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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 luglio 2012 alle ore 10:59
    Le nebbie di Vraibourg (estratto)

    Come comincia: Cercava di scivolare tra gli invitati con discrezione, ma alcune matrone erano piantate a terra come montagne ingioiellate. Intanto monsieur Des Essarts intratteneva il suo popolo, ringraziava per la partecipazione, raccontava aneddoti stantii con voce sofferente. E lui, Etienne, cercava Dorian, come Tancrède Des Essarts gli aveva richiesto tramite Dominic. Non sapeva cosa avesse in mente il padrone. Aprire le danze in maniera particolare. Forse voleva far pronunciare qualche panegirico al figlio. Ci sarebbe stato di che ridere. O di che pentirsi. 
    Non si sorprese di trovarlo nascosto agli altri, dietro un pesante tendaggio. Scrutava fuori, il bosco e la notte, come per un richiamo invincibile, primordiale. Tossì lievemente per richiamare la sua attenzione. Dorian non si voltò. Maledicendolo a gran voce nella mente, allungò piano la mano a toccare la sua spalla. Stavolta si girò, un movimento repentino, lo sguardo torvo a scoprire il nemico. Etienne ritrasse la mano scottata dal fugace contatto.
    «Mi scusi Dorian. Suo padre mi ha mandato a cercarla. Vorrebbe che andasse da lui.»
    Il principe della sera inclinò un poco il viso di porcellana.
    Un breve sorriso osceno ne spaccò la perfezione. Lo seguì senza dire una parola.
    «Eccoti finalmente!»
    Il padre trascinò a sé il figlio, cingendone le spalle col braccio. A Etienne, abituato a vedere i loro freddi incontri, sembrò una cosa innaturale. Tancrède Des Essarts stirò un sorriso, prima rivolto al figlio, che lo superava di oltre una spanna, poi agli invitati.
    «Caro Dorian, oggi è la tua festa e tutta la nostra città è venuta gentilmente a presentare i suoi auguri. Questa bella serata è per te, per i nostri ospiti e le loro figliole. Dato che tu sei il festeggiato, desidererei che i nostri invitati ti accordassero un privilegio: quello di aprire le danze con la fanciulla che tu sceglierai tra tutte.»
    Un debole applauso incorniciò la fine del discorso. Le madri battevano le mani più forte,  perando così di favorire la fortuna. Le fanciulle si aggiustavano i vestiti un po’ sgualciti, si tastavano piano le capigliature. Etienne guardò Ophélie. Scuoteva il capo mentre le altre si agitavano come puledri prima di una gara.
    Correvano ad accaparrarsi il posto migliore, in un calpestio di tacchi, dandosi gomitate di nascosto. Si allineavano, le figlie di Vraibourg, in una fila disuguale e comica, lungo una parete del salone, come loro richiesto dal padrone di casa. Tutte, senza esclusione, avevano dovuto partecipare, le più timide ripescate da Dominic negli angoli. E così anche Ophélie era stata trascinata pressappoco al centro della sequenza. Tra le ultime, spaesata, stava Madeleine. Le prescelte si guardavano con occhi cattivi, scalpitando sul posto per l’arrivo del principe. Sospinto lievemente dal padre, Dorian si avviò a esaminare le truppe pronte alla guerra.
    Tutto si poteva dire di lei tranne che sembrasse malata. Piantata solidamente a terra, le carni piene e lattee, il petto florido, Lise Plassans aveva scritte in viso le sue qualità di brava
    padrona di casa e proficua produttrice di prole, nonché erede di una cospicua dote. In verità in faccia era anche riportata la sua predilezione per i dolci e la somiglianza col visetto porcino della madre. Aveva molta fiducia in quella serata, sarebbe potuta diventare «la signora della Guyenne». Quando Dorian, il bel Dorian, si fermò davanti a lei, il cuore iniziò a batterle forte nel seno nutrito. Le altre non le aveva neppure considerate, scivolando via veloce. Gli invitati stavano in un ilenzio quasi religioso, mentre madame Plassans stringeva le mani tanto da far stridere fra loro gli anelli. Dorian si fermò e la guardò bene, da capo a piedi. Poi dai piedi al capo. E non
    troppo forte, ma nemmeno troppo piano, le rise in faccia. 
    Riprese la sua ispezione, nel silenzio imbarazzato degli ospiti. Sul viso di Lise Plassans rimanevano vergogna e lacrime. Etienne guardava con una certa apprensione Dorian avvicinarsi
    al centro della fila. In barba alle sue preghiere, Dorian si fermò proprio davanti a Ophélie. Etienne temeva che l’amica gli avrebbe assestato un ceffone al minimo movimento.
    Dorian le si accostò, sussurrandole qualcosa all’orecchio. Un attimo soltanto e proseguì. Ophélie rimase immobile, il volto contratto, le labbra serrate. Il generale affrettò il passo dinanzi
    alla misera truppa allineata. Ma si fermò un’ultima volta davanti a Madeleine che arretrò istintivamente. Rimasero così poco più di un minuto, finché Dorian bruscamente si staccò. Fece uno scarto, risalì la sala. Etienne se lo trovò davanti all’improvviso e non poté fermarlo. Come quel giorno in biblioteca, gli prese il viso tra le mani e disse: «Sei bello».
    E poi, tra il mormorìo della folla, uscì. Tancrède Des Essarts aveva il volto contratto in una smorfia di dolore e disgusto. Il sabba era concluso.

  • 30 luglio 2012 alle ore 11:39
    La libellula e le perle d'acqua

    Come comincia: In un campo di margherite, minuscole perle d'acqua, ignare d'essere vita, giocavano a rincorrersi sui languidi rametti di una fragile pianta selvatica. Una leggiadra libellula visitatrice casuale di quel lussureggiante paesaggio campestre e bisognosa di gocciole per spiegare le sue ali, decise di riposarsi e vi si aggrappò con le lunghe e stecchite zampette per osservare il lento succedersi del loro scivolare, una dietro l'altra sui verdi fili, come fa il gioielliere quando infila le collane. Il bell insetto si fermò a fare la conta sul fragile pallottoliere, improvvisato dalla natura, e cominciò a pensare quante ne doveva risparmiare per il suo felice divenire.
    Morale del racconto: se non si possiedono i mezzi per trovare la forza di spiegare le ali è bene fermarsi ad osservare, fare la conta delle sostanze e risparmiare in attesa di un momento più propizio, cercando di vedere il bello anche in un sogno proiettato nel futuro, mettendo in conto che potrebbe non realizzarsi mai, ma che  comunque sia per chi ci crede la carota appesa ad un filo, come la verde speranza, alla quale tutti quanti ci aggrappiamo.

    ( Da fotografie incorniciate di Vittoria Carrassi)

  • 28 luglio 2012 alle ore 13:13

    Come comincia: ...poi ho cominciato a bere, vino, vino rosso. scadente, nelle osterie. sono diventato un alcolizzato. mia moglie mi ha lasciato; i miei figli sono andati via con lei; gli amici sono scomparsi ad uno ad uno;ho perso il lavoro. Ero un barbone, rubavo per comprare vino. Il mio veleno.
    Poi, la salvezzs: ho incontrato lui,gesu': e' diventato mio amico. E per un alcolizzato, avere un amico che trasforma l'acqua in vino e' una grande fortuna.

  • 26 luglio 2012 alle ore 9:27
    Don Spiridione e il mammòcce

    Come comincia: In quella stanza buia, illuminata dalla tremolante luce emessa dalla fioca fiammella di un’esile candela accesa, Teresa gemeva e frignava reclinando di tanto in tanto le sue membra sul freddo corpo ormai esanime del marito estinto. Angelo era il suo nome, esangue era ora il suo ceruleo volto e inespressivo e aveva le mani incrociate sul petto. Era morto qualche ora prima. Con una mano, la povera donna, si asciugava di tanto in tanto le lacrime che sgorgavano copiose dalle sue cavità oculari, mentre con l’altra teneva abbracciato a sé il mammòcce Cesario, l’unico figlio che aveva partorito esattamente undici anni prima. E lo teneva così stretto a sé come per significare inconsciamente che era l’unico bene che le era rimasto. Che strana coincidenza – diceva gemendo la povera donna -, Angelo è morto lo stesso giorno incui è nato Cesario. Fuori, sulla piazzetta lastricata antistante la casa, in mezzo ad un folto nugolo di uomini e donne, vicini di casa e parenti alla lontana, che stazionavano per dare apparente ma inutile conforto alla giovane donna, già orfana ora vedova, privata di quel bene assoluto che genera la vita, si aprì uno stretto varco per far passare il prete chiamato qualche ora prima per conferire al morituro l’estrema unzione che adesso sarebbe risultata inutile. Don Spiridione era quel prete, nominato parroco della vicina chiesa dell’Annunziata restaurata da poco, dopo un abbandono che, per circa un decennio, in seguito ai dissidi tra Stato pontificio e il recente Regno italiano, conseguenti all’unificazione d’Italia, le infiltrazioni d’acqua avevano resa impraticabile. Il considerevole ritardo di don Spiridione al capezzale dell’ormai defunto Angelo era dipeso dal fatto che aveva conferito non solo l’estrema unzione a tal Pomponio, un nobile signore romano di passaggio a Terracina, morto di infarto mentre era ospite a casa di amici di sangue blu ma, costretto dagli eventi, aveva dovuto celebrargli anche il funerale. Succede che i signori abbiano spesso la meglio sulla povera gente, anche quando muoiono. - Mi sono fatto imprestare un asino per arrivare il prima possibile, ma quella bestiaccia non aveva voglia di correre, poi s’è fatto buio e per questo non sono riuscito ad essere puntuale. Non so come rimediare ma, dopo il funerale, nei prossimi giorni non appena si rimette da questo suo grande dolore venga a trovarmi in chiesa per qualunque bisogno -, esclamò, rivolgendosi alla vedova, il prete dispiaciuto per l’episodio irrimediabile e ancora ansimante per la greve inutile corsa. Fino ad allora Teresa non aveva avuto occasione di conoscere il nuovo parroco, arrivato da pochi giorni in parrocchia. Dovendo assistere il marito sofferente di malaria, una malattia nefasta che già aveva fatto diversi morti in paese per la vicinanza della putrida palude pontina infestata dalla zanzara anofele portatrice del plasmodio falciparum, Teresa non era andata mai a messa, neppure a quella del vespro, né a ripetere il quotidiano rosario. La morte del marito e l’inconsueta situazione che aveva messo il prete in debito nei suoi confronti, le avevano consentito in seguito di instaurare con questi un rapporto chiamiamolo di opportunità, o meglio di convenienza, che le avrebbe dato la possibilità sia di lavorare sia di far studiare il figlio. Quella era, forse, l’unica eredità che suo marito Angelo inconsapevolmente morendo le aveva lasciato. Non èdetto che l’eredità debba essere soltanto materiale!
    Don Spiridione l’avrebbe aiutata sicuramente. Ne era sicura. Altrimenti i preti che ci stanno a fare? – Pensava Teresa.

