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Racconti di Stefano Di Lorito

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  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:31
    Un week end al mare

    Come comincia: L’automobile correva agevolmente lungo la strada ondulata. I saliscendi si facevano più accentuati, mentre valicavano le alte colline, dietro alle quali si sarebbe aperto all’improvviso il paesaggio marino.Il potente motore della berlina famigliare divorava la strada silenziosamente.
    Mario guidava con perizia e tranquilla sicurezza, la moglie Giulia, al suo fianco, leggeva assorta una rivista di moda e design.
    Da quanto tempo non facevano un week end da soli? Una vita.
    Anni e anni, sacrificati per i figli. Okay, era stata una bella vita la loro, piena di soddisfazioni, professionali e famigliari. Quasi 25 anni di matrimonio. Chi l’avrebbe mai detto, pensava Mario, il giovane ribelle idealista, e anche parecchio coglione, che diventava compagno affidabile, buon padre di famiglia, brillante architetto.
    Evviva Evviva!
    Finalmente i figli, Luca e Patrizia, erano abbastanza grandi da voler fare le cose per conto loro. Del resto la natura faceva il suo corso, si erano detti i due coniugi, ancora piacenti a quasi 50 anni. Dovevano dare fiducia alla prole, e sperare che non combinassero guai troppo grossi, o addirittura irreparabili.
    19 anni Luca, 16 Patrizia. Che strano vederli così grandi, così indipendenti, così protesi verso il mondo esterno. Faceva quasi male al cuore accorgersi, un giorno dopo l’altro, che i loro interessi li trascinavano via da loro, dalla famiglia, dalla casa. Ma era la natura, si poteva solo accettarlo.
    E finalmente avevano incominciato, Mario e Giulia, ad avere un po’ di tempo per loro, un po’ di libertà. Quell’anno sarebbero partiti per le vacanze separatamente, genitori e figli, per la prima volta. Che avvenimento, una svolta epocale per la famiglia.
    Intanto, per abituarsi all’idea, i due coniugi iniziavano appunto a farsi qualche fine settimana da soli. La stagione era ormai calda e il mare non lontano, quindi avevano approfittato delle gite scolastiche di fine anno per staccare anche loro dalla città.
    Giulia aveva scelto quel paesino di riviera, per concedersi due giorni di sole, mare, ristorantini romantici e pace, pace, pace.
    Uscendo dall’autostrada l’orizzonte marino, splendente, li incitava a raggiungere la costa, pieno di promesse ed energia. Mario si sentiva rinvigorire, quasi fosse di nuovo giovane e il tempo e la vita passata non fossero che una fantasia sfrenata dalla quale riemergeva ventenne.
    Ricordava le molte scorribande, con gli amici di un tempo, in moto e in macchina, verso la riviera, con i suoi locali, le sue spiagge, le ragazze.
    Un groppo alla gola gli impedì di accennare a sua moglie, entrando nel paesino, che gli sembrava di esserci già stato, chissà quanti anni prima.
    Il groppo ingrandì e gli annodò la lingua, mentre come un relitto raccapricciante, riemergeva dalla memoria quella storia di tanti anni prima.
    Riconosceva il luogo, seppure cambiato in molti aspetti. Aveva corso per quella stradella costiera, con la sua moto, scappando.
    Dio! Quanti anni prima? Aveva diciannove, vent’anni. L’età di suo figlio. Dio! Come aveva potuto dimenticare per tutti quegli anni, la porcheria che aveva fatto?

    All’ incrocio per immettersi nella via principale, Mario non vide lo stop. L’automobilista che arrivava da destra, per fortuna, era attento e con un lungo colpo di clacson lo riportò alla realtà.
    Giulia fece un salto sul sedile ed emise un grido, portando la mano verso il cruscotto per istinto.
    Lui inchiodò in tempo e strinse il volante. Raramente gli accadeva di distrarsi alla guida. Si scusò con l’altro guidatore e rivolse uno sguardo contrito alla moglie.
    Per fortuna l’albergo era ormai dietro l’angolo. Entrò nel parcheggio e spense il motore con sollievo. La testa gli ronzava, il ricordo di quella notte infame emergeva a poco a poco in tutti i dettagli.

    Con chi era? Con Paolo, detto Pablo, e con Franz, sicuramente. Erano stati amici per tutta l’adolescenza, poi si erano persi all’improvviso. E adesso capiva, ricordava il perchè. Per quella notte brava, notte vigliacca, notte stupida.
    Erano arrivati sulla costa con le moto, pieni di entusiasmo e ormoni.
    Mentre entravano nell’albergo, Mario occhieggiò dalla vetrata. Giulia gli rivolse uno sguardo sornione e complice, pensando che il suo fedele e adorabile marito stesse già assaporando la sabbia e il mare.
    Ma lui invece cercava di cogliere dalla memoria i particolari di quella notte, di orientarsi. Era successo in spiaggia quel fatto orribile, se lo ricordava bene adesso. La ragazza si era dibattuta, mentre lui le alzava la gonna  e le palpava le cosce. Erano un po’ ubriachi entrambi, ma non era certo una scusa per quello che aveva fatto. Lei aveva cercato di respingerlo per un po’, inutilmente.
    Lui le aveva strappato via le mutandine e l’aveva penetrata a lungo. L’aveva lasciato fare, probabilmente terrorizzata e paralizzata
    Dopo l’orgasmo era rimasto alcuni istanti su di lei, immobili e ansimanti entrambi.
    Poi si era alzato di scatto e, riabbottonandosi i pantaloni si era allontanato in fretta. I suoi amici dovevano essere ancora in giro, poco lontano. Aveva vagato, stordito dall’alcol, fino a raggiungere la moto, ed era fuggito via, vigliacco infame, lasciando la ragazza, di cui non ricordava neanche il nome, stesa sulla sabbia. Ma il viso sì, lo ricordava, era bruna, con il naso piccolo e le labbra turgide dei vent’anni, gli occhi blu e gli zigomi alti. Era splendida. E lui aveva ceduto alla libidine come una bestia.

    La mano di Giulia si posò sulla sua spalla e lo riscosse dall’incubo. Nel vederlo così distratto e turbato, gli domandò che avesse. Lui se la cavò con una strizzata agli occhi e una debole spiegazione, riprendendo all’istante il suo antico ruolo di uomo maturo e consapevole.
    Salirono in camera e si concedettero una bella doccia, indossarono i costumi da bagno e scesero in spiaggia. Il sole era alto e cocente, l’aria leggera e frizzante.
    Per tutta la restante mattinata si crogiolarono al sole, assaporando la ritrovata libertà. La sua compagna di tanti anni era ignara ed eccitata, sentiva la sua pelle calda contro la sua, le sue carezze affettuose sulla schiena. Era un idillio, turbato però dalla nuvola nera del ricordo.

    Decisero di cercare un bel ristorante e si avventurarono per le stradine laterali del borgo.
    Mario si aggirava con fare guardingo, gli occhiali da sole mascheravano i suoi occhi spaventati e dolorosamente colpevoli. Per un attimo pensò di fingere un malessere e convincere Giulia a rientrare in città, ma si rese conto che la cosa non sarebbe stata credibile e inoltre avrebbe preoccupato la sua dolce metà, inutilmente. Il ricordo era ormai riaffiorato e non poteva farci nulla, solo conviverci e sperare che col tempo sarebbe risprofondanto nell’oblio.

    Giulia, come sempre più decisionista e intraprendente del suo creativo e un po’ distratto marito, addocchiò il delizioso pergolato di un ristorante e, preso per mano l’affannato compagno, lo condusse nell’ameno giardino.
    Seduti all’ombra, con la fresca brezza di inizio estate che li carezzava, Mario cercò di rilassarsi e scacciare il suo orribile fantasma. Quel che era fatto era fatto, in fondo, pensò, non aveva mica ammazzato nessuno. Era stata una bravata, una ragazzata, un attimo di incoscienza, di follia, nella vita di un uomo integerrimo.
    La tranquillità del luogo, la bontà del pranzo di pesce, e la dolce allegria della consorte, riportarono l’architetto a uno stato d’animo più sereno. Sembravano tornati ai tempi del fidanzamento, si tenevano per mano, seduti al tavolo, come una giovane coppia appena colta dalle frecce di cupido.

    Mario fece cenno al cameriere di portare il conto, questi gli consegnò un foglietto e lo informò che si pagava alla cassa uscendo. Quindi chiesero ancora un limoncino e si godettero la pace della riviera e l’intorpidimento della pancia piena.
    Infine si alzarono e si avviarono verso la cassa, posta all’ingresso principale del ristorante.
    Quando Mario alzò gli occhi dal portafoglio la carta di credito gli scivolò dalla mano irrigidita dall’orrore. Lei era lì, davanti a lui, alla cassa. Lo guardava sorridendo con la cordialità professionale e la tranquilla autorità della padrona. Lei, era lei, Cristo Santo! La mente di Mario fu sbaragliata da una vertigine, temette di svenire e si appoggiò d’istinto alla moglie. Lei si accorse del malore e così pure la ristoratrice. Lui si riprese, e rassicurando moglie e antica vittima, pagò e si diresse verso l’uscita. Giulia gli trottò dietro e lo abbracciò alla vita.
    Ipotizzando che forse il primo sole, dopo tanto stress di vita cittadina e lavoro, aveva squinternato il suo adorabile compagno, consigliò di ritirarsi in albergo a riposare. Mario si disse d’accordo, ma costrinse l’esuberante e instancabile moglie a non rinunciare al pomeriggio di mare. Era solo lui ad avere bisogno di riposare un paio d’ore, l’avrebbe raggiunta in spiaggia più tardi.

