Malerba, tutto il mio folle amore.

Questa storia dei biglietti sul parabrezza della macchina è durata qualche anno.
Ogni mattina ne trovavo uno incastrato fra i tergicristalli.
Ricordo bene il primo che ho letto.
Faceva freddissimo, pestavo il gelo battendo i piedi per terra, cercando di infuocarmi.
Quando c’è molto freddo la vista mi si appanna, più o meno tutto si riduce a cose sbavate le une sulle altre, ma quella macchietta bianca sul grigio del vetro la vedevo bene.
Un foglio a righe piegato in quattro, per nulla rovinato dalle intemperie della notte e ancora tiepido di tocco.
Mi sono guardata intorno per cercare, tra gli sguardi sfuggenti, un paio d’occhi meno schivi, ma quel via vai appariva ancora come del colore a olio trascinato in qua e in là con un dito.
Non mi era mai successo qualcosa del genere, non sapevo cosa provare.
L’ho preso come una vergogna e l’ho infilato in tasca.
Ho iniziato a guidare seguendo il tragitto dei gatti quando si smarriscono, in cerchi sempre più grandi. Prima o poi avrei trovato il posto giusto per fermarmi e leggere. Un luogo abbastanza isolato, abbastanza vuoto per dare uno sfondo speciale a quel primo incontro.
E così sono finita nel parcheggio di un supermercato.
La gente andava e veniva, ma pensava alla sua pasta, ai suoi surgelati, non certo a me.
La scritta sul biglietto era a matita, una riga tutta sbieca che ignorava quelle stampate.
Diceva “Parlami ancora, per favore”.
Forse riconoscevo la calligrafia, ma non mi importava.
Ero abbastanza grande per non dare peso a buffonate del genere. A chi avrei dovuto parlare se non c'era scritto nemmeno un nome? Nemmeno un numero di telefono?
Lo buttai sul sedile del passeggero e lasciai il parcheggio dopo un altro po' di respiri.
Quello di cui non mi ero accorta è che, buttandolo lì, elessi il biglietto a mio compagno di viaggio.

Qualche giorno dopo mi ero quasi dimenticata di quel messaggio indecifrabile, ma la scena che mi si presentò una volta giunta alla macchina fu la stessa.
Un foglietto a righe, gli occhi appannati, io che sbuffo, lo nascondo e raggiungo il parcheggio del supermercato.
Come se le cose fossero iniziate lì e lì dovessero continuare.
Come se fosse una biblioteca. Un'aula studio.
Il biglietto stavolta diceva “Ti ricordi quando non vedevi l'ora di dormire con me?”.
Un ex, un cretino, uno stupido che si annoiava.
D'altronde anche io, tra le mie relazioni, non annovero lumi di scienza. Una cosa così pittoresca e banalmente fuori tempo potevo aspettarmela.
Non persi più di due minuti a pensare a quale tra gli schizzati con i quali avevo dormito poteva essere stato. Continuai la mia giornata come sempre, solamente un pochino infastidita.
Andai al lavoro infastidita.
Parlai del più e del meno infastidita.
Cenai con un senso di freddo fastidioso, che se ne andò una volta raggiunta la confortante isola del divano.

Passavano al massimo 4 giorni tra un biglietto e l'altro, e le frasi seguivano una loro costante crescita di intensità.
“In nome di tutti i momenti che abbiamo vissuto, parlami ancora.”
“Chi ti sfiora le labbra? Chi ti consola?”
“Dimmi cosa sei o non sei.”
“Quello che mi mantiene in vita adesso, è sapere che questo foglio lo toccherai anche tu. Per il resto, io possa esser dannato.”

Quello che invece stupì me, era constatare con quale facilità io rimuovessi dai pensieri queste dichiarazioni.
Ma fu quando, tempo dopo, mi trovai tra le mani l'ennesimo biglietto talmente impregnato di lacrime da aver cancellato la scritta, precisamente quando appallottolai anche quello, che cominciai a pensare che il problema fosse mio.
Da qualche parte c'era sicuramente qualcuno che anche ora si stava impegnando, spremendosi le meningi, per scrivere qualcosa che mi colpisse, che mi facesse capitare innanzi a lui dicendo “Ricominciamo una storia”.
E invece leggevo lo struggimento infinito come se leggessi la composizione chimica del detersivo.
Più biglietti avevo, più sentivo di aver perso qualcosa.