    Piovigginava quel giorno in cui Teresa decise di andare a trovare don Spiridione in sacrestia. Già era trascorso un mese esatto dalla dipartita del marito. La donna assieme al suo mammòcce si coprì con il mantello per ripararsi dalla sottile pioggerellina e percorse la strada che portava all’Annunziata a passo svelto, mentre dodici tocchi della bronzea campana segnavano già mezzogiorno. Teresa bussò alla porta della sacrestia che dopo qualche istante si aprì lentamente con uno scricchiolamento stridente, dissonante, fastidioso, quasi insopportabile all’udito. Apparve sull’uscio don Spiridione, persona dal corpo esile, dalla folta capigliatura e dalla lunga canuta barba incolta, che con i suoi occhiali spessi proiettò il suo sguardo fuori come un’antenna a guisa di una lumaca.
    - Gesù Cristo sia lodato! – Salutò Teresa nel vederlo apparire.
    - Sia sempre lodato! - Rispose il prelato che indietreggiò per fare accomodare gli ospiti.
    - Ho portato anche mio figlio Cesario, per farglielo conoscere -, disse timidamente la donna.
    Salve mammòcce, sei abbastanza sviluppato per l’età che hai e sei anche bello -, esclamò don Spiridione accarezzandolo soavemente con ambedue le mani  sul viso. Cesario diventò subito rosso in viso per l’imbarazzo, retrocedendo per istinto come se volesse respingere quell’inconsueta bizzarra carezza. In quello stesso momento, il prelato fu colto da un tic nervoso che gli fece ruotare il capo verso sinistra e scorrere il labbro superiore in senso opposto a quello inferiore. Sarà stato l’apparire di Teresa, donna piacente, snella, dai capelli neri e dalle orbite oculari in cui si incuneavano, come due pietre preziose in un gioiello, due occhi azzurri dal color del cielo, con un portamento gentile e aggraziato anche se appariva sciupata e deperita sia per il dispiacere che le avevano procurato la malattia e la morte improvvisa del marito, sia per la preoccupazione di rimanere adesso povera, oppure sarà stata la carezza che aveva gratuitamente elargito al mammòcce a causare a don Spiridione quel  tic dall’effetto claunesco?
    - Ha preso tutto da mio marito Angelo! – Confermò Teresa, la quale, dopo un attimo di pausa,mentre il suo viso era diventato quasi paonazzo per la timidezza dovuta alla richiesta che stava per avanzare, disse con gli occhi che le si riempivano di umore: - Padre, si ricorda di me, vero?
    - Certo che mi ricordo di te, figliola, e come mi posso dimenticare di quel funesto giorno così estenuante? – Confermò il prete che aggiunse: -  In che cosa le posso essere utile?- Mi deve aiutare, sono disperata! Non ho più soldi e non so come tirare a campare. Se non fosse per questo mammòcce non so cosa farei. A volte mi è venuta la voglia di recarmi sul monte sant’Angelo e buttarmi giù dal dirupo per la disperazione –, confessò Teresa.
    - Non faccia questi discorsi che non sono di una donna credente. Bisogna affidarsi alla speranza e avere fiducia in Dio. E poi noi che ci stiamo a fare? Mi dica, cara Teresa –, disse con tono rassicurante e condiscendente don Spiridione.
    - Ho bisogno di lavorare perché mio marito faticava nei campi alla giornata e ora, che non c’è più, possiedo solo la casa in cui abito. Poi, vorrei realizzare il desiderio di Angelo, il mio povero marito, che voleva  che questo mammòcce studiasse -, chiese un po’ impacciata Teresa.Don Spiridione divenne pensieroso, cupo, il suo volto si oscurò all’improvviso mentre con una mano formò una celletta su cui pose il mento barbuto, ma altrettanto all’improvviso gli si illuminò, cosicché Teresa che lo aveva guardato fissandolo per tutto il tempo passò parallelamente dallo sconforto alla gioia. Sul suo volto un velo di letizia prese quindi il posto della repentina cupezza che per un attimo l’aveva coperto.
    - Ho bisogno di una perpetua e se le sta bene può iniziare da subito, anzi da domani, mentre per il mammòcce ho pensato di insegnargli il latino per farlo entrare in Seminario, dove avrà scuola, vitto e alloggio gratuitamente. Se poi sentirà la vocazione si farà prete –, disse in un sol fiato il prelato.
    Una proposta allettante e molto generosa. Era un miracolo per Teresa. Aveva sofferto tanto, e adesso quella sofferenza le si stava tramutando in appagamento, contentezza, esultanza. Adesso aveva tutta la vita dinnanzi a sé, lei che aveva pensato di suicidarsi. Adesso apprezzava la vita. Adesso poteva ritenersi felice. Adesso poteva pensare all’avvenire del suo adorato mammòcce.
    - Grazie, don Spiridione, lei è un santo e il padreterno, che l’ha mandato apposta in questa parrocchia per farmi un tale miracolo, l’abbia in gloria eterna. Accetto la sua proposta prodiga e magnanima a condizione, però, che la sera dopo cena io vada a dormire con il mammòcce a casa mia. Ancora non mi sono abituata alla mancanza di mio marito che amavo tanto, e in quella casa respiro ancora il suo respiro, sento tuttora il suo calore, in più ascolto la sua voce e avverto, inoltre, a fior di pelle l’amore che mi dava quando mi guardava o mi accarezzava -, esclamò felice Teresa.
    - Noto che amavi molto tuo marito e questo mi fa piacere…. Sì, puoi andare a dormire a casa tua. Non c’è alcun problema per questo, cara Teresa. Puoi fare le cose che ritieni opportuno fare ma mi devi assicurare la pulizia della sacrestia, far da mangiare durante il giorno e lavare i panni sporchi. Come vedi qui c’è solo questa stanza, uno sgabuzzino e la cucina e non saprei dove farti dormire. Né ovviamente potrei concederti il mio letto -, disse il prelato sarcasticamente dando alla donna del tu senza averle chiesto il permesso. In quel momento gli sopraggiunse quello strano tic nervoso identico a quello che l’aveva colto ancor prima quando aveva accarezzato il mammòcce.
    Teresa non ebbe il coraggio di chiedere a don Spiridione il motivo per il quale le stesse dando del tu che lei riteneva molto confidenziale e poco appropriato. Non era lecito. E poi quel cara Teresa… . Ciò le diede da pensare per tutto il resto del giorno e della notte seguente, durante la quale non riuscì neppure a prendere sonno. Non c’era niente di strano che il parroco parlasse con una sua parrocchiana in seconda persona. Ma il modo insolito e inatteso con cui il prelato l’aveva fatto trasferì a Teresa nell’animo uno strano presentimento. Era la seconda volta che si vedevano e non c’era stato il tempo di instaurare rapporti di natura amichevole. Forse l’offerta dignitosa di lavoro e la rassicurazione di far studiare il mammòcce avevano apportato al prelato quel privilegio di cui si appropriano unilateralmente i padroni nei confronti dei loro servi, perché la perpetua altro non era che una serva.
    Teresa comunque non si lagnò opportunamente perché erano prioritari sia il lavoro che il proseguimento degli studi del figlio.

    - Ripeti la prima declinazione di rosa –, chiese don Spiridione al mammòcce.
    - Rosa, rosae, rosae, … –, rispose senza tentennamenti Cesario, che era predisposto allo studio del latino in quanto rivelava  ottime capacità logiche e razionali.
    - Bravo! Ora declinami il plurale di rosa -, chiese ancora il prete che nel conferire una carezza al mammòcce fu colto da un istantaneo tic nervoso isolato.
    - Rosae, rosarum, rosis, rosas, … -, disse prontamente Cesario.
    - Bravissimo, sei un mammòcce superlativo! – Esclamò baciando il ragazzo sulla guancia don Spiridione, che questa volta però venne preso da un susseguirsi di tic nervosi che gli tolsero la facoltà di parlare per una manciata di minuti.
    - Don Spiridione, che vi è preso? State bene? Siete diventato tutto rosso in viso che si è anche deformato! Chiamo mia madre che sta in chiesa a pregare? – Disse il mammòcce che già si era alzato dalla sedia in procinto di recarsi dalla madre.
    Il prelato lo afferrò per il braccio fortemente e dopo essersi rasserenato disse: - Mammòcce, non è niente. Hai visto che il tic mi è passato.

    Trascorse qualche settimana e lo studio del latino andava avanti, anche se Cesario avvertiva un po’ di stanchezza in quanto le lezioni gli erano impartite a sera tarda, dopo cena, vuoi perché il parroco durante il giorno doveva dare spazio ai fedeli che venivano a confessarsi o perché doveva dire la messa o dare l’estrema unzione a qualche parrocchiano morituro o ancora celebrare i continui funerali che in quei tempi, a causa della malaria, erano diventati quotidiani.
    - Teresa, ti devo dire una cosa importante. Cesario incomincia ad accusare stanchezza e a perdere qualche colpo. Se tu la mattina arrivassi prima del solito, potrei farlo studiare durante le prime ore del giorno cosicché la sera potrebbe andare a letto presto e riposarsi di più –, disse don Spiridione
    - Non ce la faccio, don Spiridione! Prima di venire qua, devo finire le faccende domestiche -, rispose Teresa.
    - Allora, se tu sei d’accordo, per il periodo necessario a completare lo studio della grammatica latina, Cesario può rimanere a dormire qui con me. Lo so che ti è di conforto, ma se vuoi che tuo figlio ce la faccia a superare gli esami per entrare in Seminario devi fare questo piccolo sacrificio. Si tratta solo di uno, al massimo di due mesi -, disse il parroco.
    - Va bene, se si tratta al massimo di due mesi, lo posso anche fare. Devo preparare, allora, un letto nello sgabuzzino? -  Chiese Teresa.
    - Non è necessario. Può dormire con me. Tanto il letto è gran… -, non completò la frase don Spiridione che fu colto in quel preciso istante dal solito tic fastidioso che gli deformava il viso e gli bloccava la parola.
    - Padre, ma questo tic nervoso non potete farvelo curare? Siete andato dal medico? – Disse Teresa.
    - Sì, sono andato e mi ha detto che non c’è niente da fare. Me lo devo tenere quando viene. Per fortuna mi prende di rado -, precisò don Spiridione.
    - Questa sera, allora lascio Cesario a dormire qua, così domani ne approfitto per andare al cimitero a visitare la tomba di mio marito. È già passato un anno dalla sua dipartita -, precisò Teresa.
    - Ottima decisione -, confermò il prete che ancora una volta fu colto stranamente dal solito tic. 

    Il sole s’era lasciato l’alba alle spalle già da un po’ di tempo. La giornata era serena e sgombra di nuvole. Un tepore confortante padroneggiava in tutto il circondario. Non un alito di vento. Fragranze primaverili vagolavano nell’aria. Tutto sembrava congiurare per una passeggiata salutare sul monte sant’Angelo dove imperava da più di duemila anni il tempio di Giove Anxur.
    Don Spiridione e Cesario affrontarono l’ardua salita, ma arrivati su la visione che gli si presentò fu così spettacolare da ripagare la fatica affrontata. Verso sud-ovest si vedevano le isole pontine e verso sud si intravedeva anche l’isola di Ischia.
    - Lo sai da dove proviene la parola  Anxur? – Chiese don Spiridione al mammòcce.
    - Anxur deriva dal latino anxurus che significa fanciullo, ragazzo, adolescente -, rispose prontamente Cesario.
    - Bravissimo! – Esclamò, abbracciando il mammòcce fortemente e toccandolo estesamente su tutto il corpo e in modo inconsueto, don Spiridione che colto dal solito tic dovette mollare la presa.
    Cesario, sorpreso, stupito, impaurito, incominciò a correre all’impazzata. Con straordinaria energia. La discesa glielo permetteva. Corse fino al cimitero, dove era sicuro di trovare il conforto della madre, e non volle per nessun motivo mettere piede nella sagrestia della chiesa dell’Annunziata né tanto meno vedere mai più quel prete dal bizzarro tic nervoso.

    Tra i parrocchiani, dopo qualche tempo, si sparse la voce che quello strano tic nervoso era conseguente alle bizzarre brame sensualmente incontrollabili di don Spiridione.

    (Ogni riferimento a fatti e persone e ai nomi dei personaggi di questo racconto, frutto dell’immaginazione dell’autore, è puramente casuale)

  • 25 luglio 2012 alle ore 12:39
    Dopo scena

    Come comincia: Finisco di ruminare la cena per poi stravaccarmi sull'amaca ad apparecchiare il cielo. L'estate è come un dolore, portato da una notizia, il suo crepuscolo ne è il messaggero. Da ragazzo mi dicevano che ho occhi grandi abbastanza per sopportare il dolore, per riconoscere perfino la foglia che non si muove, mi dicevano che più buia è la terra e più stelle stanno nel cielo. Le osservo, le stelle, mentre ostentano il loro brillare che è solo illusione per i miei occhi grandi di cui uno più piccolo. Ci stanno tutti i miei sogni ad imbandire quel cielo lungo quanto un buffet dove il dolce si mischia al salato. Ci sono vassoi di stelle scondite, caraffe di lacrime che mai arrivarono a toccare pelle, ossa di satelliti dimenticate, mai strette, abbracciate, avvinghiate. All'improvviso un gregge di nubi chiude il sipario, lo spettacolo dovrà proseguire senza il cielo, la terra ha smesso di tremare, solo qualche brivido, di miseria. Se provo a chiudere gli occhi grandi si accenderà una luce, la quale giace negli occhi di un mare che in lei si riflette. La natura costruisce demolendo, l'uomo demolisce costruendo. Forse è per questo che di quando uno muore si dice vada in cielo, solo le anime delle bestie sono di questa terra, della terra. L'uomo crede di essersi talmente elevato che perfino il cielo non lo è abbastanza e pensa in cuor suo che la propria anima andrà ancora più su, che gli spetterà di più, una volta pentito.

  • 24 luglio 2012 alle ore 22:42
    Tu donna...

    Come comincia: Solo, solitario, come un verme nel deserto...
    perchè non ci sei
    nè adesso nè mai
    non esisti
    quindi
    io...
    non posso esistere...
    Terra senza un regno
    Cavaliere senza reame
    Scendo dal mio scudo di lacrime e vado laggiù...
    Territorio inesplorato di leggende e mitologiche armonie
    Quel manto d'amore che cercavo è sepolto, lì, arginato da una terra inospitale, recintato da catene inespugnabili, come una torre impenetrabile...
    LEI
    Regina di questo cuore segmentato, frazionato, scheggiato, ferito...
    LEI
    Un giorno farfalla, un giorno pantera...
    Speculare dogmatico paradosso, senza soluzione nè forma, senza curve nè sangue, come posso... dimmi come posso toccare un capezzolo senza seno, un gluteo senza colonna vertebrale, senza sostegni, senza scarpe da indossare nè caviglie da adorare...

    Cos'è un suddito senza regina, un feudo senza il divino sapore del reame, cos'è...? A chi serve tutto questo se la mia mano accarezza le ortiche, se la mia anima non è più lo scudo di protezione ma solamente un pozzo sovraccarico di olio nero, carboni erotici da disinfestare e digerire perchè questo spirito che non vuole progredire, questo silenzio terrificante, gelido, polare... lascia vuota la mia carne, scava strisce striate, strie striscianti, mi distruggo, perchè lei non può, non vuole, non sa distruggermi... e nel marciapiede abbandonato risuonano barattoli di latta, lattine di alluminio e scatolami, vuoto, vuotissimo, come una foglia secca mi accartoccio tra i cartoni umidi che marciscono tra una discarica e l'altra...
    E' il nulla, questo sì che è poco, niente, nulla...
    Così quando le sue labbra...
    Quelle fragole epiteliali dipinte sulla sua bocca, trasfondono la sua sensualità...
    Femmina di un universo parallelo, realtà misantropa, correnti stratificate, anello dopo anello... avanza, incatena il mio cuore, come un pugnale dorato mi penetra, possessiva sequenza genetica di donna, ragazza senza tempo, bionda come la notte, profumata di zenzero, piccante come una sovrana meravigliosa, accentrante e ipnotica, permeabile, penetrante... mi lascio avvolgere in questo mantello del desiderio perchè non posso...
    Non voglio, non desidero, non intendo resistere.
    Amo l'abbandono.
    Dedicare frazioni del mio divenire per scivolare sui suoi millimetri, sulle sue curve, adorare...
    Baciare
    Toccare
    Entrare e uscire
    Entrare
    Uscire
    Dentro
    Fuori
    Lento, piano, veloce, lentamente, fulmineo, fulmine, cielo, cielo sereno, tempesta, uragano, distruzione, esplosione, ricostruzione, orgasmo, contrazione, tensione, blu notte, poesia, rossofuoco, poesie, bagliori, le sue unghie come pennelli, la mia pelle come una tela...
    L'amore dipinge, ricama, scolpisce.
    L'amore è un artista.
    Un artista assoluto.

    E tu...

    Tu sei donna.

    Assolutamente femmina.

    Divinità assoluta...

