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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
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  • 27 novembre 2006
    Attesi - Parole in Libertà

    Come comincia: Così arrivai a te su questa terra. Fra le foglie giallo oro di un lontanissimo autunno. Subito chiesi di te, vampiro dolce, e mi dissero che ti nascondevi nella notte. Attesi. Più decisa che mai a sfidare il tuo volo silenzioso. A riconoscere di te sospiri e gemiti che impreziosiscono paurosi pensieri. Calzai ali brune intrise di tramonti, maschere pallide baciate dalla luna... Attesi. Nei boschi ritagliati dei perdoni, nelle retrovie più impervie, negli anfratti misteriosi. Attesi. Il tuo bacio delicato che rende eterni. Il tuo abbraccio che confonde ogni pensiero. Attesi i tuoi occhi cielo e mare, lo sguardo glaciale di rugiada... E poi, d'improvviso, ti vidi: fratello maledetto e tanto amato! Avevi il sorriso lunare di chi sa amare anche nel dolore, la ragnatela degli sguardi tagliente e coinvolgente, la mano gelida di chi sa accarezzare il vento... E ti ho amato per prima. Offrendoti il mio collo e la mia serena angoscia... Ora, pur se ti perdo, saprei riconoscerti fra mille... assetato anche tu del mio chiarore metallico... Al volo, insieme, inseguiamo la notte. Ed approdiamo, sempre, nel cuore palpitante dell'esistere!

     


    Tvb sandra

  • 27 novembre 2006
    Angela e i Mondiali

    Come comincia:

    9 Luglio 2006. Angela è al Circo Massimo. Il maxi-schermo lontanissimo e dei campioni italiani si intravedono solo ombre azzurre. Angela è attenta, ma niente da fare, la palla non si vede. Ogni tanto un boato, una bordata di fischi e tante emozioni: i mondiali fino a quella sera per lei erano stati solo questo.
    Angela aveva 24 anni, in quell'arena romana era bella come nessun'altra. Si era da poco laureata in Economia a La Sapienza e, nonostante l'emozione azzurra, era infelice; non sorrideva, non saltava come chiunque altro. Una laurea che non avrebbe mai e poi mai voluto prendere, una vita che non era la sua. Angela era diversa, non aveva addosso quell'aria pariolina che la famiglia voleva a tutti i costi trasmetterle. A lei dei soldi non fregava nulla. Lei era per le manifestazioni studentesche, lei era per le occupazioni della città universitaria, lei era per la libertà. Il padre non riusciva proprio a capire da chi avesse preso. Figlia di notai, figlia della Roma bene, figlia dei salotti romani più in vista, Angela era stata sempre per la semplicità. Lei andava in giro per Roma in Autobus (il padre l'aveva affidata ad uno dei suoi autisti), lei indossava sempre la stessa maglietta e le scarpe con i lacci perennemente sciolti (il padre le aveva riempito l'armadio tanto da farlo sembrare un magazzino della Rinascente). Com'era diversa, com'era migliore. Elizondo fischia la fine del primo tempo e... l'inizio della felicità. Angela ha sete; decide di abbandonare per qualche istante gli amici per raggiungere una fontana.
    Francesco era lì, vicino quella fontana, che fissava lo schermo, con lo sguardo assente. A 25 anni non riusciva a prendere una strada, a concludere qualcosa, ad investire se stesso in una laurea, un lavoro, un amore che gli regalasse futuro. "Se solo avessi la grinta di Gattuso!", pensava.
    Ma quella grinta, quel coraggio, quel "non mollare mai" Francesco credeva di non averli. Angela era arrivata. Dopo innumerevoli spinte si era fatta largo e stava per bere a quella fontana, quando qualcosa ruppe gli equilibri. Si guardano, niente di più. Il tempo di riempirsi le guance d'acqua e l'Italia è di nuovo in campo. La folla non permette ad Angela di tornare indietro. Francesco non guarda più il match e ad Angela di intravedere la palla non interessa più così tanto. Erano ormai spalla a spalla. 45 minuti per tentare un approccio, niente. Francesco non aveva il coraggio di rivolgerle la parola. Angela si sentiva strana, sentiva gli occhi addosso di quel ragazzo. Come era timido, pensava. Non voleva essere lei la prima a parlare. Finiscono i tempi regolamentari, niente. Italia-Francia 1-1, Angela-Francesco 0-0. Ci parlo, non ci parlo, iniziano i supplementari, mezz'ora di indecisione, si sentono morire. I rigori. Dai Francesco è l'ultima occasione, si continua a ripetere, diventando sempre più teso, proprio come quel Lippi, quel Gilardino, quell'Inzaghi, scalpitanti su una panchina tedesca. "Bella partita, vero?", esordio agghiacciante di Francesco nel mondo di Angela. Come era tenero e ingenuo, pensava lei. Pirlo... Goal! Esultano entrambi, le loro spalle si sfiorano, lei gli chiede scusa (di cosa?!). Materazzi... Goal! Si guardano e sorridono, lui arrossisce. De Rossi... Goal! Rotto il ghiaccio, esultando si abbracciano, "mi chiamo Francesco", "io... Angela". Del Piero... Goal! Sono ancora abbracciati, da prima. La tensione era alle stelle, Grosso posiziona la palla sul dischetto, guarda il portiere, ogni telecamera è sul suo volto, parte la rincorsa, calcia... GOOOOOAL!!!! Il cielo è azzurro sopra Berlino, dice qualcuno in TV.
    La folla è in delirio, si salta, si grida, si sventolano bandiere. Si baciano, come avrebbero voluto fare da svariati minuti: Francesco si sente morire, come Angela. Quella sera Cupido aveva il sorriso di Grosso. Per la prima volta Francesco si sentiva coraggioso, felice, spontaneo, si sentiva vivo. Angela non era più tra i comuni mortali, baciava un Francesco di cui non sapeva nulla ed era felice, incurante del futuro che la sua famiglia avrebbe voluto costruirle intorno. Quella notte fu indimenticabile. Passeggiarono per ore, si raccontarono, si amarono, beati, verso un futuro tutto da scoprire.
    Luglio, 2030. "Mamma, ma mi spieghi perché papà ti guarda con quegli occhi ogni volta che l'Italia segna?"

  • 22 novembre 2006
    All'orto botanico

    Come comincia: La settimana scorsa siamo andati in gita con la scuola in visita all’orto botanico con tutta la classe. Un’esperienza davvero bella, che se non avessi fatto sicuramente avrei rimpianto, e di cui raccoglierò i semi e i frutti.

     


    Già nel pullman eravamo tutti euforici e verdeggianti.


    Scesi dal pullman Carletto si è precipitato correndo verso il cancello dell’orto per guadagnare terreno, e noi tutti dietro di lui.


    All’ingresso ai due lati del cancello c’erano due piantoni che facevano da guardie e controllavano chi entrava e chi usciva dal giardino. Abbiamo visto di tutto e di molto interessante. Gli alberi erano divisi, ci diceva l’insegnante: da un lato quelli provenienti dall’oriente, dall’altro quelli provenienti dai paesi tropicali………e così via, perché sono razzisti e potevano diramarsi questioni.


    Tra le tante piante abbiamo visto le piante grasse, che rubavano i panini agli ospiti dell’orto: non riuscivano a muoversi e ogni giorno dovevano fare mezz’ora di cyclette.


    C’era poi l’albero genealogico: alzando la testa ho visto appeso il nonno, il bisnonno e poi più in alto dei puntini che non sono riuscito a riconoscere: saranno stati gli avi…..Ave Cesare, e dall’altro lato le ave….Ave Maria.


    I cactus quando passavamo cominciavano a prenderci in giro ed a fare delle battute pungenti su di noi: hanno preso molto in giro Mirino. Ci hanno talmente preso per il culo che i nostri culi erano pieni di spine e tutti bucati.


    L’insegnante ci ha fatto notare “ la poltrona della suocera”, una pianta con le spine, non a caso il nome. E non era un pesce né un filo della corrente.


    “Le Ammazza mosche” che non si facevano passare la mosca per il naso ed avevano i rami finenti con palette bucherellate.


    C’era un albero con tante finestre ed un cartello appeso con tre stelle: era un albergo!


    Il custode era un uomo arzillo nonostante anziano, che aveva trascorso la intera vita li dentro, prendendo il posto del padre quando era morto, praticamente ci aveva messo le radici.


    Mirella stanca di camminare ha pianto per un bel po’, ma poi la maestra le ha detto: ”Piantala!” e ci ha fatto prendere una pausa: ci siamo fermati al bar dell’orto e ha ordinato per tutti una Millefoglie…..


    Mentre camminavo sono finito con i piedi in una pozzanghera situata al fianco di un salice piangente che era lì tutto solo. Era stato abbandonato dalle altre specie di alberi perché ne avevano le palle piene: si era creato attorno terra bruciata che non prendeva più! Era stato piantato in tronco anche dalla sua fidanzata Rosalina, una delle piante grasse che andava in bicicletta.


    Ma c’era anche un albero bello, attorniato sempre da tante piante e da una cerchia di suoi fedeli che si facevano chiamare i Trulli. Poi c’era un albero davvero gagliardo, un albero tosto “con le palle” che si faceva rispettare dagli altri, ma in fondo buono, tanto che portavano sempre regali ai suoi piedi: era l’albero di Natale.


    C’era un albero che stava sempre appiccicato agli altri, non voleva mai stare solo e sentiva il bisogno di legarsi…..era l’albero della colla.


    Le ragazze avevano voglia di qualcosa di buono, come dolci e caramelle e andarono verso l’albero della cuccagna.


    Giungemmo all’albero della carta con appesi ai rami i fogli A4 e l’insegnante ci fece fare un tema. Poi raccogliemmo un po’ di carte e facemmo una partita a ramino.


    Più avanti un Pino che ci indicò dov’era l’uscita, ma seguendo le sue indicazioni ci perdemmo. Doveva essersi sbagliato o ci aveva detto una bugia. Fummo distratti a un certo punto da due alberi, uno grande e uno piccolo a fianco: il grande lo rimproverava perché aveva fatto sega a scuola. Degli alberoni che discutevano sulla scena tra madre e figlio che scrivevano e parlavano di filosofia. Casinisti erano anche le o i piantagrane che creavano casini e litigavano e facevano litigare gli altri.


    All’improvviso venimmo assaliti da una puzza ed erano le piante dei piedi.


    Visto che l’orto era grande e ci perdevamo e non trovavamo l’uscita perché Pinocchio ci aveva preso per i fondelli, il custode ha dato ad ognuno di noi una piantina, con la raccomandazione di annaffiarla spesso.


    Mentre cercavamo l’uscita una foglia morta si posò sul sedere di Ada.


    Din don dan di Campanule e Campanelli…..Din Don Dan! C’era una chiesa con delle piante che dovevano sposarsi e attendevano i futuri mariti, “i pianti”che di lì a poco arrivarono emozionati e con gli occhi lucidi. Le coppie andavano a vivere in una casetta lì vicino. Entrammo a pian terreno, un piano pieno di sabbia. Nella casa erano alcune piante che a tavola impugnavano forchetta e coltelli e mangiavano la carne; altre piante un po’ più maliziose preferivano il pesce.


    Ci siamo sdraiati nell’erba e poi una volta alzati eravamo un po’ confusi e felici come quando ci consolava Carmen, una delle nostre insegnanti più buone. Passò poi una donna in bicicletta con dei fiori in mano che pedalava spedita come una cartolina.


    Le mie compagne Rosa e Margherita erano molto affascinate dai fiori del bosco.


    Il bar non aveva niente di vegetariano e Cecilia rimase male perché il professor Marameo le aveva detto che l’insalata era nell’orto. E sfiga quel giorno si era anche ammalato l’ortolano che girava tutti i giorni nel giardino.


    Ci passò dinanzi una pianta un po’ vanitosa, La Bella di notte, che essendo mezzogiorno era un cesso.


    Stanchi ma contenti in quei giardini di marzo e un uomo gridava gelati; ma stando tutto il tempo lì al verde i nostri soldi erano già finiti e ce ne dovemmo andare.


    Uscimmo dal parco rinvigoriti e rinverditi e tornammo a casa felici come dei tronchetti della felicità ed allegri come dei girasoli.

  • Come comincia:

    I
    Cammino spesso in mezzo alla gente pensandomi altrove.
    I sogni ad occhi aperti sono inventori di realtà sopra la coscienza e molto più audaci di quelli fatti nel sonno perché non cercano riparo nella gola profonda della notte ma reagiscono alla luce.
    Ho costruito un infinito tutto mio, tanto ridotto da tenerlo chiuso in palmo di mano.
    E quando lo scruto mi disegno costellazione, mappa di stelle in un’eternità d’ombra, piccola donna in mezzo al suo cielo.

    II
    Ad un tratto avverto il peso di sentirmi estranea e mi sorrido come si sorride ad uno sconosciuto di passaggio.

    III
    La notte. Preferisco la notte. All’ombra di tutte le cose, vedo meglio tutte le cose.
    Le case, i vecchi alberi della pineta, il gatto accoccolato sul davanzale di fronte, la ragazza che passeggia per strada, i volti. Tutto mi appare più chiaro. Persino i miei stessi pensieri hanno diversa consistenza nell’oscurità. Riesco a dargli una forma e uno spazio che il giorno abolisce.
    Fisso il soffitto ed ecco nuvole, uno sguardo alle pareti e sono mare. Questo per me è l’evidente. Vedere laddove non si sarebbe mai guardato.
    Immagino la mia vita un naufragio continuo nella solitudine delle stelle se solo il sole non le nascondesse ad ogni alba sotto il suo talamo d’oro.
    Ah, la notte. Come preferisco la notte!

    IV
    Oggi ascolto la pioggia. Ne imparo il linguaggio. Ogni goccia che invoca di cadere al suolo è un po’ di cielo che si stacca per non morire solo.

    V
    Sull’amore. Quante pagine sprecate per amore! Non ne parlerò come altri prima di me. L’amore è solo amore. Non dovrei giudicarne natura e fatti.
    Soltanto il dolore è da condannare perché il più noto giustiziere di tutti gli amanti.

    VI
    In un angolo del mio ufficio mi sono inventata a misura di quegli impalpabili movimenti di sogni che si agitano sulla soglia dell’essere. E sono stata altro.
    E ho permesso a tutti gli estranei miei coinquilini di vita di divenire altro.
    Mi sono sdoppiata per vedermi come non voglio essere e andare libera dove volevo abbandonandomi laggiù per qualche istante.
    Ho creato mondi durante la mia assenza che in questa presenza fatta di carne e di vuoto non raggiungerò mai.
    Ma in ognuno di loro mi sono guadagnata un posto d’abitare quando fingo di non essere io.

    VII
    Se non soffrissi di malinconia come di un comune mal di testa non potrei scrivere molte delle cose che scrivo. Ho cura di tutto ciò che è stato come di un amore che minaccia di restare solo e continuo a farmi ritratti di parole su fogli rubati distrattamente, dove capito.
    Non si comincia mai qualcosa partendo dal passato. Per questo ho comprato un diario che non aprirò né oggi né domani.

    VIII
    Stasera la luna ha partorito un nuovo sognatore che, come tutti i sognatori, la sospirerà sempre per non conoscerla mai.

    IX
    Ho sempre creduto che le farfalle fossero pensieri. Pensieri mandati da qualcuno in cerca di qualcun altro. Così, quando una di loro oggi mi ha seguita per tutto il cammino, perfino la solitudine che mi accompagna ora dopo ora si è fatta donna in carne ed ossa capace di prendermi per mano.

    X
    Non resterò qui a lungo.
    Amo cambiare città come il tempo l’umore, le stagioni l’abito. Essere troppo presente in uno stesso posto mi fa sentire unica, mentre io mi riconosco multipla.
    Ho tante di quelle persone dentro di me che spesso mi scopro “folla”. Un gran chiasso di gente dalle tante identità desiderosa di farsi conoscere. Non potrei né per decenza né per educazione evitare di lasciare i luoghi o le persone che incontro.
    C’è qualcosa che mi parla d’autunno alla finestra. Forse un colore, uno scherzo del vento tra i rami, una foglia che danza nell’aria, la notte che precede più rapida il giorno, un bambino che ha smesso di giocare.
    No, non resterò qui a lungo. Mi cambio identità come la terra la pelle.
    E tra questi fogli rubati distrattamente, dove sono capitata, lascio le ultime tracce di me e della sconosciuta che sono.

  • 21 novembre 2006
    Tumtumm

    Come comincia: Tumtumm……………… Tumtumm………………Tumtumm………………..

     


    1000 profumi, 1000 volti, 1000 nazioni, 1000 emozioni… tutto racchiuso in una strana scatola in movimento.


    Quante storie, quante gioie e quanti dolori, quanti pezzi di vita che mi fluttuano accanto. Un ragazzo con l’orecchino in giacca e cravatta, un vecchietto in pantaloncini e calzettoni, un bambino con i libri di scuola ed uno con lo skate, una donna che sembra un uomo ed un uomo che sembra una donna, o magari lo è, un ragazzo di colore, una signora asiatica… Insomma: la vita nella sua stranezza e nella sua molteplicità, la vita che viaggia con me nella metro delle 8 meno 10!


    Entra una ragazza con il burka: avrà più o meno la mia età. La guardo. Mi guarda. In un attimo immagino la sua storia così lontana dalla mia e in un attimo mi accorgo che almeno per quel momento, almeno tra quei sedili, almeno in quel piccolo mondo che viaggia sulle rotaie roventi alle 8 meno 10 del 14 giugno 2006 io e lei stiamo vivendo esattamente lo stesso pezzo di vita.


