username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 20 nov 2009

Stefano Bergamasco

19 giugno 1983, Venezia
Segni particolari: Nel Comitato dei Lettori dal 2012.
Mi descrivo così: Leggo molto diversificando i generi. Adoro la musica, la saggezza orientale, i fumetti e spero un giorno di pubblicare un mio libro. Sono un cameriere. Accetto volentieri richieste d'amicizia su Fb.
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
elementi per pagina
  • 12 novembre 2015 alle ore 23:26
    L'arte della tela del ragno

    Il furbo ragno
    dispone le tele
    su vecchi cancelli,
    tra le dita di un albero
    o arrampicate
    ad un lampione acceso.
     
    Incuriositi,
    da tutti questi intrecci,
    la notte
    il soffio freddo d'inverno
    e la nebbia,
    le sfiorano.
    Per poco tempo
    e per pochi sguardi
    le trasformano
    in un rosoni di diamanti.

     
  • 26 giugno 2014 alle ore 12:03
    Maschera

    Molto abile il gioco tuo,
    mi sorridi e m'abbracci
    uno sfioramento innocuo,
    stuzzichi e pretendi baci,
    ma puoi fare di meglio,
    sfrutta la tua maschera migliore
    non sono certo un tipo sveglio,
    tanto abbandonerai il mio cuore
    non appena volterai l'angolo
    io che mi credevo un idolo.

     
  • 20 aprile 2014 alle ore 5:02
    Bussare alla porta del cuore

    Partito dal nulla,
    Avvolto di mistero
    Hai bussato alle porte
    Della triste città.
    Hai accompagnato le stelle,
    Assaporato il sorgere del sole
    Hai bussato a tutte le porte
    Ma in pochi stanotte
    Han aperto all'amore.

     
  • 02 dicembre 2013 alle ore 2:10
    Ho un po'...

    Ho un po' di problemi,
    alcuni son sciocchi
    altri son seri.
     
    Ho un po' di pensieri,
    alcuni son dubbi leggeri
    altri son pesanti fardelli.
     
    Ho un po' di paranoie,
    alle volte non ci faccio caso
    altre son sotto al mio naso.
     
    Ho provato quindi
    a rinchiuderli in ogni modo,
    nei bicchieri,
    nelle bottiglie,
    dentro una stanza,
    dentro un viaggio,
    dietro al coraggio,
    dietro la paura,
    alle convinzioni degli altri.
     
    Credevo,
    di aver finito,
    vinto
    ma ogni cosa lasciata
    è ricominciata da sè.

     
  • 16 agosto 2013 alle ore 23:41
    Il tatuatore

    Non si distingue, 
    tra il colore ed il sangue,
    se quello che incide
    sia dolore o piacere.
    La mano ferma e lucida
    l'ago impassibile scorre,
    lui amanuense di corpi
    rende unico chi s'appresta
    volontario a questo supplizio.
    Dove la mano di un uomo 
    o le dita di donna
    possono sperar sfiorare,
    lui passa oltre
    e nell'epidermide indifesa,
    s'adagia e fissa la sua arte.

     
  • 11 agosto 2013 alle ore 2:29
    Foulard azzurro

    Impossibile in un pensiero
    descriver dov'ero.
    Impronte sulla sabbia,
    la risacca e la rabbia
    di un temporale in lontananza,
    nessuno presente a differenza
    di te che corri a perdifiato,
    l'azzurro foulard è volato
    lui libero da ogni pensiero,
    sapeva bene dov'ero.

     
  • 08 luglio 2013 alle ore 23:35
    Lista della spesa

    Ricordati,
    gli abbracci nel mulino,
    il sole che tutto pulisce,
    di sorridere come fa il capitano,
    delle fragole che hai per labbra,
    ma anche quattro frutti del peccato,
    dei cuccioli gelati,
    di scalare la montagna 
    per l'acqua purissima,
    del pane nel forziere
    e per finire in bellezza,
    di bacco e tabacco
    e lascia perdere la Venere
    alla cassa.

     
  • 08 maggio 2013 alle ore 23:51
    Pamela e Alex

    Il nostro bel paradiso
    è diventato il mio inferno.
    Non toccherò il tuo viso,
    ma ti amerò in eterno.
    Il posto ci aveva stregato,
    il nostro futuro qui sognato,
    ora non posso che restare
    a mischiar lacrime nel mare.
    Ma la risacca e la sabbia
    sapran placar un po' la rabbia,
    aspetterò la salata brezza
    immaginerò siano la tua carezza.
    Cercherò la forza per guarir le ferite,
    la verità la troverò per me e per te.

     
  • 23 aprile 2013 alle ore 23:14
    Falena

    Questa stanza è vuota
    spogliata di ogni comodità,
    poiché la disperazione
    è sufficiente per arredarla,
    l'unica speranza
    è una lampadina
    sistemata alla meglio.
     
    Persino i cavi elettrici, 
    in un sterile tentativo di fuga
    scappano nel muro,
    ma il nastro isolante
    sadico vestito di nero
    le soffoca nel suo
    appiccicoso abbraccio.
     
    Suicida una falena
    gira intorno al calore
    della sfera luminosa.
    E' entrata dalla finestra
    ammaliata dal canto
    del filamento,
    nel suo rovente lamento
    più volte prova
    a toccarlo il bulbo di vetro,
    scambiato forse
    per quello di un fiore.
     
    E' questo suo
    continuo battersi 
    contro un destino,
    certo e impossibile.
    che mi dona forza
    e nel suo gioco d'ombra
    anche le mie ali 
    si fanno immense
    nella stanza vuota.

     
  • 25 marzo 2013 alle ore 1:10
    La danza di sguardi

    E' folle la danza
    fatta di sguardi,
    con due passi
    ti pesta l'anima,
    mentre l'ombretto
    accentua il mistero,
    fa lo sgambetto
    al mio goffo cuore.
     
    Non resta che ballare,
    coi nostri occhi
    simili a farfalle,
    per te lo chiamerò
    volo d'amore.
     
    Ma lo sguardo ora fugge
    non hai paura certo,
    con la coda mi osservi,
    e se con due battiti di ciglia 
    mi domi come la tigre,
    Io feroce animale
    nel circo chiamato Vita,
    per quel luccichio
    divento un tenero micio.
     
    Che importa se poi
    le lacrime vi scorreranno,
    non ti dirò mai se
    per pura gioia
    o infinita tristezza,
    ricorda, quel che rimane
    importante per me 
    e che con gli occhi
    hai danzato, 
    anche se per un istante, 
    solo con me.

     
  • 20 marzo 2013 alle ore 2:49
    Sembra semplice

    Grido per ore
    Per amore, 
    Nessuno lo sente
    Nemmeno te
     
    I pugni forte sbatto
    Sui muri che incontro,
    Ma sempre sconfitto
    Esco dallo scontro
     
    Allora piango
    Dieci, cento, mille lacrime
    Ma ho solo un fango
    Di delusioni sotto di me
     
    Sprofondo,
    Mi agito,
    Precipito,
    Urlo
    E m'abbandono
    Tutto questo casino
    Per non riuscir a dire
    Un semplice "Ti Amo"?

     
  • 14 marzo 2013 alle ore 0:09
    Lampone Nero

    Perchè in amore
    si può soffrire,
    cercando le bacche più buone
    tra i rovi intricati,
    il vento ne smuove i rami
    ci chiude la via d'uscita
    e le spine ci trafiggono,
    ma quanto è dolce
    il succo del lampone nero
    come dolci sono i baci rubati.

     
  • 11 marzo 2013 alle ore 22:27
    Questo non è l'8 Marzo.

    Povero essere,
    destinato ad atroci tormenti
    per donare la vita
    anche a chi non se lo merita,
    vede la sua stessa esistenza
    stracciata in un niente
    e perdonare il carnefice
    non è possibile.
     
    Vi è la donna che per rifiuto
    di una claustrofobica tradizione
    che la rende schiava è
    sfigurata,
    calpestata,
    violentata,
    costretta all’abbandono
    dalla sua stessa famiglia
    a viver di stenti in mezzo ad una strada,
    senza la dignità del proprio volto.
     
    C’è la donna che annoia l’uomo padrone
    stanco delle sue carni non più giovani,
    lui la uccide,
    ne sparisce le spoglie,
    inventa una fuga per chissà dove
    e nasconde la sua codardia
    nel suo atto criminale.
     
    Ci sono poi quelli più abbietti,
    che incuranti dell’età delle poverette,
    comprano i loro corpi,
    la loro giovinezza,
    la loro purezza
    e ne fanno scempio
    col loro tocco sudicio.
     
    C’è una lunga lista
    di sofferenze,
    perversioni e vessazioni
    nell’ottusa società
    della cattiveria maschile
    ripudia la donna,
    ne blocca l’ascesa a ruoli importanti,
    la costringe alla scelta
    "o lavori o sei madre".

     
  • 09 marzo 2013 alle ore 23:28
    Pioggia nervosa

    Pioggia nervosa,
    tamburelli come dita infinite,
    ansiosa di scaricarti,
    ed io protetto dal tetto
    nel caldo del letto,
    aspetto.

     
  • 02 marzo 2013 alle ore 11:58
    Poesie infinite

    Metto a nudo con semplici parole
    il contenuto del mio cuore,
    libero il mio inconscio,
    lascio che la mia intelligenza
    componga armonie di frasi,
    alimento i due fuochi dentro
    quello dell'odio e dell'amore
    perchè senza uno
    non si può comprender l'altro,
    così scrivo infinite poesie,
    che infine dedico a tutti
    ma non le dico a nessuno.

     
  • 02 marzo 2013 alle ore 11:44
    Nuvola aquilone

    Se afferri una nuvola
    e la leghi all'anima,
    come un aquilone
    essa ti porterà in giro.
    Sospinta dai venti
    attraverso le lande deserte,
    e le città popolose,
    cercherai la tua meta.
    Darai le spalle al sole
    e abbracciando la notte,
    senza paura,
    delle stelle seguirai le rotte.
    Infine come pioggia
    dalla nuvola scenderai,
    l'anima moltiplicata
    in infinite gocce,
    darai un soffio di vita
    anche al sasso più duro.

     
  • 09 febbraio 2013 alle ore 19:24
    La via di casa

    Mi affaccio alla finestra
    posso ascoltare il silenzio,
    poi stendo ad asciugare
    le lenzuola intrise di ricordi,
    respiro la brezza di nuovi sogni
    che vengono dal lontano est
    ed accendo tutte le stelle
    per indicarti la via di casa.

     
  • 18 gennaio 2013 alle ore 3:40
    Blues e pallottole

    Anche questa notte
    cercherò un amore surrogato,
    tanto chi se ne fotte
    quello vero non l'ho mai trovato.
     
    I vicoli sono sempre più oscuri
    le strade viscidi serpenti d'asfalto,
    le macchine sfrecciano come siluri
    ogni tanto qualcuno è spacciato.
     
    Mi ritrovo come un relitto
    torvo al bancone del bar,
    il barista mi trova sospetto,
    ma solo nel rum voglio annegar.
     
    Non potevo certo sperar,
    che una voce calda e suadente
    potesse anche li arrivar
    vicino il piano stava lei, sorridente.
     
    Mi perdevo nel suo canto
    anche il barista sembrava felice,
    mi ricordavano un tempo
    quando non stavo tra certe facce.
     
    Poi un ubriaco la molestò pesante
    una bottiglia, un urlo, uno sparo
    l'ubriaco per terra morente
    ed io di corsa a cercarmi un riparo.
     
    Esco e m'inghiotte la notte
    arriva nel bar la polizia,
    ma chi se ne fotte
    tanto son già volato via.

     
  • 13 gennaio 2013 alle ore 3:12
    Amore o amore?

    Brucia di più l'amor di una vita
    o quello nato per un minuto?
    Perché se non si può
    dar conto ad una volatile infatuazione
    che pur divampa come un vulcano,
    rimarremo sempre piccoli amanti
    in confronto ai grandi amori,
    che riecheggiano nei secoli
    ed essi sono
    amori impossibili,
    amori non permessi,
    amori combattuti,
    amori non voluti,
    amori contrari alle leggi,
    l'Amore, quello vero
    l'unica voce che sente
    è un bisbiglio nato nel cuor.

     
  • 10 gennaio 2013 alle ore 15:42
    Orizzonte

    Sento freddo
    mi stringo un poco a te
    nei tuoi baci calor troverò,
    poi osservando un'alba 
    insieme sulla spiaggia,
    il respiro tuo assieme al mio
    rende banale questa meraviglia,
    una linea luminosa
    s'alza il sole con la sua tranquillità,
    un giorno nuovo ci sarà,
    non dimentico la notte
    appena passata
    proveremo a saltare oltre
    e veder cosa accadrà,
    l'orizzonte ormai ci chiama già.

     
  • 24 dicembre 2012 alle ore 2:41
    Regalo di Natale per te

    Penso d'aver lasciato
    abbastanza spazio
    per un ultimo regalo
    sotto l'albero illuminato.
     
    In verità
    per esser felice
    una persona lontana
    vorrei ritrovar.
     
    Così altro spazio lo lascio
    nel mio cuor
    solo per te,
    infinito e pieno d'amor.

     
  • 08 dicembre 2012 alle ore 2:21
    Amicizia e delusioni

    Lacera il freddo
    la pelle mia,
    ma non puo' competere
    con la delusione
    e con lo sconforto
    che gela il cuore,
    per un abbaglio o
    una mal riposta fiducia,
    su un amico
    che tradisce
    e t'abbandona.

     
  • 03 dicembre 2012 alle ore 0:28
    Poesia a colori

    Giallo il brillante 
    parla all'Azzurro creativo,
    diventa un Verde che tutto comprende.
     
    Magenta l'innamorato
    passeggia col tranquillo Blu,
    davanti un tramonto Viola.
     
    Rosso il passionale
    danza elegante col Giallo scuro,
    finendo con un caschè Arancion.
     
    Il Grigio paziente attende,
    che il Bianco inizi
    quello che il Nero deve finire.

     
  • 25 novembre 2012 alle ore 3:54
    Brezza marina

    A forza di guardare il mare
    hai riempito gli occhi
    dello stesso colore
    e nel tuo sguardo
    vorrei naufragare.
     
    Le tue parole per me
    sono brezza marina,
    punge la salsedine
    e posso sentirle
    ovunque spinte dal vento.
     

