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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 agosto 2006
    La partenza intelligente

    Come comincia: Claudio si fermò in una specie di piazzola di sosta lungo la superstrada che di super aveva ben poco. La calura era insopportabile e quando vide l’ombra di quella pianta solitaria che stava in una rampa d’uscita abortita come molte opere pubbliche del sud Italia decise che sarebbe sceso dalla macchina.

     

    La camicia azzurrina era tutta bagnata, le si era attaccata sulla pelle.

    Se la tolse e rimase a torso nudo ad inseguire il suo sguardo verso la valle dove un gigantesco invaso d’acqua faceva venir voglia di tuffarsi.

    Leggere folate di scirocco asciugavano il sudore sulla sua pelle dandogli una sensazione di fresco che lo ristorava più di quanto avrebbero potuto tutte le parole di buon senso del mondo.

    Lei non era più con lui che se ne stava lì appoggiato ad un paracarro cercando una ragione per non tornare in città.

    Rita era partita una settimana prima per quel dannato villaggio turistico all inclusive, lui l’avrebbe raggiunta dopo, non appena terminato il lavoro che doveva consegnare.

    Si erano sentiti al telefono la sera e ogni volta lui aveva ascoltato il rosario delle cose che sua moglie aveva fatto. Il risveglio muscolare, l’acquagym, i sospiri per la sua assenza e tutto l’armamentario della moglie ansiosa che aspetta, come se non sapesse che prima del venerdì successivo non ce l’avrebbe fatta.

    Fece di tutto per liberarsi prima, così il giovedì alle dieci in punto era in autostrada diretto a sud soddisfatto per la sua partenza intelligente che gli avrebbe evitato le code bibliche del fine settimana.

    “Adesso le telefono e le dico che sono già in viaggio” pensò  previdente.

    “Ma no, meglio di no, poi si preoccupa. Gli faccio una bella sorpresa!”

    Aveva almeno altre dodici ore di viaggio da fare ma la cosa non lo dispiaceva, la vacanza era appena iniziata il lavoro l’aveva finito in anticipo e si sentiva libero come un biker on the road sulla mitica route 66.

    Erano appena passate le undici e mezza di sera quando esausto depositò i bagagli davanti al banco della reception del villaggio. Dopo qualche minuto arrivò un ragazzotto in t-shirt e bermuda così magro che pareva avesse i vestiti appesi addosso, schioccava le ciabatte sul pavimento.

    “Buona sera signore, posso aiutarla?”

    “Ecco il voucher della prenotazione, mia moglie è già qui da qualche giorno in quale camera alloggia?”

    Lui scorse i documenti armeggiò sulla tastiera del computer e gli rispose. “Camera 321, l’ascensore è di là in fondo a destra”

    Claudio annuì con un cenno del capo e seguì l’indicazione del ragazzo. 

    Salì al terzo piano e si diresse verso la camera leggendo le indicazioni ben evidenziate su una targa appesa al muro.

    Stava per bussare sulla porta quando la sua attenzione fu attirata da certi gemiti inequivocabili che parevano provenire dall’altra parte della parete.  In un attimo il pensiero balenò alla velocità della luce verso scene che il suo istinto rifiutava di focalizzare ma loro spingevano per entrare nella sua mente.

    Tornò giù nella hall con tutta la calma e la freddezza che la circostanza gli permetteva. Chiamò il ragazzo e gli chiese se poteva dargli il pass-partout, non voleva svegliare sua moglie, quindi tornò immediatamente su.

    Infilò la card nell’apposita feritoia ed entrò. La cruda conferma lo umiliò.

    Si sentì come se avesse un frullatore in testa che faceva a pezzi la sua vita. 

    I gemiti venivano proprio dalla sua camera, solo che non era lui quello lì.

    Non si accorsero neanche della sua presenza, lui intravide nel buio della camera dei glutei bianchicci e irsuti che si dimenavano sopra quelli della moglie estasiata dal piacere. Se ne andò senza far rumore, afferrò la sua valigia lì davanti all’ascensore, riprese i suoi documenti, la sua macchina e ripartì.

  • 24 agosto 2006
    Fiaba della buonanotte

    Come comincia: Tanto tempo fa  in un paese lontano lontano...

     


    c'era una piccola bambina di nome Silvia che tutte le sere pregava perché potesse avere un fratellino.


    La mamma, che aveva ascoltato le preghiere della piccola, allora ne parlò con suo marito e insieme decisero di andare a cercare sotto i cavoli se per caso ci fosse un fratellino da regalarle.


    Cercarono per tutti il giorno, in un campo pieno di cavoli ma alla fine, con la schiena a pezzi per aver guardato sotto ogni singolo cavolo, si arresero alle gambe doloranti e decisero di riprendere domani la ricerca in un altro campo.


    L'indomani continuarono , ma anche nell'altro campo, non trovarono nulla.


    Sconfortati chiesero ad un contadino che passava di li come mai non ci fossero bambini e lui sostenne che non era periodo e che quelli che aveva trovato li aveva gia dati tutti via.


    Tristi e sconsolati tornarono sulla strada di casa pensando alla delusione che avrebbero dovuto dare alla loro figlia, quando un piccolo folletto che passava di li ascoltò il loro discorso.


    "Dovete avere sicuramente una bambina molto buona se come regalo vuole un fratellino"disse.


    "Chi ha parlato?" si chiesero gli amorevoli genitori di Silvia, che davanti a loro non vedevano nessuno.


    "sono un piccolo folletto, qua sotto, abbassate lo sguardo".


    I due volsero i loro occhi al terreno e videro una buffa creaturina vestita di verde che sorrideva.


    "Ho ascoltato la vostra storia e forse so come risolvere i vostri problemi, vi porterò dalla cicogna e se vi giudicherà dei buoni genitori vedrete che vi accontenterà ".


    Si incamminarono lungo un sentiero che conduceva in un bosco.


    Camminarono per molto tempo, tanto che ormai cominciava a fare buio.


    Arrivarono ad una capanna abbandonata e il folletto molto gentilmente gli offrì ospitalità per la notte, avrebbero parlato con la cicogna domani perché ormai era tardi e non amava essere svegliata.


