voce  di persone del passato, mi sento trasportare oltre un velo di sacralità e di rimpianto dolente, quasi entrando in punta di piedi in un tempio del cuore.
    Per caso navigando sul web mi sono poi imbattuta nell’immagine della casa dove la grande, delicata ed evanescente poetessa americana visse (Dickinson Homestead) ad Amherst, ora trasformata in museo. Per un qualche misterioso arcano sentiero del cuore, quelle finestre decorate di verde sembravano rilucere come una collana di perle d’acqua dolce, placide e armoniose custodivano le parole di un’anima eletta, un tempo vivida di respiro, oggi trasformata in pura essenza poetica.
    Capisco perché Emily abbia scelto di vivere la sua vita in quella casa, osservando dall’alto la vallata e il pianoro dolce che degrada dalle alture verso il fiume e il lago poco lontano, afferrandosi al luminoso giorno che accarezza l’alba con i suoi raggi di bellezza. È un’armonia pura, una quiete che ristora, un balsamo che lenisce.
    Amava la natura, Emily, amava passeggiare nel verde incanto del suo giardino, amava la sua camera accogliente e chiara, il suo  morbido scialle dentro cui avvolgersi e avvoltolarsi assorbendo il profumo della pelle e della vita.
    La sua casa mi ricorda innanzitutto la mia infanzia, così abbracciata alla terra e al sole, lassù su quel cucuzzolo da cui io parevo volare quando mi arrampicavo sui faggi-carpini del roccolo che circondava la casa, planando come un falco sull’Altopiano di Selvino Aviatico, osservando le pieghe del mondo, per trattenerle in me fino a lasciarle libere sulle pagine scritte. Scrive il sito a lei dedicato: “Emily scrive sempre, su piccoli fogli che porta con sé, mentre screma il latte nella rimessa silenziosa, o sull'involucro del cioccolato mentre prepara una torta in cucina e, con le mani ancora sporche di farina, continua il pensiero appena abbozzato nella rimessa. Poi riunisce il tutto in quaderni che chiude nel cassetto in camera sua.”
    E anch’io, bambina assetata di sole e di vento, scrivevo su fogli colorati i miei primi abbozzi poetici e leggevo lei, Emily, inebriandomi del suo piccolo angolo di mondo, delle sue finestre che catturavano la luce riverberandola in un arcobaleno, delle querce e degli abeti che stormivano al vento, il prato morbidamente proteso verso il ruscello, le stradine polverose nascoste dalle siepi, i tetti delle casette del villaggio simili a bottoncini rossi...
    Ma la casa di Emily mi ricorda anche Anna dai capelli rossi, il meraviglioso personaggio creato dalla scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery, che mi ha fatto compagnie nelle letture della mia infanzia, con la sua casa dalle persine verdi (House of Green Gables). Figure femminili di straordinaria potenza, Anna e Emily, quasi paladine a difesa di un coraggio nascosto, che c’è in ogni donna. Due volti diafani e leggeri, quasi trasportati dal vento, ma solide e compatte nelle loro decisioni.
    La Montgomery inserì nella storia di Anna anche le proprie esperienze infantili nella zona rurale dell'Isola del Principe Edoardo ed Emily Dickinson ha raccontato storie poetiche osservano la vallata dalla sua finestra. Quelle dimore antiche cullano ancora i respiri rarefatti e dolci di Anna ed Emily, e si offrono a noi viandanti del Ventesimo Secolo con la dolcezza del lievito e del pane, delle notti stellate e delle sere chiare sulla veranda. Quelle dimore antiche raccontano Speranze nuove, per continuare a sognare.
    Ho amato e amo Emily Dickinson. Fin da ragazzina mi avvincevano le sue parole semplici, non ricercate, che parlavano al mio cuore. Ora sono entrata “in punta di piedi” virtualmente, nella sua casa, piccola viaggiatrice del tempo, per portare a casa un pezzo di poesia.
     