     
  • 15 novembre 2012 alle ore 16:43
    Sogno o realtà

    Volo, incantato nell'effimero
    sono forma senza corpo
    e mutano le mie vesti,
    passo attraverso gli oggetti 
    vedo persone che non conosco
    mi parlano e non le capisco,
    sfoglio l'ambiente come un giornale
    e sono già altrove,
    sento mani che mi sfiorano
    e baci che mi scappano, 
    guido incredibili mezzi,
    salto da un'illusione ad un'altra,
    intingo pezzi dalla mia memoria
    e vorrebbero prender forma i miei desideri,
    poi tutto si confonde e si mescola,
    la mia forza svanisce,
    le cose tendono a prendere ordine e ragione
    divento conscio dell'irrealtà 
    annaspo per restare ma... 
    non posso impedirmi di destarmi.

     
elementi per pagina
  • 26 dicembre 2013 alle ore 3:50
    Quel messaggio su facebook

    Come comincia: Eccomi, davanti al monitor del computer, ancora rimbambito dal cenone della vigilia. Il cellulare per mia fortuna, scarico, riposa nella tasca del mio giubbotto. I continui messaggi di auguri non mi avrebbero lasciato dormire, obbligato a rispondere a tutti, con melensi frasi. Non che sia tirchio, il prezzo dello sms lo pago volentieri, ma è la noia di scrivere in pochi caratteri quello che vorrei dire. Di abbreviazioni e mostruosità con la k nemmeno a pensarci. Lascerò un messaggio su facebook, nel mio stile, buono ma con una punta di black humor e sana cattiveria.
    Sempre se il mio cervello abbia voglia di collaborare e smaltisca l'incidente di neuroni causato dal vino. Nel frattempo sfoglierò un pò di profili; auguri da Tizio, auguri da Caio, auguri da Sempronio, il video di un gattino vestito da Babbo Natale che canta Jingle Bells, foto di cibo e vino che - burp! - scorre a fiumi e di alberi di natale dove ogni palla è taggata una o più persone.
    Mi mette un po' di malinconia il Natale, non capisco perché... le persone si sentono unite solo in prossimità delle feste. Oppure devono esserlo solo se capita una disgrazia. Il resto dell'anno allora? Si potrebbe bere un caffè dal vivo una volta tanto. Non mi basta la foto di una tazzina. Vorrei sentirne il calore del nero liquido, anche se non piacevole, l'alito della persona con cui sto parlando. Gli darei pure una mentina per ovviare al problema. Chi diceva che "A Natale non si fanno cattivi pensieri, ma chi è solo vorrebbe saltarlo quel giorno..."? Non ricordo nemmeno tutta la frase, fastidioso mal di testa! Allora passo alla posta.
    Accidenti! Questa non me l'aspettavo! Leggo un messaggio di una persona che non vedo da una vita, ma ritrovata nel social network. Poche righe, che mi mettono allegria.
    Si scusa per non aver risposto agli auguri del suo compleanno che era ad Ottobre e mi fa gli auguri di Natale.
    Io che pensavo "non userà più quel profilo, o forse nemmeno facebook" oppure "non ha intenzione di rispondermi o non ne ha alcun interesse". A lei che è stata (è ancora?) una persona speciale per me, perdono questo ed altro.
    Questo è un bel regalo per me.

     
  • 10 luglio 2013 alle ore 19:40
    Cory una ragazza coraggiosa

    Come comincia: Sono solo le 6.00 ed ho già aperto il bar.
    La solita signora fuori dal locale e un po' fuori di sé che mi tempesta di domande, sempre le stesse, tutti i giorni, mi chiede se sono stanco e si risponde da sola di sì.
    Scappo dentro e mi nascondo dietro le brioches, sistemo le ultime cose. Il vapore della lavabicchieri mi appanna momentaneamente gli occhiali. In radio stanno discutendo della crisi, anche questo non mi tira su di morale. Il locale è vuoto, solo tre clienti indiani con sei trolleys immensi che fanno colazione con tè caldo e spaghetti surgelati. Non stupitevi ho visto accostamenti peggiori.
    Poi entrano altri due clienti. Una bella ragazza giovane e una signora sulla sessantina. Mi chiedono il prezzo per un caffè americano, due brioches... non sono molto economico al tavolo, il bar non è mio, ma i prezzi sono quelli, comunque loro si siedono lo stesso. Qualche chiacchera con loro, mentre gli indiani cominciano la processione al bagno. Scopro che sono americane, e si scusano per la loro impacciataggine, io le rassicuro che è una cosa normale non saper che pesci prendere a Venezia. Mi chiedono come muoversi in città e gli do qualche dritta, per non spendere troppo in biglietti. Una routine per la città dove vivo. Pagano e se ne vanno contente. Non c'è lavoro e posso anche rimandare di sbarazzare il tavolo di qualche minuto.
    Scorgo qualcosa di strano appoggiato al portasalviette. Mi avvicino rapido al tavolo. Una foto. Una bella ragazza, non quella che ha fatto colazione da me. Giro e vedo due date una riportante il 23-02-1993 e un'altra 5-07-2012. Nascosta dalla foto c'era un piccolissimo uccellino, non saprei dire se di legno o in plastica, solo che è minuscolo. Oltre alle date c'è scritta una piccola frase "Cory a brave girl" e il suo nome per esteso. Posso immaginare qualsiasi disgrazia capitata alla ragazza, ma anche il senso di quel gesto. Forse Cory sarebbe voluta venire a Venezia, girare l'Italia, ma non solo. Sarebbe voluta volare da una parte all'altra della vita, crescere, innamorarsi, cercare l'università, lasciarsi col ragazzo, trovarsi un lavoro, cercare di studiare e lavorare, fare bisboccia con le amiche, traslocare un paio di volte, trovare l'uomo giusto, metter su famiglia, invecchiare serenamente. Ho saltato parecchi altri traguardi di una vita in cui sarebbe potuto capitare di tutto. 
    Invece è stato tutto troppo breve. L'amica o la sorella, simbolicamente, ha voluto esaudire il suo desiderio. Come è triste, nemmeno il tempo di bere un caffè che il destino le ha chiesto il conto. Decido, di tenere il piccolo uccellino e di appendere la foto all'interno dell'armadietto.
    Il suo sorriso, quello sì mi incoraggerà quando sarò giù di morale.

     
  • 18 maggio 2013 alle ore 0:55
    Fiori Cromati

    Come comincia: DATA: SCONOSCIUTA
    UBICAZIONE: SCO fffffzzzz.
    STATO NAVICELLA: DANNEGGIATA, RICHIEDE PESANTI MISURE DI MANUTENZIO fzzz....
     
    L'atterraggio sul pianeta si rivela più difficile del previsto. I retrorazzi, lo stabilizzatore, i sensori geotermici, i sensori climatici non rispondono. Eseguo le manovre alla cieca, affidandomi agli schemi di pilotaggio registrati nella mia memoria. Riesco a mantenere integra l'astronave, ma dubito possa avere energia a sufficienza per ripartire nello spazio.
    I land-voyager con sensori automatizzati escono per esaminare lo spettro atmosferico. Mi rimandano il loro referto in  pochi minuti. Ossigeno per la gran parte, anidride carbonica molto al di sotto dei limiti, azoto, ed altri gas innocui.
     
    Decido di uscire personalmente. 
     
    Il suolo è compatto, non presenta dislivelli elevati, la visibilità è ottima. Riesco chiaramente a vedere una distesa montuosa in lontananza.
    La distesa è illuminata da un grande sole, simile al nostro. Registro la temperatura con l'attrezzatura della mia tuta; 25 gradi. Sembra ci sia una regolare attività magnetica, riesco a determinare il Nord, il Sud, L'Est e l'Ovest. Dal mio atterraggio ad ora ho notato che la rotazione è la medesima terrestre come lo sono le dimensioni del pianeta stesso.
    Questo mi garantisce altre otto ore di luce naturale, poi dovrò utilizzare quelle artificiali, considerando che consumerò un maggior quantitativo di energia.
    Mi dirigo in direzione Sud-Est, verso quella che sembra in lontananza una macchia acquea.
    Con un pò di fortuna potrò ricavarne dell'idrogeno, per ricaricare il mio mezzo e le mie riserve, sempre non sia una sorgente di mercurio, inutilizzabile per me.
     
    Sono già due ore che cammino in direzione della distesa. Nonostante il cielo limpido posso sentire una forte folata d'aria. Ne registro la velocità con la tuta. Oscilla tra i 17 e i 20 nodi.
    Salgo sopra una collina per determinare meglio la distanza con la macchia acquea. Vedo che invece di una distesa marina, si rivela essere una fitta distesa di fiori. 
    I petali sono cromati e per questo ho avuto l'abbaglio fosse un mare. I fiori si muovono all'unisono imitando le onde e riflettono la luce del sole, creando fantastici giochi.
    Questo tuttavia non mi rassicura. Ho sprecato tempo prezioso alla ricerca di una fonte d'energia, mi ritrovo con dei fiori.
    Ormai decido di addentrarmi della flora del pianeta.
    Sono dentro alla macchia, ondeggiante, e raccolgo un esemplare. Provo a decifrarne il dna. Il casco non riconosce il 42% del fiore.
    Eppure dovrei provare qualcosa. Nei lunghi anni nello spazio sono stato chiuso nell'astronave, stretto e protetto tra le mie solide cognizioni. Il mio viaggio, scelto per un bene ultimo superiore.
    Sacrificato nel corpo, decisi di sottopormi ad una operazione di total building.
    Mi hanno trasformato in un cyborg, aggiunto sensori sosfisticati e precisissimi, mantenendo il mio libero arbitrio, caricando memorie di enciclopedie, schemi tattici e i ricordi della mia vita da umano. Pochi terabyte della mia vita a dire il vero, molti per il dolore della lontananza li ho cancellati dopo anni di viaggi interstellari.
     
    Ora mi ritrovo a stringere un fiore cromato, e nonostante i sensori non riesco a coglierne la delicatezza. Non riesco a coglierne il senso. Perchè questa distesa di fiori su un pianeta senza esseri viventi? Nemmeno un insetto. Per chi sono stati creati questi fiori dalla bellezza unica se non possono essere ammirati da alcuno?
     
    Forse per adornare all'infinito la tomba di un robot.

     
  • 14 maggio 2013 alle ore 2:55
    Musashi il ronin

    Come comincia: Era una tiepida mattinata nel villaggio a poca distanza da Edo si viveva in tranquillità, dove la cosa più eccitante era il rovesciamento di una tazza da tè per errore.
    Un giovane ronin, dal passo fiero e altero arrivò a disturbare quella quiete e affisse al centro della piazza un enorme pergamena. Tra i tanti presenti scattò subito una frenetica curiosità. Non se ne vedevano di tipi come quello se non in occasione di qualche guerra o vendetta.
    Nel cartello era incisa una sfida "Io giovane Musashi, sfido i tre migliori combattenti di questa regione, per l'onore delle spade, per seguire il destino della Via. Per compiere questa grande impresa vi aspetto all'alba al colle con l'albero solitario. Ci saremo solo noi sfidanti, nessun testimone e il più forte tornerà da solo con le teste dei perdenti". 
    I contadini cominciarono a far passare la notizia di bocca in bocca, i pescatori mollarono le reti ed avvisarono i commercianti. La sfida giunse alle orecchie dello Shogun di Edo in persona, a quelle del capitano della sua guardia reale e al temuto samurai della cittadina incaricato di far rispettare le leggi. Lo shogun per la sfrontatezza del giovane ronin per aver messo in dubbio la sua divina forza decise di partecipare in segreto. La guardia reale, per non perdere il rispetto delle truppe decise di parteciparvi, sapendo che ne sarebbe uscito vincitore. Il samurai annoiato dalla vita del villaggio bramava del sangue e si credeva certo della sua vittoria.
    Ci fu un gran preparare nel restante della giornata, vennero lustrati i cavalli, sistemate le armature e le spade e si fecero preghiere propiziatorie per la vittoria.
    Intanto il giovane ronin si sistemò in una locanda dove cominciò a bere fino a notte tarda.
    Prima dell'alba un servo del locale si avvicinò al ronin per ricordargli la sfida. Musashi invece di preparasi chiese del tè. Pretese che venisse fatta tutta la cerimonia, molto lentamente e senza lasciar perdere nessun dettaglio. Finì che ormai era mattino. Allora il servo del locale lo avvisò che i tre sfidanti che avevano accettato la sua proposta erano già da tempo sul colle. Musashi incurante di ciò, chiese del riso che fosse cotto nel modo che voleva lui. Il cuoco della locanda provo quattro tipi di cottura diversi prima di riuscire ad accontentarlo. Nuovamente il servo tornò per ricordargli della sfida, ormai a mezzogiorno, i contendenti erano nervosi e alzavano la voce l'un l'altro. Ma questo non disturbò minimamente Musashi che nel frattempo volle ascoltare dei musicanti, chiedendo addirittura la stessa canzone tre volte. Era sera e nessuno osava pensare a quello che attendeva Musashi al colle, dove l'aspettavano gli sfidanti, ormai inferociti.
    Musashi in tutta tranquillità invece chiese del ramen e visto che era in serata, decise di accompagnarsi ad una donna, per poi sfinirsi col sakè. Ormai notte fonda il servo aveva rinunciato ad avvisare il giovane ronin.
    All'alba seguente, all'oscuro di tutti, Musashi era già in piedi. Si avvicinava ancora barcollante alla collina dell'incontro e ai suoi occhi si prospettò una scena indicibile. Il samurai del villaggio era morto finito dai colpi di lancia. Il capitano delle guardie era mutilato di una gamba e morto quindi dissanguato. L'unico ancora in vita, malconcio, era lo Shogun.
    Aveva la katana spezzata e perdeva molto sangue. Musashi a debita distanza estrasse la sua arma. Lo shogun allora sputò per terra sangue e urlò contro Musashi "Vigliacco! Ti abbiamo aspettato all'alba e non sei venuto, allora siamo rimasti qua tutto il tempo! Più aspettavamo il tuo arrivo e più ci vantavamo di essere i più forti! Dalle parole siamo passati alle offese e dalle offese alle armi. Io stesso ho ucciso il capitano delle mie guardie, quell'insolente non mi aveva neppure riconosciuto e non mi credeva lo Shogun. Esso prima di duellare con me aveva eliminato il samurai che ormai era solo una vecchia tigre! Ora tu arrivi ubriaco e addirittura il giorno dopo!" Ma Musashi rispose tranquillamente "E' vero ho detto all'alba. Ma non l'alba di ieri, ma quella di oggi!" e rapidamente si avvicinò allo Shogun e lo finì.
    Musashi torno al villaggio con tre teste e venne dichiarato il più forte guerriero.