    Dormirono su dei letti di paglia abbracciati l'uno con l'altro.


    Intanto il folletto e la cicogna, che non dormiva, li guardavano dalla finestra per capire se fossero meritevoli anche solo di incontrarla.


    "hai visto come dormono abbracciati?si vogliono molto bene, secondo me dovresti accontentarli" disse il folletto.


    La cicogna annuì e disse" domani li incontrerò e farò loro una semplice domanda, se sapranno convincermi porterò loro un figlio".


    L'indomani il folletto svegliò i due e porto loro frutta fresca del bosco per fare colazione.


    "Ora uscite, la cicogna vi sta aspettando sopra il tetto"


    I genitori di Silvia si recarono all'esterno della casa e sopra il tetto videro una stupenda cicogna che li fissava senza parlare.


    Dopo qualche secondo cominciò :"Cosi voi vorreste che io vi porti un figlio....ora ditemi, per quale motivo lo desiderate così insistentemente?"


    Il padre che era rinomato per essere un uomo sincero e schietto rispose immediatamente: "Perché la nostra dolce figlia prega tutte le sere per avere un fratello".


    La cicogna riflettè sulla risposta e disse: "mi dispiace, ma i capricci di una bambina non sono un motivo valido per cui io vi faccia dono di un bambino" e così dicendo fece per volare via.


    La madre quasi in un richiamo disperato disse:" Aspetti, forse lei ha frainteso le parole del mio caro marito.Con quella frase intendeva che nella nostra famiglia non solo avrà l'amore di due genitori che si vogliono molto bene, ma anche quello di una sorella che saprà ricoprirlo di attenzioni".


    Detto questo la cicogna volo via.


    Rimasero li senza parlare pensando a cosa avrebbero detto alla loro figlia quando sarebbero tornati a mani vuote.


    I due genitori salutarono il folletto e si diressero sulla via del ritorno.


    Quando arrivarono davanti la porta di casa la cicogna, che con il becco teneva un fagotto, era li ad aspettarli.


    "Abbiate cura di lui tutti e tre, perché questo non e' un semplice bambino, ma e' un piccolo principe".


    I genitori la ringraziarono e volò via con una grazia degna di un angelo.


    Presero il piccolo principe e lo portarono in casa , mostrandolo a Silvia che decise di chiamarlo Massimiliano.


    Tutto questo accadde esattamente 29 anni fa.


    Buonanotte.


    22 Giugno 2006

  • 24 agosto 2006
    Ossessione

    Come comincia: Corro disperatamente, anche stasera mi segue. I polmoni mi scoppiano, non ho idea da quanto tempo io stia correndo. Mi devo fermare, non ce la faccio piu’. Mi siedo su un marciapiede prendo fiato, che l’abbia seminato?


    Sono mesi ormai che va avanti questa persecuzione, mi segue e mi fissa, non dice una parola, lo fa solo per ricordarmi il mio più grande errore.

    Tempo sprecato, quella sera, non la potrò dimenticare mai.

    Stavamo tornando a casa, io, mia moglie Angela e mia figlia Alessandra di appena 4 anni, la cosa più preziosa che avessi.

    “Caro non andare così veloce” sono state le ultime parole di mia moglie.

    Pioveva a dirotto e non si vedeva nulla, volevo arrivare il prima possibile, ma l’asfalto bagnato può essere una trappola micidiale.

    La macchina partì in testacoda, cercai di riprenderla, ma non feci altro che peggiorare la situazione perché perse aderenza dal suolo e cominciò a ribaltarsi.Sembrava una pallina impazzita, continuava a ribaltarsi e a scivolare sull’asfalto, finchè un colpo secco ci fermò.

    Avevamo impattato contro una macchina parcheggiata, non riuscivo a muovermi, non sentivo dolore, non riuscivo nemmeno a vedere bene, un alone rosso mi copriva gli occhi e cercavo disperatamente di chiamare mia moglie e mia figlia che non rispondevano.

    I soccorsi arrivarono quasi subito e mi accorsi di lui solo quando ci tirarono fuori dalle lamiere, era anche lui rimasto coinvolto nell’incidente, gravemente ferito, ma ancora vivo.

    Lui, pedone colpevole solo di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

    Ma ero troppo impegnato a disperarmi per la perdita dei miei due gioielli per pensare a lui.

    La piccola Alessandra amava tanto indossare gli abiti della mamma, passava le ore davanti allo specchio a fare finta di essere grande.Ho tolto tutti gli specchi da casa, mi ricordavano troppo lei.

    Ho buttato anche tutti i vestiti di Angela, speravo mi aiutassero a voltare pagina, ma non e’ servito a nulla, ovunque incontri una mamma con un bambino, mi tornano alla mente.

    Stabilirono che la colpa non fu mia ma dell’asfalto bagnato, mi guardai bene dal precisare la velocità a cui andavo, anche se dai rilievi presi credo lo sapessero anche i vigili, ma chiusero un occhio capendo in quale inferno avrei vissuto da quel giorno.

    Da allora non passa un giorno senza che io cerchi di affogare la mia depressione nell’alcool.

    Poi c’è lui, rimasto orribilmente sfigurato che ha cominciato a perseguitarmi, giorno e notte ovunque io vada, appena esco di casa, sono rimasto due settimane chiuso dentro, sperando che se ne andasse, ma come sono uscito, ancora mi aspettava.

    A volte lo vedo, altre volte no, ma so che prima o poi lo trovo sempre pronto a ricordarmi quello che e’ successo, come se non bastasse la perdita di Angela e Alessandra.

    Sento dei passi, e’ lui ne sono sicuro, voglio scappare da questo incubo.

    Mi rialzo e continuo a correre, non manca molto a casa mia.

    Arrivo ormai stremato al portone e questa dannata chiave non vuole entrare, la fretta mi rende ancora più nervoso e mi cadono le chiavi. Dannazione!

    Le raccolgo e con tutto il sangue freddo possibile, apro ed entro.Mi giro sicuro di trovarlo li, ma lui non c’e’, un dubbio mi assale, che mi abbia preceduto?Non sarebbe la prima volta che mi aspetta nell’ascensore.