  • 24 luglio 2012 alle ore 21:08
    La Lettera Di Grimilde

    Come comincia: Follie mie signore, follie! Odo il mondo come odo voi qui, adesso, ora! Il mondo m'appartiene come voi m'appartenete e potrete respinger il mio cuore ma non la mia mente! Voi mentite, mentite continuamente e non a me che di amarvi è il mio più sentito istante. Mentite a voi e al vostro cuore e voi non l'ascoltate o lo ascoltate troppo poco! Se io son donna, amore, compagna io tedierò il petto e la mia mente ogni secondo! Ma se nulla sarò per voi, voi che più amo nel mio creato, allora lasciate al mio cuore ossa da devastare fino a divorare me stessa ed il mio tenero amore! Ma se un misero brandello d'amore è ancor più presente che dell'immensità del mondo, allora correte, prendete! La mia mano e la mia bocca, la mia nudità e la mia anima saranno vostre! E nell'incarnato amore che proverete, io sarò più viva e vera del mondo in cui ho vissuto perchè avrò voi accanto e non più il vuoto che divora insistenetemente la piccola gabbia toracica che ritrovo come corpo. Amatemi e lasciate che vi ami, perchè il dolore brucia, brucia più del fuoco, più di una ferita aperta, più di un cuore spaccato, più di ogni dolore corporeo vissuto! E se dovesse restarmi poco da vedere ancor su queste spoglie, allor voglio passarlo ad amarvi fino a che l'ultimo respiro non mi verrà tolto, strappato, come punizione divina per avervi amato troppo."

  • 24 luglio 2012 alle ore 20:31
    Il regalo liberato

    Come comincia: Era una bellissima sera d'estate, in una piccola casa,  viveva una famiglia composta da due genitori  e  due figli una femmina e un maschio, l'abitazione era di quelle di una volta dove le stanze erano in fila e per entrare nell'ultima bisognava attraversarle tutte,dove i pavimenti erano di maiolica con strani disegni che ricordavano i gigli nelle chiese templari, con  mosaici di mattonelle  che formavano cerchi, grandi e piccoli stuzzicando la fantasia infantile di quei ragazzini spingendoli a creare giochi con le loro costruzioni sulle righe immaginarie delle mattonelle, e quando alzavano il capo per mimare il volo di un aereo costruito coi pezzi del lego, la volta a stella diventava  ai loro occhi, un cielo infinito. Il capofamiglia svolgeva uno dei lavori più antichi del mondo, faceva il pescatore, il sacrificio e la fatica vengono descritti alla perfezione anche nella bibbia, non era un hobby, ma il sangue per quell'uomo, il sole e il mare avevano indurito la sua pelle scurendola e segnandola, era simile al cuoio e le sue mani callose stringevano come una morsa tutto ciò che toccavano, eppure sapevano essere agili e leggere nel cucire la trama delle reti, pizzi preziosi per la sua mente, non certo nodi di lenza puzzolenti che imbrigliavano vita, venduta per sopravvivere e costruire un futuro per i suoi figli. Futuro...che bella parola, forse solo utopia...
    Quelle mani erano capaci di gentilezze e ogni sera portava cioccolate ai suoi bambini che in trepidante attesa trascorrevano il tempo inventando e cantando, e capivano subito se la giornata era andata storta lo avevano imparato pur essendo piccoli dal suo cipiglio, il berretto messo storto piegato sul lato, la sigaretta fumante, gli occhiali scuri parevano ancora più bui, non una parola...silenzio, e il loro gioco improvvisamente finiva, cenavano e andavano a letto presto senza fare rumore, ma quando la rete era piena, il padre arrivava fischiando e allora iniziavano le storielle e i racconti della giornata, di come si era svolta e di come il pesce saltava e entrava nella riete riempiendola, mentre i delfini scortavano la barca danzando nelle onde quasi a festeggiare, perchè sapevano che ce n'era anche per loro.
    Quella sera l'uomo arrivò fischiando, segno tacito di allegria e i fratellini si guardarono negli occhi abbandonando le matite colorate e i giocattoli sul pavimento, perchè intuivano che sarebbe arrivata una pioggia di golose cioccolate sui loro vestiti, ma così  non fu...il papà aveva un fardello tra le mani qualcosa di grosso che si muoveva. Stupiti aspettavano un gesto e lui non riuscendo a mantenere più il segreto aprì la giubba che avvolgeva il mistero e  davanti ai loro occhi curiosi ,apparvero 2 meravigliosi gabbiani. Cribbio che splendore, non avevano mai visto un gabbiano da vicino, su nel cielo sembrano più piccoli e invece...che becco e che occhietti vispi, le zampine poi...uuuuuuuuuuuhhhhhh...fantastici ." e ora dove li mettiamo!" Esclamò il figlio, " io non lo voglio" Disse la mamma e il papà sospirando rispose " li ho presi per loro, quello più piccolo ha l'ala ferita e quello più grande deve essere la madre, non ho voluto separarli, teniamoli qualche giorno qui" La mamma sconsolata dovette cedere e disse" si va bene, ma solo per qualche giorno, la casa è piccola li terremo nel bagno" I bambini gridarono all'unisono "Alèèèèèèèèèèèèèèèèèèè". Furono giorni spensierati i figlioletti si presero cura dei due gabbiani che mangiavano pesce e scagazzavano nel bagno, tra le grida schifate della mamma e le risate dei suoi pargoletti, che intanto cominciavano ad apprendere un'arte essenziale, curare il prossimo in difficoltà. purtroppo giunse il fatidico giorno in cui tutto doveva finire, ne parlarono a cena e i bambini tristi e consapevoli si prepararono all'abbandono, dormirono stretti l'uno all'altro quella notte, mano nella mano per farsi coraggio, il padre aveva promesso che li avrebbe svegliati presto, alle 5 del mattino, così non guardarono la tv e si addormentarono sognando una bella vita per il piccolo gabbiano e la sua mamma.
    Il mattino seguente l'odore del caffè caldo stuzzicò le narici dei frugoletti, che si alzarono all'istante senza attendere di essere chiamati, non volevano perdere il momento più importante, ormai il piccolo cucciolo era guarito. I ragazzini erano molto maturi per la loro età,  avevano sei e otto anni, sapevano che c'erano delle regole da rispettare e che dovevano ringraziare per quella piccola novità, perché i gabbiani sono uccelli e la loro casa è il cielo, non un piccolo bagno in una piccola casa. Il padre disse loro di avvicinarsi alla finestra del bagno erano piccoli e riuscivano a vedere lo scorcio di cielo che si stagliava in alto davanti ai loro occhi, mentre l'uomo aveva una visione più ampia e prima di lanciare il gabbiano piccolino disse loro di salutarlo. La figlioletta con le lacrime agli occhi e tra i i singhiozzi disse " addio piccolo vola alto e sii felice e se puoi torna" Il figlioletto  gli disse " Ciao " Ma lui era di poche parole, poche e concise...il papà con uno slancio gettò fuori il  primo gabbiano e i bambini piangevano, quando anche la madre segui il figlio,  le lacrime erano di gioia, la vita avrebbe continuato il suo corso, il piccolo sarebbe diventato adulto e la sua mamma gli avrebbe insegnato. I figli si voltarono per uscire dal bagno e in quel momento videro la loro mamma con un fazzoletto tra le mani e il naso rosso, approfittando della sua debolezza le chiesero " mamma, ma che fai piangi anche tu?" E lei ricomponendosi rispose mentendo spudoratamente " NO SONO STATE LE CIPOLLE".

  • 24 luglio 2012 alle ore 13:56
    Lo specchio

    Come comincia: Lo specchio
    Era domenica, questo lo ricordo bene, poiché dal “pepperepè” scocciante della sveglia al mio poggiare del piede sinistro sul pavimento intercorse, o così mi sembrò, un lungo lasso di tempo. Lo avvertivo anche dai rumori provenienti dalla strada sottostante, non più assordanti come in tutta la settimana ma fattisi lievi e discreti per rispetto al settimo giorno o alla pigrizia di certi romani che attardandosi fra chiacchiere e tavolate la sera precedente avevano fatto della notte il giorno.
    Dormivo placidamente quando fui infastidito e sovrastato da un sordo “tlok.” Veniva da fuori. Mi trascinai svogliatamente alla finestra. Scrutai il terrazzo e vidi la tenda, che sganciatasi dal suo supporto si era arrollata su se stessa.
    Già mi infastidiva il solo pensiero di rimetterla al suo posto, sapendo bene cosa significa tirate giù a peso morto quella pertica lunga quattro metri, unta di grasso e pesante di peccati vecchi.
    Lasciai cadere la cosa assieme alle mie braccia, che si disposero eloquentemente lungo i fianchi contornandosi di tutta la sciattaggine che offriva loro la mia persona. Le ciabatte mi trascinarono verso il bagno e una volta entratovi chiusi la porta, più per abitudine che per salvaguardare la mia intimità.
    Il mio nemico beffardo e con l’aria da finto pietoso era sempre là, non si era mai mosso, almeno così voleva dare ad intendere. Erano anni che sopportavo la sua speculare fiatosa presenza.
    Si nascondeva, il sagrestano; farabutto di un pezzo di merda! Che quando chiudevo gli occhi faceva finta di scomparire. Invece rimaneva là, l’infame, a spiarmi e a sbeffeggiarmi da dietro il lucido opaco e marrone che limita la sfoglia sottile dal vetro all’argentatura.
    Mi faceva la linguaccia e poi il labbruccio, digrignava i denti e ridacchiava beffardo. Riaprivo gli occhi e fingeva di non essersi mai mosso. Imitava ogni mio gesto, il pappagallo, e mi ossequiava in ogni movimento che facessi. Schifoso, servo adulatore e falso. Con un occhio completamente chiuso e l’altro leggermente socchiuso cercavo con la sua coda di sorprendere sul fatto lo speculare scimmiotto, ma anche così mi atteggiava al crudo sberleffo, parafrasi alla mia uscita di senno. 
    Passavano impietosamente i giorni, gli anni, e la canutaggine si intrufolava con prepotenza nei miei capelli. Il mio ventre una volta piatto e scolpito andava gonfiandosi, smollandosi e dilatandosi. In ogni ora del giorno e della notte la specula della mia angoscia era presente. Ne avvertivo la presenza anche quando spegnevo la luce. Era là, lo sentivo, anche se faceva finta di essere andato via non comparendo nel buio.
    La mia salute cominciò a diventare cagionevole, mi nutrivo pochissimo e lo smaltimento di molta ciccia, invece di ridarmi una figura snella e aggraziata , mi faceva ora apparire emaciato e intristito, con la pelle dilatata e smagliata. Man mano che mi specchiavo mi rendevo conto che anche lui, l’infame, appariva dimagrito per farmi dispetto. Era così geniale nel suo ruolo di attore che riusciva a simulare anche le mie smorfie di dolore che quasi mi convinceva a provare compassione per la sua immagine da povero riflesso.
    La notte iniziai a riposare male, e mille ghigni di bocche dentute mi offrivano il tartaro giallognolo dei loro sfottò.
    Sono anni che mi riprometto di spaccargli la faccia, mandandolo in frantumi di innumerevoli scaglie. Questa mattina mi sa che lo farò, cosi scomparirà una volta per tutte dalla mia vista quel faccino da minchia lessa che mi asseconda sapendo i miei occhi aperti, e poi quando li chiudo, dietro dietro mi fa versacci sguaiati esplicati accompagnandoli anche con l’agitarsi delle mani.
    Per carità: non lo fare! Proruppe una afona voce alle mie spalle.
    Alter-Ego! Angelo custode! O alito opportunista della comare secca, che volendomi preservare dalla follia mi reclamava sano e cosciente tutto per sé.
    “Rompendo lo specchio andresti a creare così tanti frantumi che a occhi aperti, non credo mica, ce la faresti a sostenere con lo sguardo” diceva.
    La voce, almeno quella non poteva essere riflessa. Veniva da un Mio di dentro! Come un aiuto insperato, potevo avvertirla tenendo gli occhi indifferentemente chiusi o aperti. Per essere più sicuro che non fosse un’altra diavoleria dello specchio mi tappai anche le orecchie; la voce, che più che altro si faceva avvertire come un sentore, mi giungeva rassicurante e consigliera. “Vedrai almeno mille altri Te, e quando chiuderai gli occhi, gli sberleffi li avvertirai moltiplicati per mille e saranno tutti diversi fra di loro poiché il vetro si disporrà casualmente rispetto la traiettoria dei tuoi occhi.”
    A quel saggio dire, sentendomi raggelare il sangue diedi retta a quella voce desistendo dal mio sano proposito di vendetta. Da quel giorno feci scomparire dalla mia casa ogni superficie speculare che potesse ricordarmi la scomoda e angosciante presenza di quell’infame riflesso del Me che non conosco.

  • 23 luglio 2012 alle ore 18:14
    La saggezza della donna

    Come comincia: Un libro persiano che lessi tempo fa mi disse...
    <Ascolta i consigli con orecchio attento e cervello sveglio ma...
    Non avere fretta di metterli in pratica.
    Non avere fretta>.
    L'indaco infatti si ottiene dopo che le foglie della pianta sono marcite...
    Replicai d'istinto.
    <A parlarti è un grave pericolo> rimpallò.
    <Bensì nell'oceano bisogna immergersi se vogliamo pescare le perle.
    Non esiste alternativa>.
    D'altronde continuai non c'è ragione di annacquare il latte...
    Che non sia "economica".
    <Ovvio> sentenziò lui.
    <Quindi l'unico caso per cui serve veramente chiedere aiuto a dio...
    È che ti faccia incontrare e conoscere uomini esperti>.
    Esperti?
    <Certo.
    Sono due mio caro le faccende da evitare accuratamente nel mondo.
    Fare il grillo parlante sulla mano di un grullo e...
    Rotolare giù da un trono dove ci si era installati unilateralmente>.
    Allora è facile conclusi...
    La virtù più alta di un giudice sta racchiusa in una condotta irreprensibile.
    <Uhm... non so> a questo punto fece il libro.
    <Non so... devi comunque tenere presente che uno stile di vita può in grandissima parte dipendere da svariate casuali.
    Ergo non essere naturale>.
    Dimmi per conto tuo chi è colei... di queste casuali... contenente incidenza maggiore allora gli domandai.
    E lui fece...
    <Ah! magari il giudice in questione è uno che mette immediatamente in pratica i consigli>.
    E che succederebbe a me nell'eventualità mi fidassi lo stesso?
    <Temo...
    Temo l'acqua fuoriuscirebbe dal latte... si riunirebbe in grande massa e correrebbe veloce e feroce...
    Portandoti via tutte le mucche>.
    La saggezza della donna insomma mi consigli... conclusi.
    <Assolutamente> confermò.
    <Lei sa bene che lo sbruffone maleducato le dice...
    Dai puttanella ora gira il culo di qua...
    Ed il timido educato...
    Per favore con la faccia amore mio adesso volgiti di là.
    Lo sa molto bene>. 