Per la prima volta, dopo settimane, dopo mesi, iniziai a pensare a quello che stava succedendo.
A quello che mi stava succedendo.
Le notti spesso le passavo a occhi sbarrati, guardando il soffitto e non vedendoci niente.
Allo specchio c'era solamente il mio riflesso, nient'altro. Niente voli di fantasia. Ero semplicemente io, lì, a guardarmi allo specchio.
Qualche anno fa non ero così. Tutto era una miccia che mi infuocava il cervello. Tutto aveva il potere di terrorizzarmi, di farmi felice, di cambiare completamente la mia giornata, le mie opinioni. Anche con gli occhi chiusi vedevo tutto in movimento.
Non saprei ricostruire il percorso di eventi che mi ha portato, ora, a essere solo espressione figurativa di quello che faccio.
Io che passeggio.
Io che mangio.
Io che lascio perdere.

E così, come anni fa in una situazione come questa mi sarei buttata a capofitto, ora ci misi parecchio per decidermi a scoprire chi scrivesse le frasi.
Quanto meno per dirgli di smetterla e di rifarsi una vita.
Parole come queste sicuramente l'avrebbero fatto desistere.

Dato che, quando trovavo i biglietti, erano evidentemente stati messi poco prima che io arrivassi, una mattina uscii di casa un'ora prima.
C'era ancora buio e c'era freddo, freddissimo.
Tenere chiuse le palpebre sembrava rendermi immune da quel difetto che mi avrebbe reso impossibile riconoscere chiunque, anche me stessa, appannandomi la vista.
Il parabrezza dell'auto era ancora nudo, e io trovai nascondiglio dietro un albero a qualche metro di distanza.
Con l'inizio del primo via vai, spalancai gli occhi per riconoscere qualcuno tra i cappotti che sembravano volare nella foschia, ma questo mio gesto incauto presto li trasformò nella solita macchia d'olio dai colori indistinti.
La folla si univa ai cespugli, ai corredi esterni dei negozi, si mischiava perfettamente e sembrava distaccarsene come fluido colorato in una lampada lava.
Mi strofinavo gli occhi, ma non cambiava nulla.
Le mie mani erano diventate senza contorni.
Mi sporsi di pochi passi, giusto per non rendere vano il mio appostamento, giusto per identificare meglio le macchie scure che sembravano soffermarsi vicino alla mia auto.
Tutti mi sembravano tutti.
Riconobbi il mio ex delle superiori, un tizio conosciuto in rete, mia madre e una sbavatura incredibilmente somigliante a un mio professore. Perlomeno quando era ancora in vita.
E mentre mi guardavo le scarpe per cercare di dare una forma precisa a qualcosa che conoscevo, comparvero di fronte a me due macchie rosa.
Senza contorni, senza essere segnati dai percorsi scuri dei lacci. Due piedi nudi sull'erba.
Salendo a guardare, notai l'inizio di due fini tronchi rosa come gambe svestite, con questo freddo.
Solo sopra le ginocchia compariva il bordo di una vestaglia leggerissima, chiara e sporca di macchie colorate e macchie di lerciume, come se ogni evento del tempo l'avesse usata come tela.
Salendo a guardare, forse il calore della sua vicinanza iniziò a schiarirmi gli occhi.
Si stringeva le braccia tra le mani con un abbraccio scomposto, frenetico. Artefatto, drammatico, vero, studiato e necessario.
E finalmente il collo.
E finalmente il viso.
E finalmente i miei capelli giovani mangiati.
E finalmente i miei occhi sporchi di mascara.
La vista mi si rischiarò talmente tanto che riconobbi perfino la mia polvere.

Quello che sentii fu una vampa. Avvolgente, dura, caldissima. Entrava dagli occhi e occupava tutti gli organi. La parte più interna di tutti i miei organi.
E la miccia era davanti a me.
Lei tremava come di desiderio esaudito.
Si fece più vicino, mi toccò il petto con il suo petto, mi offrì il collo per sentire il suo odore.
Il senso che ha più memoria è l'olfatto, puoi ricordarti qualunque cosa sentendo un profumo.
E io, annusandola, venni invasa dal puzzo di erba, di fieno, di terra, di stantio. Ma sotto di quelli, c'era il profumo che mettevo io anni fa.
Non feci in tempo a dirle qualcosa, a farmi dire qualcosa, che la vidi allontanarsi, donandomi la sua schiena nuda e magra.
Come cagna abbandonata che desidera ritrovare il suo amato traditore e, una volta incontrato, tutto d'un tratto si ricorda del male subito e lo rifugge.
Così lei.
E io impietrita, fissata al terreno da una colpa pesante, non seppi far altro che sentire l'aria cambiare intorno a me.
Avete presente quando pensate alle sere d'estate? Quelle di quando eravate adolescenti, il momento esatto in cui arrivavate nei pressi del lungomare, con uno svolazzare di vestiti a fiori, un vociare contento, l'aria che vi pizzicava la pelle come a trascinarvi, a invitarvi al gioco?
Così erano le sensazioni che provavo adesso, dopo quel faccia a faccia.
Così erano le sensazioni che mi dava l'aria, quando mezz'ora fa era solo aria.
Questo, più la consapevolezza di averci rinunciato per anni. Di non aver mai voluto respirare abbastanza.