    Corro per l’androne, l’ascensore è occupato e sta scendendo, sicuramente c’e’ lui dentro, meglio prendere le scale.

    Salgo il primo e il secondo piano, l’ascensore sta passando in questo momento, lo vedo è lì dentro insieme ad una mia vicina di casa.

    Ora mi spiego come fa ad avere le chiavi del portone. Sicuramente gliele ha date lei. Maledetta!

    Sono tutti contro di me!

    Salgo fino al quarto piano ed entro dentro casa, finalmente in salvo, finalmente tra mura sicure.

    Mi tolgo l’impermeabile, non accendo nemmeno la luce, vado allo stereo e metto un cd di Beethoven.

    Tra le note di “sonata al chiaro di luna”, mi siedo sulla poltrona e mando giù l’ultimo goccio di jack daniels che e' rimasto nella bottiglia.

    Fermo inerme a riacquistare le forze e a pensare ad una possibile soluzione, non voglio continuare così.

    Le note malinconiche di questo capolavoro, assecondano la mia oscura fantasia.

    So cosa devo fare, me lo sono ripetuto tante volte, non ho mai voluto arrivare a tanto, ma stasera sono proprio esasperato.

    Mi alzo deciso a chiudere questa ossessione, è il momento di farla finita.

    Vado verso la cassaforte e tolgo il quadro che la ricopre, è il momento di farla finita.

    La apro, prendo la pistola e la carico, è il momento di farla finita, mi ripeto costantemente.

    Esco di casa e nella fretta dimentico le chiavi nell’impermeabile, come farò a rientrare? È il momento di farla finita.

    Non mi interessa, è il momento di farla finita.

    Chiamo l’ascensore, le porte si aprono davanti a me e lui è li che mi guarda, punto la mia pistola contro di lui e solo in quel momento mi accorgo che anche lui ne ha una e fa lo stesso con me.

    Le note dell’ “Inno alla gioia” dal mio appartamento riecheggiano sul pianerottolo.

    Sorrido perché so che tra un attimo sarà tutto finito e lui quasi a capire la situazione fa lo stesso.

    Forse è così che doveva finire, essere l’uno la nemesi dell’altro fino alla morte.

    Sembra di essere in un film western. È il momento di farla finita, mi ripeto per quella che credo sia l’ultima volta.

    Sparo.

    Nell’attimo in cui il proiettile lo colpisce, lui si frantuma in mille pezzi, e piccole immagini di lui mi continuano a fissare con la pistola fumante in mano.

    Ora capisco, ora è tutto chiaro.

    Era soltanto lo specchio dell’ascensore.

    Quello sfigurato ero io e non avevo mai voluto riconoscerlo a me stesso.

    I nostri incontri non erano nient’altro che specchiarsi in una superficie riflettente.

    Guardo la mia pistola, c’è solo una cosa da fare. Ora è veramente il momento di farla finita.

    Sparo.

  • 24 agosto 2006
    Raggio di sole

    Come comincia: Dolci note di piano si diffusero per la stanza, Ray aprì gli occhi. Ci mise qualche secondo per capire che era ora di alzarsi, e non curante di questo si girò nel letto per riposarsi qualche altro minuto.
    “I can fly
    But I want his wings
    I can shine even in the darkness
    But I crave the light that he brings
    Revel in the songs that he sings
    My angel Gabriel”
    La voce che usciva dallo stereo era calda ma allo stesso tempo graffiante.
    Amava svegliarsi con le note di questa canzone, ormai era una sua abitudine , da quando l’aveva ascoltata per la prima volta nel 2001, “Gabriel” dei Lamb.
    Non sopportava che questa canzone fosse diventata famosa grazie ad un film, a suo giudizio sciapo e senza vere emozioni, che parlava di una storia di adolescenti.
    Non lo sopportava perché ormai questa canzone era famosa con il titolo “I Can Fly”, colonna sonora del film “ Tre metri sopra il cielo”.
    Per lui era come se un perfetto sconosciuto mostrasse al mondo un Van Gogh, con tanto di firma sulla tela e tutti considerassero l’autore di quel quadro quello stesso sconosciuto.
    L’orologio digitale segnava le sei in punto e Ray decise che era ora di alzarsi.
    Spostò il lenzuolo di seta nera e si mise a sedere sul bordo del letto, con la faccia tra le mani e i gomiti poggiati sulle ginocchia.
    “I can love
    But I need his heart
    I am strong even on my own
    But from him I never want to part
    He's been there since the very start
    My angel Gabriel
    My angel Gabriel”
    Si alzo e spense lo stereo. Accese la luce e un‘ondata rossa illuminò la stanza.
    Ray era un fotografo e, nonostante avesse una casa spaziosa, aveva deciso di mettere il suo letto, nella camera oscura, cosi quando lavorava fino a tardi, poteva sdraiarsi direttamente a letto.
    Fuori era buio, il sole era gia tramontato, certo cosa vi aspettavate in una giornata d’inverno?
    Come dite?Si, era appena sveglio ed erano le sei, ma forse sarebbe meglio che dicessi le diciotto.
    Infatti Ray era un fotografo particolare, fotografava Roma, a suo parere la città più bella al mondo di notte.Avete presente quelle foto sulle cartoline scattate con l’obiettivo aperto, dove le luci delle macchine che passano lasciano la loro scia?Quelle foto erano le opere di Ray.
    Si preparò, indossò un abito scuro di Valentino, a lui piaceva vestire sempre elegante, mise tutto l’occorrente per il suo lavoro dentro due borse di pelle nera e usci da casa.
    Chiuse la porta con due mandate, l’occhio gli cadde sul campanello di casa sua, vide che era molto impolverato, così prese di tasca un fazzoletto  e diede una veloce pulita.
    Sun riportava il campanello.
    Sun Ray, raggio di sole, nome non solo insolito, anche per un inglese, ma anche ironico perché la sua vita lo costringeva a non poter vedere mai il sole.
    Il sole era il suo sogno, ricordava perfettamente il piacevole fastidio che si prova fissandolo e il forte calore quando i suoi raggi ti ricoprono, ma erano passati ormai 57 anni dall’ultima volta che l’aveva visto.
    Cosa insolita, direte voi, ma la sua vita era cambiata 57 anni fa dal giorno alla notte.
     
