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in archivio dal 24 mar 2006

Nicola Fuorlo

31 dicembre 1981, Formia
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  • 27 novembre 2006
    Angela e i Mondiali

    Come comincia:

    9 Luglio 2006. Angela è al Circo Massimo. Il maxi-schermo lontanissimo e dei campioni italiani si intravedono solo ombre azzurre. Angela è attenta, ma niente da fare, la palla non si vede. Ogni tanto un boato, una bordata di fischi e tante emozioni: i mondiali fino a quella sera per lei erano stati solo questo.
    Angela aveva 24 anni, in quell'arena romana era bella come nessun'altra. Si era da poco laureata in Economia a La Sapienza e, nonostante l'emozione azzurra, era infelice; non sorrideva, non saltava come chiunque altro. Una laurea che non avrebbe mai e poi mai voluto prendere, una vita che non era la sua. Angela era diversa, non aveva addosso quell'aria pariolina che la famiglia voleva a tutti i costi trasmetterle. A lei dei soldi non fregava nulla. Lei era per le manifestazioni studentesche, lei era per le occupazioni della città universitaria, lei era per la libertà. Il padre non riusciva proprio a capire da chi avesse preso. Figlia di notai, figlia della Roma bene, figlia dei salotti romani più in vista, Angela era stata sempre per la semplicità. Lei andava in giro per Roma in Autobus (il padre l'aveva affidata ad uno dei suoi autisti), lei indossava sempre la stessa maglietta e le scarpe con i lacci perennemente sciolti (il padre le aveva riempito l'armadio tanto da farlo sembrare un magazzino della Rinascente). Com'era diversa, com'era migliore. Elizondo fischia la fine del primo tempo e... l'inizio della felicità. Angela ha sete; decide di abbandonare per qualche istante gli amici per raggiungere una fontana.
    Francesco era lì, vicino quella fontana, che fissava lo schermo, con lo sguardo assente. A 25 anni non riusciva a prendere una strada, a concludere qualcosa, ad investire se stesso in una laurea, un lavoro, un amore che gli regalasse futuro. "Se solo avessi la grinta di Gattuso!", pensava.
    Ma quella grinta, quel coraggio, quel "non mollare mai" Francesco credeva di non averli. Angela era arrivata. Dopo innumerevoli spinte si era fatta largo e stava per bere a quella fontana, quando qualcosa ruppe gli equilibri. Si guardano, niente di più. Il tempo di riempirsi le guance d'acqua e l'Italia è di nuovo in campo. La folla non permette ad Angela di tornare indietro. Francesco non guarda più il match e ad Angela di intravedere la palla non interessa più così tanto. Erano ormai spalla a spalla. 45 minuti per tentare un approccio, niente. Francesco non aveva il coraggio di rivolgerle la parola. Angela si sentiva strana, sentiva gli occhi addosso di quel ragazzo. Come era timido, pensava. Non voleva essere lei la prima a parlare. Finiscono i tempi regolamentari, niente. Italia-Francia 1-1, Angela-Francesco 0-0. Ci parlo, non ci parlo, iniziano i supplementari, mezz'ora di indecisione, si sentono morire. I rigori. Dai Francesco è l'ultima occasione, si continua a ripetere, diventando sempre più teso, proprio come quel Lippi, quel Gilardino, quell'Inzaghi, scalpitanti su una panchina tedesca. "Bella partita, vero?", esordio agghiacciante di Francesco nel mondo di Angela. Come era tenero e ingenuo, pensava lei. Pirlo... Goal! Esultano entrambi, le loro spalle si sfiorano, lei gli chiede scusa (di cosa?!). Materazzi... Goal! Si guardano e sorridono, lui arrossisce. De Rossi... Goal! Rotto il ghiaccio, esultando si abbracciano, "mi chiamo Francesco", "io... Angela". Del Piero... Goal! Sono ancora abbracciati, da prima. La tensione era alle stelle, Grosso posiziona la palla sul dischetto, guarda il portiere, ogni telecamera è sul suo volto, parte la rincorsa, calcia... GOOOOOAL!!!! Il cielo è azzurro sopra Berlino, dice qualcuno in TV.
    La folla è in delirio, si salta, si grida, si sventolano bandiere. Si baciano, come avrebbero voluto fare da svariati minuti: Francesco si sente morire, come Angela. Quella sera Cupido aveva il sorriso di Grosso. Per la prima volta Francesco si sentiva coraggioso, felice, spontaneo, si sentiva vivo. Angela non era più tra i comuni mortali, baciava un Francesco di cui non sapeva nulla ed era felice, incurante del futuro che la sua famiglia avrebbe voluto costruirle intorno. Quella notte fu indimenticabile. Passeggiarono per ore, si raccontarono, si amarono, beati, verso un futuro tutto da scoprire.
    Luglio, 2030. "Mamma, ma mi spieghi perché papà ti guarda con quegli occhi ogni volta che l'Italia segna?"