  • 21 luglio 2012 alle ore 21:57
    L'ultimo viaggio

    Come comincia: Il barometro appeso al muro dell’agenzia di pompe funebri Alò, segnava pioggia. Giacinto Nervi, nel suo impeccabile completo scuro di lana foderata, osservava il cielo plumbeo. Se avesse potuto guardarsi dentro, avrebbe visto il medesimo colore.
    Una mano si appoggiò delicata sulla sua spalla. Dita affusolate, unghie rosso lucido e ben curate.
    - Mi dispiace, mio padre è stato ingiusto. - Disse Chiara Alò.
    - No, non poteva fare altrimenti - ribatté Giacinto - la concorrenza in questo settore è davvero diventata spietata. Era giusto tagliare me piuttosto che uno dei suoi figli.
    - Non disperare - disse Chiara - secondo me troverai un altro lavoro, vedrai.
    - Ci conto poco. Ho cinquantaquattro anni ormai, chi mi vorrà più.
    - E poi, con i pochi contributi che ho versato, la mia pensione mi consentirà di sopravvivere appena. - Disse. - Resta comunque il problema che prima di allora mancano ancora troppi anni.
    Giacinto sorrise. - Se mi vedrai con una tazza in mano fuori da un supermercato, sii generosa.
    Chiara rise, spostando con la mano la sua frangetta corvina dalla fronte.
    - Sono uno che non si abbatte, ce la farò. Come sempre.
    Una porta si aprì, apparve un ometto stempiato, con  attorno alla bocca e sul mento una barbetta bianca e ispida. Giacinto non ebbe bisogno di girarsi per riconoscere il capo. Sentì il classico puzzo di sigaro da quattro soldi.
    - Chiara, c’è Masi al telefono. - Disse Alò con voce rauca. - Vieni nell’altro ufficio, Giacinto.
    I due si sedettero l’uno di fronte all’altro, Alò decise di occupare una sedia di plastica invece di sedersi sulla sua poltrona di pelle.
    - Ho un ultimo viaggio da farti fare - diede un tiro al suo sigaro - conosci Donat Perreault?
    Nell'aria si era sprigionato un gradevole aroma, Giacinto pensò che il suo capo dovesse aver finalmente cambiato la marca dei suoi orribili sigari.
    - Quello che correva in Formula Uno negli anni settanta?
    - Bravo, proprio lui. É morto tre giorni fa.
    - Ho parlato con il suo legale, il notaio Armonni - disse Alò - il vecchio voleva essere seppellito di fianco alla tomba della moglie, a Ponte Novello.
    - Daccordo, signor Alò.
    - Domattina alle otto ti farai trovare fuori dall’obitorio, non ci saranno funzioni religiose, solo un rito abbreviato al cimitero.

    La Mercedes Limousine grigio chiaro era parcheggiata di fronte all’entrata dell’obitorio. Sotto il porticato, Giacinto Nervi si riparava da una pioggerella di quelle che non le senti, ma che ti inzuppano fino alle ossa.
    Un operatore trasportò la bara su un carrello metallico.
    - Lo sa chi c’è qui dentro? - Disse l’uomo.
    - Donat Perreault, l’ex pilota di Formula Uno. - Rispose Giacinto.
    - Non è stato mai un gran fenomeno, però ha sempre avuto un sacco di soldi. - Osservò l’addetto lisciando il coperchio della bara. - É frassino.
    - Non c’è nessuno al seguito? - Chiese Giacinto.
    - Da quel che ho letto sul giornale, pare non avesse più nessuno, tutti morti prima di lui.
    Giacinto chiuse il portellone della Mercedes, salutò l’operatore e salì in macchina. Prima di avviare il motore, si scrollò un po’ di pioggia dalle spalle.
    Guidò in direzione sud, dove avrebbe trovato l’incrocio per Ponte Novello. Il paesino distava da Lavinia circa trenta chilometri. Giacinto guardò la bara dallo specchio retrovisore interno. - Questo sarà il nostro ultimo viaggio.
    L’auto si fermò al rosso del semaforo, Giacinto notò due passanti passare sul marciapiede, entrambi reggevano ombrelli scuri. Il primo uomo, più anziano, si levò la coppola in segno di rispetto verso il morto, l’altro, poco più dietro, si toccò in modo irriverente i testicoli.
    - C’è uno che si tocca, Donat. - Disse Giacinto.
    Al verde, l’auto ripartì. La pioggerella si era fatta più densa, trasformandosi in un vero acquazzone. Giacinto aumentò la velocità dei tergicristalli e evitò le pozzanghere, per non bagnare quei pochi passanti che ancora camminavano sul marciapiede.
    - Quello della camera mortuaria ha detto che non sei mai stato un gran fenomeno - disse Giacinto che intanto lanciava occhiate allo specchio retrovisore interno - però io ricordo un paio di sorpassi niente male.
    - Credo fosse il ‘72, a Brands Hatch. L’ultima curva prima della bandiera a scacchi. - Te lo ricordi? Pioggia torrenziale, come adesso.
    La cassa si mosse. Giacinto rallentò un poco, continuando a guardare lo specchio retrovisore, stavolta senza parlare.
    Pensò che forse la bara era stata caricata male e che si fosse assestata.
    - Ehi, Don, non giocarmi brutti scherzi, eh? - Disse Giacinto - Ti sei eccitato al ricordo di quel sorpasso a Joey Gunston?
    - Beh, io ero un suo tifoso, ma non ti disprezzavo mica, sai? - Disse Giacinto, alzando e  muovendo il dito indice.
    - Anche se quella volta ti ho odiato una cifra - disse - cavolo, ci hai fatto perdere il mondiale a vantaggio di quell’antipatico di Moosley.
    - Ma non te ne voglio.
    - Lo sai chi era un tuo grande tifoso? - Disse in preda a una lieve eccitazione. - Mio padre! Lui sì che ti ammirava. Mio zio diceva che tifava per gli scartini. Una volta hanno pure litigato, erano quasi arrivati alle mani.
    - Fu in occasione del Gran Premio del ‘76 a Interlagos, la prima di campionato - disse - quando tu tamponasti West.
    - Se ti può far piacere, io diedi man forte a papà.
    - Oh, spiove.
    - Comunque, non sarai stato un asso, ma in molti ti invidiavano la moglie. Bellissima donna. Mi pare si chiamasse Helen, vero? Beh, leggerò il nome sulla lapide.
    - Bionda, alta e con gli occhi azzurri. Anche mia moglie era alta, ma mora e con gli occhi castani.
    - Mi manca molto. A te manca Helen? - Disse. - Ma adesso vi sarete sicuramente ritrovati.
    L’attenzione di Giacinto fu catturata da un rombo, fuori in strada.
    - Guarda! - Disse infiammandosi. - Una Porsche Carrera Gt. - Diavolo, il mio sogno.
    - A proposito, se non ricordo male, anche tu avevi una Porsche ai tuoi tempi.
    - Sì, sì, so anche il tipo: una 911 del ‘73. Rossa.
    - Le preferisco alle Ferrari, anche se ultimamente hanno tirato fuori la F12 che non è niente male.
    La cassa si mosse di nuovo, Giacinto accostò in una piazzetta.
    - Senti Don, non mi vanno certi tipi di scherzi.
    Giacinto scese dall’auto e imprecò, quando le sue Derby di pelle nera affondarono in una pozzanghera che pareva la fossa delle Marianne.
    Aprì il portellone e controllò la cassa. Tutto era a posto, non c’era modo che si spostasse, era stata fissata bene. Forse, pensava Giacinto, dentro la bara c’era qualcosa che sbatteva, un ricordo che Perreault aveva voluto con sé. Un pezzo di una delle sue monoposto.
    Ritornò al posto di guida e ripartì.
    L’auto con la cassa da morto a bordo, transitò su un ponte, sotto di esso scorreva il fiume che divideva Lavinia da Ponte Novello.
    - Ci siamo quasi, lo vedi l’Alundra, Don? - Continuò - Porta in mare i rifiuti delle fabbriche. Questo succedeva anche ai tuoi tempi, eh?
    Il tono di Giacinto si era fatto più oculato, come se percepisse la presenza di qualcun altro dentro l’auto, oltre lui.
    Svoltò in una stradina stretta, un cartello bianco indicava il cimitero.
    Sulla destra, sfilarono gli abeti della pineta. Sgocciolavano ancora la pioggia scaricata poco prima.
    - In quella pineta avrò fatto centinaia di picnic con i miei. - Disse Giacinto, indicando il luogo battendo con il dito sul vetro. - Fu nel ‘77, mio padre comprò una tv portatile. Ci guardammo buona parte del Gran Premio di quell’anno, all’ombra dei pini.
    - Zandvoort Park, 28 agosto del settantasette - disse Giacinto - ti ricordi? Lì vincesti tu.
    - I maligni parlarono di vittoria fortunosa, l’uscita di pista di Gordon a due giri dalla fine. Lo scontro iniziale tra Evered e Naess.
    - Non è per leccare, ma quando hai alzato il trofeo, ti ho battuto le mani.
    L’auto si avvicinò al Cimitero Monumentale. Si vedevano i quattro imponenti fornici dell’ingresso. Il cielo aveva smesso di piangere, ma il suo umore era ancora grigio.
    Un uomo vestito di nero, aspettava sotto uno dei quattro archi.
    Giacinto si fermò e fece salire una figura allampanata, del viso glabro e cereo. Si presentò come il custode incaricato di accompagnarlo fino alla fossa.
    Nel tragitto verso il luogo di sepoltura, i due non scambiarono una parola, il custode indicava il percorso con cenni della mano.
    Un prete li aspettava di fianco a un escavatore. Appena li vide, l’operaio mise in moto il semovente.
    Giacinto fermò l’auto vicino alla fossa. Il custode lo aiutò a scaricare la bara e a deporla nella fossa.
    Il prete farfugliò qualcosa, poi l’operatore manovrò l’escavatore. In pochi minuti la fossa fu ricolma di terra bagnata. Lo stesso operatore, scese per rifinire il cumulo, spaccando con una vanga le zolle più dure. Infine il custode piantò una lapide provvisoria.
    Alla sinistra del nuovo inquilino, c’era una stele funebre di ottima fattura. Giacinto si avvicinò per osservarla da vicino.
    «Helen Lyon.» Lesse. «La moglie di Don.»
    L’immagine della foto era in bianco e nero, ma si poteva distinguere lo stesso una bellissima donna bionda con gli occhi chiari.
    Senza salutare, il custode se ne andò via a piedi, nella direzione opposta del prete, che si  incamminò con l’operaio.
    - Ciao Don. - Giacinto risalì sull’auto. - Spero di ritrovare l’uscita.
    Mentre faceva retromarcia, vide la terra che seppelliva  Donat Perreault tremare per un attimo. Poi notò una leggera foschia liberarsi sopra di essa.
    Voleva richiamare il prete e il custode, ma preferì uscire il più presto possibile da quel cimitero.
    Durante il ritorno, Giacinto guardò più volte nello specchio retrovisore esterno. Temeva negli scherzi della sua immaginazione, invece  non successe nulla.

    La sera, Giacinto Nervi tornò a casa con una pizza e una lattina di Coca-cola. L’indomani sarebbe andato a iscriversi all’ufficio di collocamento.
    Accese la tv e si guardò un pezzo del film Il maledetto United. Non poteva ancora credere di essere disoccupato. Aveva lavorato da Alò per nove anni. Poi ripensò agli strani fatti della giornata e terminò di guardare il film con le luci della sala e della cucina accese.
    Lasciò tutto sul tappeto, il cartone con i resti della pizza, la lattina e i tovaglioli appallottolati di carta.
    Si lavò i denti e si infilò sotto il piumone. Dopo quindici minuti buoni, spense la luce.
    Notò un bagliore proveniente dal corridoio. Aveva dimenticato la luce del bagno accesa, ma era sicuro di averla spenta. Riaccese la luce in camera.
    Faticò a infilarsi una pantofola, poi si diresse in bagno. La luce era spenta.
    «Mi sono fatto impressionare troppo» pensò «devo... devo pensare a qualcos’altro.»
    Tornò sotto le coperte e spense subito la luce, ma non chiuse gli occhi. Il bagliore era sempre là, più intenso di prima.
    Guardò l’orario, erano appena le due di notte. Adesso avvertiva la stessa sensazione di quando stava trasportando la bara di Perreault.
    Voleva alzarsi, ma qualcosa lo bloccava nel letto. Sentiva le goccioline fredde imperlargli la fronte e bagnargli le ascelle.
    Si imponeva di pensare a altro, ma non ci riusciva. Ammise a se stesso di avere paura.
    - Don... signor Perreault, io non le ho fatto niente, la prego, sono un uomo disoccupato.
    Le tende della stanza si mossero, Giacinto sussultò. Non riusciva a abbandonare il letto. C’era una forza sconosciuta che lo incollava al materasso.
    Sentì un vento freddo attraversare la stanza, il bagliore nel corridoio aumentava e diminuiva a intermittenza. Sentì dei rumori sinistri in bagno.
    - La prego signor Perreault, mi lasci in pace, non le ho fatto nulla, la prego.
    Iniziò a pregare, non era religioso, ma quando hai veramente paura, una delle prime cose che fai è pregare.
    Sentì una voce debole, lontana, gli sembrava di sentirsi chiamare per nome. Si voltò verso lo specchio e nel buio vide un volto riflesso, che lo guardava.
    Giacinto urlò.

