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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 16 febbraio 2006
    I giardini intrecciati

    Come comincia: … E lei se ne andò, portando con sé le parole di un uomo tanto amato ma non capito. Non si curò di coloro che pascolavano nella sua esistenza. Non si curò della sua vigliaccheria, del suo egoismo. Voltò le spalle al mondo e andò via in cima ai suoi pensieri, sotto l’arco dorato che custodiva i suoi amori. Lì riversò ciò che avrebbe dato a lui per liberarsi d’un fardello così grande, poi pianse e il vuoto della perdita e si riempì di collera. Soccorse i suoi interessi e respirò aria buona.

     

    Lui non la cercò per un po’… sapeva dei suoi umori, calcolava i suoi egoismi e pensava ad altro. Come ogni uomo aveva un senso innato d’autodifesa, non era il momento di tornare a lei, l’aveva disillusa senza cattiveria. L’incanto s’era dissolto e dunque lui doveva provvedere a crearsene di nuovi. Andò via per un po’, curandosi blandamente di chi pascolava nella sua esistenza, cominciò ad arare la terra del suo amore, buttando semini immaginari, semini a cui non credeva, speranze che sbocciavano virtualmente e che al tocco svanivano. Chiuse il silenzio in un pensiero e cominciò a suonare la musica del suo divenire.

     

    L’altra, nuda realtà dei suoi umori, urlava in un campo sterminato... urlava al vento il suo amore per un uomo lontano, un amore mai capito, mai cercato ma semplicemente nato. Non doveva stare immobile mentre il suo mondo le voltava le spalle, non poteva custodire il silenzio di un bene prezioso. Battè i pugni al cielo e i piedi in terra per ricevere ascolto, battè un colpo solo sul cuore per dimenticare l’amore. Salì sulla montagna dei suoi amori portando un gregge d’affetti con sé, incontrando la distruzione dei suoi tormenti e, oltre le spine, le paludi, i percorsi irti e pieni di trucchi c’era l’apice del suo amore. Lì diede tutta l’erba del suo cuore al pascolo, poi guardò in basso e fissò il ricordo di lui.

     

    Epilogo

    … Lui fu attraversato da tante donne che entravano e uscivano dal suo giardino, ognuna raccoglieva un fiore, ogni fiore sfioriva al tocco. Un uomo ha tanti amori quanti i suoi occhi posson guardare, quanto le sue mani contenere, quanto il suo cuore dominare. Amare un uomo significa saperlo proprio nel momento del tocco e lasciarlo andare perché un istante dopo svanisce. Poche donne raccogliendo un fiore credono al profumo del silenzio.

     

    Lei tornò a lui, dopo aver colmato il vuoto di sé, dopo aver recuperato un gregge allo sbaraglio, dopo aver perso qualche pecorella… Tornò da lui come torna una figlia dal padre, con la consapevolezza che nulla sarebbe cambiato ma che lui l’avrebbe abbracciata con lo stesso sguardo. Aprì i suoi occhi e camminò con lui, in un instante gli porse la mano e cominciò a cercare altrove. Pochi uomini si accorgono d’esser portati per mano, pochi uomini guardano nella stessa direzione delle loro donne.

     

    … L’altra scorse il tempo, aprì un’arancia e contò gli spicchi, poi i chicchi degli spicchi, poi li ruppe e bevve: agro. Lui era immaturo. Aveva una pianta l’altra, al centro del cuore, un arancio che sboccia in continuazione i cui frutti non hanno stagione, un uomo una volta attraversò le insidie del suo cuore e si sedette in terra aspettando il frutto. Si saziò d’amore e quasi distrusse l’albero quando la pianta non ne produsse più, tre anni dopo sbocciò.

     

    Non rinunciò mai a lui, continuò a battere i pugni e i piedi, a spostar fiumi e accorciar distanze, ma non quelle reali bensì quelle interiori. Non si fermò a raccoglier fiori, non voleva il suo amore ma solo amarlo. Sapeva di lui e della sua musica, sapeva di lei e del suo sguardo altrove, sapeva di sé e di un bene che si nutre del bene. Aspettò seduta in terra che l’arancia cadesse.

  • Come comincia: L’estate arriva, bussa, si fa invitare e rimane ospite indesiderata fino ad Ottobre.

    Odio l’estate, odio l’estate. Non è una semplice constatazione o una frase da dire in ascensore con una signora tanto profumata da uccidere l’ozono e tre o quattro animali in estinzione che cerca di farti sorrisetti per arrivare al punto più basso dei pantaloni.

    Tutto questo è una verità scientifica che inevitabilmente si traduce in notti insonni impanato nelle lenzuola, in guerre psicologiche con zanzare di dimensioni disarmanti, disarmanti nel senso che riescono a prenderti e a levarti dalle mani la ciabatta che cercavi di dargli in testa, e una sete con la quale ci puoi parlare notando anche delle vene sarcastiche nelle sue risposte. Alla fine rassegnato vai sul divano in salotto, cercando il telecomando dappertutto e non dove dovrebbe essere se da persona normale la sera prima lo avessi messo a posto, e trovandolo dopo un’ora sotto ai 18 cuscini sparsi, inutili a tutto ma ottimo nascondiglio per telecomandi.

    Nel silenzio più totale accendi.

    Il televisore per un motivo sconosciuto all’uomo è sintonizzato su di un canale tipo Teleproboscide dove inevitabilmente si scopa e gli strilli della deflorata svegliano tutto il vicinato visto che il volume è alla penultima tacca prima del massimo. Il tentativo di trovare qualcosa di quasi decente dentro quella scatola luminosa è assolutamente vano. Ci sono da scegliere: vecchi telefilm polizieschi dove un obeso è stato fatto crescere dentro una divisa da policeman di tre taglie più piccole e con il suo passo tenta di correre dietro ad una macchina, o ci sono nozioni sulla teoria quantistica applicata alla fissione nucleare spiegate da cavie umane con la faccia di Limiti e il corpo di Platinette.

    Verso le 04:00 riesci a prendere sono.

    Ore 06:30 una sveglia suona.

    Ore 06:30 in una casa vicino al mare una sveglia suona.

    Suona e nessuno risponde.

    Non smette.

    Uno strillo, nel silenzio del divano.

    Dovrei fare uno sforzo, devo trovare un martello per distruggerla definitivamente.

    Lo dico tutte le mattine, e tutte le mattine bene o male riesco sempre ad alzarmi. Mi odio, mi odio perché riesco a mettere una gamba dietro l’altra e alzarmi, mi odio perché mi mento davanti allo specchio fingendomi molto impegnato in quello che faccio ma soprattutto mi odio perché so che anche questa mattina diventerà pomeriggio e poi sera e poi notte e io avrò sprecato tutto. Seduto sul letto guardo di sbieco l’armadio, che in effetti è troppo lontano e vuoto per aiutarmi a vestire in maniera accettabile. Ma le 07:15 arrivano puntuali, incuranti se chi le vive è pronto, in effetti io non lo sono, neanche ho idea dei calzini da prendere. Rompo l’incantesimo e masticando rabbia riesco a scendere in un fiato le scale. Che darei per una giornata grigia! non sono pronto per il sole, il mio psichiatra dice che ho paura della verità, si sbaglia. Io la verità la conosco bene, io con la mia verità ci vivo, forse la inganno qualche volta ma so tutto.


    Eccomi seduto sul l’ultimo vagone della metro B, intento a non farmi portare via il piccolo sorriso che a stento ostento. Il risultato di pochi minuti è l’odio indiscriminato di tutto il mondo, io non faccio distinzioni di razze o religioni, la mattina li odio tutti e per non fare dispetto a nessuno li odio in eguale modo. Come tutte le mattine penso di non andare a lavorare e andare all’EUR,  sdraiarmi sul prato del laghetto del Palasport. Sulla mia carta d’identità è scritto stato civile LIBERO, un impiegato del comune mi ha dato la libertà che ogni giorno mi viene sottratta per qualche euro. L’avvocato ha detto che se sarò bravo fra 33 anni uscirò e poi me la dovrò cavare da solo. Troppo vecchio per fare battaglie, troppo stanco per portarle avanti ma soprattutto troppo povero per pensare di fare tutto questo.

    Il lavoro presso clienti è la cosa che conosco che si avvicina di più ad una interpretazione teatrale. Deturpato dall’odio dovevo calarmi nella parte un secondo prima dell’apertura della porta dell’ascensore. Il campanello strilla, stringo forte la borsa degli attrezzi e aspetto. Altro strillo, la porta si apre:

    "Buongiorno", mi dice una signorina bionda sorridendo.

    "Buongiorno... sono Franco Quattro della ditta Celio, sono qui per il sistema telefonico".

    Questa frase ormai mi esce spontanea, non ha più senso, neanche la sento. Esce senza suono.

    "Finalmente… si accomodi pure, la centrale è di là".

    Eccomi entrato a pieno nella parte, ormai il palco è pronto, il telo si è alzato e le comparse sono pronte con le loro battute. Io continuo a sfoggiare sorrisi vari, camminando con il passo di chi sa il fatto suo, che sa di essere il salvatore, colui che permetterà a voi povere creature di comunicare con il mondo esterno. La sala CED coma al solito è un piccolo loculo con fiori appassiti, un metro per uno con temperature che perfino l’illustrissimo Satana non riesce a creare nel suo inferno. Ma va tutto bene, mi muovo con agio, poso la borsa e comincio a sfiorare piano la tastiera, è un crescendo. Entro ed esco da cartelle gialle come se fossi il vento, sfioro drivers, software, come se fossi Miles Davis.