    Sdraiato sul letto, Mario, vagava con la mente, in uno stato di ipnotica schizofrenia, tra la reale, concreta, durevole, ineccepibile esistenza dell’architetto, padre di famiglia, devoto marito, e quel bestiale episodio, quel momento di giovanile follia, che pareva, da solo, confutare e falsificare tutta la sua intera vita.
    Il senso di colpa gli arrivava a ondate sempre più forti, provocandogli palpitazioni e sudori freddi. Fu sul punto di affondare la faccia nel cuscino e scoppiare in un pianto dirotto. Come poteva un uomo ridursi in tale stato? Come poteva aver fatto ciò che ricordava bene, adesso, di aver fatto, e averlo rimosso per tutti quegli anni?
    Si alzò meccanicamente dal letto, con il cervello annebbiato, infilò le scarpe e uscì in fretta dall’albergo. Il sole del primo pomeriggio cercò di richiamarlo all’atmosfera estiva e gaudente dell’estate, inutilmente.

    Camminò in fretta fino al ristorante. A pochi metri dall’ingresso si bloccò terrorizzato. Vedeva dal vetro la padrona, la ragazza di un tempo, la sua vittima, tranquillamente al lavoro dietro al bancone, che faceva il conto della mattinata di lavoro.
    Per alcuni istanti l’uomo si molleggiò sulle gambe, come un atleta che debba prendere una decisa e risoluta rincorsa. Fece i pochi passi che lo separavano dalla porta, la aprì ed entrò.

    Gli occhi della donna si sollevarono, blu come allora, pieni di vita come allora, e lei gli sorrise.
    Mario si avvicinò al banco e rimase fermo a guardarla con la faccia imperlata di sudore e l’espressione sconvolta. La ristoratrice notò il disagio, forse il malessere, e gli domandò se avesse bisogno di aiuto.
    Lui disse di no, poi le chiese, con la voce tremante se si ricordasse di lui, di tanti anni prima.
    La donna arrossì un poco e la sua testa compì un gesto d’assenso, ripetuto più volte, mentre lo fissava negli occhi, alzando il sopracciglio. A Mario parve lo sguardo della condanna e si sarebbe buttato in ginocchio ai suoi piedi, se non ci fosse stato l’alto bancone a separarli.
    Dopo istanti che sembrarono congelati, lei gli disse :

    “ Mario. Non mi sono dimenticata di te, sai? Ti farà ridere magari adesso, ma sei stato il mio primissimo amore, e il primo con cui sono stata. Me lo ricordo bene, in spiaggia, quella notte, che pazzi siamo stati. Ma eravamo così giovani, e tu eri così bello...”

    L’uomo era ghiacciato davanti al viso della donna, non riusciva  a capire se le parole che sentiva fossero reali, o frutto del suo allucinato bisogno di perdono e di espiazione.

    “ Mi dispiace che tu sia scappato via quella notte, avremmo potuto essere felici insieme. Sono stata maldestra, mi sono vergognata come una ladra, per la mia inesperienza, per la mia incapacità. Dio che figura!”
    Si portò le mani al viso, arrossendo ancora di più.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:30
    Una ronda non fa Primavera

    Come comincia: “Capocchione!”

    “Presente!”

    “Bellimbusti!”

    “Presente!”

    “Solimano!”

    “Presente!”

    “Bravi i miei volontari della sicurezza” – Il felp-maresciallo Rotondi passò in rivista la sua truppa, con evidente compiacimento.
    I militi del servizio ronde per la sicurezza, impettiti nelle loro divise nuove fiammanti, facevano a gara a tenere dentro la pancetta ed esibire sguardi marziali.

    “Il vostro turno di guardia inizia alle 9.30, ora locale di Santa Maria di Castello. Cioè adesso! Rompete le righe!”

    I tre prestanti italiani corsero verso l’oscuro e pericoloso territorio dei vicoli di Genova. Era venerdì, serata di movida per i locali del centro storico.
    Già gruppetti di universitari e sfaccendati di varia estrazione ed età, si aggiravano per le stradine buie e maleodoranti.
    Un vento africano, rovente e umido, spazzava la città, illudendo i genovesi in un agognato temporale che rinfrescasse l’agosto metropolitano.

    Discendendo per la mattonata che da piazza Sarzano giunge in piazza delle erbe, centro nevralgico della vita alcolica e trasgressiva dei nottambuli genovesi, i tre arditi volontari procedevano con cautela, gli occhi fissi al selciato irrimediabilmente cosparso di eiezioni canine.
    I cassonetti della nettezza urbana, emanavano i loro effluvi nauseabondi, come carcasse di zebra nella savana.

    “Capocchione” – Sussurrò Solimano – “vedo un assembramento di negri all’angolo. Stanno cercando di mimetizzarsi nell’ombra, ma distinguo fiammelle sospette e mi giunge alle narici un odorino un po’ troppo aromatico”.

    “Spacciatori!” – Bellimbusti si erse in tutto il suo metro e sessantacinque, brandendo nella destra lo spray al peperoncino e nella sinistra la micidiale pistola elettrica.

    “Bellimbusti! Metti via quella roba, che è illegale. Se ce la beccano altro che ronde, ci portano a noi in questura. Dobbiamo agire come angeli custodi, non come squadristi vecchio stampo”.

    Lo slancio di Bellimbusti si mutò in una contrita espressione di vergogna.

    “Inoltre” – continuò Capocchione che, per nome e per carisma, era il più autoritario dei tre – “Ho giusto finito la mia scorta di fumo, andiamo a fare un po’ di spesa”

    “ma...ma...” – cercò di ribattere Bellimbusti - “ma come...tu? La droga...”

    Capocchione e Solimano si guardarono ridendo – “ Seee..see...il cane, il gatto e noi...” – presero il focoso collega per le braccia e lo sospinsero verso il variopinto gruppo di africani.

    “Ahò Mohamed! Come butta?!” – interloquì Capocchione scambiandosi uno schioccante “cinque” con un alto e dinoccolato maghrebino.
    “Caposcione!” – salutò di rimando – “benvenue, è da un po’ che non ti vedo”

    “Ehhh, sai com’è Mohamed, sono molto impegnato, tra le ronde, il banco al mercato, il divorzio, l’amichetta che rompe, non riesco più a rilassarmi.”

    I due si presero braccio a spalla e si allontanarono, mentre il resto della squadra vigilante si intratteneva con il folto gruppo di immigrati.

    “Bella divisa” – li apostrofò un nerissimo congolese, con chioma rasta e tunicona sgargiante – “sembrate operai dell’autostrada, vi si vede a un chilometro di distanza”

    Solimano intanto aspirava come un Folletto le volute di denso fumo che aleggiavano nell’aria. Un altro immigrato, notando lo sforzo eroico, allungò al milite un cannone appena acceso.
    Sotto gli occhi atterriti di Bellimbusti, Solimano tirò due lunghe boccate e passò lo spinellone al collega.

    “Dai Bellimbusti, fatti due tiri, che la nottata è lunga”

    “Ma..ma...Solimano...anche tu...”

    “E daje...ma da dove sei uscito? Non lo sai che ormai fumano tutti, preti e poliziotti compresi? E noi che saremmo? I gonzi della città?”

    L’ardimentoso vigilante si lasciò convincere e, mentre Capocchione tornava sorridendo a braccetto di Mohamed, diede giù di polmoni, inspirando una bordata di marocchino.
    Gli occhi gli si fecero rosso fiamma, e così pure il viso. Per qualche secondo rimase immobile, incurvato sotto la pressione interna, poi con un rumore di lavandino intasato, rigettò in un’unica soluzione, fumo, cena, catarro e forse anche una palla di pelo.
    Tutto il gruppo di immigrati e italiani, fece un salto indietro all’unisono, come un passo di danza popolare ben eseguito, sottraendosi alla fontana fisiologica che sgorgava da Bellimbusti.

    Riavutosi il coraggioso milite, la ronda potè riprendere, anche se decisamente più dondolante e meno impettita di prima.
    I tre cittadini si addentrarono nella crescente folla della movida, con gli occhi semichiusi e la lingua secca come il deserto del Negev.

    “Bellimbusti! Urge abbondante bevuta, vai a prendere tre birre!” – Ordinò Capocchione, ormai assurto a Cesare condottiero del coraggioso manipolo.

    Il sottoposto si guardò intorno, esitando tra le varie opzioni, sulla piazza si aprivano ben sei locali, tutti affollati e luccicanti e musicati. Optò per il più vicino, constatando che le gambe non sembravano vigorose come al solito.

    In attesa degli approvvigionamenti, i due volontari dell’ordine si disimpegnarono dalla folla accalcante, muovendo strategicamente verso una gradinata, di fronte alla pizzeria “Casablanca mon amour”. Lì stavano seduti e acquattati alcuni punkabbestia, presenze ormai tradizionali, coi loro numerosi quadrupedi di razza indefinibile.
    Appena Capocchione e Solimano si accostarono alle scale, due dei più grossi animali da compagnia, gli saltarono addosso sbraitando.
    I militi si ritrovarono sdraiati sotto alcune decine di chili di carne fremente e sbavante. I loro anarchici padroni si slanciarono per separare uomini e cani e, con gran fatica e urla belluine riuscirono nel salvataggio.

    “Disgraziati” – Urlò Capocchione – “bestie del genere vanno tenute al guinzaglio, alla catena, anzi andrebbero terminate!”