     
  • 12 maggio 2013 alle ore 3:23
    Il bar "Last Dock"

    Come comincia: Emanava un puzzo inconfondibile il famigerato bar "Last Dock", di marinai, ubriaconi e tagliagole. Un bar così malfamato che nemmeno gli scarafaggi volevano entrarci.
    Un tempo era il bar dei viaggiatori delle navi da crociera, ma si parlava degli anni '30, e dopo la guerra il porto divenne solo commerciale, si scaricavano container su container come anime di fuggitivi su altre anime di disperati.
    Non si veniva volentieri, ma se volevi rimediare un lavoretto extra o un bicchiere di whisky non annacquato era il posto giusto.
    Marley riempiva le budella ai suoi clienti e li randellava se superavano il limite. Col suo occhio buono ti faceva il conto, tenendo sotto controllo il locale e con quello bendato ti versava da bere. Inutile dire che aveva un suo personale sistema per vedere se ti dava il giusto. Infilava il dito nel bicchiere alto e stretto e versava finché non lo bagnava. Aveva dita dannatamente lunghe il taccagno. 
    Ziggy era il pianista. Pianista era una parola grossa. Il suo incarico era quello di rimettere in sesto il piano verticale che puntualmente veniva fracassato in una rissa, più o meno una volta al mese e tentare di strimpellarci qualcosa. Gli pagavano da bere pur di non sentirlo suonare, lui si offendeva e scattava la rissa. Questo quando andava bene.
    Altrimenti beveva finché non ci crollava lui stesso sopra al piano. Si risvegliava solo con le pedate di Marley e anche se non ci vedeva bene aveva buona mira.
    In un tavolino all'angolo vicino al bagno, o a quello che ne rimaneva, sedeva Libeccio.
    Libeccio era un ex-marinaio, aveva girato i sette mari, parecchi laghi, qualche fiume, due pozzanghere e scolato lo stesso quantitativo d'acqua in alcool. Non si capiva mai se dormiva o no, perché parlava nel sonno dei suoi viaggi e da sveglio faceva lo stesso.
    Non mancavano i marinai russi, che si scolavano vodka e cantavano canzoni della madre Russia.
    I portoricani, abili col coltello e nel rimediare qualsiasi cosa dalle navi, smerciavano di tutto e solo di contrabbando, si riunivano per bere esclusivamente rhum scuro, possibilmente contrabbandato.
    I cinesi giocavano a mahjong e bevevano baijiu forte come un petardo nello stomaco, non di rado qualcuno di loro finiva per esplodere in violente vomitate.
    Olandesi e tedeschi invece si scolavano litri e litri di birra, prima la bionda e terminata questa passavano alla rossa doppio maltata. Finivano a scornarsi come vichinghi per poi riappacificarsi davanti ad un boccale fresco e pieno.
    I turchi erano gli addetti all'aerazione del locale. Ci pensavano loro ad ammorbare l'ambiente con le loro sigarette e i sigari, consumavano tè nero e caffè bollenti. Fumavano per tutti e facevano fumare passivamente anche gli altri.
    L'unico che veniva evitato e lasciato in disparte era l'Oscuro.
    Lo avevano soprannominato così perché nessuno sapeva il suo vero nome ne da dove venisse. Qualcuno diceva che fosse italiano per il suo modo di vestire, altri lo credevano inglese perchè beveva cherry, altri francese perché aveva un'accento strano quando parlava. Tutti sapevano quello che faceva e che lo sapeva fare molto bene. Era un killer su commissione.
    Era così preciso che qualcuno pensava fosse svizzero. Potevi andare da lui per risolvere qualche questione in modo definitiva. Lui operava indisturbato, colpiva l'obiettivo e tutto sembrava un incidente marittimo.
    Il comandante della petroliera Callysto era stato schiacciato da una scialuppa. Il motorista della nave Mercury era finito dentro le caldaie dei motori. Il marinaio Flynn si era beccato una carrucola in piena faccia. Il povero Joseph invece era diventato una frittata dopo che gli era caduto in testa un container.
    Tutti incidenti, tutti ad opera dell'Oscuro. 
    Un bugigattolo malsano e pericoloso. Erano deprimenti persino le foto ingiallite delle navi da crociera, vecchie glorie dei mari, parecchie affondate e molte trasformate in ospedali galleggianti durante la guerra, tanto che si narrava la leggenda di un pianista nato, vissuto e morto sopra una di esse; ma questa è un'altra storia.

     
  • 06 aprile 2013 alle ore 0:06
    Strade nel buio

    Come comincia: Doveva immergere la sua anima nella sporcizia, infangare lo spirito, lasciarsi andare ai suoi più bassi istinti. Non lo faceva per divertimento. La solitudine lo prendeva all'improvviso, come un passeggero nascosto nei sedili posteriori di una macchina, saltava fuori, "Bu!" gli faceva e si sedeva al suo fianco. La pioggia fuori dall'abitacolo, faceva impazzire i tergicristalli nella loro inutile lotta contro quella forza della natura. Forse erano proprio i tergicristalli ad ipnotizzarlo, nel loro costante movimento, destra, sinistra, destra, sinistra, destra... gli speaker alla radio perdevano la forza, le parole diventavano ovattate, discorsi lontani tra persone lontane, per persone lontane. Lui era distante anni luce. Non c'era luce per guidarlo fuori, solo buio. In quel buio, non era solo, non lo era mai. I suoi vizi si erano fatti comodi, i suoi vizi non avevano fretta e sapevano aspettare. Tentavano al mattino di fargli cedere le gambe, costringerlo al letto, volevano fargli saltare il lavoro. Non ci riuscivano per un pelo. Poi al lavoro in fabbrica, lo colpivano alle braccia, rendevano pesanti le operazioni più semplici. Lui arrivava lo stesso a fine turno. Nemmeno lì riuscivano a ghermirlo. Potevano provarci nella pausa pranzo o a cena, lo invitavano a bere, ma lui teneva duro. L'incidente di anni prima gli imponeva divieto assoluto all'alcool. I suoi vizi erano sconfitti anche questa volta. Fumava una sigaretta, quello era un vizio innocente, pubblico, statale. Nessuno obiettava contro il fumo. Gli bastava però fissare il cielo, vuoto, spento e la mente si affacciava al buio, controllava le macerie delle sue guerre precedenti. Si accumulavano nel baratro e riempivano la fossa delle sue paure. Prima o poi avrebbero raggiunto la superfice ed in forza l'avrebbero sconfitto. Era il buco nero che immaginava vicino al cuore quello che spuntava qualche battaglia. Così guidava per le strade della città. Solo, anche se in coda al semaforo, riusciva a trovare la sua pace solo in periferia. Nelle zone delle fabbriche, dei depositi dei container, lì trovava il suo altare sacrificale. Sapeva che doveva sporcarsi nell'anima, per potersi lavare da ogni paura. I lampioni lo illuminavano a intermittenza, e sotto di loro c'erano quelle che lo avrebbero aiutato. Normalmente era una persona perbene, benpensante e osservante della legge. Per quanto potesse comportarsi bene, sospettava che alla fine avrebbe dovuto comportare un'azione contraria, doveva bilanciare il suo cosmo. Non voleva lasciarsi andare, ma il buco nero si allargava, gli costringeva le budella, e l'adrenalina gli infuocava gambe e braccia. Girava e girava per le stesse strade, guardava l'ora, notte fonda e abbassava ed alzava la temperatura. Era in lotta con se stesso, contro la sua volontà. Passava lento vicino ai suoi angeli, che potevano diventare diavolesse, schiacciava l'accelleratore e avanzava. Le osservava da lontano, sera dopo sera, ormai le riconosceva dalla fisionomia. Si diceva convinto "Guardo solo, che male fa?" poi diversi giri dopo, fra sé e sé "Ma si... adesso vado con lei, mi sento ribollire!" Invece un'altro disperato portava via prima di lui il suo angelo, oppure passava una macchina della polizia ad interrogare una diavolessa. In entrambi i casi, girava la macchina e tornava a casa. In quei casi vinceva lui. Quella notte invece pioveva e non aveva trovato nessuno in giro. Poteva sembrare un pareggio, quando all'ultimo lampione, dove non aveva mai visto nessuna di loro, c'era una ragazza protetta da un ombrello. Si avvicinò a lei e non ricordava di averla mai vista. Accosta ed abbassa il finestrino "Cc-ciao bella! Come mai sola sotto questo diluvio?" lei si avvicina alla macchina. Un angelo, lei era di sicuro un angelo. Sorride "Sono nuova qua... Che vuoi trenta bocca, quaranta scopata con preservativo?" Un angelo che andava dritto al punto. Lui fece cenno di entrare. Non aveva risposto e la ragazza lo guardava con aria interrogativa "Alòra? Trenta o quaranta?" lui non ci pensò nemmeno "Facciamo trenta, okey, okey..." Si sentiva sempre più preso dal buco nero, stava dando il via libera ai suoi vizi. Come una navigatrice la ragazza gli indicava la strada dove appartarsi. Lo guidava, gli sorrideva e gli diceva "Posto lontano, ma tranquillo, non preoccupare". Lui ubbidiva, girava e svoltava quando richiesto. Poi per rompere il ghiaccio cominciò a fare domande "Come ti chiami?" e lei "Chiara. Vai dritto ancòra" "Di dove sei Chiara?" "Ungaria" lui "Un-ghe-ria... Sei molto giovane Chiara...quanti anni hai?" "Si, ho venti ànni... quasi arrivati sai?" "Bene, sei proprio giovane, toglimi una curiosità...ma sei obbligata a farlo?" "No, non sono obbligata, ecco ferma qua." Fermò la macchina, il posto è un parcheggio lontano perfino per i suoi normali giri notturni. La conversazione sembrò assolverlo dalle sue colpe, pensava che lei non era obbligata a farlo da qualcuno, lo faceva per conto proprio. Mentre lei trafficava con la borsetta, lui gli consegnò i soldi "Senti io, non sono abituato a questa cosa, anzi non so nemmeno se voglio farlo" e lei "Ma mi hai pagato..." "Lo so. Ma non è necessario. Mi basta il brivido..." lei sembrò fare spallucce "Non capisco, non mi trovi bella?" lui agitò le mani in senso di negazione "No! No! No! Te sei bellissima, solo che non voglio farlo, mi è passata la voglia!" "Te non sei mica normale... Mi paghi e poi non vuoi bocca... non ti tira forse!?". Ecco è da quel momento che non ricorda bene cosa sia successo. Ricorda solo di essersi abbassato i pantaloni e poi di aver preso con forza la testa della ragazza. Lei si era rialzata perchè non aveva messo il preservativo e allora lui la schiaffeggiò forte e prese il collo della ragazza. Poi il buco nero vicino al cuore si mangiò tutto, auto compresa e il buio calò come una tenda di teatro sulla scena. Questa notte aveva infangato la sua anima, sporcato il suo spirito. I vizi avevano vinto.

     
  • 22 marzo 2013 alle ore 3:16
    Bruno e la tempesta

    Come comincia: C'era un uomo di nome Bruno, che viveva in un piccolo paese tranquillo.
    Non era ricco, non era povero, ma aveva una casa, un gruppo di amici col quale si ritrovava al bar. Commentava i risultati sportivi e le vicende politiche, senza sovrastare il parere degli altri.
    In trent'anni non era mai uscito dalla sua routine.
    Una sera ci fu un temporale bello grosso che provocò parecchi danni alle abitazioni, tanto che alla casa del poveretto strappò via il tetto come si fa con una scatoletta di tonno.
    Il mattino dopo videro Bruno incamminarsi con un grosso zaino e lasciare il paese.
    Passarono quasi dieci anni, quando un temporale simile si riversò di nuovo sulla cittadina.
    Il giorno dopo, una figura con la barba lunga, un grosso zaino, con vestiti puliti ma logori dall'utilizzo, entrò nel bar del paese.
    Qualcuno sospettoso, fece cenno al barista imbarazzato di chiedere informazioni al viandante
    - Ehm... Salve, cosa posso fare per lei?-
    L'uomo dalla barba lunga - Il solito grazie.-
    Il barista con aria pensierosa guardò il resto dei clienti, poi si rivolse di nuovo all'uomo
    - Non saprei, vuole un caffè?-
    L'uomo sorridendo - Posso avere la barba lunga ed esser stato via dieci anni da qui, ma io prendo sempre un amaro alle erbe-.
    Al che il barista e gli altri si ricordarono del loro concittadino andato via da parecchio tempo e con fare festoso cominciarono a salutarlo. Il macellaio del paese, famoso per essere un ficcanaso, fu il primo a porgli la domanda che tutti si stavano pensando - Che cosa hai fatto in questi dieci anni?-
    Così Bruno, sorseggiando il suo amaro rispose in tono pacato - Niente...-
    La gente era sbalordita per la risposta. Il farmacista noto per essere uno stacanovista borbottando chiese a sua volta - Come sarebbe a dire niente? Hai girato per il mondo!? Sei stato via dieci anni, avrai fatto qualcosa!-
    Bruno allora appoggiando il bicchierino si girò verso il farmacista - A dire il vero ho pensato. Pensato parecchio, camminato molto ed ho visto buona parte del mondo-.
    Lo stupore si diffuse tra i clienti, mentre il parroco, forte bevitore di brandy e fervente religioso, si avvicinò a Bruno e dandogli due buone pacche sulle spalle eslamò - Chiaro che hai visto le cose belle del Signore, e sei ora qui per raccontarcele! 
    Ma Bruno in realtà fece cenno di no. - Mi dispiace ma non ho preso appunti durante questi anni e non ho niente di eclatante da raccontare-.
    Il libraio quasi si soffocava col prosecco - Come non hai preso appunti e non hai vissuto niente di straordinario? Di solito chi parte per queste esperienze, poi torna e pubblica un libro, fa un documentario... te non hai tenuto nemmeno un diario?-
    Allora Bruno con un sorriso rispose - Mi dispiace, ma ero troppo preso a viverla la vita che a perder tempo per annotarla e viverne i ricordi. -
    Detto questo pagò il suo amaro e si avviò verso la porta.
    Il postino allora tentò un ultima domanda.- Ma almeno dicci perché hai scelto di partire quel giorno dopo la tempesta! -
    Fermo sull'entrata Bruno si girò verso il postino - Quando il temporale mi portò via il tetto ho avuto paura che si portasse via la mia vita senza che io avessi fatto qualcosa per me. Allora l'ho inseguito in giro per il mondo per dimostrargli che ero coraggioso-.
    Detto questo Bruno uscì e lasciò di nuovo il paese. 