     
  • 24 marzo 2006
    Immagini

    Come comincia: Venere. Così la chiamavano. Non amava questo appellativo. Riteneva che un nome così imponente avrebbe destato troppe attenzioni. Ma, a onor del vero, non ci sarebbe immagine migliore della dea immortale per esprimere tutta la sua bellezza. Una fredda calcolatrice, la migliore nel suo campo, capace di sedurre qualsiasi uomo e… bellissima. Non aveva amici, nel vero senso della parola, solo colleghi e "committenti". Alla scuola del padre aveva imparato il mestiere e sulla piazza non c'era individuo più efficace ed efficiente di lei. Ma allora Jennifer - in arte la Venere - di cosa si occupava? qual era il suo lavoro? era una ladra, ma non una qualsiasi. In sostanza operava su un mercato globale (ovviamente in nero). Il suo compito era preciso: rubava opere d'arte e in cambio riceveva un "modesto" compenso (come lo definiva lei). Grazie ai molti sistemi telematici, non aveva mai un contatto fisico (anche in senso lato) con i suoi clienti: troppo rischioso. I tanti mecenati che usufruivano dei suoi servizi si limitavano a versare il "compenso" spacchettato su vari c/c tra Singapore, Zurigo ed altri paradisi fiscali. Di tutto il resto si occupava lei. Aveva deciso che, raggiunti i 3 milioni di sterline sarebbe andata in pensione. Era giugno ed ebbe un contatto da Napoli, no… forse da Milano, no forse da Francoforte. Il suo computer non riusciva a intercettare il segnale criptato. Il messaggio espressamente diceva: "O mia Venere, l'eterna Città ti attende". Era la prima volta che un committente le ordinò qualcosa. Jennifer era infuriata e, allo stesso tempo, affascinata. Le regole erano sempre state chiare per tutti, eppure Firelord (il committente) le aveva violate. Jennifer andò e fu la prima volta che commise un'ingenuità. Perché lo fece? Neanche lei lo capì. A Fiumicino Jennifer fu accolta da cinque uomini in nero i quali - con molto garbo - la invitarono a seguirli. La bella californiana non esitò: in ogni momento si sarebbe potuta dileguare senza che nessuno di quegli omoni se ne fosse accorto. In poco meno di un'ora, Jennifer si trovava in una delle più belle ville dei Castelli. Aspettava circospetta, seduta su un divano quando una voce: "Oh, ecco la famosa Jennifer!Ho sentito molto parlare di lei". Jennifer era sconvolta e spaventata. Come faceva a sapere il suo nome? Per tutti i governi del pianeta Jennifer Millian era ufficialmente morta e gli stessi servizi segreti ignoravano la sua esistenza. La domanda di Jennifer fu: "chi è lei? come fa a sapere il mio nome? cosa vuole da me?". La Venere si accorse di aver fatto troppe domande e allora in silenzio aspettò almeno una delle risposte. Roberto - questo pareva fosse il suo nome - non rispose e le porse un Martini. Dopo qualche sorso disse: "La sua stanza è al terzo piano. Si rinfreschi; nell'armadio dovrebbe esserci qualcosa che sia idoneo alla sua bellezza. Stasera si esce!". Roberto si mise al telefono e non la degnò più di uno sguardo. Jennifer non capiva più nulla e, attonita, andò in camera. Sentiva la necessità di rimanere un po' sola, voleva riprendere il controllo. Si sentiva scoperta! Non aveva mai accettato ordini da nessuno, tanto meno da un uomo. Eppure non riusciva a dire no, era stregata da questo Roberto. Ma chi era? Pensò che a cena, usando l'arte della seduzione avrebbe scoperto qualcosa. Aprì l'armadio e scelse un Armani nero. Lo indossò e scese dal padrone di casa. Era bellissima! I capelli le pendevano sulle spalle, i suoi occhi emanavano una luce folgorante: in quel vestito regnava un'immensa sensualità. Roberto la spogliò con gli occhi, ma non apparve volgare. Con voce sommessa le disse: "Dammi un attimo". Qualche minuto e tornò con uno smoking appena cucito. Quell'italiano non era bello, ma pieno di fascino e Jennifer, questo fascino, l'aveva percepito tutto. A cena Jennifer non riuscì a scoprire nulla. Questo non era da lei: si era innamorata! La serata fu molto gradevole: un ristorante molto "in" a Trastevere, una passeggiata al centro storico e… una forte passione. Stettero a letto per tre giorni; nessuno dei due avrebbe voluto tornare alla vita di tutti i giorni. Mah, forse si amavano anche, lei di certo lo amò. Era cambiata, finalmente si sentiva viva, questa volta non aveva calcolato alcun compenso. Dopo qualche giorno di puro relax Roberto disse: "Vorrai sapere perché ti ho fatta venire fin qui?". Jennifer avrebbe voluto piangere. Lui continuò : "Ho bisogno di te… un'opera che nessuno è in grado di portarmi, che solo tu puoi ottenere". E lei: "cCredevo che tra noi ci fosse stato qualcosa di più di un fottuto rapporto professionale" - e Roberto: - "Ed è così! un dipinto così lo voglio condividere solo con te. La sua unicità sarà tua, così come io sarò tuo!".