    Strani pensieri. Idee bizzarre. Vedo una mamma che abbraccia il suo bambino. Penso alla mia. Lontana. Penso ai suoi occhi azzurri che mi fissano dolci, rassicuranti. Penso che mi manca. Mi manca averla accanto quando il mondo mi schiaffeggia. Mi manca averla accanto quando la gente è troppo crudele con me e mi butta a terra, e mi calpesta…


    Tumtumm……………… Tumtumm…………… Tumtumm………………..


    La metro continua a viaggiare incurante dei miei pensieri. Gli sguardi si incrociano, le teste si abbassano, la gente si scruta. SILENZIO.


    Una vecchietta fa difficoltà a d entrare. Si siede, stanca. Assomiglia a mia nonna che ormai non c’è più. Penso alla gente lontana, a quelli che ormai sono in un mondo parallelo, più grande e più incomprensibile del nostro. UN BRIVIDO. Momenti lontani mi tornano alla memoria, riesco a sentire profumi che se ne erano andati con lei…emozioni forti, ma BASTA!


    La porta scorrevole si apre. La gente esce ammassandosi l’un l’altra. La mamma corre via tenendo per mano il piccolino, probabilmente in ritardo per qualche appuntamento. La ragazza con il burka sparisce tra la folla e la nonnina si ferma per il timore di essere scaraventata a terra dalla calca impazzita. Il piccolo mondo della metro delle 8 meno 10 scompare… così… in un attimo, come in un attimo si era creato. E sopra… lassù… in cima a quella scalinata mi aspetta il Mondo Vero, quello che a volte sembra troppo grande, quello che spesso spaventa, quello che sa essere tanto meraviglioso, quanto crudele. Al di sopra delle rotaie c’è la Vita che ogni giorno mi riempie di emozioni indescrivibili. La vita che scorre veloce ed intensa come la metro delle 8 meno 10!

    Tumtumm……………… Tumtumm…………… Tumtumm………………..

  • 16 novembre 2006
    Una madre

    Come comincia: Non posso pensare che stia succedendo di nuovo.
    Non è possibile, me lo hanno detto mille volte e io mille volte gli ho detto
    di non credergli, ma solo per scaramanzia, solo per essere sicura di non trovarmi di nuovo qui.
    Devo cancellare quel dolore se voglio restare viva,
    devo cancellare quei ricordi ma tutto il passato è stato risucchiato in quei momenti.
    Se li cancello cancellerò tutta me stessa.
    Devo restare viva, devo dare il sangue al mio grembo se voglio avere speranza che non succeda più.
    Ma risento le mie urla, quelle inutili urla senza il pianto del bimbo, le sento da lontano, nel dolore di mio marito che si è asciugato il cuore per non affliggermi con le sue lacrime.
    Ma devo risvegliarmi e restare attaccata ad altri ricordi: la gita in Grecia, la prima volta che l’ho conosciuto, la prima volta che abbiamo fatto l’amore e la prima nausea,
    i gorgoglii di lui che stava crescendo…
    di nuovo l’imbuto mi porta nel buco nero della mia esistenza…
    ti prego svegliami, con una fitta che solo tu puoi darmi,
    ti prego strappami da questo incubo.
    Questa volta licenziami dal ruolo di madre e fammi essere solo un animale ferito.
    Voglio solo licenziarmi per sempre…
    Che difficile mestiere quello di madre.
    Il più naturale, spontaneo ed inesorabile mestiere, allevare un mostro che ti distrugge,
    che si prende la tua bellezza e il passo sicuro delle tue gambe,
    che si ciba del tuo corpo impedendo che tu lo alimenti.
    Un mostro, che per uscire cerca di ammazzare chi lo ha nutrito, che una volta uscito si attacca come un parassita alla pianta uccidendone libertà e giovinezza.
    Eppure torno per la seconda volta a questo mostro con la speranza di riuscire a cibarlo per davvero.

    Mi sono chiesta mille volte in cosa ho mancato la prima.
    E’ rimasto senza cibo. Una disfunzione della placenta dicono, ci sono termini e statistiche precise.
    Nessuna mi dice in cosa ho mancato.
    Lo amavo molto più di ora, come una verginetta convinta che l’uomo bruno, alto e abbronzato, le stia attorno solo per la bellezza del suo viso e non per la voluttà del suo corpo.
    Se ho ammazzato quel primo amante, che speranza ho di nutrire questo altro sapendo che mi vorrà stuprare?
    Nessuna, ecco perché sono di nuovo su un tavolo operatorio, su un freddo tavolo che mi congela la schiena come il cuore sapendo già come va a finire.
    L’infermiera mi dice che non lo sente più, senza passione, con veemenza
    solo per contrastare la mia cocciutaggine che dice che lo sento muoversi dentro
    che non può essere morto se continua a darmi calci.
    Lei accetta di buttare via lo stetoscopio e di bagnarmi la pancia con il liquido per la ecografia.
    La sonda è come la luce dei campi di concentramento che cercano gli eventuali prigionieri che fuggono.

    Eccolo! Torna indietro con la sonda!

    Lo ribecca, lo vede muoversi, cerca di tranquillizzarmi dicendo che mi preoccupo inutilmente, che lui sta bene e si muove.
    Io le vorrei spaccare la testa, fino ad un attimo prima ero pazza perché lo sentivo ancora…

    Me ne vado.
    Senza un parola come se qualunque cosa potesse compromettere lo scampato pericolo,
    senza un sorriso perché non è ancora finita e non lo sarà mai,
    anche dopo nato,
    perché chi ha provato il dolore vero una volta ne sarà sempre schiavo,
    dipendente per sempre dalla vertigine di una morte che può tornare in ogni momento,
    nell’auto che sbanda mentre attraversi la strada o nel fulmine che rimbomba lontano da casa.

    Oggi è il due novembre e incredibilmente mi sento più rilassata.
    La mia pancia mi pesa un po’ ma posso camminare senza problemi.
    C’è tanta gente al cimitero, mille visi diversi, chi piange e chi sorride nell’incontrare i ricordi dei propri cari o le pacche sulle spalle degli amici che si re-incontrano dopo tempo.
    La vita e la morte giocano con gli uomini in questo posto, tra i baci incerti di novantenni che, tremando, allungano le labbra verso bambini già troppo alti
    e una bimba dagli occhi di ghiaccio e dai capelli biondissimi stretti tra mille treccine.
    Lei che ha perso la madre in un paese lontano abbraccia una ragazza che per quel mestiere ha inutilmente rischiato la vita.
    Anche lei sorride alla bimba e a me che, poggiando il pancione su una piccola lapide bianca,
    faccio incontrare nell’unico modo possibile le ombre dei miei due bimbi.

  • Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 2


    Luigi XV, detto il Beneamato,  non si era mai posto il problema di cosa fosse nella sua essenza la regalità, viveva nella certezza che il sovrano fosse un essere superiore e del tutto diverso dai comuni mortali, come i suoi precettori gli avevano inculcato. Asceso all’età di cinque anni al trono di Francia, si sentiva investito da Dio per elezione con la missione di difendere la religione cattolica. Credendosi una emanazione della divina provvidenza fu sempre sicuro che il padreterno non lo avrebbe mai punito, fossero pure i suoi peccati gravissimi. Senza preoccuparsene, dunque, tutta la vita si crogiolò nella tentazione. A sessant’anni aveva già regnato per più di mezzo secolo ma, indolente e poco amante del mestiere di re, lo aveva fatto delegando ad altri gli spinosi affari della politica per dedicarsi a ciò che gli premeva: le donne belle, la buona tavola e la caccia al cervo.


    Come marito e  come padre il Beneamato non si era impegnato molto, così non si impegnò come nonno. Suo nipote, il futuro Luigi XVI, evitava di incontrarlo perché ne aveva soggezione ma, pur credendolo un eletto,  in fondo biasimava la sua esistenza libertina. Lo stesso faceva sua moglie Maria Antonietta che, appena arrivata a Versailles, era rimasta fortemente scioccata dall’incontro con la sua favorita, Madame du Barry.


    Al tempo in cui il delfino Luigi Augusto festeggiava le nozze con l’ arciduchessa Antonietta, una quarantina di membri della famiglia reale si erano riuniti per cenare  nel grazioso castello di La Muette, situato nel Bois de Boulogne. Tra gli invitati Maria Antonietta era stata colpita dall’avvenenza di una donna alta, dallo sguardo tenero incorniciato di riccioli color grano, dal seno candido e prorompente evidenziato da un abito sontuoso. Invidiandone l’  eccezionale bellezza si domandò perché nessuno si fosse preoccupato di presentargliela.


    - Chi è quella signora? – chiese a Madame de Noailles, sua dama di compagnia.


    - Madame su Barry è incaricata di far divertire il re… – rispose  l’altra a metà tra l’ imbarazzo e il disappunto.


    - Che bella occupazione! Vorrei essere al posto suo – ciarlò la ragazzina.


    Madame de Noailles alzò un ciglio:


    - Cosa ? Maestà, sapete quel che dite?


    Maria Antonietta, dopo un attimo di esitazione, all’improvviso capì che si trattava dell’amante ufficiale del nonno. Non lo avrebbe detto in quel luogo e in quella occasione: pensò che doveva avere un grande ascendente sul re visto che le era permesso, malgrado facesse scandalo, sedere a tavola con tutta la crema dell’aristocratica parentela e degli ospiti illustri. Com’era bella quella donna! Com’era sfrontata, com’ era potente senza titolo alcuno. Da quel momento la delfina entrò in competizione con lei dichiarandole guerra. La detestava perché di fronte a quel fascino primitivo e sensuale, persino il lignaggio veniva sminuito e  per una futura regina, titolo a cui Maria Antonietta aspirava, questo rappresentava una minaccia, tanto più grande quando scoprì che la du Barry veniva dai bassifondi, come in seguito seppe dalle zie che la odiavano senza pudore.


    Era il 1768. Sulla soglia dei sessant’anni, il sovrano si ammalò di depressione per la scomparsa di madame Pompadour, sua amante per un ventennio e stimata consigliera. La  dolorosa perdita  si sommava inoltre a gravi lutti familiari: a distanza ravvicinata gli erano mancati la figlia, il figlio e il nipote delfino.  L’interesse del re per la vita sembrò essersene andato, la cattiva salute della regina peggiorò la situazione.  Ma inspiegabilmente,  proprio negli ultimi mesi della malattia della moglie, Luigi XV di colpo era sembrato risorgere. Non si trattava però di un miracolo: presto si scoprì che la guarigione si doveva a l’Ange, cioè  all’ “Angelo”, come era chiamata Jeanne Béçu, una signorina molto nota  negli ambienti più  libertini di Parigi.


    Luigi XV l’aveva incontrata durante una delle solite uscite di palazzo.


    La carrozza reale attraversava due ali di folla quando una giovanetta procace, vestita in maniera vistosa, ritta sul suo percorso, si era lanciata verso di lui tentando di  prendergli la mano:


    - Maestà, vi adoro… – e liberò da nastri e spilloni, con gesto inconsueto e trasgressivo,  la sua chioma di seta.


    Sedotto da tanta leggiadria, il vecchio sovrano aveva sorriso e in seguito si era affrettato a domandare chi fosse a Le Bel, il valletto di camera che con lei aveva scambiato due parole.


    - Si chiama Jeanne – aveva risposto Le Bel -  ma per tutti è l’Ange…  giovane signora che ha contratto un matrimonio in bianco.


    Sul volto del re apparve un sorriso molto soddisfatto:


    - E’ il caso che io la conosca, Le Bel, datti da fare per portarla a corte.


    Ciò che Luigi XV non sapeva era che l’Ange era una prostituta che con le sue arti aveva convinto lo stesso valletto affinché la ponesse bene in vista sul percorso regale, facendolo  contravvenire con grande rischio alla norma che ne vietava l’ accesso alle cortigiane professioniste.


    La vita di Jeanne era stata avventurosa: nata nel 1743 a Vaucouleurs da un frate francescano, chiamato fratello Ange, e da una donna di umili origini, cresciuta a Parigi, aveva ricevuto un minimo di educazione nel convento delle Adoratrici del Sacro Cuore di Gesù. A quindici anni, tornata in famiglia, le era toccato pensare al proprio mantenimento. Sua madre, sarta e cuoca, spesso aveva contato sulla generosità di amanti occasionali e d’istinto Jeanne la prese ad esempio. Domestica prima,  commessa poi in un negozio di moda, quindi aiuto parrucchiera, si era data senza risparmiarsi a numerosi ammiratori ma, a causa di un’ avvenenza folgorante unita alla fragilità di donna sola, spesso era finita nei guai. Ambiva come tutti a una vita piacevole, a indossare bei vestiti, a possedere gioielli. Era disposta a investire molto: suo capitale una grande sensualità che voleva far fruttare. Quando a ventuno anni conobbe il sedicente conte Jean Baptiste du Barry pensò che questo avventuriero scaltro le sarebbe stato di aiuto. Divenne sua amante e di li a poco lui fece di Jeanne quella che oggi chiameremmo “una squillo di alto bordo”.


    Jean Baptiste du Barry discendeva da una famiglia di notabili provinciali che possedevano  a Levignac sulla Save alcuni appezzamenti di terreno.  A Tolosa, dopo aver cercato di farsi strada come avvocato sposando una moglie ad hoc, si era ricoperto di debiti rischiando la rovina. Megalomane e ambizioso,  aveva cercato la rivincita nella grande capitale dove  trasformò il suo amore per la dissolutezza in una redditizia professione. Energico, temerario sino alla violenza e alla sopraffazione, possedeva ciò che anche oggi distingue molti uomini di potere: il gusto della provocazione fine a se stessa e un’assoluta mancanza di scrupoli. Lo chiamavano roué, ruotato, meritevole cioè del supplizio della ruota, come Filippo d’Orleans definiva i compagni di bagordi. Con il danaro si permetteva una vita da gran signore: nella sua fastosa casa attirava libertini, scrittori di successo, curiosi. In compagnia delle giovanissime e graziose protette frequentava i luoghi alla moda ma, pur vendendo bene i favori delle fanciulle, era ancora in attesa dell’occasione che avrebbe definitivamente cambiato la sua vita.


    Questa occasione gliela offrì l’Ange.


    Incontratala nel 1764, il sedicente conte capì subito come possedesse qualità eccezionali, dovute non solo alla bellezza. La portò a vivere con sé, guidò il suo tirocinio erotico. Quando arrivarono i clienti fu un successo tale che l’ispettore di polizia Mathieu Marais, il 27 settembre 1765, classificò come “esistenza infame” il numero quotidiano di appuntamenti con uomini di tutte le età. L’Ange, mise a verbale Marais scandalizzato, veniva “affittata a chiunque purché nobile e facoltoso”.


    Tra i tanti signori a cui era stata offerta,  c’era anche il duca di Richelieu. Costui, grande gaudente e libertino, apprezzava molto i favori sessuali dell’Angelo e dopo l’amore qualche volta si fermava da du Barry a cenare. Una sera, nel salotto ricco di broccati, alla fine di un pasticcio di selvaggina generosamente accompagnato da un vino delle  Borgogna, Richelieu sciolse la lingua con più convinzione e allegria del solito:


    - Sapeste… sua maestà si sta spegnendo, pensare che era un tombeur des femmes! Tutti si danno da fare per trovargli una sostituta della Pompadour,  ma finora non c’è riuscito nessuno…  farebbe un bel colpo chi potesse…


    - E perché pensate abbiano fallito? – chiese du Barry


    - Ci vuole carne fresca e di prima scelta. Con l’età il re è diventato molto esigente!  – rise allusivo Richelieu.


    Il ruotato si accodò, ma non osò confessare l’intuizione che improvvisa lo aveva folgorato: Jeanne  era l’amante perfetta da proporre a Luigi XV! Il giorno dopo era già corso a cercare l’ onnipotente valletto di sua Maestà.


    La sera che Jeanne Bécu fu introdotta alla presenza  del re indossava una veste immacolata, elegante e virginale, adatta alla parte di “sposa in bianco”. Si era lavata con molta acqua calda e il suo sesso aveva ricevuto il battesimo d’ambra, quel rito di profumazione per cui era famosa. Al tempo in cui gli aristocratici si pulivano pochissimo, pisciavano a ogni angolo della reggia, indossavano parrucche intrise di sudore,  Jeanne  si lasciava dietro una scia di primavera, si muoveva con passi seducenti, avviluppava nelle sue spire amorose. Luigi XV, malgrado la vita da gaudente e le molte esperienze amatorie, non aveva mai conosciuto un’autentica professionista. Nemmeno al Parco dei cervi,  ritiro di Versailles dove aveva messo al mondo una dozzina di bastardi,  gli era capitato di provare ciò che sperimentò quella notte.  Jeanne Beçu, istruita dal du Barry e per nulla intimidita dal regale cliente che sentiva  disarmato nella nudità, compì il suo capolavoro.


    Alcuni giorni dopo passeggiando per il parco con il bigotto duca di Noailles il re confidò estatico:


    - Quella donna possiede l’arte di rianimare i miei desideri.


    - Sua Maestà non è mai stato in un bordello – rispose con sincerità il duca.


    Ma Luigi XV,  trasognato e con la mente altrove,  non afferrò.


    Il monarca e l’Ange si incontrarono ancora e poi ancora e presto divenne chiaro a tutti  che la loro frequentazione stava passando da saltuaria a stabile. Preoccupato per lo scandalo che ne sarebbe derivato, assalito dai rimorsi, Le Bel decise, non senza angoscia, di rivelare  al re la verità. Con pazienza lo sorvegliò dall’ occhio di bue, sala attigua a quella del sovrano così chiamata per la finestra tonda, dove i visitatori illanguidivano lusingati di fare anticamera per ore sotto una volta di stucchi e putti d’oro. Nel momento in cui fu solo, fattosi coraggio, il valletto chiese di parlargli. Il Beneamato , stupito e temendo noie, lo guardò diffidente.