     
  • 08 dicembre 2012 alle ore 3:08
    Fine?

    Come comincia: E' tutto in un secondo. Non riesci subito a distinguere la realtà. Ti stropicci gli occhi e non riesci a capire. Tutto è in bianco e nero. Sei confuso, cerchi di ricordare i colori, ti domandi se ci vedi ancora bene. Osservi meglio e la parte razionale sta cercando di emergere. Noti che tutto ciò che vedi è una diapositiva speculare di quello che fino a pochi millesimi prima chiamavi vita. Sei morto e sei deluso. Per lo meno sospetti di esser morto. Ti aspettavi che almeno una delle tante persone che ti istruì sulla vita avesse ragione. Ti dicevano: hai fatto molte cose belle e potresti finire in paradiso tra gli angeli a suonare l'arpa. Oppure: per le cose sbagliate e cattive che hai fatto, finirai in una pozza di lava ed esser punzecchiato dal forcone di qualche diavolo dell'inferno. Addirittura altri: ti decomponerai, cesserà il tuo Io e diventerai energia e vita di un prossimo essere. Invece ti ritrovi in un fermo immagine, Tutto il mondo, il tuo mondo è una statica cartolina. Hai con te la tua borsa con cui stavi andando al lavoro. Scendi dall'autobus vuoto, sei la sola persona che ci sia nel piazzale. Autobus e macchine in coda come abbandonati da un bambino gigante stufo di giocarci. Controlli il cellulare. Il display emette una luce smorta, non la solita nitida e leggi l'ora: 12.34 sei dieci minuti in anticipo. Cammini per arrivare al tuo posto di lavoro. Hai fatto metà strada e ricontrolli il cellulare. 12.34. Magari è guasto. Poi controlli l'orologio della farmacia. 12.34. Sei tu ad essere guasto. Stai cercando di capire in quale punizione sei finito, Magari adesso ti svegli e ti accorgi di essere in un sogno. Sarebbe facile e possibile. Invece ti siedi guardingo al tavolo del bar dove lavori. Nessun collega ad accoglierti e a proporti un caffè. Nessun cliente fisso da salutare, Nessun turista da aiutare a trovare l'albergo. Non ci sono nemmeno i rumori delle macchine del bar: la macchina del ghiaccio non sforna i cubetti, la radio non suona e i motori dei frighi non emettono il loro ipnotico ronzio. Abbandoni la borsa sulla sedia e ricontrolli il cellulare per l'ennesima volta. 12.34. Poi leggi anche la data 21-12-2012. Se ti avessero detto che quella era la fine del mondo, ti saresti messo a ridere. Ti aspettavi un meteorite, un terremoto o una venuta degli alieni. Oppure non sarebbe successo niente, il giorno sarebbe passato tranquillo e placido, con qualcuno che faceva la sua battuta sui Maya e il granchio che avevano preso. Invece ti ritrovi in un limbo, grigio e da solo. Prendi una bottiglia di whisky da dietro il banco. Il capo non te ne farà una colpa. La tracanni. Non hai nemmeno il sollievo dell'alcool. Non c'è gusto. Non c'è il fuoco che divampa nell'esofago. Lasci la bottiglia ed esci fuori dal bar. La strada è sgombera. Le bancarelle, quelle sono ai loro posti con la merce esposta, ma nessun venditore. Butti un occhio in banca attraverso la finestra. Nessuno in fila. Pensi che sarebbe l'unica volta che la trovi così libera e ti viene da sorridere. Poi ti morde qualcosa dentro. La solitudine, ti tira un pugno allo stomaco. Cerchi di ricordare quando sia successo il passaggio. Eri in piedi in autobus, l'autista aveva appena fermato il mezzo e aperto le porte. La vecchietta accanto a te ti sorrideva perché la stavi facendo passare per prima, mentre l'uomo vistosamente spazientito dal viaggio, ti sbuffava da dietro. Hai chiuso gli occhi in quel millesimo di secondo come sempre e ti sei ritrovato così. Diluito nel tempo, in un mondo tutto al contrario. Solo. 
    Così cammini per la strada, nessuno ti ferma e tu non puoi fermare nessuno. Entri in un negozio, poi nel successivo. Ormai hai capito che ci sei solo tu. Nemmeno la tua ombra ti fa compagnia e strilli come una femminuccia quando te ne accorgi. Respiri affannosamente e cerchi di darti un contegno. Pensi alla tua famiglia e agli amici che non potrai rivedere. Pensi alla fatica che hai fatto per crescere e per imparare le nozioni più disparate e nessuna di quelle adesso ti può aiutare. Non ti hanno preparato per questo e vorresti arrabbiarti, ma nemmeno le tue emozioni sono vivide. Lentamente stai scomparendo. Forse il tuo limbo è finito e finalmente ti ricongiungerai agli altri. Forse.

     
  • 22 novembre 2012 alle ore 0:59
    T.D. Smitherson e le F.A.T. model

    Come comincia: I pesanti anfibi non smettevano di fare quel rumore stridulo mentre attraversavano il pavimento a specchio. Ogni persona al suo passaggio si faceva da parte, nessuno osava contraccambiare il suo sguardo, micidiale come una raffica di mitra. Arrivato davanti alla porta, i muscoli del suo braccio si gonfiarono attorno la maniglia e d'impeto aprì la porta. 
    - Dove diavolo sono quelle modelle? Entro dieci minuti le voglio nel set per fare le foto o puoi giurarci che  le mando a ... - uno squillo del telefono sul tavolo interruppe l'ira dell'uomo.
    Prese in mano il telefono stringendolo come per uccidere un boa costrictor - Qui T.D. Smitherson, consulente d'immagine che cazzo volete?- la voce dall'altra parte era quella di Flex l'assistente del fotografo Von De Fluchten -Sig... signor Smitherson... s-sono Flex... c'è un pro-problema c-con le modelle...-
    Il telefono era stato riagganciato. Flex stava tremando al solo pensiero della reazione di T.D. non appena avesse saputo come erano state conciate le povere modelle. Flex sapeva che era stata un'idea di Von De Fluchten che è famoso per le sue foto-choc con modelle e modelli ripresi nelle più impensabili situazioni, ma arrivare a quel punto... Stava davanti alle grandi finestre che davano sulla via principale della moda di New York e immaginava che l'ira di T.D. gli avrebbe fatto un volo da una di quelle. All'improvviso una figura entrò da una finestra mandandola in mille pezzi. Era T.D. che si era calato dal suo ufficio al ventiseiesimo piano ed era rumorosamente piombato al quindicesimo dove c'era lo studio fotografico, sfruttando una corda che teneva per ogni evenienza nel cassetto.
    - Dove sono? Dove sono quelle sottilette di modelle? - 
    - Ecco... io s-so dove sono, ma non le c-chiamerei sottilette! -
    - Che stai dicendo? Peseranno in tre 40 kg... che diavolo gli frulla in testa a Von Flafflel? -
    - Von De Fluchten... ecco trovava troppo magre le modelle... e-e allora gli ha messo degli steroidi nell'insalata e... -
    La stanza cominciò a tremare. Si sentivano pesanti passi arrivare da dietro la porta. T.D. prese posto davanti all'ingresso brandendo una pianta finta da ufficio. Un ficus. La porta si aprì e goffamente tre ciccione cercarono di entrare dentro allo studio. Erano Florence, Annette e Tabata. 
    Erano diventate F.A.T. model... dietro a loro Von De Flucthen.
    - Ecco in loro tutten splendore, Ja! Con Kveste io riempire tutten cataloghen di moda!-
    T.D. non ci voleva credere. Aveva trasformato tre grissini in abbondanti babà. 
    -Tu mi vuoi rovinare! Passi verniciarle di verde, attaccarle con la colla al soffitto, chiuderle in una bottiglia gigante, riempirle di graffette colorate, ma renderle ciccione! Non entrano nei vestiti che devono pubblicizzare! Che dico agli sponsor? -
    - Tu digli che modellen grassottellen son più bellen... -
    T.D. stava girando in tondo rimuginando sul da farsi. Pensava "hanno preso gli steroidi, sono grasse cosa posso fare?" ebbe l'idea! - Ragazze adesso farete un corso ultrarapido di dimagrimento! Visto che siamo su un grattacielo di trenta piani voglio che cominciate a correre per le scale, trasportiate tutto l'arredamento del primo piano al trentesimo, quello del ventinovesimo al secondo e così via! Fatemi anche delle flessioni se siete stanche ed ora avanti marsc'! -.
    Le modelle salivano e scendevano, scendevano e salivano trasportando mobilia, impiegati e piante di ficus finte su e giù nel grattacielo. Piano piano i pesanti cumuli di grasso stavano lasciando spazio a possenti bicipiti e tricipiti, le modelle ormai quando si sentivano stanche non facevano solo flessioni, ma anche squat con le scrivanie sulle spalle, curl con le piante, e alzavano con una mano sola sopra la testa degli impauriti impiegati. 
    Nel frattempo Von De Fluchten scattava foto su foto. Ormai era sera e T.D. dopo avergli fatto cambiare l'arredamento a tutto l'edificio non ne voleva più sapere di fare il servizio fotografico.
    - Non ne posso più. Per oggi è andata così! Domani faremo le foto -.
    Ma Von De Fluchten sogghignava... 
    Il giorno dopo T.D. stava tornando al suo ufficio, che era stato spostato al quinto piano. Flex gli venne in contro con il catalogo fresco di stampa. 
    - Signor Smitherson, d-deve credermi n-non ne sapevo niente! Ma Von de Fluchten ha dato già le foto in stampa e-e... è questo il risultato.
    T.D. sfogliava le pagine e dalle foto si vedevano delle possenti modelle alzare tavoli, impiegati, mobili, sempre in posa sugli scalini, immerse nel verde di piante di ficus, finte.
    Salì velocemente le scale fino al sedicesimo piano dove incontrò Von de Fluchten e il direttore della rivista, tale Pinnard. T.D. avrebbe volentieri stritolato il collo al fotografo se non fosse per il mega sorriso di Pinnard. 
    - Signor Smitherson eccellente idea la sua, eccellente! Non solo abbiamo rinnovato i locali a costo zero, ma le foto sono fantastiche! Le modelle hanno anche ricevuto parecchie offerte di lavoro come lottatrici di wrestling e in una famosa ditta di traslochi! E' incredibile! Complimenti -
    - Beh... io veramente ho solo visto l'opportunità... ed è andata bene! - T.D. continuava ancora a lanciare occhiatacce a Von De Fluchten -se mi combini un'altra cosa del genere...- ma il fotografo      sorridendo - Beh... ci sarebbero quelle foto con i gattini siamesi... ho paura che non vadano tanto d'accordo con i dobermann... -. T.D. tirò dietro una pianta di ficus a Von De Fluchten, l'unica vera. 

     
  • 30 ottobre 2012 alle ore 22:16
    Cinque personaggi per uno scrittore senza talento

    Come comincia: Salve, mi presento sono Bart Stephenson, scrittore che ha avuto un successo inaspettato col suo primo libro e vorrei raccontarvi la mia storia, qui, sul cornicione del dodicesimo piano del palazzo del mio editore e talent scout, John Frugatti.
    Potrei cominciare con "Era una notte buia e tempestosa..." oppure con "Stavo seduto al bar, bevendo il mio caffè quando..." o addirittura con "C'era una volta, un ragazzo che..." ma ho finito i cliché e quello che ho da dirvi è soltanto la verità o buona parte di essa. Ormai avevo tentato tutto: scrivere un musical, un romanzo, un giallo, un noir, una sceneggiatura per un film, la lista della spesa, una raccolta di poesie. Nessuno mi voleva pubblicare. Mi dicevano: "Già letto...", "Questa sembra la fotocopia di Rambo, se vuoi chiamo Stallone per il ruolo principale...", "Questo è interessante!" ma era rivolto alla lista della spesa. I personaggi nelle mie storie erano scontati e di conseguenza lo erano anche le storie. Non riuscivo a creare il carattere giusto per farli emergere.
    Ad esempio il soldato T.D. Smitherson era un reduce, unico sopravvissuto del suo battaglione, che voleva semplicemente tornarsene a casa finita la guerra e invece ne iniziava una nuova appena entrato nella sua contea.
    L'investigatore Dalten era sempre occupato a combattere il suo alcolismo e a risolvere intricati delitti senza risparmiarsi, soprattutto col whisky.
    Martin de Chaque era un cuoco pasticcione nato in un piccolo paesino della Francia che voleva diventare il più grande chef di Parigi e veniva aiutato da chi? Un gatto parlante.
    Nemmeno la storia di Ricky De La Santè diceva un granché agli editori, la vita di un fashion designer omosessuale, col sogno di lavorare per una grande casa di moda a New York con la fissa per gli accostamenti tra colore di smalto per unghie e vestitini per barboncini.
    Così stremato dal mio ennesimo giro a vuoto per cercare di vendere le mie scartoffie, tornai a casa, strascicando i piedi. Una volta dentro ho fatto quasi un infarto. Cinque figure mi stavano aspettando. Uno atletico, in divisa mimetica, stava controllando il suo mitra. Un altro barcollando stava rovistando tra i cassetti e di tanto in tanto beveva da una borraccia di metallo che nascondeva nel cappotto. Il terzo uno smilzo col ciuffo viola e gli occhiali asimmetrici stava selezionando i miei vestiti, buttando sul letto quelli che andavano bene e lanciando per terra quelli che andavano male. Sfortunatamente si era salvata solo una camicia hawaiana. Quello corpulento stava armeggiando con l'apriscatole per tentare d'aprire una scatoletta ma notata la data di scadenza rinunciò. Mi venne incontro l'ultimo strano ospite. Il gatto si era fermato davanti a me e mi fissava con i suoi occhi arancioni: - "Noi e te, miao, dobbiamo parlare seriamente su come ci stai trattando nelle schifezze che stai scrivendo. Miao, se dobbiamo continuare a lavorare insieme segui le nostre istruzioni e non te ne pentirai, miaooo". Sono svenuto.
    I personaggi davanti a me si lamentavano di come li facessi vivere. Così ogni sera a turno si mettevano al mio fianco alla scrivania e mi raccontavano quello che volevano fare. Mi limitavo solo a battere al computer per loro.
    Il cuoco e il gatto cucinavano cenette da gran ristorante, ovviamente annaffiate dalle scelte enologiche dell'investigatore che chiese perciò di passare da "alcolizzato" a "intenditore di vini". Lo stilista un po' alticcio una sera fece una proposta al gruppo: - "Perché non ci scambiamo i generi? Vorrei tanto provare un'avventura in mimetica come Tiddy..." Tiddy ovvero T.D. si mise a ridere fragorosamente: - "Te non dureresti una pagina immerso nel fango di una jungla attorniato dai Viet-cong... cosa faresti, li graffi tutti a morte?!". Dalten stappando un'altra bottiglia intervenne: - "Perché no? Potrei farmi un giro nei ristoranti di Martin evitare per un po' gli omicidi, prendermi una pausa...". Dominic, il gatto, come si era fatto ribattezzare si stiracchiò: - "Vorrei anch'io, miao cambiare genere, se ti va li risolvo io due o tre casi di omicidio al posto tuo, miaooo". T.D. colpendo coi pugni sul tavolo: -"Volete venirmi a dire che magari io dovrei andare a coordinare cappellini e scarpette per le modelle di New York? Finalmente vedrò un pò di passera, ci sto!" e Martin spegnendo il gas concluse "... e se Dominic ha bisogno di un assistente per le indagini sono pronto, mi sembra sia la ricetta giusta per ravvivarci!". Ero alla loro totale mercé e più scrivevo per loro e più sparivano i miei pensieri. La vera catastrofe avvenne quando consegnai per sbaglio il plico con le storie strampalate a Frugatti. Temevo di venire deriso fino alla morte e invece l'editore cascato dalla sua poltrona in pelle ha cominciato a chiamare un numero dopo l'altro e a faxare parti dei racconti ai manager della casa editrice e nel giro di due settimane il libro era su tutti gli scaffali e tradotto in più lingue. Persino un film era in progetto presso una famosa casa cinematografica. 
    Dovrei essere contento no?! Finalmente fama e gloria. Purtroppo mi hanno chiesto un seguito al libro, con gli stessi personaggi.  Non voglio mentire ai lettori, le storie non sono create da me e per questo mi trovo qua, sul cornicione deciso a scrivere la fine della mia storia, ma a modo mio.

