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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 23 marzo 2012 alle ore 17:19
    Non erano i tempi di Dolce e Gabbana

    Come comincia: In genere per quel motivo si radunava tutta la famiglia. Non la famiglietta di oggi, fatte di due o tre persone, ma la famiglia. Sì, è pur vero che la guerra, la paura della guerra ci aveva radunati sotto un unico tetto, in una coesione, il più delle volte, più esplosiva della stessa guerra. Genitori di mio padre, genitori di mia madre e sua sorella Maria. La convocazione era data non a voce, ma era l’enigma estetico che coinvolgeva tutti nella sala da pranzo, ancor prima di sederci a tavola. La luce, serviva la luce, che penetrava dalle finestre, filtrata dalle foglie del ciliegio di fuori. L’odore del ragù di nonna Amina, aveva già livellato i sensi olfattivi, predisponendo tutti a un frettoloso ottimismo. E propria nonna Amina (donna meridionale, dai neri vestiti, a farmela raffigurare perennemente anziana, anche in un’indubbia mezza età) era colei che ci aveva posto la risoluzione urgente del problema. Gli altri avrebbero acconsentito o avrebbero espresso un crudele veto. In realtà la più temuta era zia Maria, che faceva la spola tra Genova e la casa lassù, in campagna, dove noi si era. Lei portava, sotto la polvere dei bombardamenti, ancora fresco il giudizio estetico della città, il limite ultimo del perbenismo. E a lei si guardava per ultimi, scrutando il suo volto. “ Si può risvoltare?” Questo era il dilemma che coinvolgeva la fine di un indumento, fosse una giacca o un cappotto, andato in usura per gli anni. L’abilità era tutta di nonna Amina, ma a radunarci tutti era il giudizio estetico sul nuovo tessuto che sarebbe apparso. Un “ si può” timoroso, o un “fantastico” dava il licet al rifiorire di un indumento. Ho portato, anch’io, pantaloni o cappotti risvoltati da un indumento dei grandi. Pur sentendomi rinnovato esteriormente, mi accompagnava sempre un sentimento aspro di vergogna sottaciuta.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:17
    'U ninettu

    Come comincia: Certo è, che l’acutezza dei nostri sensi si va perdendo, da quando abbiamo chiesto aiuto ad altri sistemi, il più delle volte elettronici, che hanno supplito alle nostre dimenticanze e soprattutto ci hanno dato la possibilità di demandare il nostro lavoro, risparmiando,a noi, fatica psichica e fisica. Come vecchio medico, confrontandomi con i giovani, vedo, a volte, la semeiotica trascurata, a volte, ignorata. Il mondo va veloce sui tempi: perché mai scrutare con i propri sensi, a volte fallaci, il corpo altrui, se una Tac o una Risonanza mi danno risposte inimmaginabili, un tempo? Ieri mattina, sul cruscotto della mia auto è apparsa una scritta: “fate cambiare l’olio”. Presto il messaggio è stato sostituito da un simbolo lampeggiante che non mi ha dato pace sino a quando sono giunto in officina. Un ragazzo, in tuta da lavoro candida, ha smontato un pannello, nell’interno della vettura, scoprendo un terminale, a cui ha collegato il cavo del suo portatile. L’ho guardato con tutta la mia meraviglia di settantenne, mentre con velocità di tocco, faceva apparire sullo schermo a colori, simboli e strutture che richiedevano una sua viva collaborazione digitale. Dopo non più di due minuti : - “ Sì, tutto a posto, dobbiamo cambiare l’olio”- Il computer si era accorto che la chimica dell’olio era mutata, nonostante non coincidessero i tempi di ricambio consueti, e ci ordinava di procedere alla manutenzione, rassicurandoci che tutto era a posto. Mi è apparsa la figura del mio vecchio garagista genovese, di quando ero ragazzo e avevamo la Topolino amaranto! No, in verità era verde bandiera, mezza balestra. Ninetto, un uomo di mezz’età e di piccola statura. Una nuvola di fumo, tra sigarette spente e accese. Baffetti lucidi e neri come la sua “mascagna” di capelli tirati a liscio. Nel cunicolo del suo garage, viveva in uno sgabuzzino di pochi metri, tra calendari osé, solo qualche gamba, per i tempi, e schedine del totocalcio incollate a imperitura memoria. Estrarlo da quel covo non era cosa facile. “ Nino, c’è un problema alla Topolino! C’è uno strano rumore quando si accelera, quasi metallico” – mio padre la conosceva, quella macchina, a menadito, era un prolungamento del suo corpo – “scende di giri da sola e non va!”- Nino e papà si guardavano per alcuni secondi. Farlo alzare era il compito più difficile. –“Nino, per piacere, solo lei…”- Era una chiave vincente questa frase lasciata lì. Nino metteva l’ultima x sulla schedina, la riponeva e usciva all’aria aperta. Papà aveva già deposto alla sua visione il motore, aprendo il cofano. Nino si accendeva un mozzicone di sigaretta, tirava una lunga boccata, tossicchiava. Lo sguardo ora vagava negli anfratti del motore, accarezzava candele, spinterogeno, penetrava nelle vaschette dei vani cilindri. – “ Accenda “- era un comando inatteso. Papà, già seduto, ubbidiva tirando a se la leva dell’accensione a pomello. I suoi occhi, da ora, si ponevano sui tratti del volto di Nino, aldilà del vetro del parabrezza. Da ogni fremito dei suoi muscoli facciali dipendeva il futuro economico del suo mensile d’ impiegato. Il girare del motorino d’accensione, gracchiante e metallico, dava seguito all’avvio del motore, con qualche esitazione. Nino ora perdeva ancora di statura. Si addentrava sotto il cofano della Topolino. Ascoltava, ascoltava, con gli occhi spersi nel vuoto. Solo la mano destra si dirigeva sul tirante dell’acceleratore, creando ruggiti stridenti. Pause, improvvise cadute di giri e riprese assordanti. Qualche passante si fermava e veniva a vedere lo spettacolo. Poi, improvvisamente emergeva il volto di Nino dall’incavo del cofano. Il volto non esternava sentimenti. La mano destra aperta, a mo’ di comando. –“ Chiuda!”- Ed entrava mo nel silenzio magico che precede un oracolo. Io, bambino, mi preoccupavo, più per mio padre, perché ne conoscevo le ansie economiche. Ricordo ancora quel giorno, il tono sibilante di Nino, da vincitore nella sua diagnosi, tra suoni e vibrazioni per noi oscuri. -“ Le bronzine! Sono fuse le bronzine! Motore da rifare”- Una tragedia famigliare. Si era negli anni 50!

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:15
    La morte delle margherite

    Come comincia: Nascono nei bambini veri e propri drammi, il più delle volte ignorati dai grandi. Drammi che lasciano, per una vita, tracce indelebili. E’ pur vero che non ci sia dolore più intenso della perdita del palloncino colorato, che s’involi nell’azzurro. Mi ha seguito, negli anni, una sequenza di un pugno di minuti. Sono immagini di sessantacinque anni fa, affatto sbiadite dal tempo, di cui percepisco ancora i colori, gli odori, ma soprattutto la contrapposizione di due sentimenti contrastanti: una meraviglia creativa e la successiva delusione, per una distruzione inattesa, un venir meno da un fenomeno vitale. Sicuramente il primo incontro con qualcosa che, in seguito, avrei saputo identificare con il fenomeno della morte. Un pomeriggio a Villa Adela, a Serravalle Scrivia. Si era in guerra. Una di quelle giornate di primavera, dove il vento creava una neve rosa di petali dal ciliegio, grande e maestoso. Forse erano i freddi inverni, i cumuli di neve, il ghiaccio alle finestre, la proibizione di uscire per non ammalarsi, ma il sopraggiungere della primavera, lo ricordo in maniera improvvisa. E’ uno scenario di luce, di colori, di profumi, all’apertura del portone di casa. Il ciliegio, a pochi metri, creava una galleria di rami fioriti. Dalla corteccia colavano gocce color ambra, che nonno Angelo raccoglieva in una boccettina, su cui si evidenziava la scritta, in bella calligrafia, COLLA. Se unisco pollice e indice e ne struscio l’epidermide, avverto ancora la sensazione di cattura, d’ingombro che mi dava quella resina, quel panico infantile per non riuscir più a staccare le dita. Veniamo al pomeriggio della mia memoria. Avevo scorto, tra l’erba del prato, le margherite, miracolo di geometria, gentilezza di contrapposizione di colori, bianco e giallo, profumo intenso, che non ho più ritrovato da grande. Le prime nozioni innate di possesso e d’ordine, mi avevano spinto a coglierne una manciata. Creare un piccolo giardino, tutto mio. Non ricordo se mi fu dato quel consiglio, ma vedo la mia mano che spiana un piccolo quadrato di terra scura e v’infigge lo stelo di ogni margherita, secondo un disegno geometrico, semplice ma curato. Il giudizio estetico già s’intravede, se avverto un residuo di compiacenza su ciò che ho fatto, quasi un orgoglio adulto. –“Lucio..merenda!”- Un ordine, una tentazione obbligata di mamma, una pausa dovuta al gioco. Il sapore del burro a tocchi, dallo sbattere il latte, munto di fresco, nella bottiglia. Il pane, caldo di forno, vaporoso. Quel gesto lento e accurato di mamma nello spalmare e l’ultimo spruzzo di zucchero. In mano quella costruzione di piaceri gustativi, ritorno al dovere, al mio giardino. In pochi minuti è tutto mutato. Lo stelo delle margherite ha ceduto improvvisamente e tutte giacciono sdraiate nella terra scura. E’ come se la vita, in pochi attimi, fosse venuta a mancare. Hanno perso il colore, a corolle chiuse. Ed è per il dolore di questo quadro, che io ho conservato, per tutta la vita, l’intera sequenza. Mi ero imbattuto, per la prima volta, in un atto di pura morte.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:13
    La donna ragno