    Dopo qualche minuto di applauso iniziale inizia tutto, buio in sala, il gobbo si sistema e a me non rimane che aspirare e partire con la prima battuta.

    "Signorina credo di aver capito il problema… non c’è comunicazione".

    Il pubblico rimane con il fiato sospeso preoccupato dalla mia affermazione e dalla gravità della situazione.

    "Mi scusi sig. Quattro, ma tra chi?... O tra cosa?"

    Altro silenzio…

    "Semplice", il sopracciglio si gira e invita l’occhio a ballare con lui, tra la centrale telefonica e il software.

    Un boato scoppia fragoroso seguito da un applauso scrosciante.

    Un inchino, un sorriso e riprendo da grande attore quale sono.

    "Dovrei verificare la connessione, cambiare qualche cavo e il gioco è fatto".

    Conscio che il sistema che vendo e installo fa acqua dappertutto cerco di ottenere la solitudine in modo da provare a casaccio e con moderato panico tutto il provabile, dalle preghiere a Manitù a un dialogo con Siddarta, a spegnere, riavviare, aprire un programma prima di un altro brancolando nel buio.

    Il primo atto si chiude con questa velata tristezza: il nostro eroe alle prese con un mostro dai molteplici poteri non riesce a venire a capo della situazione. Il pubblico accusa il colpo, qualcuno piange, altri si alzano smarriti e vanno la bagno.


    La luce si spegne di nuovo, secondo atto.

    La Sig.ra di nome Luisa si avvicina al CED e si affaccia dalla piccola porta. Avendola vista arrivare continuo la mia recita muovendo i tasti e interrogando il collegamento con veloci ping.

    "Come va sig. Quattro?"

    "Ancora un attimo e dovremmo esserci". Penso proprio che l’Oscar questo anno non me lo leva nessuno. Vedo tra le luci la gente in sala che segue con il viso ogni mossa, ogni parola, catturati dalla fase grave della situazione.

    E poi tra tutti quegli sguardi noto due occhi. Due occhi tristi lasciati troppo a lungo soli. Il viso che li porta è dolce, delicato, sembra la schiuma soffice del sapone profumato.

    Continuo con le mie manovre teatrali e alla fine per sbaglio risolvo la situazione facendo una piroetta e incrociando tutte le dita.

    "Sig.ra Luisa io avrei fatto". Il tono ora è più lieve.

    "Potrebbe fare una prova per sicurezza?"

    "Certo Sig. Quattro".

    La suspance rapisce tutti, ognuno aspetta la risposta della sig.ra Luisa come una liberatoria fine.

    "Sì, sembra funzionare tutto…"

    Un applauso con urla mi rese impossibile rispondere subito. Dovetti aspettare 15 minuti prima di poter riprendere la parola.

    Mi inchino e applaudo a mia volta il meraviglioso pubblico.

    "Perfetto, se firma gentilmente il rapportino posso concludere l’intervento".

    E sull’ultima parola lascio cadere il braccio verso terra accompagnando il sipario con la mano.

    Mi chiudo la porta dietro e inizio a struccarmi. Lentamente riprendo l’odio nascosto liberandolo silenziosamente. La farsa è finita il mio personaggio ha reso gioia e felicità lasciandomi vuoto e senza un motivo per cui essere felice o orgoglioso. Penso solo a tornare a casa per chiudere un altro giorno dentro le lenzuola, per inserire nella scheda anche oggi. Un giorno come un altro un giorno che cancellerò da qui a qualche anno un giorno inutile come gli auguri a Natale. 

  • 16 febbraio 2006
    Destino al polso

    Come comincia: I lampi in quel cielo rosso-notturno erano così belli da farsi ammirare col naso  in su. La pioggia non si sentiva nemmeno, il temporale era lontano. Eravamo in cerchio ad asciugarci attorno ad un falò; in spiaggia altri come noi, avevano deciso di fare il bagno di mezzanotte. L’acqua avvolgeva calda in nostri corpi, la pioggerellina era scenografica; formava concentrici cerchi e scivolava nel fondo del mare di un blu quasi annerito. Quel giorno sembrò non finire mai, o forse era solo un mio desiderio.


    Due occhi grandissimi mi guardarono per  un secondo.


    Il primo secondo, di altri successivi a poche ore di distanza, interminabili secondi allineati, che avrei voluto fermare ad ogni vibrazione della lancetta sull’orologio.


    Il  ricordo è ancora vivo, il profumo, il mare, la voce, il sorriso e le labbra, ma i suoi occhi, quei secondi, cerco di dipingerli ma non ci riesco.


    Ho comprato una tela, i pennelli, le tempere, ho piantato tutto sulla sabbia, mi sono accucciata a dipingere.


    Ho chiuso gli occhi, il pennello intinto di verde e azzurro, la profondità. Or ora l’ho intinto di un rosso porpora acceso  quasi abbagliante, un fuoco così perfetto sulla tela non l’avevo mai visto; avevo quasi paura.


    La tela l’avevo acquistata da un pasticciere; cioccolato bianco purissimo, le tempere di zucchero caramellato colorato traspiravano dolcezza.


    Sento scuotere la mia nuca, una o più volte, sento una voce, scandisce il mio nome, una piccola scossa, ho gli occhi aperti, il sole caldo sulla sabbia.

    E’ mattina, tutto è già successo, mi sono addormentata sulla spiaggia dopo la nottata passata tra il cielo e il mare. Ho un elastico per capelli al polso, non è mio.L’annuso e sento il profumo.


    La tela che ho dipinto è lì nella mia testa, ma non basta per rivivere. Non ci sta nemmeno nella valigia, non posso portarla via, si scioglierebbe, continuo a sognare e a svegliarmi, tra reale e ricordi, tra i secondi allineati.

    Questa mattina sulla riva Carla mi ha trovata addormentata con accanto una tela e le tempere, un grande cuore dipinto su e un elastico al polso che non è mio.

  • Come comincia: Categoria vivere.

    Categoria difficile. Categoria alla quale tutti aderiscono. Molti rinunciano anzitempo. Volenti o nolenti si prende parte al carnevale della vita. E allora,  tanto vale provare.

    E ci si impegna, con voglia e speranza. Sorridendo all'umanità. Un sorriso che ti costringi a trasformare in una maschera. Che importa. Il sorriso è come la peste: contagioso.

     E inizia cosi la tua avventura! Poche cose da portare sulla schiena ma un immenso bagaglio dentro te. Ti sei sempre detto che quello che hai dentro nessuno te lo potrà mai portare via. Nemmeno se ti portassero via tutto. La vera ricchezza è dentro di te.

    Poi incontri altri sorrisi. Quei sorrisi che ti lasciano credere. Quei sorrisi che cominciano a rubarti piccoli pezzi di te. Piccoli pezzi dentro di te.

    E cominci a sentire che la qualcosa ti è stato portato via. Ma tu sorridi. E loro sorridono. Sorridono con te? O di te? Tu sei tranquillo. Vuoi essere tranquillo. Devi essere tranquillo. Non puoi credere di non essere tranquillo perchè loro sorridono. Vedi i loro denti.

    Ma sono sorrisi? I loro denti sono aguzzi. Mordono i tuoi sogni, dilaniano le tue emozioni, sbranano i tuoi progetti. Sono sorrisi?

    Quando cominci a pensare con troppe domande cominci a convivere con troppi dolori. Sono sorrisi?

    Sei sempre più povero. I denti. Non sono sorrisi. Le risposte cominciano ad arrivare. Non sono sorrisi. Mostrano i denti. Sono vampiri. Mi avevano scambiato per uno di loro: tu sorridi, loro mostrano i denti. E masticano ogni cosa che trovavano dentro di te. Non sono sorrisi.

    Ora fanno male. Prima non li sentivi. Perchè? Solo ora fanno male. Hanno mangiato tutto dentro di te. Anche la morfina dell'amore. Ora stai male. Ora il dolore ti pulsa alle tempie.

    E una mattina ti alzi e ti guardi allo specchio. Guardi ancora. Il sangue ti gela nelle vene. Guardi ancora. Quello non è più un sorriso. Sono solo denti. Aguzzi denti pronti a mordere.

    Ora non hai più nulla. Ora non hai più voglia. Ora sei solo.

    E loro, adesso, ridono davvero.

