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Nello Vittorio Maruca

03 dicembre 1937, Falerna - Italia
Segni particolari: nessuno

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  • 27 ottobre 2013 alle ore 12:58
    Il Fato

    Or quando il danno la tua vita tange
    ed a nessuno puoi addurne il danno,
    al fato riportar puoi tutte frange
    che sol’esso a vita dà sì tant’inganno.
     
    Non ti curar, perciò, di danno e inganno,
    prosegui per la via irta e spinosa
    ché quello da portare è il tuo affanno;
    nato non sei a condurre vita gioiosa.
     
    Né conviene tener cruccio entro core,
    né a fato  convien pensiero donare
    ché quando mala sorte salta fore
    contro essa nullo pote nulla fare.
     

     
  • 27 ottobre 2013 alle ore 12:53
    La Resa

    Iella da ragazzino ebbi per mano
    e grandicello pur per man mi tenne
    e, poi, quando mia gioventute venne,
    puranco allora mio reagir fu vano.
     
    Allorquando scansare essa volevo,
    più fortemente a presa mi teneva
    e ancora più forte a essa mi stringeva
    mentr’io contro essa sempre più mordevo.
     
    Stretto mi tenne da bambino a vecchio,
    mai seppi chi m’ aggravò di tal malocchio,
    or che m’appresto a varco d’ultimo guado
    lascio  che vada come ad essa aggrada.

     

     
  • 06 agosto 2013 alle ore 11:38
    L'Avaro

     
    In loco del vero Iddio, Onnipotente
    altro ne tiene in cuore il gran furfante:
    lui disconosce il Padre, Onniveggente
    ma dei possedimenti è grand’amante.
     
    Sol  la materia tiene a conoscenza,
    di  spiritualità  non ha  curanza.
    Va contando i beni di giorno in giorno
    e sol roba, null’altro vede intorno. 
     
    Produce  vino che lo vende a botte,
    e di mandrie cede latte e ricotte.
    Olio! un cucchiaio per l’intero giorno,
    un tozzo di pane e cacio a mezzogiorno
     
    Ha men la vista, quasi divien cieco.
    Valersi dell’oculista è uno spreco.
    Schiavo della ricchezza, n’h’arsura
    mentre il denaro lo presta a usura.

     
     

     
  • 28 luglio 2013 alle ore 19:52
    Sentimento d'Amore

    La vita che sol triboli mi ha dato,
    l’amor qual sentimento mi ha insegnato
    e poiché soltanto in bene essa spendo
    nato son io per morire cantando.
     
    Sono, pertanto, grato al divin Padre
    d’avermi dato in uso strada madre,
    che se anche ho sudato in suo percorso
    molte di pene  ho scosso di sul dorso.
     
    Sono in attesa, ora, dell’ultimo atto,
    mentre pago canto l’appreso motto:
    Padre celeste, Iddio dell’Universo
    fa che Ti giunga, in prece, ogni mio verso.
     
     
     
     

     
  • 22 luglio 2013 alle ore 12:48
    L'ingannevole

    Al nefasto giudicio che mi fu tema
    afflitto mi dipartii e senza speme.
    Fu il dispero, tutto mi fu nero
    spiraglio alcuno non vedea, invero.
    Conobbi l’impotente debolezza,
    nullo e nessuno davami certezza.
    Nel Tempio mi trovai degl’Alemanni
    come deporre i tanti, molti affanni.
    Andò per tempo, non ricordo quanto,
     
    da Croce, la vista, all’Azzurro Manto.
    D’automa movenza fu all’ accender cero,
    col cuor lo feci palpitante e nero.
    La fiammella tremula, pencolante
    poscia per l’alma mia fu illuminante.
    Parea un varco mi si fosse aperto
    in mezzo quel che grande era sconcerto.
     
    Poi, di nuovo, cupa desolazione
    e immensa ancora fu disperazione.
    Col cuore infranto, stanco, sconfortato
    in casa mi trovai, da trasportato.
    Mentre mi riportavo al luogo mesto 
    fu il pensier mio determinato e desto
    a ripassar in quel ch’è Sacro Luogo
    onde scrollarmi del pesante giogo.
     