Non si capisce quanto è vuota una stanza finché non ne senti l'eco, e il primo “Torna indietro” che cercai di dirle mi rimbombò dentro, dalla parete interna del petto alla parete interna del ginocchio, senza trovare alcun ostacolo. Un guscio vuoto.
Cercando di andare verso di lei mi accorsi di quanto pesanti si erano fatti i miei passi, probabilmente uguali a ieri, uguali all'altro ieri, ma avevo zittito anche il loro bisogno, facendoli diventare muti servi.
Appoggiando la mano al muro di un edificio lì vicino, non diverso da mille altri muri sui quali ho appoggiato le mani, notai la ruvidezza, le piccole imperfezioni pazienti che hanno tutti i mattoni.
Provai una certa nostalgia per tutto quello che non avevo degnato di uno sguardo. Per tutto quello che non avevo ritenuto abbastanza nobile da essere descritto.
Delle geometrie che crea la luce del sole sui muri bianchi all'alba, del tipo speciale di giallo che sceglie, me ne accorsi quando mi trovai a cercarla tra i vicoli.
Fossi riuscita a vederla di nuovo, fossi riuscita ad averla davanti agli occhi, avrei avuto la conferma di quello che già stavo pensando.
Le sue forme, le più grandi e le più piccole, dalle clavicole allo spessore dei nei, sarebbero andati a colmare perfettamente i miei spazi vuoti.
Era me, ero io.
Ero io, cristallizzata nell'età in cui mi rinnegai.

Avesse fatto più male soffocarne le poesie, avesse fatto più male non guardare i suoi quadri fino a farne sbiadire il colore, rendere vani i suoi sforzi, non l'avrei fatto.
Avesse fatto più rumore saperla abbandonata per strada, con lo scopo di cercare un foglio di carta su cui scrivermi per continuare a sopravvivere, giuro, non sarei stata così crudele.
Invece la capacità che iniziai ad allenare con incomprensibile ossessione, fu quella di lasciare andare via le parole piuttosto che diventarne complice.
Questione di comodità, di rabbia, ma ora, con la scia di polvere lasciata dai suoi capelli, dai suoi vestiti, era lei a soffocare me.

Ho camminato forse per ore, percorrendo le strade più strette che mi venivano offerte, guardando in alto i balconi scuri di inquilini dirimpettai, immaginando che forse, durante un terremoto, sarebbero riusciti a toccarsi. Ho memorizzato l'angolo di curvatura della schiena di un levriero che ho incrociato, la modalità di trotto più adatta che calcolava per stare sempre al passo con il suo proprietario. Di come le pozzanghere portassero il cielo e le nuvole per terra, di come le persone sole a volte sembrino quelle più in compagnia.
Di tutto questo non vedevo l'ora di raccontarle.
D'un tratto mi trovai contenta di non averla trovata, cercandola.
Volevo, anzi dovevo, andare a casa e scriverle.
Non è cosa per noi il dialogo.
Non sono brava con i discorsi e nemmeno lei; le voci fanno troppo rumore.

Ho fatto le scale a due a due, ho spalancato il portone come se avessi rotto con un pugno il mio stesso guscio.
Raggiunta la scrivania ero come arrivata in cima a una montagna.
In pochi istanti, con le dita prese da un afflato di vita propria, ho annerito i fogli di righe colme di momenti persi, cesellati. Non è che ci stessi a pensare, non è che prendessi fiato, ero solo in balìa della corrente.
E fu quando tutti i sensi dimenticarono il loro compito per dedicarsi alla scrittura, fu quando la vista non vide altro che prosa, che ho sentito chiaramente lei, lei, lei, lei dietro di me.
Lei che mi aveva seguito mentre io la seguivo.
Lei che ora si stava chinando a raccogliere i miei scritti, man mano che i fogli erano saturati, passandoseli sulla pelle, sulle braccia, sul collo, per pulirsi dallo strato di polvere che la inspessiva, sotto cui l'avevo condannata.
Fu quando fu completamente levigata che riuscì a rientrare in me, ritornata della grandezza esatta per combaciare con ogni mio confine.
Nessun organo rimbombava, nessun capillare rimase vuoto. Non ci fu nessuna eco.
Da nessuna parte passava più un millimetro di distrazione.

Mille volte mi chiederò scusa.

Mille volte ti ringrazierò di non avermi buttata come ho fatto io con me.