     
  • 21 ottobre 2015 alle ore 20:53
    La solitudine

    Come comincia: La solitudine avanza sul filo dell’orizzonte, artiglia anima e cuore di chi, spaesato, arranca lungo i viali. Intorno solo silenzio, schegge di acciaio e cemento svettanti fino al cielo, nubi basse come corona al dolore dell’uomo. Porta il grigio di sere solitarie, il gelo delle finestre vuote sul mondo.
    La solitudine si stende sui prati senza voci di bimbi, né giochi, né tramonto rosso.
    All'imbrunire il cuore sente tutto il peso della propria esistenza, portata con fatica tra errori e disillusioni. Sente tutto il peso della povertà, vissuta come anelito e fame di vita. Sente tutto il peso della mortalità, scacciata in un angolo del cuore nello stordire dei rumori del giorno. Sente di essere solo.
    Eppure è proprio al Crepuscolo che l'anima eleva la sua canzone più struggente, vera e sincera. Eppure è proprio al crepuscolo che l'occhio vede oltre la barriera dei sensi ottenerbrati dall'affanno del giorno, e lo sguardo, lucidato da tutte le opache imperfezioni delle nebbie, appare più cristallino, vivido, luminoso esso stesso, come in "una lente del cuore". Il grande Michelangelo ha saputo dare vita ai colori del marmo, alla vena pulsante della roccia, ed è il Crepuscolo dell'oblio, ed è l'alba dell'Eternità
    Appoggiata ad un albero di noce, una fascina di legna sembra attendere un ritorno. Con occhi stanchi un vecchio cacciatore ritrova storie e ricordi; da tempo ha gettato le armi, da tempo il suo cuore è gonfio di rimpianti. Ma il bosco, con il suo silenzioso abbraccio, scalda le sue ossa, ammorbidisce il suo sguardo, sostiene le sue notti. Dietro la boscaglia i giovani virgulti tessono le loro trame, come fiabe antiche di nostalgia.
     

     
  • Come comincia: Se ne andarono sulle vette più alte, inebriati di luce, quei giovani ragazzi in divise grigioverdi perduti oltre le alture, ghermiti dal gelo, nascosti agli occhi del mondo di oggi.
    Dei loro passi, delle loro impronte sulla neve, delle loro lacrime come cristalli di quarzo, non è rimasta che un’eco, una spolverata oltre il cielo azzurro.
    Se ne andarono coperti da pastrani umidi e fradici, pesanti di pioggia e sudore, macchiati dal sangue rosso come fiore sbocciato sul candore.
    Il fatto che si parli di un periodo così lontano nel tempo e nello spazio vissuto, ci spinge a dimenticare che quei ragazzi, immortalati per sempre in fotografie sgranate e ingiallite, con zone d’ombra fonde e cupe, erano ventenni come lo possono essere quelli di oggi, ragazzi, leggeri e fragili come vetro, pieni di sogni, di ardori, ma anche impulsivi e spericolati, come  sono tutti i ragazzi a quell’età, di ogni epoca, di ogni strada, di ogni colore.
    Vederli impettiti in divise di due taglie più grandi, con la brillantina sui capelli e la scriminatura a lato, seri e posati, già così adulti nella postura accanto alla poltrona o davanti alla caserma, dai nomi di battesimo ormai in disuso, ce li rende più anziani di quello che non fossero realmente e tendiamo a non ricordare i loro pochi anni di respiro su questa terra.
    Quello sparo a Sarajevo il 28 giugno del 1914 saettò come una spada tagliente sull’ombra di tante e tante inconsapevoli anime, che da quel momento ebbero i giorni segnati. Per loro, 15 milioni, cominciò il conto alla rovescia che li avrebbe cancellati per sempre come una pagina mai scritta.
    La maggior parte di essi, quella mattina del 28 giugno, erano nei campi sui pendii intorno alla contrada del paese, impegnati nella fienagione, oppure stavano lavorando in qualche cascina sperduta nell’afa della pianura, altri rincorrevano il giorno sui pescherecci di ritorno al porto dopo la notte trascorsa in mare aperto. Il cielo era azzurro, sempre lo stesso di ogni giorno, l’aria leggera, polverosa di fieno e di vento, il vociare dei compaesani cullava il ritmico muoversi delle braccia forti di gioventù. Neanche sapevano che esistesse la parola “Sarajevo”. Tutto era lontano, indescrivibile, un altro mondo. 
    Avranno alzato lo sguardo? Avranno percepito il cambio del vento? La bufera in arrivo? L’addensarsi delle nubi scure sul profilo dei monti oltre i filari delle viti? Avrà  mai immaginato il giovane alpino che sarebbe morto di lì a due anni, in una limpida giornata d’agosto a nord di Caporetto, a 20 anni, fragile puntino abbarbicato al costone a strapiombo sul fondovalle? O il piccolo fante che avrebbe seguito i compagni oltre la trincea e anche lui a 20 anni sarebbe caduto un anno dopo, gettato sopra una croce lungo la vallata dell’Isonzo? O il bel tenente, che non aveva mai visto un ghiacciaio, sepolto sotto una delle tante valanghe a tremila metri di quota, scomparso per sempre agli occhi del mondo? O il veterano di campagna che scriveva a casa lettere dolci di speranza, pensando ai fratellini più piccoli che non avrebbe  più potuto salutare e anche lui avrebbe cessato di vivere quattro anni dopo, nella Guerra Bianca dell’Adamello, vicino al cielo, ucciso dal gelo?
    Avrebbero mai immaginato che sarebbero tutti Caduti al Fronte, difendendo o attaccando rocce impervie e ostili, silenziose e mutevoli come il fuoco?
     