     E, lì, rimasi infreddolito e stanco
    con quella spina che pungeami il fianco;
    lo guardo riandò su l’Effige Santa
    e poi portossi alla Donna Santa,
    e mentre la guardavo la pregavo
    e nella prece tutto mi donavo
    e mi pareva d’essere ascoltato
    e mi pareva d’esser consolato.
     
    E più guardavo quell’Effige Santa:
    abbi fiducia, abbine sì tanta,
    e più parea che cenno mi facesse
    quasi che dir qualcosa mi volesse.
    L’Effige ch’è in Croce mi rispose,
    in testa Maria la Mano santa pose
    e quel ch’accadde, poi, non parmi vero:
    Schiarito fu, quel ch’era tutto nero.
     
    Ed il sorriso ritornommi in viso,
    lievi sentii le spalle, senza peso;
    leggero dentro, senz’alcun tormento
    un guardo, un grazie volsi al Firmamento.
    Schiacciato fu il diagnosticato prima
    poichè riposto avea tutta mia stima
    al Creator di tutto, al Redentore
    che sa donare gioia ad ogni cuore.
     
    Quanto l’Onnipotente è umile e verace
    tanto sei, uomo, tronfio e fallace.
     
     
     

     
  • 11 luglio 2013 alle ore 22:20

    Sin dagli albori del mio cambiamento quasi volendo suggellar l’evento in terra ricca a dimorar ti posi ed altezzoso là cresci e riposi. Scelsi quel posto donde il mar t’è a fronte che levante mirar puoi e pur ponente e dove in mare il ciel si perde tondo quasi a volere ch’abbracciassi il mondo. Non hai di che lagnarti per la casa chè te lo sol di mane a sera veglia poi, di notte, pur se di nubi ascosa qualche suo raggio luna a te convoglia. Seme innestato t’ho del Risvegliato * e dei canestri tutto t’ho imbrigliato ché di esso sono l’illuminato re e, puranco, in esso ho rispecchiato te. Nol sai che il gruppo s’è cresciuto alquanto che ne contiamo più, ormai, di cento? Siam tutti rigogliosi e ben pasciuti chè di sapere Buddha ci ha imbevuti. Sol di una cosa siam desiderosi: gustare appieno i frutti tuoi succosi, non essere di essi ancora geloso, donali solo a me che son goloso. *Buddha Sin dagli albori del mio cambiamento quasi volendo suggellar l’evento in terra ricca a dimorar ti posi ed altezzoso là cresci e riposi. Scelsi quel posto donde il mar t’è a fronte che levante mirar puoi e pur ponente e dove in mare il ciel si perde tondo quasi a volere ch’abbracciassi il mondo. Non hai di che lagnarti per la casa chè te lo sol di mane a sera veglia poi, di notte, pur se di nubi ascosa qualche suo raggio luna a te convoglia. Seme innestato t’ho del Risvegliato * e dei canestri tutto t’ho imbrigliato ché di esso sono l’illuminato re e, puranco, in esso ho rispecchiato te. Nol sai che il gruppo s’è cresciuto alquanto che ne contiamo più, ormai, di cento? Siam tutti rigogliosi e ben pasciuti chè di sapere Buddha ci ha imbevuti. Sol di una cosa siam desiderosi: gustare appieno i frutti tuoi succosi, non essere di essi ancora geloso, donali solo a me che son goloso. *Buddha

     
  • 14 maggio 2013 alle ore 14:02
    XCIV

    Se vero è che chi semina raccoglie
    diversamente non può, quindi, porsi
    avere  i  pomi  e non puranco  i  torsi
    chi  del  dovere  le fatiche coglie.

    Se, poi, del bene l’indirizzo sceglie
    l’intimo non è tocco da rimorsi
    e pensier la mente non nutre inversi
    che se ribelli, senno annulla e scioglie.

    L’unità di misura è certo colma
    e,  lo contenitore non  è  raso
    se a fatica si dona corpo ed alma.

    Indi, temere non avere il colmo
    lo può lo portoghese d’ozio invaso,
    non chi di pregio grande quanto l’olmo.

     
  • 14 maggio 2013 alle ore 13:57
    XCIII

    In aula sono sempre molto attento
    chè ciò al referente ridonda orgoglio,
    e di cure dando altre materie il meglio
    ogni spiegazione diviene evento.