      Jennifer, del tutto rincuorata, chiese di cosa si trattava e l'italiano rispose che l'opera era la Maya vestida di Goya, uno dei principali quadri esposti al Prado di Madrid. La reazione di Jennifer fu istantanea: "Impossibile! E' uno dei quadri più sorvegliati del pianeta. Non si muoverà da là". E lui: "Pensavo che nulla ti fosse impossibile. Sei o non sei la Venere?". Jennifer rimase pensierosa per qualche attimo e poi esclamò: "Dammi una settimana!". In fretta e furia la Venere salutò il suo amante e partì. Dopo qualche ora, incuriosita da qualcosa chiamò Roberto e gli disse: "Non mi sembri certo un moralista. Perché proprio la Maya vestida e non la Maya desnuda? Ho letto che la desnuda è il simbolo della passione, della trasgressione, di tutto ciò che avresti sempre voluto fare e non hai mai fatto". Roberto rispose: "Io ho sempre fatto ciò che volevo e ricorda, non pensare a un'immagine come se nulla celasse: nulla è come sembra". Sul momento Jennifer non capì quelle parole e, in ogni caso, non ci diede peso. Lei era sempre più innamorata. Per la prima volta nella sua vita era riuscita a volare, credeva che il rapporto tra lei e Roberto fosse stato come quello di una coppia di nibbi reali. Per la prima volta aveva osato. Sua madre le diceva sempre: "Se non hai osato, non hai vissuto". E mai come adesso considerava sacrosante le sue parole. Arrivò a Madrid nel pomeriggio e si stabilì in un alberghetto poco lontano dalla Plaza de Cibeles, a pochi passi dal Prado. In qualche giorno studiò ogni minimo particolare, ogni sistema di allarme, ogni guardia (e di loro ogni abitudine, pregio, difetto). Inutile dirlo, sul suo lavoro era una perfezionista. Era il 15 di agosto e tutti i madrileni erano nelle vicinanze della Plaza de Toros, nella speranza di accaparrarsi un biglietto per la corrida. Le strade intorno al museo erano deserte. Il piano che aveva architettato la Venere era semplice e perfetto. Alle 15, il comando dei vigili del fuoco ricevette una telefonata "anonima" che li avvertiva di un incendio nel museo. La Venere, nella notte precedente aveva opportunamente sistemato dei sofisticati dispositivi nel magazzino dell'impresa di pulizie del museo, locale sprovvisto di allarme. Tali dispositivi, attivati in un secondo momento con un radiocomando avrebbero riempito il museo di fumo. E così fu. Alle 14,55 del 15 agosto il Prado "sembrava" in fiamme. Erano scattati tutti gli allarmi e in una folla di bomberos la Venere - rapidissima - si intrufolò nell'edificio e in pochi attimi era già di fronte ai ritratti