    I raggi del sole filtrarono attraverso le fessure della tapparella. Giacinto era felice che fosse giorno. Ma quello che era successo la notte prima era stato solo frutto di un incubo? Incolpò perfino la pizza.
    Alzò l’avvolgibile e aprì la finestra. L’aria fuori era fresca, e si auto-invitò nella camera da letto di Giacinto.
    L’uomo indossò la vestaglia e ebbe di nuovo difficoltà a infilarsi una pantofola. Finalmente si diresse in bagno.
    Si tolse la vestaglia e aprì il rubinetto dell’acqua calda, voleva togliersi il sudore con un bel bagno. Quando si specchiò, rabbrividì di terrore.
    Sulla specchiera c’erano scritti dei numeri con il rossetto rosso appartenuto a sua moglie.
    - Che significa? - Si chiese. Sulla sua fronte ricomparvero le perline di sudore freddo. Rivoli di sudorazione gli colavano dalle ascelle giù per i fianchi.
    3112475951
    - Sembra il numero di un cellulare - pensò - ma chi può averlo scritto. Non c’era quando sono rientrato a casa.
    Prese  il suo telefonino, aveva le dita che tremavano. Una voce femminile lo avvertiva che il numero era inesistente. Riprovò un paio di volte con lo stesso risultato.
    Non sapeva darsi nessuna spiegazione. Si fece una doccia veloce, poi uscì. Aveva una mezza idea di andare alla polizia.
    Mentre scendeva le scale sentì un refolo d’aria fredda e la stessa voce flebile della notte prima, che lo chiamava per nome.
    La sensazione, questa volta, fu diversa, non ebbe paura. La voce non voleva minacciarlo.

    Giacinto Nervi si incamminò nel sentiero ghiaioso del Cimitero Monumentale di Ponte Novello. Arrivato di fronte alle tombe di Helen e Donat, vide che quest’ultima era stata dotata di una lapide in marmo di Carrara. Erano entrambe dotate di ottime finiture, ma nessun fiore le decorava.
    Giacinto depose un mazzo di rose rosa sotto la foto di Helen e uno di rose rosse sotto quella di Donat.
    - Grazie Don, spero di poterti stringere la mano nell’altra vita.
    Giacinto uscì dal cimitero e salì sulla sua Porsche Carrera GT color argento.
    I numeri scritti sullo specchio erano le date di nascita di Donat e Helen: 31 12 47 e 5 9 51.
    Giacinto Nervi le giocò al SuperEnalotto e vinse.

  • 20 luglio 2012 alle ore 17:12
    Bang

    Come comincia: Era confortevole la stanza: la finestra del balcone aperta alla brezza di mare con la tapparella un poco abbassata per una giusta luce. Ecco, mancava chiarezza nella sua vita! All'inizio sembrava tutto semplice nel nitore di un percorso da seguire con determinata tenacia. E fino ad un certo punto nessun dubbio ad oscurare il cammino aveva appesantito il suo animo. Roberto era un nome fra gli scrittori richiesti: libri venduti come panini, comparsate profumatamente onorate di complimenti e di soldi. Poi, e aiutava la fama, l'immagine di bel tenebroso che nessuna donna era riuscita a sedurre e che troppe aveva adoranti a un suo cenno. Viaggiava...Gli serviva a controllare scenari e a scoprire tipi umani diversi così da rendere verosimili le storie. Fotografava....Gli scatti erano il suo tesoro da cui attingere un quid leggendo e interpretando un'immagine. Ora stava scrivendo un soggetto per un famoso regista. Carta bianca sul plot, ma che trattasse di un amour fou, che ci fosse suspense, con un finale a sorpresa. Era la prima volta che si cimentava in codesto tipo d'impresa e non sapeva nemmeno lui perché avesse accettato. O era fin troppo evidente. Vanità: il nome a scorrere nei titoli con gli attori famosi e poi una piccola parte. Da comparsa certo, ma tutti l'avrebbero visto mentre ballava con la bionda protagonista. Sì, doveva essere bionda! Non voleva confessare a se stesso che aveva una chioma d'oro l'attrice, notata negli studios. Era andato là per leggere al regista le prime pagine del lavoro e lei stava uscendo. Soprappensiero l'aveva urtata, scusandosi alle sue rimostranze: Allora l'aveva vista e chissà come quel viso gli era rimasto impresso con un non so che di dolcezza. Era amore? Non si era posto il problema. Sarebbe stata una facile preda, se solo avesse voluto. Come le mille altre belle! E invece no...Ricordando il corteggiamento a quella fortezza inespugnabile si sentiva depresso. Ci voleva una scossa, una scarica di adrenalina, qualcosa che andasse bene per il finale del film. La camera era in penombra, dalla serranda rialzata la luce morbida del tramonto carezzava le pareti pastello. Perché non provare la roulette russa?! Trasse dal cassetto della scrivania il revolver, fece ruotare il tamburo con dentro un unico colpo e la puntò alla tempia...Bang!!!

  • 18 luglio 2012 alle ore 16:27
    Le nebbie di Vraibourg

    Come comincia: Etienne Dorin aveva diciotto anni e nessun altro passato che il collegio di Lisien. Era un esposto, abbandonato in fasce e cresciuto grazie alla carità dei frati e di qualche borghese dalle tasche piene. Ben poche possibilità gli si prospettavano e la generosità dei suoi istitutori non
    sarebbe bastata a pagare nessuna università.
    Camminava in fretta lungo il corridoio verso lo studio di padre Marcel: il priore lo aveva mandato a chiamare per comunicargli importanti novità sul suo futuro. Appena entrato, padre Marcel gli chiese se volesse un po’ di latte, ma Etienne sapeva che la percentuale lattea era nettamente inferiore a
    quella di acquavite e così rifiutò cortesemente, adducendo come scusa la colazione appena fatta. Il religioso si servì, si accomodò su una robusta sedia ed esibì un sorriso a metà tra l’evangelico e l’alticcio.
    «Etienne caro, ho buone nuove per te, ma prima devi rispondere a una domanda.»
    «Certo, padre.»
    «La mia è una questione metafisica ed empirica a cui tutti dobbiamo rispondere prima o poi, e meglio prima che poi. Dunque, molto semplicemente: non vorrai mica andare all’Inferno?»
    Etienne sapeva che qualsiasi discorso con padre Marcel aveva come premessa l’assicurazione della propria anima al Paradiso e quindi non si stupì.
    «Assolutamente no.»
    La barba rossa del padre si aprì in un sorriso.
    «Bene, bene, ne ero sicuro. E dunque saprai che l’anima deve essere preparata alla salvezza attraverso la preghiera e le azioni devote che devono essere compiute fin dalla più giovane età. Io da ragazzo ero uno scavezzacollo, un ubriacone e per questo devo ancora molto espiare e rivolgermi a Dio per poter sperare, non dico nel Paradiso, ma almeno in un Purgatorio di media austerità.»
    Finì in un sorso il suo latte e se ne servì un altro bicchiere.
    Si rivolse a Etienne: «E quindi, caro figliolo?»
    Etienne stava ancora pensando se un Purgatorio di media austerità potesse essere paragonato a un albergo decoroso, ma non troppo, e la vaga domanda lo colse di sorpresa. Si guardò
    attorno come a cercare un suggerimento e si buttò: «E quindi…sì», fece una pausa di riflessione. «Sì, indubbiamente.»
    Padre Marcel sorrise ancora e aprì le braccia.
    «Iddio sia lodato nunc et semper! Lo sapevo che avresti acconsentito. Padre Philippe diceva che tu non sei tagliato per questa vita, ma io l’ho avvertito: ‘Vedrai, fariseo, che il nostro pupillo accetterà con entusiasmo!’»
    «Ma accettare cosa?»
    «Come cosa: la vita senza il peccato, la preghiera, il lavoro e un posto prenotato all’albergo di Nostro Signore!»
    «Padre, tutto ciò è meraviglioso, ma non credo di aver ben capito cosa devo fare.»
    «Beh, diventare un confratello, te l’ho detto!»
    «No, assolutamente no!»
    Padre Marcel si confuse: «Vuoi dire che non te l’ho detto o che non vuoi diventare frate?»
    Etienne prese un bel respiro e si calmò. Non voleva ferire il padre, ma non poteva acconsentire. Sfoderò il suo sorriso più innocente e aggiunse: «Io sono in debito con voi, con tutti voi e ne sono consapevole, ma, padre, è proprio per il rispetto che vi porto che non posso accettare. Il collegio è e sarà sempre la mia casa, ma se vi mentissi, sarei colpevole di fronte a voi e a Dio». Pensò che non gli fosse venuta male: l’amore c’era, il rispetto pure e come gran finale niente meno che Dio.
    Padre Marcel, nonostante trangugiasse tutto dai quindici agli ottanta gradi, non se la bevve. Socchiuse gli occhi.
    «Ho capito, ho capito. Allora non vuoi rimanere con noi. Del resto, il nostro modo di vivere non è adatto a tutti. Bene, fa’ come vuoi.»
    Ma quando Etienne fece per alzarsi e salutarlo, padre Marcel gli tuonò: «Siediti, non vuoi sentire quello che ho da proporti per il tuo futuro?»
    «Pensavo che fosse la vita religiosa la vostra proposta.»
    «Lo era. Certo che se non vuoi andare in Paradiso…»
    «Mi manda all’Inferno?» concluse Etienne sorridendo.

  • 17 luglio 2012 alle ore 17:51
    Brodino

    Come comincia: Una sera ho cucinato due bistecche... direttamente sull'asse ed ovviamente con il ferro da stiro.
    Avevano preso proprio delle belle silouette... tanto che sul piatto sembravano capienti tasche vuote applicate esterne sulla loro camicia.
    Mi è venuto allora però un dilemma.
    Adesso pensai mi ci vuole un contorno a modo.
    Una chicca tipo doppio bottone di classe sul polsino... al che saltai del radicchio... sicuramente dop... sul prendi zanzare elettrico.
    E per non voler trascurare nulla... bollii pure dei cavoletti belgi dentro la boule dell'acqua calda opportunamente richiusa col suo tappo una volta inseriti... in modo da poter scecherarli e massaggiarli un tot durante la cottura.
    Una finezza culinaria questa finora sconosciuta ed assolutamente innovativa... se non sbaglio.
    Cazzo!
    Ero contento.
    Finalmente una cena eccitante sul serio pensavo.
    Con sopra stili e digeribilità manipolati accompagnati da...
    Dinamiche e finalità confermate... però spostate un po' più in là del solito e con...
    Con cosa da bere accompagnerò sì tanto ciò?... quindi sobbalzai...
    In preda all'ansia.
    Se non che... ancora una volta... ebbi così modo di apprezzare la mia lungimiranza... che tempo prima mi aveva fatto mettere sul cornicione ad invecchiare... il vino del contadino nella vasca del fu pesciolino.
    Lo presi.
    A questo punto era tutto a posto... non mancava altro che mettersi a gambe in aria sul tavolo ed assaporare... dato che non dovevo "pertanto" anche farmi il bagno o cambiarmi figo per l'occasione.
    No non ce n'era bisogno.
    Per quel giorno e me ne rendevo conto... avevo già oltrepassato fin troppo.
    Ecco.
    Ho raccontato questi fatti che mi sono successi di sabato... perché purtroppo fu dopo mangiato... che mi venne una voglia... irrefrenabile... di abbigliarmi ed uscire ad aiutare il prossimo.
    ... Cioè "logicamente" non il primo bensì quello dopo.
    Sembra infatti... che lì per lì non fui molto molto capito... vestito da vescovo in tanga ma tranquilli...
    Tranquilli.
    Quel che successe... è solamente che adesso siamo in due ad aver assolutamente bisogno di evadere.
    ... Io da codesto numerato e blindato stanzino e voi...
    Voi dal vostro classico opulento brodino.

  • 16 luglio 2012 alle ore 23:45
    Il gioco

    Come comincia: Oggi è il primo giorno della settimana e il mio nipotino Pietro ha espresso il desiderio di uscire a fare una passeggiata all'ipermercato, luogo di grande attrattiva per i piccoli e  gli adulti  ,dato che questo magazzino rappresenta il punto vendita di videogiochi nuovi e usati, più frequentato della città. Da quando Pietro ha appreso l'arte del gioco, si immedesima anima e corpo, mimando i personaggi e raccontando le missioni anche nei più minuziosi particolari, i suoi traguardi sono anche i nostri e a volte ci chiede l'aiutino per riuscire a superare gli ostacoli, ricordo ancora il giorno in cui ricevetti la sua telefonata affranta e fui costretta a fischiare attraverso la cornetta, perché la mia povera sorella era incapace di passare di livello, e lui pure, con i suoi dentini diastemati emetteva suoni scordinati e storceva le labbra per seguire il ritmo delle note,senza riuscire nell'intento di indovinare tutti i passaggi. Quello è un episodio memorabile, visto che dopo vari tentativi mi disse a bruciapelo " Zia sei una vera schiappa, anche tu non sai fischiare, mi conviene cambiare gioco" ed io dovetti ammettere, ahimè! il fallimento, rimandando la prova ad un incontro dal vivo, perché era davvero impossibile riuscire ad imitare le note al telefono. Ebbene questo pomeriggio il pargolo ha superato se stesso in una birichinata involontaria, almeno così credo, non ne sarei sicura fino in fondo, la scusante era valida, ma la sua risata ghignante faceva pensare a tutt'altra cosa. Dopo aver acquistato il gioco che desiderava, averlo provato e poi riportato indietro dopo appena dieci minuti, perchè troppo cruento e difficile da svolgere,ci siamo seduti su una panchina ad aspettare che la sua mamma pagasse e il dolcissimo zuccherino ha preso a fotografarmi il di dietro, dicendo di mettermi in posa, quando poi con fare furbesco, abbassava la psp e scattava la foto alle mie spalle. Ormai si capiva che era su di giri, avendo ottenuto ciò che voleva...così ci siamo incamminati verso l'uscita, quando in quel mentre, mia sorella ha risposto ad una telefonata e si è distratta un attimo per parlare con mio cognato. Ecco è qui  che è scattato fulmineo il piccolo discolo, dalla mia destra  è passato in una vetrina di abbigliamento, dove era comodamente seduto un manichino con una parrucca bionda e tante borse colorate intorno. Mi sono voltata per vedere dove fosse e mi sono ritrovata a guardare la scena. Lui  aveva afferrato tra il pollice e l'indice la punta di una ciocca e tirando stava sfilando  non volendo l'acconciatura alla bambola, e nel momento in cui le ha denudato il capo, sono rimasta senza parole e con la bocca spalancata  ho ammirato il risultato del suo rapido gesto. Pietro sorpreso anche lui, sgranando gli occhi e balbettando ha cominciato a dire " Zia...non volevo...ti giuro, volevo solo sapere se i capelli fossero veri, zia..." Sono subito entrata a mia volta nella vetrina e lui approfittando della mia mossa,  mi ha mollato il topo morto tra le mani ed è fuggito via dalla madre, che non si è accorta di nulla, ma indovinate invece, CHI... improvvisamente  ha realizzato cosa stesse accadendo in quel frangente? e già...il bambino è passato inosservato, ma io sono stata colta in flagrante reato con la parrucca tra le mani dalla cassiera e dai clienti che giravano nel negozio, rigirandola tra le dita per cercare il verso giusto e rossa in viso ho provato diverse volte a rinfilarla sulla testa del manichino, ma scivolava come un gelato sciolto su una cialda a forma di cono, e allora ho fatto come mio nipote, con un mezzo sorriso di scusa l'ho piazzata lì e sono schizzata letteralmente fuori dal negozio, ma non prima di aver dato un'occhiata dal di fuori alla vetrina, per constatare che avevo messo l' acconciatura al contrario, e che quindi, il viso di plastica bianco era completamente coperto dai finti capelli. Appena ho raggiunto l'angioletto che camminava composto mano nella mano con la sua mamma come se nulla fosse accaduto, l'ho guardato e ho detto " Pietro potevi chiedere a me, ti avrei spiegato che i capelli sono finti e che  non sono incollati sul cranio, ora il manichino sembra un cane barbone, non gli si vede più la faccia, mi hai scaricato addosso la patata bollente in un secondo, mi guardavano tutti!!!" Mio nipote guardandomi con aria innocente mi ha risposto " ...zia...che dici...non era una patata, ma una parruccaaaaa...che schiappa che sei"...

