Racconti anno 2006 mese novembre su Aphorism.it

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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 28 novembre 2006
    Jack
    Intro: Sembra un racconto horror. Lo è? La penna leggera e sarcastica di Fabio Sassi, ci regala questo scritto breve e leggero che ci strappa un sorriso. Anche se si parla di "sangue" e "coltelli".
    Come comincia:

    Mi aveva svegliato ancora una volta... Notte fonda... Guardai le cifre rosse della sveglia digitale: 1 minuto alle 3...


    Lei continuava con la solita voce a cantilena... la stessa richiesta...


    Mi alzai al buio e mi diressi verso la cucina.


    Lei mi seguì... Non stava mai zitta...


    Fu allora che afferrai il coltello e lo usai.


    Mi sporcai un po' col sangue... la lama affondava silenziosa... poi lavorai di fino con le forbici... lei continuava a lamentarsi... No, non sarebbe dovuto succedere...


    "Ecco... tieni!" sbraitai lanciandole un pezzo della mia bistecca di domani...


    Non sarebbe dovuto più succedere di dimenticarmi di comperare il cibo per la gatta.


  • Intro: Un'attesa densa, perpetuata nel tempo e nel corpo. Un approdo nel "cuore palpitante dell'esistere". Un breve racconto dalle sonorità poetiche che ci regala Sandra Cervone.
    Come comincia: Così arrivai a te su questa terra. Fra le foglie giallo oro di un lontanissimo autunno. Subito chiesi di te, vampiro dolce, e mi dissero che ti nascondevi nella notte. Attesi. Più decisa che mai a sfidare il tuo volo silenzioso. A riconoscere di te sospiri e gemiti che impreziosiscono paurosi pensieri. Calzai ali brune intrise di tramonti, maschere pallide baciate dalla luna... Attesi. Nei boschi ritagliati dei perdoni, nelle retrovie più impervie, negli anfratti misteriosi. Attesi. Il tuo bacio delicato che rende eterni. Il tuo abbraccio che confonde ogni pensiero. Attesi i tuoi occhi cielo e mare, lo sguardo glaciale di rugiada... E poi, d'improvviso, ti vidi: fratello maledetto e tanto amato! Avevi il sorriso lunare di chi sa amare anche nel dolore, la ragnatela degli sguardi tagliente e coinvolgente, la mano gelida di chi sa accarezzare il vento... E ti ho amato per prima. Offrendoti il mio collo e la mia serena angoscia... Ora, pur se ti perdo, saprei riconoscerti fra mille... assetato anche tu del mio chiarore metallico... Al volo, insieme, inseguiamo la notte. Ed approdiamo, sempre, nel cuore palpitante dell'esistere!

     


    Tvb sandra


  • 27 novembre 2006
    Angela e i Mondiali
    Intro: Un amore che nasce in un giorno speciale: 9 Luglio 2006. Vi ricorda qualcosa? Angela e Francesco si scambiano un solo sguardo davanti al maxi schermo del Circo Massimo. Segna Grosso e inizia un amore. Durerà? Scopritelo voi...
    Come comincia:

    9 Luglio 2006. Angela è al Circo Massimo. Il maxi-schermo lontanissimo e dei campioni italiani si intravedono solo ombre azzurre. Angela è attenta, ma niente da fare, la palla non si vede. Ogni tanto un boato, una bordata di fischi e tante emozioni: i mondiali fino a quella sera per lei erano stati solo questo.
    Angela aveva 24 anni, in quell'arena romana era bella come nessun'altra. Si era da poco laureata in Economia a La Sapienza e, nonostante l'emozione azzurra, era infelice; non sorrideva, non saltava come chiunque altro. Una laurea che non avrebbe mai e poi mai voluto prendere, una vita che non era la sua. Angela era diversa, non aveva addosso quell'aria pariolina che la famiglia voleva a tutti i costi trasmetterle. A lei dei soldi non fregava nulla. Lei era per le manifestazioni studentesche, lei era per le occupazioni della città universitaria, lei era per la libertà. Il padre non riusciva proprio a capire da chi avesse preso. Figlia di notai, figlia della Roma bene, figlia dei salotti romani più in vista, Angela era stata sempre per la semplicità. Lei andava in giro per Roma in Autobus (il padre l'aveva affidata ad uno dei suoi autisti), lei indossava sempre la stessa maglietta e le scarpe con i lacci perennemente sciolti (il padre le aveva riempito l'armadio tanto da farlo sembrare un magazzino della Rinascente). Com'era diversa, com'era migliore. Elizondo fischia la fine del primo tempo e... l'inizio della felicità. Angela ha sete; decide di abbandonare per qualche istante gli amici per raggiungere una fontana.
    Francesco era lì, vicino quella fontana, che fissava lo schermo, con lo sguardo assente. A 25 anni non riusciva a prendere una strada, a concludere qualcosa, ad investire se stesso in una laurea, un lavoro, un amore che gli regalasse futuro. "Se solo avessi la grinta di Gattuso!", pensava.
    Ma quella grinta, quel coraggio, quel "non mollare mai" Francesco credeva di non averli. Angela era arrivata. Dopo innumerevoli spinte si era fatta largo e stava per bere a quella fontana, quando qualcosa ruppe gli equilibri. Si guardano, niente di più. Il tempo di riempirsi le guance d'acqua e l'Italia è di nuovo in campo. La folla non permette ad Angela di tornare indietro. Francesco non guarda più il match e ad Angela di intravedere la palla non interessa più così tanto. Erano ormai spalla a spalla. 45 minuti per tentare un approccio, niente. Francesco non aveva il coraggio di rivolgerle la parola. Angela si sentiva strana, sentiva gli occhi addosso di quel ragazzo. Come era timido, pensava. Non voleva essere lei la prima a parlare. Finiscono i tempi regolamentari, niente. Italia-Francia 1-1, Angela-Francesco 0-0. Ci parlo, non ci parlo, iniziano i supplementari, mezz'ora di indecisione, si sentono morire. I rigori. Dai Francesco è l'ultima occasione, si continua a ripetere, diventando sempre più teso, proprio come quel Lippi, quel Gilardino, quell'Inzaghi, scalpitanti su una panchina tedesca. "Bella partita, vero?", esordio agghiacciante di Francesco nel mondo di Angela. Come era tenero e ingenuo, pensava lei. Pirlo... Goal! Esultano entrambi, le loro spalle si sfiorano, lei gli chiede scusa (di cosa?!). Materazzi... Goal! Si guardano e sorridono, lui arrossisce. De Rossi... Goal! Rotto il ghiaccio, esultando si abbracciano, "mi chiamo Francesco", "io... Angela". Del Piero... Goal! Sono ancora abbracciati, da prima. La tensione era alle stelle, Grosso posiziona la palla sul dischetto, guarda il portiere, ogni telecamera è sul suo volto, parte la rincorsa, calcia... GOOOOOAL!!!! Il cielo è azzurro sopra Berlino, dice qualcuno in TV.
    La folla è in delirio, si salta, si grida, si sventolano bandiere. Si baciano, come avrebbero voluto fare da svariati minuti: Francesco si sente morire, come Angela. Quella sera Cupido aveva il sorriso di Grosso. Per la prima volta Francesco si sentiva coraggioso, felice, spontaneo, si sentiva vivo. Angela non era più tra i comuni mortali, baciava un Francesco di cui non sapeva nulla ed era felice, incurante del futuro che la sua famiglia avrebbe voluto costruirle intorno. Quella notte fu indimenticabile. Passeggiarono per ore, si raccontarono, si amarono, beati, verso un futuro tutto da scoprire.
    Luglio, 2030. "Mamma, ma mi spieghi perché papà ti guarda con quegli occhi ogni volta che l'Italia segna?"


  • 22 novembre 2006
    All'orto botanico
    Intro: Ironico, delizioso, fresco racconto interamente giocato sul filo del paradosso.
    Come comincia: La settimana scorsa siamo andati in gita con la scuola in visita all’orto botanico con tutta la classe. Un’esperienza davvero bella, che se non avessi fatto sicuramente avrei rimpianto, e di cui raccoglierò i semi e i frutti.

     


    Già nel pullman eravamo tutti euforici e verdeggianti.


    Scesi dal pullman Carletto si è precipitato correndo verso il cancello dell’orto per guadagnare terreno, e noi tutti dietro di lui.


    All’ingresso ai due lati del cancello c’erano due piantoni che facevano da guardie e controllavano chi entrava e chi usciva dal giardino. Abbiamo visto di tutto e di molto interessante. Gli alberi erano divisi, ci diceva l’insegnante: da un lato quelli provenienti dall’oriente, dall’altro quelli provenienti dai paesi tropicali………e così via, perché sono razzisti e potevano diramarsi questioni.


    Tra le tante piante abbiamo visto le piante grasse, che rubavano i panini agli ospiti dell’orto: non riuscivano a muoversi e ogni giorno dovevano fare mezz’ora di cyclette.


    C’era poi l’albero genealogico: alzando la testa ho visto appeso il nonno, il bisnonno e poi più in alto dei puntini che non sono riuscito a riconoscere: saranno stati gli avi…..Ave Cesare, e dall’altro lato le ave….Ave Maria.


    I cactus quando passavamo cominciavano a prenderci in giro ed a fare delle battute pungenti su di noi: hanno preso molto in giro Mirino. Ci hanno talmente preso per il culo che i nostri culi erano pieni di spine e tutti bucati.


    L’insegnante ci ha fatto notare “ la poltrona della suocera”, una pianta con le spine, non a caso il nome. E non era un pesce né un filo della corrente.


    “Le Ammazza mosche” che non si facevano passare la mosca per il naso ed avevano i rami finenti con palette bucherellate.


    C’era un albero con tante finestre ed un cartello appeso con tre stelle: era un albergo!


    Il custode era un uomo arzillo nonostante anziano, che aveva trascorso la intera vita li dentro, prendendo il posto del padre quando era morto, praticamente ci aveva messo le radici.


    Mirella stanca di camminare ha pianto per un bel po’, ma poi la maestra le ha detto: ”Piantala!” e ci ha fatto prendere una pausa: ci siamo fermati al bar dell’orto e ha ordinato per tutti una Millefoglie…..


    Mentre camminavo sono finito con i piedi in una pozzanghera situata al fianco di un salice piangente che era lì tutto solo. Era stato abbandonato dalle altre specie di alberi perché ne avevano le palle piene: si era creato attorno terra bruciata che non prendeva più! Era stato piantato in tronco anche dalla sua fidanzata Rosalina, una delle piante grasse che andava in bicicletta.


    Ma c’era anche un albero bello, attorniato sempre da tante piante e da una cerchia di suoi fedeli che si facevano chiamare i Trulli. Poi c’era un albero davvero gagliardo, un albero tosto “con le palle” che si faceva rispettare dagli altri, ma in fondo buono, tanto che portavano sempre regali ai suoi piedi: era l’albero di Natale.


    C’era un albero che stava sempre appiccicato agli altri, non voleva mai stare solo e sentiva il bisogno di legarsi…..era l’albero della colla.


    Le ragazze avevano voglia di qualcosa di buono, come dolci e caramelle e andarono verso l’albero della cuccagna.


    Giungemmo all’albero della carta con appesi ai rami i fogli A4 e l’insegnante ci fece fare un tema. Poi raccogliemmo un po’ di carte e facemmo una partita a ramino.


    Più avanti un Pino che ci indicò dov’era l’uscita, ma seguendo le sue indicazioni ci perdemmo. Doveva essersi sbagliato o ci aveva detto una bugia. Fummo distratti a un certo punto da due alberi, uno grande e uno piccolo a fianco: il grande lo rimproverava perché aveva fatto sega a scuola. Degli alberoni che discutevano sulla scena tra madre e figlio che scrivevano e parlavano di filosofia. Casinisti erano anche le o i piantagrane che creavano casini e litigavano e facevano litigare gli altri.


    All’improvviso venimmo assaliti da una puzza ed erano le piante dei piedi.


    Visto che l’orto era grande e ci perdevamo e non trovavamo l’uscita perché Pinocchio ci aveva preso per i fondelli, il custode ha dato ad ognuno di noi una piantina, con la raccomandazione di annaffiarla spesso.


    Mentre cercavamo l’uscita una foglia morta si posò sul sedere di Ada.


    Din don dan di Campanule e Campanelli…..Din Don Dan! C’era una chiesa con delle piante che dovevano sposarsi e attendevano i futuri mariti, “i pianti”che di lì a poco arrivarono emozionati e con gli occhi lucidi. Le coppie andavano a vivere in una casetta lì vicino. Entrammo a pian terreno, un piano pieno di sabbia. Nella casa erano alcune piante che a tavola impugnavano forchetta e coltelli e mangiavano la carne; altre piante un po’ più maliziose preferivano il pesce.