    Se nel donare egli resta contento
    chi acquisisce deve restare  sveglio
    ch’altrimenti potrebbe usare il taglio
    per l’incurante che lo segue a stento.

    Donato ho quanto in mente  ben fissato 
    sperando portare lustro ai docenti
    e ripagar, così ,  loro operato.

    Dell’illustrazione son soddisfatti
    per quanto di materia  ed argomenti;
    di quanto a conoscenza , stupefatti.

     

     
  • 01 maggio 2013 alle ore 10:39
    Lacrime di sangue

    Il cuore piange lacrime di sangue
    chè più chi gli è in amore a esso punge,
    l’animo, anch’esso, tristemente langue
    chè non è segno d’amor che a esso giunge.

    Pria che su terra lor fossero in vista
    per lor animi e cuor furo in sussulto,
    quando che furo, poi, discesi in pista
    spesso per loro in gola fu singulto.

    Or da quercioli son cresciute querce,
    ma pur stamane ho fatto l’altro sforzo
    ver loro ch’anno per noi anime lerce
    e mio livore ancor contengo e smorzo.

    L’amor ch’è in petto, si, subisce pene,
    ma non arretra, no, perché vessato
    canco  pure  maggior sprigiona bene
    anche per chi per lui è crudo e ingrato.

     
  • 14 aprile 2013 alle ore 18:37
    LXXXVII

    Avendo sciorinato esperta dottrina
    pago e lesto s’accinge  a rincasare
    che di buona nuova vuole spalmare
    colei ch’arrabatta in campo e cucina:

    Per quiete vuole dir come cammina
    e non  cantare  di  se  e  se vantare
    e manco per poco pettegolare
    ma serenar di casa sua regina.

    Sicura, figlio, del tuo buono andare,
    forte serpeggiami un presentimento
    che dire vorrei ma non so spiegare.

    E’ come  se al finire di dritta via
    calasse un improvviso oscuramento
    e tu  perissi, indi,  nell’oscura via.

     
  • 14 aprile 2013 alle ore 18:30
    LXXXVI

    Cinque interruzioni furon mirate
    quasi ad ingarbugliare la matassa,
    ma dolcier’ esperto rammenta glassa
    pur se mille di torte ha impasticciate.

    Così le sospensioni indirizzate,
    a modo ed arte, restare repressa
    lingua e turbare del cranio la massa
    non han le braci spento m’attizzate.

    La continuazione è da lì ripresa
    trovando il professore sbalordito
    di tanta dottrina sì tant’appresa.

    La bronzeo vilucchio all’andito appesa
    avverte che lo tempo s’è partito,
    e attività verrà doman riaccesa.

     
  • 10 aprile 2013 alle ore 19:15
    LXXXV

    E’ come se quell’aula fosse vuota,
    nessuno sogna di dare disturbo
    a rispetto ai docenti di gran garbo.
    Comincia, allora, a dir donde ti ruota.

    Con la perspicacia che lo connota
    dice di Garibaldi, senza conturbo
    e ogni cosa racconta a tutto verbo
    e in particolari si tuffa e nuota.

    Indi comincia col Rinascimento
    e in civiltà letteraria e artistica
    sovrabbonda d’ ampio ragionamento.

    Qual’avvocato che accora l’arringa
    e nel dir tiene sciolta, stilistica
    forma, è così, d’egli, la sua lusinga.

     
  • 10 aprile 2013 alle ore 19:08
    LXXXIV

    Vorrei avere da te l’impressione
    di questi mesi dati a sgolamento
    sperando aver dato sostentamento
    ma ora dilla  tu, però, la  lezione.

    Comincia a dar di Storia ogni ragione
    di Garibaldi  e del Rinascimento
    parla dando, fin’oggi, il compimento;
    di tutto dona specificazione.

    La prima giornata è di torchiatura,
    ma ne saranno altre, ancora più dure
    acciocchè  non cadiate a bocciatura.

    Quanto, perciò, facciamo non è dispetto
    ma arricchire voi di doti e culture
    perché v’abbiamo a massimo rispetto.

