Sangue

Intorno a me una luce bianca, pallida, sfocata. Chi sono, dove mi trovo, cos’è successo? Lentamente riprendo conoscenza: un sapore ferroso in bocca quasi mi soffoca. “Dannazione, è sangue!” Cerco di alzarmi, ma non riesco nemmeno a mettermi a quattro zampe: sputo e mentre la mia vista inizia appena a schiarirsi vedo un grumo di un rosso cupo sulle piastrelle verdi del pavimento. Provo nuovamente a puntellarmi sulle mani e a fare forza, mi sollevo appena, non ce la faccio, sono troppo debole. Muovo la testa a destra e a sinistra, apro e chiudo gli occhi più volte, “Sveglia!” mi dico, cerco di schiarire la mente e lentamente intorno a me si fanno nitidi i contorni di un bagno. Arranco, strisciando, in una specie di buffa imitazione di un soldato in trincea e dopo pochi secondi che sembrano un’eternità, arrivo vicino ad uno specchio a figura intera, mi guardo, vedo un me stesso che a stento riconosco, un occhio pesto, un taglio sulla fronte da cui scorre un rivolo di sangue, gli occhiali rotti ma ancora inforcati sul naso. Un dolore acuto a ossa e muscoli mi aiuta a tornare completamente alla realtà: mi sembra di essere stati travolto da un tir! Un momento, ma, adesso che ci penso, questa non è casa mia! Ok, niente panico, va beh un po’ di panico sì, ma non troppo, ragioniamo: non è un cesso pubblico, sembra proprio il bagno di un appartamento e anche ben pulito e in ordine, va beh, a parte le macchie di sangue sul pavimento, già, le MIE macchie di sangue. Finalmente riesco ad alzarmi in piedi, non mi sembra di avere nulla di rotto anche se il mio corpo urla in turco, cinese e russo antico; a parte il taglio sulla fronte non ho altre ferite: prendo un asciugamano e lo pulisco con un po’ d’acqua. E adesso? Metto un passo davanti all’altro e mi muovo incerto e dolorante. Arrivo alla porta e la apro, davanti a me un corridoio buio e silenzioso. Un’antica pendola a muro batte tre rintocchi che riecheggiano sinistri in questo nulla sconosciuto. Ok sono le 3 di notte e mi trovo in una casa ferito e confuso. Cerco a tentoni un interruttore, accendo la luce e vedo davanti a me una scena quasi surreale: sembra tutto sottosopra: ante dei mobili spalancate, cassetti rovistati, libri e vestiti per terra, vetri rotti, cocci ovunque. Forse dovrei chiamare la polizia! Aspetta! E se fossi io l’artefice di tutto questo? Sento il mio respiro accelerare, un brivido freddo mi percorre la schiena. No calma, una cosa alla volta!
Chi sono? Cosa sto facendo qui? Non mi sembra di poter essere un ladro.
In tasca trovo il mio portafoglio, dentro due banconote da cinquanta euro e un paio di biglietti da visita: sopra c’è un nome Alfredo Rossi. Questo dovrei essere io, il nome mi è decisamente familiare, e cosa faccio di professione, leggiamo un po’ ah si… Commercialista, Studio Rossi & Soci. Suona bene… Studio Rossi & Soci, si si suona proprio bene., ho uno studio tutto mio quindi… bene… Sì! Dà proprio l’idea di soldi e fama, ma allora devo essere ricco! Il filo dei miei pensieri viene interrotto da un rumore proveniente dall’esterno. Maledizione meglio nascondersi! Ho poco tempo e l’unico riparo che vedo è un grosso divano a tre posti, dovrà bastare. Nella foga di questi attimi veloci non faccio caso alla pozza rosso scuro che macchia la moquette, ma non posso ignorare il cadavere della donna dietro il divano. Oh cazzo! Mi accuccio lo stesso, la ragazza morta a pochi centimetri dal mio corpo, le mie mani che affondano nel suo sangue ancora caldo. La porta si spalanca e una voce gutturale urla: “Vieni fuori stronzo!” Non so perché, ma la mia mente traduce la frase così: “Vieni fuori stronzo che ti ammazzo!” Lo sconosciuto incalza: “Lo so che ci sei, stronzo, ho visto la luce accendersi, vieni fuori se no vengo a prenderti io.” Vorrei essere l’ispettore Callaghan, estrarre dalla cintura la 44 Magnum e piantargli un colpo dritto in fronte… BANG stecchito… ma non sono l’ispettore Callaghan, non sono armato e me la sto facendo sotto. I passi si avvicinano rapidi, rimbombano sul pavimento, tuc‐tuc‐tuc‐tuc, la mia mente si muove quasi al rallentatore, il panico e la paura mi stringono in una morsa paralizzante, guardo le mie mani, sono sporche di sangue, istintivamente cerco di pulirmi sui vestiti, la mia camicia bianca diventa rossa, rosso, sangue, colori cupi, immagini strane, sfocate, la vista che si appanna, il cuore che batte, batte, batte più forte della pendola, tu‐tum, tu‐tum, tu‐tum e poi accelera, accelera, accelera, tum‐tum‐tum‐tum‐tum, sudo freddo, tum‐tum‐tum‐tum‐tum, le mie mani sempre più rosse di sangue, tum‐tum‐tum‐tum‐tum, il cuore che batte come un martello pneumatico quasi volesse sfondare il mio petto, tum‐tum‐tum‐tum‐tum, non voglio morire, ho paura, paura del sangue, della morte. È qui, ha già il colpo in canna, è qui per me, è la fine.
“Nooooooooooooooooo” urlo, muscoli e ossa sono come di gelatina molle, tutto il mio corpo crolla sul pavimento. Buio.


“Guarda Carla, quello stronzo del Rossi se l’è fatta sotto, che cagasotto!” “Se l’è proprio meritato…” Carla si alza da terra, il vestito, il volto e i capelli imbrattati di sangue… “C’è cascato in pieno. Così impara a licenziarmi”, replica l’uomo. “Dai scatta qualche foto e mandiamola alla moglie e ai colleghi, dovrà dare diverse spiegazioni quando le vedranno” “E ora andiamo, Parigi e una nuova vita ci aspettano…”