più famosi di Spagna. Con la mano di un chirurgo tagliò la tela a la infilò in una pompa, proprio come quella dei pompieri. In pochi minuti era già lontana dal museo. Ora il problema era un altro, fuggire. Un aereo, un treno non sarebbero stati sicuri, allora decise per l'autostop. Con 11 ore di viaggio raggiunse Valencia a bordo di un container. Al porto di Valencia, in poche ore adescò un marinaio, il quale la imbarcò clandestinamente su una nave merci. Con la sua innata capacità di manipolare gli uomini durante tutto il viaggio tenne sotto scacco Juan (il marinaio) e i suoi compagni, senza concedersi mai. Arrivati a Napoli, Juan non fece a tempo a rivolgerle la parola che Jennifer era già sparita. In una villa nei pressi di Sorrento la aspettava Roberto e appena si videro l'uno si avvinghiò all'altra, incuranti di occhi indiscreti. Il quadro era lì, ancora in quel tubo, abbandonato su di una scrivania. Jennifer, allora, disse: "Che fai, non lo vuoi vedere il nostro quadro?". Allora Roberto estrasse la tela e la distese su un tavolo. Da un cassetto tirò fuori un acido e, imbevuto un tampone, lo posò sul dipinto. Jennifer, incredula, gli diede uno schiaffo e pretese spiegazioni. Tutta quella fatica per nulla? Ma non ebbe il tempo di terminare la sua invettiva quando, sotto il tampone intravide qualcosa. Roberto continuò il suo lavoro e, dopo qualche minuto, sotto quella Maya, ve ne era un'altra, non vestida ma desnuda, questa molto più bella di quella che ancora era al Prado. Jennifer non credeva ai suoi occhi. Entrambi la guardarono esterrefatti. Roberto abbracciò Jennifer e dopo che le sue labbra dolcemente si staccarono dalle sue le disse: "Ricorda, nulla è come sembra!". A tal punto un rumore sordo, che fu appena percepito dai gorilla che attendevano in giardino. Jennifer cadde al suolo agonizzante. Il suo amante, il fascinoso Roberto che tanto l'aveva illusa si stava liberando di lei, da assassino qual era. La ferita era vicina al cuore e la Venere sapeva benissimo che pochi attimi la separavano dalla morte. Il dolore era insopportabile, ma a provocarlo non era la ferita, ma il tradimento, la falsità di quell'essere che, pochi attimi prima, avrebbe definito il suo unico, vero amante . Per la prima volta credeva di aver avuto la felicità, di aver amato e di essere stata amata. Tutto era crollato. Con la voce spezzata e un attimo prima di morire: "Maledetto il giorno che ci ha unito, perché da quel giorno ho creduto di amarti… non mi dispiace morire… e… forse non sto morendo… perché non ho mai vissuto".