     
  • 06 marzo 2015 alle ore 16:51
    Quando il silenzio uccide (8 marzo)

    Come comincia:  È ormai di quotidiana drammaticità la cronaca di episodi di violenza contro le donne, che coinvolgono tutti i campi della vita sociale e familiare, senza distinzioni di ceto sociale o di identità culturale.
    Indagini tardive, poca comunicazione, scarso spirito di squadra, le stesse forze dell’ordine sembrano annaspare.
    Eppure “l’altra metà del cielo” non è un qualcosa di astratto, di sconosciuto … o forse sì?
    Aldilà dei tanti commenti e delle tante pontificazioni preparate a tavolino, vuoti discorsi di parole di circostanza, rimane la realtà che qualcosa scatta nella mente di un uomo, fino a esplodere, inarrestabile. Perché?
    Fin dalle epoche antiche la donna ha avuto parte attiva nel cammino dell’umanità , ha fronteggiato pericoli ed epidemie accanto al proprio compagno, ha condiviso dolori e lutti, ha contribuito alla sopravvivenza, ha tenuto vivo “il focolare” per un ritorno possibile, ha creduto in un ideale, ha dovuto fronteggiare prese di posizione rigide cercando di non perdere la propria dignità e proteggendo i propri cari anche a costo della vita.
    Eppure, caccia alle streghe, intimidazioni, percosse, segregazioni, obblighi, sottomissioni,  imposizioni, da sempre la figura femminile è stata trafitta da brutali annientamenti e atteggiamenti di odio, quasi che si volesse cancellare l’idea stessa di “femminilità”, dai capelli mossi e setosi, al sorriso dalle lunghe ciglia, alle guance rosee, alle labbra turgide, alle movenze sinuose, tutte caratteristiche che  definiscono l’identità tipicamente femminile nel cammino evolutivo della specie, differenziandola spiccatamente dal partner maschile.
    Seppur sia stato decretato il 25 novembre come Giornata mondiale contro la violenza verso le donne, è in occasione dell’8 marzo che questo tema profondamente attuale viene sviscerato e reso visibile.
    Ma manca qualcosa di più concreto, più incisivo: osservare con occhi diversi, come davanti ad un quadro di rara bellezza, chi ci sta accanto, e cogliere davvero il senso del bello, dell’armonia, della creazione. Ma forse, come in tanti altri problemi d’oggi, bisogna partire dai bambini e dalle bambine, educandoli al rispetto e alla consapevolezza che “il cielo è per tutti”, non esiste una metà da occupare, solo da attraversare, come in una terra senza confini.
     