    Ci siamo sdraiati nell’erba e poi una volta alzati eravamo un po’ confusi e felici come quando ci consolava Carmen, una delle nostre insegnanti più buone. Passò poi una donna in bicicletta con dei fiori in mano che pedalava spedita come una cartolina.


    Le mie compagne Rosa e Margherita erano molto affascinate dai fiori del bosco.


    Il bar non aveva niente di vegetariano e Cecilia rimase male perché il professor Marameo le aveva detto che l’insalata era nell’orto. E sfiga quel giorno si era anche ammalato l’ortolano che girava tutti i giorni nel giardino.


    Ci passò dinanzi una pianta un po’ vanitosa, La Bella di notte, che essendo mezzogiorno era un cesso.


    Stanchi ma contenti in quei giardini di marzo e un uomo gridava gelati; ma stando tutto il tempo lì al verde i nostri soldi erano già finiti e ce ne dovemmo andare.


    Uscimmo dal parco rinvigoriti e rinverditi e tornammo a casa felici come dei tronchetti della felicità ed allegri come dei girasoli.


  • Intro: Frame mentali, la penna scorre sul foglio, o le dita su una tastiera, e i pensieri prendono corpo, trasformandosi in farfalle leggere, o tracciando solchi nell’anima. Cercando di capire e capirsi…
    Come comincia:

    I
    Cammino spesso in mezzo alla gente pensandomi altrove.
    I sogni ad occhi aperti sono inventori di realtà sopra la coscienza e molto più audaci di quelli fatti nel sonno perché non cercano riparo nella gola profonda della notte ma reagiscono alla luce.
    Ho costruito un infinito tutto mio, tanto ridotto da tenerlo chiuso in palmo di mano.
    E quando lo scruto mi disegno costellazione, mappa di stelle in un’eternità d’ombra, piccola donna in mezzo al suo cielo.

    II
    Ad un tratto avverto il peso di sentirmi estranea e mi sorrido come si sorride ad uno sconosciuto di passaggio.

    III
    La notte. Preferisco la notte. All’ombra di tutte le cose, vedo meglio tutte le cose.
    Le case, i vecchi alberi della pineta, il gatto accoccolato sul davanzale di fronte, la ragazza che passeggia per strada, i volti. Tutto mi appare più chiaro. Persino i miei stessi pensieri hanno diversa consistenza nell’oscurità. Riesco a dargli una forma e uno spazio che il giorno abolisce.
    Fisso il soffitto ed ecco nuvole, uno sguardo alle pareti e sono mare. Questo per me è l’evidente. Vedere laddove non si sarebbe mai guardato.
    Immagino la mia vita un naufragio continuo nella solitudine delle stelle se solo il sole non le nascondesse ad ogni alba sotto il suo talamo d’oro.
    Ah, la notte. Come preferisco la notte!

    IV
    Oggi ascolto la pioggia. Ne imparo il linguaggio. Ogni goccia che invoca di cadere al suolo è un po’ di cielo che si stacca per non morire solo.

    V
    Sull’amore. Quante pagine sprecate per amore! Non ne parlerò come altri prima di me. L’amore è solo amore. Non dovrei giudicarne natura e fatti.
    Soltanto il dolore è da condannare perché il più noto giustiziere di tutti gli amanti.

    VI
    In un angolo del mio ufficio mi sono inventata a misura di quegli impalpabili movimenti di sogni che si agitano sulla soglia dell’essere. E sono stata altro.
    E ho permesso a tutti gli estranei miei coinquilini di vita di divenire altro.
    Mi sono sdoppiata per vedermi come non voglio essere e andare libera dove volevo abbandonandomi laggiù per qualche istante.
    Ho creato mondi durante la mia assenza che in questa presenza fatta di carne e di vuoto non raggiungerò mai.
    Ma in ognuno di loro mi sono guadagnata un posto d’abitare quando fingo di non essere io.

    VII
    Se non soffrissi di malinconia come di un comune mal di testa non potrei scrivere molte delle cose che scrivo. Ho cura di tutto ciò che è stato come di un amore che minaccia di restare solo e continuo a farmi ritratti di parole su fogli rubati distrattamente, dove capito.
    Non si comincia mai qualcosa partendo dal passato. Per questo ho comprato un diario che non aprirò né oggi né domani.

    VIII
    Stasera la luna ha partorito un nuovo sognatore che, come tutti i sognatori, la sospirerà sempre per non conoscerla mai.

    IX
    Ho sempre creduto che le farfalle fossero pensieri. Pensieri mandati da qualcuno in cerca di qualcun altro. Così, quando una di loro oggi mi ha seguita per tutto il cammino, perfino la solitudine che mi accompagna ora dopo ora si è fatta donna in carne ed ossa capace di prendermi per mano.

    X
    Non resterò qui a lungo.
    Amo cambiare città come il tempo l’umore, le stagioni l’abito. Essere troppo presente in uno stesso posto mi fa sentire unica, mentre io mi riconosco multipla.
    Ho tante di quelle persone dentro di me che spesso mi scopro “folla”. Un gran chiasso di gente dalle tante identità desiderosa di farsi conoscere. Non potrei né per decenza né per educazione evitare di lasciare i luoghi o le persone che incontro.
    C’è qualcosa che mi parla d’autunno alla finestra. Forse un colore, uno scherzo del vento tra i rami, una foglia che danza nell’aria, la notte che precede più rapida il giorno, un bambino che ha smesso di giocare.
    No, non resterò qui a lungo. Mi cambio identità come la terra la pelle.
    E tra questi fogli rubati distrattamente, dove sono capitata, lascio le ultime tracce di me e della sconosciuta che sono.


  • 21 novembre 2006
    Tumtumm
    Intro: Il rumore della metro è ipnotico, i pensieri si affollano e si confondono coi ricordi. Come le persone che si accalcano nel vagone e mischiano etnie, culti, lingue. Almeno fin quando non si apriranno le porte...
    Come comincia: Tumtumm……………… Tumtumm………………Tumtumm………………..

     


    1000 profumi, 1000 volti, 1000 nazioni, 1000 emozioni… tutto racchiuso in una strana scatola in movimento.


    Quante storie, quante gioie e quanti dolori, quanti pezzi di vita che mi fluttuano accanto. Un ragazzo con l’orecchino in giacca e cravatta, un vecchietto in pantaloncini e calzettoni, un bambino con i libri di scuola ed uno con lo skate, una donna che sembra un uomo ed un uomo che sembra una donna, o magari lo è, un ragazzo di colore, una signora asiatica… Insomma: la vita nella sua stranezza e nella sua molteplicità, la vita che viaggia con me nella metro delle 8 meno 10!


    Entra una ragazza con il burka: avrà più o meno la mia età. La guardo. Mi guarda. In un attimo immagino la sua storia così lontana dalla mia e in un attimo mi accorgo che almeno per quel momento, almeno tra quei sedili, almeno in quel piccolo mondo che viaggia sulle rotaie roventi alle 8 meno 10 del 14 giugno 2006 io e lei stiamo vivendo esattamente lo stesso pezzo di vita.


    Strani pensieri. Idee bizzarre. Vedo una mamma che abbraccia il suo bambino. Penso alla mia. Lontana. Penso ai suoi occhi azzurri che mi fissano dolci, rassicuranti. Penso che mi manca. Mi manca averla accanto quando il mondo mi schiaffeggia. Mi manca averla accanto quando la gente è troppo crudele con me e mi butta a terra, e mi calpesta…


    Tumtumm……………… Tumtumm…………… Tumtumm………………..


    La metro continua a viaggiare incurante dei miei pensieri. Gli sguardi si incrociano, le teste si abbassano, la gente si scruta. SILENZIO.


    Una vecchietta fa difficoltà a d entrare. Si siede, stanca. Assomiglia a mia nonna che ormai non c’è più. Penso alla gente lontana, a quelli che ormai sono in un mondo parallelo, più grande e più incomprensibile del nostro. UN BRIVIDO. Momenti lontani mi tornano alla memoria, riesco a sentire profumi che se ne erano andati con lei…emozioni forti, ma BASTA!


    La porta scorrevole si apre. La gente esce ammassandosi l’un l’altra. La mamma corre via tenendo per mano il piccolino, probabilmente in ritardo per qualche appuntamento. La ragazza con il burka sparisce tra la folla e la nonnina si ferma per il timore di essere scaraventata a terra dalla calca impazzita. Il piccolo mondo della metro delle 8 meno 10 scompare… così… in un attimo, come in un attimo si era creato. E sopra… lassù… in cima a quella scalinata mi aspetta il Mondo Vero, quello che a volte sembra troppo grande, quello che spesso spaventa, quello che sa essere tanto meraviglioso, quanto crudele. Al di sopra delle rotaie c’è la Vita che ogni giorno mi riempie di emozioni indescrivibili. La vita che scorre veloce ed intensa come la metro delle 8 meno 10!

    Tumtumm……………… Tumtumm…………… Tumtumm………………..


  • Intro: Bruna Alasia ci riporta ancora indietro nel tempo, nel secondo episodio della saga versaillese. Siamo nella Francia di Luigi XV, i tratti del racconto sono forti tinte oscure e sensuali come l’epoca in cui è ambientato.
    Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 2


    Luigi XV, detto il Beneamato,  non si era mai posto il problema di cosa fosse nella sua essenza la regalità, viveva nella certezza che il sovrano fosse un essere superiore e del tutto diverso dai comuni mortali, come i suoi precettori gli avevano inculcato. Asceso all’età di cinque anni al trono di Francia, si sentiva investito da Dio per elezione con la missione di difendere la religione cattolica. Credendosi una emanazione della divina provvidenza fu sempre sicuro che il padreterno non lo avrebbe mai punito, fossero pure i suoi peccati gravissimi. Senza preoccuparsene, dunque, tutta la vita si crogiolò nella tentazione. A sessant’anni aveva già regnato per più di mezzo secolo ma, indolente e poco amante del mestiere di re, lo aveva fatto delegando ad altri gli spinosi affari della politica per dedicarsi a ciò che gli premeva: le donne belle, la buona tavola e la caccia al cervo.


    Come marito e  come padre il Beneamato non si era impegnato molto, così non si impegnò come nonno. Suo nipote, il futuro Luigi XVI, evitava di incontrarlo perché ne aveva soggezione ma, pur credendolo un eletto,  in fondo biasimava la sua esistenza libertina. Lo stesso faceva sua moglie Maria Antonietta che, appena arrivata a Versailles, era rimasta fortemente scioccata dall’incontro con la sua favorita, Madame du Barry.


    Al tempo in cui il delfino Luigi Augusto festeggiava le nozze con l’ arciduchessa Antonietta, una quarantina di membri della famiglia reale si erano riuniti per cenare  nel grazioso castello di La Muette, situato nel Bois de Boulogne. Tra gli invitati Maria Antonietta era stata colpita dall’avvenenza di una donna alta, dallo sguardo tenero incorniciato di riccioli color grano, dal seno candido e prorompente evidenziato da un abito sontuoso. Invidiandone l’  eccezionale bellezza si domandò perché nessuno si fosse preoccupato di presentargliela.


    - Chi è quella signora? – chiese a Madame de Noailles, sua dama di compagnia.


    - Madame su Barry è incaricata di far divertire il re… – rispose  l’altra a metà tra l’ imbarazzo e il disappunto.


    - Che bella occupazione! Vorrei essere al posto suo – ciarlò la ragazzina.


    Madame de Noailles alzò un ciglio:


    - Cosa ? Maestà, sapete quel che dite?


    Maria Antonietta, dopo un attimo di esitazione, all’improvviso capì che si trattava dell’amante ufficiale del nonno. Non lo avrebbe detto in quel luogo e in quella occasione: pensò che doveva avere un grande ascendente sul re visto che le era permesso, malgrado facesse scandalo, sedere a tavola con tutta la crema dell’aristocratica parentela e degli ospiti illustri. Com’era bella quella donna! Com’era sfrontata, com’ era potente senza titolo alcuno. Da quel momento la delfina entrò in competizione con lei dichiarandole guerra. La detestava perché di fronte a quel fascino primitivo e sensuale, persino il lignaggio veniva sminuito e  per una futura regina, titolo a cui Maria Antonietta aspirava, questo rappresentava una minaccia, tanto più grande quando scoprì che la du Barry veniva dai bassifondi, come in seguito seppe dalle zie che la odiavano senza pudore.


    Era il 1768. Sulla soglia dei sessant’anni, il sovrano si ammalò di depressione per la scomparsa di madame Pompadour, sua amante per un ventennio e stimata consigliera. La  dolorosa perdita  si sommava inoltre a gravi lutti familiari: a distanza ravvicinata gli erano mancati la figlia, il figlio e il nipote delfino.  L’interesse del re per la vita sembrò essersene andato, la cattiva salute della regina peggiorò la situazione.  Ma inspiegabilmente,  proprio negli ultimi mesi della malattia della moglie, Luigi XV di colpo era sembrato risorgere. Non si trattava però di un miracolo: presto si scoprì che la guarigione si doveva a l’Ange, cioè  all’ “Angelo”, come era chiamata Jeanne Béçu, una signorina molto nota  negli ambienti più  libertini di Parigi.