  • 14 luglio 2012 alle ore 22:24
    Maledetto parcheggio

    Come comincia: Il morto era partito dalla chiesa per il cimitero, ma il Nostro aveva lasciato l'auto nel parcheggio multipiano in centro ed era poco pratico della città. "Non ti preoccupare" era l'amico" ti accompagno, conosco la strada" Respirò di sollievo "Ce la farò alla fine per l'ultimo saluto, da vivo certo l'avvocato l'avrebbe voluto. Almeno prima della tumulazione, senza l'esposizione in basilica coi 4 discorsi ufficiali dei notabili, un piccolo ricordo dell'impegno sociale!" Affrettava i passi nel parcheggio, rammentava 2 rampe di scale, pagava il ticket, cercava la sua Picasso grigia, l'amico seguiva. "Non trovo l'auto, accidenti!" "Dai, cerca di farti venire in mente la posizione!" "Su un lato, già pronta all'uscita!" Il tempo passava..."Forse al piano di sotto? Proviamo" , ma niente! Eppure doveva esserci, mica poteva sparire così alle quattro del pomeriggio. Alle casse! E già il defunto sotto terra scendeva. "Guardi, al piano -2 del supermercato, scenda una rampa e giri a destra!" Consultato il tagliando, così suggerì la cassiera. Ed era là, la vettura. Tranquilla aspettava, sarebbe passata dal camposanto per accertarsi che tutto era finito. Lui nel pensiero si sarebbe scusato con Giovanni, magari l'avrebbe perdonato. Da vivo, rabbrividì un attimo, gli sarebbe servito un avvocato. A difesa!

  • 14 luglio 2012 alle ore 19:11
    Nebulosa Testa di Cavallo

    Come comincia:  La mia moleskine nel cassetto. Io so che è lì, nelle cose silenziose da non portarsi avanti.
    La voce comanda l'occhio a guardare ancora il cassetto color senape bronzato, le venature ocra e chissà quante altre sfumature all'interno di quei pigmenti. Preferisco soffermarmi sui colori, mi serve per ingannare la mente, provando a farmi passare la voglia di andare a prendere quella maledetta moleskine, quella con la copertina nera e le mille parole che non ho esibito, quelle solo mie, solo per me, dietro la molla. L'idea che qualcuno possa interpretarle malamente, mi mette ansia, l'idea che qualcuno mi conoscesse per una prima volta attraverso quelle parole, mi angoscia a tal punto da pensare di preferire di non vederlo mai in faccia. Insomma, esistono cose da chiudere, stringere a sè, senza assoluta condivisione. Anzi, dovremmo prendere distanza da noi stessi, quando diventiamo estranei, diversi, distorti, perchè comunque qualcun'altro che ci conosce, o ci ha conosciuto, dirà sempre di sapere qualcosa in più che non sappiamo o abbiamo poca coscienza per vedere, con quella presunzione fastidiosa che oltrepassa ogni virgola e natura, e così che noi faremmo credere loro di avere ragione, che è proprio così che siamo, come loro ci interpretano, ci vedono, inclusi madri, padri, fratelli, sorelle e amici. Come se non sapessero quello che dicono quando lo dicono, che poi è diverso da come lo pensano, da come ci pensano, quando ci utilizzano come argomento del giorno, come argomento da bar o come passatempo. Per me questa pura esuberanza surreale, tipo Dalì, con gli orologi ovunque, gli orologi che non amo molto ma forse sono l'unica cosa temperata di questa mia strofa di esistenza, si atteggia noiosa e spigolosa in un sabato pomeriggio qualunque, quando gli ormoni divampano nell'era fisiologica femminile, tipo nebulosa Testa di Cavallo. Peccato però che è ancora giorno.

  • 13 luglio 2012 alle ore 21:18

    Come comincia: La notte più lunga

    - Serata bellissima, grazie per la cena.
    - Figurati, sappi che ora tu mi devi una cena.
    - No problem! Comunque chiamami in ufficio, domani per iniziare
    andremo nella pausa di mezzogiorno in spiaggia a prendere un po’ di sole e ti offrirò un panino…
    -  Ok ciao.
    -  Ciao Andrea.

    La porta si chiuse alle spalle di Anna… per riaprirsi dopo  alcune ore, sotto lo stupore dei suoi occhi.
    Dopo essersi infilata in un accappatoio, sbirciò in strada
    per capire se si fosse sbagliata nel regolare la sveglia. Eh no, non era la sola a guardare davanti al proprio uscio, erano tutti là, a strofinarsi gli occhi; c’era persino qualcuno che si faceva pizzicare per sapere se stesse sognando.
    Erano le nove e a conferma: l’orologio della piazza lo precisò con nove rintocchi… ma il sole non era presente, non era ancora sorto. Anna corse ad indossare qualcosa e scese in strada per domandare se qualche buontempone non avesse fatto uno
    scherzo manomettendo l’orologio della piazza. Era assurdo, la luna e le stelle brillavano come la sera precedente… fermò qualcuno e domandò l’ora.
    No, non si era sbagliata, erano le 9,30, ne parlavano anche alla radiolina di un ragazzino che era anche lui uscito in strada. Anna si precipitò in casa ed accese subito la televisione, per vedere il telegiornale, infatti, tutte le reti parlavano del fenomeno, nel mondo intero era notte, il sole illuminava solo la luna, come l’interruttore, era rimasta accesa la spia notturna.
    Gli studiosi non riuscivano a dare una risposta allo strano fenomeno, brancolavano nel buio assoluto, ipotizzando eclissi inspiegabili e svariate ipotesi del tutto stravaganti. La gente incredula quanto atterrita aspettava che il giorno arrivasse da un momento all'altro. Le ore passavano e l’angoscia prese
    il posto della speranza… Squillò il telefono, Anna rispose. Era Andrea, aveva cercato di raggiungerla più volte, ma le linee erano intasate e non vi era riuscito prima delle 19:00. I due si scambiarono le loro ansie e supposizioni sul fenomeno
    che stavano vivendo, senza trovare una risposta, un perché, così cercarono
    d’incoraggiarsi a vicenda.
    In tutte le TV del mondo, non si parlava che dell’accaduto e delle ripercussioni che ne erano scaturite. Nessuno era andato a lavorare, tutto si era paralizzato, ognuno era rimasto a casa con la famiglia, anche le rappresaglie in Medio-Oriente
    erano cessate. In molti pregavano implorando di potersi alzare l’indomani e vedere di nuovo il sole, ma l’indomani giunse e nulla cambiò se non la temperatura che era scesa sotto lo zero in piena estate.
    L’angoscia non diminuiva e ognuno iniziò a farsi un esame di coscienza, domandandosi, cosa avesse fatto di male per meritarsi un tale castigo.
    La cosa strana era che ogni persona cercava di darsi una risposta, esteriorizzando le proprie supposizioni in famiglia, oppure parlandone col vicino di casa, con gli amici.
    Man mano che ne parlavano, scoprivano di avere tutti in comune una cosa, quella di avere vissuto sempre, agendo quasi da immortali, pur essendo consapevoli di dover morire.
    Avevano accumulato beni, avevano cercato a tutti i costi di conservare per sé, anche a discapito degli altri, beni, senza farsi scrupoli. Possedere era la parola chiave.
    La cupidigia si era impossessata di loro, non c’era più altruismo, occupava il suo posto, l’egoismo, a discapito della cosa più preziosa, alla quale avevano dato poca importanza: “ La vita e l’amore ”.
    Ormai da due giorni vivevano senza il sole, le guerre, anche le più piccole, si erano fermate e tutti ridivenuti più umani… analizzavano la propria coscienza.
    Guardandosi dentro iniziarono a valutare la loro esistenza, tutto era oscuro, ma pian piano uno spiraglio di luce, iniziò ad infiltrarsi e ad illuminare il senso vero della loro vita. Era bastata la paura di perderla, per rendersi conto della sua importanza, accecati dal loro egoismo che trasformatosi in notte, aveva coperto il loro sguardo.
    Così, il sole pian piano riprese il posto nel cielo d’ogni persona che aveva saputo
    riconoscere i propri errori, infiltrandosi con i suoi raggi aprì spiragli di speranza nella notte che li abitava.

    Anna Giordano
     
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  • 13 luglio 2012 alle ore 7:36
    Sì, sono sempre stato gay!

    Come comincia: Il vento soffiava tra i rami; sospiri seguiti da gemiti rompevano il mistico silenzio. Le ginocchia tremavano forte, ma la curiosità m'incoraggiava ad avvicinarmi a quell'albero. Io, come un'ombra, pian piano mi muovevo verso quei rumori. Troppa paura? Si! Non lo nego! Faccia a faccia con l'albero; un sacco di domande in testa. Chi erano? Che cosa facevano?

    Un ragazzo baciava una ragazza e le toccava le parti intime. Sorpresa! Li riconosco subito! Lui, il mio cugino preferito; Lei, la sua cugina più grande. Fra invidia e gelosia, piango!

    Ero piccolo...ne avevo circa sette, ma la gelosia già la conoscevo. Non invidiavo il mio cugino, ma invece la sua fortunata lei. Volevo sol essere al suo posto, per poter essere baciato da lui.

  • 12 luglio 2012 alle ore 19:26
    L'abbracciatore

    Come comincia: Fu una mattina di fronte ad una chiesa...
    Con le campane martellanti nei timpani.
    ... Che incominciarono la sua fortuna ed anche la sua sfortuna.
    Potremo dire.
    Era in quel luogo per l'ultimo saluto al padre di un grande amico.
    Con il quale si erano conosciuti oramai quarant'anni prima.
    ... Quando avevano quindici sedici primavere.
    E mai avrebbe potuto mancare dunque.
    Solito capannello di persone con la faccia seria.
    Soliti saluti di parecchi conoscenti comuni.
    Solito arrivo del carro con bara.
    Un minimo per fortuna composto di scene di disperazione.
    E via tutti in chiesa per la cerimonia.
    E lui ancora al solito ad aspettare di fuori.
    Caffettino con alcuni "colleghi".
    Cicchetta nervosa e la salma presto riapparve dal portone.
    ... Sorretta dall'amico e dai suoi fratelli o parenti stretti...
    Che dopo averla inserita in macchina si fermano dietro e sono a disposizione per condoglianze ed onorificenze... al morto queste... varie.
    Lui allora fece come tanti... arrivò dall'amico e gli strinse la mano guardandolo negli occhi.
    E ciò fece sì che un abbraccio forte forte stretto stretto per nulla programmato ed incredibile...
    Sorse ad entrambi spontaneo.
    E carico carico carico.
    Non riusciva più a terminare da solo l'abbraccio.
    E l'adrenalina nel frattempo straripava fin quasi ad uscire per dentro i pantaloni.
    ... Dove questi si appoggiano alle calze.
    E l'emozione invitava lacrime a materializzarsi per alleggerire sensazioni pesanti.
    E la sensazione di mai immaginato porse così le sue migliori credenziali.
    Tanto che gli scapparono perfino un tot di gocce di pipì ed uno sguardo di odio alla persona che li interruppe.
    Pazzesco pensò mai provato una cosa simile.
    Ma quale primo bacio.
    Ma quale prima scopata.
    Ma quale diploma o laurea.
    Ma quale realizzazione lavorativa.
    Ma quale paesaggio.
    Ma quale scoperta.
    Ma quale vincita alla lotteria.
    Ma quale nascita di figlio.
    Niente niente niente aveva suscitato altrettanto in lui.
    E decise di per cui che l'avrebbe voluta ancora questa sensazione.
    E la moglie di suo fratello dopo un mese morì senza una valida motivazione.
    E la mamma della sua sposa fu trovata morta in circostanze anomale.
    Ed il fratello del suo caro collega cadde nel burrone accidentalmente.
    Ed il figlio di un altro amico fu trovato morto di overdose.
    Che non aveva giammai nemmeno fumato uno spinello.
    E altri casi strani insomma cominciarono ad apparire intorno a lui.
    Che nel frattempo oltre a cogliere a dismisura ed avere una dimensione ottimale di quello che poteva donare il mondo...
    Si era pure organizzato di conseguenza.
    Mettendo ad esempio un pannolone prima di recarsi all'ennesimo funerale.
    Alla fine comunque lo beccarono che era rimasta solamente una vecchia bisnonna... tra i parenti prossimi di tutto il suo entourage ed era guardata a vista.
    Che oramai qualche sospetto aveva cominciato a serpeggiare.
    Il giudice... pur trovando per una volta le motivazioni interessanti... non poté non dargli un ergastolo per ogni omicidio e...
    Se non fosse che la gemella del suo compagno di cella... appena sei settimane appresso... si è suicidata stranamente soffocandosi con centotrenta big bable ingerite contemporaneamente...
    Tutto sarebbe finito lì.