  • 16 febbraio 2006
    Nasce una piccola poesia

    Come comincia: Un lungo viaggio in autostrada.
    Alle 13,45 breve sosta profilattica anti morte per colpo di sonno. Mi addormento ascoltando il giornale radio di RAI 3. Il sonno diventa profondo, profondissimo, e poi pieno di sogni.
    Sogni intensi, visioni a vasta scala cromatica e intensa partecipazione emotiva, leggera angoscia, senso di estraneità e pervasiva "saudade".
    L'inesplicabile illogicità della trama onirica mi porta in terre, e stati interni, lontane e forse ostili. “Stranger in a stranger land”.
    Al risveglio, in lenta emersione dall'apnea ipnagogica verso la superficie del contatto con il senso realistico della realtà, ascolto una voce familiare non ancora intellegibile nelle nebbie della mia coscienza e penso... l'indistinta eco di una voce amica ed il suo danzante intercalare...
    Pian piano riconosco la voce del conduttore per antonomasia di Fahrenheit che intervista un ospite e il risveglio, ora, è piacevole e rapido. La sera, a casa, ripenso al frammento di pensiero: ... l'indistinto suono di una voce amica e il suo danzante intercalare... lo penso in versi e provo a scriverci su una piccola poesia che contenga il senso della nostalgia, dell'estraneità e dell'esplorazione:

    Il risveglio di Ulisse

    L'indistinta eco di una voce amica
    e il suo danzante intercalare
    nella domestica stanza al risveglio
    giunge sereno a riportare
    una Itaca ancora ritrovata
    e una Penelope da baciare
    il giorno della sfida al nuovo mare,
    ultima.

  • Come comincia: Il sole esiste sotto il tetto. Non c’è niente di più bello di questo. Un letto disfatto senza Madonne a custodirlo. Morire qui mi fa schifo. Senza la mia anima poi ancor peggio. Apro il rubinetto e muoio qui nel cesso di casa. Sono impaziente di farlo, mi affascino esultante mentre apro l’armadietto e cerco dolcemente quella cosa lì. Giro il rubinetto del lavandino e faccio scorrere l’acqua fredda, la voglio gelata e l’inverno là fuori oltre il vetro e la serranda mi aiuta.Tiro su le maniche della camicia contemplandomi  mani e avambracci mentre l’acqua li bagna e li desensibilizza concentrandosi sui polsi.
    La luce del neon mi abbaglia e posso sentire l’acqua che scorre abbondante e fragorosa fuggendomi tra le dita. Che spettacolo, mi dico guardandomi nello specchio sopra il lavandino, innamorandomi di questi occhi strapieni finalmente di vita che tra un po’ se andrà via. La lama del rasoio brilla come una stella, invitandomi ad affrettarmi nell’opera ultima di una volontà che inaspettatamente mi viene voglia di rimandare. Chiudo il rubinetto e vado vicino al letto disfatto, dove mi sdraio con i polsi ghiacciati che sembrano informicolirsi tutti, e penso alla cazzata che stavo facendo. Non si può morire così, no!  Chiudo gli occhi e penso al passato, perlopiù penso alle cose belle e mi pare così strano di averne fatte così tante. L’importanza delle cose belle sta nel fatto che in punto di morte esse perdono consistenza e si trasformano nell’inutilità dei sogni; per fortuna è così anche per le cose brutte. Mi alzo e mi affanno a cercare dentro un armadio la scatola con le vecchie musicassette, dove trovo infine quella che cercavo con le canzoni del mio disco preferito. La copertina della cassetta è sbiadita e il volto del cantante ricorda la foto di una vecchia tomba. Prendo il mangiacassette e vado nuovamente in bagno, ci ficco la cassetta e vado indietro con il nastro: voglio sentirla dall’inizio e sentirmi leggero come tutte le volte che l’avevo ascoltata fino a intenerirmi il cuore. Alzo il volume ed eccola lì che comincia ad entrarmi nell’anima…vivo, vivo e amo questa musica, non posso arrendermi ma non posso nemmeno aspettare che sia qualcun altro o qualcos’altro a decidere il modo e il giorno della mia morte. Deve essere una sorta di parità visto che in fin dei conti uno non può decidere quando deve nascere mi pare il minimo che almeno uno possa essere lui a decidere quando andarsene una volta per tutte.  Mi riguardo allo specchio e sorrido, ma la mia mano è più veloce della logica mentre afferra istintivamente il rasoio e zac!… La prima rasoiata fa cadere una ciocca di capelli dentro il lavandino, poi ne viene una seconda, una terza, seguita molte altre più precise finché ecco la mia testa che luccica privata dai capelli.
    Oh quanto mi piaccio! Sto davvero bene e il bello è che non mi sono nemmeno tagliato. Finalmente dopo tanti anni ho un’altra faccia a tenermi compagnia.  Mi riempio le mani di dopobarba frizionandomi il cranio, brucia un po’, ma volete mettere come risaltano questi occhi?  Stasera quasi quasi esco da casa e vediamo cosa succede. È ora di cambiamenti, di rinnovamento totale, cosicché comincio subito con queste cazzo di canzoni  fracassando contro il muro il mangiacassette. Finalmente silenzio. Spengo la luce del bagno e torno nel mio letto disfatto: ho voglia di sentire  la sensazione di una testa calva sul cuscino. Mi sento davvero bene, penso che stasera uscirò ma prima sento la necessità di riposarmi e distendere ogni lineamento e ruga  del mio volto.  Mi stringo il cuscino in testa e serenamente mi addormento.
    La mattina giunge presto e il primo pensiero è il dispiacere di essermi addormentato, escludendomi il brio di una nottata con un nuovo me. Ho fame. Mi alzo e barcollò fino in cucina.
    In cucina c’è gente. Stanno in silenzio, seduti attorno al tavolo. Guardandomi sorridono indicandomi la mia testa pelata. Il tavolo è apparecchiato per la colazione: c’è del caffèlatte bollente, fette biscottate e marmellata, succhi di frutta e due torte invitanti.
    Non capisco, e mi raggelo nella soglia della cucina. Chi ha fatto entrare quegli sconosciuti a casa mia, chi? Mi domando senza parole.
    Ci sono due donne, una molto più giovane dell’altra. Vedo un vecchio curvo sul caffèlatte fumante e un ragazzino che succhia fastidiosamente  del latte da una tazza  colorata. Hanno tutti l’aria simpatica e spontaneamente genuina.
    La donna m’invita con una voce da spot pubblicitario a sedermi con loro. C’è un posto libero tra il vecchio e la ragazza e il caffè con il suo aroma che invade la cucina mi allieta.
    Tutti mi chiedono come sto e se ho dormito bene, sono premurosi e gentili e il caffè è buono.  Non li conosco per niente, ma chi se né frega, d’altra parte non si conosce mai nessuno nella vita. Potrei  chiedere loro chi sono e come diavolo sono entrati a casa mia, ma qualunque cosa essi mi rispondono per ora non m’interessa più.  Prendo la caraffa del caffè per versarmene una buona dose sennonché  riesco a rovesciarmi la tazza piena tra le gambe.  Il ragazzino ride mentre  io grido balzando in piedi cercando di staccare i pantaloni bagnati e appiccicati sull’inguine che fuma. Forse il mio saltellare ridicolo ha contagiato il vecchio poiché si alza e comincia  a battere le mani come in una danza popolare. Fortunatamente le due donne  accorrono in mio aiuto con un panno freddo da applicare sulla scottatura. Sto già meglio, mi scuso e mi risiedo, mentre il vecchio ci informa che va in bagno. Lo vediamo tornare con il mio mangiacassette fracassato portandoselo sul bancone della cucina, dove armato di un cacciavite  me lo riporta in vita  dopo averci trafficato per cinque minuti. Mi dice che era un peccato  buttare via un mangiacassette come quello per una sola cassetta che non piace più. Gli diedi ragione intavolando una normale conversazione mentre  mangiavo con voracità ogni prelibatezza di quella colazione. La donna più giovane frugò da dentro una borsa esclamando felice che lei aveva una bella cassetta da farci sentire.
    Era solo musica, ma una musica come quella io non l’avevo mai sentita… era fantastica per ballarla e lasciarsi andare in un’estasi da illuminati.
    Ballammo tutti intorno al tavolo con il cuore che batteva colmo di serenità e di una libertà senza eguali: è bello stare qui. Domani mi dicono che sarà ancora meglio: qui si balla, si gioca e ci si meraviglia, nessuno può disturbarci perché il mondo con tutti i suoi orrori non ci può raggiungere.
    Io non lo sapevo, ma questa casa ha molte stanze, tantissime stanze interessanti, abitate ognuno da persone fantastiche che ti fanno davvero stare bene. E chi se ne frega se anche sono fantasmi, o frutto dei miei deliri artificiali o di un aldilà camuffato?
    Sto bene, no? Questo conta davvero.

  • 11 febbraio 2006
    Anam cara - 2006

    Come comincia: E' come se tu mi abitassi.

    Come se ogni stanza del mio essere ti avesse ospitato, attento visitatore.


    C'è chi entra per caso, dà un'occhiata all'ingresso e poi se ne va, indifferente.

    Chi irrompe, non voluto, e diventa il padrone, prende possesso, trasforma, distrugge.

    E chi bussa, come hai fatto tu, chiedendo di essere accolto.


    La prima volta che ti ho fatto entrare volevo che tutto fosse immacolato e perfetto.

    Ho riempito i vasi di rose e gigli, nascosto le cianfrusaglie, coperto le poltrone logore. 

    Ti ho aspettato con trepidazione e osservato con curiosità.

    Ti ho fatto accomodare nel grande salone di rappresentanza e ti ho offerto champagne in calici di cristallo.
    Volevo che la mia casa ti piacesse, che ti venisse voglia di tornarci. 

