MA GNENTE LAVORARE

I più vecchi (chiamiamoli i meno giovani fra questi ci sono anch’io) molto probabilmente ricorderanno i versi di questa canzone scritta da un paroliere burlone mettendo i versi in bocca ad un soldato negro americano che non aveva trovato l’America in Italia e voleva ritornare al Congo. Alberto Omobono aveva ottenuto la qualifica di fattore come suo padre Aurelio che per quarant’anni era stato il fac‐totum della famiglia Latini i cui componenti erano i padroni di molti terreni nelle frazioni della città marchigiana di Cingoli in provincia di Macerata. La loro residenza era a Santa Anastasia in una lussuosa villa a cinque piani circondata da un gran parco con prato all’inglese e di alberi di alto fusto dove vivevano in libertà molte specie di uccelli. A pian terreno garage e locale attrezzi, primo piano cucina, sala mensa e salone attrezzato con apparecchiatura moderna di televisori ed apparecchio per la riproduzione di CD, primo piano di competenza del padrone di tutto Brunetto Latini che non aveva in comune col personaggio dantesco se non il nome. Altri tre piani abitati dalle tre figlie del padrone: Adelaide, Agnese ed Agata. Alberto era pari età delle tre sorelle, da piccoli si incontravano ma dalle tre ragazze veniva trattato come un ‘servo della gleba’ di antica memoria romana. Adelaide, Agnese ed Agata aveva superato la licenza liceale in un istituto scolastico della vicina Jesi ma non si erano volute iscriversi all’Università come da desiderio paterno, si erano date alla bella vita con i rispettivi fidanzati cingolani Alessandro (Ale), Raffaele (Fefè) e d Ettore (Tore). Le ragazze erano riuscite a convincere il padre a regalare loro una Fiat 1900 (Brunetto da buon patriota si era rifiutato di acquistare un’auto straniera come invece avevano fatto i genitori dei loro fidanzati con una lussuosa Jaguar. Le ragazze ormai sfrenate di notte frequentavano locali notturni di Ancona e talvolta si spingevano sino a Roma al Golden Gate decisamente costoso. Ma la provvida ventura pensò bene di punirle della loro boria, papà Brunetto pensando ancora di essere giovane si era arrampicato su un albero di fichi per raccogliere i frutti più maturi, male gliene incolse, mise un piede in fallo e cadde rovinosamente in terra battendo il capo su una pietra, morte istantanea. Le tre sorelle al funerale si presentarono in gramaglie ma dentro di loro erano arcicontente, finalmente potevano fruire delle ricchezze paterne! Hermes protettore sin dall’infanzia di Alberto aiutò il suo protetto in maniera totale, era riuscito a farlo diventare il padrone assoluto dei terreni di Brunetto Latini con dei complicati escamotage sia finanziari che fiscali. Alla lettura del testamento scene da film giallo. Il buon Brunetto (buono si fa per dire) dichiarava di essere nullatenente in quanto tutti i suoi beni erano stati acquistati con sterline inglesi dal suo fattore Aurelio e quindi alle figlie lasciava solo la sua benedizione! Dopo l’incredulità nelle ragazze prevalse il senso pratico, erano nullatenenti ma per fortuna i loro fidanzati erano ricchi. La notizia della morte del commendatore Latini ben presto si diffuse in tutta la piccola comunità e nei comuni più vicini fra cui Cingoli. Alla telefonata di Adelaide rispose Alessandro il suo boy friend che fu piuttosto freddo con una frase che la gelò: “Non vorrei essere al vostro poto.” Adelaide ricordò un detto paterno: “Ricordati che i ricchi amano solo i ricchi” Ne ebbe la prova quando consultò due avvocati per impugnare il testamento, niente da fare la legge era a favore di Aurelio. Le tre sorelle allora si rivolsero ad Alberto: “Caro siamo cresciuti insieme ed insieme penso dovremo affrontare la tragica morte di nostro padre, ci sarai una mano d’aiuto?” “Certamente, sarà un aiuto reciproco: voi seguiterete ad abitare nei vostri alloggi che terrete in ordine personalmente, resteranno sia il giardiniere che le cuoca e la donna di servizio, voi darete un aiuto alla cuoca che sarà oberata di lavoro per l’aggiunta di me e di mio padre, voi a turno laverete i patti e poi vorrei che assecondaste un sogno che avevo sin da adolescente, avere dei rapporti intimi con voi, spero che io sia di vostro gradimento, lo spero proprio!” Adelaide riferì alle sorelle il contenuto del suo colloquio con Alberto, praticamente erano diventate un ‘giocattolo’ nelle sue mani, non c’era soluzione, i