     
  • 02 ottobre 2012 alle ore 23:37
    Jolène e Maribel

    Come comincia: Era uno schifo di posto. Ma era il loro posto segreto. Visitato dai ratti, belli grossi che sembravano linci e poi i rugginosi binari della ferrovia appena oltre il canale artificiale, dove se riuscivi a vedere il fondo, voleva dire che ti ci stavi ammazzando. Eppure là sono nate le più belle avventure, create dalle libere immaginazioni di due amiche, due giovani ragazzine non ancora entrate nel pieno dell'adolescenza. I ratti diventavano possenti unicorni, i treni portavano giovani esultanti verso splendidi orizzonti e il canale si faceva teatro di incredibili battaglie marine. Poi si ritornava alla realtà. La realtà era una merda. Loro lo sapevano, ma non potevano farci niente. Si erano legate come amiche del cuore, col patto di sangue, Maribel si era presa anche un'infezione, era stata male una settimana mentre Jolène aveva avuto la fortuna di avere del disinfettante in casa, scaduto, ma ancora efficiente. Maribel era figlia di un'immigrata irregolare e stava sempre fuori casa, quando mamma doveva lavorare. "Lavorava" in casa, ogni tanto riceveva degli uomini e Maribel dal cortile sul retro li vedeva entrare, stare dai dieci ai venti minuti ed uscire, qualcuno arrabbiato, altri invece erano più svelti dei topi di fogna nel dileguarsi. Jolène invece stava sempre in casa perché suo padre era spesso in centro città. Lavorava per modo di dire, tornava sbronzo, si portava delle videocassette porno prestate da Larry, l'unico uomo di cui conosceva il nome oltre a quello di suo padre e ne riconosceva la puzza di vestiti sporchi e unti. Capitò per sbaglio che Larry consegnò a suo padre una videocassetta su dei conigli bianchi, che correvano in un cortile. Jolène l'aveva vista e la volle tenere. L'unico regalo che il padre gli avesse fatto. Un altro hobby del padre erano le pillole. Ne aveva in quantità e qualità diverse e poi fumava delle sigarette che puzzavano così tanto che a Jolène girava la testa e per quello si fiondava in cortile, dove aveva conosciuto Maribel. Maribel aveva una madre, Jolène aveva un padre e pure uno “zio” squinternato a quanto pare. La famiglia perfetta. La vera madre Jolène era scappata via, per fuggire da un marito disoccupato che riversava le sue frustazioni sulla moglie, a volte con la cinghia dei pantaloni, altre volte con un bastone o qualsiasi altro oggetto fracassabile. La mamma di Jolène era scappata da sola e sapendo che lui l'avrebbe cercata dappertutto se si fosse portata via la figlia l'aveva abbandonata a lui, sperando che almeno con lei avesse più pietà. Aveva visto quasi giusto, infatti non la picchiava, gli ordinava solo di fargli da mangiare, gli diceva che gli faceva schifo tutto, usciva di casa e tornava solo più sbronzo di prima, si impasticcava, si fumava una sua sigaretta modificata, come diceva lui, per poi crollare davanti ad un film porno seduto sulla poltrona. La solita routine. Maribel e Jolène quindi trascorrevano un pò di ore spensierate, lontane da tutti, lontane da tutto. Un auto lussuosa sbucò in quell'angolo di periferia. Una macchina che non si vedeva in giro, nemmeno nelle riviste. Scesero uno sui quaranta, l'autista e l'altro molto più vecchio, vestito come l'omino del monopoli, con tanto di baffoni bianchi. Entrarono in casa di Maribel, che quel giorno però rimase dentro, Passò una settimana prima che le due amiche si rincontrassero nel loro posto segreto. Jolène era contenta di rivederla, ma Maribel sembrava fredda e distaccata. Non si fece abbracciare, si sedette solo sul blocco di cemento davanti al canale. Fissò a lungo l'acqua e poi incominciò a piangere. Solo dopo qualche minuto Jolène riuscì ad avvicinarsi a lei e quest'ultima si lasciò finalmente abbracciare. Tra i singhiozzi Maribel le disse soltanto "Mia mamma ha detto che sono diventata una donna adesso...". Le cose erano cambiate tra loro. Maribel ogni tanto obbligata a rimanere a casa con sua madre a lavorare e Jolène passava allora le sue giornate rivedendo il video dei conigli fino a quando non ritornava suo padre. Un giorno Larry chiamò suo padre per un lavoro in città. Era solo una scusa banale per passargli un po’ di roba nuova e una videocassetta, che Larry assicurava, aveva dentro di tutto, l'inimmaginabile, donne, animali, donne con teste di animali e porcate del genere, tutta roba molto forte. Riuscì a tornare a casa solo il diavolo sapeva come, ubriaco fradicio e fatto. Aveva solo in mente di vedersi quella merda e di continuare a impasticcarsi. Jolène non aveva fatto in tempo a togliere la cassetta dal videoregistratore, e allora lui andò su tutte le furie. Prese un canale a caso e ci registrò sopra una sfilza di televendite noiose. Mandò Jolène in camera sua e le proibì di uscirne. Poi barcollando, mise la sua cassetta e iniziò la visione. Quello che vide era oltre il suo perverso immaginario pornografico. Una donna con la testa di un pupazzo di coniglio si spalmava addosso un liquido rosso e denso. Poi si vedevano pitoni, donne legate al letto e cosparse di scarafaggi. Un uomo entrava nella stanza e picchiava la donna di turno, poi la scena cambiava ancora ed un altro fingendosi il padre della donna del video, le somministrava un sonnifero e abusava di lei nel sonno. Tutto il video bombardato da una musica tecno incessante. Non poteva credere ai suoi occhi, scene ancora più raccapriccianti, e lui riavvolgeva il nastro e riguardava, riguardava i vari pezzi, due, tre, quattro volte ed ogni volta che ricominciava si impasticcava o beveva del whisky direttamente dalla bottiglia. Larry questa volta aveva fatto centro. Ma una scena aveva fatto scattare la molla sbagliata nella testa di quel padre degenerato. Così, dopo anni, si mise ai fornelli e preparò un brodo, un lurido brodo dove cominciò a buttarci dentro pillole, farle sciogliere bene ed aggiungere ancora pillole. Poi chiamò Jolène in cucina e le disse, con parole dolci, che gli dispiaceva di averla sgridata e di averle cancellato la cassetta. Jolène guardava quel piatto fondo con il brodo. Sembrava il canale artificiale, aveva lo stesso colore. Poi il padre gli porse il cucchiaio, la invitò a mangiare tutto il brodo e gli promise che avrebbe chiesto a Larry una copia di quel video dei conigli, per farsi perdonare. Jolène a quelle parole non poté far altro che fidarsi. Tornò a vedersi il video per caricarsi ancora e dopo qualche minuto sentì un tonfo dalla cucina. Segno che Jolène era partita per un profondo sonno, L'aguzzino di padre allora si avvicinò a lei e le prese il braccio. Per la prima volta provò paura. Non sentiva più il polso della figlia. Indietreggiò a bocca aperta, stordito dalle droghe che aveva preso cominciò a vedere conigli bianchi sbucare da ogni dove. Lanciò un urlo e solo dopo minuti si rese conto di aver perso il controllo su tutto. Prese il corpo leggero di Jolène e lo ripose sul letto in camera sua. Gettò via il brodo restante e mise delle pastiglie in mano alla povera piccola, ed altre sul comodino. Poi prese il telefono e chiamò un'ambulanza. Maribel scesa nel cortile vedeva solo le luci azzurre lampeggiare sulle case diroccate. Dei poliziotti portavano via in manette il padre a cui non credettero sin da subito all'ipotesi del suicidio di Jolène. Maribel vide una lettiga con un corpo coperto salire sull'ambulanza. Nel frattempo la madre di Maribel ci pensò due volte ad affacciarsi alla finestra per non farsi vedere dagli agenti e si chiuse bene in casa. Maribel ora sola, si recò per un ultima volta nel loro posto segreto. Fissava il fondo del canale artificiale e cominciò a domandarsi se nella sua profondità avrebbe rivisto l’amica Jolène e vi si lanciò per cercarla.

     
  • 29 settembre 2012 alle ore 3:41
    Quegli occhi verdi

    Come comincia: Fare il cameriere è un bel mestiere. Conosci parecchie persone, provenienti da chissà quale angolo del mondo, ognuno ti porta qualcosa e se è possibile ad ognuno regalo qualcosa io. Certo, non sempre è rose e fiori, c'è chi si lamenta del prezzo, del panino che è troppo grande o troppo piccolo, del caffè che è troppo freddo o troppo caldo, ma si sa il mondo è bello perchè è vario.
    Dopo tanti anni di servizio, non vi dirò quanti e non siate maliziosi, si apprende una cosa importantissima: si impara ad osservare.
    Ad esempio la maggior parte delle coppiette che arrivano, sono tutte felici, tubano sui tavoli, tant'è vero che occorre farsi spazio tra le loro posizioni "kamasutresche", altre invece sembrano sull'orlo di una guerra totale e svelto cerco di eliminare più oggetti dal tavolo per prevenire il lancio di questo o di quello.
    L'unica cosa che mi lascia sgomento è quando c'è la coppia dove lui comanda lei. Comandare forse è riduttivo. Umiliare, forse è ancora troppo poco.
    Si sedette una volta una coppia, dove lui tronfio del suo bell'aspetto, del vestito griffato, dell'orologio di marca e gli occhiali scuri ordina sicuro, per lui, un bel Negroni con tanto gin. E per lei? Per lei niente, se ne sta ferma. Zitta. Anche lei vestita bene, il tallieur, con quegli occhiali scuri, dalla lente molto ampia, tanto che sembra un ape. Lei composta non si smuove e non parla. Lui invece sembra un tutt'uno col cellulare, chiama, manda sms, ride e scherza con chi è dall'altra parte del telefono, senza degnare una parola la donna.
    Mi chino per vedere se volesse ordinare anche la signora e lui brusco "portagli dell'acqua naturale..." e lei "magari gass..." lui la interrompe "liscia va bene e portami un'altro Negroni e non essere tirchio col gin!". Così non mi resta che prendere l'ordine e portare "per sbaglio" l'acqua gassata. Forse in quel momento sono riuscito a vedere un lieve sorriso della donna, subito smorzato dall'uomo che prendendo le sigarette lancia un'occhiataccia a lei e di striscio anche a  me. Non è da me ascoltare gli affari degli altri, ma vedevo che ormai lui si era incattivito. Tirava una boccata alla sigaretta e beveva il drink, versando sulla donna una serie di parole che avrebbero fatto impallidire un gestapo: "Sei sempre la solita ... Non ti devo portare in giro ... stavi meglio in quel porcile di casa ... se non fosse per me staresti nella merda ...  sei sempre pronta a fare gli occhi dolci a destra e a manca ... sei una nullità ...  forse era meglio se mi scopavo tua sorella ...  sei un'idiota ... ti dovrei far vedere io ... aspetta che andiamo a casa e vedi come ci si comporta ...". Vedevo una bella donna spegnersi poco a poco, diventare sempre più piccola, sembrava diventare una bambola di pezza. Lui invece diventava un gigante, un gigante cattivo. La donna stava cercando di mantenersi, di non crollare in un pianto e cercava disperatamente nella borsa, un fazzoletto. Trovato si alzò e corse dentro al bar e chiedendo ad una mia collega, si indirizzò verso il bagno. L'uomo mi fece un cenno, come si fa ad un cane e mi ordinò un terzo Negroni. Gli portai il peggior Negroni della mia carriera, e lui se lo scolò in due secondi, accendendosi un'altra sigaretta e guardandosi in giro.
    Lui si concedeva il lusso di guardare le altre ragazze, di fare a loro sorrisetti maliziosi. Nel frattempo la donna stava ritornando al tavolo, senza gli occhiali addosso, perché se li era dimenticati nel bagno. Quello che non mi dimenticai io furono invece i suoi occhi. Belli, verdi ma tristi. Lui ricominciò ad insultarla con frasi come "Cretina! Quegli occhiali mi costano una fortuna! Spera solo di ritrovarli altrimenti ti faccio vedere io!". Fu solo allora che i nostri sguardi si incrociarono di nuovo, forse per l'ultima volta. Non avevo notato i segni sotto gli occhi, scambiandoli per un trucco sbavato. Forse l'animale l'aveva picchiata, probabilmente non una sola volta. Durò solo qualche istante, un attimo che se lei mi avesse chiesto aiuto non gli avrei negato niente. Lei corse in bagno, ritrovò gli occhiali e rinascose i suoi, anche se tristi, occhi verdi.
    L'animale a quel punto mi chiese il conto. La donna, sminuita a bambola di pezza si alzò e guardandomi con quegli occhialoni sembrò sul punto di chiedermi qualcosa. Non fece mai in tempo, perchè lui la prese per il braccio con forza e se la portò via, lasciando anche a me con un buco nel cuore e senza possibilità di farla uscire da quel mondo di terrore.