     
  • Come comincia: C’è un momento del crepuscolo (da sempre soggetto per lamenti poetici di ogni tempo) in cui la gioia esplode incontenibile e salta al cuore come un fiotto di felicità pura, abbagliante, accecante, come una lama che si conficca repentina senza alcun rumore, e irradia mille schegge di benessere a tutto il corpo, a ogni singola cellula dell’epidermide: è il Crepuscolo estivo di metà giugno.
    Dopo mesi  e mesi cupi, bianchi di neve o grigi di nebbia, dopo mesi e mesi di pioggia umida e buia, di luci al neon, di lampioni accesi, di pozzanghere illuminate dalle insegne, dopo mesi e mesi di cappotti e sciarpe, guanti e berretti, scarponi e piumini, di riscaldamento acceso, di freddo nelle ossa, di sere dormienti sul divano, quando nulla sembrava risvegliare dal torpore gelido e si bramava solo il caldo del piumone invernale, o il pigiama di flanella e le babbucce, dopo mesi  e mesi di plaid sulle ginocchia, di noia pura, di notti lunghe, e sere fosche…
    Ecco improvviso e baluginante, dolce come un gelato alla fragola, tiepido come una carezza furtiva, morbido come lo zucchero a velo, frizzante come una aranciata fresca… il Crepuscolo di una sera di metà giugno. Prima che giunga il Solstizio d’estate, prima che il cammino del Sole riprenda la via del ritorno, prima…
    Improvvisamente ci si affaccia al balcone, si esce in terrazza, si scende in cortile, si percorre il vialetto del giardino, si supera il portone del condominio, e appare il rosa del Crepuscolo. Ci si ferma attoniti ad osservare, rimirare, assorbire la gioia pura, primordiale dell’essere vivi, ancora qui, all’inizio di una nuova Estate, qui, pronti ad un giorno nuovo, qui, sospesi nell’attesa del nostro sabato, della nostra festa. Le sere di giugno sono le più belle, non ancora afose, o bagnate dal peso della calura, o appesantite dalla polvere delle tante giornate senza pioggia, o secche di ventosi tornadi, ma giovani, allegre e birichine, come delle adolescenti con i vestiti leggeri, fiorati, svolazzanti, gambe al vento e capelli profumati di sciampo, ecco come sono le sere di giugno.
    E come dicevo all’inizio, questo Crepuscolo non è triste, non ispira malinconia, non rimanda l’idea della fine, non accompagna come presagio maligno verso la notte scura, la morte, ma propone l’attesa benevola di un nuovo domani, è preludio di passioni, di sogni, di illusioni, che ognuno di noi spera avverare. Il Crepuscolo estivo è il Crepuscolo dell’incanto, mera utopia o solida realtà, questo lo possiamo decidere solo noi, e la nostra Vita.

     
  • Come comincia:

    Quella data, 31 ottobre 2004, non la dimenticherò per vari motivi: ero ancora poco avvezza ai risultati positivi nei Concorsi letterari e scoprire che ero risultata FINALISTA quarto Concorso Nazionale di Poesia “Terzo Millennio” con Premiazione a Roma mi aveva emozionato oltre ogni dire. Inoltre la cerimonia si sarebbe tenuta nella famosissima Sala Paolina del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, un simbolo misterioso, eterno, evocatore di miti e di poemi recitati, e grandi epoche di illuminati: un palcoscenico inimmaginabile per una "montagnina" come me. Come se ciò non bastasse ecco le prime avvisaglie al cuore: Patrocinio del Presidente della Repubblica, del Consiglio dei Ministri, del Senato, del Ministero dei Beni Culturali, prefazione dell’antologia Massimo Rendina, presentazione della Cerimonia Giuseppe Todisco, partecipazione e collaborazione di Giulio Panzani. Infine la botta: sarebbe stato premiato con noi “sconosciuti” anche l’Onorevole Giulio Andreotti, per uno dei suoi tanti libri, uscito in quel periodo.

    Ero elettrizzata. L’arrivo a Roma a mezzogiorno fu da vera turista, quasi una discesa dalle montagne come i Popoli antichi, con soste a piedi nei punti strategici, anche su una panchetta a lato del portone di Palazzo Chigi in Piazza Colonna (proprio là, dove qualche giorno fa è successo quel terribile fatto: subito infatti ho pensato se fosse capitato  a me, lì seduta a mangiarmi un panino scaldata dal tiepido sole d’autunno, che cosa avrei fatto, io, che cosa avrei provato…)

    Avanzando con calma (la Premiazione era prevista per le ore 16.00) ammirando i vari monumenti maestosi, i superbi palazzi, i cortili armoniosi, ecco giunti davanti a Castel Sant’Angelo. Un andirivieni frenetico ci colse: gli addetti alla sorveglianza stavano allontanando tutti i “vu cumprà”. In un attimo erano scomparsi, il piazzale antistante sgombro. I turisti venivano caldamente invitati ad uscire dal maniero, chiudevano e transennavano. In alto sorvolavano gli elicotteri. Io potei entrare perché esibii il mio Invito, qualche problema invece con i nostri due zainetti (eravamo giunti in treno e dovevamo anche trascorrerci la notte nel viaggio di ritorno).

    Finalmente dentro il cuore di Castel Sant’Angelo: era tutto per noi premiati, silenzioso e immoto, con le statue dismesse dell’Angelo a coprire con le sue ali di bronzo le nostre avventure di uomini (la statua sulla sommità viene periodicamente sostituita).