    - E’ per via di madame… -  lasciò cadere Le Bel.


    - Madame?


    - Maestà perdonatemi…


    - Dimmi Le Bel…


    L’altro deglutì sibilando:


    - Si dice che Madame abbia avuto molti amanti, addirittura che sia una professionista…


    Attimi di panico e silenzio.


    - E chi lo dice?


    - Tutti… la corte,  Maestà… il passato di madame…


    Il sovrano lo bloccò:


    - Quale passato? Il passato non esiste…


    - Maestà…


    - Chi ti dice che non siano panzane?


    - L’intera Parigi è testimone…


    A quelle parole il re si adirò davvero:


    - Calunnie! Non ci credo…  se anche fosse non me ne importa!


    - Maestà…


    - Lasciatemi in pace!


    - Maestà…


    - Vattene! Voglio stare solo…


    Superati lo sconcerto e il dolore, l’ansia per un problema che non si era posto e che non voleva sentirsi porre, Luigi XV si ritirò nelle sue stanze rifiutando di incontrare chicchessia, ma dopo qualche giorno capì con disperazione che a Jeanne Béçu mai avrebbe rinunciato, fosse pure uscita da un bordello. Quella donna era l’ emanazione giovane delle sue vecchie carni: un fiore da non recidere! Col tempo, però, maturò l’idea che le offese alla morale non dovevano essere sottovalutate perché alla lunga avrebbero minato il suo potere divino e, proprio per  vivere quella relazione in libertà, stabili di far qualcosa per salvare l’onore e per zittire cortigiani e sudditi.


    Fu Jean Baptiste du Barry a trovargli la soluzione, un escamotage soddisfacente per il reciproco tornaconto. Nell’impossibilità di sposare Jeanne lui stesso,  in cambio di una lauta ricompensa propose un matrimonio di facciata con il proprio fratello scapolo, e poiché la famiglia du Barry millantava titoli nobiliari Jeanne sarebbe divenuta contessa e le sorelle del du Barry sue dame di compagnie.  Il ruotato trafficò con così pochi scrupoli e tanta abilità che quando ritornò a Levignac sulla Save, il paese natio della Guascogna disteso accanto a un corso d’acqua, lo fece dotato di un capitale invidiabile e della promozione a  Conte dell’isola di Jourdain. 


    L’Ange nell’autunno del 1768 si trasferì definitivamente a Versailles dove divenne la contessa du Barry.  Luigi XV,  mai largo di manica con le favorite precedenti,  per assecondare i suoi desideri attinse alle casse dell’erario come fossero senza fondo: nei cinque anni che li videro insieme il sovrano le regalò vestiti, gioielli, residenze lussuose. Anche se Madame du Barry, istintiva, generosa e semplice, unica a trattare la servitù con cameratismo, all’inizio si sistemò volentieri col piccolo seguito nell’appartamento lasciato libero da Le Bel.  Il povero valletto, infatti, poco tempo prima,  era morto a causa di una crisi epatica.  A Versailles si malignava che se ne fosse andato per il dispiacere di aver contribuito alla disfatta morale del suo signore, per non essere riuscito a impedirgli di esporsi al ridicolo della corte e alla perdita di stima dei sudditi.


    Erano infatti molti i denigratori dell’Ange. Il duca di Choiseul primo tra questi: aizzato dalla sorella, livida per aver visto sfumare la possibilità di diventare a sua volta favorita, le fece una tale guerra che gli costò l’esilio. Madame du Barry non si curava troppo delle maldicenze, grata del potere che aveva ricevuto  partecipando alle nozze dei tre nipoti del re. Girava per il Trianon con abiti che fluttuavano sulle sue forme armoniose: una moda nuova e un modo per restituire al sovrano il giusto  lustro. Via stecche e panier, via ogni forma di trucco, annodati con nonchalance i riccioli biondi, l’Ange era splendida!


    La stella di madame du Barry declinò il giorno che Luigi XV scomparve. Dopo la sua morte, Luigi XVI con una lettera le ordinava il confino a molte miglia da Parigi, nel monastero di Pont aux Dames. Partì piangendo in una fredda alba primaverile e la sera si ritrovò nella cella lugubre di un edificio in rovina. Difficile prova, giorni interminabili e senza futuro,  ma col tempo si fece benvolere dalle suore e in capo a un anno il principe di Ligne, uno dei più grandi signori dell’epoca, mosso a pietà, si decise a chiedere udienza a Maria Antonietta:


    - Madame – disse dopo un profondo inchino – Iddio vi ricompenserà per la vostra indulgenza… permettete che Madame du Barry ritorni a essere libera.


    - Signore come potete chiedermi questo?


    - Madame, lassù la carità è riconosciuta…. – e guardò il cielo - non dubito che voi siate caritatevole…


    Il labbro inferiore della regina fremette, sul volto un’ombra sprezzante e un lungo silenzio. Pensò alla rivale come a un idolo infranto. Deglutì.


    - E va bene, purché abiti a non meno di dieci miglia da Parigi e da Versailles…


    La nuova residenza di Madame du Barry fu il castello di Louveciennes, regalo del defunto re di Francia arredato da lei con stile personale. A soli trentatre anni, bellissima, di nuovo in possesso di ricchezze notevoli, non volle cercarsi un marito. Divenne seguace delle idee di Jean Jacques Rousseau scoprendo le gioie della natura, passeggiando nel parco all’inglese, godendosi i quadri, i mobili e gli oggetti preziosi, ricevendo la crema della società, partecipando alla vita di Louveciennes e facendo molta carità ai suoi paesani. Ma nel 1789 neanche quel ritiro di campagna si salvò dalla tempesta della rivoluzione. In quel periodo Madame du Barry  con generosità e coraggio aiutò gli amici nascondendoli nella sua residenza e riallacciò i rapporti con la famiglia reale, superando  l’ antica asprezza e  prodigandosi per loro. Nel 1791, dopo un malaugurato furto di diamanti preziosissimi, dovette recarsi più volte a Londra per recuperarli. I suoi viaggi insospettirono le autorità francesi e al ritorno di uno di questi fu arrestata e imprigionata alla Conciergerie dove subì un processo. Testimoni d’accusa non pochi ingrati abitanti di Louveciennes e la servitù che pure aveva beneficiato della sua generosità. I suoi concittadini, gli amici e i conoscenti, le  rivolgevano sguardi inquisitori, perversi e ottusi, mentre Fouquier-Tinville, implacabile accusa agli ordini del comitato di salute pubblica durante il Terrore, camminando avanti e indietro sottolineava la requisitoria con enfasi ieratica: - Colpendo una Messalina colpevole di cospirazione contro la patria, non soltanto vendicherete la repubblica delle sue offese!... ma sradicherete uno scandalo pubblico e affermerete il dominio della morale!...


    Povera madame du Barry! Quando la condussero al patibolo pareva un vitello al mattatoio: urlò, pianse, stracciandosi le vesti implorò clemenza. La folla si commosse. Il boia, toccato nel profondo, si affrettò a concluderne il supplizio.  Stessa sorte toccò al vecchio pigmalione:  era un freddo giorno di gennaio del 1794 quando Jean Baptiste du Barry pose il capo sul ceppo e incrociando con lo sguardo il cielo livido si sentì trafiggere dall’inutilità della posta per cui aveva tanto combattuto.

  • 16 novembre 2006
    L'Essere

    Come comincia:

    Carmen era una ragazza bellissima: di statura normale, occhi e capelli nerissimi, carnagione scura, fisico snellissimo, con due tette grosse e sode come meloni… A guardarle, ti assaliva una voglia pazzesca di palparle fino all’infinito! Aveva i lineamenti dell’antico e saggio popolo azteco, ma era italianissima, e penso che ne fosse fiera, anche se non era una nazionalista, anzi adorava i popoli e le culture straniere…

    Fu lei, per la prima volta, a mettermi in guardia contro quella”cosa”indicibile, raccontandomi di come si sentisse male solo a guardarla: le produceva una sensazione vomitevole nel vero senso della parola, per non parlare, poi, dell’odore nauseabondo che emanava, il quale, infiltrandosi nelle narici, la faceva star male per giorni interi, fino ad intaccarne, a volte in maniera davvero disgustosa, l’eterea bellezza…

    Carmen la odiava a morte: avrebbe voluto toglierla, per sempre, dalla faccia della terra, ma, a quanto diceva, era una cosa difficilissima! Per dire la verità, a me non sembrava una”cosa”così immane, anzi, a volte, la trovavo piacevole; forse, anche per questo, Carmen la detestava con tutte le sue forze… Sta di fatto che, negli ultimi tempi, Carmen stava veramente esagerando e, se prima ascoltavo i suoi racconti sulla”cosa”infernale con interesse e meraviglia, ultimamente mi annoiavano a morte, anzi, cominciavo a stare proprio dalla sua parte: sì, avete capito bene, facevo il tifo per la cosa aliena, per l’essere, anche perché credevo fosse tutta un’invenzione della fervida fantasia di Carmen.

    ***

    Il primo omicidio avvenne in una serata di fine settembre: l’aria estiva tardava nel farsi dare il cambio dalla brezza autunnale, così le coppiette ancora si appartavano nel buio ed isolato”vecchio molo”, dove, si diceva, ogni tanto appariva una barca fantasma, con il suo timoniere che intonava, nel vento, una vecchia cantilena sugli orrori marini.

    Quella sera Monique ed il suo ragazzo erano, appunto, lì, in macchina, seminudi, perché lei era ancora restia nel darsi completamente a lui e, per questo, le loro voci erano un po’ alte nel discutere sui motivi che avevano portato Monique a fare quella scelta; di lì a poco, sicuramente, alle parole sarebbero seguiti i fatti (Luke era un tipo molto più violento di quanto potesse sembrare), se, in quel preciso istante, qualcosa di viscido e informe, non fosse intervenuto, trascinandosi Monique fuori dal finestrino, così rapidamente da non farla neanche urlare: Luke era rimasto in macchina, inebetito dalla paura, a guardare, come se fosse in un cinema, un film dell’orrore in tre dimensioni… Quell’essere si stava, letteralmente, divorando Monique, ma non facendola a pezzi o che altro, la stava, semplicemente, risucchiando dentro di sé e, ad un certo punto, sembrava come se Monique e l’essere fossero una cosa sola; i conati di vomito scossero il petto di Luke così forte da fargli sembrare di stare per sputare l’anima: invece era solo la cena consumata poche ore prima!

    Quando tornò in sé, di Monique erano rimasti solo i vestiti: puliti e ben piegati quelli all’interno della macchina, e a brandelli insanguinati quelli all’esterno…

    La sbirraglia del luogo chiuse subito il caso facendo sbattere Luke in un manicomio criminale (chiaramente non avevano creduto alla versione del ragazzo), da dove sarebbe uscito, dopo due anni, completamente ristabilito e pronto per essere riammesso in società: Luke, da pari suo, avrebbe ringraziato facendo a pezzi, con un’ascia, suo padre, sua madre ed il parroco della chiesa del suo quartiere, per poi impiccarsi con una fune metallica…

    ***

     Due giorni dopo quella terribile notizia, che aveva scosso tutto il paese, Carmen venne a bussarmi a casa, e una volta apertale la porta ed avendola fatta entrare, ella, ansimando per l’agitazione, esclamò:

    “Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo!”
    “Cosa?”, le chiesi, non sapendo, veramente, a cosa alludesse
    “L’omicidio! Non è stato quel ragazzo, ma la”cosa”!”, replicò Carmen, cominciando di nuovo a parlarmi della sua”cosa”abominevole, tanto da stancarmi subito. La feci sfogare sulle sue teorie paranoiche per più di un’ora, facendo finta di ascoltarla, poi, al limite della sopportazione umana, per non commettere un omicidio a mia volta, le inventai una scusa banale e la sbattei fuori di casa…

    “Succederà ancora: ammazzerà di nuovo!”, fece in tempo a dirmi, prima che la porta di casa le si stampasse sul viso che, pur bellissimo, mi era venuto a nausea!

    ***

    La radio stava trasmettendo una vecchia ed inquietante canzone dei Black Sabbath, quando la voce, gracchiante, dello speaker risuonò nell’altoparlante:

    “Interrompiamo il programma per dare la notizia di un altro efferato omicidio, avvenuto la scorsa notte, sul lungomare est della nostra città…”

    Uscii di scatto dal bagno con lo spazzolino da denti ancora infilato in bocca e la schiuma che cadeva giù sul pavimento!

    “…Pare che gli agenti abbiano collegato quest’ultimo con l’altro delitto avvenuto una settimana fa. Anche in questo caso, della ragazza, sono stati ritrovati dei vestiti a brandelli, sporchi di sangue! Per saperne di più, vi rimandiamo al notiziario delle ore tredici.”

    Non era possibile: due omicidi in una sola settimana. Carmen l’aveva previsto. Dovevo andare da lei…

    “Adesso mi racconti per filo e per segno questa storia! È un parto della tua mente malata o c’è qualcosa di vero?”

    Mentre le chiedevo spiegazioni mi accorsi che stavo urlando e, soprattutto, che la stavo trattando malissimo.

    “Cosa vuoi insinuare? La mia mente non è per niente malata come dici tu!”

    Carmen stava piangendo. Mi sentii in colpa, anche se a chiunque sarebbe potuto passare per la testa ciò che era passato per la mia: comunque volli sapere…

    “Sta uccidendo le ragazze più giovani e carine, per diventarlo a sua volta: già altre”cose”, in passato, l’hanno fatto. Forse tu stesso sei una”cosa”, solo che adesso non te lo ricordi!”

    Vaneggiamenti. Quelli erano vaneggiamenti veri e propri.

    “Ah sì, e perché non potresti esserlo anche tu?”, le chiesi.

    “Perché io so di non esserlo! Sono sicura che vuole diventare più bella di me per portarti via. Ti prego, non permetterle una cosa del genere!”

    Mi alzai e me ne andai. Non potevo più stare a sentire sciocchezze del genere. Decisi di non rivederla più.
     
    ***

    I giorni passavano uguali, nel triste squallore di una cittadina di provincia, resa ormai nota dal serial-killer che imperversava su di essa. Le forze dell’ordine, finora, erano state solo capaci di elargire consigli a buon mercato, del tipo:

    “Non uscite di sera tardi.”

    “Evitate le zone isolate.”

    “Non appartatevi con la macchina in posti poco frequentati.”

    Consigli rivelatisi inutili visto che altri due delitti erano stati commessi nelle due settimane seguenti.

    Intanto avevo ripreso ad uscire, come ai vecchi tempi, da solo; a farmi lunghe passeggiate, serali e notturne, sulla spiaggia, forse anche perché speravo di incontrare”il mostro”, come ormai tutti lo definivano, o la”cosa”, come la chiamava Carmen…

    Non la vedevo da più di un mese, ma neanche lei era venuta a cercarmi: forse era meglio così, sarei arrivato ad odiarla se mi avesse ancora parlato delle sue fissazioni.

    Fu una notte in cui, appunto, facevo una delle mie passeggiate sulla spiaggia che la incontrai. Camminavo senza meta, rimuginando sull’ennesima giornata, che era trascorsa vuota come una bottiglia di vetro priva del suo contenuto, quando poche decine di metri davanti a me la vidi: sembrava essere sbucata dal mare, un attimo prima non c’era; la luna piena illuminava a giorno la sabbia, eppure prima non l’avevo vista! Ma, in fondo, cosa importava: sapevo solo che era bellissima, sembrava una dea, talmente erano perfette le sue forme; rimasi incantato a fissarla…

    “Ciao.”, disse. Ce l’aveva con me. Mi aveva salutato, ed io ero felicissimo.

    “Ciao.”, le risposi. Non riuscivo a spiccicare una parola: sembravo un ragazzetto di dodici anni alla sua prima esperienza…

    “Senti come ruggisce il mare: sembra una belva feroce che si prepara a balzarci addosso!”

    Esclamò. Rimasi intontito ad ascoltare la sua voce, che sembrava provenisse da un altro  mondo: un mondo incantato, paradisiaco…

    “Sì, hai ragione! Vengo spesso qui, ultimamente, ma non ti ho mai incontrata prima.”, riuscii a dirle non so neanche io come.

    “Oh, io raramente esco di sera, non so perché sono venuta sulla spiaggia: forse sapevo di incontrarti!”

    Non capivo più niente. Mi girava la testa, sapevo solo che mi piaceva un sacco, addirittura più di Carmen: anzi, racchiudeva in sé anche la sua bellezza…

    “Ma non hai paura di stare sola? Non sai dell’assassino che ha già ucciso quattro ragazze?”, le chiesi un po’ stupidamente.

    “Sì, lo so. La radio non parla d’altro in questi ultimi tempi, ma penso che una persona non possa privarsi dei propri piaceri per la paura di un fantasma: e poi, io non sono sola, ci sei tu con me!”

    Si alzò e venne verso di me: lentamente mi abbracciò e poi appoggiò, delicatamente, le sue labbra sulle mie, sfiorandole appena. Un lungo brivido, freddo, di passione, mi attraversò la schiena! La strinsi a me e la baciai con tutto l’ardore possibile: facemmo l’amore lì, sulla spiaggia. Fu bellissimo. Una sensazione mai provata prima: mi sembrò di averlo fatto per la prima volta, eppure non era così.