    “Ah bbello!” – rispose uno dei nomadi metropolitani – “guarda che sti qua erano cani dell’antidroga, li abbiamo barattati da un ispettore della Dia, per un etto di pakistano” – spiegò tra le risate generali – “se vi hanno assalito è che hanno sentito l’odore de robba. Che...c’avete da fumà?”

    Mentre il grande Cesare Capocchione ricomponeva l’onorata uniforme, Solimano rimaneva a terra ansante e balbettante per lo spavento.
    Fu preso e tirato su, intanto Bellimbusti si precipitava con tre bottiglie di birra gelata, in soccorso dei valorosi compagni.

    “Che succede?!” – esclamò – “Questi selvaggi vi hanno assalito? Chiamo rinforzi?”

    “Calma Bellimbusti” – Spiegò Capocchione – “Non è successo nulla, solo un malinteso”. E presa una bottiglia se la scolò d’un fiato.
    La bevuta si protrasse per buona parte della serata. Bellimbusti fu visto fare la spola tra il bar e la gradinata, come un vivandiere dell’esercito.
    Intanto, alla birra generosamente offerta dai ragazzi, si mischiava l’apporto fumereccio di Capocchione & C.

    È notte fonda ormai nei caruggi. Il silenzio ha finalmente riconquistato le antiche stradine. Il vento del sud gioca, birichino, con i bicchieri di plastica e le cartacce.
    In lontananza si ode echeggiare un vocìo. Dopo pochi secondi sbucano Capocchioni, Bellimbusti e Solimano, schierati, abbracciati, ondulanti e felici :

    “Anvediiii...ce sta la rondaaaaa....sta attenta bella biooondaaaaaa!!”

    Un fragoroso sciacquìo si riversa, come una cascatella alpina, dall’alto di una finestra, inondando i tre volontari di una miscela maleodorante.

    “Miaaaa! Leggèèèreeeee! Sono le cinque del mattinooooo!”

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:28
    Un amore al crepuscolo

    Come comincia: Un amore nebbioso, umido, di flebile lucerna a petrolio. Un amore che sa di minestra di verdure e cucchiaio di legno. Amore vestito di lino consumato, reso liscio dagli anni, scolorito dal tempo.
    Questo ho trovato, alla fine della mia strada. In un borgo infossato in un canalone, tra le colline di una regione scoscesa e ostile. Il selciato deformato, come fosse quasi pasta di pane, dai secoli di passi lenti e pesanti. Lo scrosciare dell’acqua, giù per le gore, tra le radici degli alberi.
    I muri delle case ormai deserte, screziati di muffe verdi, intonaci marroni, rattoppi grigi e porosi.
    Mai avrei pensato, immaginato, di fermarmi qui, tra le braccia di una donna ormai matura, come me avanti negli anni, come me rimasta indietro nella vita, al di fuori del tempo.

    Sono giunto al piccolo paese fantasma, in una notte di Autunno. Il vento scomponeva il paesaggio, alberi, foglie, versi di animali notturni, stridii di infissi antichi e malfermi, tutto si spezzava e si sovrapponeva al mio viaggiare irriverente e abbandonato.
    Fuggivo dalla mia città, dal mio passato, dalla mia stessa identità. Un’intera vita di illusioni e delusioni scrollava sulla mia anima la polvere oscura del fallimento, da sempre.
    Potevo solo fuggire ormai, e andare incontro alla morte, alla fine di tutto, di me stesso. Mi arrendevo alla mia incapacità, senza più cercare colpe e demeriti. Ero soltanto un uomo, ormai di mezz’età, eppure ancora fragile e ingenuamente idealista, come un adolescente aberrante.

    La porta della locanda, come non ne vedevo dall’infanzia, o forse che avevo visto soltanto al cinema, o nella mia immaginazione, era di assi consunte e sconnesse. Il pavimento di legno vecchio richiamò alla mia mente l’odore e l’immagine di un incrongruo baretto, nel giardino dell’infanzia.
    Entrai a capo chino, come si addice a un fallito, a un oscuro fuggitivo, reietto dal mondo, senza speranza di trovare più un luogo dove vivere.
    Mi credevo di passaggio, in quel tenebroso borgo antico, abbandonato ormai, quasi disabitato.
    Trovare una locanda, di così antica struttura, mi sorprese. La decadenza dell’edificio, la ruvidità dell’arredamento e dell’odore di cavolo bollito e carne arrostita alla fiamma, erano specchio preciso al mio sentire, a tutto il mio essere espulso dalla realtà.

    Lei mi guardò da dietro il bancone, di legno pesante e scuro, levigato da vite intere di strofinii. I capelli raccolti in una crocchia, il camicione bianco, largo e pieghettato, sulla grande gonna di panno scuro, umile, grezza e pulita, profumata di lavanda. Si asciugò le mani, forti e disarmate, nel grembiule a fiori. Il suo viso era solido, dagli zigomi alti, arrossati dal calore della cucina. Gli occhi, neri e profondi come una notte infinita, mi guardarono e piccole luci ammiccarono lontane, dalle profondità della sua anima antica. Accennò un sorriso vedendomi, il petto abbondante le si alzò, in un respiro di sorpresa. Non so come apparissi al suo sguardo di donna matura e piacente, grassa e generosa, di poche parole e di grandi sentimenti.
    Mi servì la cena al tavolo più piccolo, nell’angolo vicino al camino acceso. Mi riscaldavo alla fiamma e al cibo semplice, d’altri tempi. Portò la scodella di minestra, il pane, il vino, la carne arrosto e le verdure. Non c’era nessun altro nella locanda, il vuoto del mondo riempiva i nostri silenzi, i nostri sguardi, le nostre poche parole, dette a filo di voce, come temessimo di rompere un fragile incantesimo.

    Vivemmo insieme i nostri anni della maturità, e poi della vecchiaia, in quella casa isolata. Nessun altro giunse mai più alla locanda, nessuno disturbò i nostri cuori innamorati, esausti del mondo. Di giorno il sole percorreva il canalone, accompagnando le nostre ombre nei semplici e umili lavori di campagna. Di notte il vento e le piogge cullavano le nostre anime assopite, in attesa di scoprire cosa ci fosse dall’altra parte della vita.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:27
    Rinaldo in campo

    Come comincia: Ebbene sì, Rinaldo, 50 anni, italiano, etero, distrutto nel corpo e nella mente in pari misura, da oggi è disoccupato.

    Ma Rinaldo non è tipo da smarrirsi così facilmente.
    Memore del gran gesto del Magnifico Premier, in tempi ben più che sospetti, ha deciso: scende in campo.

    Non per darsi alla politica ovviamente, ma per trovarsi un altro straccio di lavoro.

    Sua moglie Brad-amante, come al solito è appiccicata fin dall’alba alla tv, a guardare e riguardare tutti i film con l’international sex symbol.

    Rinaldo non è propriamente un animale da letto, o meglio lo è ma di tutt’altra specie, più simile alla marmotta che al leone.

    Ecco dunque il nostro eroe prost-moderno (qualche problema di minzione non lo scoraggia di certo) avviarsi lesto e propositivo all’ufficio collocamento, pardòn, Agenzia per l’impiego.

    Giunto alla soglia della benevola istituzione, la custode lo accoglie con un largo sorriso, gli apre la porta e lo invita ad accomodarsi nel salottino.
    Rinaldo si siede, con aria dignitosa e fiduciosa.
    Dopo due minuti, un’altra inserviente, assai giovane e carina, gli porta un delizioso caffè e alcuni pasticcini, per allietare l’attesa del candidato.

    Mentre la musica, diffusa da un grandioso impianto Bank-Hollofsen, spande nell’aria note di ottimismo, Rinaldo conversa amabilmente con gli altri ospiti della prestigiosa istituzione.

    Preso dalla lieve ansia che tutti ci accompagna, di fronte alle sfide della vita, e forse anche dallo stimolo del caffè, l’intestino del nostro buon Rinaldo manda inequivocabili segnali di incipiente evacuazione.
    Un’altra signorina, molto professionale, accompagna il cittadino Rinaldo alle toilettes.
    Grandiose, i marmi splendenti e le rubinetterie di marca invitano le trepidanti chiappe ad accomodarsi e rilassarsi sulla tavoletta ergonomica. Il bidè rinfresca l’orifizio, abituato a ben altri trattamenti; la carta di prima qualità lo accarezza e lo deterge.

    Tornato nel salottino, una premurosa psicologa lo prende per mano e gli domanda se va tutto bene. Rinaldo è perfino imbarazzato da tanta attenzione, frutto del “new deal italiano” dettato con amore paterno dal Magnifico Premier.

    É il suo momento, viene introdotto nell’Ufficio Valorizzazione Umana.
    Nella grande sala, arredata con modernissimo design, viene fatto accomodare su una poltrona dirigenziale in vera pelle. Di fronte a lui, in amichevole atteggiamento, sono schierati quattro professionisti delle risorse umane.
    Vengono distribuiti flute di champagne e tartine, per rompere il ghiaccio e creare l’atmosfera più adatta.

    Uno dei consulenti sfoglia, o meglio ricompone, lo spiegazzato Curriculum di Rinaldo. Poche righe scritte a macchina, con molti errori e sbianchettature.

    “Carissimo Rinaldo” – esordisce con voce entusiasta
    “ Un curriculum di tutto rispetto, il suo. Vedo che è stato per ben 25 anni usciere della Bartoletto e Cazzabubbole inc., niente male davvero!”
    Lo sguardo quasi ammirato dei consulenti e gli ammiccamenti che si scambiano, riempono Rinaldo di orgoglio e ottimismo.