     
  • 10 aprile 2013 alle ore 19:03
    LXXXIII

    Si dona, allora, quasi tutto a scuola,
    pone massim’impegno all’istruzione
    e, brevemente  fa ripetizione:
    materie rivede, setaccia e scola

    I’intelligenza  sveglia, in  alto  vola,
    indi ,  rinsalda l’ insita passione
    e ancor maggior’impegno in essa pone
    che gaudio dona ed animo consola.

    Preordinato  a  stretta  spremitura
    non meno spasmodicamente attende
    disciogliere aggroviglio all’orditura.

    Il cuore in petto lesto balza al suono
    del nome quando, da cattedra scende
    docente brioso, dall’aspetto buono.

     
  • 29 marzo 2013 alle ore 19:04
    LXXXI

    Intanto Votto dona di se il meglio,
    costantemente, in aula, attento resta,
    un sol pensiero nuota nella testa:
    Di mamma e del casato esser l’orgoglio.

    Nei fatti di campagna resta sveglio
    e in quello che allestisce mai fa sosta
    e a ogni necessità, tosto, s’appresta.
    In diligenza non paventa uguaglio.

    L’abil coltivatore poco invidia,
    conosce strame per formar letame
    e  di  coltura tutte cose  studia.

    Pur se piacevolmente d’esso ha fame
    il ritmo al lavoro deve scemare
    che la coscienza esige altro dettame.

     
  • 29 marzo 2013 alle ore 19:01
    LXXX

    Or son due mesi già d’intenso studio,
    certo che a breve sarà verifica
    quanto i docenti han dato con fatica,
    risultato indicherà, poi, il preludio.

    D’insegnamento non si dà compendio
    che qual chirurgo bisturi  pratica
    e  ferma  decision  male  districa
    sì di materia non si vuol dispendio.

    L’impegno nell’ascolto è assoluto;
    non un trambusto, non un sol bisbiglio.
    Il tutto  è  fermo, tutto resta  muto.

    Il  silenzio vien rotto  solamente
    da quella voce che con grand’orgoglio
    sa d’essere ascoltata attentamente.

     
  • 08 marzo 2013 alle ore 18:45
    CVII

    Tra le quante  necessitate in loco
    e  tristi  notizie  volate in cielo
    che l’alma hanno avvolto in nero velo,
    fermo riacchiappa lo sfuggito gioco.

    E ricomincia  a  riattizzar lo foco
    al  senno  ch’è  calato al  freddo gelo
    mentr’altro pensier severo n’ha involo
    e  preparazione  è posta in alloco.

    Per quant’importanti ed  altre  ragioni
    non  puote  né  vuole più oltre fuorviarsi
    ch’ogn’altra  cosa  è minore  tenzone.

    Al Cielo spesso rivolge orazioni
    chè sugl’amori  cui vuol rincontrarsi
    cali  pia , divina benedizione.

     
  • 08 marzo 2013 alle ore 18:42
    CIV

    Il dì di poi, nel primo pomeriggio,
    anti lo spiazzo del casato antico
    la conosciuta voce d’uomo amico
    lenta strascica il solito messaggio:

    Mi tocca visitare altro villaggio:
    stanco son’io che pria alba già fatico
    lascio, indi, la busta sotto il portico
    e corro ad affrontare l’altro viaggio.

    Son gli zii che danno palesemente
    l’intenzione d’essere per ottobre
    a vivere con noi costantemente.

    Trema la mamma come fosse in febbre,
    invece il cuor trabocca d’allegrezza
    e l’ansia si dissolve nell’ebbrezza.

     
  • 08 marzo 2013 alle ore 18:37
    CV

    Cinque le lettere ch’abbiamo inviato
    e nessuna  risposta ricevuta,
    peggio, manco una loro è pervenuta;
    un non so che greve è certo capitato.

    Episodio luttuoso è trapelato:
    Un generale da favella  muta
    avverso l’Assemblea ch’era in seduta
    coll’ armi, del Paese s’è impossessato.

    L’esercito, in toto, è ammutinato
    e nel  Paese tutto c’è  coprifuoco
    e ogni discorso inverso è censurato.

    Pare, pure, che il nostro Consolato
    abbia edòtto le Autorità del peso
    ch’ ancora su Argentina s’è calato.