    Come comincia: Se ci guardiamo indietro, di un pugno d’anni..beh..non proprio un pugno, anche se sessantacinque anni sono niente di fronte all’eternità, scorgeremo di aver lasciato, alle spalle, un mondo con un pizzico d’infantile ingenuità, che ci farà affiorare un sorriso sulla bocca e nell’anima. Si era usciti da una guerra, è pur vero, e tutto acquistava il fascino di una vita nuova, senza bombe e deportazioni. L’immaginativo, imbrigliato negli anni oscuri, ora era libero di vagare, anche nei meandri dell’assurdo. Tutto era possibile, una volta che si fosse riacquistato il piacere di esistere. Mio padre aveva studiato all’università; persona attenta, coscienziosa, reduce da una divisa militare, eppure, quel pomeriggio d’autunno, a Genova, all’arrivo dei baracconi, in Piazza Brignole, si mise in fila, con me, per mano, tra altri genovesi, per pagare l’entrata a uno dei baracconi più fantasiosi dell’epoca, la Donna Ragno. Era gente comune, operai, studenti, famiglie intere, mosse da un solo impulso: entrare nel padiglione, a toccare, con mano, una delle orrende meraviglie del creato. Così promettevano i cartelloni dai vivaci colori, che tappezzavano, all’esterno, la tenda degli ambulanti. L’imbonitore, con un megafono gracchiante, prometteva orribili e inimmaginabili visioni. La gente, affascinata e imbrigliata dal dubbio di poter essere gabbata, si guardava attorno, con un tenue sorriso, chiedendo conferme, che nessuno era in grado di dare. Tanto valeva prendere il biglietto ed entrare! La televisione non c’era, la radio era di pochi, i giornali costavano. L’altro, il vicino contava per primo, come fonte d’informazione e di conferma in un dubbio. E quando il tuo vicino era in dubbio, tu eri in dubbio. Perciò si formò una fila silenziosa e severa di uomini, veri, spinti a costatare la veridicità di un falso. Mi è rimasta ancora quella visione. L’interno era all’oscuro. Si era tutti in piedi. La ghiaia rumorosa sotto le scarpe. Sulla parete di fronte un cerchio di luce violento. Poi, un entrare in un tubo di colori a mo’ di caleidoscopio. Sul fondo, in una ragnatela di un evidente cordame marino, al centro, il volto di una grassocia fattucchiera bionda, che rispondeva sorridente, alle domande oculate dell’imbonitore.
    -“ Come ti chiami?”
    - “Quanti anni hai?”
    - “ Di cosa ti cibi? “ e altre ancora, a terminare lo spettacolo. Voi pensereste a fischi e parolacce degli spettatori. No. Ricordo che uscimmo tra l’incertezza e la certezza di un qualcosa che avevamo voluto tutti che esistesse: la Donna Ragno.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:11
    Il volto di Dio

    Come comincia: Le Alpi, per me, sono state sempre la raffigurazione del coperchio della scatola di cioccolatini di nonna Olga. Una baita di legno scuro nel verde di un prato. Come fondale, una corona di punte rocciose, candide di neve. Nonna Olga ci teneva rocchetti di cotone colorato, che avevano uno strano profumo, che mi sembra ancora di ricordare, mentre percorro questo sentiero di montagna, che mi porta dalla Magdelene a Chamoix, perla aostana, che ha rifiutato il traffico delle automobili, a favore delle scarpe da joggin della più svariata categoria di camminatori. Ho difficoltà a convincermi di non essere ancora prigioniero di quella magica scatola. Una vecchia signora dalla pelle abbronzata, che contrasta con il candido reggiseno, ostentato con inconsueta gioventù, è ferma difronte a me, assorta, mistica. Guarda in alto. -” Ciao, bello, sei fantastico, oggi!”- Cerco l'oggetto della sua ammirazione e scopro alle mie spalle la mole immensa del Cervino. Ora sono io ad essere catturato da questo enorme blocco di pietra. Questa dominanza di forme e di masse sembra avvolgermi nella mia nullità. E' come quando si entra in una chiesa deserta. Un dialogo intimo, improvviso, imprevisto. Forse questo enorme sasso ha il volto di DIO.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:10
    Il toccasana di nonna Olga

    Come comincia: Nonna Olga, la nonna paterna, era il mio rifugio, da bambino. In una villa di paese, dove avevano trovato riparo dai bombardamenti di Genova, tutti i parenti meridionali di mamma, la sua camera era, per me, il posto più ambito, dove venivo sempre accolto e coccolato. Nei freddi inverni piemontesi, potermi rifugiare sotto la coperta di montone argentino, era, oltre che un’esperienza odorosa e tattile, un ritorno a un utero caldo e accogliente. Gli oggetti sparsi per la sua camera avevano un fascino particolare per le lontane provenienze. Il fratello, zio Enrico, navigante, le aveva portato regali da ogni porto del mondo. Ricordo un’iridescente veduta di Rio, fatta di ali di farfalle tropicali, bamboline in vari costumi nazionali, pettini d’osso, oltre a chimoni dai ricami fantasiosi, scialli andalusi, ventagli dalle forme più varie. Oggetti che, a ogni mia visita, andavo a ripassare con lo sguardo, intuendone il fascino di una lontananza, per me, irraggiungibile. Lei, tutta pizzi e merletti, odorava di colonia e di talco. Mi attardavo a scoprire tracce di cipria sulle sue guance; ne ricordo il profumo intenso. Una sua grazia di portamento e di espressione, era romana di origine, me la rendeva diversa dalle altre donne meridionali della casa. Correvo da lei per le cure, nei miei piccoli accidenti di vita. Se, ruzzolando tra i campi, mi escoriavo un ginocchio, sapevo che la sua preziosa scatoletta, simile a quella che racchiudeva, di solito, mentine colorate, mi avrebbe guarito. In questa occasione, conteneva una polverina gialla, miracolosa, venuta da chissà quale porto. Ne bastava una piccola spolverata sulla ferita sanguinante per creare la “crosticina”, arrecandomi subito il sollievo di essere curato. Il mio panico di bimbo cessava e il suo sorriso mi riportava al gioco interrotto. Nel “mal di pancia”, che a volte mi colpiva, dopo scorribande tra pruni carichi di frutta matura o filari d‘uva dorata, nonna Olga , superava, in cura, la camomilla della nonna materna, Amina. Non potevo non ricorrere alla sua boccettina dal vetro scuro, vero toccasana per questo tipo di male. Pochi centimetri di liquido marrone in un vetro spesso. Una targhetta in una grafia sconosciuta dichiarava la sua origine, aldilà di oceani e terre. “Un vero portento – ripeteva nonna Olga – la cura di tutte le mie emicranie”. Infatti spesso l’avevo vista assumere questo tipo di medicamento, con un immediato sollievo. Mi preparava una mezza tazzina di acqua, in cui faceva cadere una o due gocce di liquido nero. Avevo imparato a conoscere il miracolo di quella bevanda, che, dopo pochi minuti, mi toglieva il ”mal di pancia”, lasciandomi in uno stato di assoluta calma e benessere, inusitati per altre medicine. “ Laudano, laudano spegne ogni dolore…sia lodato!” Sento ancora la sua voce emozionata per l’avvenuta guarigione. Solo in tarda età, ripercorrendo gli anni, ho compreso ciò che mi somministrava nonna Olga OPPIO PURO!
    l.p.r.

    “Dei rimedi, che a Dio Onnipotente è piaciuto dare all’uomo per alleviare la sofferenza, nessuno è così universale e efficace, come l’oppio.” Sydenham 1680

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:08
    Notte alpina

    Come comincia: Noi genovesi siamo naviganti per una vita. L'orizzonte è il mare. Una linea di confine tra cielo e acqua, che ci si porta dietro, come una scultura mentale. Un largo di una sinfonia interiore, che dia respiro alla nostra vita. Chiusi in una stanza, sappiamo immaginarci quello scorcio di libertà che fuori ci attende per placarci dalle angustie della prigione quotidiana.
    Stasera, quassù, tra nere e scogliose cime, l'orizzonte scende dal cielo, a precipizio, in una linea zigzagata, appena orlata di uno strano chiarore. Nuvole, opache di luce, mi guardano, insolite, da basso. Il silenzio ha un linguaggio che non conosco. E' come se mi fossi perso, bambino, in un incubo nero. Ho desiderio, stasera, di una linea di orizzonte, una linea netta, sicura, che mi dia pace e riposo.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:06
    Natale con nonno Angelo