    “ E prima ancora, negli anni giovanili, addirittura venditore di libri porta a porta, e perfino una stagione come animatore a Scem-al-shake. Lei è una persona veramente dotata e versatile. Di più, direi eclettica”

    Per alcuni minuti i quattro maghi del lavoro si consultano, scambiandosi fogli, pareri e proposte.
    Infine il team leader, depone davanti al candidato un foglio, fresco di stampante, con le opzioni possibili al momento.

    Rinaldo lo porta davanti al viso, inforca i suoi occhialini e legge.

    Vice-direttore del marketing....bla bla bla
    Consulente Senior...bla bla bla
    Capo settore...bla bla bla
    Docente materie tecniche...bla bla bla

    Il viso gli si fa tutto rosso, nel tentativo di capire le mansioni specifiche degli impieghi proposti.
    I consulenti, notando la sua empasse, arrossiscono a loro volta e domandano, in un moto generale di eccitazione, se le proposte che gli hanno presentato lo hanno forse offeso nella sua dignità professionale; specificando che si tratta soltanto delle prime opzioni, una bozza di lavoro.

    Rinaldo, dopo essersi ripreso un pochino e aver tracannato ancora un flute di champagne, riesce ad aprire bocca e a dichiarare, con mirabile modestia, di non essere qualificato e non sapere assolutamente nulla delle posizioni lavorative che gli stanno proponendo.

    Alle sue parole, gli esperti scoppiano in una risata liberatoria.

    “Ma caro Rinaldo, adesso è tutto diverso. L’Italia è diventata tutto un altro paese. Agli italiani soltanto lavori di alto livello. Si punta tutto sulla valorizzazione della capacità e della creatività dei nostri concittadini. Basta lavori di merda, quelli li lasciamo tutti agli extracomunitari, che devono farsi le ossa e meritarsi l’inserimento nella nostra magnifica e rinascente nazione”

    Il nostro eroe esce dall’Agenzia per l’impiego, con in mano un fascio di contratti, da portare a casa e valutare con calma. Si sente leggero e pieno di energia. Perfino l’idolo sessuale della moglie gli appare sbiadito e ridimensionato. Stasera festa, Rinaldo è sceso in campo!

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:25
    L'ultima partita

    Come comincia: Va bene. Ancora due nemici da sconfiggere. Uno l’ho già affrontato, so che riuscirò a batterlo, questa volta definitivamente. L’altro è il più potente di tutti. Finora ho avuto a che fare soltanto con i suoi pericolosi emissari.
    Ecco il primo, infido e scaltro, ma conosco le sue debolezze ormai. Fingo di attaccarlo a distanza, lui imbraccia l’arma e mi prende di mira. Attivo la velocità d’attacco, che ho tenuto in serbo per tutto questo tempo. Riesce a tirare un colpo, mi ferisce, ma è poco più di un graffio. E io ormai gli sono addosso con l’arma affilata che già scatta verso la sua gola. Un colpo netto, preciso, la sua testa cade.

    Mi ritiro nel mio rifugio, a leccarmi le ferite, come al solito.

    Ho tempo ancora 24 ore per scovare e distruggere lui, il capo, il male in persona.
    Mentre le medicine fanno effetto e la tecnologia guarisce il mio corpo, mi preparo.
    Dovrò essere al meglio delle mie condizioni, lo scontro sarà duro, e lungo.
    Ho qualche asso nella manica da giocarmi, ma anche lui ne avrà certamente.

    Intanto però, suona il telefono, non rispondo, so già chi è. Lei mi sta cercando ancora, vuole parlare ancora. Di noi, di me, di quello che voglio fare. Non ha mai avuto il coraggio di chiedermi invece, cosa SO fare, non cosa vorrei o potrei. E la verità è che ciò che io so fare, non serve a niente.
    So soltanto creare le mie fantasie, comporre le mie opere, e giocare. Nessuna di queste attività, o talenti, sembra servire a guadagnarmi il pane ed il rispetto degli altri.
    Pazienza.

    Devo terminare il gioco, prima che mi stacchino anche la corrente. In questa topaia, dove sono finito a vivere, è l’ultima comodità che mi rimane. Comodità. Che strano definire così qualcosa di così impalpabile, mentre ti manca tutto il resto. Il cibo, da quanto non mangio un vero pasto? Settimane. Il calore. L’Inverno si sta avvicinando e non avrò nemmeno di che scaldarmi. Non avrò nemmeno un tetto sulla testa probabilmente.

    Me ne sto qua, seduto al computer, a giocare la mia ultima partita. Non ce ne saranno altre. Nè vere nè finte. Sono al capolinea. Non ho più risorse, speranze, carte da giocare, tanto meno assi nella manica, come il mio alter ego virtuale.

    Almeno nel gioco, so che potrò vincere. Sconfiggere il male, essere l’eroe.

    Qua non sono nulla, soltanto un artista fallito, vanaglorioso e frustrato. Il fatto che lei sia stata con me tutto questo tempo è solo la prova finale, per me, di quanto siamo tutti stupidi e illusi. Solo che ad alcuni va bene, ad altri male.

    Ecco, arriva al momento giusto questa canzone, Fragile, bravo Sting, hai capito tutto. Eppure sei un vincente.

    Okay, sono pronto, entro nell’antro del Nemico.

    Sfrutto le mie capacità di ladro, trovo una trappola, due, tre, ne ha messe dappertutto.
    Scendo di livello in livello, sempre più in basso, calzante allegoria della mia vita, in cerca di un nemico sconosciuto eppure sempre presente.

    Sconfiggo le schiere di mostriciattoli repellenti. Li brucio, li scanno, li affogo, li fulmino.
    Dietro questo portale antico c’è lui, il Nemico, il Male.

    Spalanco i battenti con un unico colpo potente. Lui è là, in mezzo alla sala semibuia. Sta ridendo. Si mostra finalmente. È uguale a me. Sono io l’ultimo nemico che devo vincere allora. Non me l’aspettavo. Complimenti al programmatore. Un bel colpo di scena.

    Mi somiglia soltanto nell’aspetto, o è proprio come me, in tutto?

    Lancio le fiamme su di lui, sta bruciando, e mentre brucia i suoi fulmini mi devastano.
    Cerco di aumentare le mie difese, creo un muro di luce sfrigolante davanti a lui. Lo attraversa senza curarsi dei danni. Invoca su di me le sue maledizioni. E sono vere e concrete, intaccano la carne e lo spirito. Ormai siamo alle armi bianche. Siamo veloci e furenti. Ci colpiamo senza remore. Le sue lame mi lacerano. Io lo infilzo più volte. Sanguiniamo copiosamente. I suoi occhi sono incandescenti, si prepara al suo ultimo maleficio. Affondo un ultimo colpo nel suo petto. L’anatema gli si spegne in gola. Cade, come sono caduti tutti gli altri prima di lui.

    È la fine. Sono io l’eroe vittorioso. Io ho sconfitto il male che portava il mio volto e aveva la mia voce.

    È l’alba ormai. Fuori quella luce azzurrina che mi ha sempre commosso, si sta spandendo nell’aria.
    È stata l’ultima partita. Dietro la porta sento un rumore. È arrivato. Fra pochi istanti sfonderà la porta, con un solo colpo potente. E sarà l’ultima partita.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:23
    Lo scambista

    Come comincia: Ho sempre avuto questa passione fin da ragazzo, e continuo tuttora a praticarla. È stata il tratto comune che ho condiviso con quasi tutte le mie compagne.
    Da giovane cercavo ogni occasione per fare un po’ di “movimento”. È un’attività liberatoria, gioiosa, salutare.
    Ci sono persone che non la capiscono, non la condividono, non se ne sentono attratte; e molte altre che vorrebbero ma non ne sono capaci, gli manca la necessaria libertà psicologica, sociale, anche estetica, dal mio punto di vista.
    Ho conosciuto mia moglie proprio durante una serata eccitante e intensa. Nonostante ci fossimo accompagnati con molti partners, tra di noi era scattato qualcosa di speciale, un’affinità sensuale, ritmica, che era chiaramente al di sopra della normalità.
    Da fidanzati e poi da sposati, abbiamo continuato a praticare questo delizioso passatempo, ovunque ci capitasse. Anche durante i nostri viaggi, se trovavamo un luogo dove altri si lasciavano andare alla liberazione dei sensi, ci univamo subito alla compagnia.
    Abbiamo cercato di trasmettere anche ai nostri figli questa passione. E mi sembra che la più grande, Adele, sia molto portata, un talento naturale, come si dice.

    Io e Marisa siamo sposati da 25 anni ormai, eppure questa nostra passione comune, ci rigenera e ci mantiene vivi e innamorati.
    Certo, non abbiamo più vent’anni, e anche i chili di troppo si fanno vedere e sentire, però basta avere la passione e fregarsene dei giudizi altrui. L’importante è divertirsi e procurarsi il piacere di comunicare con il corpo, con tutti.
    Quando guardo Marisa farlo con altri, muoversi nella sua maniera dolce ed energica al tempo stesso, sudare ed eccitarsi, assecondare i movimenti del partner, ed essere assecondata a sua volta, credo realmente di vedere il punto più alto della comunicazione tra esseri umani. È sempre uno spettacolo che mi riempie di gioia. E non sono certo geloso, non c’è motivo di esserlo. Se c’è fiducia reciproca, non può esserci gelosia. Quando ci ritroviamo io e lei, a dare spettacolo, sappiamo che sono gli altri ad essere un po’ gelosi del nostro affiatamento, della nostra passione, della nostra armonizzazione.