    Luigi XV l’aveva incontrata durante una delle solite uscite di palazzo.


    La carrozza reale attraversava due ali di folla quando una giovanetta procace, vestita in maniera vistosa, ritta sul suo percorso, si era lanciata verso di lui tentando di  prendergli la mano:


    - Maestà, vi adoro… – e liberò da nastri e spilloni, con gesto inconsueto e trasgressivo,  la sua chioma di seta.


    Sedotto da tanta leggiadria, il vecchio sovrano aveva sorriso e in seguito si era affrettato a domandare chi fosse a Le Bel, il valletto di camera che con lei aveva scambiato due parole.


    - Si chiama Jeanne – aveva risposto Le Bel -  ma per tutti è l’Ange…  giovane signora che ha contratto un matrimonio in bianco.


    Sul volto del re apparve un sorriso molto soddisfatto:


    - E’ il caso che io la conosca, Le Bel, datti da fare per portarla a corte.


    Ciò che Luigi XV non sapeva era che l’Ange era una prostituta che con le sue arti aveva convinto lo stesso valletto affinché la ponesse bene in vista sul percorso regale, facendolo  contravvenire con grande rischio alla norma che ne vietava l’ accesso alle cortigiane professioniste.


    La vita di Jeanne era stata avventurosa: nata nel 1743 a Vaucouleurs da un frate francescano, chiamato fratello Ange, e da una donna di umili origini, cresciuta a Parigi, aveva ricevuto un minimo di educazione nel convento delle Adoratrici del Sacro Cuore di Gesù. A quindici anni, tornata in famiglia, le era toccato pensare al proprio mantenimento. Sua madre, sarta e cuoca, spesso aveva contato sulla generosità di amanti occasionali e d’istinto Jeanne la prese ad esempio. Domestica prima,  commessa poi in un negozio di moda, quindi aiuto parrucchiera, si era data senza risparmiarsi a numerosi ammiratori ma, a causa di un’ avvenenza folgorante unita alla fragilità di donna sola, spesso era finita nei guai. Ambiva come tutti a una vita piacevole, a indossare bei vestiti, a possedere gioielli. Era disposta a investire molto: suo capitale una grande sensualità che voleva far fruttare. Quando a ventuno anni conobbe il sedicente conte Jean Baptiste du Barry pensò che questo avventuriero scaltro le sarebbe stato di aiuto. Divenne sua amante e di li a poco lui fece di Jeanne quella che oggi chiameremmo “una squillo di alto bordo”.


    Jean Baptiste du Barry discendeva da una famiglia di notabili provinciali che possedevano  a Levignac sulla Save alcuni appezzamenti di terreno.  A Tolosa, dopo aver cercato di farsi strada come avvocato sposando una moglie ad hoc, si era ricoperto di debiti rischiando la rovina. Megalomane e ambizioso,  aveva cercato la rivincita nella grande capitale dove  trasformò il suo amore per la dissolutezza in una redditizia professione. Energico, temerario sino alla violenza e alla sopraffazione, possedeva ciò che anche oggi distingue molti uomini di potere: il gusto della provocazione fine a se stessa e un’assoluta mancanza di scrupoli. Lo chiamavano roué, ruotato, meritevole cioè del supplizio della ruota, come Filippo d’Orleans definiva i compagni di bagordi. Con il danaro si permetteva una vita da gran signore: nella sua fastosa casa attirava libertini, scrittori di successo, curiosi. In compagnia delle giovanissime e graziose protette frequentava i luoghi alla moda ma, pur vendendo bene i favori delle fanciulle, era ancora in attesa dell’occasione che avrebbe definitivamente cambiato la sua vita.


    Questa occasione gliela offrì l’Ange.


    Incontratala nel 1764, il sedicente conte capì subito come possedesse qualità eccezionali, dovute non solo alla bellezza. La portò a vivere con sé, guidò il suo tirocinio erotico. Quando arrivarono i clienti fu un successo tale che l’ispettore di polizia Mathieu Marais, il 27 settembre 1765, classificò come “esistenza infame” il numero quotidiano di appuntamenti con uomini di tutte le età. L’Ange, mise a verbale Marais scandalizzato, veniva “affittata a chiunque purché nobile e facoltoso”.


    Tra i tanti signori a cui era stata offerta,  c’era anche il duca di Richelieu. Costui, grande gaudente e libertino, apprezzava molto i favori sessuali dell’Angelo e dopo l’amore qualche volta si fermava da du Barry a cenare. Una sera, nel salotto ricco di broccati, alla fine di un pasticcio di selvaggina generosamente accompagnato da un vino delle  Borgogna, Richelieu sciolse la lingua con più convinzione e allegria del solito:


    - Sapeste… sua maestà si sta spegnendo, pensare che era un tombeur des femmes! Tutti si danno da fare per trovargli una sostituta della Pompadour,  ma finora non c’è riuscito nessuno…  farebbe un bel colpo chi potesse…


    - E perché pensate abbiano fallito? – chiese du Barry


    - Ci vuole carne fresca e di prima scelta. Con l’età il re è diventato molto esigente!  – rise allusivo Richelieu.


    Il ruotato si accodò, ma non osò confessare l’intuizione che improvvisa lo aveva folgorato: Jeanne  era l’amante perfetta da proporre a Luigi XV! Il giorno dopo era già corso a cercare l’ onnipotente valletto di sua Maestà.


    La sera che Jeanne Bécu fu introdotta alla presenza  del re indossava una veste immacolata, elegante e virginale, adatta alla parte di “sposa in bianco”. Si era lavata con molta acqua calda e il suo sesso aveva ricevuto il battesimo d’ambra, quel rito di profumazione per cui era famosa. Al tempo in cui gli aristocratici si pulivano pochissimo, pisciavano a ogni angolo della reggia, indossavano parrucche intrise di sudore,  Jeanne  si lasciava dietro una scia di primavera, si muoveva con passi seducenti, avviluppava nelle sue spire amorose. Luigi XV, malgrado la vita da gaudente e le molte esperienze amatorie, non aveva mai conosciuto un’autentica professionista. Nemmeno al Parco dei cervi,  ritiro di Versailles dove aveva messo al mondo una dozzina di bastardi,  gli era capitato di provare ciò che sperimentò quella notte.  Jeanne Beçu, istruita dal du Barry e per nulla intimidita dal regale cliente che sentiva  disarmato nella nudità, compì il suo capolavoro.


    Alcuni giorni dopo passeggiando per il parco con il bigotto duca di Noailles il re confidò estatico:


    - Quella donna possiede l’arte di rianimare i miei desideri.


    - Sua Maestà non è mai stato in un bordello – rispose con sincerità il duca.


    Ma Luigi XV,  trasognato e con la mente altrove,  non afferrò.


    Il monarca e l’Ange si incontrarono ancora e poi ancora e presto divenne chiaro a tutti  che la loro frequentazione stava passando da saltuaria a stabile. Preoccupato per lo scandalo che ne sarebbe derivato, assalito dai rimorsi, Le Bel decise, non senza angoscia, di rivelare  al re la verità. Con pazienza lo sorvegliò dall’ occhio di bue, sala attigua a quella del sovrano così chiamata per la finestra tonda, dove i visitatori illanguidivano lusingati di fare anticamera per ore sotto una volta di stucchi e putti d’oro. Nel momento in cui fu solo, fattosi coraggio, il valletto chiese di parlargli. Il Beneamato , stupito e temendo noie, lo guardò diffidente.


    - E’ per via di madame… -  lasciò cadere Le Bel.


    - Madame?


    - Maestà perdonatemi…


    - Dimmi Le Bel…


    L’altro deglutì sibilando:


    - Si dice che Madame abbia avuto molti amanti, addirittura che sia una professionista…


    Attimi di panico e silenzio.


    - E chi lo dice?


    - Tutti… la corte,  Maestà… il passato di madame…


    Il sovrano lo bloccò:


    - Quale passato? Il passato non esiste…


    - Maestà…


    - Chi ti dice che non siano panzane?


    - L’intera Parigi è testimone…


    A quelle parole il re si adirò davvero:


    - Calunnie! Non ci credo…  se anche fosse non me ne importa!


    - Maestà…


    - Lasciatemi in pace!


    - Maestà…


    - Vattene! Voglio stare solo…


    Superati lo sconcerto e il dolore, l’ansia per un problema che non si era posto e che non voleva sentirsi porre, Luigi XV si ritirò nelle sue stanze rifiutando di incontrare chicchessia, ma dopo qualche giorno capì con disperazione che a Jeanne Béçu mai avrebbe rinunciato, fosse pure uscita da un bordello. Quella donna era l’ emanazione giovane delle sue vecchie carni: un fiore da non recidere! Col tempo, però, maturò l’idea che le offese alla morale non dovevano essere sottovalutate perché alla lunga avrebbero minato il suo potere divino e, proprio per  vivere quella relazione in libertà, stabili di far qualcosa per salvare l’onore e per zittire cortigiani e sudditi.


    Fu Jean Baptiste du Barry a trovargli la soluzione, un escamotage soddisfacente per il reciproco tornaconto. Nell’impossibilità di sposare Jeanne lui stesso,  in cambio di una lauta ricompensa propose un matrimonio di facciata con il proprio fratello scapolo, e poiché la famiglia du Barry millantava titoli nobiliari Jeanne sarebbe divenuta contessa e le sorelle del du Barry sue dame di compagnie.  Il ruotato trafficò con così pochi scrupoli e tanta abilità che quando ritornò a Levignac sulla Save, il paese natio della Guascogna disteso accanto a un corso d’acqua, lo fece dotato di un capitale invidiabile e della promozione a  Conte dell’isola di Jourdain. 


    L’Ange nell’autunno del 1768 si trasferì definitivamente a Versailles dove divenne la contessa du Barry.  Luigi XV,  mai largo di manica con le favorite precedenti,  per assecondare i suoi desideri attinse alle casse dell’erario come fossero senza fondo: nei cinque anni che li videro insieme il sovrano le regalò vestiti, gioielli, residenze lussuose. Anche se Madame du Barry, istintiva, generosa e semplice, unica a trattare la servitù con cameratismo, all’inizio si sistemò volentieri col piccolo seguito nell’appartamento lasciato libero da Le Bel.  Il povero valletto, infatti, poco tempo prima,  era morto a causa di una crisi epatica.  A Versailles si malignava che se ne fosse andato per il dispiacere di aver contribuito alla disfatta morale del suo signore, per non essere riuscito a impedirgli di esporsi al ridicolo della corte e alla perdita di stima dei sudditi.


    Erano infatti molti i denigratori dell’Ange. Il duca di Choiseul primo tra questi: aizzato dalla sorella, livida per aver visto sfumare la possibilità di diventare a sua volta favorita, le fece una tale guerra che gli costò l’esilio. Madame du Barry non si curava troppo delle maldicenze, grata del potere che aveva ricevuto  partecipando alle nozze dei tre nipoti del re. Girava per il Trianon con abiti che fluttuavano sulle sue forme armoniose: una moda nuova e un modo per restituire al sovrano il giusto  lustro. Via stecche e panier, via ogni forma di trucco, annodati con nonchalance i riccioli biondi, l’Ange era splendida!


    La stella di madame du Barry declinò il giorno che Luigi XV scomparve. Dopo la sua morte, Luigi XVI con una lettera le ordinava il confino a molte miglia da Parigi, nel monastero di Pont aux Dames. Partì piangendo in una fredda alba primaverile e la sera si ritrovò nella cella lugubre di un edificio in rovina. Difficile prova, giorni interminabili e senza futuro,  ma col tempo si fece benvolere dalle suore e in capo a un anno il principe di Ligne, uno dei più grandi signori dell’epoca, mosso a pietà, si decise a chiedere udienza a Maria Antonietta:


    - Madame – disse dopo un profondo inchino – Iddio vi ricompenserà per la vostra indulgenza… permettete che Madame du Barry ritorni a essere libera.


    - Signore come potete chiedermi questo?


    - Madame, lassù la carità è riconosciuta…. – e guardò il cielo - non dubito che voi siate caritatevole…


    Il labbro inferiore della regina fremette, sul volto un’ombra sprezzante e un lungo silenzio. Pensò alla rivale come a un idolo infranto. Deglutì.