    Come comincia: Natale a Genova: avevo sette, otto anni. Nonno Angelo, nella casa di Via Casaregis, creava il suo capolavoro annuale, il pranzo di Natale. Era nato a Noto. Impiegato dello stato, messo in pensione dal fascismo, per aver alla fine dell’anno, buttato nel cestino dell’ufficio, il calendario a muro, oramai terminato. Quel calendario portava l’immagine di Mussolini. Gli fecero la spia e fu la sua fine sociale. Lo ricordo, alto, scuro, possente, pochi capelli, gli occhiali con stanghette d’oro. Era il padre- padrone meridionale. Le donne, mia nonna Amina, le figlie, zia Maria, e Franca, mia madre, ubbidivano in silenzio. Ma non lo amavano. Lo temevano. Lui, a me, aveva insegnato a leggere e scrivere durante la guerra, in campagna, con la sua stessa severità, con lo stesso mio timore. Quando ad elementari avanzate, andavo a trovarlo, prendeva un libro dalla sua biblioteca e mi ordinava: “Leggi a voce alta, con garbo e intonazione”. Ricordo con angoscia quelle visite. Mamma mi abbandonava con lui, nello studio, odoroso di vecchi libri e sentivo il chiacchierare gioioso delle donne, chiuse in cucina, che avrei voluto raggiungere. Io leggevo male, sotto quello sguardo, e penso di averlo continuato a fare, da adulto, nella vita, quando mi si chiedeva di farlo in pubblico. Ho continuato ad avvertire la sua presenza. Trascorremmo con lui due Natali, dopo la guerra, prima della sua morte. Non ricordo regali, forse sicuramente un libro di lettura scolastico, dato senza la coreografia di albero e presepe. Un dono che avrò subito trascurato, non avendone traccia nella memoria. La casa, vasta, buia, odorosa di cere di mobili. La sala da pranzo ricca di argenti, tirati a lucido per l’occasione. L’”argenteria” di nonno Angelo fu il solo punto di riferimento di una ricchezza sottaciuta, per tutta la famiglia. A questo proposito, ricordo la sua figura, nell’ultima battaglia partigiani-tedeschi, a Serravalle Scrivia, mentre si staglia sull’entrata del rifugio di campagna, una caverna, un rifugio per animali. Lui ha dietro il sole, sembra un ritaglio di carta nera. Alla sua destra una valigia di pelle marrone: l’"argenteria"! Al nostro arrivo, la mattina di Natale, la sala da pranzo era già un’esposizione di cibi, preparati il giorno prima da nonna Amina: insalata di polipo, salumi e formaggi vari, cassata siciliana, struffoli, babà, mostaccioli, esposti con cura. Ricordavano le origini siciliane di nonno e quelle lucane di nonna. Nonno restava chiuso in studio: leggeva a voce alta i classici latini. “Sta declamando Catullo, a Natale !”- Qualcuno degli invitati gli rimproverava. Le donne rumoreggiavano in cucina, in un gran da farsi. Ma regnava qui, l’unica isola di luce e di allegria di tutta la casa. Il resto era serioso e oscuro. In salotto gli adulti, vestiti a festa, fumavano, centellinando Malvasia, mentre zia Maria, suonava vecchie canzoni al piano. C’era una cerimonia che precedeva sempre, la preparazione del pranzo, l’accensione del braciere, da mettere sotto la tavola. Il clima natalizio, a Genova, è rigido e si era nell’angustia economica del dopoguerra. Adele, la cameriera, era incaricata della preparazione ed io la guardavo nel suo affannarsi. Per l’uopo sventolava una specie di ventaglio, fatto di penne di volatili. Uno strumento che mi affascinava per la sua ricchezza di colori. Quando i carboni erano rossi, si depositava il braciere sotto il tavolo della sala, a tenere tepore alle gambe. Ma….si c’era un ma, che mi ha fatto sempre pensare, con una certa severità, all’ignoranza o alla sbadataggine che regnava nella mia famiglia. Ricordo l’odore che si spargeva, per la sala, dal braciere: un odore acre, pungente, dapprima alettante, quasi fosse una droga da inalare. Mi accompagnava nell’euforia dei primi piatti, anzi forse finivo per ignorarlo, tra risa e parole dei commensali. Giunto alle carni, le narici mi bruciavano e la testa cominciava a pulsare. Perdevo l’appetito. La nausea saliva alla gola. Un sudore freddo scendeva nel collo.
    -“ Lucio, non sopporta il braciere, non vedi che faccia ha? Portalo di là in cucina”- La voce di nonno. Era ancora un suo ordine. La festa continuava.
    E di là, vomitavo tutto il pranzo, mentre la vista mi si oscurava e quel sapore, o odore metallico mi invadeva. Perdevo conoscenza. Un sorso di Nocillo mi faceva tornare tra loro. Possibile, mi chiedo, che tutti, compreso mio padre, non conoscessero gli effetti dell’ossido di carbonio e il suo permanere, nell’ambiente, ad altezza di bambino? E questa nube di gas e di vomito copre, sfumandola, l’immagine di mio nonno, mentre dirige, allegro e gioioso, una tavola ricca e rumorosa, la tavola di Natale.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:04
    Aeroporto di Orly ore 10,30

    Come comincia: Ho visto la donna armata di un grosso fucile mitragliatore che veniva verso di me. Era bruna, longilinea. Una coda di capelli neri che le uscivano dal cappello militare. La tuta mimetica ricordava un film di guerra. Mi ha detto qualcosa in un francese stretto che non ho capito, mentre io attendevo che si aprisse il chek del Parigi-Napoli, seduto. Alzando ripetutamente la punta del mitragliatore verso l'alto mi ha fatto capire che dovevo mettermi in piedi e retrocedere. Continuava ad avercela con me. Sibilava una lingua che conosco. Altri suoi colleghi, nella stessa tenuta da guerra, erano sbucati dalle porte laterali e bloccavano le entrate e le ascensori. La gente si affollava man mano e si chiedeva cosa stesse accadendo. "Sta arrivando Sarkosy?" -qualcuno ironizzava. Nel frattempo mi sono accorto che le hostess erano sparite dietro gli sportelli. I negozi, evacuati, erano piantonati da altri militari armati. Metà aeroporto, difronte a me, era inspiegabilmente deserto e attraversato da militari che urlavano ordini. La poliziotta, in tuta mimetica, non era soddisfatta del mio modo di indietreggiare e mi faceva segno con la canna di andare indietro. Mi tenevo in quella posizione che mi dava respiro, avendo sempre temuto la folla, per un incidente occorsomi da piccolo. Infatti ,dietro di me ,iniziava quella massa globosa, inerte, rumoreggiante che ha nome folla. Dalle porte laterali sono sopraggiunti altri militari armati che, ora non più garbatamente, ci hanno fatto indietreggiare. Ho pensato in quel momento ai governi militari nel mondo. Laddove si permette il dialogo tra militare e civile: un dialogo che non può esistere, proprio perchè i codici sono diversi. La presenza di un arma è una parola senza vocabolario. - "Un bagage abbandonè"- è serpeggiato. E subito dopo, tutto si è risolto con un frettoloso recupero delle proprie posizioni e con la scomparsa dei militari.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:01
    Cuba 2010

    Come comincia: Daiana mi racconta che sua madre era la traduttrice russa di Fidel, ai bei tempi trascorsi. Castro l’aveva tenuta in braccio, più di una volta, da bambina. Lo ricorda ancora con piacere. Daiana è la guida di oggi, nel mini-bus governativo. Cristobal, l’autista, dice di essere alla terza moglie. Sorride, quando descrive la fuga da Cuba dello zio: aveva smontato tutti i mobili di casa, per ricavarne legno e con questo aveva costruito una chiglia alla sua Cadillac anni ’30, per renderla navigabile. La fuga riuscì, in barba all’esercito castrista. L’aria condizionata penetra nel sudore lasciato dai 36° esterni. Vecchie prestigiose limousine ci lasciano passare, affannando rumorosamente, sull’autostrada che va verso Trinidad. Il traffico è scarso. All’ombra dei cavalcavia, gruppi di cubani invocano un passaggio. Alcuni sventolano una banconota. -“Non abbiamo mezzi da trasporto e la gente si aiuta come può”. Mi spiega Daiana. “ La proprietà qui non esiste, dopo la rivoluzione. Il possesso delle cose avviene per eredità o scambio. Quasi tutto appartiene al governo. L’embargo americano del ’60 ha fermato il paese su quella data. Le auto sono quelle del periodo di Batista, quando circolavano i dollari americani.”
    -“ La Russia, quella dei missili a Cuba, dove è finita?” - le chiedo.
    -“ Nel passato ci ha aiutato moltissimo. Ha dato soldi, auto ai governativi e armi. Dopo la caduta del muro, è sparita. Ora siamo alla miseria, se non fosse per il turismo, che alimenta le casse dello stato. E’ l’unica industria. La canna da zucchero ha poca richiesta di mercato. Se non fosse per l’amicizia con Chávez, moriremmo di fame tutti. La Cina non ci trova convenienti e gira al largo.
    -“ Daiana, ti confesso che non ho visto la miseria nera del Brasile, quella delle favelas. Ho incontrato povertà. Questo basterebbe a giustificare un’ideologia. E pur vero che i tiranni sono dei poeti.”-
    -“ Questo è il vero comunismo rivoluzionario: assicurare a tutti un minimo per vivere. Con la tessera annonaria diamo il minimo di sopravvivenza giornaliera a tutti. Niente carne e pesce, che vanno agli alberghi turistici. I bambini hanno latte vero sino a sette anni, dopo, solo in polvere. La scuola è obbligatoria. O si lavora o si studia. Lo studio è gratuito. Altrimenti si finisce in istituti correttivi, vere prigioni. L’assistenza medica è per tutti, come lo sono le pensioni.”-
    -“ Quanto prende un pensionato a sessantacinque anni?-“ le chiedo-
    -“ Circa sei cuc al mese.”-
    Le ricordo che la sera prima, in un ristorante di Avana, per due bottigliette d’acqua e due caffè, mi avevano fatto pagare 12 cuc, circa due pensioni, in un solo colpo!
    -“ Le avevo detto che il turismo è la sola nostra industria”- mi sorride.
    -“Daiana, l’opposizione esiste?” mi butto, coraggiosamente.
    -“ Non sono ammessi altri partiti, tranne il Rivoluzionario. In questi giorni si è verificato un fenomeno nuovissimo, che ha scosso Cuba. “ Las damas en blanco”, un centinaio di donne, vestite di bianco, che , in silenzio, hanno attraversato, indisturbate, il centro dell’Avana, chiedendo notizie dei prigionieri politici.”-
    -“ Ma, le alte gerarchie dove vivono?”-
    -“ Non ci è concesso saperlo, per ragioni di sicurezza, dicono loro”. Sorride.
    -“ La TV e Internet?” – provo a insistere.
    -La TV, solo la locale. Noi guide e il personale degli Hotel governativi abbiamo accesso ai canali satellitari per i turisti. Siamo gli unici a conoscere ciò che accade nel mondo. Ma il nostro comportamento è seguito attentamente dagli organi governativi. Solo pochi di noi possono accedere alle spiagge famose di Cuba. Solo i fidatissimi possono avere contatti con i turisti. Internet è lenta, criptata, inutilizzabile.
    -“ Daiana, ancora una domanda..accetti tutto questo?”-

    -“A differenza di altri, so distinguere cosa posso accettare e no.”- Sento un tono d’orgoglio personale, in questa affermazione. Il trillo del suo cellulare governativo, rarità, me la ruba.
    Cuba luglio 2010

  • 11 marzo 2012 alle ore 8:46
    Gli aquiloni

    Come comincia: Ricordo quella cicatrice sulla tua fronte. Un verme pallido, che veniva giù, perpendicolare alla radice del naso, infrangendo le rughe orizzontali, vere onde, fatte dai tuoi pensieri, mi dicevi. Quando mi tenevi in braccio, padre, ne toccavo la dura consistenza. Mi piaceva quel racconto di te, bambino, che t’eri illuso di far alzare in volo un aquilone, nel corridoio di una vecchia e buia casa di via Assarotti. Ne avvertivo l’epos dell’avventura spietata dei bimbi. L’infrangersi della porta vetrata, nel tuo incauto tentativo. A te ho pensato, da grande, alla tua cicatrice sulla fronte, quando ho incontrato gli aquiloni. Nella mia adolescenza postbellica, a Genova, non ne avevo visti, neanche ai compagni ricchi di via Crocco. Solo da adulto, un autunno di Berlino, in un tramonto di fosche nubi, coriandoli colorati, altissimi, flottanti nel vento, anelavano di oltrepassare un muro invalicabile. Ero a est, una landa povera e spenta che guardava, con meraviglia, le luci sfolgoranti di un mondo libero, aldilà del filo spinato. Sulla deserta piazza Tienanmen, tra lo sguardo amimico delle guardie rosse, in una notte di pece, lanterne di favole antiche, portate da un vento di libertà, volavano alte, in un silenzio duro a sentirsi. Ai bordi delle favelas di Baìa, ragazzi nudi, dalle carni crostose, avevano piedi scalzi, tra lame di vetri di una discarica; davano strappi rabbiosi ad aquiloni ruggenti nel vento dell’oceano. Sento ancora le loro grida, nella lotta impari. Ne acquistai uno, da un cinese, anni fa, su di una spiaggia del nostro litorale. Andava montato e fatto volare. E’ rimasto nella vecchia casa, al trasloco. E’ mai consentito, a un vecchio della mia età, di far volare un aquilone, senza suscitar scalpore? Non credo.