    E tu l'hai fatto. Una volta, e poi ancora e ancora e ancora.

    Ma pian piano la polvere è tornata a coprire i mobili, i fiori appassiti non sono stati sostituiti e altre stanze hanno attirato la tua attenzione.

    Alcune le hai trovate chiuse a chiave, nessuno doveva entrare. Non hai cercato di forzarle, non hai fatto domande, hai aspettato.

    E un giorno hai scoperto che la porta che conduceva su in soffitta era socchiusa, non più sbarrata.

    Allora sei salito, silenzioso, chiedendoti cosa avresti trovato di così segreto. Hai aperto gli scatoloni con i vecchi quaderni, accarezzato le bambole della mia infanzia, scoperto gli album con le fotografie di me bambina. Ti sei seduto per terra e li hai sfogliati, curioso di capire chi ero stata prima di incontrarti.

    E io, nell'ombra, ti spiavo emozionata, aspettando di sapere se saresti tornato anche dopo aver visitato il mio passato.


    Sei tornato, e ogni volta una nuova porta si lasciava aprire. Stanze sempre più buie, sempre più nascoste, sempre più lontane dalla luce del sole.


    Fino a quando, un giorno, sei sceso in cantina, lungo i gradini traballanti di quella vecchia scala illuminata solo da una piccola lampadina. Quella cantina in cui io stessa non ero mai riuscita ad entrare per il terrore che un mostro terribile si nascondesse nel buio pronto a divorarmi. Mille volte avevo aperto la pesante porta di legno e fatto il primo passo, ma nulla mi aveva mai spinto ad andare oltre, nemmeno la speranza che qualcosa di prezioso aspettasse solo di essere trovato.
    Ma questa volta tu eri con me ad affrontare quell'oscurità, tu mi tenevi per mano e io sapevo che qualunque cosa ci fosse alla fine della scala, non poteva più farmi del male.

    Hai trovato quell'interruttore che credevo non esistesse nemmeno, hai fatto luce, e mi hai mostrato che non c'era niente di cui avere paura. Nessun mostro nel buio, nessun terribile segreto da nascondere. Solo un grande disordine, qualche vecchio scatolone da buttar via, tante ragnatele da pulire.

    E qualcosa di inestimabile da proteggere.

    Me stessa.

    In quel momento, lì con te, ho smesso di avere paura.


    Ero convinta che un giorno avresti deciso di andartene, che avresti scelto un'altra casa da abitare, un altro mondo di cui diventare protagonista. 


    Non avrei mai pensato che sarei stata io a cacciarti.

    Perché non avrei mai voluto vederti dare per scontato che la mia porta sarebbe stata sempre aperta.
    Comunque e nonostante tutto.

    Anche quando avevi già scelto un'altra casa.

    E un altro mondo.
     

    Ho sprangato la porta d'ingresso, sigillato le finestre, spento tutte le luci.

    Mi sono nascosta in fondo all'armadio più isolato di tutta la casa.

    Seduta lì, tra i vecchi cappotti e le cose da buttar via. 

    Le ginocchia strette al petto, gli occhi sbarrati, a chiedermi "perchè". 

    Perché. Perché. Perché.

    Quando non ero stata abbastanza?

    Come avrei potuto essere quello che tu volevi?

    Dove avevo sbagliato? 


    Buio.
    Dentro e fuori.

    Soffocare.
    "Non ce la faccio", ripetuto come un mantra.

    Affogare.
    Giorno e notte.

    Silenzio.

     

    Ma tendevo l'orecchio, aspettando di sentirti bussare. 

    Perché non potevi lasciare che finisse tutto così, senza nemmeno una parola.

    Senza pretendere una spiegazione.

    Facendomi dubitare di tutto quello che era sempre stato saldo dentro di me.

    Noi, al di là delle definizioni.

    Finché il silenzio è diventato assordante e ho capito che non saresti tornato.

    Nessun lieve "toc toc" sarebbe arrivato a salvarmi. 


    E non era maledicendoti o rinnegando quello in cui così tanto avevo creduto. 

    Non era odiandoti o cancellando ogni traccia di quello che eravamo stati.

    Non era chiudendo per sempre quelle porte

    O spalancandole al primo arrivato.


    Non era così che sarei andata avanti.

    Non era rinunciando a me stessa che avrei trovato la forza di rinunciare a te. 

    Era il momento di rimettersi in cammino.

    Di trasformare l'amore per te in amore per la vita.


    Ho scostato appena la porta dell'armadio, ho guardato fuori.

    E in tutto quel buio ho visto un raggio di luce, che chissà come era sfuggito alle imposte chiuse.

    Illuminava quell'angolo, vicino alla finestra, dove ti sedevi spesso.

    Non ho potuto impedirmi di sorridere al ricordo delle nostre mille parole.

    E ho capito, finalmente.


    Adesso sono qui, appoggiata allo stipite della porta, il sole che mi riscalda il viso.

    Canticchio tra me e me. 

    Curiosa e trepidante, chiedendomi chi entrerà in casa, chi si tratterrà, a lungo o solo per un istante. 

    Pronta a condividere tutte quelle stanze, tutto quello spazio, di nuovo.

    E tra tutti i visi che vedo passare, forse un giorno riconoscerò il tuo.

    Ti sorriderò e ti inviterò a bere un caffè. 

    Noterai che ho spostato qualche mobile e che c'è molta più luce, ma la casa è sempre la stessa. 

    E mentre chiacchiereremo seduti al tavolo della cucina a un certo punto ti interromperò. 

    Ti metterò una mano sul braccio e ti guarderò negli occhi.

    E ti dirò che ho capito, finalmente.

    Ho capito che mi sbagliavo quella sera di agosto quando, con il cuore in frantumi, ti ho detto che vi avevo persi. 

    Tu e lui.

    Nonostante tutto il mio amore. 

     

    Mi sbagliavo.

    Tu e lui siete ancora qui.


    "Finché ci incontreremo di nuovo..."

  • Come comincia:

    Questa notte mi sono svegliato, come spesso mi accade, e sono rimasto per un po’ a ruminare pensieri legati a due o tre banali accadimenti di ieri.

    Quasi inavvertitamente ben presto sono passato a ricordare e rivivere intensamente, un lontanissimo giorno dei miei ventidue anni.

    Ciclista professionista nella squadra F. soltanto da due mesi, correvo quel giorno la mia prima Milano - San Remo.

    Poco prima del via ero stato avvicinato dal direttore sportivo della nostra squadra che senza preamboli mi aveva detto:

    - Te Fabrizio che sei nuovo e che non mi puoi aiutare per far vincere il B, allora, se ci riesci, vai via “alla morte” al ponte lungo, quello dopo l’albergo del Mario, e cerchi di arrivare da solo sulla cima del Turchino, che lì c’e il cinegiornale e forsi anca la TV. Ti te alzi e fai vedere la maglia ben bene, davanti, dove c’e la scritta del frigo ... poi te ti fermi e ti portiamo a casa noi in ammiraglia. -

    Io feci, forse, un cenno ambiguo che poteva essere o no d’assenso, di sicuro pensai: tu sei matto se pensi io mi vada ad ammazzare di fatica e poi mi ritiri per farmi riprendere la scritta della maglia dal cinegiornale! E poi pensai anche: chi me la dà la forza per andare in fuga alla Milano San Remo!

    Come sia avvenuto non lo ricordo, ma poi in fuga solitaria mi ci trovai davvero e non dal ponte lungo, ma da molto prima.

    All’inizio della salita del Turchino ero ormai da molti chilometri sempre più penosamente in difficoltà, avevo un mal di gambe mai provato prima in vita mia e la baldanzosa energia che mi aveva sorretto per quasi due ore era ormai meno di un ricordo.

    Non conoscevo il mio vantaggio e, poiché ero un ciclista sconosciuto, mai visto e sentito prima, ero stato lasciato solo, preceduto dalle staffette della polizia e seguito dal nulla più assoluto.

    Cadeva una pioggia gelida mista a nevischio per questo gli spettatori a bordo strada erano pochi, infreddoliti e talmente presi dall’attesa dell’arrivo dei loro campioni favoriti, che molti non si accorgevano neppure del mio passaggio.

    Solo qualcuno ogni tanto,  per fare qualcosa, mi gridava da dietro: - alè Pippo! - scambiandomi per il compagno di squadra influenzato, che avevo sostituito all’ultimo momento, io infatti portavo sulla schiena il numero a lui attribuito nell’elenco degli iscritti pubblicato sulla “Gazzetta dello Sport”.

    Giunto, più morto che vivo, ad un paio di chilometri dalla vetta, fui raggiunto a tutta velocità dalla macchina del direttore sportivo che, affacciatosi al finestrino mi disse spiccio:

    Te Fabrizio fermati pure, tanto è brutto tempo e quindi non c’è il cinegiornale e nianca la tele! Dai fermati e sali, che dobbiamo tornare dietro al gruppo e pensare a far vincere il B.

    Io feci finta di non sentire e, bene o male, riuscii a raggiungere il passo del Turchino ancora in testa alla corsa.

    Subito dopo mi fermai sul ciglio della strada e non fui raccolto dall’auto ammiraglia del mio direttore sportivo, nè dalle altre auto al seguito della nostra squadra e dovetti aspettare l’arrivo della “vettura scopa” dell’organizzazione.