     
  • 24 marzo 2006
    In un solo attimo

    Come comincia: Londra 2002. Sempre e ovunque italiani. In ogni angolo, ad ogni uscita della Tube. Forse hanno dimenticato il loro paese, le loro radici. Quasi dimentico di essere un po' italiano anch'io. Già, perché mia madre lo era. 25 o 26 anni fa - credo - quella ragazza decise di cambiar vita, di cambiar posto, come se scappasse da qualcosa (e chissà, forse voleva veramente scappare). Mi raccontava spesso della sua partenza, della sua voglia di conquistare una città come questa (anche se poi è stata Londra a conquistare lei), di dimostrare qualcosa a qualcuno, chissà cosa. I parenti, gli amici si erano schierati. Lei non me l'ha mai detto, ma da qualche telefonata, da qualche lettera riuscivo a intuire che, tra chi ancora la ricordava in Italia, c'erano amici che la consideravano semplicemente un' avventuriera e, forse, la ammiravano anche; "amici" invece che la consideravano ancor più semplicemente una bitch destinata a fallire. Ah già, perché c'è un detto inglese che dice: "Le brave ragazze vanno in Paradiso, le cattive ragazze a Londra". Chissà per quale dannato motivo in Italia questo detto lo sapevano tutti. Se mi chiedeste: "E tu, da che parte stavi?", vi risponderei che non me ne frega niente; mia madre era libera di fare ciò che voleva. Ma non è stato così. Era venuta per sfondare e, invece, il massimo che ha conquistato sono stati un posto come cassiera da Boots e quel fallito di mio padre. La nonna mi diceva: "E pensare che era bella come il sole, laureata e tanto buona" e io le rispondevo che forse doveva andare così. Ma mia madre no, questi problemi non la sfioravano. Tutto sommato era felice del suo mondo. Beata lei! Io no! Non avevo un'idea fissa, uno scopo da raggiungere nella vita. Mi ero prefissato un solo obiettivo: non fare la fine della mamma, tanto meno di Rob (mio padre, un coglione che da 20 anni vive con il sussidio). In più odiavo gli italiani, forse perché pensavo che, se mamma era fuggita dall' Italia, la colpa era la loro. Questi erano i miei pensieri, mentre andavo a lavoro. Avevo molto tempo per pensare (purtroppo). Lavoravo all'inizio di Cannon street. Per quanto fossi un fallito anch'io, ho finito gli studi e dopo tanta gavetta e incoraggiamenti di mamma, Anthony (che sarei io) si è sistemato: lavoravo alla sede centrale della Barclays nel cuore della City. Un lavoro di merda, ma che mi permetteva di ubriacarmi tutte le sere. Avrei dovuto sentirmi realizzato: la mia posizione era quella a cui aspira l'inglese medio. Con tutto ciò, mi mancava qualcosa. 21 fermate di metro fatte apposta per pensare, ma per quanto pensassi non riuscivo a capire cosa mi mancasse. Boh! Era agosto. Come ogni mattina andavo a lavoro. Scesi le scale ad East Ham e subito ero in metro. Ero incazzato nero, anche perché tra qualche ora avrei conosciuto il mio nuovo capo. Sapevo solo che era una donna, e pure italiana. Quasi avrei voluto scendere. È stato a Mile End che la mia vita è cambiata. Erano le 9,47, il vagone era pieno di turisti e impiegati. Si era liberato un posto, proprio di fronte. Non dimenticherò mai quell'attimo. Ero convinto che mi fosse apparso un angelo, che fossi morto ed ero in Paradiso. Ma non era possibile. Io in Paradiso? Era la più bella lei che avessi mai visto. Ma di più. Ancor oggi non riesco a trovare le parole per descriverla. Avrei voluto rivolgerle la parola, ma improvvisamente non riuscivo più a pensare. Che assurdità! Proprio in metro per anni la mia mente aveva viaggiato più veloce del treno. Ad un certo punto lei alzò gli occhi e mi guardò. Rimasi di pietra. Con una delicatezza immensa accennò ad un sorriso e chiese l'ora. Balbettando le dissi l'orario e di nuovo il silenzio. Arrivò la fermata di Monument e lei scattò in piedi e scese. D'un tratto tornai lucido e più incazzato di prima: l'avevo persa. Scesi a Cannon e in 10 minuti ero in banca. C'era fermento; erano tutti con la cravatta nuova e pronti a leccare il culo al nuovo capo. Ma il capo non veniva. Cominciai con il mio lavoro. Fatto il saldo ad una vecchietta, con la testa ancora bassa dissi: "Next one" e per la seconda volta in un giorno smisi di pensare. Era lei, il mio angelo che chiedeva del vicedirettore. Tutti avevano capito che lei era il boss, tranne io. Balbettando le dissi che il vice lo aveva davanti. Mi chiese, con un indimenticabile sorriso, se potevo seguirla nel suo ufficio. Mi tenne con lei tutta la giornata e, tra un dato tecnico e una consulenza, mi disse che era di Roma, io le raccontai di mia madre e per poco non scoprivamo di essere parenti. Qualunque cosa dicesse mi sembrava una cosa intelligente. Caterina - questo era il suo nome - volle subito che le dessi del tu e mi pregò di perdonarla per il suo inglese.