  • 07 marzo 2012 alle ore 18:04
    Besame, besame mucho...

    Come comincia: Mentre il mio cuore dialoga con i 160 scalini della Penninata S. Gennaro, un insolito accordo di fisarmonica, laggiù, alla prima rampa. In quarant’anni di vita, in questo quartiere, queste scale le ho affrontate in maniera diversa. A volte, di prima mattina, in gioventù, volando, (parite ‘na locomotiva, quanno salite), a volte dialogando con chi si affacciava dalle finestre, (venite dottò, ve faccio nu cafè), a volte, tra gli scrosci di pioggia, di portone in portone, per un riparo precario. Le note della fisarmonica s’intrecciano a un motivo che so riconoscere. Ora ne scorgo l’artefice, un rom scuro di volto e d’abito. Gioco a celare l’arrendersi del mio compagno cuore, duratura macchina di un tempo datato. Alterno nascoste e mimetizzate respirazioni, pur di dargli ossigeno e non fargli fare figuracce da chi osserva il mio procedere in salita, vaticinando esausti crolli. Il motivo ora l’ho colto. Le mie labbra accennano a seguire quelle note. Sento uscire parole: “ Besame..besame mucho…” La fisarmonica ora sembra avermi raggiunto e insegue versi che non so. La cucina di via Acquarone a Genova, una mattina di sole. Papà si fa la barba sul tavolo di marmo. Sposta il piccolo specchio portatile, per non riceverne il riverbero negli occhi. Sorride, tra la spuma, pennellata sul volto con cura. “ Besame…besame mucho..” Ha la sua tonalità, ferma, baritonale che mi affascina. “ Besame..besame mucho..” La voce di mamma, intonata melodiosa, giovane, gli risponde dall’ultima camera, sul mare. Le note della fisarmonica, ora, le ho perse. Dove si sarà mai cacciato il rom?

  • 14 gennaio 2012 alle ore 8:50
    Quando la memoria...

    Come comincia: ..” come accade solitamente alla memoria di certe persone anziane che, essendo sul punto di perderla definitivamente, ricordano con maggior chiarezza un pomeriggio della loro infanzia piuttosto che eventi di poche ore addietro.” JAVIER CERCAS
    La riflessione di Cercas ribadisce un concetto fisiologico già noto. Da buon anziano, mi stupiscono, in verità, la qualità, il luogo e il tempo di ciò che la nostra mente ha deciso di salvare nella categoria ricordi. Perché quel giorno e non quello successivo? O meglio, perché quella manciata di attimi e non l’intera sequenza. Chi ha deciso per noi, per la salvezza di quei fotogrammi, correlati da fini particolari sensoriali? Quale magia incartò per sempre, come fossero un dono prezioso, da conservare, frammenti di una giornata qualsiasi, o particolari di un oggetto? Una biblioteca sconvolta dalle regole dell’ordine e della coerenza, il locus della nostra memoria. Si sovrappongono a caso immagini, suoni, profumi, sentori, oggetti, volti, luci. Provo a entrarci e a estrarre a caso:
      Farò stupire gli psicologi, ma io ricordo perfettamente, in forma, consistenza, profumo e sapore, il mio unico ciucciotto di gomma, perché credo di averne posseduto uno solo, abbastanza per quei tempi di guerra. Se il ricordo permane con chiarezza, forse è dovuto al fatto che mi fu ignobilmente sottratto, a forza, il primo giorno di scuola!
      Il fiato di nonno Angelo, nel cui letto mi rifugiavo, per farmi raccontare le favole, nelle fredde e lunghe sere del dopoguerra. Una nuvola odorosa, aspra, che faceva da sfondo alle atmosfere fatate in cui m’immergevo. Lo sfavillio dell’oro della montatura dei suoi occhiali, mi abbagliava, riflettendo la luce della lampada del comodino.
    Il profumo della viola, quel pomeriggio di primavera, sul pendio erboso, antistante Villa Adela. Zia Maria mi creò, sotto una foglia di faggio, il miracolo della viola. C’è ancora in me, quel profumo unico di quel giorno, mai più ritrovato nelle viole di serra.
      La catenina d’argento, al collo di un ufficiale tedesco delle SS, che mi sta tenendo in braccio. Vedo la catenina, ma non il suo volto. Quale preferenza di bimbo! Mi resta la sensazione della sua presa forte sul mio corpo.
      Il fragore delle bombe sul ponte dello Scrivia; la vetrata delle scale vola in frammenti su di noi.
      L’odore del cerino acceso da nonna Olga, nel buio rifugio, di Via Rodi, durante i bombardamenti di Genova.
      Quel ragazzo, che corre su per il viale di Villa Adela, verso mia madre: “ Hanno arrestato suo marito, dicono che è stato il gerarca fascista di Genova.”  L’urlo di mamma.
      Il secchio con il mestolo di rame, appeso al muro, nella cucina dei fattori di Volpedo. L’uso parsimonioso dell’acqua.
    Il tavolo della cucina, nero di migliaia di mosche. Papà che le scaccia fuori dalla finestra con un tovagliolo.
      Il materasso con foglie di granturco: suoni rasposi e precari.
      L’uccellino ferito a sassate, nella mano del contadino che me lo mostra.
    La foglia, a ventaglio, della vite, punteggiata di verderame. La carta mancava e il mio sedere ricorda quel bruciore, per l’uso improprio che se ne faceva.
      Lo sfebbrare a notte alta, in un bagno di sudore freddo. Il piacere dei panni asciutti e odorosi di bucato sulla pelle. La voce di mamma, rassicurante.
      L’infermiera mi lega, dopo avermi fatto sedere ai bordi di un tavolo, due pesi di ferro alle caviglie. “ Così non ci prenderai a calci.” Il batuffolo di cloroformio sulla bocca. “ Respira, respira” mi ordina, ma io sto soffocando. Vedo cerchi colorati e i miei muscoli scoppiano nella difesa vana. Al risveglio, il sangue mi cola dalla bocca in un catino per terra.  “Le tue tonsille, le vedi?” La stessa voce.
    Forse, a ben ripensarci gli anziani non sono colti da imbecillità col tempo. La loro ostinazione a non voler trattenere altri ricordi si spiega nella certezza che questi non potranno più servire nel loro breve futuro.

  • 10 gennaio 2012 alle ore 16:22
    Risveglio a Villa Adela. Anno 1945

    Come comincia: A Villa Adela, la cucina, la grande cucina di un tempo, era il crogiuolo di una vita famigliare, fatta di nonni, zii, nipoti, cugini. Di mattina, l’incontro di corpi, di sentimenti. Ansie, preoccupazioni, dolori, piaceri esauditi, scrivevano, sui volti, grafiti decifrabili dalla sensibilità traboccante di noi bimbi. L’odore del latte bollito, grasso, untuoso, aveva salito, già da solo, la prima rampa di scale, trovandoci ancora al caldo delle coperte. L’aspro profumo dell’orzo ci attendeva al varcare della soglia della cucina. Chi entrava già lavato, sapeva di sapone di Marsiglia. Solo a festa si trovavano, sulla madia, i biscotti di nonna Amina. Il primo morso, rubato di fretta, fondeva, nell’abbondante saliva dell’appetito mattutino. Quando papà giungeva tra noi, da militare, la cucina era sede di uno spettacolo singolare, nuovo e atteso da noi bimbi. Papà scendeva a radersi sul grande tavolo di noce della cucina. Vestaglia di seta, necessaire di pelle, magica scatola, da cui uscivano oggetti meravigliosi, luccicanti. Primo fra tutti, un marchingegno di estrema modernità, per quei tempi, il rasoio da viaggio Gillette: tre pezzi da montare a vite che racchiudevano la preziosa lametta omonima. Gli anziani di casa, quelli del rasoio, per intenderci, stavano a dovuta distanza, sfoggiando un tenue sorriso. Poi papà estraeva altri pezzi, deponendoli sul legno rugoso. L’argento delle ricche decorazioni lasciava intravedere un pennello, una vaschetta di sapone solido, profumatissimo, un pettine e una spazzola. Noi bimbi si stava col mento appoggiato al bordo della tavola, occhi sgranati. Lui assorto e consapevole della sua funzione di attore iniziava l’insaponatura del volto. Un lento andare e ritornare del pennello , dai peli di tasso, sul volto aspro di papà. L’attento togliere della mano sinistra bave di spuma, andate fuori posto. Chi riusciva a rubare un po’ di quella panna dalla vaschetta, era destinato a un piacere voluttuoso, nel sentirne la scivolosa consistenza tra le dita. Poi, il passare della Gillette sul volto: un esercizio da funambolo. Lame affilatissime vagavano per i muscoli del volto, che a tratti, con guizzi inattesi, cambiava espressione, per assecondare il passaggio di queste. A volte, il sorgere di una goccia di sangue era un momento di alto patos. L’inconsistenza della percezione dell’errore ci sgomentava. Bastava un sorriso, il suo, per placarci. Il volto riappariva, a tratti sempre più ampi, dalla schiuma, sino a presentarsi quasi levigato, nuovo. Era il passaggio delle mani di papà, quasi una carezza a darcene conferma. Gli spruzzi di Lavanda Col di Nava, con la “pompetta di gomma”, chiudevano profumatamente lo spettacolo, coinvolgendoci in un’aura di primavera.