    Era notte fonda e Ray appena 25 enne, stava camminando per Castle street.
    Era stanco e non vedeva l’ora di tornare a casa, una villetta vicino la cattedrale di Canterbury.
    Mancava poco ormai.
    Non si rese conto quasi di nulla, senti solo una fitta al collo e le forze che pian piano l’abbandonavano.
    Su di lui una figura in ombra gli stava rubando la vita.
    Tutto gli passo davanti in quegli istanti, tutti i sogni che non aveva ancora realizzato, tutte le donne che avrebbe voluto amare, tutte le gioie che voleva ancora provare.
    Cadde a terra dissanguato, ma con ancora un alito di vita, un solo ultimo istante nel quale urlò ”Non voglio morire!” e strappo il mantello all’oscura figura.
    Il mantello cadde e la luce della luna illuminò gli occhi dorati e il volto sporco di sangue del suo assassino.
    “Impressionante” sussurrò “nessuno ha mai la forza di reagire, esaudirò il tuo desiderio, non morirai, ma non tornerai nemmeno in vita.Io sono Vincent e da oggi sarò il tuo maestro”.
    Si morse il polso e lascio’ cadere nella bocca di Ray alcune gocce del suo sangue.
    Il sapore metallico del quel sangue era un veleno per l’ anima di Ray.
    Cominciò a sentire il suo corpo in preda alle convulsioni, la vista gli si annebbiava, il cuore batteva in preda al panico, finche non si interruppe di colpo.
    Per alcuni attimi, non senti più nulla, era morto.
    Improvvisamente le forze circolarono di nuovo nei suoi arti, si alzo lentamente, si guardò intorno. Si accorse di avere tutta un'altra visione del mondo.
    Li davanti a lui c’era Vincent che lo guardava soddisfatto.
    La creatura che l’aveva ucciso era li davanti a lui, ma non era in preda alla rabbia, provava un affetto quasi filiale per quell’essere.
    Era quasi l’alba e si rifugiarono insieme nel castello in fondo alla strada.
    Da quella notte Ray non vide più il sole.
     
    Ray apri il box e caricò le sue borse sulla sua moto, una Harley Davidson V-Rod, ovviamente nera.
    La fece uscire a spinta, chiuse il box, la accese, ingranò la prima e partì.
    Il vento tra i capelli lo illudeva di poter provare ancora qualche emozione.
    Ma Ray non era un vampiro come tutti gli altri, quegli ultimi ricordi che aveva provato quando stava per morire erano ancora vivi nella sua mente, per questo non amava uccidere gli umani, a meno che non fosse necessario.
    Sceglieva con attenzione le sue vittime, quasi avesse un codice d’onore, mai donne e bambini, mai padri di famiglia, di solito le sue vittime preferite erano persone sole ormai stanche della propria vita.
    Pensava sempre quando uccideva a quanto fossero ipocriti gli umani, pronti a chiamare, quelli come lui, mostri e a dargli la caccia.”Perché siamo mostri?” si chiedeva “non facciamo altro che uccidere per sfamarci, non fanno lo stesso gli umani con mucche e maiali?”.
    Si fermò davanti al Colosseo, spense la moto e scese.
    Si avvicinò al palazzo di fronte con le borse in mano, spiccò un balzo e volò fino al soffitto.
    Posizionò le sue macchine fotografiche , in modo da riprendere il Colosseo da diverse angolazioni.
    Passò tutta la notte a fotografarlo, si fermo soltanto intorno mezzanotte, quando decise che era ora di saziare la sua sete.
    Tirò fuori da una delle due borse una sacca di sangue e un unico morso e comincio a sfamarsi.
    Quel sangue non aveva affatto lo stesso sapore di quello pulsante e ancora caldo di una vittima ancora in vita, ma ormai si era abituato. Ne aveva molte di quelle sacche, era bastato corrompere un paio di infermieri.
    Ogni mese pagava una quota e questi gli fornivano sangue a sufficienza.
    Non gli chiedevano nemmeno a cosa gli servisse tutto quel sangue, gli umani per lui erano ipocriti e avidi.
    La notte correva , nemmeno se ne accorse che arrivarono le sei di mattina, mancava un ora all’alba, aveva gia smontato e caricato nelle borse tutta l’attrezzatura, mentre la città cominciava ad accendere il suo motore.
    Si sedette un istante e accese una sigaretta.
    Neanche le sigarette avevano più sapore, le fumava per abitudine e in questo era molto simile ai fumatori incalliti più di quanto essi stessi potessero immaginare.
    Guardava ad est e gli occhi gli brillavano.
    “Se solo potessi vedere il sole ancora una volta!”pensò.
    Si sentiva depresso, anche se Vincent gli aveva ripetuto molte volte che i vampiri non provano emozioni.
    Ma secondo Ray, Vincent si sbagliava perché il suo maestro stesso era rimasto impressionato
    quando l’aveva ucciso e anche l’impressione e’ una emozione.
    Si sentiva stanco di quella vita, tanto che un idea gli passò per la testa.
    “E se non volessi tornare a casa questa notte?”si chiese”i mortali vivono per realizzare i loro sogni, io immortale morirei per realizzare il mio”.
    Prese la sua decisione, era convinto più che mai.
    Volò fin sopra il Colosseo e nell’oscurità attese.
    Il cielo cominciava a rischiarare, mancava poco ormai.
    Il suo volto era felice, sembrava quasi aver riacquistato un po’ di colorito.
    Dentro si sentiva febbricitante, una sensazione mai provata per un corpo freddo come il suo.
    Il sole comincio ad illuminare i palazzi più alti, era arrivato il momento.
    L’istinto gli urlava di ripararsi e ci volle tutta la sua forza per rimanere dov’era invece di rintanarsi in qualche anfratto buio.
    Guardò il cielo, ormai era quasi l’alba, lo desiderava da 57 anni.
    Le nuvole ed est avevano una varietà di colori impressionante, dal rosa all’arancione , al rosso intenso al grigio scuro.Sembrava di essere in un quadro di Monet.
    Vide qualcosa arrivare da lontano, quasi non credeva ai suoi occhi.
    Un angelo in tutto il suo splendore stava per raggiungerlo, aveva delle ali bianche stupende e Ray si accorse di desiderarle, di volerle possedere.
    Non riusciva a spiegarsi perché l’angelo fosse li, ma non era il momento di chiederselo, perché quel momento lo aspettava da 57 anni.
    Si alzò in piedi, allungo le braccia verso il cielo, i primi raggi si posarono sulle sue dita.
    Senti il calore del sole, amplificato per mille, le dita cominciarono ad ardere, lacrime di gioia scesero sul suo volto.
    L’angelo cominciò a cantare, ma Ray non se ne rese conto subito, ormai aveva le braccia in fiamme.
    “Non aspetterò che si compia il mio destino, gli andrò incontro” urlò.
    L’angelo intonava la sua canzone preferita e Ray capì che l’amava tanto perché parlava di lui e del suo sogno.
     