    Da allora nella squadra S. fui considerato un “chi credi di essere?” presuntuoso ed insofferente.

    Ben presto dovetti passare ad una squadra meno importante e la mia carriera ciclistica, mai brillante, si esaurì in pochi anni.

    Da allora di anni ne sono passati più di quaranta e molte volte ho ricordato e rivissuto quella mia prima Milano San Remo. Talora ho anche provato un po’ d’orgoglio per quella impresa inutile e misconosciuta e per quella piccolissima insubordinazione.

  • 04 febbraio 2006
    Una bella amicizia

    Come comincia: C' era una volta un uccellino di nome Gimmi.
    Viveva in un albero magico, tante volte invitava a casa sua i Gabbiani Volanti, suoi amici.
    Gimmi stava bene nell' albero magico, perchè per magia aveva tutto quello che voleva: una casa e cibo in quantità. I suoi amici non avevano casa, allora Gimmi decise di farli vivere con lui.
    I Gabbiani erano felicissimi e chiesero dove poteva dormire.
    A Gimmi venne un' idea: tutti insieme costruirono otto nidi lettino, sette per i Gabbani e uno per Gimmi.
    L' uccellino era felice di ospitarli a casa sua. Da quel momento i gabbiani mangiarono tantissino, dormirono tantissimo, insomma nella casa di Gimmi stavano proprio bene.
    Anche Gimmi non era più solo.
    Facevano tante cose insieme, erano proprio amici e si volevano tanto bene. Che bei amici erano diventati da quando Gimmi li aveva fatti vivere con lui!
    Da quel giorno vissero felici e contenti .

  • 04 febbraio 2006
    La giostra del circo

    Come comincia:

    Seduto sugli spalti, quello strano personaggio osservava quella giostra colorata che è lo spettacolo del circo. La gente affascinata, rideva, rimaneva a bocca aperta, si emozionava mentre i bambini, in particolare, era come se avessero iniziato un sogno addormentandosi ad occhi aperti. Un sogno che si sarebbe dissolto una volta usciti da quel tendone.
    Quel personaggio però non rideva, non rimaneva a bocca aperta affascinato. La sua emozione era solo incredulità. Già, incredulità. Perché quel giorno c’era la Natura seduta ad assistere allo spettacolo. Nessuno faceva caso a quella donnina, umile e anche apparentemente un po’ rassegnata. Forse qualcuno si era limitato a osservare che era lì da sola, cosa piuttosto strana e che guardava lo spettacolo con occhi tristi, cosa ancora più strana. Ma forse nessuno aveva formulato queste due riflessioni.
    La domanda che continuava a ripetersi nella mente della Natura, come la parola di una canzone suonata da un giradischi con la puntina che salta era: dov’è tutto quello che ho creato? La domanda era poco chiara e lei diede una spiegazione anche a se stessa. Si chiese che fine avesse fatto l’istinto degli animali che stava osservando. Non era nella loro indole fare alcune cose, non era tra le loro scelte prioritarie trovarsi in quel luogo. Certo si trovavano insieme agli uomini, in apparente perfetta sintonia con loro e questo andava bene. Ma esibirsi come gli uomini davanti a una folla, poteva non essere quello che quegli animali desiderassero. A quel punto si chiese perché lo facessero. Forse a loro piaceva. Forse quegli applausi gratificavano il cavallo che in quel momento stava guardando danzare con movimenti umani, spinto a colpi di briglia. Poi li vedeva scomparire dopo le esibizioni eseguite e sentiva ringraziamenti e lodi solo rivolte all’uomo, o alla donna, che avevano effettuato il numero con loro.
    La Natura dovette andare a fondo e chiarire ogni suo dubbio.
    Lo spettacolo terminò. Il buio invase il tendone che si svuotò. Le risa e le voci si spensero. Nell’aria aleggiava ancora l’odore salato dei popcorn e l’odore selvaggio di alcuni animali, che si erano esibiti. Nessuno aveva notato quella donna minuta e poco appariscente, che non aveva lasciato il circo. Ora le luci della ribalta si erano trasferite a illuminare la vera vita degli artisti del circo. Le luci interne dei camper erano tutte accese. Quella piccola città viaggiante stava per prendersi il meritato riposo. Muovendosi silenziosamente, come lei sapeva ben fare, la Natura camminò in mezzo a camper, tendoni e arrivò alle gabbie. Nella semioscurità gli animali sedevano rassegnati, alcuni aspettando il sonno, alcuni riflettendo sulla serata trascorsa altri chiacchierando tra loro. Fu proprio nel contesto di una di queste chiacchierate che sentì la risposta alle sue domande:
    “Cara Janet” disse il leone alla tigre “non devi dimenticare che le azione fatte a fin di bene, sono a volte apparentemente prive di senso”. Janet annuì stanca.
    “Ricordati” continuò il leone “che Tim, il pony che tutti conosciamo da anni e amiamo profondamente, è amato anche da Tommaso, il figlio del proprietario e il sentimento è contraccambiato. Se il circo chiudesse probabilmente loro dovrebbero dividersi e noi vogliamo il bene di Tim e di quel bambino, che con noi è sempre così buono e ci vuole bene. Non hai visto il padre di Tim, Fulmine, come si muove a passo di danza come una marionetta? Pensi che lui non stia soffrendo? Ma ama troppo suo figlio per mollare! Noi li amiamo tutti e due per cui deduci tu qual è l’atteggiamento più giusto da adottare… non pensi sia giusto stargli vicino?
    La Natura chiuse la scatola delle risposte. L’aveva aperta perché era vuota ma ora si era riempita a sufficienza. Si allontanò nel buio, lasciandosi alle spalle la luce che proveniva dalle gabbie. Adesso nella sua mente c’era una certezza: alla libertà si potevano mettere sbarre, sia di metallo che psicologiche ma all’amore non si potevano mettere catene.
    Se ne andò con gli occhi gonfi di lacrime e un sorriso dolce sulla bocca, il sorriso di una madre che vede i propri figli infelici lottare con entusiasmo per la felicità altrui. Se ne andò sicura che avrebbe preparato per loro, in una prossima vita eterna, campi verdi su cui correre e nessuna catena che intrappolasse il loro istinto, lasciando loro la libertà di esprimere il proprio amore senza condizioni.

  • 04 febbraio 2006
    Bar delle Rondini

    Come comincia: Ci ha un odore tutto suo il bar delle Rondini, di sale e di cloro, a seconda se il vento tira dal mare oppure ci prende alle spalle, dalla parte dei depuratori. Dico alle spalle perché qui a piazza s’è sempre guardato verso il mare, sto gigante sdraiato che sembra poco più che un lago, stretto ormai tra l’ultimo stabilimento e il cantiere del nuovo porto turistico. E lo sguardo salta sempre oltre la spiaggia, uno sputo di sabbia nera come una radiografia andata male.

    Oggi, a dir la verità, è più il cloro che sento mischiato al cappuccino. Sarà questo che mi mette l’umore storto, ed anche la solitudine che la domenica mattina è impossibile nascondere, e lo sciopero della SNAI, proprio oggi che ho una martingala sicura e i cavalli di Massimo sono andati a nascondersi, lontano dalla polizia.

    Se ne chiacchiera poco, per non dire nulla, di questa faccenda, fra noi, del fatto che siamo rimasti orfani, dico. Invecchiano facile le storie, e poi non si parla volentieri di certe cose, nessuno ci tiene a sembrare bene informato con le orecchie lunghe dei poliziotti sempre all’erta agli angoli delle strade. Confidenze si, qualcuno che conosce un particolare in più, che offre una ricostruzione inedita, naturalmente si trova, ma queste indiscrezioni si fanno a bassa voce, a tu per tu, lasciando che sia il vento a portarle più in là le parole, fino a farle confondere come piccole onde.

    Ad ogni modo, a forza di star là a  traccheggiare con le cronache sportive, è arrivata pure a me la risacca.

    Due settimane fa, verso le undici e mezza, Massimo è venuto come al solito per l’aperitivo. Lo avevano visto in diversi buttar giù il campari e sgranocchiare due pistacchi. Aveva pure commentato, sornione, la nuova pettinatura di Alessia, la ragazza che sta al banco, e lei aveva riso un po’ troppo forte, agitando i capelli. Non  è un mistero che avesse un debole per lui. Le portinaie del bar sussurrano pure che di tanto in tanto gli facesse dei servizietti in macchina, dalle parti del monumento a Pasolini, e questo solo per farsi scarrozzare fino al Kursaal con la porsche. Sono quasi sempre pettegolezzi, quelli che ci si ferma a dire dei morti ammazzati. Vale per tutti, questa regola, anche per spacciatori e poeti.

    Pare che però Massimo avesse altro per la testa quella mattina. Una moto ad acqua appena comprata, un modello nuovo, una meraviglia gialla e nera, tutta carbonio e propulsione tedesca, una specie di demonio che voleva provare quel giorno stesso. Era in effetti la giornata ideale. Un cielo di giugno come si vede spesso sul mediterraneo, né troppo alto né basso, un arco dolce da dove non pare strano che gli dei siano scesi ad incontrare gli uomini, lo incoronava, a lui, Massimo Sacconi, re di piazza Gasparri.