    I sotterranei del Mausoleo di Adriano offrivano i loro sepolcrali passaggi, seguendo labirinti a chiocciola e passaggi antichi, fino a salire su, in alto, con ampi e solenni scaloni esterni, e poi, lungo balaustre di pietra barocca, quasi appollaiata sotto la cupola squadrata, ecco la Sala Paolina, decorata e splendente di affreschi, statue e mobili ricchi di storia. Man  mano si accomodarono i big, Ministri e personalità del mondo culturale, fino a che fece il suo ingresso Lui: circondato da otto guardie del corpo, come un quadrilatero vivente. Venne premiato da Giuseppe Todisco e le due parole furono come al solito azzeccate: «Ho ricevuto tanti premi e dovrei esserci abituato, o magari dovrei mostrarmi in imbarazzo, ma a dir la verità, mi piace ancora troppo.» E a noi poeti seduti in sala: «Hai voglia, di ricevere premi!»

    Quando chiamarono il mio nome attraversai la sala per ricevere la targa dalle mani di Giuseppe Todisco, poi gli strinsi la mano: era seduto in prima fila, curioso e attento al viavai intorno.

    Dopo le foto di rito, potemmo gustarci ancora per un poco le volute armoniose delle logge di Castel Sant’Angelo, quindi riprendemmo la via verso Stazione Termini, nell’imbrunire dolce della sera. I lampioni illuminavano i giardini in ombra, l’aria immobile portava ancora l’eco di una tardiva estate, il sabato sera si elettrizzava nell’attesa della notte. L’EuroStar o “Pendolino” attendeva, con la sua cabina letto. Pensavo di non riuscire a dormire, ma, cullata dal ritmo del treno, mi lasciai andare al sonno, negli occhi ancora impresse le immagini di una giornata “da fuochi d’artificio”.

     

    LA POESIA

     

    UNO SCRIGNO È L’AMORE

     

    Quel vuoto in me

    ora non c’è più,

    la solitudine si sgrana

    in mille schegge

    e rotola

    in un angolo della vita.

     

    Ecco il sole, la luce.

     

    Il cuore si aprì

    - perché egli venne -

     

    Si schiuse alla vita

    -perché egli mi avvolse-

     

    E cantò nuovi romanzi.

     

    Ora lucido d’oro e d’intarsi

    questo scrigno

    dove racchiusa è la mia anima.

     

     
  • 11 aprile 2013 alle ore 23:08
    Attimo

    Come comincia: Viviamo di attimi: un attimo è il momento della felicità, quell’istante di pura ebbrezza che ci coglie inaspettatamente e nei posti più impensati, nei momenti più banali, nell’ascoltare una canzone, nella visione di una foto, nel vedere un volto amato, nel pregustare un libro atteso, davanti ad un piatto prelibato, nel pensiero di un’attesa, nei colori di un fiore, nella goccia di pioggia, nell’arcobaleno dopo un temporale… Attimi, in cui il cuore balza in petto a mille, e il sorriso avvolge la nostra mente, gli occhi si illuminano in vibranti promesse, la pelle appare più lucente, calda, viva.

    Attimi per le parole dette, non dette, pensate, arrotolate sotto la lingua, marchiate sul foglio, gettate al vento, urlate al cuore, lanciate contro, coccolate ed amate, custodite come segreti, buttate via, spezzate, rimpiante, recitate e bugiarde, intrise di veleno a cui attingere la nostra rabbia.

    Attimi, istanti, come la tragedia, che ineluttabile, invincibile, piomba nella nostra vita ordinata, pulita, schematizzata, preparata e costruita con abili e sapienti intarsi operosi, e la stravolge, la spezza, la frantuma, la riduce polvere: è un attimo, e BAM!

    Non esiste più nulla di quello che prima era così solido, reale, certo. Un attimo per il dolore, è quell’infinitesimo spazio temporale che porta il dolore, che fa scattare il frantumarsi di ogni sicurezza. Fino ad un istante prima, fino ad un battito prima, e poi, da lì in poi, il dolore e la tragedia calano le loro pesanti coltri e cancellano ogni luce, ogni tratto conosciuto.

    Viviamo di attimi, attimi persi, sconfitti, le occasioni mancate per quel sospeso tentennare, quella minuscola indecisione, quel forse, che cambia ogni seguito, ogni proseguire di storia.

    Attimi, come l’ultimo respiro, il palpito che non va oltre,  l’anelito che lascia il corpo, trasformandolo in un guscio morto, fagotto senza vita, inanimato.

    Attimi, come la scintilla che dà vita, la creazione, l’esistere. Ogni attimo, migliaia di attimi, milioni di istanti, miliardi di battiti, compongono il nostro essere al Mondo, particelle composte in un unico progetto, catena di eventi che recano il marchio della nostra Storia e si intrecciano a creare, modificare, evolvere, ma anche annullare e accartocciare altre Storie. È un attimo.