    Certo, a volte abbiamo sacrificato tempo ed energie, per inseguire la nostra passione, ma ne è sempre valsa la pena. Meglio rinunciare a qualche ora di sonno ed essere appagati, fisicamente e psicologicamente, che essere riposati ma nervosi e stressati.
    Ormai ho 51 anni, e ancora lo stesso entusiasmo di un ragazzino, purtroppo l’età incomincia a farsi sentire. Dopo una serata di movimento, fatico veramente a svegliarmi la mattina per andare al lavoro. Quindi stiamo limitando sempre più le nostre performances al fine settimana, e alle vacanze.
    Con il mio lavoro non c’è da scherzare. Alzarsi al mattino, alle 6, correre in stazione, sedermi alla consolle, seguire i movimenti di ogni convoglio, gli orari, i ritardi, le soste impreviste, è un lavoro che richiede lucidità e prontezza di spirito. Se sbagliassi, anche solo una volta, ad azionare lo scambio, succederebbe una tragedia.
    Per fortuna io e Marisa, continuiamo a ballare come ragazzini, quando ne abbiamo il tempo, e questo mi rende tutto sopportabile. Quando la stringo fra le braccia e la faccio roteare, e vedo i suoi occhi sciogliersi di emozione, quando sento le sue gambe muoversi insieme alle mie, seguendo il ritmo della musica, dimentico ogni fatica, ogni delusione, ogni problema. Meno male che c’è il ballo a risanare la mia dura vita di scambista.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:20
    Il gigante e la belina (2^ parte)

    Come comincia: Durante la lunga passeggiata, il pretendente alle grazie di Lucia, cominciò a lavorarsi la sua erculea sentinella.

    “Puff puff!” – Sbottò Pasqualetto, piegato sotto il peso della sua lattina da un chilo
    “Comincia a fare caldo per portare pesi in giro, non credi? A proposito come ti chiami?”

    “Uh! Alfredone...”

    “Io sono Pasqualetto, piacere di conoscerti. Azz, sei grosso, quanti anni hai tu?”

    “dodici”

    “La Min....kia! Come azz fai ad essere così grosso?”

    “Boh”

    “io però sono più grande di te, ne ho 14 già fatti”

    “E che fai oltre a portare le vernici, Alfredone?”

    Il gigante continuò a camminare pensoso, per qualche secondo, sembrava non risentire minimamente del peso trasportato.

    “Eh? Dunque?” – Insistè Pasqualino – “Che fai? Giochi a qualcosa, fai sport? Vai a donne? Cinema, TV, stadio, qualcosa farai nella vita!”

    “Uh...vado a messa la Domenica...”

    “O belin” – Pensò il nanerottolo infido e peccatore – “Pure chierichetto”

    “Se fossi grande e grosso come te, amico mio, vivrei di prepotenza, altrochè”

    “Pre...pro...ehh?” – Balbettò Alfredone

    “Lascia perdere, niente”

    “E’ proprio carina Lucia vero?” – Insinuò l’innamorato, dopo qualche minuto di silenziosa marcia.

    Un sorrisone ebete illuminò il volto del colosso.

    “Tu che ne dici? Tu la conosci bene? Ha un fidanzato?”

    “Fidanzato? Naaaa!”

    “Però ho visto che la accompagni a casa”

    “Sssììì...lei è come la mia sorella, io accompagno sempre le signorine, sono un gentilone”

    “Gentiluomo intendi”

    “Sssììì ecco...non mi ricordo mai le parole giuste, sono un po’ scemo sai?”
    “Mavaaaaaà?! E chi lo dice? Perchè saresti scemo?”

    “Tutti lo dicono, io non so fare mai le cose giuste e non so parlare, non so nemmeno pensare”

    “Ma che dici” – Era iniziata la fase di conquista dell’alleato – “Tu sai fare cose che nessun altro può fare, porti un quintale di vernice sulle spalle, come se fosse gommapiuma. Ma scherzi?”

    “E poi scusa, accompagni le signorine e vai a messa tutte le domeniche, più di così. Credi che tutti gli altri facciano altrettanto?”

    “Boh ...non so...io...”

    “Tu hai bisogno di rivalutare te stesso” – Incalzò con sapiente fraudolenza Pasqualetto

    “Ehhhh?!”

    “Dico che d-e-v-i c-a-p-i-r-e  c-h-e n-o-n s-e-i s-c-e-m-o!”

    Dopo altri minuti di marcia sotto il sole, Pasqualetto era in un bagno di sudore, il suo bel vestitino bianco era ormai ridotto a uno straccio umido.

    “Fermiamoci a bere qualcosa Alfredone, non ce la faccio più”

    “Eh?”

    “Avanti! Beviamo qualcosa qua” – Insistè afferrando Alfredone per il braccio e tirandolo inutilmente verso i tavolini di un bar.
    “Avanti! Offro io, cosa credi...non hai sete? Non ti va qualcosa di buono?”

    “Uh...sì...graaaaazieee” – Il dodicenne Golia visualizzò nella sua mente bambina, un grande gelato multigusto.

    Rimasero per una buona mezz’ora al tavolo, Pasqualetto sorseggiando una birra e fumando sigarette, Alfredone in orgasmico rapporto con un’ immensa coppa di gelato.
    La prima mossa dell’aberrante innamorato era stata vincente.

    ***

    Nei giorni seguenti Pasqualetto divenne abituée del quartiere, tramando senza sosta per conquistare il cuore della bella Lucia.
    Non avendo nemmeno preso in considerazione di poterla conquistare con la galanteria e la dolcezza, la sua mente contorta partorì un’ennesimo misfatto.
    Doveva tirare dalla sua parte Alfredone, definitivamente, in qualche modo. L’idea migliore che ebbe fu messa in atto quel pomeriggio di un giorno da beline.
    Il piccolo mafiosetto aveva da tempo messo su una specie di banda di coetanei, della quale era il capo, non certo grazie al carisma, ma semplicemente ai soldi e le coltellate che distribuiva con diseguale magnanimità.
    Il piano era chiaro, semplice e pulito. Nessuno conosceva i suoi sgherri in quel quartiere, quindi nessuno avrebbe potuto svelare l’inganno.
    Quattro dei suoi più fidati tirapiedi si appostarono, all’orario di riapertura pomeridiana, nei pressi del negozio. In attesa di Alfredone e Lucia, si divertirono a scassinare qualche distributore automatico e molestare un po’ i passanti, ma senza esagerare. Gli ordini erano chiari, dovevano assalire Lucia e la sua guardia del corpo extra large. Pasqualetto sarebbe intervenuto a tempo debito, mettendoli in fuga e salvando amico e principessa.
    All’arrivo di Alfredone, che fedele come un cane addestrato a Francoforte, giungeva esattamente cinque minuti prima dell’apertura, i quattro manigoldi si sentirono meno sicuri dell’impresa, decisero quindi di munirsi di corpi contundenti atti alla bisogna, spranghe, bastoni e affini.
    Lucia arrivò poco dopo. Mentre armeggiava con le chiavi per riaprire la rivendita di vernici, i quattro scattarono verso di loro con urla belluine e atteggiamenti guerreschi.
    I primi due sbatterono contro il solido muro del petto di Alfredone, rimbalzando per terra come palline di gomma. La seconda coppia, però, nel frattempo era riuscita ad afferrare Lucia e, minacciandola con un coltellino mille usi svizzero, di pregevole fattura peraltro, intimò al gigante di rimanere immobile e tirare fuori tutti i soldi che aveva.
    Nel momento cruciale, Pasqualetto arrivò alle spalle dei due complici e, preso per la collottola quello armato di coltello, lo staccò dal suo angelo minacciato.
    Alfredone, vedendo la sua protetta ormai fuori pericolo, avanzò come un frankenstein incazzato e travolse l’ultimo superstite del commando, schiacciandolo contro il muro e appiattendo notevolmente il suo amor proprio, oltre a buona parte dei suoi organi interni ed esterni.

    Ognuno, buono o cattivo che sia, ha i suoi momenti di gloria nella vita. Quello fu uno degli attimi di celebrità di Pasqualetto. La parte dell’eroe lo fece sentire strano, come un pesce fuor d’acqua, un canguro nell’oceano, una zebra nello spazio. Essere il personaggio positivo, il salvatore di fanciulle in periglio, non era certo la sua vocazione. Gli abbracci, quasi letali, di Alfredone, e le lacrime riconoscenti di Lucia, gli trasmisero un’insolita sensazione, mai provata prima e mai più ricercata in seguito. Si sentiva quasi insultato dai complimenti e dai ringraziamenti dei due gonzi e dagli applausi degli ancor più gonzi passanti.
    L’abbraccio della paradisiaca commessa, gli procurò una vistosa erezione, della quale lei non si rese conto, scioccata com’era dall’accaduto.

    La manovra era compiuta. Pasqualetto aveva conquistato in un colpo solo, la venerazione del mastodontico cerebroleso e l’amore della ingenua fatina.

    Durante le settimane seguenti, l’incongruo trio fu avvistato in giro per la città. Pasqualetto e Lucia davanti, abbracciati come polipetti in amore, Alfredone dietro, sentinella fedele del loro idillio, felice come solo un idiota può esserlo, in maniera totale e commovente. Aveva trovato la sua dimensione di vita, la sua missione, essere il vigilante della sua principessa e del suo unico amico.