    - E va bene, purché abiti a non meno di dieci miglia da Parigi e da Versailles…


    La nuova residenza di Madame du Barry fu il castello di Louveciennes, regalo del defunto re di Francia arredato da lei con stile personale. A soli trentatre anni, bellissima, di nuovo in possesso di ricchezze notevoli, non volle cercarsi un marito. Divenne seguace delle idee di Jean Jacques Rousseau scoprendo le gioie della natura, passeggiando nel parco all’inglese, godendosi i quadri, i mobili e gli oggetti preziosi, ricevendo la crema della società, partecipando alla vita di Louveciennes e facendo molta carità ai suoi paesani. Ma nel 1789 neanche quel ritiro di campagna si salvò dalla tempesta della rivoluzione. In quel periodo Madame du Barry  con generosità e coraggio aiutò gli amici nascondendoli nella sua residenza e riallacciò i rapporti con la famiglia reale, superando  l’ antica asprezza e  prodigandosi per loro. Nel 1791, dopo un malaugurato furto di diamanti preziosissimi, dovette recarsi più volte a Londra per recuperarli. I suoi viaggi insospettirono le autorità francesi e al ritorno di uno di questi fu arrestata e imprigionata alla Conciergerie dove subì un processo. Testimoni d’accusa non pochi ingrati abitanti di Louveciennes e la servitù che pure aveva beneficiato della sua generosità. I suoi concittadini, gli amici e i conoscenti, le  rivolgevano sguardi inquisitori, perversi e ottusi, mentre Fouquier-Tinville, implacabile accusa agli ordini del comitato di salute pubblica durante il Terrore, camminando avanti e indietro sottolineava la requisitoria con enfasi ieratica: - Colpendo una Messalina colpevole di cospirazione contro la patria, non soltanto vendicherete la repubblica delle sue offese!... ma sradicherete uno scandalo pubblico e affermerete il dominio della morale!...


    Povera madame du Barry! Quando la condussero al patibolo pareva un vitello al mattatoio: urlò, pianse, stracciandosi le vesti implorò clemenza. La folla si commosse. Il boia, toccato nel profondo, si affrettò a concluderne il supplizio.  Stessa sorte toccò al vecchio pigmalione:  era un freddo giorno di gennaio del 1794 quando Jean Baptiste du Barry pose il capo sul ceppo e incrociando con lo sguardo il cielo livido si sentì trafiggere dall’inutilità della posta per cui aveva tanto combattuto.


  • 16 novembre 2006
    L'Essere
    Intro: Una serie di omicidi misteriosi. Una cosa dall’odore nauseabondo. Una ragazza bellissima e misteriosa. Tutti questi elementi conducono a un finale enigmatico e intrigante.
    Come comincia:

    Carmen era una ragazza bellissima: di statura normale, occhi e capelli nerissimi, carnagione scura, fisico snellissimo, con due tette grosse e sode come meloni… A guardarle, ti assaliva una voglia pazzesca di palparle fino all’infinito! Aveva i lineamenti dell’antico e saggio popolo azteco, ma era italianissima, e penso che ne fosse fiera, anche se non era una nazionalista, anzi adorava i popoli e le culture straniere…

    Fu lei, per la prima volta, a mettermi in guardia contro quella”cosa”indicibile, raccontandomi di come si sentisse male solo a guardarla: le produceva una sensazione vomitevole nel vero senso della parola, per non parlare, poi, dell’odore nauseabondo che emanava, il quale, infiltrandosi nelle narici, la faceva star male per giorni interi, fino ad intaccarne, a volte in maniera davvero disgustosa, l’eterea bellezza…

    Carmen la odiava a morte: avrebbe voluto toglierla, per sempre, dalla faccia della terra, ma, a quanto diceva, era una cosa difficilissima! Per dire la verità, a me non sembrava una”cosa”così immane, anzi, a volte, la trovavo piacevole; forse, anche per questo, Carmen la detestava con tutte le sue forze… Sta di fatto che, negli ultimi tempi, Carmen stava veramente esagerando e, se prima ascoltavo i suoi racconti sulla”cosa”infernale con interesse e meraviglia, ultimamente mi annoiavano a morte, anzi, cominciavo a stare proprio dalla sua parte: sì, avete capito bene, facevo il tifo per la cosa aliena, per l’essere, anche perché credevo fosse tutta un’invenzione della fervida fantasia di Carmen.

    ***

    Il primo omicidio avvenne in una serata di fine settembre: l’aria estiva tardava nel farsi dare il cambio dalla brezza autunnale, così le coppiette ancora si appartavano nel buio ed isolato”vecchio molo”, dove, si diceva, ogni tanto appariva una barca fantasma, con il suo timoniere che intonava, nel vento, una vecchia cantilena sugli orrori marini.

    Quella sera Monique ed il suo ragazzo erano, appunto, lì, in macchina, seminudi, perché lei era ancora restia nel darsi completamente a lui e, per questo, le loro voci erano un po’ alte nel discutere sui motivi che avevano portato Monique a fare quella scelta; di lì a poco, sicuramente, alle parole sarebbero seguiti i fatti (Luke era un tipo molto più violento di quanto potesse sembrare), se, in quel preciso istante, qualcosa di viscido e informe, non fosse intervenuto, trascinandosi Monique fuori dal finestrino, così rapidamente da non farla neanche urlare: Luke era rimasto in macchina, inebetito dalla paura, a guardare, come se fosse in un cinema, un film dell’orrore in tre dimensioni… Quell’essere si stava, letteralmente, divorando Monique, ma non facendola a pezzi o che altro, la stava, semplicemente, risucchiando dentro di sé e, ad un certo punto, sembrava come se Monique e l’essere fossero una cosa sola; i conati di vomito scossero il petto di Luke così forte da fargli sembrare di stare per sputare l’anima: invece era solo la cena consumata poche ore prima!

    Quando tornò in sé, di Monique erano rimasti solo i vestiti: puliti e ben piegati quelli all’interno della macchina, e a brandelli insanguinati quelli all’esterno…

    La sbirraglia del luogo chiuse subito il caso facendo sbattere Luke in un manicomio criminale (chiaramente non avevano creduto alla versione del ragazzo), da dove sarebbe uscito, dopo due anni, completamente ristabilito e pronto per essere riammesso in società: Luke, da pari suo, avrebbe ringraziato facendo a pezzi, con un’ascia, suo padre, sua madre ed il parroco della chiesa del suo quartiere, per poi impiccarsi con una fune metallica…

    ***

     Due giorni dopo quella terribile notizia, che aveva scosso tutto il paese, Carmen venne a bussarmi a casa, e una volta apertale la porta ed avendola fatta entrare, ella, ansimando per l’agitazione, esclamò:

    “Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo!”
    “Cosa?”, le chiesi, non sapendo, veramente, a cosa alludesse
    “L’omicidio! Non è stato quel ragazzo, ma la”cosa”!”, replicò Carmen, cominciando di nuovo a parlarmi della sua”cosa”abominevole, tanto da stancarmi subito. La feci sfogare sulle sue teorie paranoiche per più di un’ora, facendo finta di ascoltarla, poi, al limite della sopportazione umana, per non commettere un omicidio a mia volta, le inventai una scusa banale e la sbattei fuori di casa…

    “Succederà ancora: ammazzerà di nuovo!”, fece in tempo a dirmi, prima che la porta di casa le si stampasse sul viso che, pur bellissimo, mi era venuto a nausea!

    ***

    La radio stava trasmettendo una vecchia ed inquietante canzone dei Black Sabbath, quando la voce, gracchiante, dello speaker risuonò nell’altoparlante:

    “Interrompiamo il programma per dare la notizia di un altro efferato omicidio, avvenuto la scorsa notte, sul lungomare est della nostra città…”

    Uscii di scatto dal bagno con lo spazzolino da denti ancora infilato in bocca e la schiuma che cadeva giù sul pavimento!

    “…Pare che gli agenti abbiano collegato quest’ultimo con l’altro delitto avvenuto una settimana fa. Anche in questo caso, della ragazza, sono stati ritrovati dei vestiti a brandelli, sporchi di sangue! Per saperne di più, vi rimandiamo al notiziario delle ore tredici.”

    Non era possibile: due omicidi in una sola settimana. Carmen l’aveva previsto. Dovevo andare da lei…

    “Adesso mi racconti per filo e per segno questa storia! È un parto della tua mente malata o c’è qualcosa di vero?”

    Mentre le chiedevo spiegazioni mi accorsi che stavo urlando e, soprattutto, che la stavo trattando malissimo.

    “Cosa vuoi insinuare? La mia mente non è per niente malata come dici tu!”

    Carmen stava piangendo. Mi sentii in colpa, anche se a chiunque sarebbe potuto passare per la testa ciò che era passato per la mia: comunque volli sapere…

    “Sta uccidendo le ragazze più giovani e carine, per diventarlo a sua volta: già altre”cose”, in passato, l’hanno fatto. Forse tu stesso sei una”cosa”, solo che adesso non te lo ricordi!”

    Vaneggiamenti. Quelli erano vaneggiamenti veri e propri.

    “Ah sì, e perché non potresti esserlo anche tu?”, le chiesi.

    “Perché io so di non esserlo! Sono sicura che vuole diventare più bella di me per portarti via. Ti prego, non permetterle una cosa del genere!”

    Mi alzai e me ne andai. Non potevo più stare a sentire sciocchezze del genere. Decisi di non rivederla più.
     
    ***

    I giorni passavano uguali, nel triste squallore di una cittadina di provincia, resa ormai nota dal serial-killer che imperversava su di essa. Le forze dell’ordine, finora, erano state solo capaci di elargire consigli a buon mercato, del tipo:

    “Non uscite di sera tardi.”

    “Evitate le zone isolate.”

    “Non appartatevi con la macchina in posti poco frequentati.”

    Consigli rivelatisi inutili visto che altri due delitti erano stati commessi nelle due settimane seguenti.

    Intanto avevo ripreso ad uscire, come ai vecchi tempi, da solo; a farmi lunghe passeggiate, serali e notturne, sulla spiaggia, forse anche perché speravo di incontrare”il mostro”, come ormai tutti lo definivano, o la”cosa”, come la chiamava Carmen…

    Non la vedevo da più di un mese, ma neanche lei era venuta a cercarmi: forse era meglio così, sarei arrivato ad odiarla se mi avesse ancora parlato delle sue fissazioni.

    Fu una notte in cui, appunto, facevo una delle mie passeggiate sulla spiaggia che la incontrai. Camminavo senza meta, rimuginando sull’ennesima giornata, che era trascorsa vuota come una bottiglia di vetro priva del suo contenuto, quando poche decine di metri davanti a me la vidi: sembrava essere sbucata dal mare, un attimo prima non c’era; la luna piena illuminava a giorno la sabbia, eppure prima non l’avevo vista! Ma, in fondo, cosa importava: sapevo solo che era bellissima, sembrava una dea, talmente erano perfette le sue forme; rimasi incantato a fissarla…

    “Ciao.”, disse. Ce l’aveva con me. Mi aveva salutato, ed io ero felicissimo.

    “Ciao.”, le risposi. Non riuscivo a spiccicare una parola: sembravo un ragazzetto di dodici anni alla sua prima esperienza…

    “Senti come ruggisce il mare: sembra una belva feroce che si prepara a balzarci addosso!”

    Esclamò. Rimasi intontito ad ascoltare la sua voce, che sembrava provenisse da un altro  mondo: un mondo incantato, paradisiaco…

    “Sì, hai ragione! Vengo spesso qui, ultimamente, ma non ti ho mai incontrata prima.”, riuscii a dirle non so neanche io come.

    “Oh, io raramente esco di sera, non so perché sono venuta sulla spiaggia: forse sapevo di incontrarti!”

    Non capivo più niente. Mi girava la testa, sapevo solo che mi piaceva un sacco, addirittura più di Carmen: anzi, racchiudeva in sé anche la sua bellezza…

    “Ma non hai paura di stare sola? Non sai dell’assassino che ha già ucciso quattro ragazze?”, le chiesi un po’ stupidamente.

    “Sì, lo so. La radio non parla d’altro in questi ultimi tempi, ma penso che una persona non possa privarsi dei propri piaceri per la paura di un fantasma: e poi, io non sono sola, ci sei tu con me!”

    Si alzò e venne verso di me: lentamente mi abbracciò e poi appoggiò, delicatamente, le sue labbra sulle mie, sfiorandole appena. Un lungo brivido, freddo, di passione, mi attraversò la schiena! La strinsi a me e la baciai con tutto l’ardore possibile: facemmo l’amore lì, sulla spiaggia. Fu bellissimo. Una sensazione mai provata prima: mi sembrò di averlo fatto per la prima volta, eppure non era così.

    “Come ti chiami?”, le chiesi alla fine, quando, nudi (sebbene fosse la fine di ottobre), sdraiati sulla sabbia, ci tenevamo per mano…

    “Che importanza hanno i nomi? Quello che conta è l’amore, il piacere di stare assieme!”