     

     

     
  • Come comincia:

    Quando nel lontano gennaio 2009, sono entrata al campo di concentramento di Dachau, la prima cosa che ho avvertito alla gola, come una lama acuminata, è stato il Dolore che ancora ristagnava nell'aria. Furente, gravoso, come una massa cupa ad artigliare il cuore. Sembrava che tutti coloro che erano morti laggiù fossero ancora là, incapaci di lasciare il Mondo, inascoltati messaggi di terrore, anime aggrappate alla terra, perché su quella Terra tanto sangue e lacrime avevano versato.

    Nello stesso tempo mi sono sentita ghermire il cuore dalla rabbia, tanta ancora ne aleggiava e impregnava i legni delle ultime baracche ancora in piedi, tanta ne era filtrata oltre i ciottoli dei viali spogli e desolati, tanta sgocciolava dalle Torrette di guardia: rabbia nera, senza risposta, senza appello.

    Infine, proprio nelle cupe stanze dei forni crematori, ecco sfiorarmi lieve da un angolo degli sportelli aperti, la dolente  Pietà, verso noi stessi e le nostre superficiali vite, verso i nostri comodi e anonimi passi, verso il il nostro lamentevole e insulso parlare.

    Pietà da coloro che erano morti senza un perché e che sempre ci benedicevano. Tutti quei morti, lo avvertivo in modo indelebile, tutte quelle persone, milioni, passate dai camini e ridotte polvere, avevano Pietà dell'Uomo.

    Perché non è bastato il loro Martirio a far deporre le armi e l'odio, non è bastato il loro pianto catturato dalle tempeste del vento del Nord a tacitare le intolleranze, non sono bastate le loro innumerevoli lacrime disperse nelle nuvole in pioggia, a fermare i carri armati.
    L'uomo è ancora la Bestia. E il cerchio della follia attende, pronto a serrare come un cappio.

     
  • 18 gennaio 2013 alle ore 14:13
    Nella borsetta della mamma

    Come comincia:

    Ogni donna ha la sua borsetta preferita, dentro la quale c'è tutto un mondo di vita. Da bambina, mi ricordo bene il profumo della borsetta di mia mamma: ad ogni intoppo, ad ogni contrattempo, lei cercava lì dentro e come per magia aveva la soluzione per tutto.

    Nelle attese di lei, mi sedevo composta accanto alla sua borsetta: ero al sicuro, sarebbe tornata. Ricordo che lisciavo la fragrante pelle scamosciata, come un velluto sulle mie mani, mi immaginavo grande, anch'io con la mia borsettina, ne ero orgogliosa.

    I manici erano splendenti, ci giocavo come con una collana, e il profumo mi incantava, mi ricordava lei. Se la scuotevo appena appena, emetteva un suono canterino, un tintinnio di monete, chiavi, scatoline della cipria, borsellino a clip...

    Raccontavo le mie storie bisbigliando, sbirciando all'interno dalla cerniera un poco socchiusa, come pensando di trovarci qualcuno di così piccino da passare inosservato, e che aiutava la mamma in ogni difficoltà.

    Nei momenti tristi del dolore, la vedevo afferrare la sua borsetta con artigli forsennati, stringendosela al petto come fosse viva, ascoltava e chinava il capo alla messa delle Dieci e la sua borsetta era lì, appoggiata allo schienale del banco. Era il mio prezioso scudo contro il mondo, era il mio essere bimba amata, accanto ad una borsetta antica.

     
  • 05 dicembre 2012 alle ore 14:08
    Davanti al presepe

    Come comincia: L'Angelo

    In quella notte di dicembre in Palestina ben pochi viandanti erano in viaggio. Tra coloro che proseguivano troviamo i due sposi di Nazareth. Stanchi e infreddoliti, sentivano crescere dentro mille dubbi e interrogativi sul compito gravoso che li attendeva, mentre gli zoccoli incespicavano sui ciotoli della pista carovaniera. Possiamo immaginare i loro sguardi guizzanti e impauriti lungo i contorni in ombra delle colline, possiamo sentire la morsa di angoscia che attanagliava il respiro. Ma su tutto regnava l'attesa di qualcosa di immenso e incomprensibile.

    Il Censimento

    Anche i legionari romani si muovevano in quelle ore, pieni di dubbi sul valore del Censimento e rimpiangendo il calore della caserma a Gerusalemme. Anch'essi stranieri in una terra straniera, valorosi eppur fragili dietro la loro corazza di silenzio.