    Nei giorni dell’amore, il piccolo e scellerato guappetto aveva deciso di dare una svolta alla sua vita. Non per una inusitata illuminazione sulla via di Damasco, per raddrizzare la sua moralità, che era del tutto assente. Piuttosto, avendo conquistato l’oggetto del suo desiderio, voleva goderselo il più possibile in tranquillità, riducendo al minimo i rischi della sua vita malandrina e delle sue molteplici attività illecite e criminose.
    Ridusse quindi drasticamente il numero dei furti e la quantità di droga smerciata, bilanciando la riduzione di introiti con un maggiore impegno nel gioco d’azzardo. Inutile dire che era ormai un baro provetto.
    Alfredone era quindi divenuto la sua spalla, il suo mostro al guinzaglio, disposto a qualunque rischio e sacrificio per pura venerazione. A 14 anni Pasqualetto si aggirava per la città come un navigato boss.
    Il destino è sempre in agguato, si dice. Possiamo aggiungere che rivolta l’esistenza di uomini, bestie e perfino vegetali e minerali, senza alcuna distinzione e ancor meno ritegno, infischiandosene se la vittima, o il beneficiario, sia buono o cattivo.
    Anche Pasqualetto, nonostante la sua scaltrezza e la sua mancanza di scrupoli, non poteva sfuggire agli scherzi del Fato.
    Non che avesse bisogno di ulteriori stimoli, per diventare ancora più infido e cattivo, ma quanto accadde elevò all’ennesima potenza la protervia della sua anima guasta.

    Era un periodo di scioperi, manifestazioni e disordini nella città di Plebe al Mare. Come tutte le estati, i governi e le amministrazioni provinciali, comunali, di quartiere, di condominio e perfino di tombino, approfittavano della leggera incoscienza, della ingenua distrazione della popolazione, per perpetrare ogni possibile misfatto nei confronti della comunità.
    Alla chiusura di alcuni centri sociali, seguì l’interdizione al traffico di alcune strade del centro. Poi venne il turno delle spiagge, con la scusa di una maggiore sicurezza e pulizia, vennero praticamente militarizzate. La crisi economica già rendeva la vita di molti difficile e priva di speranze per il futuro. Quando il sindaco di Plebe al Mare si convinse che l’affluenza eccessiva di persone sul lungomare, sfaccendati, disoccupati, pensionati, baby sitter, cani randagi e balene spiaggiate, era fastidiosa, oltre che improduttiva, decise di stabilire una specie di “gradimento all’ingresso”, facendo presidiare strade e litorali dalle forze dell’ordine. Le uniche a infischiarsene delle restrizioni furono le balene, ma in cuor loro avrebbero rinunciato volentieri a commettere l’infrazione.
    Fattostà che quest’ultima trovata del primo cittadino, provocò frequenti turbolenze nella altrimenti pacifica e rassegnata vita della città.
    Nel calore crescente della stagione balneare, Pasqualetto, Alfredone e Lucia se la passeggiavano allegramente sul lungomare. La presenza dell’incantevole fanciulla in fiore esentava gli altri due figuri, decisamente meno attraenti e convincenti, dall’implacabile selezione degli addetti ai varchi per il litorale. Bastava uno sguardo di Lucia, una sua mossa vezzosa, o anche l’assoluta immobilità della sua adolescente perfezione, per spalancare al trio qualunque porta.
    Pasqualetto godeva immensamente di questo valore aggiunto alla sua vita. Alfredone non capiva e godeva per empatia.
    Al varco della via principale, sul lungomare, i tre inseparabili e incongrui compagni, esibirono sorrisi e un briciolo di autocompiacimento, sentendosi tutti e tre persone specialissime, e in effetti essendolo, ma in che modo, ognuno a modo suo, non capendolo. Ma di questo già sappiamo, avendolo spiegato e  raccontandolo.
    Quel pomeriggio di un giorno da strani, al varco c’erano guardie particolarmente maldisposte e accaldate, imbozzolate nelle divise nere da pseudo ninja, pativano anche solo la vista dei civili in ciabatte e braghette che si riversavano verso le spiagge.
    Un gruppo di famiglie, di dubbia origine e condizione sociale, cercava di scardinare l’opposizione degli agenti al loro ingresso nel paradiso dei ghiaccioli e degli asciugamani. I tutori dell’ordine e della pubblica estetica insistevano nel vedere i documenti di tutti, uomini, donne, bambini, cani, peluche, secchielli e formine.
    La folta tribù di plebei, onesti e coglioni fino alle midolla, iniziò a scaldarsi e improvvisò una dilettantesca sommossa, non sapendo che tali cose vanno organizzate ed eseguite con la stessa perfezione ritmica e formale dei balletti classici.

    Pasqualetto trovandosi dietro alla variegata rappresentanza del basso ceto cittadino, fumava di rabbia e di marlboro. Assaporava da ore la voluttuosa siesta sulla sabbia, accanto alla sua ninfa seminuda e, fottendosene per inveterata tradizione personale, dei destini degli altri esseri umani, malediva a voce alta ogni componente, di carne o di plastica, della turbolenta tribù.
    Ai suoi commenti si aggiunsero i grugniti, per riflesso pavloviano, del monumentale discepolo, per l’occasione abbigliato con bermuda a fiori, t-shirt a frutti e infradito a foglioline.
    Lucia, angelica ed educata come sempre, non si lasciava scappare nemmeno un sospiro o un’occhiatina al cielo, verso il dio dei bagnanti respinti.

    L’improvvisata manifestazione di protesta della tribù plebea si allargò a macchia d’olio, contagiando molte altre formazioni di ansimanti e accalorati aspiranti beach boys, in fila per accedere alle spiagge.
    Una massa di qualche centinaio di persone si accalcò ben presto alle transenne, i poliziotti, intuendo l’escalation imminente, si rifugiarono nei cellulari e avviarono i fumogeni.
    L’estate balneare di Plebe al Mare ebbe il suo epico momento di furia risorgimentale. Le classi reiette della società si impadronirono del lungomare, in una guerra lampo, disordinata quanto priva di idee.
    In mezzo alla massa in movimento, come un involontario epicentro, si ritrovarono i nostri tre eroi, trasportati dalla corrente umana e dalle cariche della polizia, verso il bagnasciuga, dove i militi contavano di spezzare le reni, se non alla rivolta, almeno a qualcuno dei facinorosi.
    Alfredone smistava grappoli di uomini, donne e bambini, con formidabili bracciate, mulinando i suoi arti superiori come rotori di impianti eolici. Lucia e Pasqualetto se ne stavano avvinghiati, rintanati nel circolo polare del maestoso e trionfante guardiano.
    Ci volle poco perchè gli agenti notassero lo smisurato godzilla a fiori che causava un moto circolatorio galattico nella folla. Ravvisando nel gigante la causa di tutta quella buriana, si risolsero ad usare le armi. I primi colpi si conficcarono nei corpi assiepati intorno ad Alfredone, come sacchi di provvidenziale carne da macello. I seguenti colpirono il bersaglio e il colosso in bermuda, centrato alla testa, dopo alcune oscillazioni, si abbattè al suolo, schiacciando la povera Lucia.

    Pasqualetto si trovò riverso a terra, nella mano stringeva il polso della fu fatina del paese incantato. Tutto il resto del suo esile e delizioso corpicino era livellato sotto l’immensa mole di Alfredone, che perdeva sangue dalla testa, e continuava a roteare le braccia in un automatico riflesso galvanico.

    Per la prima volta in vita sua, e probabilmente anche l’unica, il bieco ranocchio mafioso si sentì mancare dal dolore. La sua principessa era stata estinta dal suo braccio destro.
    All’ospedale dove furono tradotti, insieme a decine di altri ribelli, fu riscontrata ad Alfredone la presenza di un proiettile nella scatola cranica. Non era possibile operare, il cervello ne avrebbe subito ulteriori devastazioni.
    Rimase in coma alcuni giorni, dopodichè si svegliò e domandò cosa fosse accaduto. L’infermiera di turno, sorpresa per l’insperato recupero allertò l’èquipe medica. Il gigante diventò il caso clinico dell’anno. Agguerriti avvocati lo usarono per ottenere dallo Stato un cospicuo risarcimento, che si intascarono immediatamente. Le constatazioni dei parenti e conoscenti di Alfredone, che non sembrava diventato più rimbabito di prima, furono abilmente occultate, in una specie di cover-up di quartiere.
    Pochi mesi dopo l’ormai tredicenne martire della rivolta estiva, si aggirava come sempre per il quartiere, con le sue latte di colore in spalla. Al negozio una petulante e arcigna zitella aveva preso il posto della defunta Lucia.

    Pasqualetto era rimasto alcuni giorni in uno stato catatonico, non sapendo nè decifrare, nè tanto meno gestire il senso di perdita. Passati i quali, le astinenze da fumo, alcol e gioco d’azzardo lo scossero dalla triste condizione e, dimostrando tanta forza di carattere quanto assoluta mancanza di umanità, riprese la sua vita di balordo.
    Per prima cosa andò a ripescare Alfredone che, sapendo di essere stato l’involontario assassino della sua amata, nonchè unica amica della sua propria vita, si inginocchiò letteralmente ai suoi piedi, pur restando sempre più alto di almeno una spanna.
    Pasqualetto, cinico e calcolatore come sempre, sfruttò quel colossale senso di colpa, proporzionale alle dimensioni del portatore, per legarlo a sè definitivamente. Sarebbe stato il suo schiavo per i secoli a venire.

    Dunque, se passate nei pressi di via del Gigolò, nel quartiere di Nostra Signora Birbantella, nella città di Plebe al Mare, prestate molta attenzione. Un piccolo rospo impomatato, vestito come John Travolta ne “ La febbre del Sabato sera” e un gigante dalle infradito a fiori potrebbero prendervi di mira e vi garantisco che non sarebbe un’esperienza piacevole.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:19
    Il gigante e la belina (1^ parte)

    Come comincia: Belina : termine dialettale ligure, per indicare una persona scorretta, stupida e spesso violenta.