loro amici cingolani erano spariti…o bere o affogare. Dire che la vita di Adelaide, Agnese ed Agata era cambiata era un eufemismo, Adelaide cercò di addolcire l’amaro calice con una proposta: “Caro Alberto (caro un cazzo!) che ne dici se andiamo a Roma al locale notturno ‘Il Vizietto’ dove siamo conosciute, una serata diversa con tanta bella gente!” Approvato, Adelaide sapeva di dover essere la prima a sacrificarsi con Alberto, in mancanza di Ale ormai sparito dalla sua vita… Alberto aveva ordinato per sé una Jaguar X type, l’aveva localizzata sulla rivista ‘Quattroruote’ di cui era abbonato da tempo, finalmente un suo sogno si era tradotto in realtà. Altro sogno avverato l’assunzione da parte di suo padre di un fattore che lo sostituisse nelle sue precedenti mansioni, insomma si era realizzato il contenuto della canzone: ‘Bongo, bongo, bongo stare bene solo al Congo non mi muovo no no, bingo, bango, bongo io non vengo, io rimango qui, no bono scarpe strette, saponette, treni e tassì, ma con questa sveglia al collo star bene qui ma gnente lavorare questo si padrone, si padrone si, si si.” Alberto l’aveva cantata alla presenza delle tre sorelle, se voleva avere dei rapporti soddisfacenti con loro doveva allentare le misure draconiane che aveva imposto loro. Prima di tutto niente lavatura dei piatti, la donna di servizio aveva ripreso a pulire le stanze delle ragazze, l’atmosfera era sensibilmente migliorata tanto che una notte, sua sponte si era presentata in camera sua una profumata Adelaide in camicia da notte ‘sotto il vestito niente’ come da celebre film, faceva la sua bella figura. Alberto si precipitò in bagno e riemerse dopo un veloce bidet con ciccio in armi. Dopo l’immissio penis immediata: “Non preoccuparti, vai facile prendo la pillola da quando andavo con quel maleducato di Ale, era pure bisessuale, tu sei molto meglio, andremo d’accordo, non sono gelosa anche se andrai, come penso, con le mie sorelle. La loro storia andò avanti per una settimana poi Adelaide su sostituita da una timida Agnese che rimpiangeva il suo Fefè di cui si era innamorata. Alberto comprese il suo stato d’animo e: “Se non te la senti non sei obbligata, odio la violenza anche in campo sessuale. Agnese ammirò il discorso di Alberto era un gentiluomo, il gentiluomo le concesse un cunnilingus prolungato che la portò ad un doppio orgasmo provato per la prima volta in vita sua, poi fu volta di una ‘patatina’ bagnatissima, il ritrovamento da parte di Alberto del suo punto G la portò all’empireo sessuale, rimase senza forze sino al mattino, si era addormentata nel letto di Alberto. Agata fu una sorpresa,aveva un clitoride molto sviluppato e soprattutto molto sensibile, orgasmi a non finire e poi la demoiselle si girò di spalle, un chiaro invito ad entrare nel suo popò vogliosissimo e disponibile. Dopo tante ’fatiche’Alberto era al limite, una tregua di quindici giorni che servirono per andare a Roma al night club ‘Il Vizietto’ con la Fiat 1900 delle ragazze, la sua Jaguar non gli era ancora stata consegnata. Dinanzi alla porta d’ingresso illuminata da neon di vari colori un colorato personaggio: “Carissime quanto tempo, che bel giovanotto che avete con voi, entrate.” “Era Francesco detto Checco, ha un debole per noi, aveva parlato Adelaide che fu smentita da Agnese: “Ti credo con le mance che sì è beccato in passato!” Dopo un lungo corridoio un grande salone con tavoli sparsi intorno, al centro chi voleva poteva ballare, solo lenti, qualche coppia spariva per rientrare dopo circa un’ora…Alberto con le tre sorelle si sedette ad un tavolo in fondo alla sala. Le giovin signorine erano conosciute infatti ben presto si presentò un giovane il quale: “Col suo permesso vorrei…” e indicò Adelaide. “A coso, permesso accordato.” “Abbiamo un capitolino, che bello…” “Adelaide me sa che …lassamo perde, gettati nel turbinio della danza, più de là non vai!” “Io vado dove voglio!” Alberto perse la pazienza e fece segno al giovanotto o giovanotta di smammare con Adelaide a braccetto. Altro pretendente al ballo, s’inchinò dinanzi ad Agata e volentieri si fece prendere per la vita…questo non era loffio. Per ultimo un ragazzone grande e grosso ma timido, non parlò ma fece segno ad Alberto di gradire un ballo con Agnese ultima rimasta. Alberto capì che per la serata sarebbe rimasto solo al tavolo e sbuffò con: “Vai col timidone.” “Non sono timidone