     La Locanda

    Il momento più drammatico del cammino di Maria e Giuseppe resta il loro tentativo di ospitalità alla locanda di Betlemme. Il luogo di incontro diventa il simbolo del rifiuto verso chi è debole o straniero. E' facile quindi associare la Sacra Famiglia alla famiglia emigrante: quella dei nostri nonni, con la valigia di cartone chiusa con lo spago, e quella del nostro tempo, con il rumore degli spari negli orecchi, ancora più sola in questo nostro muoversi frenetico.

    Per questo Gesù scelse come luogo di incontro e amicizia un posto senza porte e senza confini: l'immensità del mondo, la terra degli uomini.

    I Pastori

    Alcuni pastori osservavano dalle rupi il passaggio dei forestieri lungo le immense praterie steppose della regione di  Betlemme, a mezzanotte. Si trovavano nella più completa solitudine, induriti da una vita di intemperie, vagabondi negli affetti, solitarie presenze in un mondo severo e sferzato dal vento. Non chiesero spiegazioni agli strani eventi di quella Notte, ma offrirono aiuto senza riserve, nel modo più completo e totale. Dietro la scorza ruvida e taciturna brillava la tenerezza più morbida.

     I Beduini

    Alcuni nomadi venuti dalle terre del Sinai si spostavano seguendo il miraggio di una fuga dalla povertà. Impolverati e stanchi cercavano un sogno di speranza al loro vagabondare senza tregua. Nei loro sguardi si raccoglie tutta la desolazione dei profughi di ogni tempo, sperduti ma sempre pronti a riprendere il cammino.

     Il dormiente

    V' era un anfratto poco fuori la città dove i viandanti trovavano sollievo. Anche Maria appariva provata dal lungo viaggio e desiderava stendersi a riposare. Le fecero posto nel piccolo spazio tra le rocce, ma quando le sue mani si posarono sul volto di chi in silenzio attendeva la nuova alba, lieve il suo tocco alleggerì ogni pena e confortò ogni cuore, perché, anche se tacita,  aveva ascoltato le loro invocazioni.

    In cambio offriva a tutti gli uomini ciò che aveva di più caro: Suo Figlio.

    I Contadini

    I contadini che quella Notte offrirono i loro pochi cibi a Giuseppe avevano sulle spalle il ritmo delle stagioni, i semplici gesti della vita quotidiana, la capacità di adattarsi al mutare degli eventi, e quella di conservare intatto il valore degli affetti, delle cose care. Essi, con la loro offerta, volevano esprimere l'antico legame di solidarietà del mondo contadino e rinfrancare un uomo sperduto ma saldo nel suo impegno più grande.

    Il Casale

    Nel passato le strade, acciottolate e fangose, erano percorribili solo a dorso d'asino o con i carretti. I viandanti sapevano però di poter contare sull'ospitalità della gente dei casali sparsi lungo i pendii o nelle vallate. Il fuoco sempre acceso scaldava i cuori e le menti, avvolgeva come una calda coperta quegli uomini induriti dalle fatiche e gli sguardi legavano al mondo i solitari giorni di chi era perso.

    I Taglialegna

    Accanto al giaciglio col bambino alcuni taglialegna accesero un fuoco: subito il chiarore s'irradiò ad avvolgere il Neonato addormentato. Gli uomini intanto osservavano con occhi sgranati il mistero che si presentava loro e che scaldava i loro cuori e le loro menti come un fuoco acceso. Questi semplici taglialegna scoprirono che il loro fuoco di legna aveva trovato sublime corrispondenza con il fuoco dell'anima scaturito da Dio.

    Il Fornaio

    Le mani del fornaio richiamano l'idea della purezza. Sono l'anello che lega il chicco di grano all'uomo e portano vita, offrendo pane. Anche Gesù userà sempre il pane quando vorrà esprimere i suoi messaggi più profondi. Il pane deposto vicino a Maria racchiudeva il sapore della fatica e della gioia, il gioco di un bimbo che cresce, il pianto di chi ha fame, l'amore di Dio. Nulla si perde, tutto si stempera nell'eternità del Cristo.

    Le Lavandaie

    Lungo il cammino di Gesù troviamo molte figure di donna e queste sconosciute lavandaie sono tra le più dolci: nel crepuscolo della terra di Palestina esse per prime videro riflettersi nell'acqua le gocce lucenti della magica Stella. Chissà con quale tremore quelle mani screpolate e ruvide strinsero i panni bagnati, per poi sollevarsi gocciolanti verso il fulgido richiamo, mute di suppliche e desideri, ancora pronte a cullare e fasciare il più piccolo degli indifesi.