     
  • 13 gennaio 2013 alle ore 21:05
    CXXXVII

    E’ solito viaggiare su calesse
    che di motore tien corsiero bianco,
    che al galoppo non pare mai stanco
    e le movenze son di grande classe.

    Ama tenere  briglie a dolci mosse
    che di tanto cadere fa su fianco
    ora lato destro, ora lato manco
    che a leggere movenze son. connesse.

    Seguita da docil dama stimata
    e palafreniere d’alto lignaggio
    ma sovente la s’incontra  isolata

    A passeggiare pel strada sassata  ** selciata
    e arrampicarsi fin sopra lo poggio
    A  danno di cerimoniale regio.

     
  • 13 gennaio 2013 alle ore 21:00
    CXXXVI

    S’accosta descrizione a Marchesina
    e voglio pensare ch’ella proprio sia,
    giacchè  verso noi custode  cortesia
    potremmo contattarla domattina.

    Ruota in testa capei di signorina
    e potrebbe non esser causa d’ansia
    chè  capei da  biondi resi  l’ha  fucsia
    ma biondi l’ha Duchessa sua cugina.

    Duchessina vive in Terra toscana
    cui  papà  tiene  potere  ducale
    e regal presenza in terra nostrana

    compare sol sotto fulgente sole
    quando nubi, acqua, grandine e maestrale
    cedon posto a rose e splendide viole.

     
  • 13 gennaio 2013 alle ore 20:57
    CXXXV

    Ragazza bionda da cerulei occhi,
    senza ch’ella n’abbia alcuno torto
    da dritto ch’era  lo mio senno ha storto
    e i  pensieri  resi sterili  e  secchi.

    Un mese di ricerche, senza sbocchi
    e più m’avanzo più cerchio è ritorto
    e vieppiù lo core  cede a sconforto
    chè nulla san di lei giovani e vecchi.

    Unica  speme è lei,  suora Teresa,
    ch’altri non sanno onde siede e posa
    né se vergine ancora oppure sposa.

    Indi la grande ed impervia mia impresa
    ai suoi piedi poso, essa qui riposa
    chè non è cosa cui a santona è ascosa.

     
  • 13 gennaio 2013 alle ore 20:56
    CXXXIV

    Ancor prima che in mare il sole cali
    lato ponente al loco di preghiera
    siamo, assai tremante io e con l’alma nera
    pei pensier che senno stipa suoi annali.

    Due stanze superiam da volte ovali,
    ed ecco a noi d’innanzi donn’austera
    indosso grembiule da cameriera
    guidaci a piedritti monumentali.

    In stanza scarsamente illuminata
    è  suor Teresa,  dal  lungo talare,
    supplice innanzi all’Immacolata.

    Al calpestio dei lenti nostri passi,
    a braccia aperte e tono familiare:
    Quale l’affanno che vi rende lassi?

     
  • 06 gennaio 2013 alle ore 17:53
    CLXI

    Quando l’animo riconquista pace
    la mente fine dell’uomo divino
    spacciandomi qual figlio del vicino
    Cile m’affida  a capitan’audace

    di  peschereccio di bandier mendace
    affinchè mi sbarchi, poi, oltre confino
    e m’accompagni, sua persona, infino
    in  Montevideo, a  villa  Treverace.

    Tempesta ci sospinge in alto oceano
    sferzando violente onde su fiancate
    ch’ogni nostro  sforzo riducon vano.

    Tre giorni dura, ahimè, l’immane lotta
    e vicina è ormai nostra sconfitta;
    che speme e nostre forze son’andate.

     
  • 06 gennaio 2013 alle ore 17:50
    CLX

    A conoscenza del vile misfatto, 
    per nostra casa innata simpatia
    e anche perch’io caduto  in apatia
    danno d’amicizia grande rispetto.

    Tre mesi resto steso dentro un letto
    e solamente Dio sa quant’io patia
    che mente da dritta e storta si dipartia
    non rispondendo più alcun concetto.

    Dì e notte m’accudiva la buona donna
    e mi cantava pure la ninna nanna
    come  faceva la dolce mia nonna.

    Per otto mesi mi danno lor cure,
    finchè mia mente sconfigge condanna
    ridando riso a quell’anime pure.