    “Come ti chiami?”, le chiesi alla fine, quando, nudi (sebbene fosse la fine di ottobre), sdraiati sulla sabbia, ci tenevamo per mano…

    “Che importanza hanno i nomi? Quello che conta è l’amore, il piacere di stare assieme!”

    E mi salì addosso di nuovo e continuammo a fare l’amore fino all’alba…

    ***

    Avevo trovato un nuovo stimolo per trascinare la mia umile esistenza: non pensavo che a lei; neanche i fatti di sangue, accaduti di recente in città, m’interessavano più; anche Carmen si era dissolta, nella mia mente, come nebbia al sole!

    Tutto scorreva come in una fiaba incantata, fino a quando, un giorno, mentre eravamo a casa mia, sul letto, a fare l’amore, la guardai attraverso lo specchio che avevamo di fronte: una scena orrenda! Una creatura immonda, che somigliava molto al bulbo commestibile composto di varie tuniche carnose, che Carmen, nei suoi deliri, mi aveva descritto come essere vivente, era lì, davanti ai miei occhi!

    “No! Vai via, mostro! Staccati da me sanguisuga!”

    Urlai a squarciagola, mentre chiudevo gli occhi dal terrore. Ma, nel riaprirli, trovai lei, più bella che mai, che mi fissava in tono interrogativo…

    Mi voltai, per guardarla nello specchio: era bellissima…

    “Scusami, amore: scusami! Mi era sembrato di vedere…”, avrei voluto dirle cosa, ma non ne avevo il coraggio!

    “Cosa?”, mi chiese, molto preoccupata.

    “Oh, nulla; nulla! Scusami ancora.”

    Scesi dal letto, m’infilai lo slip e mi chiusi in bagno, dove mi sciacquai la faccia con dell’acqua gelata: era stata un’allucinazione, o cosa?

    Quando uscii dal bagno, lei non c’era più, se n’era andata!

    “Meglio così!”, dissi ad alta voce, ma  forse non lo pensavo.

     Il mattino dopo andai a cercare Carmen, che ormai non vedevo proprio da tanto tempo, per dirle che ero stato uno stupido, che aveva avuto ragione sin dal principio: insomma volevo il suo perdono!

    A casa sua non rispondeva nessuno: chiesi, allora, al portiere, il quale, in tono molto sorpreso, mi disse:

    “Ma come, non lo sa? La signorina è scomparsa. Si teme che possa essere stata la quinta vittima dell’assassino, anche se non è stato ancora trovato nulla che le appartenesse!”

    La notizia arrivò come un pugno alla bocca dello stomaco. Mi limitai a controbattere:

    “Ma da quanto tempo è scomparsa? Perché la polizia non indaga?”

    “Eh…”, rispose il portiere…

    “…Ormai son quindici giorni, per questo si è pensato all’assassinio; resta solo da sperare che lo si”becchi”al più presto!”

    Le lacrime m’inondarono il viso. Carmen non c’era più. Volevo morire anch’io: se non altro, forse, ci saremmo rivisti da qualche parte…

    ***

    Quella notte tornai sulla spiaggia, non c’ero tornato più da quando avevo incontrato lei, la”cosa”(adesso la chiamavo anch’io così); d’improvviso, in lontananza, la vidi, seduta, anzi, inginocchiata, sulla riva…

    Corsi verso di lei: volevo ucciderla…

    Era bellissima!

    “Ciao.”, mi disse, come la prima volta, ma sapevo, ormai, cosa fosse: e non ci cascai…

    “Maledetta!”, le risposi.

    Ma non feci in tempo a tentare nulla, che essa si era già trasformata, e si era avvinghiata su di me, in modo tale da togliermi il respiro…

    Un minuto dopo, di me, restavano solo dei brandelli di indumenti, sporchi di sangue, sulla sabbia…

    Dopo qualche altro minuto, non c’erano più nemmeno quelli: il mare, onda su onda, li aveva risucchiati dentro di sé; forse anche a Carmen era successa la stessa cosa!

    Mestamente, mi voltai: c’era qualcosa, in lontananza, che correva verso di me…

    La riconobbi subito: era Carmen…

    Aprii le braccia e la accolsi dentro di me: saremmo rimasti insieme per sempre…

  • 16 novembre 2006
    Terraglio

    Come comincia: La casa è di quelle piccole, a due piani, con un po’ di giardino.
    Io invece una persona come le altre, né più né meno.
    Ho quarantuno anni e lavoro in una cantina vinicola.
    Un metro e ottantuno per settantasette chili di peso, pochi capelli, occhi verdi, fisico longilineo. Dicono una persona interessante.
    Non come il mio lavoro.
    Tutto il giorno a guardare bottiglie, per anni ormai, con le cuffie su.
    Sto diventando sordo, forse lo sono già, da un’orecchio.
    Dovrò licenziarmi da questo lavoro, immagino, prima o poi.
    Sempre le stesse cose, come ogni lavoro che si rispetti. Lavoro è lavoro, farselo piacere, un altro discorso.
    Bordolesi, renane, borgognotte, reggiane… giorni, settimane, mesi e anni. Sempre bottiglie.
    Comunque… certi ignoranti, in fabbrica.
    Un capetto, in particolare, a rompere.
    Avesse cinquanta anni capisco. Invece ne ha venticinque, a mala pena. Si regge sulle gambe da ieri e pensa già alla pensione. Bestemmie e parolacce , all’ordine del giorno.
    Le mani addosso ogni tanto ma questo, meno frequentemente: l’ultima volta gli ho tirato un calcio. Se continuava lo avrei abbassato di qualche centimetro, così faceva l’ottavo nano.
    Non è mica tanto alto, cosa credete: già così può essere raccomandato da Biancaneve.
    La popolazione aziendale è molto varia, veramente.

     

    Ah, sì! La casa.
    La bella casetta sulla strada in cui la sera mi rifugio. Vivo solo. I miei genitori sono morti e la sera, dopo il lavoro, vado subito al domicilio. Pulire, sistemare e soprattutto portare a spasso il cane. Tutto il giorno abbandonato, poverino. Eccitatissimo, non vede l’ora di sgambare lungo l’argine. Lo seguo di corsa, libero, anche con la nebbia. D’estate siamo spesso al mare, ma d’inverno è un’altra cosa. Fa buio presto e se stai fermo, sudato, rischi un malanno. Torniamo dentro verso le sei e in cantina, quasi una palestra, continuo l’allenamento.
    Raf guarda curioso, gira il muso, lo inclina di quarantacinque gradi come a chiedere cosa fa, 'sto deficiente. Lui ha già dato, io no. Devo continuare. Addominali e allungamento. Dopo la corsa, ci vogliono. Un po’ di panca e, per ultimo, una buona doccia.
    Fine giornata, la sbobba e il cibo per entrambi, cercando di variare il menù il più possibile. Ok, presto fatto, e voilà…
    Cantina, garage, piano terra e primo piano. Nell’ordine trenta, venti, cinquanta e cinquanta metri quadrati. Completamente arredati in stile “naif”, come dico io. Alla rinfusa, sarebbe. Il mio stile, collaudato dalla moda, sempre imperante e mai seguita. Dimenticavo il giardino: cento metri quadrati. Il luogo? Mogliano Veneto, lungo il Terraglio.
    A certe ore, un traffico incredibile, tra Treviso e Mestre. Poi, la sera, arrivano le prostitute e i loro clienti. La strada si anima di strani personaggi. Molto frequentata, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
     Nella camera da letto, quella dove dormivano i miei genitori, ho installato il telescopio.
    Papà e mamma. Gli amavo tanto. Loro avevano cuore. Incidente stradale, finiti sotto un camion. Bello, eh?
    Ora qui, con un cane.
    Mi hanno fatto studiare, un tetto dove dormire, molte attenzioni. Figlio unico, contraccambiati nella stima, per entrambi. Operaio… altre ambizioni sognavano per me, i cari estinti. Non sono stato in grado di realizzare le speranze. Rimango un fallito. Dirigente, imprenditore, ecco. Così portavo a casa dei bei soldi, avremmo potuto vivere felici e rispettati. Perché lo meritavano, dall’unico figlio. Dovevo impegnarmi di più. Dannazione, quanto gli ho amati!
    La finestra della stanza guarda sulla curva. Il cannocchiale sbuca tra le tende. Persiane semi chiuse e buio, nessuna luce accesa. Sul letto matrimoniale, appoggiata, la macchina fotografica digitale, inseribile nel telescopio, per scattare foto a lunga distanza. La cinepresa sul cuscino, ultimo acquisto; voglio fare anche filmati.
    Avete visto, immagino, il film di Alfred Hitchcock, “La finestra sul cortile”, sì? Ebbene, più o meno la stessa cosa. Solo che da me nessuna Grace Kelly del 2000 passa a curarmi le ferite. Io guardo per masturbarmi.
    Appoggio l’occhio sulla lente e osservo le donnine allegre passare, con aria di stanca; stazionare quasi svestite, in pieno inverno, nella piazza, davanti casa, negli androni delle scale di fronte, a confine del canale. Dappertutto presenti, in ogni momento della nottata, dalle nove di sera alle quattro di mattina. Alcune bellissime, altre meno belle, talvolta delle cozze. Neanche a essere pagati, uno va insieme, con le cozze. I clienti nelle vetture rallentano il traffico, qualcuno suona il clacson. Macchine di ogni genere, dalla più piccola alla lussuosa, camion, furgoncini. Ragazze di colore molto giovani giocano mentre altre si scambiano rossetti, cipria, lucidalabbra. Qualche sigaretta accesa; sederi perfetti: meretrici chinate sui finestrini, a contrattare prezzi e tariffe. Ammiro gambe, anche; forme invitanti di signore poco più che bambine. Arrapato, noto i vestiti aderenti, calze autoreggenti e minigonne strettissime, cappottini leggeri aperti e turgide mammelle trattenute da reggiseni di pizzo.
    Non bisogna mai incontrare i propri sogni, altrimenti svaniscono.
    Desiderare fortemente una cosa, per realizzarla. Pensarla prima cento volte, fremere, studiarla a fondo, “sì, sì… devo!”… e poi imporsi, rimandare ad un altro giorno, dannarsi  ancora di più.

    A scuola da ragazzo andavo abbastanza bene. La pigrizia nacque piano, lentamente. Aiuto, gridavo, perché nessuno capiva i desideri che avevo dentro. Ogni iniziativa sembrava, dopo il diploma, ciclopica. Troppi tempi morti e spazi impercorribili. Le esperienze sfioravano la mia vita senza toccare la pelle. Insensibile, diventato insensibile, dopo un po’, tradito da me stesso.
    Università e carriera, macigni impegnativi. Bisognava mollare, staccare la spina prima del cortocircuito della mente. Non ce l’ho fatta. Mi dispiace.
    L’esaurimento arrivò sui trenta anni. Complice una ragazza di scuola, delle elementari. Tanti anni passarono prima di rivederla. Un caffè, cena tra amici, ammiccamenti strani e convenevoli male interpretati. Idea fissa col tempo. Farmaci e crisi depressive, forme d’ansia e ipocondria, mascherati dal volto femminile che arrivava in sogno, la notte, impedendomi di dormire. Di giorno le mani di quella Madonna stringevano le mie, virtualmente, mentre afferravo le bottiglie, tra gli attrezzi di lavoro. Talvolta parlava, con la voce suadente, bisbigliandomi all’orecchio. Passione d’amore, tenerezza di un idillio platonico per nulla ricambiato. Mente e pensieri, scherzi che facevate.
    Un giorno passai per casa sua, disperato. Vestito bene, giacca e cravatta, scarpe lucide e una parvenza di benessere psicofisico. Aprì la porta e già la vidi sbuffare, spazientita. Come è bello l’amore contraccambiato. Meglio entrare, parlare. Una buona tazza di tè. Quando chiedo cosa pensa di me, risponde, senza nessuna mimica, indifferente:<< Parli come un libro stampato>>. E io insistevo, convinto di agire bene. Invece da una piccola falla aprivo una voragine.
    Essere odiati da qualcuno fa male, troppo amati però, sicuramente peggio.
    Un filosofo russo dice che si impara solo soffrendo, in ogni campo e settore. In amore l’uomo pena sempre, la donna solo se trova la persona della sua vita.

    Adesso qui, pulisco il mio seme e penso, a quell’unica infatuazione. Do importanza a situazioni, ricordi inservibili per il presente, il futuro. Fanciulle ancora in fiore distano pochissimo, alloggiate fisse su ghiaini e asfalti. Tacchi alti e miseria, cuori disperati in balia di qualche sfruttatore, maniaccia e papponi di ogni sorta. Una volta arrivarono in tre, smontarono dalla macchina e con un bastone picchiarono a sangue una di quelle. Caricarono velocemente la biondina mentre lontano la sirena preannunciava l’arrivo della polizia.
     Io guardavo col binocolo la scena, sì e no a duecento metri di distanza.

    Di solito tengo le luci spente, al buio. Non deve vedere gente, che sono in casa. Il cane in corridoio riposa tranquillamente. Lo faccio spesso, almeno tre volte la settimana, dopo cena, per diverse ore a notte. Capita di stare in piedi fino alle ore piccole e il mattino dopo, al lavoro, sono cotto.
    La televisione è l’alternativa serale di intrattenimento. Certi programmi sono cose da stupidi: una persona intelligente fa bene a non guardarli.

    Quel giorno arrivai tardi, alla postazione. In ferie da una settimana. La scampagnata fuori città durò più del previsto. Entrai con la macchina velocemente in garage, dalla stradina secondaria che dava sul retro. Di ritorno dal mare, con la pizza mangiata in fretta e furia poco prima in ristorante, la birra da mezzo litro scolata; entrambe a gonfiare gli intestini, dilatare lo stomaco, quasi da ulcera. Pancia piena e sguardo brillo, sprofondo sul sofà, appena dentro in casa. Il sole tramontato, il cane che abbaia, fuori, all’aperto.
    Le due solite sgualdrine passano da sinistra a destra e da destra a sinistra, sotto il lampione acceso, lungo i bordi del Terraglio, la via dell’amore. Entrambe molto carine, discutono animosamente all’arrivo del cliente. La mora sale svelta in macchina, contrattato il prezzo, spintonando la collega. La bionda rimane sola, raggomitolata a bordo della strada. Afferra le ginocchia e vi appoggia sopra il viso. Quasi in posizione fetale, sguardo perso all’infinito, occhi da gatta azzurro mare, capelli lunghi a cascata sulle gambe, fino a toccare terra. Le scarpe con i tacchi a spillo inclinano ulteriormente il busto in avanti. Perde l’equilibrio, per poco non cade. Si alza lasciando scoprire il pancino nudo; la maglietta cortissima risalta e evidenzia il seno abbondante, nudo. Si intravedono in trasparenza i capezzoli mentre le mani della ragazza massaggiano delicatamente il ventre. Deve avere anche lei problemi digestivi, penso. Sono già in giardino, a pochi metri, quando la tipa tira giù gonna e perizoma e si mette in posizione, pronta a defecare.
    Lì, davanti a me, la zoccola!
    <<Ehi, cosa stai facendo!>> urlo.
    <<Non rompere i c… sto male!>> risponde.
    << Ma sei matta? Davanti qui, sul mio cancello?>>
    <<Dove se no, a casa tua?>>
     <<Questa è casa mia! Chiaro? Se vuoi falla nel canale, laggiù.>>
    << Là è troppo lontano, non resisto, e poi c’è la mia amica con il cliente. Fammi entrare, se è casa tua questa, dài, dopo ti faccio lo sconto.>>
    Buona l’idea e la tipa niente male. Tette grosse, non tanto alta, fisico asciutto e esile.
    Mostra la lingua bagnando le labbra carnose. Alza la gonna girando verso di me il sedere perfetto. Una bambola del sesso sta per entrare a casa mia. Qualità insuperabile, vi dico. Modelle, non prostitute; troppo carine. Potrebbero tranquillamente sfilare nei negozi di moda del centro di Milano o nelle passerelle di Parigi. Questa è un po’ abbondante davanti, ma, per certe cose, è meglio: a buon intenditore poche parole.
    La bionda passa dal cancello rapidamente. In casa, alla ricerca di water e bidè. Lascio fare. Ucraina o rumena? Boh! Non lo so. I tratti somatici sono quelli. Il cane perplesso, entrambi ammutoliti dalla strana nuova presenza. Qualche minuto di attesa. Torno in salotto mentre all’interno della casa sento lo sciacquone del bagno che va. Quasi quasi preparo una tisana per entrambi, ne abbiamo bisogno; ho lo stomaco devastato, la pancia gonfia e gorgogliante. Distrutto sul sofà, quasi distendo il corpo. Chiudo gli occhi. Immagino scene di sesso pornografico, corpi sudati nel coito, amplessi gridati a squarcia gola.
    Improvvisamente forti risate provengono dal piano di sopra. Apro gli occhi, mi alzo e cammino, in direzione delle scale. Lei scende, cosce in bella vista, in una mano la borsa, nell’altra il cavalletto-treppiede del telescopio. Lo sbatte a destra e a sinistra, sul muro. Ride come un’oca. L’ugola quasi esce dalla bocca. Dirompente e fragoroso baccano; agitata come una matta. Sarà  stata anche minorenne: in quell’istante appare vecchia e arpia, una suocera stagionata.
    Dice: <<Tu sei malato, caro mio, sei malato! Fatti curare!...Ah! Ah!Ah!>> Ride, ride.
    Le sferro un pugno, dritto, in gola, vicino alla giugulare.
    Cade indietro, sbattendo la testa sui gradini; le mani, contemporaneamente, lasciano borsa e treppiede.
    Guardo come è, rantolante di dolore, semisvenuta.
    Di lì a poco l’avrei punita.
    Calo le braghe e metto il membro in tutte le fessure che il suo corpo permette. Mugugna di dolore misto a piacere; giro e rigiro quella bambola, lì, sul pavimento. Palpeggio e annuso, lecco e strizzo. Possiedo un giocattolo adesso: non lo avete capito?