    Passata da poco la trentina, era già uscito indenne da un paio di guerre. Dei suoi compagni d’avventura, quelli con cui aveva iniziato da ragazzino a vendere il fumo per strada, un paio erano finiti sparati, un altro stava scontando vent’anni per traffico internazionale, ed uno, il più furbo a conti fatti, era sparito nel sudamerica, in qualche buco tropicale senza trattato di estradizione. Quando le guardie, dopo aver tollerato e a volte favorito la resa dei conti, s’erano fatte vive gridando “Basta così, ragazzi!…”, lui era stato l’unico a rimanere in piedi, il re che metteva di nuovo d’amore e d’accordo tutti: guardie, mafia e malavita indigena. Noi, gente del bar che lo conosceva da sempre, ne traevamo da questa situazione una serie di vantaggi difficilmente comprensibili da uno di fuori, una specie d’impunità per le nostre piccole magagne. Si capisce bene, quindi, quanto ognuno pure quella volta abbia mostrato interesse per la sua nuova moto ad acqua. Si sentivano come in dovere di condividerlo il suo entusiasmo, quando capitava l’occasione.

    Prima di andarsene al mare, aveva detto però di aver da sbrigare un’altra faccenda. Doveva incontrarsi con Gigi, un delinquentello malato d’incoerenza, un senza coraggio, che gli avanzava soldi per venti grammuzzi di coca mai pagati.  Naturalmente non è che Massimo parlasse di solito così, davanti a tutti, dei suoi affari, ma appunto il fatto era che non lo considerava un affare vero e proprio quello, solo una seccatura senza importanza.

    Si conoscevano da una vita lui e Gigi, dai tempi della scuola addirittura, per quel poco che a tutti e due li avevano visti da quelle parti, e a quello che si sapeva, non era nuovo, l’amico, a scherzi del genere. Di norma in quei casi, Massimo aveva sempre lasciato correre. Era poca roba, niente, rispetto agli affari seri che trattava nei narcotici e con le scommesse clandestine, ma quella volta, non so perché, s’era impuntato, gliel’aveva voluto fare anche lui uno scherzetto. Gli si era presentato a casa, aveva tirato fuori la pistola e senza tanti complimenti, a calci nel culo, lo aveva caricato in macchina, guidando fino alle fratte in mezzo alla pineta. Una volta arrivati, l’aveva ficcato fino al collo in una buca fonda e poi s’era seduto tranquillo, con la sigaretta accesa, a ragionare sull’importanza di saldare i debiti, specie con gli amici. Ce l’aveva lasciato fino a sera, a riflettere.

    La storia aveva fatto in un baleno il giro di Ostia.

    Manco a dirlo, i soldi erano saltati fuori. Entro le 48 ore, aveva ricevuto una telefonata da Gigi che gli dava appuntamento per le due e mezza del giorno dopo al parcheggione. Aveva detto “va bene” senza stare a pensare che fosse sabato l’indomani e lui avesse da collaudare il nuovo giocattolo.

    Insomma, era una scocciatura rimandare al pomeriggio il suo programma marino, ma voleva lo stesso togliersi il pensiero, disse, ed anche in fondo rassicurare Gigi prima del week end.

    Andato via dal bar, da solo, intorno alla mezza, aveva puntato dritto verso la Vecchia Casetta, a pranzare in faccia al sole. Quando sono andato a parlarci, Beltrani, il padrone, se ne ricordava perfettamente perché se n’era occupato lui in persona del servizio, come si fa con i clienti di riguardo che col contante smuovono all’amicizia perfino i commercianti. Aveva ordinato, mi ha detto, un’aragosta alla catalana, di quelle piccole, delle Baleari, e un Regoldego del trentino secco bianco e freddo. Mi ha detto anche, questo Beltrani, che il signor Sacconi aveva gradito, lasciato come al solito una buona mancia per i ragazzi e prenotato per la metà della settimana successiva la saletta privata per una cena di quattro persone. Non ne sapeva niente, ovvio, di chi fossero gli altri avventori, non sono cose che un ristoratore deve conoscere. Inutile perfino chiederlo, ma comunque mi ha congedato a quel punto, con la scusa dell’ora, come se infantilmente pensasse di aver parlato troppo, dicendomi che gli dispiaceva molto per quanto era successo. Un ottimo cliente, ha ribadito, prima di sparire in cucina.

    Sono rimasto, io già che c’ero, altri cinque minuti, sulla terrazza a guardare il mare. Finito di mangiare, ammazzato il caffè, m’immagino che pure Massimo abbia fatto lo stesso. Da lì, dalla veranda della Vecchia Casetta, si vede meglio che da noi, il mare si apre e svela la sua enormità, che è il suo vero mistero. Grande, il mare visto da lì, quasi come a Pantelleria, da dove era venuta la sua famiglia. Aveva ancora una casa là e ci tornava un paio di volte l’anno a scherzare con i pescatori che conosceva uno per uno. Si sentiva, mi ha confidato una volta che era in vena, al sicuro là, come in famiglia, col mare tutt’intorno che lo abbracciava, senza essere costretto a girare armato, a guardarsi le spalle di continuo. Ci passava, mi raccontò pure, tre mesi l’estate, quando era bambino, in compagnia di uno zio Bastiano che lui vedeva come una sorta di eroe classico. Questo vecchio lo portava a guardare l’isola dalla cima di Montagna Grande, spiegandogli tutto sui movimenti dei banchi di pesce che sfiorano il promontorio prima di perdersi verso l’Africa.

    Se avesse potuto supporre che quello era il suo ultimo pasto, forse non l’avrebbe scelto diverso, ho pensato, ma sono valutazioni arbitrarie le mie. Per come l’ho conosciuto, non credo che sarà rimasto così, in contemplazione, per più di tre minuti, sulla terrazza dopo il pranzo. Anche se non la toccava quasi, i suoi tempi erano comunque quelli della cocaina, del gran commercio cioè. Si muoveva, come gli uomini d’affari, secondo schemi mandati a memoria e poi dimenticati di azioni successive, senza spazi vuoti per pensare o esitare. Quei pensieri che gli attribuivo, assomigliano, in effetti, più al mio modo di essere che al suo.

    Quel che so per certo è che, con una porsche, traffico del lungomare considerato, non ci vogliono più di dieci minuti fino al parcheggione. Era in anticipo, quindi, se è vero che se n’era andato da lì che non erano nemmeno le due. Tutto il tempo ha avuto di fare un salto da Luana.

    Stavano insieme da circa un anno e, a quanto si diceva in giro, Massimo ci aveva perso la testa. Io, lei l’avevo vista diverse volte al bar degli Attori. Non è una che passa inosservata, nel suo genere. Fino a che non s’era messa con Massimo, avevo pure in un paio d’occasioni provato ad attaccarci discorso, senza fortuna. Una gran bella ragazza, una mora con un corpo e una testa da velina mancata, inavvicinabile da comuni mortali che non avessero cioè caratteristiche da maschio alfa. Avevo quasi subito lasciato perdere.

    Dopo il fatto sono andato a trovarla, a Luana. Lavora come commessa, aspettando tempi migliori, nella boutique di un marchio prestigioso fra i modaioli, su via delle Baleniere, la strada dello struscio incessante quando, specie il sabato, il popolo di Ostia, ripulito, si da allo shopping.

    Il negozio però a quell’ora era deserto e lei se ne stava seduta dietro il bancone, a leggere un giallo storico sulle peripezie di un faraone incredibile. Non mi ha riconosciuto lì per lì. Mi lanciò lo stesso sguardo che avevo già notato le altre volte, di una malizia a vent’anni già scettica. Sembrava sforzarsi sempre di esserci, ma lasciava, guardandola con un minimo di attenzione, non distratti dal faccino disegnato col pennello, piuttosto la sensazione di un’assenza disperante.

    Se aveva del dolore dentro, lo nascondeva bene. Dopo i convenevoli, le spiegai il motivo della mia visita. Le raccontai che collaboravo con un giornalino locale e volevo scrivere qualcosa di diverso da quello che già era stato detto sulla fine di Massimo e speravo che lei mi desse una mano. Era un pretesto idiota, forse, ma non trovai nulla di meglio.

    Invece di rispondere, chiuse il libro, infilò una mano sotto il bancone, prese la borsa e tirò fuori una copia del Messaggero piegata in quattro. Era del giorno dopo il delitto.

    - Sai leggere? - ecco che mi fa. - Ci tieni a sapere come sono andate le cose? Qui c’è tutto, compresi i particolari. Accomodati!… però, a me, lasciami in pace…

    Non mi feci impressionare. -  Il fatto è che non credo sia stato Gigi, le dissi a bruciapelo.

    - E invece è stato lui. L’hanno trovato con ancora il sangue di Max addosso, ha pure confessato…

    - Mi riesce difficile crederci, perché avrebbe dovuto farlo?… e poi, non mi figuro neppure che ne avesse il coraggio…

    Dicevo quelle cose soprattutto per provocare la sua reazione, per invogliarla a parlare, ma ciò non significa che non le pensassi davvero.