     
elementi per pagina
  • "I luoghi sepolti" è una raccolta di sette liriche che precedono il breve poemetto allegorico "Il giorno in cui il Tempo distrusse i sepolcri" diviso in due parti, "Il mattino e mezzogiorno" e "Il vespro e la notte", opera dell'autore Manuel Paolino.
    Nella sua introduzione Manuel ci spiega che il poeta non è più soggetto come un burattino alla poesia ma ne è consapevole e ne affronta il viaggio, verso destinazioni ispiratrici ovunque esse siano: dentro la mente o nello spirito del poeta o in luoghi lontani, l'importante è che restino avvicinabili per mezzo di un vero e proprio viaggio, che sia fisico o mentale. 
    Protagonista del poemetto è il Tempo, che è sia muto osservatore sia inesorabile distruttore. Nonostante ciò, il Tempo ha poco di cui esser soddisfatto, perché anche se distruggerà materialmente luoghi e tombe di illustri poeti, non riuscirà a cancellarne il ricordo delle poesie e nemmeno potrà fermare la nascita di nuovi avventurieri della poesia.
    Tra le liriche che precedono il poemetto, il mio gradimento personale è per "Il girasole": breve, mi ha portato a ricordare all'estate e ha mantenuto la sua promesso: mi ha condotto in viaggio verso una fonte d'ispirazione.

    [... continua]

  • Un breve viaggio in un epoca umana oscura, ma che cova la voglia di scoprire la reale composizione della vita e conoscerne il senso.
    A cosa dobbiamo tutto ciò che ci circonda? Volontà Divina o complicata chimica? Come funziona il nostro pianeta? Senza le moderne tecnologie, nel XVII secolo in Sicilia, lo studio dell'alchimia era considerata al pari della stregoneria e lasciata in mano a pochi frati che correvano il rischio dell'inquisizione se oltrepassavano il lecito.
    In un regno dominato da baroni, l'ignoranza della popolazione era assogettata alla religione, alle sbagliate idee filosofiche sulla materia e alla repressione, dando il potere a pochi e la miseria a tanti.
    Il barone Gervasio non è da meno, tuttavia attende dalla moglie due eredi, gemelli che dimostrano una innata differenza; il primo nascituro, Tiburzio, per tradizione erediterà le sue fortune, dimostrando di essere interessato solo ai piaceri carnali della vita, mentre il secondo Alonzo, ne sarà talmente affascinato dai suoi misteri da voler continuare gli studi.
    Alonzo non passerà una vita tranquilla, stufo del servilismo che percorre le sue terre e della sua arretratezza, dovrà persino rinnegare il suo primo grande amore Genoveffa, data in sposa a suo fratello per volere del padre Gervasio, anche se a Tiburzio non interessa di lei, costringendolo a fuggire in cerca di nozioni e lenire le sue ferite d'amore.
    Seppur torturato dall'amore avrà riscatto nell'apprendere le nuove tecniche di chimica e svolgendo esperimenti presso luminari dell'epoca, spingendosi persino in Provenza.
    Alonzo farà tesoro di ogni insegnamento, di vita, di chimica, potrà scambiare idee con il conte Valery con cui stringe un'immediata amicizia e un affine ideologia e intrapreso il suo viaggio interiore cercherà di arricchire anche l'animo del lettore.
    Piacevole trovare oltre alle nozioni di chimica in questo scritto anche citazioni di Ludovico Ariosto, Dante Alighieri, William Shakespeare, Petrarca, e di filosofi quali Platone e Tommaso Campanella e molto ancora.

    [... continua]

  • Ultimo episodio della trilogia di Paul Hoffman con protagonista Thomas Cale, l'ira di Dio.
    Ritroviamo il nostro antieroe in uno stato pietoso; una sconosciuta malattia ne sta svuotando le forze, un dolore interiore, misto a rabbia e rancore, che ne stanno divorando l'anima.
    Costretto quindi a rifugiarsi lontano da tutto e da tutti, in un monastero con l'aiuto di Sorella Wray cercherà di ricomporre la propria esistenza, nonostante le continue torture fisiche e psicologiche di Kevin Meatyard altro ospite dell'istituto.
    A rendere ancora più difficile la vita a Thomas Cale sono le continue pressioni da parte dei suoi alleati per spronarlo a studiare una difesa dall'imminente attacco dei Redentori, mentre quest'ultimi cercano, assoldando due sicari, di ricatturarlo e nei peggiori dei casi di eliminarlo.
    Proprio sfruttando la sua malattia il potere di Cale ai minimi storici potrebbe risollevarsi e diventare l'arma definitiva, diventando l'incarnazione dell'Angelo della Morte. 
    I ricatti, le nuove e le vecchie amicizie, le tecnologie di Hooke possono ribaltare le sorti della guerra da un momento all'altro.
    Al fianco del protagonista come sempre Henri il Vago che si sta abituando alla vita dei palazzi pur odiandone i ricchi proprietari e Kleist chiuso nella sua depressione per la perdita della moglie e del figlio per mano dei Redentori; i due resteranno le uniche persone di cui Cale si fida ed ha bisogno per riuscire nelle sue imprese, ma dovrà salvarli da Kitty la Lepre adirato per avergli rovinato i suoi affari.

    [... continua]

  • La vita degli esseri umani può essere sia avventurosa che tranquilla e ne sono stati scritti di libri su questo.
    Cosa capiterebbe invece se si raccontasse la storia di un piccolo numero di conigli? Sarebbe lo stesso emozionante e ricca di suspance?
    La risposta è sì, se state leggendo le avventure di Moscardo, Quintilio, Parruccone e dei loro amici.
    Nella tranquilla vita di una conigliera di campagna Quintilio, coniglio con delle doti di premonizione, avverte un pericolo incombente avvicinarsi alla loro tana e insieme al suo amico Moscardo decidono di avvertire il Capo coniglio. Quest'ultimo non crede alle parole del piccolo coniglio, credendolo pazzo e lo rimanda alla sua tana. Le sue parole convincono però Parruccone, segretario del Capo coniglio e con lui organizzano una rocambolesca fuga dalla conigliera con altri amici fidati.
    Sarà solo l'inizio di un lungo faticoso viaggio alla ricerca di un posto dove fondare una nuova colonia, intriso di pericoli da ogni tipo di animale e dall'uomo compreso.
    A tratti crudele, molte volte divertente, nei loro discorsi in "lapino", lingua dei conigli, prontamente tradotta dall'autore, verremo a conoscenza delle avventure del mitico coniglio El-ahrairà furbo re e protettore della loro razza, in storie che sembrano favole ma con aspetti duri e ricche di  stratagemmi ingegnosi per tirarsi fuori dai guai. 
    Il libro non perde ritmo, gli avvenimenti e i colpi di scena si sussuegono velocemente fino alla fine e ad ogni inizio capitolo sono presenti citazioni da opere e autori famosi inerenti al capitolo che va a cominciare.
    Proprio per una citazione di questa opera in un altro libro, avevo deciso di leggerlo e ne sono rimasto pienamente soddisfatto. 
    Lo consiglio a tutti; uomini e conigli.

    [... continua]

  • "Il mare è mio fratello" è un racconto giovanile di Jack Kerouac, padre della Beat Generation, a tratti autobiografico creduto da tempo perduto.
    Kerouac in questo scritto racconta le avventure del giovane William Everhart, professore di un liceo, che decide di partire con il marinaio Wesley, conosciuto al pub, affascinato dal suo carattere ribelle e infelice a terra, ma che riprende serenità solo sul ponte di una nave in viaggio.
    Ambientato nel periodo tra le due guerre mondiali, partono da una tranquilla e noiosa New York, in autostop fino a Boston per potersi imbarcare su una nave mercantile.
    Durante il tragitto, Everhart ripensa alla sua scelta e si misura con altri personaggi, con scambi di ideologie politiche, birre e whisky. Sarà anche il senso di smarrimento dato dalla scomparsa di Wesley a mettere a dura prova la sua tenacia e di scegliere se abbandonare l'impresa e dare retta alla sorella o continuare nonostante tutto.
    Il libro contiene anche altre opere semi incompiute di Kerouac, opere giovanili, che raccontano l'America, lo spirito libero, il cambiamento generazionale che vive in quel periodo, sono tutti facente parte della formazione letteraria dello scrittore, da solo e con gli Young Prometheans.
    Nel libro, gli appunti e note a fondo pagina spiegano particolari dei personaggi che si rifanno a sensazioni persone e avvenimenti incontrati da Kerouac nei suoi viaggi attraverso l'America.
    Sono comprese anche delle foto di Kerouac e delle lettere tra lui e l'amico poeta Sebastian Sampas.

    [... continua]

  • Il titolo del libro non vi tragga in inganno. L'opera di Francesco Primerano non è un manuale su come utilizzare i due social network: è molto meglio.
    Un viaggio, attraverso pensieri, aforismi che compiamo senza accorcene dal momento che apriamo Facebook o Youtube.
    Tanti cercano nel fiume di informazioni un proprio genere, un gusto musicale o un video divertente per rilassarsi, ci si iscrive in gruppi perché si condividono gli stessi interessi, si vuole gridare a tutti come la si pensa o semplicemente abbandonarsi a ricordi ed emozioni che solo noi possiamo apprezzare.
    Accompagnati idealmente dalla musica di sottofondo di grandi artisti italiani come Mina, Vasco Rossi, Renato Zero o internazionali come Beatles, Pink Floyd, Queen sono anch'essi compagni di pensieri ed emozioni.
    Facciamo dei due social network a volte un uso spropositato, ma proprio quell'abuso ne è costante linfa per chi accede ad un computer e cerca di comunicare ed assorbire esperienze dagli altri.
    Cambia il modo di reperire le informazioni con Facebook & Youtube, cambiamo noi stessi, ma è un continuo incontro e scontro tra generazioni.
    Io stesso non posso fare a meno di condividere i pensieri di Primerano, sondo Youtube alla ricerca di video divertenti o di guide per accrescere le mie conoscenze, o cerco amici di un tempo e di oggi e parenti vicini e lontani su Facebook, per condividere interessi, notizie, arrabbiature e sfoghi, magari con la speranza di lasciare un segno positivo per chi aprirà quella pagina dopo di me. 

    [... continua]

  • Una confessione, lunga, che è anche uno sfogo. Parole che non dovrebbero esser dette, sarebbe da rispettare il silenzio, ma uno come Mauro Corona non puo' star zitto. Allora svuota il sacco, spesso utilizzando frasi e aforismi di altri famosi filosofi, mette in chiaro quello che dal suo punto di vista dovrebbe cominciare a fare l'essere umano per salvarsi o per lo meno vivere meglio. Accettare la fragilità, coltivarla non disprezzarla o deriderla, non tenersi dentro inutili rancori, riparare rapporti con gli amici anche se si hanno avuto delle discussioni e delusioni. Evitare di vivere per seguire gli oggetti di lusso, inutili e che rimbambiscono, anzi come fa uno scultore, lui stesso, bisogna togliere il superfluo, solo così si vive senza paura di perderle le cose. Tornare ad utilizzare le mani e creare, per conoscere la terra, il proprio territorio e le proprie capacità. Lui invita a farlo, cominciando dalle scuole, far innamorare i più giovani della natura e non degli eccessi. Si sfoga anche sul Vajont, che è abbandonato dalle istituzioni, dimenticato e lasciato morire. Vorrebbe che i luoghi colpiti dalla catastrofe tornassero riabitati, magari creando un'area universitaria. Invece vede che c'è disinteresse, solo perché nessuno avrebbe facili tornaconti, costerebbe fatica. Inoltre si libera e confida anche propri sentimenti verso i suoi genitori, della sua infanzia non facile, delle sue delusioni e del rapporto con i suoi figli. Non risparmia nemmeno coloro che per altri decidono quello che è giusto o sbagliato, buono o cattivo, solo perchè pagati per farlo.
    Ci sono aneddoti e molto ancora scritti da Corona in queste sue confessioni e ve le lascio scoprire da soli. Infine è incluso un dvd con Corona che ci accompagna ad Erto "paese di crolli e di dolore" giusto cinquant'anni dopo la tragedia del Vajont.

    [... continua]

    • Joyland
    • 08 luglio 2013 alle ore 8:24

    Non è un'estate completa, se non si legge almeno un libro di Stephen King. Oltre a questo non è completamente estate senza almeno una visita a un luna park. Se poi come i protagonisti del romanzo ci dovete lavorare per tutta l'afosa estate, il cerchio si chiude. Devin Jones è uno studente universitario, col cuore a pezzi. Cerca di sbarcare il lunario, con i suoi due amici nel parco divertimenti di Heaven's Bay. Deve sottostare al suo burbero capo, imparare la "parlata" ovvero il gergo segreto dei giostrai, apprendere a manovrare le giostre e ad imbonire il pubblico. Dove si puo' trovare maggior divertimento, tra un tiro a segno, una ruota panoramica, e un buon hot dog, si nasconde un terribile segreto. Il fantasma di una ragazza uccisa anni prima, infesterebbe una giostra del parco. Inoltre una finta zingara predice al ragazzo un futuro oscuro e pericoloso. Dev o Jonesy, come lo chiamano i "figli del carrozzone", deve lasciarsi alle spalle la ex fidanzata, maturare come uomo e risolvere il caso dell'omicidio, reso ancora più difficile per il rapporto che si crea con Mike, un ragazzo affetto da distrofia muscolare e la distaccata madre, vicini di casa del suo luogo di lavoro. Nel romanzo, King cita spesso titoli di canzoni, avvenimenti storici di contorno, lo stile inconfondibile, vi farà girare una pagina dopo l'altra. Consigliato per quelle giornate estive da quaranta gradi all'ombra solo per farvi capire cosa può provare Dev con la "pelliccia" addosso.