    Se vi capita di passare per via del Gigolò, nel quartiere di Nostra Signora Birbantella, nella popolosa città di Plebe al Mare, prestate attenzione, potreste incappare in una pericolosa coppia di squinternati delinquenti.
    Li riconoscerete subito, uno è alto due metri e sedici, assomiglia vagamente a Danny De Vito (ironia del codice genetico), cammina a lunghissime e lente falcate, un po’ tipo Frankenstein, solo che invece delle scarpone chiodate, porta infradito a fiori, anche d’inverno.
    L’altro è un piccoletto, nervoso e dal viso scavato, vestito come John Travolta ne “La febbre del Sabato sera”, capello impomatato, che nemmeno in Albania usa più. State sicuri che dalle tasche del suo vestitello bianco immacolato ne uscirà qualcosa di brutto, coltello a scatto, tirapugni, forse una pistola. Droga a mezz’etti e reganissi a mazzetti. Sì perchè codesto bell’individuo, sfoga la sua rabbiosa isteria masticando a oltranza radice di liquerizia, tanto che i suoi denti sono scuri come quelli dei mangiatori di Betel asiatici e la sua pressione arteriosa si aggira su valori prossimi al Big Bang.

    I due personaggi che vi sto descrivendo, rispondono ai nomi di Alfredone e Pasqualetto “cercaguai”. Ma la diceria popolare li ha ormai battezzati, per i secoli a venire, come “Il gigante e la belina”.

    Pasqualetto si è distinto fin dai primissimi anni come una vera feccia, tanto da far inorridire perfino la sua mamma, il che è tutto dire.
    All’età di due anni ha abbattuto l’albero di Natale, a colpi di patate, gridando : “Wuahuuuu...Arghhh...Arghhh...Sprrr...”
    Nel corto circuito conseguente al misfatto, la casa è andata a fuoco, il padre c’è rimasto carbonizzato. La madre, il piccolo Pasquale e i suoi tre fratelli e sorelle, si sono salvati grazie al crollo provvidenziale della parete del soggiorno, finendo direttamente in casa del ragionier Parodi.

    Non si erano ancora ripresi dalle ustioni e dal trasloco conseguenti, che il nostro eroe ne combinava già un’altra delle sue.
    Era una notte di Febbraio, nell’appartamento caritatevolmente assegnato dal Comune di Plebe al Mare, sito al quarto piano di una palazzina popolare, la famiglia del disgraziato dormiva il sonno dei giusti e degli afflitti di ogni tempo, cioè si dibattevano, chi più chi meno, in incubi di vario genere.
    Il freddo attanagliava la città, i marciapiedi erano lastre di ghiaccio, la neve si accumulava per le strade, un vento isterico e pazzo soffiava via la tenerezza delle feste ormai passate.
    Pasqualetto non riusciva a dormire. Non che avesse gli incubi dei giusti e degli afflitti., tutt’altro. La sua mente diabolica, ancor prima di saper elaborare parole di senso compiuto, agitava al suo interno proto-bestemmie, pre-insulti da capogiro, blasfemie non verbali assortite per ogni religione immaginabile, mono o politeista. Il tutto si traduceva, nella pratica, in un continuo ululare, simile alla iena africana in calore, cosa che faceva disperare famigliari e vicini, ma anche i meno vicini, tanto che le sibilanti folate del suddetto vento, erano accolte come un lieto, seppure effimero, stacco all’aberrante solfeggio.

    Fattostà che il pargoletto (ricordiamo che aveva egli poco più di due anni e non camminava ancora, strisciava piuttosto come un serpentello velenoso per casa) decise che la tormenta esterna e il domestico supplizio, non fossero ancora abbastanza. Buttatosi giù dal lettino si avviò con la velocità del topo verso la cucina.
    La sua mente acerba e ancora poco pratica della vita, cercava di capire in quale modo poter arrivare fino alla scatola dei biscotti, che il piccolo manigoldo sapeva essere nascosta nei pensili sopra la cucina a gas.
    Come una cavia di laboratorio, spinta da opportuni stimoli gira e rigira per la gabbia, finchè non trova il passaggio giusto, Pasqualetto tentò più volte la scalata della cucina, finchè il portello del forno, miracolosamente, calò come un ponte levatoio ed egli potè issarsi, afferrando le manopole del gas, fin sul ripiano dei fornelli.
    Il resto è storia nota. Stava su tutti i giornali locali e nazionali. L’esplosione, dovuta alla fuga di gas, disintegrò l’intero condominio. Si salvò soltanto il demoniaco infante, protetto dalla cappa della cucina che, abbattendosi su di lui lo isolò dal rogo. L’esplosione lo sparò nell’orbita del condominio di fronte come un piccolo Gagarin.

    Tutta la comunità di Plebe al Mare, si strinse al piccolo sfortunatissimo pupo, ormai orfano totale. Le donazioni e le richieste di affidamento fioccarono come coriandoli, nel Carnevale ormai inoltrato. La celebrità inconsapevole di Pasqualetto, lo rese oggetto di attenzione generale, di preghiere, e perfino di una canzone di successo.

    Ben presto il piccolo anatema strisciante trovò una nuova famiglia, e di tutto rispetto, trattandosi della facoltosa dinastia di notai Bellamore.
    Nelle braccia della nuova famiglia Pasqualino trovò tutto l’affetto e la comprensione di cui il suo ego malato aveva bisogno, per crescere e migliorare le proprie capacità.
    A Tre anni e mezzo si proiettò come una furia sul fratellastro Gianni, di sei anni, invidioso del suo grembiule di scolaretto, precipitandolo giù dallo scalone marmoreo di casa Bellamore. Le numerose fratture costrinsero il bambino a rimandare di un anno l’ingresso nel mondo scolastico.
    A quattro anni e due mesi, la sorellastra Iolanda di otto anni si preparava per la comunione. Vuoi per la sua innata inclinazione al Male, vuoi per l’ingenua e inavveduta richiesta di lei a fargli da paggetto nella sfilata casalinga, con tanto di candela accesa, diede fuoco al vestitino santo e alla bambina in esso contenuta, provocandole ustioni di dodicesimo grado. Non vi fu Comunione e per l’infelice bambina si aprirono le porte dell’ospedale psichiatrico dell’infanzia.

    Ma il vero trionfo del malefico pargolo si realizzò con il raggiungimento dell’età scolare.

    In prima elementare provocò l’allagamento della scuola, che venne attribuito al suo eccessivo entusiasmo per la coltivazione di piantine di fagiolo, strumento didattico fondamentale nella formazione dell’infanzia.
    In seconda mandò all’ospedale tutta la classe, grazie alla somministrazione incontrollata di psicofarmaci rubati in casa e spacciati come caramelle.
    In terza eliminò decisamente la maestra, con un cinismo degno dei servizi segreti deviati. Bloccò il pedale del freno con un banalissimo orsacchiotto di peluche, la giovane istitutrice finì direttamente nella scarpata sulla via di casa.
    In quarta si sentì pronto ad alzare il livello del suo attacco alle autorità scolastiche. Il direttore della scuola fu visto precipitare dal terrazzo, durante la festa di fine anno. Si vociferò che avesse il vizio del bere, ma nessuno notò che le stringhe delle sue scarpe erano legate insieme, soltanto che il parapetto era troppo basso per le persone adulte. Prodigi del Montessori.
    In quinta, avvicinandosi l’esame di fine anno, compì il suo capolavoro. La scuola doveva cessare di esistere, fisicamente, e gli incendi erano una sua antica passione.
    Non ci furono vittime soltanto perchè il tutto avvenne di notte. Furono però tutti promossi a causa di forza maggiore.

    Vi domanderete : ma com’è possibile che uno scellerato come Pasqualetto la facesse sempre franca? Presto detto, nel mondo civile nessuno crede che un bambino, per giunta mingherlino e con gli occhioni blu, possa incarnare il male.

    Mentre l’eroico diavoletto compiva tali e tante gesta, all’altro capo di Plebe al Mare, cresceva indisturbato e felice un altro bambino, Alfredo.
    Era costui l’esatto opposto di Pasqualetto. Già a tre anni era alto un metro e dieci, e aiutava la mamma a lavare i piatti. Il suo candore e la sua generosità, unite a una non ignorabile lentezza di cervello, lo avevano reso subito la vittima preferita degli scherzi dei coetanei. Egli dal canto suo, non si arrabbiava mai, ma si univa alle risate dei dispettosi con una spontaneità disarmante. Essendo così prestante fisicamente, e crescendo tale dismisura fisica si fece sempre più evidente, i suoi coetanei e non solo, finirono col rispettarlo, nonostante la sua evidente pochezza intellettiva.
    Alfredone, come era ormai soprannominato, non smentì mai la sua bontà di cuore, la sua mansuetudine, la sua generosità. Mentre Pasqualetto compiva le sue malefiche gesta, egli si distingueva immancabilmente nell’aiutare il prossimo, nel servire come chierichetto, nel badare come un alano fedele ai fratellini e alle sorelline.

    Risalta con evidenza che le azioni dei due siano diametralmente opposte, e che quelle di Pasqualetto risultino ben più avvincenti e interessanti. Per una strana aberrazione umana infatti, fa molta più impressione e genera ben più interesse ed emozione, un bambino che brucia una scuola, piuttosto di un altro che serva messa tutte le domeniche per dieci anni, senza versare mai una goccia delle sacre ampolle. Non che questo fosse il caso di Alfredone che, come vedremo, era tutt’altro che abile nel lavoro e nel gioco.