    - E invece non è strano. Quel vigliacco ha aspettato gli girasse le spalle e l’ha colpito al collo…

    - Si, lo so, con un coltello da cucina… Ma ti pare che abbia senso? Voglio dire, proprio adesso che hanno bisogno di ripulire la zona del porto perché arrivano i soldi veri, ecco che il boss muore ammazzato. Scusa, se parlo così…

    Non mi ha risposto. Si è alzata in piedi ed è andata verso la porta spalancandola.

    - Fuori! Tu sei ancora peggio degli altri, almeno fossi stato un suo amico, capirei, ma sei soltanto uno sciacallo di giornalista, solo un po’ più sfigato…

    - Quelli come Massimo è difficile che abbiano amici in senso tradizionale, Luana. Quanto a me, è vero, mi pagano, e male, per scrivere di queste cose. Cerco di farlo. Ma forse hai ragione tu, è inutile andare a rovistare…

    Ero già sulla porta e lei mi dava le spalle. Mi bloccai.

    - E i soldi?

    - Che soldi?

    - Massimo non si fidava di nessuno, non poteva permetterselo. Forse non si fidava nemmeno di te, ma tu sei di sicuro la persona della quale aveva più voglia di fidarsi. Parliamo di un mucchio di soldi…

    - Non ne so niente – disse in fretta.

    Avevo fatto quel riferimento ai soldi d’istinto, senza starci troppo a pensare, ma pareva che l’avessi in qualche modo colpita. Aveva smesso come d’incanto la sua aria da piccola dura. Anche lo sguardo le era diventato più umano. Assunsi un tono di voce dolce.

    - Non era preoccupato? insomma, un affare come quello del porto era troppo grosso per farselo passare sopra la testa.

    - Non so. Non mi parlava di queste cose. Però non era preoccupato. Diceva che aveva legami troppo importanti e a nessuno conveniva scatenare una guerra per farlo fuori.

    - A meno che… un tizio, un balordo qualsiasi, spaventato a morte, o a cui hanno fatto credere di dover essere spaventato a morte, non gli facesse il piacere…

    - Questo lo stai dicendo tu. Adesso vattene. E non ti azzardare a fare il mio nome, se per caso scrivi un articolo. Ti faccio passare un guaio!…

    Non ne cavai insomma quasi nulla da lei. Peccato perché mi piaceva proprio, anche se era forse un po’ troppo ragionatrice per i miei gusti. Sapeva nascondere la paura come la maggior parte delle persone non si sogna neanche. Un tipo interessante, che però probabilmente non sarebbe andata più in là del genere calciatore, e alla fine avrebbe sposato un dentista.

    Sono riuscito, interessando un’amica avvocato, ad ottenere il permesso d’incontrare Gigi a Rebibbia. Lo avevano già processato per direttissima e condannato a quindici anni in primo grado. Il suo difensore aveva puntato sulla legittima difesa e gli avevano riconosciuto delle attenuanti, ma non più di tanto evidentemente. Quello che mi comparve davanti era un ometto piccolo, con degli occhi cisposi da nutria che non riuscivano a contenere lo spavento che gli covava dentro. Sembrava avere una paura folle che lo aspettava alle spalle mentre mi guardava.

    Gli ho fatto alcune domande, evitando quelle troppo dirette. Lui mi osservava in silenzio, non capiva assolutamente perché mi fossi preso la briga di venire fin là per incontrarlo. Come ha intuito che non avevo alcuna possibilità di dargli una mano, che non ero lì per quello, ha preso ad insultarmi. Ad un certo punto ha addirittura urlato che ero lì per assassinarlo. E’ stato imbarazzante. Gli altri detenuti e le guardie nel parlatorio stavano a far finta di niente, ma avevano l’aria di trovare la scena perfettamente naturale. Poi, uno dei sorveglianti è intervenuto. Gigi si è fatto portar via docile a quel punto. Non m’è rimasto che alzarmi e andarmene senza guardarmi intorno.

    In fondo, volevo solo che Massimo non fosse dimenticato così in fretta, che non finisse tutto così, ma ancora una volta avevo avuto torto. Non mancava a nessuno, Massimo. Al di là del bene e del male…rimane soltanto l’oblio. In più, rovistare nelle ultime ore di vita di un boss ucciso per caso, me ne rendevo conto, è quanto di più malinconico. Un po’ come sorprendere la regina d’Inghilterra nel cesso. Non è solo il suo di prestigio che ne esce compromesso, ma anche il tuo amor proprio. Non sarà più possibile, dopo, ricostruirti l’immagine che ne avevi avuto fino a quel momento. Non è altro che casualità il destino che ci costruiamo con le nostre mani. Il mio, solo un po’ più anonimo.

    Andai a passeggiare quel giorno. Oltrepassai il cantiere del porto e arrivai fino a fiumara. Era il tramonto. Una luce meravigliosa arrivava dal largo, un tappeto magico srotolato dal sole, una sequenza di onde luccicanti come oro. Il Tevere che fluiva placido, più melma che acqua, si trasformava appena arrivava al mare. C’era una grande tranquillità. Nessuna imbarcazione a quell’ora. La marea bastava ad impedire alle barche di guadagnare il mare aperto. In lontananza c’era però un puntino che si muoveva a zigzag fra le onde, a circa cinquecento metri dalla costa. Approfittava dell’ultimo sole per quelle evoluzioni spericolate. Pareva una moto ad acqua.

    Mi sarebbe piaciuto avere un sorso di vino da mandar giù.

  • 03 febbraio 2006
    E' finita

    Come comincia:

    Nessuno sapeva niente di lui, nessuno poteva mai scoprire nulla di lui perché nemmeno lui sapeva nulla di sé. Una volta aveva creduto d’innamorarsi di una donna per scoprire poi che si era innamorato solo dell’amore che lei le trasmetteva contagiandolo irrecuperabilmente.

    Lui era un uomo comune a vedersi, se non per la luce  di quegli occhi che, molti giuravano, cambiavano colore a seconda dei momenti: c’era chi li vedeva annegati in un grigio di mare che assorbe un cielo di novembre, chi marroni come la terra secca al sole, chi gialli e color del miele  delle fate, chi neri come gli abissi ma caldi e rassicuranti che a volte mutavano in strisce di sfumature variegate che occupavano la pupilla come caleidoscopi. Eccetto questa nota inconsueta, lui era per tutto un uomo comune e appunto di una sua storia comune vi voglio raccontare, accantonando le molteplici strane storie che mi hanno tenuto sveglio per notti intere cercando di dargli un senso, esaurendomi in conclusione che  in questa vita l’unico senso era il senso che ci dava ognuno di noi.

     

    Era un pomeriggio come tutti i pomeriggi di una città all’imbrunire, sconvolta dal traffico, da suoni e fumi di scappamento di auto che s’intrecciavano e scorrevano per vie e corsi come cani rabbiosi.

    Cominciava a fare freddo e tra un’ora la donna e l’uomo si sarebbero probabilmente separati per sempre. Il locale era caldo e dalle vetrate si notavano accendersi le prime luci nella strada dove di tanto in tanto della gente compariva frettolosamente come fantasmi persi in labirinti senza via d’uscita. L’uomo e la donna sedevano in un tavolino, nessuno dei due ancora si decideva a parlare.

    Un cameriere chiese cosa desideravano: entrambi ordinarono un tè caldo al limone.

    Lei appariva ancora più bella di quegli ultimi due anni d’amore clandestino, notò l’uomo con la dolce amarezza di chi sa che quella storia sarebbe finita lì.

    - Cosa hai fatto in queste sere che non ci siamo sentiti? – chiese la donna togliendosi la giacca di velluto e deponendola sulla spalliera della sedia libera.

    - Nulla, - mentì lui sentendosi sporco perché due sere prima era uscito con un’altra solo per accorgersi con disperazione di quanto lei fosse davvero insostituibile.

    - E secondo te dovrei crederci? -

    Il cameriere portò su un vassoio una teiera e due tazze di porcellana bianchissima. Posandoli sul tavolo  guardò con una confidenza elegante quella coppia che aveva servito molte volte, intuendo dalla gravosa atmosfera che forse quella era l’ultima volta che li vedeva. Era un peccato perché in loro ci aveva trovato una sorta di speranza verso l’amore.

    Versandole del te nella tazza lui le disse:

    - Sembra  che sia finita per davvero, no? -

    - Pare proprio di sì. -

    La mano di lui tremò un po’ nel posare la teiera, non perché si aspettasse un ripensamento ma perché preveniva di già quel dolore di non poterla vedere e amare mai più.

    - Non sarebbe potuta durare e questo lo sapevamo e poi tu eri il primo a ricordarmelo, non è così? -

    Accendendosi una sigaretta l’uomo guardò oltre di lei verso un vaso di fiori sopra un lungo tavolo al di sotto di un quadro di una riproduzione di Picasso, chiedendosi come mai il proprietario avesse avuto il cattivo gusto di mettere in risalto una delle opere più angosciose dell’artista spagnolo.

    - Sai, non ho mai fatto caso a quella riproduzione di Picasso. Era lì e non mi sono mai soffermato. -

    Per un attimo lei apparve infastidita da quella digressione, ma si voltò per incontrare la riproduzione originale di Guernica con tutta la sua espressione di sofferenza e confusione che raccontava la guerra di Spagna.