  • 21 dicembre 2011 alle ore 13:15
    Partendo da Bahia

    Come comincia: Dovunque tu sia, il partire, il lasciare, il perdere ti mette sgomento. Forse il distacco dal tuo, sia pur momentaneo, rifugio, a cui devi la sopravvivenza biologica del momento. Forse il timore del tempo ignoto che ti sta davanti e ti cela un sicuro ritorno. "C´é una porta che non riapriró...uno specchio in cui non mi vedró.." mi tornano questi versi di Borges che condivido nel loro tragico annuncio. Cosa lascio tra poche ore, rientrando in Italia? Un cielo azzurro contornato da nuvole sorprendentemente candide alfine di un rovescio improvviso, fatto di rivoli incerti, di odori salmastri di fogne. Suoni di percussioni africane che sbucano da vicoli colorati dall´arcobaleno. Uno sciamare distratto e sbracato di turisti ansiosi di vedere e di non capire. Lascio il volto di Davide, bambino di strada, magrissimo sino alle ossa, un cespuglio di capelli crespi, impastati di sporco e di acqua ossigenata; occhi adulti, profondi, dolenti. Il suo non chiedere soldi, portandoti a comprare un pacco di biscotti per i suoi. Il suo modo di lasciarti, con un disattento saluto, quando gli hai dato quel che voleva. Il suo futuro, la sua etá a rischio. Lascio il mosaico di colori vivi di queste case disfatte dal tempo, i viola, i rosa, il turchino, il verde bandiera. Assurdi altrove, ma intonati qui. Lascio le onde immense e fragorose dell´oceano, domate da ragazzi impavidi su tavole di legno. Lascio un caffé appena iniziato sotto un´ombrellone ,ad Itapuá, mentre all´orizzonte si profila l´imbuto nero del tornado. Lascio il mio posto vuoto sulla sedia della scultura raffigurante Vinicius De Moraes seduto ad un tavolino, in tua attesa. Lascio volti bellissimi di uomini, donne e bambini. Lascio volti bruttissimi di uomini, donne e bambini. Lascio il suono del canto brasiliano a sera tra le note di una chitarra, mentre i sorsi di capirina ti bruciano dentro. Lascio costumi fantasiosi e opulenti di bahiane che si danno al tuo obiettivo. Lascio sapori di erbe e aromi sconosciuti su braci di carne e di pesce. Lascio una notte che non si spegne nei suoni, nelle luci e nel mio ricordo. Partendo da Salvador 18 agosto 07 . h 14,45 .

  • 17 dicembre 2011 alle ore 20:30
    Ein vorurteil o il pregiudizio

    Come comincia: Albert Einstein è seduto su di uno scoglio. E’ un masso calcareo, bianco, levigato dal mare. La posizione di Einstein è insicura, con la mano destra trattiene il peso del corpo. Indossa calzoncini corti a mezza coscia, scuri. Gambe magre, agili, piccoli piedi in gentili sandali bianchi. Una polo chiara, lo scollo è ampio, slabbrato dall’uso. Una raggiera di capelli bianchi mossi dal vento che gli giunge alle spalle. Ne intuisco la direzione dalla superficie del mare dietro di lui con piccole onde nervose, frequenti. Il volto è serio, ma c’è un accenno di sorriso tra i baffi scuri.
    Una baia, forse un lago. Solo due piccole barche all’ancora. Non si scorgono persone, neanche sulla sponda opposta. Una posa per una foto di famiglia o, dato il posto, una fuga d’amore, gli anni non contano. Comunque l’operatore deve essere femmina: Einstein sembra qui voler dare il meglio di sé!
    A grossi caratteri verdi su uno sfondo azzurro una sua frase: ‘Es ist schwierriger ein vorurteil als ein atom zu zeratoren’. (E’ più difficile infrangere un pregiudizio piuttosto che un atomo). Sul retro della cartolina la calligrafia di mia nipote Sara: “Se passi da Vienna per il congresso, telefonami.”
    In una fredda sera d’aprile, in una Vienna avvolta da una bufera di neve, attendo Sara  alla Clinica della Birra. Tavoli di legno, spazi angusti contesi da mucchi di cappotti appesi, ragazzi, ragazze, voci, risate, luci, odori. Sara entra con i suoi ventiquattro anni, punteggiata di neve. Mi individua subito. Sono l’unico avventore solitario. Devo avere un aspetto frastornato.
    “Coraggio zio, arrivano i rinforzi!”
    Stento a vederla come donna, come un cervellone di fisica che vive tra cervelloni alla corte di un aspirante al Nobel. Prevale la sua immagine di bambina che gioca con altri bambini, i miei figli, su di una assolata spiaggia di Calabria.
    Un’immensa milanese, la cotoletta viennese, si intreccia a parole e a birra opaca e ghiacciata
    -“Il VORURTEIL: il pregiudizo, qui come và? È veramente così dura come asserisce il tuo vate?”- le chiedo mentre saluta un biondo collega al tavolo vicino.
    “Zio, ricordi cosa dicevi a noi ragazzi? Per cambiare un pregiudizio si dovrebbe intervenire con maschera e fiamma ossidrica, come se si trattasse di ingranaggi di ferro!”
    “ Ma dimmi, qual è la  posizione politica degli studenti, sono di sinistra?”, le chiedo mentre un canto duro e scandito prende il sopravvento.
    “Appartengono quasi tutti ad associazioni di destra, anche se poi manifestano in piazza quasi ogni giorno.”, mi risponde.
    “Ma non ti sembra un’incongruenza?”- urlo, per superare il canto fattosi sempre più intenso
    “Sì, certo. Ma non circolano tra di noi pensieri chiari. Si ha la sensazione che si voglia celare qualcosa”; oramai urliamo entrambi per farci sentire.
    “Il VORURTEIL!”, le rammento. Lei mi sorride e tace.
    All’uscita Sara mi precede sul marciapiede di fronte. Continua a nevicare.
    “Stai fermo sulla porta che ti immortalo.”
    Un autobus di linea si è fermato alla mia destra. Il conducente ci guarda con volto serio. Attende che si scatti la foto per ripartire! Mi sento arrossire. I passeggeri dell’autobus ci osservano impassibili.  I secondi si allungano. Il flash mi viene in soccorso e il moto riprende

  • 21 novembre 2011 alle ore 18:45
    Splendido Iran

    Come comincia: Sono appena rientrato da un viaggio in Iran . Sono uscito da un sogno, tra le pagine de “Le mille e una notte”, o sono riemerso da un incubo, da una sensazione di oppressione indicibile per noi occidentali ? Sogno ed incubo si alimentano ad una medesima fonte fantastica, che a volte cela la realtà.
    Ad occhi chiusi, sul terrazzo di casa, in una fresca notte di agosto, mi riappare lo sguardo profondo, tigresco di Khomeini. La sua effige è stata il motivo conduttore del mio viaggio: un volto sciamanico, non affatto indulgente, a tratti tremendo. Lo scorgi dovunque tu vada: aeroporti, alberghi, uffici. Ti colpisce dai manifesti stradali, dagli schermi televisivi, dalla carta moneta che maneggi. L’Homa Hotel di Shiraz, un grattacielo di quaranta piani, gli dedica l’intera facciata, a metà condivisa con il suo successore Khamenei, attualmente al potere religioso. Sotto il ritratto , una scritta: “Obedience to Imam Khomeini”  .
    Attendendo la consegna della chiave nella vastissima hall, in stile occidentale, mi colpisce una scritta a grandi lettere dorate, che a mo’ di stendardo attraversa  l’entrata: “Down with U.S.A.” (abbasso gli U.S.A.). Il cameriere mi ha appena servito una freddissima “PIPI”, una copia perfetta della Coca-Cola. Mi invita in inglese a pagarlo in dollari!
    Shara, la nostra guida, è un’iraniana di ventisette anni, longilinea sotto la veste nera, monacale. Il chador le incornicia il volto olivastro. I capelli sono pudicamente celati per legge islamica. Solo occhi e labbra scure, dense. Molte sue frasi riportano il termine”rivoluzione islamica”. Sicuramente è un’integralista, ma non lo confessa. Mi descrive a sera, sdraiata su di un rosso cuscino damascato, i bombardamenti missilistici  su Theran da parte degli iracheni, con l’aiuto bellico americano :-“ Catastrofi non annunziate, silenziose, quasi magiche. Nel turbinio di  vita di una città di nove milioni di abitanti, la casualità di un missile cancella in pochi secondi alcuni edifici, lasciando cadaveri e feriti. Subito dopo o si continua a vivere come se nulla fosse accaduto o si cede al terrore e si diventa talpe in oscuri cunicoli.”
    Shara sin dal mattino è attentissima all’abbigliamento delle donne del nostro gruppo: chador a coprire i capelli, vestito lungo sino ai  piedi e,nei momenti religiosi, un soprabito scuro, offerto dai guardiani.  Per due volte il nostro pulman è stato fermato: un attento passante aveva scorto attraverso i cristalli un ciuffo di chioma, il candore di un collo. La denunzia, l’intercettazione  del mezzo, il salire a bordo di una poliziotta che ci imponeva un maggior riguardo alle leggi islamiche, altrimenti  “ tutti alla stazione di polizia”.
    L’Iran è un immenso deserto, posto su un vasto altopiano roccioso. Le verdi oasi sono le sue città. Si viaggia per ore tra camions monumentali, intrecciando sorpassi azzardati in assenza di un codice stradale. L’aria condizionata diviene ben presto insufficiente, dato anche la vetustà degli impianti. Il cristallo del finestrino è una griglia a raggi infrarossi. L’acqua riacquista una sua essenzialità per noi smarrita da tempo. Scende giù bollente,insapore ma necessaria.
    L’Iran scolastico di Ciro e di Dario lo incontri a Pasagard, a Persepoli. Stupisci di fronte a stili che culturalmente non ti appartengono. Intrecci sulla polvere i tuoi passi con quelli dei Babilonesi, degli Assiri. Il tempo sembra contrarsi e prenderti in una morsa spazio-temporale. Il tuo piede sale la scala che ha sentito la pressione del piede di Dario e Alessandro. E’ un momento di stupore psichico. Ti perdi nel sole rovente dei 45° in un vaneggiare di storia che non ricordi più. Una bevanda ghiacciatissima e carissima ti riporta alla realtà.
    Le moschee sono esplosioni policrome. L’oro abbonda. Sembra che un computer impazzito abbia elaborato tutti gli intrecci possibili di linee e colori. Folla, vasta, indomabile; voci, suoni, urla, pianti, lamenti, sentori, afrori, profumi, aromi. Scarpe lasciate a mucchi all’entrata. Il piacere del piede su tappeti morbidissimi e di fine fattura. Un vecchio singhiozza all’entrata, altri sono prostrati in preghiera. Alcune donne si aggrappano urlando ad un sarcofago d’argento. Altri più in là, dormono stesi, incuranti.
    Fuori nel folto giardino sacro, tre tombe. Fotografie di ragazzi. Sulla lapide è raffigurato un mitra. Sono i Pasdaran, autori di stragi in occidente. Qui sono eroi nazionali e santi. C’è calca per toccare, sfiorare la lapide.
    I bazar sono densi di oggetti e di tipi umani: le razze sembrano chiamarsi ad un appuntamento. Azerbagiani, armeni, pachistani, mongoli. Mi sorprendono donne velate con il volto coperto da una mascherina nera a becco d’uccello. Scendiamo in una sala da thè: il clima è quello di un romanzo di avventure ottocentesco. Tappeti e cuscini morbidissimi,  colorati narghilé dal fumo denso e profumato. Un flauto ritma un motivo irraggiungibile. Volti muti nella penombra di loculi scavati nella roccia. Un biondo thè ti ristora in cristalli finissimi. I pasticcini racchiudono datteri cremosi.
    Bham,  una cittadina sormontata da un forte. Sorge nel deserto, ed è costruita con mattoni cotti al sole. Tranne una corona di verdi palme, predomina il colore della sabbia su tutto. Le ringhiere di ferro sono intoccabili, sembrano incandescenti. Ad una inattesa fontana immergiamo teste e cappelli. Anche Shara ha caldo e si bagna il viso, scostando per un attimo il chador.
    -“ Shara hai capelli bellissimi, di un nero corvino”.- Mi sorprendo a dirle. La sento irritata. Solo adesso comprendo di aver infranto la sua intimità.
    Ad Isfhaan, la sera dell’addio, nella piazza della Moschea dell’Iman, cara a Pasolini, la luna è di scena. L’oro delle cupole e dei minareti riflette una luce lattea sul prato antistante. Intere famiglie sono venute ad un bivacco notturno come nomadi del deserto. Cucinano sull’erba, mangiano sdraiati, discorrono animatamente. I bimbi si rincorrono. Un flauto emette note rauche.
    Guardo questa gente vivere in un modo antico. Per un attimo dubito sulle mie certezze di occidentale.
     