solo riservato!” “Vai con chi di pare, io vado al bar.” Finalmente una bella notizia per il ‘capitolino, al bancone una bella ragazza capelli castani lunghi sino alla vita, viso da bambola ma seria, molto probabilmente aveva i suoi problemi. “Mademoiselle je voudrais un soda Campari si vous en avez.” La barista senza profferir verbo riempì un bicchiere col liquido del Campari e andò a servire altri clienti. Sbirciando oltre il bancone Alberto poté ammirare un corpo longilineo piacevole, niente minigonna, camicetta chiusa al collo, forse una puritana mah, non sembrava in linea col locale. Al ritorno dinanzi ad Alberto per togliere il bicchiere vuoto il signorino: “J’amerais un autre.” “Può parlare benissimo la sua lingua, io sono parigina, senza offesa il suo francese è penoso!” “Alla faccia della ‘senza offesa’ sono offesissimo, vorrei una riparazione da parte sua!” “Lei è un furbacchione, come riparazione le posso solo offrire un alto Campari soda gratis, non speri in quello che pensava!” “Sei una mentalista, hai indovinato un mio desiderio, ti chiedo scusa, niente volgarità da parte mia.” Sono Giséle, talvolta esagero ma ho visto che sei entrato in compagnia di tre belle ragazze…” “Me le hanno soffiate, mi piacciono le francesi con la loro erre moscia…” La barista era di nuovo andata a servire altri clienti ma al ritorno: “Ho acquistato un sorriso per te, non sei il solito lumacone almeno lo spero, qui dentro di veri uomini…” “Un’idea che spero tu condivida, ho ordinato una nuova macchina, una Jaguar X type, non appena me la consegneranno vorrei che le facessi da madrina come per le navi.” “Ci penserò.” “Questo è il mio biglietto da visita, gradirei vederti al più presto, quelle che sono in mia compagnia sono solo…insomma già dal primo momento…” Alberto prese a ridere rumorosamente, molti si girarono, Giséle era un punto interrogativo. “Quello che mi ha fatto ridere era la frase da me pronunziata: ‘già dal primo momento’ era una espressione standard che si usava nell’ottocento per dichiarare un proprio amore ad una ragazza.” “Hai l’innamoramento facile, io no!” Giséle aveva messo un muro fra di loro, forse il pensiero di una relazione finita male. Nel frattempo una novità in casa Omobono, Aurelio, stanco della vedovanza aveva intrapreso una relazione con una vedova quarantenne piuttosto attraente e soprattutto in gamba, era insegnante di lingue in un liceo romano, andarono a convivere, presto le nozze.
Alberto non ci sperava ormai più, seguitava ad avere rapporti sempre più saltuari con le tre sorelle che a loro volta…svicolavano e così quando sul telefonino sentì un ‘pronto’ con la erre francese ebbe un brivido, fece il furbacchione: “Gentile signorina non ricordo di conoscere una ragazza francese come lei mi sembra…” “Ecco ricominci a fare il buffone, se t’è arrivata la Jaguar vienimi a prendere, ne ho abbastanza del locale dove lavoro. “Bien sure mademoiselle, il tempo di volare con la mia ‘freccia d’argento’ che fa i duecentoventi chilometri all’ora.” “Vai piano, ti vorrei tutto intero.” Alberto non le diede retta, in mezz’ora era dinanzi al locale dove trovò Giséle con due valige in terra. Sistemati i bagagli Alberto: “Non pensi che merito una ricompensa?” “Ti preparerò una omelette con prosciutto e formaggio, la mia specialità.” “La solita presa per i fondelli ma io non mollo.” “Neanche io, me la fai guidare?” “Solo se mi baci.” “È un ricatto, va bene.” La bocca della francesina sapeva di cioccolata, favolosa. Giséle si staccò: “Mi hai tolto il fiato, fatti da parte, si parte.” Una sgommata e poi seguendo le indicazioni del navigatore satellitare in un’ora e mezza in villa. Tutti i presenti, servitù compresa fecero festa alla bella francesina, che non riuscì in cucina a preparare il suo piatto preferito, era ancora un’ospite. Dopo il pranzo loro due nel salone, le altre persone erano sparite per lasciarli soli. “Cara, in villa è rimasta la camera da letto matrimoniale di mio padre…” “Non c’è problema, io ho la camicia da notte corrazzata!” “Io la penso come Calandrino che affermava che la donne debbono essere picchiate una volta alla settimana mentre Buffalmacco era del parere di ogni quindici giorni! “ “Io non conosco questi due signori ma ricordo un corso di Judo da me frequentato, sono cintura nera secondo dan!” “Andrò in giardino a far compagnia ai pappagalli, dicono tante parolacce ma almeno