    [... continua]

  • Il rapporto di Robert Lombardi, dopo la morte di sua moglie Helen, con suo figlio Pete si sta allentando.
    Il primo è assorbito dal suo lavoro all'università, mentre il secondo per gioco sfida i sistemi di sicurezza informatici. L'unica cosa che possa tentare di riaccendere i contatti è un viaggio insieme a Parigi durante le vacanze estive.
    I preparativi sono ultimati e Pete sta cercando di entrare nell'ennesimo sito per vincere una scommessa prima di partire; riesce con facilità a scaricare parte del contenuto del server attaccato e a copiarlo nei due computer di casa, come prova della sua riuscita.
    Nonostante abbia seguito ogni procedura per far perdere le sue tracce, ha inconsapevolmente scaricato un worm, che si attiva per pochi minuti a sua insaputa e lo fa scoprire. Non è un programma nocivo qualunque, ha un suo specifico obiettivo ed è stato creato appositamente da un gruppo neonazista, Feuer Jugend, facciata di un gruppo terroristico ben più pericoloso e dislocato in più parti del mondo, in insospettabili piani di potere. La macchina terroristica si avvia per cercare di recuperare i dati e interrogare i "ladri", sono sul punto di sequestrare i Lombardi in un ristorante parigino, quando all'ultimo, da anni di oblio, si riattiva l'addestramento di Sara Kohn, ex membro dell'intelligence del Mossad, che riesce a salvarli.
    Ma averli salvati una volta non fa altro che ingigantire i pericoli che dovranno superare e che l'ex agente credeva di essersi lasciata alle spalle.
    Questo è solo l'inizio del thriller che vedrà minacciare le sorti di Israele in un sussueguirsi di colpi di scena.
    Riuscirà Sara Kohn a sventare il piano criminale e soprattutto di chi potrà fidarsi per riuscirci?
    Stefano Lanciotti riesce a tenerti in allerta, sudare freddo, ti fa entrare nei pensieri del personaggio nei loro dubbi e incertezze, tutto può succedere nel giro di poche pagine. Un thriller ben costruito, consigliato.

    [... continua]

  • Questo libro è una piccola sfida. Uno di quei libri che ti viene da pensare "Oh no, devo finire di leggere quel libro...", per poi rimanerci invischiati dentro almeno fino alla fine del capitolo.
    Un libro a velocità lenta, da passeggio, eppure riesce a portarti lontano. In auto per strade nella notte, nei locali notturni aperti solo per pochi intimi, attraverso luoghi devastati dalla guerra, porti e stazioni degli autobus con i loro viaggiatori di nazionalità mista e di chi nemmeno ha quella. Si viaggia nei gironi dell'animo dei personaggi, nelle disgrazie delle automobili d'occasione e dei furbi della meccanica di soccorso.
    Quanto è lungo un viaggio? E la destinazione è fisica o è il raggiungimento di una conquista personale?
    Quanti compagni di viaggio dobbiamo incrociare e cosa possiamo imparare da loro che ci servirà nella vita.
    Nessun capitolo è indispensabile al fine del racconto, se ne possono saltare, ritornare indietro, abbandonare per strada. Un fiume di parole degno del compositore musicale che è Vinicio Capossela, parole per immagini.
    Leggetelo quanto ve ne serve, fate come dice lui, prendete i capitoli a etto, sfusi quanti ne volete e ne sarete comunque sazi.

    [... continua]

  • Chi è convinto della propria vita? Chi ne è appagato, soddisfatto? Ci accontentiamo che i giorni scorrano da soli, uno uguale all'altro. Siamo noi che abbiamo fatto le scelte che ci hanno aperto il nostro percorso o ci siamo omologati al volere di qualcun altro?
    Sandra, Sam e Adamo, sono tre ragazzi totalmente differenti tra loro, ma che hanno in comune un punto: non sanno cosa fare della propria vita e la gente fa di tutto per fargliela cambiare a loro modo.
    Sandra non ha problemi economici, la sua famiglia è ricca e lei passa le giornate divertendosi e facendo shopping col bancomat del padre. Ha continui litigi con la madre che tenta di scegliere per lei il lavoro migliore, mentre Sandra non ne vuole sapere di organizzare la propria vita.
    Sam è omosessuale e per questo ha lasciato la famiglia a Catania per trasferirsi a Torino. Non studia, lavora nei peggiori fast-food della città e viene sistematicamente lasciato dai suoi amanti. Continua a struggersi per un amore finito, l'ex-ragazzo per lui era tutto e si sente uno sfigato cronico.
    Adamo invece sembra quello riuscito meglio. Abita da solo, ha svariate ragazze, ha un lavoro che lo appaga, che è addirittura in aria di promozione, la punta massima dei suoi sforzi. Eppure quello che vogliono i suoi genitori e il suo capo è che si sistemi con una ragazza fissa e abbandoni la sua vita sregolata.
    Gli eventi stanno per cambiare per tutti e tre.
    Sandra si ritrova il bancomat bloccato ed è costretta a trovarsi un lavoro e a tenerselo. Per conquistare il suo ragazzo decide di migliorarsi anche come donna, vuole crescere.
    Sam, stufo dei fast-food trova lavoro in uno studio legale ed è chiara la sua mancanza di studio che lo porta a scegliere di iscriversi ad una università serale e coltiverà il suo sogno per la creazione di un suo fumetto, vuole imparare a lottare per quello che desidera.
    Adamo invece per organizzare una festa di compleanno per la figlia del suo capo è costretto a trovarsi una fidanzata ed il rapporto comincerà a distruggere ogni sua convinzione pezzo per pezzo. Adamo vuole libertà e non vuole legarsi a nessuno.
    Così sostenendosi a vicenda devono ribaltare la loro esistenza, provare a migliorarsi e a non arrendersi nonostante la vita gli regali solo sgambetti. 
    Non sarà facile per nessuno dei tre eppure i loro sforzi restituiranno dei risultati che loro non avrebbero mai pensato di raggiungere.

    [... continua]

  • La comunicazione con i figli è importante. Lo è per incoraggiare, spiegare, scherzare, rimproverare, correggere e per unire.
    Purtroppo quando un figlio è affetto da autismo questo meccanismo si inceppa.
    Non valgono le misure e i metodi convenzionali per poter entrare nel loro mondo. In più le piccole fissazioni che possono avere per un determinato colore o cibo, i dialoghi senza logica apparente, azioni ripetitive, l'ossessione a sistemare e risistemare gli oggetti non aiutano a sopportare la situazione.
    Il medico ha dato il suo verdetto. Franco però non si è tirato indietro e ha guidato Andrea per diciasette anni attraverso terapie tradizionali, sperimentali e spirituali. Ha trovato il suo modo per comunicare più in profondità con il figlio attraverso la scrittura al computer, ma nonostante questo è solo con la madre che ha più volontà ad esprimersi.
    Così progetta un viaggio in America per le vacanze estive, nonostante le perplessità di amici e di medici, l'incoraggiamento di pochi, lascia a casa moglie e il figlio più piccolo e parte all'avventura con Andrea. Nessun itinerario specifico, nessun limite di tempo, solo tanta voglia di libertà e tante preoccupazioni. Saranno accettati o saranno rispediti subito in Italia? Perderà Andrea per strada o gli capiterà di tutto? Le normali paure di un genitore saranno moltiplicate per dieci a volte cento, ma anche le soddisfazioni e soprattutto le emozioni.
    Il viaggio di un padre che vuole insegnare a un figlio a difendersi dal mondo, dove finisce invece per imparare da quest'ultimo ad abbandonarsi alla vita. L'America si rivelerà persino troppo piccola per loro due che finiranno persino in Guatemala. 
    Sembra un racconto inventato e impossibile da vivere, una sorta di "Rain Man" con Tom Cruise e Dustin Hoffman, invece è tratto da una storia vera, un on the road incredibile e toccante e vi farà capire cosa può fare l'amore dei genitori per i propri figli, anche se i problemi sembrano insuperabili.

    [... continua]

  • Un paese sperduto in montagna, un professore poeta che si è ritirato dalla vita di città. Con il suo fedele cane Ombra, passa le giornate a parlare con i saggi animali del bosco, gli stravaganti abitanti del vicino paesino, aspettando la telefonata sbrigativa di un figlio lontano. Queste le sue uniche attività. Martin sembra ormai abbandonato alla sua solitudine, non necessariamente cattiva, ma insipida. Il passato sembra solo un ricordo lontano, lasciato tra le pagine dei libri, nascosto tra le poesie del Catena, l'illustre quanto discusso poeta, che abitava nel vicino paesino, di cui il professore è il massimo esperto. L'arrivo di una coppia di città, rumorosi vicini carichi di tecnologia e stress, scompiglia la routine di Martin. Viene invaso il suo eremo dalle richieste dei due, sull'orlo di una crisi sentimentale, e lavorativa.
    Cerca, da vecchio saggio com'è, di riappacificare e consigliare, ma il professore fa l'unica cosa sbagliata: si innamora.
    Lei che ricorda un suo vecchio amore, risveglia le fiamme del suo cuore, mentre lui gli rinfaccia la sua gioventù di egoistico amante.
    Il mistero del Catena, della ragazza del lago, i segreti custoditi dai cittadini. Le poesie e le continue incursioni animalesche fanno da sfondo alla vicenda.
    Stefano Benni unisce poesia e racconto, i personaggi sempre nel suo stile, sono a metà tra il fantastico e lo stereotipo delle persone comuni, leggero si lascia leggere senza fatica, sempre condito dall'umorismo che lo contraddistingue.
    Belle le poesie, mi danno qualche spunto per scriverne di mie, perché anche se attraverso il personaggio di Martin, Benni insegna al lettore... cosa? La risposta a questo, il messaggio finale mi dispiace, dovrete trovarvelo da voi, leggendo il libro.

    [... continua]

  • Le osserviamo da un’eternità. Silenziose, luminose, bellissime. Le abbiamo caricate di simboli e storie mitologiche, ci hanno guidato dall’alba dei tempi, ci hanno intimorito con oscuri presagi, per poi poterci dedicare i nostri desideri segreti e confidare i nostri amori.
    Hanno e ispirano tutt’ora pittori, poeti e scrittori per incredibili viaggi nell’ignoto.
    Nonostante ciò, la nostra società le ha rese freddi eventi cosmici, privandole di quella magia in cui credevano gli antichi, nascondendole con luci artificiali sempre più potenti o peggio ancora inquinando l’ambiente.
    Eppure sono da sempre là, con il loro balletto spaziale, rimaniamo affascinati dallo spettacolo, quando si mostrano al meglio. Sono le stelle. Esse sono per me la parte della natura che mi affascina, incuriosisce e amo di più.
    Per Paolo Goglio sono un mezzo per una ricerca interiore di conforto, durante un periodo difficile della sua vita, segnando un diario con i loro dialoghi, chiedendo alle stelle delle risposte sul nostro modo di vivere.
    Le stelle dal canto loro, una idea, precisa e approfondita, se la saranno pur fatta durante queste ere di muta osservazione. Ma non sono boriose divette del firmamento, anzi vogliono rassicurare che niente è piccolo e insignificante nell’universo e tutti siamo parte della stessa energia, tutti indispensabili per gli equilibri e per la ricerca del benessere collettivo, dall’inizio alla fine.
    Secondo loro, non dobbiamo per forza seguire i dogmi dettati da pochi potenti che detengono il controllo dei nostri istinti, dei nostri bisogni e ci inculcano la necessità isterica ad accaparrarci gli ultimissimi ritrovati tecnologici, gettando via quelli vecchi da nemmeno un giorno.
    Non dobbiamo svenarci a imitare uno status symbol, creare un’immagine commerciale di noi stessi, solo per poter entrare nelle ristrette cerchie di persone, che hanno perso il senso della vita, dell’amore, dedicandosi solo alla ricerca della loro icona perfetta e griffata.
    Dobbiamo invece cercare di ridistribuire le risorse per far vivere tutti nel modo migliore possibile.
    Abbiamo col tempo per avidità oltre che per semplice curiosità scientifica etichettato, catalogato e privatizzato quello che all’inizio dei tempi era tutto per tutti. Non esiste nessun guru o religione che abbia l’assoluta verità, perché tutti abbiamo la capacità di trovarla dentro di noi.
    Vogliamo creare modelli e punti di riferimento solo per poterci dividere e scontrare, siamo vittime di trappole economiche perché non sapremo mai rinunciare al nostro singolo benessere e questo ci fa sprecare energie, utili per una collettiva evoluzione a piani più alti.
    Così come in un dialogo con un miliardo di vecchi amici, le stelle parlano a Paolo, rispondono a domande, danno risposte e consigli. Quindi anche se chiediamo a loro del perché siamo imperfetti e contrastanti,  ci rassicureranno che tutto in noi è in equilibrio, sta solo a noi scegliere quali valori far emergere.
    Non si può finire di leggere questo libro e non lasciarsi ipnotizzare dalla loro lucente bellezza e chiedere di persona le risposte alle proprie domande. Loro sono e saranno sempre a disposizione di chi vorrà aprire il proprio cuore. Adesso è notte, il cielo è limpido ed esco a fare due chiacchere anch’io con l’infinito, vi lascio il libro e vi invito a leggererlo, ne sarete conquistati!