    La mattina mi sveglio con un gran mal di testa. Vado in bagno e dopo colazione mi vesto per uscire. Ingoio un paio di pastiglie, un po’ d’acqua. Oggi il cane è molto vivace. Vuole giocare, pronto per una passeggiata, non mi lascia in pace. Ne approfitterò per andare a comprare il giornale.
    Attraverso il cancello, a piedi; Raf legato al mio fianco. Vedo una piccola cosa marrone, lì fuori.
    La tipa sicuramente ha lasciato un ricordino, poca roba. Torno in casa e prendo qualcosa per raccogliere. Un giornale, un sacchetto.
    La bionda guarda legata, in cantina. Braccia aperte, polsi fissati a una barra di acciaio nel soffitto, usata normalmente per far trazioni sulle braccia. Le gambe aperte, come una puttana qual è.
    Catene e lucchetti bloccano i piedi, perfettamente serrati su pesi e bilancieri con cui di solito mi alleno. Bene, servirà anche lei ad irrobustire il mio fisico.
    <<Se fai la brava, ti compro da mangiare.>>
    Piange disperata mentre con la testa annuisce. Il bavaglio le impedisce di parlare.
    <<Dopo, quando torno, prima mi fai un lavoretto, ok?>>
    Annuisce ancora.
    Cavolo, perché non ho pensato prima a questa soluzione? Finalmente il modo di conquistare le donne.
    La bacio in fronte e asciugo le lacrime che bagnano il suo viso. Profuma ancora di buono, nonostante le condizioni. Una doccia, con mani legate e bavaglio, gliela faccio fare dopo. Forse.
    Altrimenti la uccido e ne catturo un’altra. Mora, questa volta. E la prossima di colore, sì.
    Ho viste certe, al distributore, là, più avanti. Vado con la scusa di fare benzina, verso l’una, le due del mattino. Saranno stanche e meno clientela, a quell’ora. Una bella botta in testa, come con questa, e via, a casa. Potrei tenerne due o tre, a seconda degli usi. Ma sì, deciderò a giornata. Come è bello. Non potranno fare apprezzamenti su di me, altrimenti le punirò. Oh, sì.
    Questo nuovo gioco è divertente. Abbandonerò quello vecchio. Il guardone non mi si addice.
    Molto più intrigante partecipare attivamente.
    Certo i miei genitori non sarebbero felici ma d’altronde, la vita và presa per quello che offre.

    La preoccupazione che mi attanaglia, nei giorni seguenti, è quella di non essere scoperto.
    Temo qualche protettore, la polizia. Queste sono ragazze che altrimenti nessuno viene a cercare.
    La denuncia di scomparsa non esiste. Importante non farsi beccare in flagrante. Serve attenzione, azioni rapide e improvvise e prima, valutare bene la vittima prescelta. Niente lasciato al caso. Agire predisponendo anticipatamente una via di fuga, calcolare varianti e movimenti. Stanno da sole o in gruppo, a battere? Accettano di venire in casa, oltre che per strada?
    Al termine delle considerazioni, decido di agire, finché possibile, davanti la mia abitazione.
    Il rischio elevato pone però sicurezza nel controllare la situazione istante dopo istante.
    Con cannocchiale e telescopio. La macchina fotografica, la telecamera, foto e roba varia, meglio farle sparire. Pericoloso tenere prove così evidenti.

    La mia amica, nel frattempo, è dimagrita di qualche chilo. La spavalderia è scomparsa insieme a un po’ di ciccia. Conosco ogni singola parte del suo corpo, la lavo e curo amorevolmente. Ieri mi ha baciato in bocca e con la lingua. Ha guardato, chiesto scusa.
    <<Scusa? Ma di che!>> Ho fatto chinare la sua testa e le ho insegnato che non esistono scuse, per quello. È la vita, fatta a scale, c’è chi le scende e chi le sale.
    Tu, in quel momento, le stavi scendendo. Ed io ti punisco.
    Perché non avevo detto di andare al piano di sopra, di guardare tra le cose, nella stanza dei miei genitori. Lì posso salire solo io e tu, tu, con arroganza e scortesia, dopo che ti ho ospitato, scompigli la casa, in allegria, così, tranquillamente.
    Non so cosa farmene, delle scuse.

    La bionda resiste qualche giorno. Nonostante cure, mille attenzioni da parte mia, il cuore cessa di battere. Sempre intontita, forse il pugno e la botta in testa sono stati un trauma troppo forte. Dispiace, proprio adesso che ho deciso di liberarla. Sì, credetemi, giuro. Ora mi ritrovo con un cadavere e devo far presto, non posso lasciare un corpo così, appeso, dentro casa.
    Qualcuno potrebbe arrivare. Casualmente, il postino, un vicino. Agire in fretta. Pensare.
    Potrei sotterrarla in giardino o a pezzi nelle immondizie… no, mi scoprirebbero facilmente.
    Sparire completamente, è l’unica.
    Guardo il congelatore nell’angolo, inutilizzato da anni. Mio padre metteva dentro fagiani, polli, quarti di manzo e bistecche. Fanatico della roba surgelata. Pensava alle scorte come orso pronto al letargo o rischio di guerra mondiale imminente. Impossibile l’evenienza senza cibo.
    Libero la bionda, adagio il corpo all’interno del freezer orizzontale. Distesa perfetta, riesco a chiudere il coperchio. Una bara di freddo. Attacco la spina alla presa di corrente.
    Un leggero ronzio; imposto le temperature al livello più basso possibile.
    Provvederò poi a chiudere col lucchetto le maniglie. Tra un paio d’ore ripasso, voglio vedere il corpo ghiacciato. Da evitare putrefazioni e odori.
    In estate non posso accendere il caminetto. Si accorgerebbero. Il fumo, in piena canicola agostana, darebbe nell’occhio. Meglio evitare sospetti. Aspetterò l’autunno e l’inverno.
    Con i primi freddi, cercherò di staccare qualche pezzo del corpo.
    Squarterò per bene gli arti e la testa dal resto.
    In fretta, una volta tolta da là, prima che si scongeli e il sangue vada dappertutto.
    Il tronco lo brucerò per primo, intero. Accenderò un bel fuoco, con tanta legna.
    Bruciare completamente e bene. Compresi borsa e vestiti.
    Cenere, solo cenere, deve rimanere.
    Pulirò e i resti, in sacchetti delle immondizie, ogni volta in qualche cassonetto diverso, non davanti casa.
    Dopo, verrà Natale: uscirò per festeggiare.
    Messa di mezzanotte e dopo… al distributore, quello lì, di fronte casa mia.

  • Come comincia:

    Casa mia, 31 Ottobre 2006.

    Questa è la mia lettera per te.

    La lavatrice sta macinando il lavoro di mezzogiorno e io posso scriverti, nel suo silenzio di rumore che gira.

    Tra poco sarà di nuovo il tuo compleanno e so già che non sarò capace di dirti nient’altro che un tanti auguri stretto tra i denti, volatile come una ruota di fumo davanti alla finestra aperta.
    E’ così difficile rallentare le vecchie abitudini.

    Tu sarai lo stesso di sempre e mi risponderai grazie con quella finta distrazione che ti accompagna ovunque, girovago dentro casa, appoggiato per sbaglio allo stipite di una porta, pronto allo scatto.

    Sapevi che ogni mattina il sogno si frantuma in piccolissime schegge proprio davanti a quella stessa porta qualunque e che di me moderna resta solo un’impronta contrabbandata per vera sotto la luce che mi schiaccia?

    No, non lo sai. Ma non importa. Adesso come mai.

    Quando il sentiero si restringe camminiamo tutti senza fiato e si assottiglia anche il colore del glicine, la memoria lascia tracce di sé perfino sul muschio cresciuto nell’ombra degli alberi.

    Io e te siamo quasi gli stessi di dodici anni fa. Quasi.

    Mi rendo conto di quanto sia rischioso scriverti senza cadere nel pozzo dell’ovvio, del prevedibile, del già detto. Tu sei sempre così attento.

    Mi hai telefonato stamani con la tua solita voce, ma tra le parole era come se navigasse un’urgenza nuova, sconosciuta e d’argento, che brillava le sue paure come un tessuto appena filato, come una pietra perduta da una gazza sbadata, più luccicante che mai nel grigio dei sassi quotidiani.

    Mi hai detto che hai lasciato l’auto nel parcheggio della stazione, che sei andato a piedi con il tuo passo oscillante fino in Piazza della Signoria, per pagare una multa in Comune.

    Avrai camminato sotto il sole, alzato gli occhi, osservato le nuvole. Forse.

    Ma non importa, sai, dove sei, con chi sei, non importa che non sei qui, che mi frantumi e mi ricomponi, come sembra al mondo intorno e anche a me, che mi aggredisci e poi cerchi pace tra le frasi nascoste nel cellulare, non importa perché io sono un piccolo principe e ti verrò sempre a cercare.

    Ma anche questo tu lo sai.

    E non m’importa, davvero, delle rivoluzioni solari, delle foglie marcite che nostro figlio calpesta con i suoi passetti veloci, non m’importa del tempo brutto e delle vecchie canzoni – tu no, tu no, tu no, tu non devi andare via – infilate come segnalibri nelle serate di pioggia calma, non m’importa delle tue ragioni, delle mie ragioni, degli occhi magri che hai, dei miei capelli bianchi in disordine, della noia di domeniche afose, non m’importa delle riunioni a scuola e del tuo saluto frettoloso sull’inverno che aspira tutti i colori del mare, della fatica del silenzio, dei tuoi messaggi covati sotto la giacca ad altre che vivono oltre il nostro piccolo giardino di strani fiori a capochino.

    Tu sei, sempre. Quell’uomo bruno e scontroso di dodici anni fa, quelle mani sottili che insinuano la dolcezza inaspettata del tempo, quei ritratti di El Greco verdi di legno vivo e sofferente, quelle corde pizzicate che scolpiscono musica. My funny Valentine.

    Ma tu non sei solo questo. Questa è l’immagine, questo è l’ascendente, questo il virtuale che avvolge.

    Tu ti addormenti sopra il letto accanto a nostro figlio ancora sveglio, tu ti tendi e ti lanci come una palla infuocata, tu sei quello che si aspetta sempre una mossa, quello che non si accontenta e scommette.

    Ma, ancora, non sei solo questo. Tu sei duro e ti schiaffeggi le mani prima di schiaffeggiare le mie, tu mi aspetti al varco e sembri apparecchiare tranelli dentro la terra bagnata, ma le ragnatele la sera sono di zucchero bianco e hanno un sapore dolce, poi, quando le sciolgo.

    Tu sei capace di parole d’amore che io non ho mai osato ascoltare. Di versi tristi, di notturni silenziosi a caccia di stelle, di telescopi d’infinite brine. Tu sei il freddo della sera che scende, il canto del lupo alla staccionata, la neve ai margini, il calore di storie raccontate a luce bassa. La nota ripetuta, blu, che smania di tornare ancora.

    Tu sei la mia acqua sotterranea.

    Così, sono qui per dirti che ci sono. Ma già lo sai, ed è come se ti vedessi mentre sorridi, consapevole di ciò che siamo.

    Sono qui per dirti che ci sarò, anche contro la mia stessa voglia di non esserci. Ma anche questo lo sai.

    Sono qui con te, nonostante il tuttoresto che ci confina. Ma anche questo-tu-già-lo-sai.

    Sono qui perché testarda io ti aspetto. Perché la tua assenza è la presenza che mi tiene viva.

    Sono qui perché vorrei poterti finalmente dire, in faccia a tutti: io sono te.

    E restituirti la lacrima di diamante che mi hai rubato dodici anni fa, sopra il fiume che scorreva.

    Allora come adesso. Sempre

  • 15 novembre 2006
    Megas Sperticos

    Come comincia: Sono passati quarant’anni dalla morte di Spertico. Mimesio, Natolius, Morghius ed Eronna il nero osservano una statua del loro capitano eretta davanti al tempio di Remeghias.
    Nei loro occhi corrosi dalla vecchiaia prendono vita tutte le battaglie affrontate insieme, è come se lui fosse lì fra loro, pronto ad incitarli per il combattimento. Mimesio si alza - eghemòn - sussurra fra sé e sé - dove sei eghemòn? - poi guarda la statua e si gira verso gli altri - può il marmo o il bronzo o il granito renderlo nella sua effettiva grandezza? dove sei Spertice? dov’è la tua forza capace di spingerci fino alle più sconfinate lande di questo mondo? dov’è Adriano che incitavi sempre a gran voce nelle tue battaglie? dov’è quel grido che si alzava nel cielo infondendo a tutti coraggio… oraaarius… che fine ha fatto il sogno unire le genti essere i padroni del mondo… o anche quello ti sei  trascinato negli inferi… nulla è sopravvissuto se non il bastone della nostra vecchiaia,beato te Spertice che le genti ti ricorderanno sempre giovane e forte. Ma come posso io spiegare cosa significava essere giovani e innamorati e avere un sogno e credere accanto a te di poterlo realizzare, ma quei sogni non durarono che il batter d’ali di una farfalla, arrivarono dal nord i più barbari tra tutti i popoli: i punkabestia, orribili a vedersi "ah infame destino che ancora giovani ci togliesti alla nostra età per buttarci nei nefasti della guerra", tutto ci tolsero, le nostre terre,i nostri sogni… ma tu eri lì tra noi e noi lì con te, fu allora che nacque il mito dell’Ibiga, otto tra i migliori guerrieri scelti da Adriano, battemmo punkabestia ed espugnammo la città di Zaccheria. Formammo così il nostro impero,fossi tu stesso a incoronare Vailide imperatrice. Poi volgesti il tuo sguardo a est, dove ormai da troppo tempo i nostri fratelli Aristossenesi chiedevano aiuto contro le ingerenze di Ciakiani e quintunniesi.
    Così lasciammo mogli e figli per andare verso la stella di Remeghias. Giungemmo come salvatori in una terra straniera, accolti dalla regina Alexandra e subito conquistammo l’Ebeozia e rendemmo schiava la loro regina Chiara. Sempre più a est i Ciakiani e dopo i Quintunniesi. Mano a mano che avanzavamo, ogni città che conquistavamo, diventavamo più ricchi e più vicini all’immortalità.
    Tu invece più scuro nell’animo ormai i desideri, le passioni, gli amori a poco a poco lo avevano divorato finché dell’uomo più nulla rimase - i suoi occhi cominciano ora a lacrimare nostalgici del vecchio amico - ah dei crudeli! una sola cosa vi chiese, poter rivedere almeno una volta la propria figlia Galatea e neanche quello gli concedeste.
    Così che in mancanza d’affetto diventasti facile preda dell’ira,tirannico e inclemente con i vinti.
    Solo lei col suo canto dolce e soave riusciva a placare l’animo del guerriero, solo lei Roxane col suo canto lo riportava indietro fino a casa,sulla scia dei ricordi fino ai più teneri momenti dell’infanzia e della giovinezza… ma eravamo troppo inoltrati in quella barbara terra per tornare indietro.
    Remegias ormai ti aveva abbandonato ma noi ti seguivamo comunque perchè tu al dì la di montagne,fiumi e laghi scorgevi sempre una meta da raggiungere. Prevaricammo così le montagne della grande Acaia e giungemmo in una terra sconosciuta ai nostri padri: Portus Pirronis

     

     

    Qui sconfiggemmo l’ultimo baluardo delle forze quintunniesi conquistando la gloria tanto desiderata e inseguita e tu cadesti valorosamente in battaglia ottenendo così l’immortalità.
    Dopo di che spartimmo i territori conquistati e i bottini ma niente fu più come prima... tu non eri più tra noi e nulla sembrava aver più senso.
    Ora alcuni ti ritengono un folle, ma la follia dico io cos’è se non il gradino che precede la grandezza?
    E questa si sa va di terra in terra si posa su ali d’aquila,giunge fino alle più alte vette di questo mondo e poi si posa sulle bocche di tutti che pronunceranno per sempre Megas Spertikos o come dicono nella tua Taras Spertikos o Meggie

  • 13 novembre 2006
    Infanzia

    Come comincia: Ciò che mi consola è che anche le persone che paiono essere così diverse da me, anche quelle prima o poi almeno una volta nella loro vita sono state bambini, innocenti, la cui unica realtà percepibile agli ancora inesperti sensi era quella della fantasia.

    Un mondo perfetto, quasi idilliaco, dove i buoni riuscivano sempre a trionfare contro i malvagi e dove ognuno di noi poteva attraversare terre lontane, mari in tempesta, giungle selvagge, rimanendo sempre e solo nella propria cameretta. Poi un brutto giorno successe che quelli che erano i nostri aitanti eroi incominciarono a invecchiare, ad infiacchirsi; il peso dell’età incominciava a farsi sentire. Tu, anche tu piccolo o piccola eroe o eroina, proprio tu che mi guidasti e mi difendesti da leoni feroci, eserciti agguerriti, e nemici mastodontici, dici di esser stanco?

    Ti capisco.


    Il tempo passa per tutti sai?


    Anche per te…ma purtroppo anche per me…


    Riposa ora.


    Ti lascio sul tuo scaffale,si si, proprio li, dove troneggi rispetto a tutti gli altri giochi…


    Sei l’eroe che più volte ha salvato il mondo…nessuno ti potrà mai sconfiggere!!!!