    E mentre le agili mani sfioravano l'acqua, piccole perle calde scesero a impreziosire i bianchi camicini come pegno d'amore materno e devoto fino al dolore della Croce.

    I Magi

    Nella gelida notte della Palestina apparvero in lontananza tre stranieri. Erano partiti pieni di incertezze, guidati soltanto da un effimero miraggio e dalle parole scritte da chi era morto ormai da tempo. Ma il loro destino è tracciato: porteranno luce all'uomo nuovo, speranza al figlio perduto, rinascita al seme gettato. Si inginocchieranno e onoreranno il loro unico agognato angelo, il solo che potrà alleviare il loro inquieto vagare come stella, la sola Stella per inquieti viandanti del tempo.

     

     
  • 03 novembre 2012 alle ore 16:58
    Neve bianca sulle foglie d'oro

    Come comincia:

    Cominciano a offuscarsi i giorni, tra nebbie basse e uggiore di pomeriggi. Le foglie fuggono lievi oltre il passo, come il nostro respiro carico di rimpianti. È tempo di ciocchi nel camino acceso e di tepori rannicchiati.

    Una domenica di fine ottobre, fuoco acceso nel camino, luce bianca oltre la finestra... e poi eccola, la prima NEVE, leggera e vorticosa, scende a falde larghe come impazzita di gioia, sembra danzare il suo ritorno alla terra, di nuovo padrona dei mesi e dei giorni: è arrivata presto quest'anno, impaziente di rubarci i colori dell'autunno e quasi gelosa dell'arancio, lei che vuole solo il bianco come abito velato: qui ad Amora, a 1100 metri, sull'altopiano di Aviatico solo Lei sarà la vera protagonista dell'inverno, e noi seguiremo pazienti i suoi capricci, il suo umore repentino e svelto, in attesa del ritorno dell'Azzurro.

    Quando, all'apparire della sera, sono sbucata oltre la porta di casa, mi ha accolto un mondo seppellito dal bianco, silenzioso e immobile, quasi a trattenere il fiato, sbalordito da tutta quella pesantezza sulle spalle degli alberi.

    Non è la sorpresa della prima neve che mi giungeva al cuore, è capitato ancora e ancora capiterà, ma quello che ho avvertito è LO STUPORE DEL BOSCO, quasi palpabilmente incredulo, i rami carichi piegati fin quasi al ciglio della strada, le foglie ancora ammassate sulle fronde, eppure schiacciate lassù in alto dal bianco che copre la terra.

    Non danzeranno più con i loro colori nel vento, prima di posarsi in basso, sono morte ancora attaccate al ramo.

     
  • 26 aprile 2012 alle ore 22:47
    Donne di contrada

    Come comincia: Dalla veranda delle cascine di campagna, ecco, appaiono loro, le nostre donne, avvolte nei loro grembiuli a fiori, attaccate alla terra dei loro padri e ai loro uomini lontani.
    Donne che parlano poco, gli sguardi silenziosi ma fermi, pungenti come capocchie di spillo, severi. Scavate nel volto e nel cuore, col rosario in mano, riservate ma attente, nell’attesa di un ritorno. Stanno appoggiate al silenzio di pietre vecchie, il volto brunito sfaldato dalle intemperie dell’amore.Osservano il cielo e i campi: sanno che il loro tempo e quello del loro cammino sta per finire.
    Negli occhi danzano le immagini e i miraggi di terre fertili, di passioni tenaci, di amori taciuti, di ricordi racchiusi, laggiù, in fondo al filare sperso nella bruma, laggiù, dove il sole si scioglie tra il grano, dove i canti si mescolano al vento nei sussurri fra i rami, le mani ferite e dure, le carezze fugaci e schive, i passi frettolosi e silenti.
    Trascorrono il tempo con negli occhi la tenerezza calda del pianto, mute figure mescolate alla notte, senza sonno.
    Raccogliamo noi le loro storie, continuiamo noi il loro passo, portiamole lontano, oltre la fatica e il distacco, oltre il sentiero lungo i canali, oltre l’alba buia di gennaio; diamo voce ai loro sogni di donna, di ragazza ancora leggera, di mamma china sulla culla.
    Di loro cosa rimarrà se non i ricordi che solo noi possiamo portare avanti?