sono simpatici… Dopo cena: “Cara molto probabilmente il tuo comportamento nei confronti dei maschietti è dovuto a qualche tua cattiva esperienza, che ne dici di un viaggio in Jaguar sino a Parigi?” Silenzio riflessivo da parte della francesina. “Preferisco Nizza sulla costa azzurra, di Parigi ho cattivi ricordi.” Dopo due giorni partenza, era marzo e Nizza era meno frequentata rispetto all’estate, l’albergo Negresco già dll’esterno dimostrava il suo stile di eccellenza. Fermata la Jaguar all’ingresso si appalesarono un ragazzo al quale Alberto lanciò le chiavi della macchina e due facchini che presero le valige dal bagagliaio. Il concierge: “Benvenuti signori, la vostra camera è la 223 al secondo piano, siete fortunati perché domani 8 aprile festeggiamo la donna con manifestazioni e giochi. Per la vostra sicurezza non c’è problema, abbiamo una video sorveglianza.” “Spero non in camera” celiò Alberto. “Signore non ci permetteremo mai anche se…nulla, buona permanenza.” Giséle era rimasta impressionata dalla sontuosità degli interni dell’albergo, tutto di lusso e di classe, anche la frase del portiere: “Che voleva dire il concierge con quel ‘anche se’” “Molto probabilmente si riferiva a coppie particolari che preferivano…a noi non interessa, ti voglio nuda nuda e tutta mia.” “La tua è una fissazione, non ti sei accorto…” “Mi vai bene anche tutta vestita, per distrarci andiamo alla grande tombola organizzata in occasione della festa della donna.” “Giséle fu fortunata, infilò il terno ed un premio di cinquecento franchi. Felice come una bambina abbracciò Alberto il cui ‘ciccio’ alzò la cresta con un rimprovero da arte di Alberto: “A cuccia non c’è trippa pè gatti.” “Non vedo gatti, stai sognando. Era lui che sognava non io, l’ha rimproverato. Finalmente Giséle comprese la battuta e si mise a ridere ma lo cosa finì lì, niente trippa. In camera la parigina svelò il perché della sua tristezza: era fidanzata col figlio di un importante industriale tessile, in casa del giovane tutti volevano un bambino da parte di lei per continuare la loro dinastia industriale. Il giudizio di una ginecologo: Giséle era sterile per un difetto dentro l’utero materno, nemmeno un’operazione avrebbe migliorato la situazione. Il fidanzato anche dietro sollecitazione dei genitori sparì dalla circolazione e Giséle prese un treno per l’Italia, durante il viaggio verso Roma conobbe il direttore de’ ‘Il Vizietto’ che l’aveva ingaggiata come bar woman, quello che più aveva rattristato Giséle era stato il fatto di essere stata considerata come una ‘fattrice’ smile ad una vacca, l’amore per la famiglia del fidanzato non aveva alcun valore. “Sono sincero se ti dico che sono felice che tu non possa avere figli, i bambini sono rompiballe, da piccoli giorno e notte da più grandi forieri di guai ed ora a noi.” Alberto prese a baciare le orecchie ella ragazza: “Ti faccio due orecchini al lobo, poi il nasino, che bello mordicchiarlo e le tette, hai un capellolo delizioso quello di sinistra senza dimenticare quello di destra, la foresta nera …mi ha lasciato dei peli fra i denti…” “La finisci di fare la cronaca, mi sento presa in giro. “ Giséle aveva preso a piangere, si era coperta il viso con l’avambraccio, sicuramente un ricordo spiacevole del vecchio fidanzato. Alberto l’abbracciò, anche ‘ciccio’ capì che non era il momento andare alla ‘pugna’ e si ritirò nella cuccia. Alberto si addormentò ma non la francesina che ad un certo punto: ”Tu t’es endormie sur ma chatte, honte!” A quelle parole sia Alberto che ‘ciccio’ si erano vergognati che figura ma ‘ciccio’ si riprese subito diventando un pino grande, grosso e vogliosissimo infilandosi nella chatte sino al collo dell’utero, Giséle finalmente dopo tanto tempo ebbe un orgasmo lungo e prolungato, riprese a piangere. “E la Madonna, mai fatto una scopata con piagnisteo, se te lo metto nel culo…” “Sei volgare, mai fatto in vita mia!” “Sarò delicato, ho portato con me della vasellina…” “Organizzato lo zozzone!” ma dopo quell’espressione Giséle si girò di spalle, voleva concedere qualcosa di unico a quello che stava diventando il suo amore. Alberto decise la fine della vacanza, fatti i conti risultava un po’ troppo costosa. Durante il viaggio di ritorno, alla guida della Jaguar Gisèle che ad un certo punto venne fuori con una frase sibillina: “Si ma non abituartici!” Forse si riferiva al suo popò anzi non forse…