    Raineri Lucio Paolo (  da un viaggio dell’agosto 97)

  • 21 novembre 2011 alle ore 18:38
    Una sera a Chernobyl

    Come comincia: E’ un tramonto diverso. L’orizzonte brucia: i colori dello spettro del rosso ci sono tutti, ma sembrano vibrare, sono suoni dipinti. Sullo stradone, in mezzo ai campi, avanza un carro agricolo trainato da un cavallo. Un gruppo di ragazze ucraine siede sui bordi. Sento le loro risate. I biondi capelli sono macchie d’oro nel crepuscolo. Alla guida del carro un ragazzo con un cappello a larghe falde. Sembra distratto dalle ragazze e sento la sua voce sovrastare le risa. Ai confini del tramonto, a meno di quaranta chilometri c’è Chernobyl. Mi indicano la direzione, ma ne avverto ugualmente la presenza. Sotto un pergolato, il pope ortodosso e sua moglie, in abito lungo da sera, hanno imbandito per noi una cena campestre. Contadine, che sembrano uscite dalle pagine di un romanzo russo, con il capo coperto da colorati fazzoletti, portano vivande e timidi sorrisi. Verdure crude, caviale rosso, minestra di rape, il bosch ucraino, pollo alla Kiev, gnocchi, i vareniki, ripieni di mirtilli, cotti al vapore e conditi con panna acida. Non manca la gorilka al pepe, la vodka ucraina. Sulla soglia della chiesa dalle cupole d’oro, alla discesa dal Bus, ci avevano offerto bocconi di una pagnotta scura, intinti in una scodella di sale. Il pope, quasi un fante di cuori, con tiara turchina a coprire lunghi e candidi capelli, cesellati con grazia femminile, ci bacia e ci abbraccia. Volti di contadini, dai ciuffi biondi in disordine, vestiti da clerici, con lunghe sottane rammendate e sfilacciate. Ci osservano muti. Pareti di icone dorate su mura di calce che avevano conosciuto il fuoco dei bolscevichi. Il sapore di quel pane si perde in questa tavola dalla finta abbondanza. Un organetto fa sentire il suo suono nella sera. Una ragazza mi porge un foglio scritto a macchina e mi indica un nome:”Cetara”. -“Il figlio è stato vostro ospite in Italia”- mi dice, con una punta di orgoglio, la guida locale. Ora le ragazze intrecciano danze e canti popolari davanti alla nostra tavolata. -“Una di loro, non le dirò quale, non supererà l’anno a causa delle radiazioni”- Cerco di indovinare i segni della malattia in quei volti sorridenti. Ma invano. Penso alla centrale nucleare che nel silenzio della notte continua ad emettere radiazioni. . Forse per innumerevoli anni ancora. Il rimedio non c’è. -“ Non perdoniamo al governo il ritardo criminale dell’allarme dato dopo sei giorni.”- Mi confessa un’alta e prosperosa traduttrice. Ma tralascio di farle notare che l’ordine di chiudersi in casa e non uscire, arrivato alfine, era ben modesta cosa. Ma l’autorità centrale, in piena crisi, aveva elaborato in seguito, un ordine meno scientifico, ma più produttivo: per tre anni furono vietati in strada gruppi superiori alle tre persone, pena l’arresto. Nessuna osservanza su cibi e bevande. Solo un anello di trenta chilometri di deserto, blando,scientificamente insufficiente, ma utile ad arginare angosce e timori.. Ora la moglie del pope intona un canto ucraino. –“Ha studiato al conservatorio.” Mi dice in un orecchio il marito guardando compiaciuto la propria donna. In seguito strapperà ovazioni ed applausi da tutti noi con “ O sole mio” in perfetto italiano e con una sensualità di toni affatto clericale. -“ In cinque anni 1271 bambini operati di cancro alla tiroide. Sei bambini su dieci alla nascita non hanno anticorpi. Settecentomila casi di tubercolosi. Mezzo milione di morti all’anno. Una vita media di 57 anni per l’uomo e di 59 per la donna.-“ mi confida Maxim Mauritson, un prete svedese della chiesa ortodossa bizantina che da sei anni vive la tragedia di questa gente. La rabbia glia ha disegnato il volto e il tono della voce. –“ Ma è solo apparenza, dentro sono calmo.”- Mi vuole rassicurare. “-Ora la paura è passata, si fa festa e la povertà di questo paese elabora espedienti per sopravvivere: circa quattrocento associazioni cercano di accaparrasi l’affare “Bambini di Chernobyl”,rivendendo vacanze pagate da voi occidentali”…- continua ad inseguire con il cucchiaio una goccia di minestra sul fondo del piatto, una fame insaziabile. Più tardi divorerà il dolce con una grossa fetta di pane. Andiamo via nel buio di una notte senza luna. Solo stelle, qualche candela e occhi e sorrisi. La vodka sopisce per ora le nostre angosce.

  • 19 settembre 2011 alle ore 8:03
    Pasqualina e 'o spicchèr di Radio Sanità Vesuvio

    Come comincia: -“Ed ora via con le dediche….a Concetta dei Cristallini da parte di Mamma Rosa, Enzino o barbiere alla fidanzata Mimma, con un grosso bacio, Zi Tore alla nipote Assuntina, Pascalino, o tarallaro, alla moglie Pina, che lo aspetta con amore a casa”-……
    Il volume della radio è al massimo. La voce di Totonno o spicchèr di Radio Sanità Vesuvio rimbalza sulle pareti del basso cercando un’uscita, poi trova una fessura del vetro rotto della porta, per dilagare nel vicolo.
    Pasqualina sembra assorta, stregata da questa voce e non mi segue nella visita che sto facendo al figlio, Gioacchino.
    _” Pasqualina? Allora mi dici che è successo a tuo figlio?”
    _”Scusatemi, dottò, ma stavo sentendo se Totonno dedicava anche a me la canzone..lo fa spesso da qualche giorno. Io gli telefono ogni mattina e lui manda in onda la mia voce….come è bello dottò, sapeste che sensazioni che provo!”
    -“Pasqualinaaa, ma hai famiglia..Totonno è dentro la radio, non esiste”- Cerco di farla riavere dal suo stato.
    - “ Dottò, non riesco più a staccarmi dalla radio. La voce di Totonno mi ha come stregata…poi quando pronuncia il mio nome, mi si ferma il cuore. Pensate che ieri, mentre ero in diretta con lui, ha detto: - “Pasqualina ora ti passo in privato”…e mi ha parlato solo a me, pensate, una cosa intima.”-.
    -” E che ti ha detto Pasqualina?”-
    -“ Che sono una femmina interessante, unica. Pensate che parole, dottò!”

    ----Dopo un mese circa, visita a Pasqualina. E’ a letto. Ha una flebo nel braccio, il volto è amimico.