  • 11 luglio 2012 alle ore 11:14
    Prime comunioni

    Come comincia: Ieri sono stato alla prima comunione di mio nipote. Erano tutti, bambini e bambine, vestiti con una tunica bianca e sotto, molti, le scarpe da ginnastica. Quando ero piccolo io si usava che tutti i bambini venivano vestiti di nero in giacca e cravatta e le bambine vestite di bianco, qualcuna con lo strascico, qualcuna col velo, ma sempre ridicoli ed emozionati come si può essere a quell’età nel mezzo di una cerimonia desueta, su cui uno da piccolo si fa anche delle domande. Io, per esempio, una volta ho chiesto alla giovane e ingenua catechista come mai, se l’ostia è il corpo di Cristo, ci danno un tondino di pane e non come sarebbe logico una bistecchina, e la giovane e ingenua catechista mi ha mandato fuori dall’aula.

    Alla prima comunione tutti scattavano delle foto ai bambini e alle bambine, con le macchine fotografiche e coi telefoni cellulari, e uno perfino con l’iPad, tant’è che il parroco stava per perdere la pazienza, “c’è già il fotografo ufficiale” ha detto. Ma fare foto oggi è facile, uno le scatta senza nemmeno pensarci, e io infatti mi sono chiesto dove andranno a finire tutte queste foto. Quando l’ho fatta io, la prima comunione, le foto si portavano subito a sviluppare e si mettevano in ordine, incollate su enormi album dalle pagine spesse, con didascalie precise scritte da mamma o da papà. Infanzie e adolescenze, per niente fotogeniche, illuminate dai flash di genitori premurosi o fotografi senza fantasia. Una documentazione lacunosa, più sensibile a torte e cerimonie, a brevetti di nuoto, recite di Natale, saggi di danza, vacanze, piuttosto che ai giorni da niente. Un archivio in posa impettita di ora felici, o apparentemente tali. C’erano dolci millefoglie uguali di anno in anno, nonni che celebravano compleanni di età per noi indefinibili e comunque lontane come altri pianeti, pezzi di faccia o di braccio di qualcuno regolarmente tagliati fuori, occhi da pesci lessi, divani rifoderati e mobili che scomparivano dalle pareti, il giro dei battesimi, delle prime comunioni, delle cresime di tutti i cugini, come lo scadenzario del nostro intermittente cattolicesimo.

    Poi c’è un giorno in cui questo carosello finiva. Nessuno se ne è accorto lì per lì: i figli crescevano, la mamma smetteva di riordinare gli album delle fotografie, oppure gli album delle foto smettevano di andare di moda, mentre tutti cominciavano a fotografare tutto con qualsiasi aggeggio, e allora nessun ordine aveva più senso, o magari perché non esistiamo mai solo per qualcosa o per qualcuno, allentiamo la presa e non possiamo che distrarci, in modo continuo, involontario e spietato, anche dalle cose e dalle persone che amiamo. Guardo la mia nipotina più piccola, intanto, che accarezza con gli occhi il fratello vestito da grande e le altre bambine tutte acchitate, e non vede l’ora che tocchi anche a lei.

  • 11 luglio 2012 alle ore 11:13
    Carlton Arms Hotel

    Come comincia: Come un vagabondo alla deriva dall’East Village, il Carlton Arms, esteso su quattro piani, è un hotel da combattimento e dallo stile rock’n'roll. Adesso me ne sto sdraiato sul letto, indeciso su cosa fare, un po’ stanco. Accanto a me l’arredamento è quello di un bar americano degli anni Cinquanta. La mia stanza ha la moquette rossa. C’è un’insegna al neon della birra irlandese Killian’s, proprio di fronte a me, sopra la porta del bagno, e non c’è modo di spegnerla neanche di notte. E poi c’è un bancone di fronte alla finestra, con due sgabelli ai lati, e bottiglie semivuote e impolverate di scotch, e un piccolo juke-box da tavolo non funzionante, e una mini slot-machine grande quanto una mano in cui ho inserito una moneta da mezzo dollaro, e so già che non la rivincerò mai.

    Una donna dallo sguardo languido, in gonna lunga marrone e pullover bianco, è disegnata sul muro alle spalle del letto, a grandezza direi più che naturale, con accanto la scritta “live fast die young”. Vivere veloce, morire giovane. E poi, quasi mi dimenticavo, c’è la porta del piccolo bagno. La porta del bagno, insomma, è decisamente un capolavoro. C’è una ragazza in guepiere attaccata alla porta in pratica. Cioè la sua statua in legno. Metà, la metà davanti, su un lato. Metà, la metà posteriore, sull’altro lato. Cioè quando sono seduto sul cesso me la vedo di fronte, girata di spalle. A giudicare da come l’ho trovata si direbbe che qualche precendente inquilino della stanza le abbia strappato le mutande. Quando invece come ora sono sdraiato sul letto, mezzo addormentato, ma la trovo di fronte, in piedi, che guarda verso un punto indefinito dello spazio e del tempo. E sembra porgermi la mano. Ormai quando devo aprire la porta del bagno non uso più la maniglia, la prendo direttamente per mano.

    Non tutte le stanze sono come la mia, ovviamente. Il Carlton Arms Hotel è un albergo di 54 stanze, ognuna è decorata in maniera differente da un diverso artista. E’ un posto vecchio di cento anni. All’inizio era una modesta pensione per commessi viaggiatori in trasferta a Manhattan. Poi negli anni Settanta divenne un covo di tossici, poco di buono e prostitute. Se lo chiedi al gestore dell’albergo lui te li descrive così: “Gente sola e persa”. Poi un gruppo di artisti cominciò a disegnare tutto l’hotel, ognuno sognandolo a modo suo. Ogni centimentro di ogni muro, compresa la reception, i corridoi, i bagni in comune, provò a diventare un’opera d’arte.

    Ho chiesto all’adetto nella hall di vedere qualche altra stanza. Lui mi ha dato un po’ di chiavi di quelle libere e così ho cominciato a gironzolare per l’albergo. Una ha un letto posto su una piattaforma rialzata circondato da colonne alte fino al soffitto e finiture abbinate. Un’altra ha un letto color rosso vivo poggiato su tappeti a pelo lungo blu, attorniato da murali in stile veneziano. In un’altra ancora infuriano guerre stellari sulle pareti e sul soffitto. E ancora stanze di Versailles, cottage inglesi, sottomarini. Il secondo piano vive nella pop art, il terzo su un’astronave verso la luna, il quarto in una piramide dell’antico Egitto. Anche tornando dopo una notte di party e follie sarebbe arduo confondere corridoio. Avrei potuto cambiare stanza ma ho preferito di no. Mi piace dormire in questa specie di bar con la donna attaccata alla porta del bagno. E poi sono proprio di fronte alla reception, a qualunque ora illuminata da rilassanti lucette in movimento, unico punto in comune dove incrociare arrivi e partenze di inquieti avventori e spaesati turisti, o dove farsi offrire un drink. O dove chiedere un’asciugamano, che altrimenti nessuno le cambia.

    Il gatto Charlie, perennemente sdraiato a ronfare sulla sua sedia cardinalizia, fa la guardia alla mia porta. Ho chiavi e lucchetto dell’albergo, il portiere ha posato la sua chitarra e me le ha consegnate appena arrivato, senza tante menate. Nel suo ufficio pieno di chiavi e disegni spicca un busto d’oro di Elvis e una mazza da baseball decorata con le parole “Rent is due, please”. E’ un albergo sgangherato, vero, però accogliente. E’ anche il più cheap di tutta Manhattan, faccio notare. Solo ogni tanto, nel cuore della notte, sento dei colpi, delle esplosioni, degli stantuffi. Bang! Bang! La prima volta mi sono svegliato di soprassalto. Poi mi sono fatto spiegare: è tutto normale, sono i vecchi tubi della caldaia che hanno bisogno di buttare fuori un po’ d’aria. Bang, bang! Ogni paio d’ore, di notte, fanno questo concerto. Sotto la mia finestra intanto taxi e polizia e sirene non smettono mai.

    “Questo hotel è sempre stato pieno di pazzi” racconta John Ogren, che lo ha gestito per anni. “Una donna si era convinta che era popolato da alieni, e non ci fu verso di rassicurarla, credimi”. Molti appena arrivano e vedono dove sono finiti, cambiano idea e se ne vanno. “Leggono la parola ‘trendy’ sulla guida e chissà quale glamour si aspettano”. Altri restano delusi dal servizio. “Una volta venne da me una coppia, avevano scoperto un mozzicone di sigaretta nel loro posacenere, appena arrivati. Questa è una catastrofe, mi disse la ragazza. No, le ho risposto. L’Olocausto è una catastrofe, questa è appena un piccolo fastidio”. Una notte infine stiamo io, il portiere Hugo e il gatto Charlie. Arriva una donna bionda, molto ossigenata e con troppo trucco, e tira fuori una banconota da cento dollari davanti al nostri nasi. “Arrivo ora da Los Angeles, voglio la stanza migliore e più grande dell’albergo”. Veramente ci sarebbe solo una stanza piccolina con bagno condiviso, tenta di spiegare Hugo con la banconota ancora sospesa a mezz’aria. “Scordatelo allora” risponde lei, gira i tacchi e se ne va.

  • 11 luglio 2012 alle ore 11:09
    Il mal di mare gaetano

    Come comincia: Il mare ci costeggia e ci assedia da tutti i lati. Difatti alcuni che non se ne intendono di geografia ma che forse percepiscono la verità metafisica delle cose ancora credono di sapere che noi gaetani siamo abitanti di un’isola. E noialtri sempre lì a smentire e smussare, quasi per rivendicare la nostra incompiutezza, che Gaeta – come l’Italia tutta – è una penisola, una “paene insula”, una quasi isola. E quegli altri a chiederci del mare, com’è il mare a Gaeta?

    Ma chi lo conosce, il mare. Fa capolino tra i vicoli ormai svuotati di pescatori, irrompe ai passeggeri dei treni reduci dalle curve montagnose, scintilla come una maiolica blu se ti affacci dalla vecchissima strada di collina tra Itri e Sperlonga, tra ulivi e tornanti dal sapore andaluso, scivola pigro se invece lo cogli dal lungomare, ancora punteggiato dalle macerie delle vecchie mura borboniche, pezzi di storia fatti saltare in aria sull’altare dello sviluppo economico. Ed è quello che inganna i turisti al primo impatto: giacché qualsiasi strada prendano, verso nord o verso sud, in salita o in discesa, sempre finiscono per trovarselo davanti. Tuttavia i gaetani di mare non sanno davvero se il loro mare conviene di più amarlo o sopportarlo. Come il “vecchio” di Hemingway in tanti pensano sempre alla loro città e al loro mare come a la mar: “a volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna”. Il mare perduto a una visione di dominio, il mare dei ducati e delle Repubbliche Marinare per intenderci, evaporato sia agli splendori immaginari del turismo sia alle fatiche reali dei vecchi pescatori, nel nostro Golfo di Gaeta è stato degradato a via di fuga della classe dirigente, a banchetto degli interessi economici, a capro espiatorio di nuovi parassiti. E persino nell’agenda dei notiziari locali è diventato un appuntamento fisso: sempre in pericolo, sempre minacciato, sempre in ostaggio di qualche permalosa fazione. Vongolari e pescivendoli, turisti scostumati e nudisti sobri, palazzinari e portuali, meduse e petroliere, sindaci e avvocati, tutti a precipizio nelle acque marine. Ma con lo stesso spirito di anatre in uno stagno.

    Quando scendiamo al livello di terra, infatti, quel vasto mare si mortifica di cemento, di traffico, di folla. Quel mare di Gaeta, quel mare anche un po’ mio, non lo riconosco più. Diceva un poeta strampalato: “se maggio è il mese della rosa, se settembre è il tempo di migrare, ad agosto fetecchioso finiamo tutti a mare”. Proprio quando noi, animali pietrificati di città, finiamo tutti a transumare sulle spiagge, a spintonarci sul bagnasciuga, a galleggiare nell’acqua che non ha una forma propria ma può prenderle tutte. Solo allora riscopriamo il mare. E capiamo quanto le città di mare desiderano la terra, comprano la terra, si snaturano e si sviliscono sulla terra, che è comunque ferma e sicura come la rendita, di fronte a quel mare agitato e mosso come il rischio di impresa. Mi volto a osservare le belle spiagge di Gaeta e le vedo tutte uguali: una lunga trafila di ombrelloni stipati, di pali piantati pure di notte, recinti di stabilimenti sempre più larghi, brandelli di spiaggia libera occupati senza ritegno da pseudo cooperative. “Amano il mare ma se lo fottono” mi dice un mio amico. Il mare come una puttana, presa da vecchi maschi avidi. Spiagge avare, stente, occupate più o meno legalmente, il bazar delle concessioni e dei noleggi alle fine non scontenta nessuno, tranne il povero bagnante che vorrebbe, com’è suo diritto, piantarsi un ombrellone sulla riva.

    Più in là, verso sud, c’è il golfo degli allevamenti e della pesca, coi sindaci che battibeccano su chi lo ha inquinato di più, pure se il mare è sempre uno solo, l’acqua pur se salata rimane un fluido. Forse la superficie del mare è troppo vasta per gli occhi stretti di chi la amministra, gaetani ormai troppo sgraziati e avidi di territorio per riuscire a riprendere il largo. Eppure quante beate contraddizioni hanno visto passare le spiagge gaetane. Dalle battaglie alle sabbiature, dal mamma li turchi medievale al ciro! ciro! della modernità, dai sorbetti al limone del Sirio alle zuppe di pesce di Pauluccio Patatè. Il mare in fondo ci accomuna e ci disinfetta tutti, è il cagnesco degli uomini che invece ci divide ancora, che disprezza le diversità, che ci vorrebbe tutti uguali, plaudenti e paganti.

