La Donna Ragno

LA DONNA RAGNO
Se ci guardiamo indietro, di un pugno d’anni..beh..non proprio un pugno, anche se sessantacinque anni sono niente di fronte all’eternità, scorgeremo di aver lasciato, alle spalle, un mondo con un pizzico d’infantile ingenuità, che ci farà affiorare un sorriso sulla bocca e nell’anima. Si era usciti da una guerra, è pur vero, e tutto acquistava il fascino di una vita nuova, senza bombe e deportazioni. L’immaginativo, imbrigliato negli anni oscuri, ora era libero di vagare, anche nei meandri dell’assurdo. Tutto era possibile, una volta che si fosse riacquistato il piacere di esistere. Mio padre aveva studiato all’università; persona attenta, coscienziosa, reduce da una divisa militare, eppure, quel pomeriggio d’autunno, a Genova, all’arrivo dei baracconi, in Piazza Corvetto, si mise in fila, con me, per mano, tra altri genovesi, per pagare l’entrata a uno dei baracconi più fantasiosi dell’epoca, la Donna Ragno. Era gente comune, operai, studenti, famiglie intere, mosse da un solo impulso: entrare nel padiglione, a toccare, con mano, una delle orrende meraviglie del creato. Così promettevano i cartelloni dai vivaci colori, che tappezzavano, all’esterno, la tenda degli ambulanti. L’imbonitore, con un megafono gracchiante, prometteva orribili e inimmaginabili visioni. La gente, affascinata e imbrigliata dal dubbio di poter essere gabbata, si guardava attorno, con un tenue sorriso, chiedendo conferme, che nessuno era in grado di dare. Tanto valeva prendere il biglietto ed entrare! La televisione non c’era, la radio era di pochi, i giornali costavano. L’altro, il vicino contava per primo, come fonte d’informazione e di conferma in un dubbio. E quando il tuo vicino era in dubbio, tu eri in dubbio. Perciò si formò una fila silenziosa e severa di uomini, veri, spinti a costatare la veridicità di un falso. Mi è rimasta ancora quella visione. L’interno era all’oscuro. Si era tutti in piedi. La ghiaia rumorosa sotto le scarpe. Sulla parete di fronte un cerchio di luce violento. Poi, un entrare in un tubo di colori a mo’ di caleidoscopio. Sul fondo, in una ragnatela di un evidente cordame marino, al centro, il volto di una grassocia fattucchiera bionda, che rispondeva sorridente, alle domande oculate dell’imbonitore.
‐“ Come ti chiami?”
‐ “Quanti anni hai?”
‐ “ Di cosa ti cibi? “ e altre ancora, a terminare lo spettacolo. Voi pensereste a fischi e parolacce degli spettatori. No. Ricordo che uscimmo tra l’incertezza e la certezza di un qualcosa, che avevamo voluto tutti. che esistesse: la Donna Ragno.