    E mi salì addosso di nuovo e continuammo a fare l’amore fino all’alba…

    ***

    Avevo trovato un nuovo stimolo per trascinare la mia umile esistenza: non pensavo che a lei; neanche i fatti di sangue, accaduti di recente in città, m’interessavano più; anche Carmen si era dissolta, nella mia mente, come nebbia al sole!

    Tutto scorreva come in una fiaba incantata, fino a quando, un giorno, mentre eravamo a casa mia, sul letto, a fare l’amore, la guardai attraverso lo specchio che avevamo di fronte: una scena orrenda! Una creatura immonda, che somigliava molto al bulbo commestibile composto di varie tuniche carnose, che Carmen, nei suoi deliri, mi aveva descritto come essere vivente, era lì, davanti ai miei occhi!

    “No! Vai via, mostro! Staccati da me sanguisuga!”

    Urlai a squarciagola, mentre chiudevo gli occhi dal terrore. Ma, nel riaprirli, trovai lei, più bella che mai, che mi fissava in tono interrogativo…

    Mi voltai, per guardarla nello specchio: era bellissima…

    “Scusami, amore: scusami! Mi era sembrato di vedere…”, avrei voluto dirle cosa, ma non ne avevo il coraggio!

    “Cosa?”, mi chiese, molto preoccupata.

    “Oh, nulla; nulla! Scusami ancora.”

    Scesi dal letto, m’infilai lo slip e mi chiusi in bagno, dove mi sciacquai la faccia con dell’acqua gelata: era stata un’allucinazione, o cosa?

    Quando uscii dal bagno, lei non c’era più, se n’era andata!

    “Meglio così!”, dissi ad alta voce, ma  forse non lo pensavo.

     Il mattino dopo andai a cercare Carmen, che ormai non vedevo proprio da tanto tempo, per dirle che ero stato uno stupido, che aveva avuto ragione sin dal principio: insomma volevo il suo perdono!

    A casa sua non rispondeva nessuno: chiesi, allora, al portiere, il quale, in tono molto sorpreso, mi disse:

    “Ma come, non lo sa? La signorina è scomparsa. Si teme che possa essere stata la quinta vittima dell’assassino, anche se non è stato ancora trovato nulla che le appartenesse!”

    La notizia arrivò come un pugno alla bocca dello stomaco. Mi limitai a controbattere:

    “Ma da quanto tempo è scomparsa? Perché la polizia non indaga?”

    “Eh…”, rispose il portiere…

    “…Ormai son quindici giorni, per questo si è pensato all’assassinio; resta solo da sperare che lo si”becchi”al più presto!”

    Le lacrime m’inondarono il viso. Carmen non c’era più. Volevo morire anch’io: se non altro, forse, ci saremmo rivisti da qualche parte…

    ***

    Quella notte tornai sulla spiaggia, non c’ero tornato più da quando avevo incontrato lei, la”cosa”(adesso la chiamavo anch’io così); d’improvviso, in lontananza, la vidi, seduta, anzi, inginocchiata, sulla riva…

    Corsi verso di lei: volevo ucciderla…

    Era bellissima!

    “Ciao.”, mi disse, come la prima volta, ma sapevo, ormai, cosa fosse: e non ci cascai…

    “Maledetta!”, le risposi.

    Ma non feci in tempo a tentare nulla, che essa si era già trasformata, e si era avvinghiata su di me, in modo tale da togliermi il respiro…

    Un minuto dopo, di me, restavano solo dei brandelli di indumenti, sporchi di sangue, sulla sabbia…

    Dopo qualche altro minuto, non c’erano più nemmeno quelli: il mare, onda su onda, li aveva risucchiati dentro di sé; forse anche a Carmen era successa la stessa cosa!

    Mestamente, mi voltai: c’era qualcosa, in lontananza, che correva verso di me…

    La riconobbi subito: era Carmen…

    Aprii le braccia e la accolsi dentro di me: saremmo rimasti insieme per sempre…


  • 16 novembre 2006
    Terraglio
    Intro: Una piacevole esposizione di fatti, caratterizzata da un'irriverente struttura narrativa. Marco De Mattia lentamente sconvolge le carte, e il gioco si ribalta…
    Come comincia: La casa è di quelle piccole, a due piani, con un po’ di giardino.
    Io invece una persona come le altre, né più né meno.
    Ho quarantuno anni e lavoro in una cantina vinicola.
    Un metro e ottantuno per settantasette chili di peso, pochi capelli, occhi verdi, fisico longilineo. Dicono una persona interessante.
    Non come il mio lavoro.
    Tutto il giorno a guardare bottiglie, per anni ormai, con le cuffie su.
    Sto diventando sordo, forse lo sono già, da un’orecchio.
    Dovrò licenziarmi da questo lavoro, immagino, prima o poi.
    Sempre le stesse cose, come ogni lavoro che si rispetti. Lavoro è lavoro, farselo piacere, un altro discorso.
    Bordolesi, renane, borgognotte, reggiane… giorni, settimane, mesi e anni. Sempre bottiglie.
    Comunque… certi ignoranti, in fabbrica.
    Un capetto, in particolare, a rompere.
    Avesse cinquanta anni capisco. Invece ne ha venticinque, a mala pena. Si regge sulle gambe da ieri e pensa già alla pensione. Bestemmie e parolacce , all’ordine del giorno.
    Le mani addosso ogni tanto ma questo, meno frequentemente: l’ultima volta gli ho tirato un calcio. Se continuava lo avrei abbassato di qualche centimetro, così faceva l’ottavo nano.
    Non è mica tanto alto, cosa credete: già così può essere raccomandato da Biancaneve.
    La popolazione aziendale è molto varia, veramente.

     

    Ah, sì! La casa.
    La bella casetta sulla strada in cui la sera mi rifugio. Vivo solo. I miei genitori sono morti e la sera, dopo il lavoro, vado subito al domicilio. Pulire, sistemare e soprattutto portare a spasso il cane. Tutto il giorno abbandonato, poverino. Eccitatissimo, non vede l’ora di sgambare lungo l’argine. Lo seguo di corsa, libero, anche con la nebbia. D’estate siamo spesso al mare, ma d’inverno è un’altra cosa. Fa buio presto e se stai fermo, sudato, rischi un malanno. Torniamo dentro verso le sei e in cantina, quasi una palestra, continuo l’allenamento.
    Raf guarda curioso, gira il muso, lo inclina di quarantacinque gradi come a chiedere cosa fa, 'sto deficiente. Lui ha già dato, io no. Devo continuare. Addominali e allungamento. Dopo la corsa, ci vogliono. Un po’ di panca e, per ultimo, una buona doccia.
    Fine giornata, la sbobba e il cibo per entrambi, cercando di variare il menù il più possibile. Ok, presto fatto, e voilà…
    Cantina, garage, piano terra e primo piano. Nell’ordine trenta, venti, cinquanta e cinquanta metri quadrati. Completamente arredati in stile “naif”, come dico io. Alla rinfusa, sarebbe. Il mio stile, collaudato dalla moda, sempre imperante e mai seguita. Dimenticavo il giardino: cento metri quadrati. Il luogo? Mogliano Veneto, lungo il Terraglio.
    A certe ore, un traffico incredibile, tra Treviso e Mestre. Poi, la sera, arrivano le prostitute e i loro clienti. La strada si anima di strani personaggi. Molto frequentata, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
     Nella camera da letto, quella dove dormivano i miei genitori, ho installato il telescopio.
    Papà e mamma. Gli amavo tanto. Loro avevano cuore. Incidente stradale, finiti sotto un camion. Bello, eh?
    Ora qui, con un cane.
    Mi hanno fatto studiare, un tetto dove dormire, molte attenzioni. Figlio unico, contraccambiati nella stima, per entrambi. Operaio… altre ambizioni sognavano per me, i cari estinti. Non sono stato in grado di realizzare le speranze. Rimango un fallito. Dirigente, imprenditore, ecco. Così portavo a casa dei bei soldi, avremmo potuto vivere felici e rispettati. Perché lo meritavano, dall’unico figlio. Dovevo impegnarmi di più. Dannazione, quanto gli ho amati!
    La finestra della stanza guarda sulla curva. Il cannocchiale sbuca tra le tende. Persiane semi chiuse e buio, nessuna luce accesa. Sul letto matrimoniale, appoggiata, la macchina fotografica digitale, inseribile nel telescopio, per scattare foto a lunga distanza. La cinepresa sul cuscino, ultimo acquisto; voglio fare anche filmati.
    Avete visto, immagino, il film di Alfred Hitchcock, “La finestra sul cortile”, sì? Ebbene, più o meno la stessa cosa. Solo che da me nessuna Grace Kelly del 2000 passa a curarmi le ferite. Io guardo per masturbarmi.
    Appoggio l’occhio sulla lente e osservo le donnine allegre passare, con aria di stanca; stazionare quasi svestite, in pieno inverno, nella piazza, davanti casa, negli androni delle scale di fronte, a confine del canale. Dappertutto presenti, in ogni momento della nottata, dalle nove di sera alle quattro di mattina. Alcune bellissime, altre meno belle, talvolta delle cozze. Neanche a essere pagati, uno va insieme, con le cozze. I clienti nelle vetture rallentano il traffico, qualcuno suona il clacson. Macchine di ogni genere, dalla più piccola alla lussuosa, camion, furgoncini. Ragazze di colore molto giovani giocano mentre altre si scambiano rossetti, cipria, lucidalabbra. Qualche sigaretta accesa; sederi perfetti: meretrici chinate sui finestrini, a contrattare prezzi e tariffe. Ammiro gambe, anche; forme invitanti di signore poco più che bambine. Arrapato, noto i vestiti aderenti, calze autoreggenti e minigonne strettissime, cappottini leggeri aperti e turgide mammelle trattenute da reggiseni di pizzo.
    Non bisogna mai incontrare i propri sogni, altrimenti svaniscono.
    Desiderare fortemente una cosa, per realizzarla. Pensarla prima cento volte, fremere, studiarla a fondo, “sì, sì… devo!”… e poi imporsi, rimandare ad un altro giorno, dannarsi  ancora di più.

    A scuola da ragazzo andavo abbastanza bene. La pigrizia nacque piano, lentamente. Aiuto, gridavo, perché nessuno capiva i desideri che avevo dentro. Ogni iniziativa sembrava, dopo il diploma, ciclopica. Troppi tempi morti e spazi impercorribili. Le esperienze sfioravano la mia vita senza toccare la pelle. Insensibile, diventato insensibile, dopo un po’, tradito da me stesso.
    Università e carriera, macigni impegnativi. Bisognava mollare, staccare la spina prima del cortocircuito della mente. Non ce l’ho fatta. Mi dispiace.
    L’esaurimento arrivò sui trenta anni. Complice una ragazza di scuola, delle elementari. Tanti anni passarono prima di rivederla. Un caffè, cena tra amici, ammiccamenti strani e convenevoli male interpretati. Idea fissa col tempo. Farmaci e crisi depressive, forme d’ansia e ipocondria, mascherati dal volto femminile che arrivava in sogno, la notte, impedendomi di dormire. Di giorno le mani di quella Madonna stringevano le mie, virtualmente, mentre afferravo le bottiglie, tra gli attrezzi di lavoro. Talvolta parlava, con la voce suadente, bisbigliandomi all’orecchio. Passione d’amore, tenerezza di un idillio platonico per nulla ricambiato. Mente e pensieri, scherzi che facevate.
    Un giorno passai per casa sua, disperato. Vestito bene, giacca e cravatta, scarpe lucide e una parvenza di benessere psicofisico. Aprì la porta e già la vidi sbuffare, spazientita. Come è bello l’amore contraccambiato. Meglio entrare, parlare. Una buona tazza di tè. Quando chiedo cosa pensa di me, risponde, senza nessuna mimica, indifferente:<< Parli come un libro stampato>>. E io insistevo, convinto di agire bene. Invece da una piccola falla aprivo una voragine.
    Essere odiati da qualcuno fa male, troppo amati però, sicuramente peggio.
    Un filosofo russo dice che si impara solo soffrendo, in ogni campo e settore. In amore l’uomo pena sempre, la donna solo se trova la persona della sua vita.

    Adesso qui, pulisco il mio seme e penso, a quell’unica infatuazione. Do importanza a situazioni, ricordi inservibili per il presente, il futuro. Fanciulle ancora in fiore distano pochissimo, alloggiate fisse su ghiaini e asfalti. Tacchi alti e miseria, cuori disperati in balia di qualche sfruttatore, maniaccia e papponi di ogni sorta. Una volta arrivarono in tre, smontarono dalla macchina e con un bastone picchiarono a sangue una di quelle. Caricarono velocemente la biondina mentre lontano la sirena preannunciava l’arrivo della polizia.
     Io guardavo col binocolo la scena, sì e no a duecento metri di distanza.