    [... continua]

  • L'inizio è "piuttosto" tranquillo. Germania: un viaggiatore bloccato in autostrada da una forte nevicata, scende dalla propria auto e uccide le persone che occupano le altre vetture, per poi sparire nel nulla. Incredibilmente è un protagonista collaterale, che ricompare con la propria furia più volte nel libro, mentre il vero perno della storia sono cinque amiche. Ancora adolescenti, si ritrovano con un quantitativo enorme di droga rubata ed iniziano un viaggio non privo di pericoli. Vediamo la vicenda attraverso gli occhi dei protagonisti; sentiremo i loro pensieri, conosceremo i loro progetti e vedremo le cose dal loro punto di vista più che giustificato. Passando da una testa all'altra, ogni capitolo è un cambio di pelle. Conosceremo la vita del viaggiatore e il perché uccida a sangue freddo, faremo compagnia alle ragazze nella loro fuga e scopriremo molto sul passato dello zio di una delle ragazze.
    Una volta entrati nel libro, difficilmente riuscirete a scappare dal suo fascino, ricco di anticipazioni e false speranze.
    Mi piace la struttura del libro: i capitoli sono chiamati col nome del protagonista di turno e sembra quasi che siamo noi a vivere le scelte nella storia, giuste o sbagliate che siano. Siamo anche noi quindi dei viaggiatori?

    [... continua]

  • All'apparenza un piccolo libro, ma per le immagini ricreate sembra grande il triplo.
    I racconti sono divisi in tre categorie: calzature, situazioni e persone.
    Per la serie di “Calzature” mi viene in mente una frase di Forrest Gump "Mamma diceva sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose, dove va, cosa fa, dove è stata".
    Le scarpe sono il filo conduttore delle storie e caratterizzano il modo di vivere dei personaggi, i loro bisogni, le loro speranze e le loro riflessioni interiori. Stupenda l’atmosfera creata per un viaggio teso a ricordare un amore perduto, anche attraverso i quadri descritti  in “Da limone a creme caramel”. 
    In “Situazioni” invece, osserviamo schegge di vita da punti di vista insoliti. Usa i cinque sensi per descrivere un viaggio con un finale adrenalinico in “Un viaggio sens-azionale”. Descrive la sofferenza di un mazzo di fiori e mette in luce il nostro umanocentrismo egoista e insensibile verso la natura in “Florvita”. Struggente la storia d’amore descritta in “Prendi in mano il mio cuore” dove il destino ha unito indissolubilmente due persone, racconto che ha vinto tra l’altro il Premio Letterario Nazionale “Elisabetta e Mariachiara Casini” nel 2008 e che io premio personalmente come il mio preferito tra tutti i racconti.
    In “Persone” sono i singoli protagonisti con i loro pensieri, a spiegarci le loro aspettative per il futuro. In “Scaglie” Andrea/Andy mostra il suo ultimo tatuaggio agli amici e sa che sarà l’ultimo vezzo di un duro, prima di cominciare a mettere la testa a posto e a farsi una famiglia. Mentre in “Olivia” la protagonista ci racconta di sé, di come si senta un po’ estranea dalla famiglia a partire dal suo aspetto, del suo desiderio di partire per la Spagna, dei sacrifici che dovrà fare pur di poter scatenare la propria passione.
    Divertente, fa pensare, commuovere. Il dialetto toscano arrotonda i dialoghi li rende vividi, spiritosi e in alcuni racconti si ha la sensazione di essere realmente nel fiume di pensieri dei protagonisti.
    Tutte le storie meriterebbero una minirecensione a parte, ma perché togliervi il piacere di scoprirle da soli? Buona lettura!

    [... continua]

    • Spiriti
    • 22 novembre 2012 alle ore 7:51

    Aperto il libro troviamo subito scritto un elenco di personaggi, dai nomi più improbabili e impronunciabili, questo da solo potrebbe metterci in difficoltà.
    Invece Stefano Benni riesce, come solo lui sa fare, ad incastrare, sciogliere e rimontare le vicende dei protagonisti.
    Un pianeta dove la guerra è solo un business per piazzare pubblicità e oggetti, dove si aggirano spiriti elementari in lotta contro l'umanità che sta distruggendo l'ambiente, demoni cacciatori ed protodemoni innamorati, il Presidente Max scopre che si sono dimenticati di una guerra iniziata molti anni fa.
    Motivo più che plausibile per Hacarus, il re degli affari, per organizzare un megaconcerto a livello mondiale allo scopo di rinfrancare le truppe, alzare l'interesse della gente per le guerre in futuro e piazzare pubblicità. Verranno invitati i comici più divertenti, i presentatori più bravi, le modelle più belle, politici di tutte le fazioni, i cantanti ribelli e quelli idoli dei teenagers e dulcis in fundo, si potranno ammirare i due gemelli, unici scampati dai bombardamenti dieci anni addietro, per mostrare che nonostante le "giuste" guerre, non si sono dimenticati dei propri bambini (o vittime). Tutto si svolgerà su una piccola isola, luogo natale di streghe e sciamani. Così tra mille peripezie e litigi tra politici per avere più visibilità possibile, si riuscirà a montare il palco e come profetizza Stan, guardia del corpo del presidente, "ci sarà una gran piangianza e gran ridanza". 
    Le morali nella storia sono tante e Benni riesce con un sorriso a farci accettare tutte le stranezze dei personaggi, strizzando l'occhio a persone e fatti che esistono nella nostra realtà. La lettura è scorrevole il finale è ricco di colpi di scena e potrebbe lasciare un po' l'amaro in bocca.
    Quando non so che prendere in libreria, vado deciso su Benni e sono sicuro che mi divertirò. 

    [... continua]

  • Cos'è il Tao Te Ching? Scritto da Lao Tzu, fondatore del Taoismo, uomo che è una figura praticamente leggendaria della cultura cinese, non è altro che una raccolta di massime per cercare di comprendere il mondo e le proprie azioni.  
    Un insieme di perle di saggezza nonchè uno dei libri più tradotti, è una ricerca della non-conoscenza. Occorre quindi liberarsi dei propri preconcetti per poterne apprendere di nuovi. Bisogna cercare di tornare in armonia con le cose che ci circondano perché tutto collegato e al servizio del prossimo, se si riesce a spogliarsi di ogni pensiero ecco che si può raggiungere la Via, ovvero l'illuminazione. 
    Le parole che furono scritte allora potrebbero benissimo essere adattate ai tempi nostri, dove i governanti dovrebbero governare per il popolo e non accumulare ricchezze. L'egoismo o la voglia di apparire dovrebbero lasciar spazio alla bontà e alla fiducia. Dovremmo trovare un equilibrio e non esaltarci troppo quando le cose vanno bene, ne abbatterci quando vanno male, perchè tutto inizia e finisce. 
    Questo è un libro che mi ha regalato veri momenti di pace e tranquillità, facendomi aprire gli occhi alle cose dentro di me e non solo a quelle attorno a me. Trovo incredibile come delle semplici parole scritte nel passato, possano far pensare oggi così tanto, addirittura uno come me, bombardato da informazioni da internet, radio, televisione con il loro linguaggio ipnotico e continuo. La parola giusta che condivido è scritta proprio nel retro del libro: un balsamo. Un balsamo per l'anima. 

    [... continua]

  • Cosa manca in questo libro?Assolutamente niente. Dopo anni di oblio dalla lettura dei racconti di Stephen King, divorati alle medie e superiori, questo simpatico "mattone" mi incuriosiva. L'avevo comprato anni fa e tenuto da parte sulla mia libreria per una buona occasione. Ho dovuto togliere ragnatele e polvere, ma ne è valsa la pena.
    La storia era stata già pubblicata nel 1978, io ho quella stampata nel 1988, edizione integrale.
    Hanno pure girato una serie televisiva in quattro puntate che fortunatamente non ho visto.
    Leggerlo sarebbe stato quindi tutta una scoperta. Mi incuriosiva la copertina con lo scorpione rosso (l'edizione che ho io) e questa malattia, Captain Trips che poteva sterminare l'umanità. Proprio come un tempo, una volta iniziato a leggerlo è partito il "mio" film nella mia testa.
    Ero uno spettatore onnipresente e invisibile delle vicende dei personaggi, tifavo per i buoni e vedevo che gli capitava sempre qualcosa di peggio, ero con i cattivi e sapevo che erano più furbi e quasi sempre un passo avanti.
    La gente nel libro aveva il raffreddore, io avevo lo stesso nella vita reale. Così il simpatico "mattone" mi è scivolato, pagina dopo pagina, sotto gli occhi.
    Se vi interessano quindi storie post-apocalittiche, scontri tra il Bene e il Male senza esclusione di colpi, personaggi di cui avrete nostalgia alla fine del libro, questo non vi deluderà. Buona lettura.

    [... continua]

  • Bruce Lee non era soltanto un campione di arti marziali e attore di fama internazionale.
    Era un filosofo, un maestro, uno che le paure le affrontava ogni giorno e cercava di insegnare agli altri a fare lo stessa cosa.
    I suoi pensieri sono quindi forti e veloci come pugni e colpiscono la mente di chi l'ha intorpidita dalla vita moderna e ne è assuefatta.
    Oltre 800 pensieri e annotazioni divisi per argomento quali: la vita, il lavoro, l'amicizia, l'amore ed altri ancora.
    Cerca attraverso la saggezza asiatica dal Taoismo, dal buddhismo Zen e anche in quella occidentale, un modo per riuscire a vincere sui mille problemi che ci sembrano impossibili da superare.
    Un libro che sarà di ispirazione per chiunque e che non perderà mai la sua freschezza e immediatezza.
    Non mi bastava più aver visto centinaia di volte i suoi film, i documentari su di lui, volevo sapere cosa c'era dentro l'attore e campione di arti marziali. Volevo conoscere la sua filosofia direttamente dalle sue parole e non da quelle di un giornalista.
    Ne sono rimasto affascinato. Forse un pugno di Bruce ha colpito anche me e ha acceso la mia voglia a combattere le mie paure, di comprendere perché le amicizie si rovinino così facilmente oggigiorno e a come migliorare i rapporti con i colleghi di lavoro.  

    [... continua]

  • A Castle Rock succede sempre qualcosa. Anche l'apertura di un nuovo negozio in centro città può essere lo sfondo per una storia che ci catturerà l'anima. Cosa vende quel negozio? Chi è il proprietario? Di che colore sono i suoi occhi? E cosa vuole in cambio come forma di pagamento? Se uno volesse comprare il proprio sogno o desiderio più segreto potrebbe andare a cercarlo in quel negozio, che sembrerà aperto solo per voi. Se volete scoprire altro leggetevi il libro ma attenti a dove lo comprate.
    Stephen King utilizza ancora una volta Castle Rock luogo che ha ospitato storie come "Cujo", "La metà oscura", "Quattro dopo mezzanotte" e "La zona morta" ci fa calare abilmente nelle vicende dei suoi cittadini. L'ambiente quindi lo conosciamo e sappiamo che possiamo aspettarci di tutto.

    [... continua]

    • The Dome
    • 31 ottobre 2012 alle ore 7:58

    La vita è tranquilla in una cittadina americana di provincia immersa nel verde, collegata solo da quattro strade col resto del mondo. Eppure il cuoco Barbie sta camminando su una di queste deciso a ricominciare da tutt'altra parte e non c'è nessuno che voglia o possa impedirglielo.
    All'improvviso qualcosa va storto. Un piccolo aereoplano esplode nel cielo, un animale viene mozzato a metà e il nostro Barbie va a sbattere contro l'invisibile. Strani incidenti avvengono lungo tutto il perimetro della cittadina. Una strana forza ha separato il mondo dal piccolo villaggio d'anime. Terrorismo o un progetto top secret dell'esercito americano sfuggito di mano? Saranno gli abitanti a scoprirlo e a scoprire la vera propria natura, dove l'energia. i generi alimentari e l'aria diventeranno la cosa più preziosa e sempre più limitati. Chi riuscirà a venirne a capo e a trovare la soluzione per uscire dalla cupola?
    Un racconto che svela cosa protrebbe celarsi nella mente del proprio vicino se una cosa del genere dovesse capitare anche a noi. Varrebbe la legge del più forte o si cercherebbe di collaborare? Un libro che ho divorato come l'aria, ed ogni colpo di scena era un cazzotto allo stomaco che sentivo insieme ai protagonisti.

    [... continua]

  • Jordan Marsalis e Maureen Martini, New York e Roma. Due persone e due città diverse e distanti con una cosa in comune: una serie di omicidi dove lo spietato killer compone le proprie vittime come i personaggi dei Peanuts.
    Nulla di strano di omicidi e pazzi ne è pieno il mondo, ma a legare ancora di più questi due personaggi saranno gli occhi di Gerald Marsalis, alias Jerry Kho prima vittima e artista esordiente nonchè fratello di Jordan, che verranno trapiantati a Maureen, vittima di una violenza, con i quali riuscirà a vedere immagini offuscate dell'assassino. 
    Due vite parallele con cui Faletti ci accompagnerà nella soluzione di questa storia, fatta di vendetta.
    Riuscirete a vedere anche voi la fine del libro con i vostri occhi?

    [... continua]

  • Dallo studio di Radio Monte Carlo sta per cominciare "Voices" condotto dal dee-jay Jean-Loup Verdier, programma nato per parlare e aiutare le persone e accompagnarle con buona musica nelle lunghe notti di Montecarlo. Sembrerebbe la solita routine ma la telefonata di un ascoltatore cambierà la vita del conduttore. L'ascoltatore confessa che l'unico modo che ha per passare la notte è di uccidere. Iniziano quindi una serie di omicidi su cui l'investigatore americano Frank Ottobre dovrà districarsi tra falsi indizi e il continuo intromettersi nelle indagini del generale Parker che sta cercando di compiere una vendetta personale. 
    Libro di esordio di Giorgio Faletti che riesce abilmente a nascondere la verità fino all'ultimo, creando suspence e colpi di scena, riuscendo a far immergere il lettore nella storia. E voi, che fate la notte?

    [... continua]

  • Spesso si viene colti dal lampo di genio, la musa ispiratrice sembra volerci dettare il miglior racconto o il romanzo perfetto e ci buttiamo a capofitto alla sua stesura, oppure vogliamo semplicemente scrivere una lettera ad un caro amico o parente lontano.
    Tutta questa euforia potrebbe arrestarsi su quell'unica parola che non ricordiamo come debba essere scritta in maniera corretta.
    Il vocabolario è stipato in soffitta; potremmo utilizzare internet, ma la rete crea spesso confusione e ci spinge verso altri divertimenti; il linguaggio da sms ha rovinato la scrittura, irrompendo con le K, le abbreviazioni e altre "mostruosità".
    Niente paura! Questo libro è la soluzione. Un elenco di dubbi lessicali, in ordine alfabetico, ci salverà dall'intoppo.
    Parole, modi di dire e verbi difficili da coniugare troveranno finalmente pace e non finiranno più storpiati dalla fretta.

    [... continua]