    Nella più primordiale delle simbologie il mare è l’utero, è il grembo della madre, è l’origine del mondo, è l’umore dell’amplesso. Secondo la psicanalisi postfreudiana (Sàndor Ferenczi, riportato da Francesco Merlo su Repubblica) anche la pulsione sessuale “dopo la catastrofe del prosciugamento dei mari”, dopo l’emersione delle terre, è “un sostituto della vita acquatica perduta”, una “lotta per procurarsi l’umidità che sostituisce l’oceano”. Così pure nel mezzo dell’incarognimento vacanziero verrebbe voglia di spogliarsi, di tante cose. Aiutare gli occhi a cercare negli altri soprattutto lo sguardo, come una presenza più leggera. Disinfettarsi le proprie ferite nell’acqua salata.

    Come i cacciatori da dune e le prede nascoste di certe piccole rive ciottolose di ponente. Dove la costa si impenna e diventa roccia, nudisti e gay e anime dannatamente libere sono frequentatori abituali di un angolo di spiaggia all’Areanauta, trecento scalini da scendere solo per arrivarci, miracolosamente scampato alla privatizzazione del piano spiagge e a qualche scempio edilizio poco lontano. “Veniamo qui da decenni, non diamo fastidio a nessuno, ci trattano come criminali” dicono. Dai muri gaetani ringhiano manifesti del partito cattolico e del partito di destra che “nudisti e gay” sulle spiagge non ce li vogliono, che andrebbero “cacciati”. “Le spiagge alle famiglie” dicono certi politici. Proprio così. Forse le “famiglie” sono quelle con cui spartire quel poco di spiaggia non ancora colonizzata. Poveri naturisti, coi loro piselli oltraggiosi al pudore e le loro tasche vuote oltraggiose allo sviluppo economico. Corpi che si consegnano docili al sole e al mare, sguardi smaliziati, passeggere passioni. I costumati moralizzatori, gente che nessuna prima pietra potrebbe scagliare, ora così turbati da qualche chiappa all’aria aperta, seduti in braghe corte sui loro balconi, purtroppo sono bravi a imbiancare un paese che ormai è tutto un sepolcro. Il loro mal di mare è il malessere dell’impotente, la nausea del frustrato. Il nostro mal di mare è una visione stregata di un bel paese alla deriva. Per fortuna, appunto, ci resta il mare. Ci infilo dentro una mano e le gocce scorrono lungo le dita, e di nuovo giù, mischiate a tutte le altre. Mi bagno, dunque sono.

  • 11 luglio 2012 alle ore 11:07
    Kappler

    Come comincia: Una mattina di aprile del 1967, il mare è un pozzo blu in fondo alle grate delle finestre. Millequattrocento passi separano due uomini sconfitti dalla storia, nel braccio più isolato del vecchio castello angioino di Gaeta.

    Herbert Kappler, ufficiale delle Ss, comandante della Gestapo nella Roma occupata dai nazisti. Walter Reder, ufficiale delle Waffen-Ss, comandante del 16º reparto corazzato ricognitori nel centro Italia. Due pensionati, “fine pena mai” sta scritto su vecchi faldoni, sentenze di tribunali che presto o tardi sarebbero diventate carta straccia. “Fine pena mai” sta scritto, con un inchiostro indelebile che non contempla amnistie e fughe e colpi di spugna, nelle menti di chi gli è sopravvissuto, di chi è rimasto tra gli ebrei rastrellati una mattina dell’ottobre 1943 nel ghetto di Roma, tra i ragazzini e i soldati fucilati in una cava di marmo sulla via Ardeatina nel marzo 1944, tra i padri di famiglia presi sulle porte delle loro case nei quartieri popolari di Roma, al Quadraro e a Torpignattara in una notte di aprile 1944, tra un’ex famiglia reale che dopo aver lasciato la capitale in guerra per paura perse una sua principessa secondogenita in un campo di concentramento tedesco, tra le donne e i bambini mitragliati senza pietà dentro una chiesa dove si erano rifugiati, in paesini toscani chiamati Marzabotto e Monte Sole, nell’autunno 1944, o nell’animo di un monsignore irlandese che rischiò la morte dopo aver messo in salvo nelle mura vaticane oltre quattromila persone, tra ebrei e prigionieri alleati e antifascisti, e che ora una volta al mese andava a visitare in carcere il suo mancato assassino, fino a farlo convertire.

    In un appartamento nel castello diventato prigione un sottufficiale siciliano finito lì a scontare la sua pena per insubordinazione militare fa compagnia ai due vecchi nazisti. La sera accendono un televisore in bianco e nero: vedono i telegiornali e qualche varietà, Mina e Alberto Lupo, e forse quelle due gemelle tedesche, così carine, così brave a ballare e cantare. Da lassù l’isolamento è totale, si sentono i gabbiani e il mare che sbatte violento sugli scogli, ma forse l’estate il vento porta i rumori di qualche centinaio di metri più in là, i bagnanti sulla spiaggia dall’altro lato di Monte Orlando, i suoni e le risate dei night dove si divertono i soldati della base americana, i rumori delle gru che costruiscono le nuove case in condominio per gli ex contadini e gli ex pescatori del Borgo, che la guerra chissà se l’hanno già dimenticata. Ogni tanto una donna più giovane, un’infermiera di nome Anneliese, moglie divorziata di un capitano della Wehrmacht, sale le scale ripide del vecchio borgo medievale, la sera si ferma a dormire da “Civitina”, una pensione dagli arredi rococò gestita da due sorelle, un luogo di piacere prima che la legge li abolì sussurra qualcuno, la mattina si arrampica fino al castello, chiede di conferire con l’ufficiale Kappler, cui già in passato aveva scritto molte lettere, qualche volta la portano fino al suo appartamento.

    Un giorno arriva una troupe della Rai, chiede di intervistare i due prigionieri di Gaeta. Sono del programma d’inchiesta Tv7. Solo Kappler decide di presentarsi davanti alla telecamere. Parla piano, come se pesasse ogni parola, come se ogni parola fosse una lama. Ha mai pensato di scrivere le sue memorie, gli chiede il giornalista. “No – risponde in italiano, con l’accento teutonico che non se n’è mai andato via – non mi piacerebbe, mi sembrerebbe un tentativo di autogiustificazione”. Preferisco passare il tempo leggendo libri, dice. “Non leggo storia contemporanea ma leggo soltanto ciò che mi piace, sopratutto argomenti di interesse scientifico. In fondo i miei interessi sono di carattere infantile: l’amore per la natura, l’amore per tutto ciò che è vita”. Si guarda attorno, fissa l’intervistatore negli occhi. “Mi sono occupato da piccolo di allevare farfalle, ma non per imprigionare o ucciderle, per farle volare”. In fondo alla stanza c’è una vasca piena d’acqua e di pesciolini tropicali, Kappler li alleva, ogni giorno gli cambia l’acqua, gli da del cibo. Kappler è in piedi, davanti alla vasca dell’acquario, indossa una tuta. Si sente rassegnato, gli chiede l’intervistatore. “Non ho mai visto questo mio stato come un castigo, anzi sono stato grato per avermi fatto uscire dai miei legami, da tutto ciò in cui sono stato imprigionato, così da farmi ritrovare me stesso, in senso religioso e cosmico”.

    Si sente una vittima? Un lampo attraversa gli occhi di Kappler. “Mai sentito una vittima!”. La sua voce si fa dura, come se una specie di offesa lo attraversasse. “A volte vittima di maldicenze, ecco”. Il giornalista insiste, vuole chiedergli qualcosa sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, sulle stragi per cui Kappler è stato condannato, sulle accuse da cui nel processo si difese ostinatamente sostenendo di non aver fatto null’altro che eseguire ordini superiori. Lui non vuole, respinge le domande gentilmente ma con fermezza. L’inflessione di chi era abituato a dare ordini. “Ci si dovrebbe accontentare di ciò che mi è stato affibbiato, ma non mi si dovrebbe ritenere l’unico responsabile. Sì, c’ero anche io, ma non ho creato io quelle circostanze, ho solo eseguito degli ordini. Ma le sarei grato di non approfondire questo argomento”. E’ vero che ha chiesto di andare a rendere omaggio al sacrario delle Fosse Ardeatine? “Sì, è vero, rispetto chi è morto per un ideale”. Davanti a lui tremava tutta Roma, ripete la voce dello speaker. Il criminale di guerra Kappler, vestito con la tuta, le grate alle finestre del castello, davanti alla vasca dei pesci tropicali sembra un nonno in pensione, sembra un professore di scuola di quelli che ti terrorizzano solo a guardarli, sembra a chi ha letto Hannah Arendt “la banalità del male”.

    Nel 1972 Herbert Kappler sposò Annaliese nel carcere di Gaeta, testimone di nozze fu l’altro detenuto Reder. Le richieste di recarsi in pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine, così come le domande di grazia, gli furono sempre negate. Nel 1976, malato di tumore, fu trasferito all’ospedale militare del Celio, sotto sorveglianza dei Carabinieri. La mattina di Ferragosto 1977 scappò aiutato dalla moglie che lo portò via rinchiuso in una valigia, in circostanze che in realtà non furono mai chiarite. Morì a Luneburgo in Germania nel febbraio 1978, circondato dai suoi cari e dopo aver rilasciato diverse interviste. Ai suo funerali una piccola folla di amici e nostalgici gli rese omaggio con le braccia tese del saluto nazista. Walter Reder fu messo in libertà condizionale nel 1980, con un’ordinanza del Tribunale di Bari che definiva la sua criminalità “occasionale e contingente in quanto collegata allo stato d’animo della guerra” e lo qualificava anche come “valoroso combattente in guerra”. Nel 1985 il governo Craxi, nonostante le proteste di familiari delle vittime ed ex partigiani, ne decise la liberazione e il rimpatrio in Austria, su un aereo messo a disposizione dallo Stato italiano. Nel 1986, ad un settimanale austriaco, Reder dichiarava “Non ho bisogno di giustificarmi di niente” e ritrattava ogni sua passata richiesta di perdono. Morì a Vienna nel 1991. Cosa desidera, è l’ultima domanda che l’intervistatore di Tv7 fa al prigioniero Kappler nel carcere di Gaeta, nell’intervista che ho rivisto negli archivi della Rai. “Vorrei ritirarmi nel più remoto angolo del mondo” è la sua risposta.

  • 11 luglio 2012 alle ore 11:00
    Black Out

    Come comincia: Dalla terrazza, in testa ai nove piani di un palazzo di case che forse furono popolari e invece adesso erano semplicemente occupate, cercavo una visione all’altezza, in un tramonto romano oltre la tangenziale, la ferrovia, le cupole, i condomini, la visione dall’alto del termitaio umano, la visione stetoscopica dell’habitat di una specie irrimediabilmente danneggiata, che scivolava nel repentaglio, che annusava il proprio futuro senza coglierlo. Stringevo con i palmi delle mani la balaustra metallica, lo sguardo perduto verso la catatonia di una metropoli pronta a friggere nel suo miraggio notturno, l’ennesimo sabato sera, la prima notte bianca comunale.

    Sentii qualcuno, poco lontano da me, chiedere il numero del pusher. Dall’altro lato della balconata si agitava la sagoma di un enorme cane nero. Alzò il muso e guardò verso di me. Rialzai lo sguardo: il mezzocielo era scuro, contaminato da inquinamenti luminosi. Mi sono ricordato di una poesia di Eliot. Iniziava così: “Andiamo, tu e io, quando la sera si stende contro il cielo, come un paziente addormentato sul lettino”.

    Alle tre e mezza di notte, quando tutte le luci – proprio tutte – si spensero, ero sotto il Colosseo. C’è una liturgia rigorosa da rispettare, quando va via la luce. Prima esplode un’allegria demente, viene voglia di fischiare, battere le mani, infilare una mano tra qualche coscia, poi, lentamente, sale l’inquietudine. Poi, più si prolunga il tempo del buio, senza che nel frattempo arrivi nemmeno una torta con qualche candelina accesa, più l’inquietudine sale. Quella notte ci fu il blackout. Ovunque. Improvvisamente. A Roma, dov’ero, manco a farlo apposta, c’era la prima Notte Bianca. Poi, all’improvviso, il mondo si presentò innanzi ai miei occhi nella forma di una metafora del senso di colpa: pioggia, freddo, buio, anime penitenti col capo avvolto in sacchetti di plastica. E allora ognuno per la sua strada, ognuno per la sua notte, e me nel mezzo.

    Si spensero per una notte i grandi riflettori, ma anche le piccole luci degli angoli nascosti, quelli della città che è comunque oscura, anche nelle notti di normale plenilunio. Buio sui semafori abituati a pulsare a intermittenze regolari, soltanto col loro fanale arancione centrale. Buio sugli esseri androgini piumati a fare la guardia sulla soglia di qualche discoteca. Buio sulle orde di scintillanti transessuali, creature mitologiche nude e belle come statue, incubi degli abitanti di certi quartieri residenziali che cercano inutilmente di dormire. Buio sui volti semiaddormentati o cicatrizzati di maghrebini distrutti, la tempia appoggiata ai vetri appannati di un bus notturno. Buio sui cartoni gonfiati dal respiro di qualcuno che dorme. Buio sui portoni dei club privè di periferia, sugli anonimi scopatori bisex in cerca di sesso non garantito. Buio sui fiorai sempre misteriosamente aperti, ripari per gentiluomini tiratardi o semplici spacciatori. Buio sugli uomini che camminano disperatamente, con il viso rivolto verso il passato. Buio sui posti da ultima spiaggia, con indicazioni per il posto da ultima spiaggia successivo, sui fondi del fondo, e ancora sulle loro botole. Buio come ogni notte, nonostante i lampioni e gli schermi. Mentre sospettiamo, noialtri, che sotto i cuscinetti di ciccia rimaniamo belve, specialmente se domani ci staccassero la corrente elettrica. “Come potrei rischiare? Come potrei cominciare?” – dice ancora Eliot in quella sua poesia.