    Di solito tengo le luci spente, al buio. Non deve vedere gente, che sono in casa. Il cane in corridoio riposa tranquillamente. Lo faccio spesso, almeno tre volte la settimana, dopo cena, per diverse ore a notte. Capita di stare in piedi fino alle ore piccole e il mattino dopo, al lavoro, sono cotto.
    La televisione è l’alternativa serale di intrattenimento. Certi programmi sono cose da stupidi: una persona intelligente fa bene a non guardarli.

    Quel giorno arrivai tardi, alla postazione. In ferie da una settimana. La scampagnata fuori città durò più del previsto. Entrai con la macchina velocemente in garage, dalla stradina secondaria che dava sul retro. Di ritorno dal mare, con la pizza mangiata in fretta e furia poco prima in ristorante, la birra da mezzo litro scolata; entrambe a gonfiare gli intestini, dilatare lo stomaco, quasi da ulcera. Pancia piena e sguardo brillo, sprofondo sul sofà, appena dentro in casa. Il sole tramontato, il cane che abbaia, fuori, all’aperto.
    Le due solite sgualdrine passano da sinistra a destra e da destra a sinistra, sotto il lampione acceso, lungo i bordi del Terraglio, la via dell’amore. Entrambe molto carine, discutono animosamente all’arrivo del cliente. La mora sale svelta in macchina, contrattato il prezzo, spintonando la collega. La bionda rimane sola, raggomitolata a bordo della strada. Afferra le ginocchia e vi appoggia sopra il viso. Quasi in posizione fetale, sguardo perso all’infinito, occhi da gatta azzurro mare, capelli lunghi a cascata sulle gambe, fino a toccare terra. Le scarpe con i tacchi a spillo inclinano ulteriormente il busto in avanti. Perde l’equilibrio, per poco non cade. Si alza lasciando scoprire il pancino nudo; la maglietta cortissima risalta e evidenzia il seno abbondante, nudo. Si intravedono in trasparenza i capezzoli mentre le mani della ragazza massaggiano delicatamente il ventre. Deve avere anche lei problemi digestivi, penso. Sono già in giardino, a pochi metri, quando la tipa tira giù gonna e perizoma e si mette in posizione, pronta a defecare.
    Lì, davanti a me, la zoccola!
    <<Ehi, cosa stai facendo!>> urlo.
    <<Non rompere i c… sto male!>> risponde.
    << Ma sei matta? Davanti qui, sul mio cancello?>>
    <<Dove se no, a casa tua?>>
     <<Questa è casa mia! Chiaro? Se vuoi falla nel canale, laggiù.>>
    << Là è troppo lontano, non resisto, e poi c’è la mia amica con il cliente. Fammi entrare, se è casa tua questa, dài, dopo ti faccio lo sconto.>>
    Buona l’idea e la tipa niente male. Tette grosse, non tanto alta, fisico asciutto e esile.
    Mostra la lingua bagnando le labbra carnose. Alza la gonna girando verso di me il sedere perfetto. Una bambola del sesso sta per entrare a casa mia. Qualità insuperabile, vi dico. Modelle, non prostitute; troppo carine. Potrebbero tranquillamente sfilare nei negozi di moda del centro di Milano o nelle passerelle di Parigi. Questa è un po’ abbondante davanti, ma, per certe cose, è meglio: a buon intenditore poche parole.
    La bionda passa dal cancello rapidamente. In casa, alla ricerca di water e bidè. Lascio fare. Ucraina o rumena? Boh! Non lo so. I tratti somatici sono quelli. Il cane perplesso, entrambi ammutoliti dalla strana nuova presenza. Qualche minuto di attesa. Torno in salotto mentre all’interno della casa sento lo sciacquone del bagno che va. Quasi quasi preparo una tisana per entrambi, ne abbiamo bisogno; ho lo stomaco devastato, la pancia gonfia e gorgogliante. Distrutto sul sofà, quasi distendo il corpo. Chiudo gli occhi. Immagino scene di sesso pornografico, corpi sudati nel coito, amplessi gridati a squarcia gola.
    Improvvisamente forti risate provengono dal piano di sopra. Apro gli occhi, mi alzo e cammino, in direzione delle scale. Lei scende, cosce in bella vista, in una mano la borsa, nell’altra il cavalletto-treppiede del telescopio. Lo sbatte a destra e a sinistra, sul muro. Ride come un’oca. L’ugola quasi esce dalla bocca. Dirompente e fragoroso baccano; agitata come una matta. Sarà  stata anche minorenne: in quell’istante appare vecchia e arpia, una suocera stagionata.
    Dice: <<Tu sei malato, caro mio, sei malato! Fatti curare!...Ah! Ah!Ah!>> Ride, ride.
    Le sferro un pugno, dritto, in gola, vicino alla giugulare.
    Cade indietro, sbattendo la testa sui gradini; le mani, contemporaneamente, lasciano borsa e treppiede.
    Guardo come è, rantolante di dolore, semisvenuta.
    Di lì a poco l’avrei punita.
    Calo le braghe e metto il membro in tutte le fessure che il suo corpo permette. Mugugna di dolore misto a piacere; giro e rigiro quella bambola, lì, sul pavimento. Palpeggio e annuso, lecco e strizzo. Possiedo un giocattolo adesso: non lo avete capito?

    La mattina mi sveglio con un gran mal di testa. Vado in bagno e dopo colazione mi vesto per uscire. Ingoio un paio di pastiglie, un po’ d’acqua. Oggi il cane è molto vivace. Vuole giocare, pronto per una passeggiata, non mi lascia in pace. Ne approfitterò per andare a comprare il giornale.
    Attraverso il cancello, a piedi; Raf legato al mio fianco. Vedo una piccola cosa marrone, lì fuori.
    La tipa sicuramente ha lasciato un ricordino, poca roba. Torno in casa e prendo qualcosa per raccogliere. Un giornale, un sacchetto.
    La bionda guarda legata, in cantina. Braccia aperte, polsi fissati a una barra di acciaio nel soffitto, usata normalmente per far trazioni sulle braccia. Le gambe aperte, come una puttana qual è.
    Catene e lucchetti bloccano i piedi, perfettamente serrati su pesi e bilancieri con cui di solito mi alleno. Bene, servirà anche lei ad irrobustire il mio fisico.
    <<Se fai la brava, ti compro da mangiare.>>
    Piange disperata mentre con la testa annuisce. Il bavaglio le impedisce di parlare.
    <<Dopo, quando torno, prima mi fai un lavoretto, ok?>>
    Annuisce ancora.
    Cavolo, perché non ho pensato prima a questa soluzione? Finalmente il modo di conquistare le donne.
    La bacio in fronte e asciugo le lacrime che bagnano il suo viso. Profuma ancora di buono, nonostante le condizioni. Una doccia, con mani legate e bavaglio, gliela faccio fare dopo. Forse.
    Altrimenti la uccido e ne catturo un’altra. Mora, questa volta. E la prossima di colore, sì.
    Ho viste certe, al distributore, là, più avanti. Vado con la scusa di fare benzina, verso l’una, le due del mattino. Saranno stanche e meno clientela, a quell’ora. Una bella botta in testa, come con questa, e via, a casa. Potrei tenerne due o tre, a seconda degli usi. Ma sì, deciderò a giornata. Come è bello. Non potranno fare apprezzamenti su di me, altrimenti le punirò. Oh, sì.
    Questo nuovo gioco è divertente. Abbandonerò quello vecchio. Il guardone non mi si addice.
    Molto più intrigante partecipare attivamente.
    Certo i miei genitori non sarebbero felici ma d’altronde, la vita và presa per quello che offre.

    La preoccupazione che mi attanaglia, nei giorni seguenti, è quella di non essere scoperto.
    Temo qualche protettore, la polizia. Queste sono ragazze che altrimenti nessuno viene a cercare.
    La denuncia di scomparsa non esiste. Importante non farsi beccare in flagrante. Serve attenzione, azioni rapide e improvvise e prima, valutare bene la vittima prescelta. Niente lasciato al caso. Agire predisponendo anticipatamente una via di fuga, calcolare varianti e movimenti. Stanno da sole o in gruppo, a battere? Accettano di venire in casa, oltre che per strada?
    Al termine delle considerazioni, decido di agire, finché possibile, davanti la mia abitazione.
    Il rischio elevato pone però sicurezza nel controllare la situazione istante dopo istante.
    Con cannocchiale e telescopio. La macchina fotografica, la telecamera, foto e roba varia, meglio farle sparire. Pericoloso tenere prove così evidenti.

    La mia amica, nel frattempo, è dimagrita di qualche chilo. La spavalderia è scomparsa insieme a un po’ di ciccia. Conosco ogni singola parte del suo corpo, la lavo e curo amorevolmente. Ieri mi ha baciato in bocca e con la lingua. Ha guardato, chiesto scusa.
    <<Scusa? Ma di che!>> Ho fatto chinare la sua testa e le ho insegnato che non esistono scuse, per quello. È la vita, fatta a scale, c’è chi le scende e chi le sale.
    Tu, in quel momento, le stavi scendendo. Ed io ti punisco.
    Perché non avevo detto di andare al piano di sopra, di guardare tra le cose, nella stanza dei miei genitori. Lì posso salire solo io e tu, tu, con arroganza e scortesia, dopo che ti ho ospitato, scompigli la casa, in allegria, così, tranquillamente.
    Non so cosa farmene, delle scuse.

    La bionda resiste qualche giorno. Nonostante cure, mille attenzioni da parte mia, il cuore cessa di battere. Sempre intontita, forse il pugno e la botta in testa sono stati un trauma troppo forte. Dispiace, proprio adesso che ho deciso di liberarla. Sì, credetemi, giuro. Ora mi ritrovo con un cadavere e devo far presto, non posso lasciare un corpo così, appeso, dentro casa.
    Qualcuno potrebbe arrivare. Casualmente, il postino, un vicino. Agire in fretta. Pensare.
    Potrei sotterrarla in giardino o a pezzi nelle immondizie… no, mi scoprirebbero facilmente.
    Sparire completamente, è l’unica.
    Guardo il congelatore nell’angolo, inutilizzato da anni. Mio padre metteva dentro fagiani, polli, quarti di manzo e bistecche. Fanatico della roba surgelata. Pensava alle scorte come orso pronto al letargo o rischio di guerra mondiale imminente. Impossibile l’evenienza senza cibo.
    Libero la bionda, adagio il corpo all’interno del freezer orizzontale. Distesa perfetta, riesco a chiudere il coperchio. Una bara di freddo. Attacco la spina alla presa di corrente.
    Un leggero ronzio; imposto le temperature al livello più basso possibile.
    Provvederò poi a chiudere col lucchetto le maniglie. Tra un paio d’ore ripasso, voglio vedere il corpo ghiacciato. Da evitare putrefazioni e odori.
    In estate non posso accendere il caminetto. Si accorgerebbero. Il fumo, in piena canicola agostana, darebbe nell’occhio. Meglio evitare sospetti. Aspetterò l’autunno e l’inverno.
    Con i primi freddi, cercherò di staccare qualche pezzo del corpo.
    Squarterò per bene gli arti e la testa dal resto.
    In fretta, una volta tolta da là, prima che si scongeli e il sangue vada dappertutto.
    Il tronco lo brucerò per primo, intero. Accenderò un bel fuoco, con tanta legna.
    Bruciare completamente e bene. Compresi borsa e vestiti.
    Cenere, solo cenere, deve rimanere.
    Pulirò e i resti, in sacchetti delle immondizie, ogni volta in qualche cassonetto diverso, non davanti casa.
    Dopo, verrà Natale: uscirò per festeggiare.
    Messa di mezzanotte e dopo… al distributore, quello lì, di fronte casa mia.


  • 16 novembre 2006
    Una madre
    Intro: L'impressionante storia dell'ennesimo bambino mai nato. Parole forti, a spiegare un dolore che spesso viene sottovalutato. Stupisce che a descrivere così bene i pensieri e le sensazioni che solo una donna può provare, sia un uomo. Benvenuto tra noi Pietro...
    Come comincia: Non posso pensare che stia succedendo di nuovo.
    Non è possibile, me lo hanno detto mille volte e io mille volte gli ho detto
    di non credergli, ma solo per scaramanzia, solo per essere sicura di non trovarmi di nuovo qui.
    Devo cancellare quel dolore se voglio restare viva,
    devo cancellare quei ricordi ma tutto il passato è stato risucchiato in quei momenti.
    Se li cancello cancellerò tutta me stessa.
    Devo restare viva, devo dare il sangue al mio grembo se voglio avere speranza che non succeda più.
    Ma risento le mie urla, quelle inutili urla senza il pianto del bimbo, le sento da lontano, nel dolore di mio marito che si è asciugato il cuore per non affliggermi con le sue lacrime.
    Ma devo risvegliarmi e restare attaccata ad altri ricordi: la gita in Grecia, la prima volta che l’ho conosciuto, la prima volta che abbiamo fatto l’amore e la prima nausea,
    i gorgoglii di lui che stava crescendo…
    di nuovo l’imbuto mi porta nel buco nero della mia esistenza…
    ti prego svegliami, con una fitta che solo tu puoi darmi,
    ti prego strappami da questo incubo.
    Questa volta licenziami dal ruolo di madre e fammi essere solo un animale ferito.
    Voglio solo licenziarmi per sempre…
    Che difficile mestiere quello di madre.
    Il più naturale, spontaneo ed inesorabile mestiere, allevare un mostro che ti distrugge,
    che si prende la tua bellezza e il passo sicuro delle tue gambe,
    che si ciba del tuo corpo impedendo che tu lo alimenti.
    Un mostro, che per uscire cerca di ammazzare chi lo ha nutrito, che una volta uscito si attacca come un parassita alla pianta uccidendone libertà e giovinezza.
    Eppure torno per la seconda volta a questo mostro con la speranza di riuscire a cibarlo per davvero.