    -“Pasqualina, ma cosa mi hai combinato ieri sera…mi hanno detto che sei stata portata in Pronto Soccorso.?”
    - “Si, dottò”- la voce è flebile, lo sguardo tenue-“ ho ingerito due bottigliette di Noan della nonna”
    - “E perché mai…che c’entra questo gesto sconsiderato? “ La redarguisco.
    - “ Dottò, forse non vi hanno detto che Giruzzo, mio marito, ieri, ha iettato in miezzo a strada a radio”

  • 14 aprile 2011 alle ore 7:50
    Il letto di villa Adela

    Come comincia:  “ Qualche volta mi vien voglia di infilarmi sotto le coperte, fra loro due ( i genitori) come quando ero piccola.
    Ma non si può più.”
    da L'AMANTE di A.B Yehoshua

    I momenti magici della nostra infanzia, indimenticabili, dopo una vita trascorsa! Era una festa, a Villa Adela, quando papà tornava da militare. Lassù, in quella villa di collina, che dava sullo Scrivia, la sua venuta era un avvenimento travolgente. Si iniziava con il cigolare del grande cancello, giù in fondo al viale. Nonna, dal primo piano, urlava:-” Franca c'è Tullio!” Ed era un accorrere alla balaustra del giardino, per accertarsi.
    -” E' lui! Gli hanno dato il congedo! “ Gli si correva incontro, quasi a gara, a chi lo abbracciasse per primo. Un intreccio di suoni d'amore, di gioia. Un corale famigliare che si attardava a ripercorrere il viale, in salita, tra il ripetersi di abbracci e di baci. Io restavo in braccio a lui, in quel percorso. Ero a pochi centimetri dal suo volto, rasato di fresco, al profumo di Lavanda Col di Nava. La brillantina era un fantasioso luccicare dei suoi capelli. Ma ciò che mi colpiva del suo vestiario erano il cinturone con la pistola e gli stivali. Questi ultimi annunciavano, al momento di toglierli, un operazione del tutto complessa, ma esaltante. Veniva aperto un marchingegno di legno, “il tirastivali”, con cui papà si liberava, in un attimo, dalla stretta di quegli accessori di pelle nera.  Provavo sempre una certa delusione visiva, nel vederlo uscire dalla camera da letto, in vestiti borghesi.  Io lo seguivo col mio “moschetto del Duce”, un arma inseparabile, nella fantasia dei miei giochi. Ricordo che in Villa Adela, sopraggiungeva, dopo i primi momenti d'incontro, l'imbarazzo del nuovo venuto, come se la lontananza, reciproca, avesse cambiato le lancette delle intese interpersonali. Ma nonna Amina pensava lei, in cucina, a rifondere umori, preparando tagliatelle all'uovo, in pochi minuti, tra uno spolverio di farina. A sera, e qui mi ha condotto, in un richiamo pindarico, il passo di Yehoshua, si andava a letto, nel lettone grande, su al primo piano, tutti e tre, papà, mamma e me. Io chiedevo perentoriamente di stare in mezzo a loro. Mi sentivo protetto. Ricordo ancora quella sensazione, anche perché, più di una volta, dormendo all'esterno, ero caduto dal letto, che era in ferro battuto e di altezza considerevole. La stanza, fredda, freddissima, tanto che al mattino, al risveglio, andavo a staccare piccole stalattiti di ghiaccio, interne alle finestre e spezzavo la tenue lastra, in cui si era trasformata l'acqua del catino della toeletta. Il calore dei loro corpi, l'aiuto della bottiglia, riempita con cura da papà, con acqua calda e un ferro da calza, perché non si venasse, che ci si passava con i piedi, tra noi, dava il senso di una cuccia prenatale. Parlavano tra loro, lentamente, raccontandosi le loro vite diverse e lontane. Papà accendeva una sigaretta  e ne intravvedevo la brace che illuminava parte del suo volto.
    -” Dormi, ora, e zitto”- Era il comando iniziale. Io chiudevo gli occhi e cercavo il sonno , che non veniva. Ero convinto di saper recitare, per loro, la mimica del sonno.
    “Dorme ?”- Chiedeva papà, con insistenza, più volte, a mamma.
    “ No, sta con gli occhi chiusi e finge.”
    Mi stupiva questa capacità di mamma di sapermi scoprire nel mio inganno, in piena oscurità, e un poco mi addolorava quell'accusa di finzione.
    Alla mattina, svegliandomi al lato esterno di mamma e non più tra loro, provavo un senso profondo e inspiegabile di inganno, ricevuto durante il mio sonno, che mi aveva colto inavvertitamente. Un vero, inspiegabile, miserevole, inganno.

    l.pr.

  • 26 febbraio 2011 alle ore 9:23
    Un suicidio di classe

    Come comincia: Il primo caffè, al bar di vico S. Vincenzo, alle sette di mattina, è come aprire la prima pagina del quotidiano. Già dai volti, dai toni dell’eloquio, dalla gestualità, tutta partenopea, si può dedurre l’importanza dei fatti accaduti nel circondario. -“S’è arrivutato ‘o quartiere, ieri sera; n’ammuina di pazzi, mai vista!”-

    E’ la voce di Ciro, il barista, che mi colpisce. Sta parlando con Totonno, ‘o magliaro de Parì, che sfoggia un’insolita e improvvisa calvizie. Lui non lo sa, ma le vitamine, che crede che gli iniettino, ogni mattina, nell’ambulatorio dell’ospedale, sono sostanze chemioterapiche per una neoplasia mascellare, sottaciuta, a lui, dal suo medico curante. Al banco è appoggiata, voluminosamente, la corporatura di Franceschiello ‘o cecato, che ogni mattina reclama il suo posto, al banco del bar, investendo chiunque si trovi, distrattamente, sul suo cammino. E’ d’obbligo che lui debba fare, senza essere disturbato, la zuppetta con il cornetto alla nutella, nel mega-cappuccino, preparatogli, con assoluta precedenza, da Ciro, il barista. Giustamente non si può ravvedere degli schizzi che genera in questi tuffi , alla cieca, per cui gli viene dato uno spazio precauzionale di un metro di diametro, attorno alla sua figura.

    –“ Ma chi è ‘sto Giruzzo?”- chiede Enzo ‘o sciaffer.

    –“Dottò, Giruzzo era paziente a voi?”- Mi chiede Ciro, il barista, depositando sul banco, il mio caffè, amaro, bollente, macchiato senza schiuma, come solo lui sa.

    –“ Giruzzo chi?” rispondo, vagando nella mia conoscenza di nomi e soprannomi.

    –“ ‘O frate di Titina ‘a verdummaia. E’ cosa vostra?-“

    –“ No, Ciro. Non m’appartiene…ma che è successo?”-

    -“Dottò, ieri sera Giruzzo è trasuto dint’ospedale S. Gennaro. E’ iuto dint’ ‘a camera mortuaria e s’è spogliato annudo.”- Continua Ciro, il barista. Il tono della sua voce è concitato,non sa celare l’emozione. M’immagino la scena. Intravedo, come medico, una possibile deviazione sessuale. Necrofilia? Possibile!-“E poi, Ciro, dimmi ..che è successo?” -

    –“Dottò, chille s’è sdraiato sul tavolo di marmo e s’è sparato.”-

    Oggi, nella realtà. l.p.r.

  • 21 febbraio 2011 alle ore 16:22
    Passepartout

    Come comincia:   Cirino Pellecchia ha aperto improvvisamente la porta dell’ambulatorio. Sento la voce di Emilia, che sorveglia  la sala d’attesa, che ha già toni acuti di rimprovero.

    - “Dottò, scusate, ci sta u taxi dabbasso, scennite cum me”.

    Cirino Pellecchia è un ragazzo di  una trentina d’anni, figlio di un super boss,  Pascale Pellecchia detto o “lòcco” ( spagnolismo di pazzo) che, stanotte, è deceduto improvvisamente nel suo enorme letto di ebano brasiliano. Avevo presagito l’importanza dell’accaduto, in quanto fuori del basso, c’erano, alle 7 di stamane, già alcune corone di fiori, confezionate, in fretta, all’alba. Un gruppo di uomini, immoti, muti, neri, insolito, per l’ora,  annunciava  l’evento di una morte importante.

    -“A mammà è venuta na mossa per il dolore della morte di mio padre. Dovete vedere di che si tratta”-

    Quando gli inviti sono ordini sottaciuti, non mi perdo in parole.

    Il  taxi ha difficoltà a penetrare nel groviglio di mezzi che, data l’ora di punta e la mancanza di qualsiasi vigile, è periodicamente un coagulo invalicabile.

    -“ Cirino, ma tu non stavi a Madrid?”- gli chiedo tra un assordante boato di clacson.

    -“ Io abito a Madrid, dottò. Tre ore fa, ero a letto, al Phaseo de Gracia, quando è arrivata la telefonata della morte di papà.”-

    -“Tre ore fa? Ma hai volato?”- gli chiedo con stupore, riferendomi ad un volo alato del tutto personale.

    _” Dottò, vedete come sono vestito? Sono uscito accussì”-

    Lo guardo e mi accorgo che ha una tuta sportiva di marca. In certi ambienti, soprattutto i carcerari, è un indumento unico, serve anche da pigiama, all’occorrenza.

    -“ E pensate, dottò, che, nella fretta, non ho preso ne documenti, ne portafoglio”-

    Lo stupore travalica, ora, le mie possibilità logiche, di uomo comune.

    -“ Ma come hai fatto? Il passaporto ( si era ancora in un periodo antecedente all’U.E) ?”

    - “ Dottò, ho conoscenze a Madrid. Ho fatto chiamare il mio amico della polizia locale e mi hanno fatto passare”- E’ sicuro, parla con naturalezza. Si è accesa una sigaretta, nonostante il cartello di divieto.

    Io sono vicino alla balbuzie:- “ Ma il biglietto…scusa..il biglietto l’avevi?”

    -“Nossignore. Ho chiesto chi era il capitano dell’aereo, ed era, per fortuna, uno che mi apparteneva. Sapete, su quella rotta, oramai, sono di casa. Mi ha fatto salire subito in busines class, i soli posti liberi.”- Il tono della voce di Cirino, ora, denuncia la consapevolezza di una superiorità. –“Il taxi, dottò, quanno scennimmo, se lo pagate voi, per favore…sapete bene.che...”

    Raineri Lucio Paolo N.B. I fatti sono realmente accaduti.