    - Sembra in tema con noi. -

    - Non ci abbiamo mai fatto caso forse perché eravamo troppo presi uno dall’altra. -

    Un’ombra di malinconia le passò davanti agli occhi mentre si portava la tazza sulle labbra.

    - E’ bollente! -

    - Lascialo raffreddare. -

    - Sono troppo triste confusa e affaticata per essere serena con te e l’amore, - disse la donna sfiorandosi con il dorso della mano una palpebra in un gesto che lui aveva sempre segretamente amato.

    - Cosa vuoi che ti dica. – disse l’uomo alzando le spalle e il mento in segno interrogativo.

    - Beh, perlomeno che ti dispiace. -

    - Sai come la penso, quando qualcuno ha un’idea e poi trova la forza di dirtela, ogni parola sarebbe vana per farle cambiare idea – disse tutto questo senza il coraggio di guardarla in faccia, guardava sempre quel quadro di Picasso perdendosi nell’assurdo pensiero di domandarsi cosa avesse fatto l’eccentrico artista la sera dopo aver finito quell’opera.

    - Perché non mi guardi negli occhi? -

    - Se ti guardo mi resterai ancora più di dentro. Non voglio stare male più del necessario, - disse sorridendole e quando sorrideva in quella maniera disarmante i suoi occhi erano lucidi e strani come se riflettessero gli occhi stessi di chi li guardava.

    - Sei terribile. -

    - Ero, specifichiamo, ero terribile e tu lo sai che non potrò più esserlo. -

    - Non con me… ma con le altre sì! -

    - Non sarà la stessa cosa. E’ un peccato che tu ti stia sacrificando così… -

    - Credimi, sto facendo la cosa più giusta non solo per me ma anche per te, io sono sposata e ho due figli piccoli e non immagini nemmeno come sono tesi pure loro  per via della tensione che respirano in casa. -

    - Questo lo sapevamo anche prima, - disse lui.

    Lei non rispose e riprese a sorseggiare il te prendendo la tazza con entrambe le mani.

    - Ti stai separando da tuo marito però. Pensavo che finalmente potevi sentirti libera; libera, così come dicevi fino a pochi giorni fa, libera di amarmi alla luce del giorno. -

    - Ho riflettuto parecchio… -

    - E ti sei persa. -

    - Appunto per questo ora mi sembra più giusto starmene da sola e pensare a crescere i miei figli. -

    - Tu mi lasci solo perché sei terrorizzata… hai semplicemente paura ed io rispetto questa paura. Posso cercare di capirti ma non chiedermi di condividere questa tua decisione. -

    - Io ti amo ancora ma non posso permettermi il lusso di nessuna distrazione che possa compromettere i miei bambini… sono piccoli e proprio ora hanno bisogno di me - ammise con una fermezza che lui non le aveva mai visto. Ammirandola da una parte e detestandola dall’altra.

    - E’ solo un peccato lasciarci così, io penso che le cose debbano esaurirsi e tu sai benissimo che le cose tra noi due non erano per nulla esaurite, anzi! – disse l’uomo ritornando con lo sguardo sul quadro di Picasso.

    - Sei stato la persona più speciale che io abbia mai conosciuto e sono certa che non incontrerò mai più nessuno come te. -

    - Si dice sempre così in questi casi? -

    - Non fare lo stupido… tu sai che sono parecchie notti che non dormo? -

    - Mi dispiace… prova con qualche goccia di Lexotan. -

    - Vorrei scomparire e buttarmi nel fiume… te lo giuro. -

    - Ma non puoi farlo! Se non sbaglio hai due figli… è un controsenso il tuo, lasci me per loro e poi vorresti farla finita, fa ridere, no? E  poi chi ci guadagna ? -

    La donna sorrise tormentando con le dita la bustina dello zucchero accanto al piattino della tazza.

    - Comunque avevo ragione io quando ti dicevo che in amore le parole non servono a nulla… sono solo parole che riempiono vuoti. -

    - Cosa c’entra questo! -

    - Ti parlo da uomo ferito e lasciato, me lo permetti? – ribatté pensando se nella parete sopra il suo letto quel quadro ci sarebbe stato bene. Poteva provarci visto che i giorni che gli si paravano dinnanzi sarebbero stati in sintonia con l’angoscia  del dipinto.

    - Si sta facendo tardi, alle sette e mezza la baby sitter deve andare via. -

    - Sono appena le sei e venti e in questi due anni non ti ho mai fatto ritardare anche quando sbattevi i piedi per terra che non volevi più andartene via. O quando ti spingevo fuori dalla mia macchina staccandoti da me implorandoti che era tardi. Ed era tardi sempre per te. -

    La bustina dello zucchero si lacerò tra le sue dita riversando i granelli brillanti e bianchi sulla tovaglia rossa del tavolino.

    - Accidenti! -

    - Lascia che ti aiuti-

    - No faccio da me, uffa! -

    Lui ritornò al quadro come se quella rappresentazione di dolore lo richiamasse a condividere ogni sua minima espressione di drammaticità. Braccia alzate al cielo, profili di donne disperate, tori e cavalli distorti relegati ai tre unici colori: bianco, nero e grigio.

    - Chissà chi era la donna che dormiva nello stesso letto di Picasso ai tempi di quel quadro ? -

    - Ne ha avute tante se ben ricordo. -

    - Lui era un uomo solo malgrado tutto è un uomo solo non lo si può giudicare. -

    - Per caso ti ci ritrovi? -

    - Forse un po’… avevo letto su di un libro che lui diceva che senza solitudine non si può fare nulla e che alla fine si era creato una solitudine che nessuno sospettava. -

    - Sa di disperazione e questo spiega perché le donne che gli sono state a fianco non siano mai riuscite a farsi amare e amarlo senza ossessioni. -

    - E’ il prezzo del genio e per ogni cosa bella e preziosa c’è sempre un prezzo da pagare e più ha valore e più il prezzo sale. – disse l’uomo pensando che il loro conto da pagare per quei due anni di passioni e meraviglie sarebbe stato molto salato per entrambi, dilazionato negli anni come per ricordargli per l’eternità la rarità della loro storia d’amore.

    - Tornando a noi, spero che capirai… è meglio finirla ora. -

    - Finirla ora… prima che si ammorbi ?-

    - Prima che le circostanze saranno del tutto contro di me, prima che tu mi lasci per un’altra, magari più giovane, non sposata e senza figli.

    - Tu lo sai che tra di noi c’era una specie di magia? Gli stessi sogni che facevamo di notte, il nostro incontro che nessuno dei due era in condizioni  di mettere in pratica, e perlopiù nessuno lo voleva tanto eravamo presi dai nostri problemi, l’energia dei nostri corpi quando ci amavamo senza capire perché non riuscivamo mai a fermarci… -

    - Non dire così! -

    - Va bene…contenta te? -

    - Io sono convinta e so che non avrei più tanto tempo da dedicarti una volta separata da mio marito e so benissimo quanto sei pretenzioso.Quante volte mi hai ricordato che stavi con me solo fino a quando ti davo tutta me stessa e che se fossi cambiata mi avresti lasciata .  Io starò già male per i fatti miei e non vorrei poi avere anche il cuore spezzato dalla delusione che mi lasci per un’altra. Scusami ma preferisco così. -

    - Stai esagerando e sai benissimo che non ho mai avuto intenzione di farmi una famiglia. Penso solo che è un peccato perdersi quando due persone stanno così bene insieme. E tu ti fasci la testa prima di rompertela. -

    - Io rischio i miei figli se qualcuno ci scoprisse, capisci? C’è andata troppo bene fino ad ora e non so quanto la fortuna stia ancora dalla nostra parte. -

    - Ma ti stai separando se non sbaglio e tutte queste cose te le ho sempre messe davanti io se ben ricordi. -

    - Ti apparirà assurdo lo so, ma prima non mi sentivo così responsabile. Ora che sarò sola i miei bambini potranno contare solo su me stessa e non vorrei mai che un giorno mi rinfacciassero che ho lasciato il loro padre per un altro. Loro  ci devono perdere il minimo possibile dalla scelta che i loro genitori hanno preso. -

    - Capisco, magari proverò ad aspettarti…quando i tuoi figli cresceranno… -

    - Non vorrei mai questo da te…e poi conoscendoti, figurati? Te? –

    - Chissà? -

    - Dal mio punto di vista non ho scelta, anche se non ho smesso per niente d’amarti. Perdonami. -

    Lui si alzò dalla sedia si mise la giacca di pelle di nera e andò a pagare il conto passando davanti al Guernica di Picasso. Lei lo seguì senza parlare.

    - Come ti senti ? – disse la donna una volta fuori dal locale.

    - A volte è meglio non sentire e non vedere, ma mi sento bene. -

    - Allora buona fortuna -

    A te di più, - scherzò lui, poi seriamente le prese il dorso di quella mano che aveva sempre amato guardare e lasciarsi accarezzare e la baciò, finché la vide andare via per sempre, leggera come sempre, verso il posteggio dei taxi di sempre, senza voltarsi come abitualmente faceva di solito, reclinando il capo e sorridendogli come solo lei aveva la magia di saper fare.

    - Sto bene, - si disse piano e salì nella sua auto.