    I can fly ( Posso volare
    but I want his wings ma vorrei le sue ali
    I can shine even in the darkness posso risplendere persino nelle tenebre
    but I crave the light that he brings  ma imploro la luce che lui porta
    revel in the songs that he sings gioisco delle canzoni che canta
    my angel Gabriel il mio angelo Gabriele)
     
    Spicco il volo e diresse verso il sole, tutto il suo corpo prese fuoco all’istante, il calore che senti’ lo fece sentire di nuovo vivo. Urlò di gioia
    Il suo volto sorridente fu illuminato dal sole un ultima volta, in quell’istante si era realizzato il suo sogno.
    Non senti più nulla. Il suo corpo si sbriciolo lungo la piazza del Colosseo, divenne polvere, talmente fina che si potè notare soltanto attraverso un raggio di sole.


    Come può un uomo vivere nella più oscura e umana delle ombre? Come può egli realizzare il suo sogno solamente scavalcando tutte le barriere dell’umanità? Per Ray sognare vuol dire compiere un lieve balzo e iniziare a volare verso l’ardente luce di un raggio di sole in cui spegnersi.

  • 10 agosto 2006
    Invoca le ali

    Come comincia: Piccola farfalla non lasciare mai lo spazio attorno a quest'albero eterno che è il vivere, ogni suo fiore incanterà il tuo tenero cuore, ed ogni nuova farfalla riempirà il cielo di nuovi colori, insieme saremo l'arcobaleno del vivere, noi saremo l'orizzonte per quanti come noi intraprenderanno lo stesso faticoso cammino. Vedrai meravigliose metamorfosi trasformare fiori in farfalle e farfalle in angeli, e il cielo e la terra torneranno ad incontrarsi nella vita del mondo.

     

    Una formica che era salita molto in alto sul ramo di un massiccio albero, che non sapeva essere un  melo, alzò il capo e tra le molteplici foglie vide un grosso globo rosso e arancio, riflettere la calda luce del sole e pensò:


    Ho fatto bene a intraprendere questo lungo e faticoso cammino, non fosse altro che per vedere questo meraviglioso globo dai colori caldi del tramonto, la sola visione già mi riscalda il cuore, resterei qui per sempre ad ammirarlo.


    Le sue accorate parole furono ascoltate da un bruco che era da lì poco distante, il quale intervenne dicendo:


    Sempliciotta di una formica tu gioisci nel vedere un umile mela, e pare che quel niente riesca a sollevarti il cuore al cielo, non hai  capito che si tratta di un semplice frutto di questo grande albero e non di un miracolo, come la tua piccola mente ora ti suggerisce.


    E la formica senza staccar gli occhi dal meraviglioso globo,


    allungò le zampette come per sfiorarlo e poi con occhi colmi di lacrime di gioia, si rivolse al bruco dicendo:


    Comprendo le tue parole e son certa che tu abbia ragione, ma non mi interessa ciò che i tuoi occhi scorgono, mi interessa solo ciò che posso scorgere io, questa speranza nutrirà il mio cuore. Quella umile mela, come tu la chiami è per me  molto di più, è la mia speranza di un domani.


    Il bruco guardò la formica  quasi compiadendola, dicendo:


    Formica sei e formica resterai, la tua visione è talmente ristretta, e pertanto non sprecherò altre parole per indirizzarti al vero. Io oggi sono un bruco ma domani sarò farfalla, mentre la tua unica certezza è che oggi sei una formica e che domani sempre e solo una formica sarai.

     

    Quelle parole amare resero triste la piccola formica che continuò a stringere al cuore la sua piccola speranza, non  lasciandosi prendere dallo sconforto continuò a procedere verso il globo rosso.


    Altri giorni di lungo cammino si aggiunsero a quelli già fatti, e  finalmente la tanto agognata meta fu raggiunta. E guardando il globo da vicino, la piccola formica divenne preda di una profonda delusione, il globo rosso e dorato altro non era che una semplice mela, come già le aveva anticipato il bruco, razionalmente lo sapeva già, ma ora quella consapevolezza era giunta anche al suo cuore.


    Dopo qualche minuto passato a piangere, alle sue spalle planò una bellissima farfalla:


    Hai visto piccola formica imbottita di sogni, che il globo che vedevi altro non era che una mela di questo grande albero, e tu hai fatto tanto cammino stringendo a te una speranza,  giungendo sin qui solo per sfiorare una mela.


    Ch sei?

     

    Disse la formica, come sai del mio cammino?

     

    Io sono il bruco che qualche giorno fa, ti parlò col cuore.

     

    La formica guardò quella meravigliosa creatura:

     

    Sei di una bellezza che toglie il fiato. Ho fatto bene a intraprendere questo lungo e faticoso cammino, non fosse altro che per vedere questa meravigliosa creazione che sei tu farfalla.