    Mi dispiace…


    Ora giaci là sperando di finire quelle mille avventure che sono rimaste sospese nella testa di un bambino…


    Ma io


    Io


    Io o non sono più un bambino…


    Sono cresciuto sai?


    Ora ho la macchina, il sabato esco con le ragazze, vado alle feste , e la domenica allo stadio.


    Eh vecchio mio sei passato…è finito il tempo dei giocattoli!


    Sicuro?


    Eppure cosa ti succede quando riguardi quel vecchio e ormai logoro giocattolo?


    Perché ti soffermi? Tu sei grande… che cosa fai?


    Non sei il ragazzo duro che oramai guarda in faccia la realtà e sa di poter affrontare il mondo assoggettando tutti e tutto?


    Se è così… cos’è questa debolezza che ti prende?


    Lo so, hai capito.


    Lo prendi.


    Lo guardi un attimo così, in misto di rabbia e tristezza, vorresti buttarlo via, pum!!!!


    Cancellare il tuo passato, si, perché no?


    Ora prendo e lo butto si, si , io sono grande oramai, io sono forte…


    Ma poi ripensi…


    Già ripensi…


    Lui è il tuo più vecchio amico, quello che non ti ha tradito mai, e che ovviamente ha sempre acconsentito alle tue richieste.


    Finalmente hai capito.


    Lo guardi e cedi.


    Lo stringi al petto, gli chiedi scusa, perdono, quasi avessi ucciso una persona…


    Amico mio, tu mi sei sempre stato affianco e io…perdonami ti prego…


    Ma lui non parla…


    Non può più parlare…


    Eppure tu vorresti che tornasse a parlare, vorresti tornare a combattere al suo fianco contro miliardi di uomini assetati di sangue e vendetta perché lui è l’eroe più forte, lui è invincibile…


    Lui ti ha salvato…


    Ha avuto la sua ultima avventura insieme a te…


    L’avventura della vita.


    A tutti coloro che pensano già di essere uomini e di essere duri e forti, dedico questo mio racconto, perché capiscano che alle volte nella vita non basta dire o provare di esser maturi e cresciuti.


    A volte il ricordarci chi siamo e come siamo diventati quello che siamo ci aiuta molto di più di cercare di essere ciò che non si è.


    A tutti coloro che come me amano sognare di un mondo migliore.


    Dedico la mia infanzia.

  • 13 novembre 2006
    Vacanze di vita

    Come comincia: Lui rivedeva i momenti della sua vacanza.

     


    Lui riviveva i momenti della sua vacanza.


    Avanza con passo deciso, il passo di colui che sa cosa dovrà fare , cosa sarà costretto a fare. Ogni tanto la sua camminata decisa e imperturbabile veniva interrotta da fugaci movimenti della testa, degli occhi…


    Lui la cerca


    Lui non la trova


    Eppure decide di non interrompere la sua camminata, no non ora.


    Lui avanza sempre deciso per la sua strada.


    E intanto mentre percorre a passo lento la strada per il porto,percorre a passo molto più rapido e spedito le strade dei suoi pensieri.


    Ripensa al primo giorno quando è arrivato.


    Da solo, una vacanza in compagnia solo di un libro , e ovviamente in compagnia di se stessi.


    Ripensa alla prima volta che l’ha vista.


    Troppo indaffarata ad accogliere gli altri ospiti , troppo impegnata a sfoggiare sorrisi a trentadue denti per mostrarsi sin da subito gentile e disponibile,


    Troppo gentile, lui la fissa


    Troppo disponibile, lei lo nota


    I loro sguardi si incrociano,così,per la prima volta,come si possono incrociare gli sguardi di miliardi di persone


    Troppo impegnate a cercare di recitare al meglio la propria parte nel cortometraggio della vita.


    Lei avanza verso di lui.


    Lui la guarda come in trance.


    Non si sono mai visti prima eppure per una settimana diventeranno fratello e sorella, e la cosa bella sapete qual è?


    Che né lui né lei in quel momento possono immaginarlo.


    Lui continua la sua incessante fuga verso il porto. Fugge da una realtà troppo perfetta, quasi diretta nel migliore dei modi dal migliore dei registi.


    Perché?


    Già perché? Sapete a volte un perché, una semplice e quotidiana parola di sei lettere, pronunciata almeno una decina di volte da un comune uomo, può essere un sassolino nella scarpa anche per il più certo degli uomini.


    Lui adesso è un uomo pieno di certezze. Un uomo nuovo. Ma fino a che punto queste certezze possono stare in piedi, fino a che punto possono essere chiamate certezze?


    Guardando dritto davanti a se, scorge la spiaggia, e non può fare a meno di ripensare alle interminabili notti, passate con i camerieri dell’albergo, anche loro divenuti inconsciamente suoi fratelli e inseparabili compagni di bevute e di indimenticabili notti passate in una discoteca dal tipico sapore vacanziero, dove tra un bicchiere , quattro chiacchiere, e due mosse stupide per fare i fighi in pista ,si consumavano le serate.


    Perché allora lasciare tutto questo?


    Ricorda gli occhi color verde della ragazza seduta dietro il bancone della reception. Anche lei divenuta a far parte di questa famiglia.


    Ricorda i pomeriggi passati in barca dove aveva imparato a conoscere fino in fondo le bellezze di quelle isole.


    Lui ricorda il sole, il sapore del mare,il vento fra i capelli, quella strana sensazione che ti da il sale marino sulla pelle.


    Lui ricorda lei stesa sulla prua di quella barca piena di tanti altri turisti che sembravano quasi dissolversi con le onde che si stagliavano sulla barca.


    Per lui adesso esiste solo lei.


    Lei si alza dalla prua e scuote il telo dove era sdraiata prima. Lui allora decide di alzarsi e andarle incontro.


    Ora sono entrambi in piedi sulla prua pronti per tuffarsi in quel mare che pareva esser vetro trasparente, liscio , piano , cristallino. Ma la tentazione di romperlo è troppo forte.


    Lui guarda lei.


    Lei guarda lui.


    Cercano nei loro occhi la fiducia, quasi il coraggio di compiere quel gesto.


    Si buttano, riemergono, si guardano, sorridono.


    Lui pensa e prosegue entrambe i cammini e mano a mano che procede verso il porto pensa, ricorda,rivive. Ma le sue certezze a mano a mano crollano come pezzi di scoglio colpiti da una forte mareggiata.


    Lui vuole voltarsi.


    Ma sa che così facendo tradirà se stesso.


    Lui sa cosa vedrà quando si sarà voltato.


    Tuttavia non vuole, non può.


    Ormai la sua ora è giunta. Il suo traghetto sta per partire deve affrettarsi.


    Tuttavia lui si blocca. Dialoga col suo compagno di viaggio, l’unico con cui è venuto e decide di chiedersi un’ ultima volta


    Perché?


    Lui decide di girarsi,sa cosa vedrà.


    Si gira.


    Ora davanti a lui vi è ciò che si aspettava. Il mare, la costa, e le barche dei pescatori che escono per portare da mangiare alle proprie case. Il sole che sorge. E di fronte alle sue incertezze e ai suoi perché di fronte a quel paesaggio idilliaco così perfetto decide che in mezzo a tante incertezze vi è una cosa certa…


    La vita continua.


    Sorride, si volta.


    Ora è pronto per ripartire.

  • 13 novembre 2006
    La festa di compleanno

    Come comincia: Hobm, l'ultimo della sua gente, stava riposando.
    Qualche ora prima aveva dovuto far fronte ad un serio problema, e quindi aveva esaurito una buona parte delle sue energie. Mentre riposava il suo ottenebramento lo aveva portato in un luogo strano, uno di quei posti che venivano classificati come “ onirismo genetico archetipale”.
    Non era nuovo a questo tipo di esperienza, ed era abbastanza istruito per rendersi conto che si trattava di un “sogno”, rimembranza inevitabile della specie a cui apparteneva. I suoi antenati infatti avevano vissuto su un pianeta, Gaia, che lui non aveva mai visto, essendo nato nello spazio. Sapeva che quando la sua energia era esaurita, l’ottenebramento poteva riportare a galla il suo stato primitivo.
    Nel “sogno”si trovava in una scatola, una specie di cubo nel quale vi erano delle aperture quadrate; da lì poteva vedere un luogo pieno di colori, un “giardino” forse. Sentiva strani rumori, che tuttavia nell’ottenebramento gli erano perfettamente noti. “Uccelli”, pensò. Qualcosa frullò verso di lui, lasciando intorno un odore primitivo. Hobm sorrise nel sogno, poi si alzò una brezza calda e vide “foglie” agitarsi nel vento. Ebbe un attimo d’esitazione. Per un istante perse la consapevolezza del suo ottenebramento, ed ebbe paura. Si riprese subito. Si ricondusse alla guida del suo sogno ed il suo “camminare” divenne consapevole.
    Allora si lasciò andare, ed andò a spasso per un sentiero ricco di creature colorate. “Fiori”, seppe, e ne sentì l’odore. “Acqua” fu la risposta alla sua domanda davanti ad un “ruscello”. Si tranquillizzò e decise di proseguire nella rigenerazione.
    Sapeva che da lì a poco il “sogno” si sarebbe concluso e che presto sarebbe tornato nel “luogo zero”. Condurre una nave nello spazio gli era costato molto. Molto lavoro, molta osservazione, molto apprendere, molto silenzio. Adesso poteva godersi “ l’ottenebramento”.
    Non poteva assolutamente comunicare con i suoi simili, quelli della Colonia, che stava conducendo.
    Conosceva a memoria “Il Piano” e tutti i suoi regolamenti. Se avesse avuto un solo attimo di esitazione, molte vite sarebbero andate in frantumi per sua causa. Molte vite, molti progetti, tutto Il Piano avrebbero collassato.
    Qualche ora prima aveva dovuto risolvere un grosso guaio. L’antimateria stava per esaurirsi, e la scorta non era sufficiente per far fronte agli anni-luce da percorrere prima del rifornimento. Le particelle virtuali incostanti, delle quali il Mega-Motore si nutriva, facendole poi collidere nel suo interno, per qualche motivo erano quasi finite. L’ultima volta era successo molti livelli di energo-consapevolezza prima. Allora aveva dovuto proiettare la legge quattro- nove su tutti gli abitanti della Colonia, i quali non si accorsero minimamente dell’ibernazione temporanea che Hobm attuò, e che consentì poi in via del tutto eccezionale il campo di ricerca totale di antimateria. All’epoca individuò facilmente la zona più ricca di carburante, e senza destabilizzare nessuno, caricò la nave velocemente. Gli abitanti della Colonia, non erano consapevoli di essere parte del Piano e del suo svolgersi.
    Ora il problema fu diverso. In zona galattica non c’era nessuna fonte, e l’unico modo per rifornirsi e proseguire, costò ad Hobm gran parte della sua energia, sacrificata fino al punto di uscire dal punto-zero, mettendo a rischio la propria incolumità. Uscire dal punto-zero infatti significava avvicinarsi di gran rotta ai buchi neri, catturare l’antimateria velocemente, sottoponendosi ad una forza psichica contrastante difficilissima da sostenere ed oltretutto tenendo la Colonia all’oscuro, per evitare il panico che ineluttabilmente si sarebbe trasformato in una forza di risucchio inevitabile. Tutto andò bene, salvo pagare lo scotto della propria decisione.
    Gli Esseri come lui erano stati debitamente modificati, prolungati, accreditati e super-consapevolizzati per questo scopo, ma ciò non escludeva imprevisti di sorta, e questo Hobm lo sapeva bene. Sapeva bene tante cose, ed umilmente proseguiva in piena solitudine.
    Adesso il suo ottenebramento rigenerante si stava concludendo. Ne uscì con un grande sforzo. Guai a non dirigerlo! Avrebbe significato una totale perdita della rotta. Le sue prolunghe si agitarono causando scosse che avrebbero pervaso a lungo lo spazio, portando informazioni alla zona sconosciuta, dove ogni cosa convergeva, creando cause ed effetti permanenti.
    Lentamente si schiarì la visuale con il Mantra di prassi, e quando la hostess addetta al rifocillamento gli portò da bere, immerse la prolunga nel liquido caldo senza che lei si accorgesse di nulla.
    Per un attimo provò la Nostalgia. Si districò a fatica dal suo manto, grazie anche al liquido schiumoso e pluri-assaporabile e ringraziò i cinque occhi dolci della hostess , prima di scuotersi ulteriormente.
    Percepì le risate provenire dalla zona settima della Colonia, e si ricordò della festa di compleanno che stava per iniziare.
    Inserì il pilota automatico e si avviò alla festa dispiegando le prolunghe nella zona sottostante: il terzo livello al centosedicesimo piano.
    Quando fu presente, regalò il suo sogno al festeggiato, proiettandolo con discrezione nella sua mente. La brezza raggiunse tutti i partecipanti, che videro le “foglie” agitarsi nel vento, e l’odore del giardino permase a lungo, fino a che Hobm si riavviò lentamente verso la cabina di comando.
    Lasciò una scia appiccicosa e profumata.
    Sarebbero passati molti secoli, prima che la Colonia potesse rivederlo.

  • 13 novembre 2006
    Ubriaco. Drogato, perso.

    Come comincia: Non sei uno che fuma, ma quella sera andare dal tabaccaio è la cosa più spontanea del mondo, non hai neanche il vizio di bere ma quella stessa sera accetterai volentieri un drink…

     


    Quella sera la tua testa non può pensare a cosa fa male e cosa no quella sera la tua testa non deve pensare affatto, l’unico pensiero è liberare la testa da tutto, e prima un bicchiere e poi una sigaretta ti sembra di ripulire te stesso, ogni sigaretta che aspiri ti sembra che un po’ di malessere se ne stia andando espirando il fumo… o almeno questo è quello che credi… e in effetti la testa comincia  a pesare, per due minuti circa sei felice, due minuti dopo stai imprecando, vorresti gridare un enorme vaffanculo perché vedi gli altri che hanno il loro momento ma il tuo tarda ancora ad arrivare, perché hai corso tanto, hai sudato tanto ma dove sei andato, verso cosa andavi, da chi andavi… e da dove ti muovevi? allora tanto vale buttare giù un altro bicchiere e continuare a correre, tanto prima o poi da qualche parte si arriva, qualcuno  lo si incontra… ma ora a questo non ci devi pensare, devi solo buttare giù… non sai cosa… l’importante è bere… finché non starai ballando a ritmo della cetra di Diòniso, e intanto il pacchetto di sigarette si è dimezzato… un altro vaffanculo al mondo perché i sogni non solo rimangono tali ma la loro realizzazione si allontana sempre di più, finché non li vuoi più realizzare… e non sai più cosa vuoi…. desideri e basta… ora non sei più padrone di te stesso… parli ma non sai che dici... e intanto parli… tanto vicino alla follia quanto alla verità dell’esistenza… linea che il vino ha reso ancora più sottile… e intanto sei arrivato all’ultima sigaretta, all’ultimo tiro… piano, piano… deve arrivarti dritto ai polmoni… è quello che deve farti più male, tanto male che  tutti gli altri problemi devono diventare secondari, devi solo pensare a mantenerti in piedi… ma nonostante ciò gridi un ultimo vaffanculo, il più rabbioso e il più triste... per tutte quelle volte che la tua stella non si è mai accesa e ha lasciato te al buio che ora non sai dove andare e corri nel vuoto, non sai a chi parlare e parli al vuoto… ora sei perso, mentre stai tornando a casa ti chiedi se è veramente quello il tuo posto… chiudi il portone e alle tue spalle hai lasciato un’altra solita giornata…


    Un atro giorno, un altro luogo… ti sembra di essere un fumatore e accetti volentieri qualche drink, ma non hanno più alcun effetto…senti di non averne bisogno finalmente sorridi perché stai bene veramente questa volta, perché quel luogo straniero ti ha incantato, rapito, avvolto nel suo splendore… e ti sta indicando una nuova strada… ora stai camminando senza stancarti, non sai mai dove andare ma l’importante è camminare… c’è sempre qualcosa da trovare, qualcuno a cui parlare, forse non capisci la sua lingua ma la parli, oppure la capisci ma non riesci proprio a esprimerti… ma sai una soluzione si trova... basta camminare alla fine arrivi alla tua strada che ti indica la tua meta… forse eri davvero finito come ti dicevano… o perso… ma lontano da casa tua.


    Il cielo sembra più libero, la testa è libera ma non pesante, vorresti gridare di gioia perché hai appena scoperto quanto di bello c’è nel mondo… perché in una città straniera hai perso e ritrovato te stesso…

  • 13 novembre 2006
    Un cuore che batte

    Come comincia:

    Il sole d’inverno trafigge la nebbia sui monti…


    Non c’è vita che scampi alle delusioni.


    Dopo tante parole ci sono anche grandi silenzi…


    Insegnami a non vergognarmi mai dell’amore anche se troppo ferisce…


    Insegnami a sopportare gli errori ed i fallimenti senza straziarmi dal dolore ma con dignità, forza, carattere, magari senza piangere…


    Fino adesso troppe lacrime ho versato per questa vita che per ogni attimo di felicità, mi regala ore di tristezza…


    L’amore non sempre chiama amore anzi, spesso lo fugge ma un cuore che batte a volte può fare più luce del sole


    Voglio una nuova vita un po’ meno sbagliata e la voglio sentire scorrere tra le dita. Anche se ora sono fragile ciò non significa che debba arrendermi…


    Sento il bisogno di costruire di nuovo castelli in aria e sognare illudendomi che la realtà non è poi così malvagia e che la speranza è un filo sottile ma resistente al quale potrai sempre aggrapparti senza correre il rischio di cadere nel vuoto.