      Ero pazzo di lei. Non era altissima, aveva un corpicino esile ma perfetto in ogni sua curva. Il colore dei suoi occhi variava al variare della luce: a volte grigi, a volte azzurri. Il suo sguardo mi entrava dentro e davanti a lei era come se mi sentissi nudo.

      Erano le 17. Dovevo andare via. Prendemmo la metro insieme e fu qui che mi sembrò di sognare. Disse che era appena arrivata in città, non aveva visto nulla e quella sera avrebbe voluto uscire (e io pensavo: con chi???) e schiettamente mi chiese: "Perché non usciamo insieme?". Come un deficiente le risposi: "Come scusa?" e allora lei si scusò per essere stata invadente e arrossì. Avrei voluto impiccarmi. Fortunatamente mantenni la calma e le dissi che per me andava bene, le proposi un orario e lei accettò, un attimo prima di scendere a Mile End. La sera ci incontrammo a Covent Garden. Fu una passeggiata stupenda. Verso le 2am eravamo ancora fuori un Caffè nero, senza smettere per un solo istante di parlare. Era incredibile! Quella piccola romana mi aveva trasformato. Ora amavo la vita, amavo il cameriere che ci stava cacciando, amavo lei. Lei alloggiava al Plaza a spese della banca. Stavamo per lasciarci quando lei con voce strozzata disse: "Mi sono innamorata" e io, sempre il solito coglione, le chiesi: "Di chi?". Caterina sorrise, si avvicinò lentamente e mi baciò.

      Ora mi sentivo un angelo anch'io. Salii da lei e stemmo abbracciati tutta la notte; non ci fu sesso, non ne avevamo bisogno. L'indomani i nostri colleghi rimasero stupiti quando seppero che io e il capo avevamo preso una settimana di ferie. Giravamo per la città, facevamo progetti: ora il mondo era a colori. Dopo una settimana ci avevano dati per dispersi; solo mamma sapeva dov'ero, l'unica a cui sarebbe interessato. Mamma era felice per me. Aveva lavorato una vita intera per farmi studiare e nonostante vedesse tutti quei sacrifici buttati al vento non era in collera. Aveva visto suo figlio rinascere. Io e Caterina avevamo trovato la felicità. Sparimmo e con il primo volo lasciammo Londra. Avevamo capito che la nostra felicità era tutta nel nostro amore e in null'altro. Ci trasferimmo in Canada, a 150km da Montreal. E tuttora ci troviamo qui. Io sono maestro elementare e nei week-end spacco legna nei boschi intorno al nostro paesino per arrotondare. Caterina è diventata assistente sociale (il suo target, fin da piccola). Guadagniamo poco, quel che basta, ma va bene così. Ah, quasi dimenticavo: abbiamo una bambina. Ieri ha compiuto tre anni e più cresce più somiglia a Caterina; si chiama Gloria, come mamma.