     

    Il cuore di quella formica era una nuvola bianca, colma d'amore per il vivere, e la farfalla si sentì in difficoltà al cospetto di tanto cuore, lei aveva sì le ali ma quel essere insignificante aveva delle ali molto più rare, le ali del cuore.


    Poi  disse la farfalla:


    Di cosa sei alla ricerca?


    E la formica rispose:

     

    Di un motivo per vivere, laggiù in terra niente più mi attirava, ogni cosa non aveva più sapore e pertanto ho scelto di camminare per giungere alla vera vita.

     

    Ascoltami smetti di salire su quest'albero, non faresti altro che correre appresso ad altri globi ed una volta raggiunti ti renderesti conto che sempre di semplici mele si tratta, piuttosto metti le ali e vola libera nel cielo.

     

    Ma la mia natura mi vuole formica, non si è mai vista una formica con le ali a meno che non sia una formica regina, ma io sono nata operaia e non ho alcuna speranza di poter mettere le ali.


    Tu credi? Sappi che alcune ali sono invisibili sino all'istante in cui non le avrai invocate. Lanciati che altro hai da perdere, se possiedi le ali esse si apriranno per innalzarti in volo, se invece no, lasceresti questa vita che infondo nulla ti ha dato. Puoi scegliere o correre per una vita incontro ai globi della tua  fantasia, o tornare a vivere quella vita che ormai non aveva più nulla da offrirti. Lanciati!


    La formica aveva molta paura, quella farfalla l'aveva messa di fronte a una scelta difficile e lei colta da un profondo dolore cercò una risposta tra le mille parole che giungevano alla sua mente, dicendo:


    Io ho invocato quelle ali da sempre e non si sono mai aperte, forse non possiedo le ali che tu dici.


    Non mi sono spiegata non deve essere la tua voce ad invocare le ali,  ma il tuo cuore. Solo quando il tuo cuore le invocherà esse appariranno al vivere. Lanciati e scopriremo se sei una regina o una operaia.


    Io non voglio morire, ho camminato sin qui proprio perché amo la mia vita più di qualsiasi altra cosa, e non la rischierò in cambio di una possibilità. Preferisco continuare a inseguire i globi della mia fantasia, rimanendo qui.


    Ti ringrazio meravigliosa farfalla d'avermi aperto gli occhi, oggi grazie a te ho riscoperto in me il più meraviglioso dei  globi, l’amore per la vita, che seppure pesante e colma di illusioni rimarrà sempre la mia unica vita. Non mi spaventa la fatica, continuerò a camminare sino alla cima di quest’albero inseguendo le illusioni, e quando sarò giunta sino al cielo allora chiederò a Dio di darmi le ali.


    A quelle parole una luce intensa colpì la piccola formica che come per incanto vide aprirsi le sue ali, ma non due ali qualsiasi. Le sue ali erano grandi e dai colori dell’arcobaleno, tanto che la farfalla al suo cospetto s'intimidì facendosi da parte, e la piccola formica ormai divenuta una meravigliosa creatura dei cieli disse:


    Ora tutto mi è chiaro, l'amore per la vita ci renderà la grazia di vivere. Vedi il mio attaccamento al vivere mi ha condotta su un cammino faticoso che mi spronava a salire sempre più, tendendo la mano verso mete sempre più alte, ma al mio cuore è bastato affinché invocasse le ali.


    La farfalla era commossa da tanta beltà e con le lacrime agli occhi disse :


    Sei di una bellezza che toglie il fiato.


    L'essere celeste che aveva camminato tanto nel vivere per raggiungere i suoi sogni era divenuta meritevole del più alto dei doni: le ali.


    È con occhi nuovi mentre una meravigliosa luce traspariva dal suo volto disse:


    Piccola farfalla non lasciare mai lo spazio attorno a quest'albero eterno che è il vivere, ogni suo fiore incanterà il tuo tenero cuore, ed ogni nuova farfalla riempirà il cielo di nuovi colori, insieme saremo l'arcobaleno del vivere, noi saremo l'orizzonte per quanti come noi intraprenderanno lo stesso faticoso cammino. Vedrai meravigliose metamorfosi trasformare fiori in farfalle e farfalle in angeli e il cielo e la terra torneranno ad incontrarsi nella vita del mondo.

  • 10 agosto 2006
    Buio-PuntoLuce-Buio

    Come comincia: Buio-buio-buio-puntoluce-buio. Questa si chiama sintesi e serve ad evitare di descrivere i momenti puntuali. Prima di tutto perchè ricordarli con la coscienza del fatto che sono solo delle piccole pozze d'acqua in un terreno perfettamente arido è un pò deprimente. E anche perchè in fondo per chi legge potrebbe trattarsi di sciocchezze, di gesti minimi e banali. E allora va bene così, buio-buio-buio-puntoluce-buio. Estrapolate voi stessi la storia che volete, formulate delle congetture, create i personaggi e fateli interagire. Se vi serve qualche dettaglio in particolare potete anche chiedere ma non è detto che vi risponderò. In ogni caso siamo lontani dalla realtà, sia io che voi. Io. Seduto per terra davanti a un bar con qualcosa di fresco tra le mani. Qualcosa di fresco ma molto alcoolico, che fa sudare da matti. Col battito accellerato per la preoccupazione di non riuscire a pensare-proporre-proporsi-ordinare. Io che recito la mia filastrocca ricolma di citazioni, io che esprimo il mio odio per le citazioni, io che non so davvero cosa voglio e allora mi guardo attorno. E vedo cosa offre il mercato. E il mercato è in ribasso, sarà il caldo, ma il mercato è in ribasso credetemi. E l'unica cosa che voglio giustamente se ne strafrega di immischiarsi col mercato. Mentre io sono quasi diventato un agente di borsa, faccio piani e previsioni e investo e sudo e bestemmio e bevo per dimenticare e mi sciacquo il viso per ricordare. Rispondo anche alle domande e questo magari non è da me. Il punto è che sono inCOLLAto. InCOLLAto mani e piedi. Raccolgo tessere qua e là, ma questo non è un puzzle. Sta venendo fuori un disegno orrendo, privo di gusto e di valore. Uno di quei disegni esteticamente apprezzabili del tipo natura-morta-con-bambino. Ma privi di vita, spenti, smorti, decadenti. Non era questo quello che volevo, lo giuro. Si. Ma. Allora. Cosa. Vuoi.? Oh un'altra tessera. Cosa voglio? Indovina.