  • 18 febbraio 2011 alle ore 14:14
    Manuela

    Come comincia: Con l’età, mi accorgo di dimenticare il nome dei miei pazienti. E’ pur vero che
    la compu-terizzazione ha stravolto i tempi di scrittura, per cui, quando apro
    la scheda elettronica del paziente stesso, alla richiesta di cognome e nome, io
    sto già pensando ad altro, alla visita, all’anamnesi, a ciò che devo
    prescrivere.
    Quindi mi capita, oramai in modo corrente, di deferire la domanda  che mi fa il computer: - “Come si chiama?”- al paziente, che mi sta di fronte.  Per cui gli chiedo meccanicamente, forse per dare una pausa di lavoro al mio
    cervello: “ Ti chiami?”
    Ora questa domanda è accettata dai saltuari frequentatori dell’ambulatorio, ma non dagli abituali, quelli che magari si rivolgono a me settimanalmente da oltre quarant’anni. E qui nascono le più  varie risposte, impregnate di quella napoletanità inconfondibile ed unica nella sua arguzia. “Gesù, Gesù, con l’età ve ’nzallanite…comm… vi site dimenticatoo’ nomme mio?” Ed è quella frase che ti  sveglia tutti i neuroni del cervello e ti da, per salvarti, in frazione di secondo, nome e cognome del paziente.
    “-Vedite che v’’o arricurdate…E ci si sente così, in un attimo, di nuovo a posto, attenti e brillanti.
    Oggi è venuta dunque a visita Manuela. Prima della sua fisicità mi raggiunge l’onda del profumo di Dior, accattivante ma non eccessivo. –“ V’’aggio purtato ‘nu regalino..è ‘na cosa  preziosa”.
    Manuela la conosco da molti anni, fa la vita, ma quando entra da me
    è di una delicatezza e educazione estrema, come se volesse coprirsi di un saio
    protettivo. Si annuncia sempre inviandoci caffè e cornetti caldi. Oggi: “ ‘Nu,
    cornetto d’argento pe’ vvuje; v’’adda purtà tanta fortuna, ve la meritate.”
    Il vestito che indossa è un capo firmato. Il suo fisico lo riempie con agio, traendone un’eleganza insolita.  “Iamme, che oggi so’ proprio chic !”
    Doppio imbarazzo mio, sia nell’accogliere il dono che a commentare il suo capo.
    “La solita controllatina ai bronchi, con tre pacchetti al dì, ne ho
    bisogno.”  Si toglie con eleganza la camicetta, aspettandomi vicino al lettino. Sento
    che si compiace nel farsi vedere svestita. I seni sono il suo capolavoro. Un  chirurgo di Nizza, che opera in una suite del Negresco, ne è l’autore. La  ausculto, tenendo con una mano il suo corpo che sembra richiedere un contatto  con me. E’ una provocazione a cui non sa rinunciare. L’unica mia difesa, quella pressione della mano sul suo torace.
    “Tutto a posto, ma se non finisci di fumare quella quantità di sigarette,  ti arriva un cancro. Come tuo medico ti devo prescrivere una lastra al torace  per evitare errori, secondo i protocolli attuali.” Le faccio l’abituale  predica intimidatoria.
    Mi dirigo alla scrivania, mi siedo. Lo schermo del computer mi guarda
    sornione ed aspetta. Un attimo di pausa. Vado in giro per i neuroni del mio
    cervello, sento di andare in panico. Possibile che mi sfugga il nome, cazzo!
    So che si offenderà e mi dispiace. Terminare, in questo modo, una parentesi
    così perfetta. Purtroppo non mi resta altro che chiederglielo: “ Nome?” Manuela non sorride, mi guarda fisso negli occhi. Lo sguardo è mutato. Sento che mi vuol dire “coglione”. Poi la sua voce roca pronuncia lentamente: “Pasquale Campitiello…”

  • 17 febbraio 2011 alle ore 21:35
    Quel letto d'ottone

    Come comincia: Non crediate che nel mio ambulatorio girino solo puttane e camorristi. Ogni tanto ci eleviamo. Napoli è questa: uno scrigno prezioso che improvvisamente ti da accesso al meraviglioso, all’inatteso. Avevo tempo, oggi, di riprendere un antico discorso con Palomba Rosaria, una  donna di 65 anni, di una bellezza appannata da cinque gravidanze e da una vita  difficoltosa.
    “Rosaria, tu entravi nella camera di Giacomo? Cosa ricordi dopo
    tanti anni?”
    “Se la ricordo…il profumo delle ginestre, a primavera. La marchesa  Eleonora Carafa D’Andria, mi dava le chiavi, quando dovevo spolverarla. La  prima cosa che facevo era di aprire le persiane e far entrare la luce. La  camera riprendeva vita. Il Vesuvio a quei tempi fumava e fremeva sotto i piedi.  Ricordo il lettino di Giacomo, minuto, schivo del lusso che regnava in villa. Libri sul comodino e in una piccola libreria di mogano. Un rosario a grossi  grani di pietra nera era lasciato su una poltrona di velluto rosso, accanto al  letto. Ricordo il bastone di Giacomo, fine, elegante, con una testina d’ argento. Giacomo se ne era servito per le passeggiate, tra i sassosi viottoli,  sulle pendici del Vesuvio. Ricordate? La villa era sul crinale della colata vecchia dell’ultima eruzione.  Solo le ginestre erano riuscite ad impossessarsi di quelle rocce nere. Il profumo lo si sentiva a notte, mentre i grilli e le  rane coprivano il rumore delle ruote dei carri.”.
    “Tu facevi la cameriera a Villa delle Ginestre?”
    “Papà era il fattore della marchesa. Lei era figlia di Fiammetta  Carafa, donna di corte della regina Margherita. Fu lei ad ospitare Leopardi a  Villa delle ginestre. Quando mi sposai venni ad abitare alla Sanità e la  marchesa mi regalò il letto di ottone con i putti, che voi avete conosciuto anni fa. Era il letto della madre Fiammetta, che era finito nelle cantine della villa.”.
    “Già, il letto! Un letto storico! Lo ricordo ancora; un oggetto  sontuoso nell’angusto basso che abitavi. Il sorriso dei putti si univa al riso  dei tuoi figlioli che ci rotolavano sopra.”
    “Quanti anni dottore….”
    “Rosaria, ma del letto che ne è stato, da anni non l’ho più visto?”
    . “Quando abbiamo rammodernato il basso, lo abbiamo venduto a peso.  Sapete era di ottone!”

  • 16 febbraio 2011 alle ore 6:50
    Volpedo 1945

    Come comincia: Volpedo - 1942. Mi restano solo visioni infantili, brandelli di memoria. Lo stupore, ad un Congresso, a tavola, a sera, di tre giovani colleghi di Volpedo, a cui racconto frammenti di un quadro, per loro,inusitato.  “ Si va ospiti di un mio impiegato, in una campagna di Volpedo”- Le parole di papà, accendono allegria ed ansia per il viaggio. Al nostro arrivo, la piazza della stazione: solo buoi e carri agricoli. Non ricordo auto.<br /> <br /> -“ E ora che si fa? Il tuo impiegato ti aveva promesso di venirci a prendere con i buoi. Adesso, che si fa con queste valige?” La voce di mamma. Ricordo, ancora, la sua irritazione.<br /> <br /> -“ Eccolo! E’ là che viene.”- Papà la rassicura.  Il carro agricolo trainato da una coppia di buoi bianchi. Mi fanno sedere su di una valigia. Il giovane impiegato, baffi e brillantina profumata. Ossequioso con mamma, giovane. Loro, i grandi, restano con le gambe a penzoloni dal carro. Ridono, parlano a voce alta . Io non ricordo altro che il gioco dei posteriori  dei due buoi, all’altezza dei miei occhi.. Il loro pesante movimento. La coda untuosa di sterco, si alza lentamente a scoprire un rosso sfintere. Gli occhi mi escono dalle orbite: lentamente lo sfintere s’apre e avanza una massa melmosa, scura, dall’odore acre. –“ Attento!”- Un plaff sull’asta del carro, fa scoppiare schizzi di liquame. Che spettacolo, per un bimbo di 4 anni! Si sale su per la collina, tra campi coltivati. Il carro è quasi fermo per lo sforzo dei buoi. “Valà  Moro!”La voce dell’impiegato di papà si accompagna, sicura, ad un bastone, che pungola, sul didietro, il bue. Nugoli di mosche negli occhi, la grossa lingua rossa fa evoluzioni attorno alla bocca dell’animale. Papà scende e coglie una mela dall’albero. –“ No, dottore, non lo si può fare,qui”.-<br /> <br /> All’arrivo, alla masseria, le donne sono scalze. Hanno croste ai piedi. Il tavolo della cucina, vasto, ha una superficie nera, fluttuante. Sono migliaia di mosche, che vivono dei resti della colazione. Il padre dell’impiegato di papà è enorme, grigio ed emana uno strano odore .Mi guarda con curiosità. Il peso delle sue mani sulla mia testa. Mi resta questo suono misterioso del suo nome: Didòlar! Un secchio d’acqua è appeso all’entrata della cucina. Un mestolo di rame è il bicchiere per chi ha sete. La cena vede le donne assenti. Restano in cucina, accanto al camino infuocato. Parlano sottovoce. Didòlar prende il fiasco di vino e ne versa fiotti nella minestra. Quando ride, batte il pugno sul legno del tavolo. I bicchieri traboccano spruzzi. Che strano odore su tutto. L’impiegato di papà sembra prendere le distanze da loro, i suoi genitori. Non è più contadino, lui. A sera, estrae la fisarmonica da una custodia di pelle nera e suona. Le ragazze escono dalla cucina. Il motivo da allegria. Ricordo quel suo sorriso, tra i baffi neri. Le ragazze lo guardano con ammirazione, ridendo tra loro. Volano parole gioiose. Lui le fissa negli occhi, una ad una.<br /> <br /> Tornammo l’anno dopo, per fare le condoglianze, per la sua morte. Una morte giovane. -“ Troppe donne, a Genova.”- diceva mamma. Il pranzo dopo il funerale. Solo uomini. Vino a fiumi nel sugo rosso degli agnolotti. Arrosti fumanti, strappati con mani unte. Il padre, Didolar, che invita il postino di passaggio, a sedersi. La borsa enorme di posta, sotto il tavolo. Un brindisi fragoroso alla morte. Le donne, nere di costume, sono una macchia in fondo alla cucina. Piangono in un suono lamentoso. Quello strano odore su tutto. A tavola un vociare, non mesto, quasi allegro. Forse è il vino.  In una notte senza luna, un cerchio di ombre, sedute a terra, attorno ad un cumulo di  pannocchie. Lo strappo delle foglie secche fa brillare il giallo del frutto, oramai denudato.<br /> <br /> -“ Spegni quella lampada tascabile, non è bene la luce. C’è stato un morto!”- Qualcuno mi sgrida. Poi Un bagliore di fulmini. Tutti fuggono. Il letto immenso. Il rumore delle foglie secche di granturco sotto i corpi. La finestra che si spalanca improvvisamente: la tempesta entra nella camera. – “Tullio, chiudi, chiudi!”- La voce di mamma. Il sonno, in seguito, avrebbe avvolto i miei ricordi, per sempre.<br /> <br /> .<br />