    Voglio aprire gli occhi, spalancare le porte del cuore, allentare la morsa di questo dolore che ho provando a volare più in alto che posso, librarmi nell’azzurro dei miei sogni sperando che non finiscano mai…per non essere da sola.


    Ci sarà tanto tempo per capire cosa si nasconde dietro quella porta chiusa e forse, un giorno, troverò la forza di usare la chiave che tengo stretta tra le dita, per aprirla, ma dovrò essere pronta e sicura di saper affrontare cosa c’è dall’altra parte.


    Ogni gioco ha le sue regole ed io devo saperle accettare se voglio farne parte.


    Raccontami di te e quanta vita c’è in ogni tua parola, in ogni tuo sorriso, in ogni tuo movimento…


    Dimmi che posto occupo nella scala dei tuoi valori.


    No, non temo la risposta…


    Voglio lasciarmi andare a pensare di avere voglia di ricominciare…


    Ognuno per se ha un destino, giorno dopo giorno… vivendolo.

  • 13 novembre 2006
    Diario di vita

    Come comincia: Un dolore sottile, come un ago che attraversa il corpo, scivola dentro fino a lasciare senza fiato. Non ha ragione apparente e non si percepisce alla luce del sole, ma esiste ed è ineluttabile come il trascorrere del tempo. E’ l’esistenza che duole ed è l’umana natura che si arrende a se stessa.

     


    E’ atteso il miracolo, una luce che rischiari le tenebre, una nuova prospettiva che guidi lo sguardo oltre le nuvole, un tepore che sciolga il ghiaccio e che conduca il mio cuore annichilito oltre le sue strette aspettative.


    Forse l’errore riposa nella mente: un’idea ancestrale di felicità, un senso del sublime che trascende le facoltà terrene ma è rimasto per errore nello strato dei ricordi. Un’immagine sfuocata che pure abita l’immaginario e rende insopportabile la grettezza del vivere quotidiano.


    Allora la volontà si sporge oltre il muro delle possibilità, le dita si allungano, i muscoli dell’addome si tendono, ma al tatto nulla si percepisce. Che fare? Ripiegare le braccia e ritirare lo sguardo o protendersi in uno sforzo estremo e disperato, esponendosi, cosi, al rischio di cadere nel vuoto?


    Mettersi al riparo, tentando di prendere confidenza con la definizione di limite, è un esercizio che non riesce a tutti …


    Sono solo parole che cadono, parole come pioggia, e lasciano un alone su questa vita che non trova trasparenza, non trova leggerezza.


    Potessi usare la mia forza, il mio coraggio, lo farei, ma il prosieguo del viaggio non dipende dalle mie possibilità; ho seguito il mio percorso diligentemente e ora aspetto che il destino tenda i suoi fili. Ma destino, forse, è una parola senza significato, poiché il futuro non si spiegherà se non sarà tracciato dal contemperarsi della mia ed altrui volontà.


    Ricordo mia madre che mi rimboccava le coperte fino a ricoprire coi lembi il mio volto bambino, placando così i turbamenti che derivavano dai miei pensieri infantili, e mi rammarico poiché il mio animo adulto non può trovare un gesto equivalente che lo calmi. I miei pensieri mi superano, ma oggi non c’è nessuno in grado di andare oltre essi e di farmi sentire al sicuro. Sono esposta al vento e alle sue folate e mi chiedo se ho la forza di rimanere costantemente in piedi.


    Forse, però, l’esercizio non è richiesto, basta riuscire a non cadere del tutto. In fondo in ginocchio ci sono già stata, è un ricordo recente, ed ho trovato  il modo di rialzarmi.


    A dire il vero ondeggio, talvolta vistosamente, ma in fondo chi non lo fa? Spesso senza esserne cosciente, convinto che a muoversi sia il mondo circostante e non egli stesso rispetto ad esso: il relativismo domina le nostre esistenze e ad esso abdicano le nostre facoltà intellettive poiché la mente crea dal nulla e distrugge, guardando la realtà attraverso un vetro reso opaco dai nostri bisogni e desideri, dalle nostre paure e debolezze.


    Governare la mente è la vera ambizione. Talvolta mi convinco di poterlo fare, di poter trovare la strada giusta rischiarandola con l’esperienza, ma poi cado nel dubbio: forse si tratta di un'altra illusione, più sottile e subdola di quelle vissute sinora. Così non deve essere, però, del tutto: seppure la nitidezza del quadro rimane un obiettivo utopico, è sempre possibile migliorarne i contorni. Può andare un po’ meglio, posso capire qualcosa in più, posso salire qualche gradino nel mio percorso personale.


    Illusione: ritenere di avere raggiunto un equilibrio durevole, che invece è pura espressione del desiderio di esso. Si svela lentamente, a forza di manifestare contrasti con la realtà; i primi si giustificano, poiché a tutto è possibile trovare una giustificazione, ma col protrarsi del tempo ne emerge l’artificiosità e d’un tratto, guardandosi allo specchio, ci si trova di fronte ad una persona che ci fa sentire a disagio, che non riconosciamo più. Allora comprendiamo che il contesto non era adeguato, come pensavamo, ma ci ha corrotto l’anima, ci ha allontanati da noi stessi.


    Non riesco ad individuare l’inizio della mia personale corruzione, ma ne ricordo distintamente la fine: aveva il volto di una giovane donna senza più luce nello sguardo, con lineamenti che non emanavano più bellezza, non più emozione; un’immagine riflessa opaca e muta, già spenta nei suoi tratti infantili. Ho avuta grande pena di quella ragazza e ho deciso di restituirle, anche se non sapevo bene come, la forza che le era propria e da cui il tempo e le illusioni l’avevano separata.


    Da quel momento è stato come cercare una porta, per uscire all’esterno, nel buio assoluto e non è stato semplice; ma, si sa, col tempo gli occhi si abituano all’oscurità e alla fine trovano, tra tutti i profili, la via d’uscita. Una volta fuori però la luce intensa ti colpisce, ti stordisce, ti confonde i sensi e l’animo e per un attimo che pare eterno ti senti perduto. Poi, però, i contorni si definiscono, scende lenta la calma nel cuore ed il tuo sguardo riesce ad abbracciare tutto ciò che ti circonda restituendoti la vertigine della libertà.

  • 10 novembre 2006
    Scelte

    Come comincia: Solo il rombo del motore spezzava la quiete della lunga e silenziosa strada che Marco e Dave stavano percorrendo sulla Dodge affittata per il loro lungo viaggio.
    Lo avevano programmato dal primo anno di università e finalmente lo stavano vivendo, il famoso coast to coast negli USA, era il viaggio del dopo laurea e meritava il raggiungimento di una simile meta per essere messo in atto.
    “Ma ci pensi Dave, siamo su una highway americana, proprio come nei film!” - disse Marco.
    "Già solo che noi non siamo né Thelma e Louise né due pericolosi fuorilegge inseguiti da tutte le polizie degli States." - rispose sarcastico Dave, mentre guidava l’auto a velocità moderata.
    "Sbaglio o sento una punta di acidità nella tua voce. Cos’è che non va?" - domandò Marco osservando l’amico che guidava accigliato e con espressione non particolarmente serena.
    "Niente... E' solo che da quando siamo in viaggio riflettevo sugli avvenimenti accadutici negli ultimi tempi." - rispose Dave rasserenandosi un po’.
    “Appunto non vedo quale siano le tue preoccupazioni, ci siamo laureati insieme tu in informatica ed io in filosofia, stiamo realizzando un progetto pensato all’età di diciotto anni e se proprio lo vuoi sapere tutto ciò che abbiamo vissuto durante quest’anno non mi è affatto dispiaciuto!” - replicò Marco con veemenza.
    Il sole stava tramontando creando uno stupefacente gioco di luci ed ombre e lasciando spazio nel cielo alla corte della luna e delle stelle.
    Dave accese gli anabbaglianti e continuò - “Ma pensa al corso delle scelte fatte fino ad ora, pensa se non avessi fatto informatica non ti avrei mai conosciuto in quel negozio dove stavi acquistando un computer in previsione di scrivere lunghe tesine filosofiche!”.
    Marco rise pensando a quante ricerche e tesine aveva battuto su quel computer e alle difficoltà che che avrebbe incontrato senza il valido insegnamento di Dave all’uso di quell’aggeggio infernale.
    “La conversazione sta prendendo una piega fatalistica dunque.
    Interessante, il razionale Dave che fa delle elucubrazioni mentali sul destino e magari tra un po’ ti chiederai chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?”
    “Sì! Ammetto che il discorso intrapreso non è dei miei preferiti, ma anche in un programma per computer ci sono dei bivii, delle scelte che si devono fare e che portano l’algoritmo a risolvere il problema in modi diversi.” - disse serio Dave.
    "Ok! Comunque non ho ancora capito dove vuoi arrivare." - chiese perplesso Marco.
    “Sinceramente, neanch’io so dove voglio arrivare. Stavo solo meditando su come è possibile che in tutti questi anni abbiamo scelto sempre le strade giuste e che nessuno di noi due si sia perso su altri percorsi, ma sai quante variabili ci sono...”
    “Fermati, alt, alt, non stai considerando una cosa, la cosa più importante, ciò che ci distingue dalle tue fredde macchine, cioè la volontà umana capace di perseguire un obbiettivo e raggiungerlo, in tutte le condizioni, anche le più avverse” - lo interruppe Marco con forza.
    “D'accordo, comunque rifletti su gli ultimi cinque anni passati insieme, dapprima il nostro incontro nel negozio, poi la nascita della nostra amicizia, in seguito i corsi universitari scelti, che sembravano tagliati ad hoc per le nostre due personalità, il che ha permesso il conseguimento delle nostre due lauree nei tempi prestabiliti.” - ribadì Dave.
    “E allora? Non riesco ancora a capire...” - disse stupito Marco.
    “Sta zitto e ascolta! Hai mai pensato se in quel negozio io avessi scelto di non aiutarti nell’imparare l’uso del computer, o se tu avessi sbagliato il tuo corso di studi, oppure quando abbiamo litigato tu mi avessi mandato al diavolo invece di cercare di rimettere le cose a posto.” - incalzò Dave mentre il sole era ormai sparito e le uniche luci, sulla sinistramente desolata autostrada, erano quelle della Dodge.
    "O ancora, se io non avessi preso seriamente la promessa di compiere questo viaggio insieme a te al termine degli studi, pensa adesso potrei essere in vacanza con la mia ragazza e invece sono qui a realizzare un viaggio sognato per cinque anni... Quale sarebbe stata l’ alternativa?"
    Marco capì il senso del discorso di Dave.
    "Quindi la domanda è questa: saremmo stati più felici o meno felici se avessimo percorso strade diverse da quelle percorse sinora?" - disse Marco ormai coinvolto nel discorso - "Comunque questa speculazione la si può estendere a tutta la vita, ma mi sta bene considerare solo gli ultimi anni. Possiamo provare ad immaginare le situazioni che non abbiamo mai vissuto.”
    Dave lo guardò soddisfatto - "Proprio qui volevo arrivare. Simuliamo le nostre vite condizionate dai percorsi alternativi, cammini che a volte non si sono presi per una decisisone a volte istantanea.
    Quante volte si è detta la frase: <<se potessi tornare indietro di un giorno o di un’ora o addirittura di un minuto!>>.
    Pensaci Marco un’intera vita condizionata da un evento di un minuto."
    “In effetti è un’ ipotesi raggelante comunque reale.” - disse cupo Marco.
    "Allora comincio io" - disse Dave.
    La notte era ormai inoltrata ed era una notte calma di una quiete innaturale, silenziosa e non c’era un alito di vento, l’unico essere animato era l’auto che sfrecciava sulla strada.
    “Dunque se in quel negozio ti avessi ignorato, non ti avrei mai conosciuto, quindi l’unica conseguenza sarebbe stata la perdita di questo viaggio.”
    "Molto materialista devo dire!" - disse ridendo Marco.
    “Ok anche la perdita di una bella e lunga amicizia. Ma passiamo ad un’altra scelta, se avessi sbagliato facoltà, probabilmente avrei lasciato gli studi e mi sarei messo a lavorare come impiegato, ciò avrebbe implicato un addio alla goliardia in cambio di responsabilità, ragazza fissa con probabile matrimonio, insomma una vita già disegnata, senza le incertezze che ancora mi si profilano.”
    “Materialista e pessimista.” - disse Marco.
    “Se non avessi deciso di frequentarti, non avrei conosciuto la mia attuale ragazza, tu sai che la considero perfetta per me.” - concluse Dave.
    "A grandi linee anche la mia vita alternativa, che non sarà mai, sarebbe andata come la tua, anche se rimane sempre una serie di ipotesi e non di certezze.
    Ad esempio anche da impiegato avresti potuto vincere alla lotteria e vivere da nababbo, oppure avresti potuto conoscere una tua collega d’ufficio, che magari ti avrebbe irretito più della tua attuale dolce metà e così via..." - replicò Marco.
    “Già hai ragione, però chi ci dice che il cammino intrapreso attualmente non ci porti ad un triste traguardo.” - disse lugubre Dave.
    “Insomma stasera ti è venuta la mania di emulare Nostradamus, nessuno può conoscere il proprio futuro, al massimo puoi basarti sulle probabilità e sulla tendenza che il corso degli eventi sembra aver preso!
    E da come si sono messe le cose non sembra che il 'traguardo' sia così triste.” - disse un pò alterato Marco.
    Dave lo guardò serio, poi si allacciò la cintura di sicurezza.
    “Marco sai molte volte le scelte che sembrano le migliori possono essere le peggiori.”
    “Ma cosa stai dicendo? Adesso non ti capisco proprio, che c’entra questa ovvietà? ” - disse Marco con un misto di curiosità ed una punta di timore per qualcosa che nemmeno lui capiva, ma che sentiva addosso.
    Dave accellerò spingendo al massimo la macchina, Marco rimase ammutolito, Dave frenò bruscamente, le sue braccia si tesero sul volante, la cintura si bloccò al sedile, l’ auto si fermò.
    Dave guardò accanto e vide la testa di Marco spaccata contro il parabrezza, ormai in frantumi vermigli, stette a guardare il corpo esanime dell’amico per un’ora, in completo silenzio.
    “Avresti dovuto scegliere di non chiedermi aiuto cinque anni fa.”

  • 10 novembre 2006
    Solo una volta

    Come comincia: L'avvocato aveva interrotto la comunicazione con fare isterico, urlando nella cornetta il suo disprezzo. Ora respirava nervoso, lo sguardo fisso sulla scrivania.
    Ilaria provò a richiamare la sua attenzione, senza risultato. Con i fogli pronti per la dettatura quotidiana, attese disposizioni.
    Nel silenzio pesante della stanza, finalmente, s'udì il pugno dell'avvocato sul legno rossiccio della scrivania.
    "Merda- urlò- non la smetterà mai di rompere! Eccheccavolo...".
    Poi, confuso, alzò lo sguardo su di lei.
    "Dov'eravamo?". Ilaria tentò di spiegare ma l'avvocato coprì la sua voce: "Anzi no, lasci perdere... strappi tutto... ne riparleremo nel pomeriggio... Santiddio".
    Seguì, inattesa, una lunga confessione, fatta di riferimenti più o meno osceni ad una moglie che lo tradiva apertamente e che poi osava essere gelosa,  che gli rinfacciava addirittura semplici sorrisi o gentilezze o commenti positivi su amiche e colleghe. Disse di quando, in vacanza, lei si era lasciata andare ad un ballo sfrenato sui tavoli di un locale snob e di come lui avesse dovuto scusarla coi parenti bacchettoni. E ancora di quando l'aveva vista nuotare nuda in compagnia di un ragazzo di almeno vent'anni più giovane di lei...
    "Posso andare?" chiese la segretaria. "Sì...anzi no... resti... mi devo ancora sfogare... quella pazza di mia moglie... vuole divorziare... capisce? Divorziare... per gelosia! Assurdo vero? E' gelosa! Quasi che fosse colpa mia se..."
    E rimase a fissarla inebetito. Poi si alzò e s'avvicinò alla sua sedia. La guardò come mai, implorando qualcosa...
    "Sei bella, sai?"
    "Scusi?"
    Le accarezzò il volto, il collo, le spalle. La fece alzare e la tenne per mano mentre tornava alla sua poltrona.
    Ilaria restò zitta anche quando, sedutosi, la tirò a sé, sulle sue ginocchia.
    "Aiutami!" diceva piano, mordendole delicatamente un orecchio.
    "Non riesco più a..."
    Lei s'alzò di scatto, lui scivolò giù, sul pavimento e l'attirò a sé, su di sé, stringendola forte.
    "Lo faccia per me - diceva - non si preoccupi, sarà solo per questa volta..."
    Lei ansimava, arrossiva, si difendeva.
    Lui le alzò la gonna e, con scatto rapido, le fu addosso, voglioso.
    "Ti regalerò un orgasmo che ricorderai per sempre - diceva - vedrai... ti piacerà".
    Ilaria sentiva solo voglia di piangere e non aveva forza per lottare con lui.
    "La prego... ti prego..."
    Lo guardò in volto, disperata, poi iniziò a baciarlo con dolcezza. Lui gradì molto e s'abbandonò sul pavimento, ad occhi chiusi. Ilaria, timidamente, gli tirò giù la cerniera dei pantaloni e lo cercò, innocente e tenera. Poi si chinò a baciarlo e fece tutto quello che, da almeno un anno, sognava di fare con lui tutte le volte che lo pensava...
    Da tempo e in segreto, infatti, già lo amava. E ora lo possedeva. Lo sentì fremere, gioire, soffrire, gemere...
    "Sei brava... accidenti... sei fantastica".
    Prima che potesse tornare all'attacco gli fu sopra, con le mutandine scostate, e gli regalò la certezza d'essere uomo. Poi, sempre restando zitta e tremando ancora, s'alzò in piedi e, senza ricomporsi neppure, salì sul davanzale della finestra aperta. Sospirò una volta sola e si lasciò cadere nel vuoto. Col sapore inebriante di lui ancora sulle labbra.