  • 08 agosto 2006
    Inutile dettaglio

    Come comincia: Ufficio

     

    L'ufficio del direttore era all'ultimo piano dell'edificio.

    - Purtroppo, siamo costretti a prendere una decisione immediata! Ormai, sono mesi e non possiamo più tollerare oltre - Intanto il direttore chiudeva tra gli indici le labbra e la sua voce accentava in maniera precisa il senso della discussione.
    - Ma, io, io non ho potuto fare altrimenti e ormai, la mia situazione, non durerà ancora per molto. I medici dicono che non c'è altro da fare. Dobbiamo solo aspettare qualche mese ancora e poi sarà tutto... finito. Finito - il tono di Marco era roco, in gola gli si stringeva il respiro rabbiosamente affannato e stanco.
    Il direttore era impassibile: guardava e basta. Sembrava non ascoltare.
    - Direttore, sarà mia premura ... - Marco tentava di giocare l'ultima carta, ma il direttore l'interruppe: - Le ripeto che purtroppo non sarà possibile tornare sulla decisione. La sua assenza degli ultimi mesi ci ha costretti a rivedere i piani d'azione e altre figure hanno preso il sopravvento. Purtroppo devo pensare al futuro dell'azienda -

    - Si, certo, capisco - la sua voce aveva perso ancora un tono e adesso era come un colpo di tosse che graffia la gola. Non cercò più altre parole: non servivano. Era chiaro che ormai ogni cose fosse vana, inutile.
    Inutile. Come tutti i mesi vissuti a strappare parole di speranza ai medici. E anche quello non era servito a nulla. Sua figlia moriva ogni giorno e lui non poteva fare altro che guardare.

    Le parole che seguirono fra i due, furono fredde e distaccate: convenevoli di rito.
    Marco sudava nonostante l'aria condizionata e non riusciva più a trattenere i pensieri in testa. Le parole del direttore continuavano a risuonarli dentro ma allo stesso modo, gli sfuggivano. Come se non avessero memoria.
    Si strinsero la mano e si salutarono.

    Bar

    Il bar sotto l'ufficio era quasi vuoto, come ogni giorno a quell'ora, subito dopo l'ondata della prima colazione.
    Il barista era il solito, Giorgio. Cinquant'anni portati malissimo e l'effetto dell'acqua fredda del rubinetto sulle mani. Lo vide accomodarsi sullo sgabello e piantare i gomiti sul tavolo ripassando le palme della mani sul volto come per lavarsi la faccia. Sapeva tutto. I baristi sanno sempre tutto.

    - Dammi una vodka, Giorgio - disse Marco
    - Non gira eh? Non ci pensare. A tutto c'è rimedio, tranne che ...  - Si accorse di aver detto una cazzata. Ma la lingua era stata più veloce di ogni altro pensiero e lo bruciò sul tempo. Ormai, aveva detto l'unica cosa che non avrebbe dovuto dire. Ma indietro non si torna. Mai
    - Appunto, Giorgio. Appunto. - gli rispose. 

    È tutto come quando ti accorgi di non pensare a nulla. Ti manca anche l'energia per parlare o immaginare. Non c'è niente nello sguardo, se non quel bicchiere tra le dita che lo fanno girare come in un gioco. Il gioco è non versarne una sola goccia perchè ogni goccia è un momento di lucidità in meno. Perchè ogni goccia è un respiro nuovo.

    In fondo, lui, era solo un uomo, quel bar solo un bar qualunque e la sua vita una delle tante sparse tra le vie di una città come troppe.
    In fondo era uno dei tanti cristi, uno in mezzo alla gente. Uno. 
    È il momento in cui le persone non sono che sagome in controluce e senza un volto. Solo ombre. Ti passano accanto e sembrano, banalmente, la scia di se stessi o dell'anima che nasconde in fondo.
    È come quando sogni e riapri gli occhi e il sogno sparisce. Così la sua vita adesso. Un uomo senza storia, senza vita.
    Una goccia dopo l'altra, un bicchiere dopo l'altro. Uno, due, tre, quattro....

    Strada

    È mezzogiorno fuori. Il sole a picco batte sull'asfalto.
    Potrebbe essere qualsiasi stagione. Che importanza avrebbe, sarebbe solo un dettaglio.
    Un inutile dettaglio.
    Inutile.
    - L'asfalto! Come corre veloce sotto le auto, l'asfalto! - Nella mente le parole si articolano e prende fuoco un immagine precisa, nitida: - Asfalto... Io -

    Fine.

  • 07 agosto 2006
    Una mano al cielo

    Come comincia:

    Il mondo ci nutrirà sino a quando la nostra fame ci spingerà a cercare le cose del mondo. Solo quando ne saremo sazi, riusciremo ad ascoltare la voce del cielo, riconoscendoci  per quello che siamo, esseri di luce. E la pace regnerà nel mondo per sempre.


    Dammi pane, dammi pane!


    Disse un topo ad una bambina, e la bambina prese del suo pane e lo condivise con il topolino, e poi vedendolo più sereno ora che aveva il pancino pieno, gli disse:


    Sei disposto ad ascoltarmi? 


    E il topino disse:


    Certo mi hai dato pane ed io ti darò ascolto.


    Tu non sei un topino, come hai sempre creduto di essere, tu sei un essere di luce.


    Il topino incominciò a sbellicarsi dalle risate.


    Che dici bambina di una sola cosa sono certo nella vita e cioè quella di essere un topino roditore.


    La bambina prese dalla tasca della sua bianca veste uno piccolo specchio, e consegnandolo al roditore disse:


    Guardati!


    Il roditore guardò perplesso la sua immagine riflessa nello specchietto e restò senza parole.


    La bimba sorrise contenta, mise le ali e volò alta.


    Aspetta disse l’ex topino, ma allora perché ho sempre pensato di un topo quando invece sono un angelo?