    Mi sono chiesta mille volte in cosa ho mancato la prima.
    E’ rimasto senza cibo. Una disfunzione della placenta dicono, ci sono termini e statistiche precise.
    Nessuna mi dice in cosa ho mancato.
    Lo amavo molto più di ora, come una verginetta convinta che l’uomo bruno, alto e abbronzato, le stia attorno solo per la bellezza del suo viso e non per la voluttà del suo corpo.
    Se ho ammazzato quel primo amante, che speranza ho di nutrire questo altro sapendo che mi vorrà stuprare?
    Nessuna, ecco perché sono di nuovo su un tavolo operatorio, su un freddo tavolo che mi congela la schiena come il cuore sapendo già come va a finire.
    L’infermiera mi dice che non lo sente più, senza passione, con veemenza
    solo per contrastare la mia cocciutaggine che dice che lo sento muoversi dentro
    che non può essere morto se continua a darmi calci.
    Lei accetta di buttare via lo stetoscopio e di bagnarmi la pancia con il liquido per la ecografia.
    La sonda è come la luce dei campi di concentramento che cercano gli eventuali prigionieri che fuggono.

    Eccolo! Torna indietro con la sonda!

    Lo ribecca, lo vede muoversi, cerca di tranquillizzarmi dicendo che mi preoccupo inutilmente, che lui sta bene e si muove.
    Io le vorrei spaccare la testa, fino ad un attimo prima ero pazza perché lo sentivo ancora…

    Me ne vado.
    Senza un parola come se qualunque cosa potesse compromettere lo scampato pericolo,
    senza un sorriso perché non è ancora finita e non lo sarà mai,
    anche dopo nato,
    perché chi ha provato il dolore vero una volta ne sarà sempre schiavo,
    dipendente per sempre dalla vertigine di una morte che può tornare in ogni momento,
    nell’auto che sbanda mentre attraversi la strada o nel fulmine che rimbomba lontano da casa.

    Oggi è il due novembre e incredibilmente mi sento più rilassata.
    La mia pancia mi pesa un po’ ma posso camminare senza problemi.
    C’è tanta gente al cimitero, mille visi diversi, chi piange e chi sorride nell’incontrare i ricordi dei propri cari o le pacche sulle spalle degli amici che si re-incontrano dopo tempo.
    La vita e la morte giocano con gli uomini in questo posto, tra i baci incerti di novantenni che, tremando, allungano le labbra verso bambini già troppo alti
    e una bimba dagli occhi di ghiaccio e dai capelli biondissimi stretti tra mille treccine.
    Lei che ha perso la madre in un paese lontano abbraccia una ragazza che per quel mestiere ha inutilmente rischiato la vita.
    Anche lei sorride alla bimba e a me che, poggiando il pancione su una piccola lapide bianca,
    faccio incontrare nell’unico modo possibile le ombre dei miei due bimbi.

  • Intro: Sincerità. Consapevolezza e sentimento che si amalgamano, fino a diventare tutt’uno, fino a trasformarsi in un limite e nel suo superamento. Parole d’amore, mutevoli ed eterne, sottili e piene di femminilità.
    Come comincia:

    Casa mia, 31 Ottobre 2006.

    Questa è la mia lettera per te.

    La lavatrice sta macinando il lavoro di mezzogiorno e io posso scriverti, nel suo silenzio di rumore che gira.

    Tra poco sarà di nuovo il tuo compleanno e so già che non sarò capace di dirti nient’altro che un tanti auguri stretto tra i denti, volatile come una ruota di fumo davanti alla finestra aperta.
    E’ così difficile rallentare le vecchie abitudini.

    Tu sarai lo stesso di sempre e mi risponderai grazie con quella finta distrazione che ti accompagna ovunque, girovago dentro casa, appoggiato per sbaglio allo stipite di una porta, pronto allo scatto.

    Sapevi che ogni mattina il sogno si frantuma in piccolissime schegge proprio davanti a quella stessa porta qualunque e che di me moderna resta solo un’impronta contrabbandata per vera sotto la luce che mi schiaccia?

    No, non lo sai. Ma non importa. Adesso come mai.

    Quando il sentiero si restringe camminiamo tutti senza fiato e si assottiglia anche il colore del glicine, la memoria lascia tracce di sé perfino sul muschio cresciuto nell’ombra degli alberi.

    Io e te siamo quasi gli stessi di dodici anni fa. Quasi.

    Mi rendo conto di quanto sia rischioso scriverti senza cadere nel pozzo dell’ovvio, del prevedibile, del già detto. Tu sei sempre così attento.

    Mi hai telefonato stamani con la tua solita voce, ma tra le parole era come se navigasse un’urgenza nuova, sconosciuta e d’argento, che brillava le sue paure come un tessuto appena filato, come una pietra perduta da una gazza sbadata, più luccicante che mai nel grigio dei sassi quotidiani.

    Mi hai detto che hai lasciato l’auto nel parcheggio della stazione, che sei andato a piedi con il tuo passo oscillante fino in Piazza della Signoria, per pagare una multa in Comune.

    Avrai camminato sotto il sole, alzato gli occhi, osservato le nuvole. Forse.

    Ma non importa, sai, dove sei, con chi sei, non importa che non sei qui, che mi frantumi e mi ricomponi, come sembra al mondo intorno e anche a me, che mi aggredisci e poi cerchi pace tra le frasi nascoste nel cellulare, non importa perché io sono un piccolo principe e ti verrò sempre a cercare.

    Ma anche questo tu lo sai.

    E non m’importa, davvero, delle rivoluzioni solari, delle foglie marcite che nostro figlio calpesta con i suoi passetti veloci, non m’importa del tempo brutto e delle vecchie canzoni – tu no, tu no, tu no, tu non devi andare via – infilate come segnalibri nelle serate di pioggia calma, non m’importa delle tue ragioni, delle mie ragioni, degli occhi magri che hai, dei miei capelli bianchi in disordine, della noia di domeniche afose, non m’importa delle riunioni a scuola e del tuo saluto frettoloso sull’inverno che aspira tutti i colori del mare, della fatica del silenzio, dei tuoi messaggi covati sotto la giacca ad altre che vivono oltre il nostro piccolo giardino di strani fiori a capochino.

    Tu sei, sempre. Quell’uomo bruno e scontroso di dodici anni fa, quelle mani sottili che insinuano la dolcezza inaspettata del tempo, quei ritratti di El Greco verdi di legno vivo e sofferente, quelle corde pizzicate che scolpiscono musica. My funny Valentine.

    Ma tu non sei solo questo. Questa è l’immagine, questo è l’ascendente, questo il virtuale che avvolge.

    Tu ti addormenti sopra il letto accanto a nostro figlio ancora sveglio, tu ti tendi e ti lanci come una palla infuocata, tu sei quello che si aspetta sempre una mossa, quello che non si accontenta e scommette.

    Ma, ancora, non sei solo questo. Tu sei duro e ti schiaffeggi le mani prima di schiaffeggiare le mie, tu mi aspetti al varco e sembri apparecchiare tranelli dentro la terra bagnata, ma le ragnatele la sera sono di zucchero bianco e hanno un sapore dolce, poi, quando le sciolgo.

    Tu sei capace di parole d’amore che io non ho mai osato ascoltare. Di versi tristi, di notturni silenziosi a caccia di stelle, di telescopi d’infinite brine. Tu sei il freddo della sera che scende, il canto del lupo alla staccionata, la neve ai margini, il calore di storie raccontate a luce bassa. La nota ripetuta, blu, che smania di tornare ancora.

    Tu sei la mia acqua sotterranea.

    Così, sono qui per dirti che ci sono. Ma già lo sai, ed è come se ti vedessi mentre sorridi, consapevole di ciò che siamo.

    Sono qui per dirti che ci sarò, anche contro la mia stessa voglia di non esserci. Ma anche questo lo sai.

    Sono qui con te, nonostante il tuttoresto che ci confina. Ma anche questo-tu-già-lo-sai.

    Sono qui perché testarda io ti aspetto. Perché la tua assenza è la presenza che mi tiene viva.

    Sono qui perché vorrei poterti finalmente dire, in faccia a tutti: io sono te.

    E restituirti la lacrima di diamante che mi hai rubato dodici anni fa, sopra il fiume che scorreva.

    Allora come adesso. Sempre


  • 15 novembre 2006
    Megas Sperticos
    Intro: Il guerriero Spertico vive ancora tra gli altri compagni. Perché la guerra va avanti, perché il suo ricordo è ancora vivo. Perché le sua parole riecheggiano nell'aria e il suo spirito rimarrà sempre giovane e forte.
    Come comincia: Sono passati quarant’anni dalla morte di Spertico. Mimesio, Natolius, Morghius ed Eronna il nero osservano una statua del loro capitano eretta davanti al tempio di Remeghias.
    Nei loro occhi corrosi dalla vecchiaia prendono vita tutte le battaglie affrontate insieme, è come se lui fosse lì fra loro, pronto ad incitarli per il combattimento. Mimesio si alza - eghemòn - sussurra fra sé e sé - dove sei eghemòn? - poi guarda la statua e si gira verso gli altri - può il marmo o il bronzo o il granito renderlo nella sua effettiva grandezza? dove sei Spertice? dov’è la tua forza capace di spingerci fino alle più sconfinate lande di questo mondo? dov’è Adriano che incitavi sempre a gran voce nelle tue battaglie? dov’è quel grido che si alzava nel cielo infondendo a tutti coraggio… oraaarius… che fine ha fatto il sogno unire le genti essere i padroni del mondo… o anche quello ti sei  trascinato negli inferi… nulla è sopravvissuto se non il bastone della nostra vecchiaia,beato te Spertice che le genti ti ricorderanno sempre giovane e forte. Ma come posso io spiegare cosa significava essere giovani e innamorati e avere un sogno e credere accanto a te di poterlo realizzare, ma quei sogni non durarono che il batter d’ali di una farfalla, arrivarono dal nord i più barbari tra tutti i popoli: i punkabestia, orribili a vedersi "ah infame destino che ancora giovani ci togliesti alla nostra età per buttarci nei nefasti della guerra", tutto ci tolsero, le nostre terre,i nostri sogni… ma tu eri lì tra noi e noi lì con te, fu allora che nacque il mito dell’Ibiga, otto tra i migliori guerrieri scelti da Adriano, battemmo punkabestia ed espugnammo la città di Zaccheria. Formammo così il nostro impero,fossi tu stesso a incoronare Vailide imperatrice. Poi volgesti il tuo sguardo a est, dove ormai da troppo tempo i nostri fratelli Aristossenesi chiedevano aiuto contro le ingerenze di Ciakiani e quintunniesi.
    Così lasciammo mogli e figli per andare verso la stella di Remeghias. Giungemmo come salvatori in una terra straniera, accolti dalla regina Alexandra e subito conquistammo l’Ebeozia e rendemmo schiava la loro regina Chiara. Sempre più a est i Ciakiani e dopo i Quintunniesi. Mano a mano che avanzavamo, ogni città che conquistavamo, diventavamo più ricchi e più vicini all’immortalità.
    Tu invece più scuro nell’animo ormai i desideri, le passioni, gli amori a poco a poco lo avevano divorato finché dell’uomo più nulla rimase - i suoi occhi cominciano ora a lacrimare nostalgici del vecchio amico - ah dei crudeli! una sola cosa vi chiese, poter rivedere almeno una volta la propria figlia Galatea e neanche quello gli concedeste.
    Così che in mancanza d’affetto diventasti facile preda dell’ira,tirannico e inclemente con i vinti.
    Solo lei col suo canto dolce e soave riusciva a placare l’animo del guerriero, solo lei Roxane col suo canto lo riportava indietro fino a casa,sulla scia dei ricordi fino ai più teneri momenti dell’infanzia e della giovinezza… ma eravamo troppo inoltrati in quella barbara terra per tornare indietro.
    Remegias ormai ti aveva abbandonato ma noi ti seguivamo comunque perchè tu al dì la di montagne,fiumi e laghi scorgevi sempre una meta da raggiungere. Prevaricammo così le montagne della grande Acaia e giungemmo in una terra sconosciuta ai nostri padri: Portus Pirronis

     

     

    Qui sconfiggemmo l’ultimo baluardo delle forze quintunniesi conquistando la gloria tanto desiderata e inseguita e tu cadesti valorosamente in battaglia ottenendo così l’immortalità.
    Dopo di che spartimmo i territori conquistati e i bottini ma niente fu più come prima... tu non eri più tra noi e nulla sembrava aver più senso.
    Ora alcuni ti ritengono un folle, ma la follia dico io cos’è se non il gradino che precede la grandezza?
    E questa si sa va di terra in terra si posa su ali d’aquila,giunge fino alle più alte vette di questo mondo e poi si posa sulle bocche di tutti che pronunceranno per sempre Megas Spertikos o come dicono nella tua Taras Spertikos o Meggie


  • 13 novembre 2006
    Un cuore che batte
    Intro: Attraverso i pensieri di una donna esplode l’amore. La protagonista è pronta per amare e lasciarsi amare, senza paura.
    Come comincia:

    Il sole d’inverno trafigge la nebbia sui monti…


    Non c’è vita che scampi alle delusioni.