  • 10 novembre 2006
    Intermezzo

    Come comincia: Ogni volta che mi guarda intensamente, mi spoglia letteralmente coi suoi occhi.
    Avverto quasi il sibilo del suo pensiero che, se parte in sordina, corre poi veloce e fiero fino al coinvolgimento totale. Dei sensi e delle intenzioni.
    Ed è una piacevole tortura resistere al suo sguardo, tener testa al suo lento, fascinoso, possedermi.
    Eccolo qui. Anche oggi mi guarda. Seduto alla sua scrivania mi scruta e mi desidera. Alzo piano lo sguardo e mi cattura. Mi porta fino al sogno e mi abbandona.
    Allora son io che guardo e imploro e lui mi tiene a sé deciso e coinvolgente, complice magnifico di questo morboso gioco...
    Accenno un bacio, risponde col sorriso. Ed io mi sento sua, ancora e ancora...
    Poi, dall'alto del suo imprigionarmi, concede finanche tenerezza e dedizione.
    E allora rido anch'io della mia sorte strana! Essere posseduta dalla sua foto. Qui, sul mobile, cartacea e innocua!

  • 10 novembre 2006
    Un buon inizio

    Come comincia:

    Il signor Negri, un uomo sulla settantina, sordo da cinque anni e grigio da sempre, si alzò quella mattina con le intenzioni molto chiare: avrebbe cominciato a scrivere la sua biografia.

    Una volta preso il caffé, si recò nel suo studio, tirò fuori da un cassetto un quaderno vuoto con le righe grandi della quinta elementare e una penna ancora racchiusa nella sua confezione originale. Poi si sedette, sistemando la sedia ben vicina alla scrivania.

    Iniziò il quaderno scrivendo il suo nome nella copertina interna, a lettere chiare, in stampatello. Sbarrò con due brevi segni, perfettamente paralleli, la riga dove occorreva indicare la classe. Scese con lo sguardo alla riga sotto, quella della materia. Fissò la riga vuota per alcuni secondi.
    Si guardò attorno per un po’, poi finalmente le parole affiorarono nella sua testa e contemporaneamente si impressero sulla carta.
    “Un buon inizio,” scrisse.

    Soddisfatto del titolo che aveva dato alla sua biografia, chiuse il quaderno e si alzò.
    Una decina di minuti dopo la signora Matilde, la governante che da più di trent’anni si prendeva cura della sua casa, si affacciò nello studio vuoto. Notò subito il quaderno appena iniziato. Si avvicinò alla scrivania, aprì il quaderno e lesse il titolo alla riga della materia. Un sorriso nostalgico sbocciò sul suo viso. Lentamente, senza che lei potesse fare nulla per fermarlo. Richiuse il quaderno.

    Si diresse alla finestra, poco distante dalla quale si trovava un cavalletto. Poggiata sul cavalletto una tela con su dipinti pochi tratti in un’unica tinta. Nessun altro colore sulla tela, nessuna sfumatura: solo i contorni del paesaggio fuori dalla finestra. La signora Matilde prese la tela, e se la mise sotto braccio. Piegò il cavalletto e lo prese sotto l’altro braccio.
    “Tornerò a prendere anche te, tra poche settimane,” disse al quaderno.

    Proseguì quindi lungo il corridoio verso il grande salone. Quando entrò si fece largo tra kit del fai da te usati una sola volta; un mucchio di creta informe; il contorno di un puzzle da 5 mila pezzi; un violino, un oboe, un trombone e un pianoforte, ciascuno suonato una volta appena; un pezzo di legno con intagliata la sagoma di un cavallo a dondolo; e almeno un migliaio di libri di cui sapeva che erano state lette solo le prime pagine.

    “Un buon inizio”, sussurrò pensando al titolo del quaderno del signor Negri e sorrise rendendosi conto che quella biografia appena iniziata era l’unica opera che aveva completato.

  • 06 novembre 2006
    Amore del mio amore...

    Come comincia:

    Mi vestirò di gelo, trasparente, per ricevere l'amore dalle strade. Nei miei capelli non metterò più nulla, perchè il vento possa scherzare con la luna.


    Ai piedi due stelle, sai?, quelle che vivono di riflessi, perchè tu possa indovinare sempre la scia che porta al mio bene.


    E ti aspetterò, oggi come ieri, come domani, per celebrare con te l'amplesso del perdono.


    Sarò quel guanto che accarezza il tuo cuore, il ruscello che ti fa gemere d'incanto...


    Amore mio dolcissimo!


    Nel corpo di tutti questi anni già compiuti, ritroverai la sorgente della gioia!


    E' la mia anima, eternamente bambina, che avvolgerà di tenere carezze la tua romantica figura...


    Ti amo, cuore delle mie verità, eterno Amore!


    Nudi, come sempre, sfioreremo il cielo che ci venne negato!


    Allora tanto gelo si scioglierà e saremo di carne,ancora,come quando per la prima volta sentimmo scorrere questo sangue nelle mille vene!


    Ogni anfratto sarà per te la strada buona, ogni battito d'ali una promessa.


    Amore mio! Non dimenticare di esserci quando riacquisteremo i sensi per l'amore!


    Ti morderò, ti bacerò, berrò del miele tuo tutto il creato!


    E tu di me a spicchi e baci avrai la mia essenza maliziosa e vera!


    Unità feconda saremo.


    Amplesso eterno.


    Piacere carnale che s'irradia...


    Devi solo aspettare che sia notte e poi vedrai la luce del mio pianto...


    Gioielli splendenti le gocce di dolore vissuto...


    E t'immergerai, attento e voglioso, nel rosso mare della meraviglia!


    Amplesso di catene sciolte, il nostro, aurora di quel peccato che rende eterni!


    Ti amo.


    Amore del mio amore fatto carne.

  • 06 novembre 2006
    La Spiaggia

    Come comincia: Quella mattina per entrambi non fu un così piacevole risveglio. Sia Agata che Lucio avevano dormito nel proprio letto, a non più di cento chilometri di distanza l’uno dall’altra. Lei avrebbe dovuto lavorare per tutta la mattinata, mentre lui era reduce da una settimana abbastanza pesante, conclusasi con uno dei peggiori venerdì vissuti fino a quel momento. Non erano assolutamente riusciti a trovare un accordo su chi dovesse cedere stavolta. Agata pretendeva che Lucio si mettesse in treno appena dopo pranzo e che la raggiungesse nel primo pomeriggio, per passare lì da lei sia quello che rimaneva del sabato, sia la domenica, per poi ripartire nottetempo con l’ultimo convoglio e fare ritorno verso la sua città. Lucio non riusciva a capire invece, perché Agata facesse tutte quelle storie e perché non potesse prendere l’auto e raggiungerlo appena dopo terminata la mattinata lavorativa. Lui non amava guidare, motivo per cui non aveva nemmeno un’automobile. Muoversi in treno il più delle volte lo spazientiva, ma quando era costretto a farlo lo accettava di buon grado. Ma quella mattina non ne aveva intenzione alcuna, voleva solamente stare tranquillo e andare al mare, a rilassarsi, cullato dal dolce rollio delle onde che muoiono sulla battigia. Una delle principali differenze delle città in cui vivevano, era proprio questa. La città di Lucio era a misura d’uomo, certo, caotica quanto basta, in special modo durante i mesi estivi, ma lambita dalle acque stupende d’un mare cristallino. La città di Agata era una piccola metropoli, piena di ricchezze e divertimenti, ma rumorosa e fredda, affogata nella disperazione del cemento. E quelle diversità erano già state la causa di litigi molto pesanti. Pesanti mai come quello che stavano vivendo in quelle ore. Di buon’ora Agata s’era dovuta alzare e andare al lavoro, lasciando sul cellulare di Lucio dei messaggi quantomeno poco propensi al dialogo. Appena Lucio li aveva letti, neanche così tardi rispetto all’ora in cui erano stati inviati, una leggera indignazione s’era impossessato di lui, tanto da rispondere per le rime alle accuse di lei. Dopo una serie di rapidi scambi di parole non troppo cortesi, il silenzio era sceso a regnare tra loro due. Silenzio che Lucio aveva tentato di far abdicare in favore di più miti sovrani, ma che Agata continuava a volere come despota indiscusso. L’ultimo messaggio di Lucio recitava queste parole.

     


    « Non ce la faccio più a stare dietro ai tuoi sbalzi d’umore. Lo sai che ho bisogno di tranquillità. Questo gioco di specchi rotti non può più funzionare. Se davvero mi ami, ti aspetto dove tu sai. Baci, piccolina. »


    La spiaggia dove si erano conosciuti due anni prima era una piccola rada incastonata fra due spuntoni di roccia calcarea. Vi si accedeva solamente dal mare, facendo un tratto abbastanza lungo a nuoto. Si erano ritrovati lì dopo che entrambi si erano stufati di arrostire al sole con le rispettive comitive. Era bastato uno sguardo per capire che quello non sarebbe stato solamente un incontro fugace. Agata era in vacanza lì con degli amici, ed era stata proprio lei ad insistere perché cominciassero a frequentarsi con piacevole insistenza. Fu un’estate stupenda, al morire della quale, cominciarono i primi battibecchi. Fare la spora tra le città che li ospitavano si rivelò costoso e stressante. Eppure erano andati avanti, il loro amore era andato avanti nonostante tutte le avversità. Almeno fino a quel momento, fino a quella mattina.


    Lucio arrivò al solito lido che non erano ancora le undici. Prima di potersi andare a sdraiare sulla sabbia ancora infuocata dai caldi giorni precedenti, dovette sbrigare dei servizi che nei giorni infrasettimanali gli erano impossibili da compiere. Nulla di chissà che, ad ogni modo. Non aveva nemmeno svolto completamente il telo da mare che già i primi nuvoloni si davano battaglia col sole. E pensare che fino a quel momento non è che la giornata fosse chissà di che splendore, ma nemmeno che minacciasse addirittura pioggia.


    « Queste sono le maledizioni di Agata, sicuro. », pensava Lucio nemmeno tanto convinto di quello che asseriva. Non si fece di certo scoraggiare da quel po’ di nuvolaglia e si sistemò subito per fare una bella nuotata. Approdò sulla spiaggia sua e di Agata che già pioveva. Non c’era anima viva, e voleva ben vedere con quel tempaccio. In dieci minuti il cielo era diventata una nera prateria e non si vedeva spiraglio alcuno dentro di essa. Seduto a riva per riprendere fiato, come aveva fatto quella mattina di due anni prima, si accorse di sentire freddo. Lasciò il proprio corpo in balìa degli agenti atmosferici, quando decise di stendersi sulla riva sinuosa di quell’arenile con lo sguardo rivolto un po’ verso il mare, un po’ verso il cielo. Uno dei più forti temporali di quegli ultimi anni si abbatté sulla zona, lasciandolo perplesso dapprima, terrorizzato, col passare dei minuti. Interminabili minuti.


    Il mare si era trasformato in un’immensa distesa di sangue. Sangue rappreso, raggrumato. Così viscoso che non riusciva a toglierselo dalle caviglie, dai polsi, nonostante piovesse a dirotto. E più cercava di allontanarsi dalla costa, più le ondate rosse lo raggiungevano percuotendolo con violenza. Fu un attimo. Ma  bastò a fargli capire tutto. Il corpo che aveva intravisto era quello di Agata. La corrente lo portava alla deriva. Lo portava lontano da lui. Quello che galleggiava senza vita era il fantasma d’un amore che entrambi credevano non potesse mai abbandonarli. Lucio raccolse tutte le sue forze e si tuffò. Abile nuotatore sembrava potesse passare indenne fra le braccia del brigante e salvare la sua bella. Ma non fu così. Il suo corpo senza vita fu trovato alcuni giorni dopo la mareggiata. Come solo alcuni giorni dopo fu trovato il corpo di Agata fra le lamiere contorte della sua auto, finita per la velocità eccessiva in una scarpata.


    Chissà se l’ultimo pensiero di entrambi fu lo stesso nell’istante del trapasso.


    Credo di sì, dato che la spiaggia ancora oggi dona le conchiglie dei sorrisi e dei baci che furono a chi è in grado di ascoltare pur avendo le mani sulle orecchie.

  • 06 novembre 2006
    Freddo

    Come comincia:

    Freddo.

    L’unica parola che mi viene in mente ripensando a quella sera.

    Nell’aria il sapore di terre lontane e nel cuore il freddo di un inverno che stentava a morire.

    Ho vaghi ricordi di quella sera, frammenti più che altro , che si spargono come i pezzi di un vetro infranto  da uno sparo che rende fredda quella che poteva essere una calda ed accogliente casa.

    Un altro fallimento per me, un’altra parte del mio cuore che smette di splendere e si ingrigisce tra i fumi che si respirano in questa città; Fumi che sembrano inquinare l’animo di chi li respira. Siamo tutti sotto lo stesso tetto e probabilmente moriremo tutti sotto questo.

    Rifletti vecchio c’è qualcosa che non torna,  un dettaglio , un qualcosa che nella fugacità del momento sarà sfuggito a te, che mentre ti godevi la scena con la stessa freddezza con la quale un assassino punta il suo mirino, sorseggiavi l’ultimo dei ritrovati tra i super-alcolici pregando qualche dio nascosto che quello schifo che con tanta fierezza bevi possa cancellarti dalla mente quanto stai vedendo.

    Diceva di essere tua.

    Diceva per me esisti solo tu, per me sei il principe, e io sono la principessa, insomma:un gioco che tutti prima di pregustarsi una calda notte d’affetto avranno fatto almeno una volta nella loro vita.

    Stai vagheggiando vecchio, concentrati…

    È bello pensare quanto sia difficile e complesso creare qualcosa e quanto invece sia ancora più facile distruggerla.

    La guardi. Non riesci proprio a convincertene eh?

    Eppure tu…si tu patetico fallito…lo hai sempre saputo che sarebbe finita così.

    Eppure perché? Cosa speravi di ottenere?Hai sperato davvero che per una volta l’amore potesse trionfare?

    Hai sperato davvero questo?

    No,no, ora capisco…

    Hai sempre saputo di essere un perdente ma per una volta hai voluto dimostrare che non era così.

    Che anche tu potevi averla vinta una volta tanto, che anche tu potevi avere qualche soddisfazione.

    Che anche tu potevi essere rosso…e non grigio.

    La musica tuonava in una tempesta di fumo e alcool..

    E lui caro vecchio amico ti si avvicina con fare di chi si pente di averti investito il gatto.

    Scusami ti dice.

    Io ci tengo alla tua amicizia.

    Lo guardi negli occhi. Non abbassare lo sguardo ,vecchio. Non ora.

    Lui continua a parlarti a dirti frasi e parole che tu riesci a cogliere minimamente. Ricordi, sei naufrago di una tempesta.

    Finisce di parlare.

    Stringi i pugni. Pronunci qualcosa che si perde nelle onde e nel vento, lui si avvicina come per porti l’orecchio e capire.

    Colpisci vecchio, colpisci.

    Cosa aspetti, fagli perdere la voglia di posare quelle labbra su quelle della tua donna amata.

    Stai per colpire. Rimani freddo impassibile come prima di battere un rigore.

    Alzi la mano, indietreggi il braccio:un gancio da manuale.

    Lui è ancora con la guancia rivolta verso di te.

    Ogni singolo muscolo della tua faccia si contrae in un misto letale tra il dolore e la rabbia.

    Scocchi il pugno.

    Stai per toccare la sua faccia…

    Aspetta…aspetta però…

    Cosa c’è ora? Perché ti sei fermato?Cosa ti ha fatto cambiare idea?

    Capisco…non puoi…

    La rivedi e ricordi.

    Rivedi i suoi occhi. Si,si, quelli stessi che ti hanno fatto sognare rive isolate e paesaggi lontani.

    Ti amo principessa.

    Ti amo e ti odio.

    Ritrai il pugno. Prendi la giacca. Vai via.

    Prima di andartene però vuoi rivederlo.

    Rivedere ancora quello sguardo.

    Quello sguardo che ti ha dato la vita e che poco a poco

    Te la sta togliendo.

    Addio principessa. Non ti scorderò mai.

    Sei fuori dal locale, dalla tempesta.

    Decidi che per quella sera sei sufficientemente fatto,quindi di fare un giro in riva al mare.

    Sei solo.

    È strano.

    Eppure li in quella riva volevi essere in sua compagnia, guardarla negli occhi, respirarla, poterla amare, e viverla.

    E invece sei solo.

    Rifletti.

    Il tuo spolverino nero si piega alla brezza. Come il tuo animo del resto.

    Guardi le stelle.

    Quante volte hai paragonato quegli occhi alle stelle, quante  e quante volte ridevi di quando lei ti diceva mi lasci senza parole.

    Pioveva la notte nella quale l’hai potuta avere.

    Anche solo per un attimo. Per un fugace attimo, che è stato in grado di aprirti le porte del paradiso.

    Provi un caloroso affetto quando ripensi a quegli attimi.

    Ma ora è tutto finito.

    Guardi l’orologio. È tardi il sole domani sorge anche per me.

    Una lacrima scende sul tuo viso.

    Addio principessa, ti amerò per sempre.

    Chini il capo, ti giri, te ne vai.
    Freddo: l’unica parola che mi viene in mente…