    E la piccola nel volare disse:


    Siamo tutti angeli ma dobbiamo camminare molto per meritare la nostra lucente natura.


    Aspetta perché tu hai le ali ed io no?


    Per lo stesso motivo per il quale non avevi capito d’essere un angelo, le tue ali te le devi meritare, camminerai in terra sino a quando non sarai maturo per il volo.


    L’angelo nuovo, prese lo specchietto conservandolo gelosamente, ora sapeva che doveva fare. Salì su un palco e chiamò a se tutti i topini del circondario e disse:


    Mangiate e bevete e quando sarete sazi, avvicinatevi a me ho messaggio per voi!


    I topini si avvicinarono al grande buffet che l’angelo terreno aveva preparato e quando erano ormai sazi, gli corsero incontro, erano tanti e l’angelo non aveva uno specchio tanto grande allora disse seguitemi e lì portò alla riva di un grande lago e tutti insieme specchiandosi in quelle limpide acque riconobbero la loro natura.


    Il quel istante mille angeli nuovi misero le ali, volando insieme per il mondo a risvegliare i fratelli.


    E l’angelo roditore disse:


    Il mondo ci nutrirà sino a quando la nostra fame ci spingerà a cercare le cose del mondo, e solo quando ne saremo sazi, riusciremo ad ascoltare la voce del cielo, riconoscendoci  per quello che siamo, esseri di luce. La pace regnerà nel mondo per sempre.


    Era scritto che da quella mano sollevatasi al cielo ne sarebbero venuti tanti e furono quei tanti a cambiare il mondo.

  • 07 agosto 2006
    La fede dell'ombrello

    Come comincia: La vera fede non è un ombrello che vi ripara quando piove, la vera fede è un arcobaleno di colori, che nasce spontaneo dai cuori e il suo viver non teme le stagioni.

     


    Il buio più intenso alberga nei vostri cuori, e non nel cuore del mondo,  e poi cos'altro è il cuore del mondo se non la proiezione del vostro cuore…


    Tintinnavano le campane della chiesa al soffiare del vento, mille pecorelle pascolavano belanti nei pressi della sacra dimora,  nessuna di essa aveva mai osato varcare la soglia che conduceva al altare di Dio. Tutte ne avevano un grande rispetto ed un ancor più grande timore.


    Un giorno comune a tanti altri una strana pioggia incominciò a scendere dal cielo, era una pioggia acida che a lungo andare avrebbe sterminato l'intero gregge.


    Le pecore ne riconobbero il pericolo ed impaurite cercarono un posto dove ripararsi. Il pascolo non aveva alberi e neppure caverne nelle quali ripararsi, e  pertanto disperate rivolsero il loro sguardo alla sacra dimora, unica possibilità di scampo alla morte.


    Con passo veloce si diressero verso la grande porta, che era ben chiusa, e presero a belare implorando aiuto, la porta si aprì lentamente lasciandole entrare tutte e alle loro spalle si richiuse.


    La grande chiesa era buia, illuminata da migliaia e migliaia di piccolissime luci, e nell'entrare in quella tetra stanza, le pecorelle si sentirono ancor più spaventate.


    Con passo incerto presero a camminare verso una grande luce che s'intravedeva alle spalle del altare, e mentre si addentravano sempre più, una voce disse:


    Fermatevi nel passo, e non andate oltre!


    Le pecore tremanti si fermarono una vicina all'altra, ammucchiandosi per la paura, e col capo chino  per il terrore presero a piangere. La stessa voce aggiunse:


    Perché piangete, cosa vi spaventa in questo luogo?


    Ed in coro risposero:


    Il buio.


    Va bene, disse la voce, ora potete procedere.


    Perché di quella domanda?


    Chiese una delle pecore.


    Siete giunte qui spinte dalla paura, solo perché non vi era altro posto dove rifugiarvi. La paura  sa accendere e sa spegnere la volontà di ogni essere vivente, dipende solo da quali corde dell'anima sarà riuscita a toccare.


    Ma per giungere alla vera luce non basta, bisogna essere consapevoli del perché di ogni passo compiuto, non giungerà chi segue il corso della corrente senza essergli appartenuto.


    Ricordate la luce è comprensione, e sino a quando non avrete compreso il perché del vostro cammino, quella luce resterà a voi preclusa.


    La vostra fede è un ombrello aperto alla pioggia, ma nello stesso istante in cui la pioggia smetterà di cadere voi chiuderete l'ombrello. Ricordate non è quella la fede che vi congiungerà a Dio.


    La vera fede non è un ombrello che vi ripara quando piove, la vera fede è un arcobaleno di colori, che nasce spontaneo dai cuori e il suo viver non teme le stagioni.


    Il buio più intenso alberga nei vostri cuori, e non nel cuore del mondo,  e poi cos'altro è il cuore del mondo se non la proiezione del vostro cuore.


    La  fede che voi professate, è un ombrello che aprite e chiudete a secondo delle stagioni, ma la vera fede non cede ai mutevoli cambiamenti del tempo.


    Provate piuttosto a fermare la pioggia, prevenite le nuvole, smettete di seminar tempesta, perché un giorno continuando a raccogliere pioggia, avrete alimentato le acque di un mare profondo e buio, che non vi lascerà scampo, ed allora non ci saranno ombrelli da aprire.


    La vera fede è un ruscello spontaneo che nasce nei cuori, non una casa fatta di mattoni.


    Il buio del vostro cuore potrà indicarvi la via, ma giungerà solo chi avrà profondamente sposato il proprio dolore, solo chi riconosce l'oscura natura della propria ombra potrà poi superarla nel passo.


    Le pecorelle, ascoltarono la voce e con passo giulivo raggiunsero la luce, quelle candide pecore avevano meritato, ed insieme varcarono la soglia di un mondo diverso, dove il cielo era limpido e dove nessuna pioggia acida le avrebbe più perseguitate.


    La voce accese per loro il suo sole più bello, rivestendo il manto di ogni pecora di bagliori di luce, e le guidò nel mondo nuovo che aveva preparato per loro.