    Dopo tante parole ci sono anche grandi silenzi…


    Insegnami a non vergognarmi mai dell’amore anche se troppo ferisce…


    Insegnami a sopportare gli errori ed i fallimenti senza straziarmi dal dolore ma con dignità, forza, carattere, magari senza piangere…


    Fino adesso troppe lacrime ho versato per questa vita che per ogni attimo di felicità, mi regala ore di tristezza…


    L’amore non sempre chiama amore anzi, spesso lo fugge ma un cuore che batte a volte può fare più luce del sole


    Voglio una nuova vita un po’ meno sbagliata e la voglio sentire scorrere tra le dita. Anche se ora sono fragile ciò non significa che debba arrendermi…


    Sento il bisogno di costruire di nuovo castelli in aria e sognare illudendomi che la realtà non è poi così malvagia e che la speranza è un filo sottile ma resistente al quale potrai sempre aggrapparti senza correre il rischio di cadere nel vuoto.


    Voglio aprire gli occhi, spalancare le porte del cuore, allentare la morsa di questo dolore che ho provando a volare più in alto che posso, librarmi nell’azzurro dei miei sogni sperando che non finiscano mai…per non essere da sola.


    Ci sarà tanto tempo per capire cosa si nasconde dietro quella porta chiusa e forse, un giorno, troverò la forza di usare la chiave che tengo stretta tra le dita, per aprirla, ma dovrò essere pronta e sicura di saper affrontare cosa c’è dall’altra parte.


    Ogni gioco ha le sue regole ed io devo saperle accettare se voglio farne parte.


    Raccontami di te e quanta vita c’è in ogni tua parola, in ogni tuo sorriso, in ogni tuo movimento…


    Dimmi che posto occupo nella scala dei tuoi valori.


    No, non temo la risposta…


    Voglio lasciarmi andare a pensare di avere voglia di ricominciare…


    Ognuno per se ha un destino, giorno dopo giorno… vivendolo.


  • 13 novembre 2006
    Diario di vita
    Intro: Un percorso lungo e difficile quello che affronta la protagonista. Riuscire a ritrovare se stessa dopo un lungo studio di emozioni e illusioni. In ogni parola dell’autrice, scelta accuratamente e piena di significato, si sente lo sforzo della protagonista nel cercare di salvarsi dalla “personale corruzione” attraverso, forse, un esercizio, ma soprattutto attraverso riflessioni profonde, che la portano fuori dal buio, attraverso la luce accecante, verso la libertà.
    Come comincia: Un dolore sottile, come un ago che attraversa il corpo, scivola dentro fino a lasciare senza fiato. Non ha ragione apparente e non si percepisce alla luce del sole, ma esiste ed è ineluttabile come il trascorrere del tempo. E’ l’esistenza che duole ed è l’umana natura che si arrende a se stessa.

     


    E’ atteso il miracolo, una luce che rischiari le tenebre, una nuova prospettiva che guidi lo sguardo oltre le nuvole, un tepore che sciolga il ghiaccio e che conduca il mio cuore annichilito oltre le sue strette aspettative.


    Forse l’errore riposa nella mente: un’idea ancestrale di felicità, un senso del sublime che trascende le facoltà terrene ma è rimasto per errore nello strato dei ricordi. Un’immagine sfuocata che pure abita l’immaginario e rende insopportabile la grettezza del vivere quotidiano.


    Allora la volontà si sporge oltre il muro delle possibilità, le dita si allungano, i muscoli dell’addome si tendono, ma al tatto nulla si percepisce. Che fare? Ripiegare le braccia e ritirare lo sguardo o protendersi in uno sforzo estremo e disperato, esponendosi, cosi, al rischio di cadere nel vuoto?


    Mettersi al riparo, tentando di prendere confidenza con la definizione di limite, è un esercizio che non riesce a tutti …


    Sono solo parole che cadono, parole come pioggia, e lasciano un alone su questa vita che non trova trasparenza, non trova leggerezza.


    Potessi usare la mia forza, il mio coraggio, lo farei, ma il prosieguo del viaggio non dipende dalle mie possibilità; ho seguito il mio percorso diligentemente e ora aspetto che il destino tenda i suoi fili. Ma destino, forse, è una parola senza significato, poiché il futuro non si spiegherà se non sarà tracciato dal contemperarsi della mia ed altrui volontà.


    Ricordo mia madre che mi rimboccava le coperte fino a ricoprire coi lembi il mio volto bambino, placando così i turbamenti che derivavano dai miei pensieri infantili, e mi rammarico poiché il mio animo adulto non può trovare un gesto equivalente che lo calmi. I miei pensieri mi superano, ma oggi non c’è nessuno in grado di andare oltre essi e di farmi sentire al sicuro. Sono esposta al vento e alle sue folate e mi chiedo se ho la forza di rimanere costantemente in piedi.


    Forse, però, l’esercizio non è richiesto, basta riuscire a non cadere del tutto. In fondo in ginocchio ci sono già stata, è un ricordo recente, ed ho trovato  il modo di rialzarmi.


    A dire il vero ondeggio, talvolta vistosamente, ma in fondo chi non lo fa? Spesso senza esserne cosciente, convinto che a muoversi sia il mondo circostante e non egli stesso rispetto ad esso: il relativismo domina le nostre esistenze e ad esso abdicano le nostre facoltà intellettive poiché la mente crea dal nulla e distrugge, guardando la realtà attraverso un vetro reso opaco dai nostri bisogni e desideri, dalle nostre paure e debolezze.


    Governare la mente è la vera ambizione. Talvolta mi convinco di poterlo fare, di poter trovare la strada giusta rischiarandola con l’esperienza, ma poi cado nel dubbio: forse si tratta di un'altra illusione, più sottile e subdola di quelle vissute sinora. Così non deve essere, però, del tutto: seppure la nitidezza del quadro rimane un obiettivo utopico, è sempre possibile migliorarne i contorni. Può andare un po’ meglio, posso capire qualcosa in più, posso salire qualche gradino nel mio percorso personale.


    Illusione: ritenere di avere raggiunto un equilibrio durevole, che invece è pura espressione del desiderio di esso. Si svela lentamente, a forza di manifestare contrasti con la realtà; i primi si giustificano, poiché a tutto è possibile trovare una giustificazione, ma col protrarsi del tempo ne emerge l’artificiosità e d’un tratto, guardandosi allo specchio, ci si trova di fronte ad una persona che ci fa sentire a disagio, che non riconosciamo più. Allora comprendiamo che il contesto non era adeguato, come pensavamo, ma ci ha corrotto l’anima, ci ha allontanati da noi stessi.


    Non riesco ad individuare l’inizio della mia personale corruzione, ma ne ricordo distintamente la fine: aveva il volto di una giovane donna senza più luce nello sguardo, con lineamenti che non emanavano più bellezza, non più emozione; un’immagine riflessa opaca e muta, già spenta nei suoi tratti infantili. Ho avuta grande pena di quella ragazza e ho deciso di restituirle, anche se non sapevo bene come, la forza che le era propria e da cui il tempo e le illusioni l’avevano separata.


    Da quel momento è stato come cercare una porta, per uscire all’esterno, nel buio assoluto e non è stato semplice; ma, si sa, col tempo gli occhi si abituano all’oscurità e alla fine trovano, tra tutti i profili, la via d’uscita. Una volta fuori però la luce intensa ti colpisce, ti stordisce, ti confonde i sensi e l’animo e per un attimo che pare eterno ti senti perduto. Poi, però, i contorni si definiscono, scende lenta la calma nel cuore ed il tuo sguardo riesce ad abbracciare tutto ciò che ti circonda restituendoti la vertigine della libertà.


  • 13 novembre 2006
    Infanzia
    Intro: Un piccolo racconto che ci insegna come tutti noi dovremmo ricordare la nostra infanzia. Ricordare quando eravamo piccoli non vuol dire non voler diventare maturi, ma ci aiuta ad affrontare la vita in modo diverso. Tutti noi in fondo abbiamo un’anima di bambini ed è questo che ci salva: il saper e voler ancora sognare un mondo migliore.
    Come comincia: Ciò che mi consola è che anche le persone che paiono essere così diverse da me, anche quelle prima o poi almeno una volta nella loro vita sono state bambini, innocenti, la cui unica realtà percepibile agli ancora inesperti sensi era quella della fantasia.

    Un mondo perfetto, quasi idilliaco, dove i buoni riuscivano sempre a trionfare contro i malvagi e dove ognuno di noi poteva attraversare terre lontane, mari in tempesta, giungle selvagge, rimanendo sempre e solo nella propria cameretta. Poi un brutto giorno successe che quelli che erano i nostri aitanti eroi incominciarono a invecchiare, ad infiacchirsi; il peso dell’età incominciava a farsi sentire. Tu, anche tu piccolo o piccola eroe o eroina, proprio tu che mi guidasti e mi difendesti da leoni feroci, eserciti agguerriti, e nemici mastodontici, dici di esser stanco?

    Ti capisco.


    Il tempo passa per tutti sai?


    Anche per te…ma purtroppo anche per me…


    Riposa ora.


    Ti lascio sul tuo scaffale,si si, proprio li, dove troneggi rispetto a tutti gli altri giochi…


    Sei l’eroe che più volte ha salvato il mondo…nessuno ti potrà mai sconfiggere!!!!


    Mi dispiace…


    Ora giaci là sperando di finire quelle mille avventure che sono rimaste sospese nella testa di un bambino…


    Ma io


    Io


    Io o non sono più un bambino…


    Sono cresciuto sai?


    Ora ho la macchina, il sabato esco con le ragazze, vado alle feste , e la domenica allo stadio.


    Eh vecchio mio sei passato…è finito il tempo dei giocattoli!


    Sicuro?


    Eppure cosa ti succede quando riguardi quel vecchio e ormai logoro giocattolo?


    Perché ti soffermi? Tu sei grande… che cosa fai?


    Non sei il ragazzo duro che oramai guarda in faccia la realtà e sa di poter affrontare il mondo assoggettando tutti e tutto?


    Se è così… cos’è questa debolezza che ti prende?


    Lo so, hai capito.


    Lo prendi.


    Lo guardi un attimo così, in misto di rabbia e tristezza, vorresti buttarlo via, pum!!!!


    Cancellare il tuo passato, si, perché no?


    Ora prendo e lo butto si, si , io sono grande oramai, io sono forte…


    Ma poi ripensi…


    Già ripensi…


    Lui è il tuo più vecchio amico, quello che non ti ha tradito mai, e che ovviamente ha sempre acconsentito alle tue richieste.


    Finalmente hai capito.


    Lo guardi e cedi.


    Lo stringi al petto, gli chiedi scusa, perdono, quasi avessi ucciso una persona…


    Amico mio, tu mi sei sempre stato affianco e io…perdonami ti prego…


    Ma lui non parla…


    Non può più parlare…


    Eppure tu vorresti che tornasse a parlare, vorresti tornare a combattere al suo fianco contro miliardi di uomini assetati di sangue e vendetta perché lui è l’eroe più forte, lui è invincibile…


    Lui ti ha salvato…


    Ha avuto la sua ultima avventura insieme a te…


    L’avventura della vita.


    A tutti coloro che pensano già di essere uomini e di essere duri e forti, dedico questo mio racconto, perché capiscano che alle volte nella vita non basta dire o provare di esser maturi e cresciuti.


    A volte il ricordarci chi siamo e come siamo diventati quello che siamo ci aiuta molto di più di cercare di essere ciò che non si è.


    A tutti coloro che come me amano sognare di un mondo migliore.


    Dedico la mia infanzia.