    Anch’egli, nella sua non lunga vita, ne aveva già combinate di grosse, ma non per malvagità, soltanto per una serie di sfortunatissime coincidenze e per il suo splendente candore.
    Essendo così sviluppato fisicamente, all’età di sette anni venne spedito dal padre, alcolizzato e fallito, a lavorare come manovale presso un cugino attivo nel campo dell’edilizia.
    I compiti di Alfredone si limitarono al trasporto di mostruose quantità di detriti, giù per le scale della casa in ristrutturazione. Non avendo ricevuto, come istruzioni, nient’altro che un “butta via sta robaccia”, il povero bambino sovradimensionato di corpo, ma decisamente sottosviluppato cerebralmente, pensò bene di gettare tutta quella massa di quintali e quintali di macerie, nella cantina della casa. Giorno dopo giorno il peso dei laterizi di scarto si accumulò, provocando una sempre maggiore pressione sulle fondamenta del fabbricato. Alla fine dei lavori, un mese dopo, la cantina era colma quasi fino al soffitto, la pressione raggiunse parecchie tonnellate e, pochi giorni dopo che i proprietari vi erano rientrati, tutta la struttura cedette di schianto, seppellendo un’intera, numerosa e stimata famiglia.
    Il disastro e la conseguente indagine di polizia, svelarono facilmente che la ditta non era in regola, non possedeva alcuna assicurazione, e che per giunta aveva impiegato nei lavori un dolce bimbone di sette anni. Il cugino e il padre finirono dritti in gattabuia, Alfredone fu perdonato per la sua tenera età e ancor più tenera dabbenaggine.

    A scuola il monumentale bambino non rendeva granchè. A nove anni sapeva a malapena recitare l’alfabeto, era chiaro che non era fatto per lo studio o qualsivoglia attività mentale. I maestri lo promuovevano soltanto per carità cristiana e per bieco opportunismo, volevano liberarsi in fretta di quell’ingombrante bambinone che, ad ogni piè sospinto, provocava danni e lesioni a cose e persone. Fu esentato da educazione fisica già all’inizio della seconda elementare, considerato che atterrava immancabilmente compagnucci e insegnanti con la medesima facilità, incoscienza e disinvolto entusiasmo. Peccato per Alfredone, perchè amava visceralmente lo sport.
    Infatti il padre, dopo aver scontato due anni di galera, per la sfortunata vicenda della casa crollata, pensò bene di utilizzarlo come lottatore in incontri clandestini, gestiti da un suo zio malavitoso.
    Al primo scontro Alfredone, appena novenne, abbattè in pochi secondi un giovane extracomunitario, guadagnandosi l’ammirazione della mafia locale.
    Per alcuni mesi, la carriera di Alfredone nella lotta fece progressi al fulmicotone, era popolare come il gladiatore Ispanico nel famoso film. Il padre racimolava bei soldi, grazie alla erculea possanza del frutto dei suoi lombi. Per lui era una vera rivincita nei confronti della vita.
    Era comunque chiaro a tutti che questo Carnera dell’infanzia, questo Hulk di quartiere, non era nè gestibile nè controllabile. Ogni scontro era un vero macello, al suono del gong Alfredone correva sorridendo verso l’avversario gridando “giochi con me!”, e a forza di pattoni, strette, morsi, e grida gioiose, lo lasciava immancabilmente a terra in un lago di sangue. Non si rendeva affatto conto di fare del male, glielo avevano presentato come un gioco e, nella sua fiduciosa ingenuità di bambinone idiota, tale era e rimaneva.

    Finchè un bel giorno, il boss intimò al padre del piccolo ercolino di perdere un incontro truccato, come in qualunque copione noir che si rispetti. Il problema era convincere, far capire ad Alfredone che la faccenda era seria e pericolosa. Il padre lo istruì per due giorni, cercando di spiegargli che un gioco dove vince sempre la stessa persona diventa noioso, ogni tanto bisogna anche perdere, per far piacere al pubblico e all’avversario. Il figlio lo guardava, dall’alto in basso, agitando la testa e sorridendo, incredibilmente aveva capito.
    La sera dell’incontro, appena il gong risuonò, Alfredone si precipitò come al solito verso l’avversario, solo che invece di mettere in moto la sua micidiale macchina da guerra, si buttò a peso morto per terra, ridendo, ed ivi rimase per tutto il conteggio dell’arbitro.
    La folla inferocita di leggère (altro termine dialettale ligure per indicare  guappi, sfaccendati e teste di cazzo in generale) insorse e demolì completamente il locale, il boss fu costretto a restituire i soldi delle scommesse, una tale vergogna era troppo perfino per la mafia.
    Il padre di Alfredone scomparve entro poche ore, non si sa se nella soletta di cemento di qualche costruzione, oppure in precipitosa fuga all’altro capo del mondo. La diceria di quartiere opta decisamente per la prima ipotesi.

    Fu così che Alfredone, al quale non fu torto un capello, perchè la mafia non tocca i bambini, si ritrovò senza padre e senza più il divertimento della lotta clandestina.

    Come i due si incontrarono e strinsero un’amicizia di ferro è cosa degna di essere raccontata nel dettaglio.

    Era un tiepido pomeriggio di primavera. Nell’aria già svolazzavano le prime rondini, il cielo si stendeva sulla città come uno splendente zaffiro. Uomini, mezzi uomini e bestie godevano della brezza del sud che dissipava gli ultimi brividi dell’Inverno.
    Alfredone aveva a quel tempo 12 anni, non avendo nemmeno finito le scuole medie, lavorava come fattorino per il negozio di vernici di un parente. Pasqualetto compiva in quei giorni 14 anni, ormai fumava regolarmente, beveva, giocava a poker e a biliardo, scommetteva su tutto quello che c’era da scommettere, e ovviamente correva dietro alle donne, di qualunque età, sesso, condizione sociale e mentale.

    Al negozio di vernici lavorava anche una giovane commessa, di nome Lucia, capitata forse da qualche regno fatato, era infatti bionda, con gli occhi blu intenso, bella come un angelo. Che ci facesse in una rivendita di vernici era uno dei tanti misteri dell’universo.
    Alfredone era divenuto praticamente il suo cavalier servente, abbagliato dalla purezza e dalla beltà di questa creatura ultraterrena. Ella era forse la prima persona al mondo che gli parlava senza deriderlo, che non gli faceva brutti scherzi, e che gli dimostrava un sincero affetto.
    Pasqualetto capitò per caso al negozio, voleva acquistare una vernice indelebile, possibilmente molto tossica, per imbrattare la macchina di un suo rivale.
    Appena mise piede nel negozio, rimase fulminato dalla bellezza di quell’angelo divino, per la prima volta in vita sua restò senza parole (fortunatamente), imbambolato davanti a Lucia. La scena era assai singolare, Alfredone stava dritto e immobile a fianco del banco, in attesa di ordini, come un robot disattivato, gli occhi persi in fantasie non comprensibili neppure a lui stesso.
    All’ingresso se ne stava altrettanto immobile, quel rospetto impomatato di Pasqualino. Lucia sorrise al nuovo cliente e lo invitò a domandare in che cosa potesse servirlo.
    Il giovane debosciato, in un moto di orgoglio tamarro, si riebbe il tempo sufficiente per accostarsi al banco, balbettare la parola vernice e ricadere in uno stato di totale estasi mistica, gli occhi fissi alle deliziose tettine che si indovinavano sotto la cappetta blu della ragazza.

    Per quel giorno la faccenda non ebbe sviluppi, intimidito come un fanciullo perbene, Pasqualetto acquistò la vernice e se ne andò a compiere il suo misfatto. Aveva notato la presenza del monolitico ragazzone nel negozio e si chiedeva che ruolo vi svolgesse e in che rapporti fosse con Lucia. Ormai infatuato oltre il limite dell’umana sopportazione, provava già una divorante gelosia nei confronti di chiunque avesse a che fare con l’angelica commessa, a maggior ragione per Alfredone che era già alto intorno al metro e 90 e sembrava una sorta di titano in un mondo di seppie.

    Il giorno dopo tornò nel quartiere, a lui estraneo, dove per fortuna nessuno lo conosceva, e si aggirò per tutto il giorno, non facendo un tubo dalla mattina alla sera, nei dintorni del negozio, sbirciando Lucia e tenendo d’occhio gli spostamenti del presunto rivale.
    Meditava già di eliminare Alfredone in qualche modo cruento e fragoroso, ma ben presto si accorse che il ragazzone era completamente idiota. Lo seguì nel suo giro di consegne, vedendolo muoversi a lunghe e lente falcate per il quartiere, sulle spalle inverosimili grappoli di latte di vernice e prodotti chimici pericolosi, simile a un mammuttone sardo multicolore.
    Nei giorni seguenti, continuando la sua indagine amorosa, scoprì che Lucia abitava poco lontano dal negozio e che Alfredone la accompagnava fino a casa ogni sera, essendo di strada. Era chiaro che tra i due non c’era nessuna storia, però erano visibilmente legati da una stramba e profonda amicizia. Alfredone insisteva per portare anche il minimo pacchettino che Lucia avesse con sè, allontanava chiunque si avvicinasse troppo alla bionda ninfetta, colpiva con potenti pugni i cofani delle auto che intralciavano il loro cammino.

    Il giovane delinquente meditò a lungo su come poter avvicinare il suo amore novello. Gli parve logico e astuto cercare di fare amicizia innanzitutto con la possente guardia del corpo.
    Una mattina si presentò di buon ora al negozio, ordinando una partita di vernici da far consegnare a casa sua, i soldi li aveva racimolati nella notte, truffando a carte un paio di gonzi coetanei.
    Ritrovarsi faccia a faccia, rivolgere la parola a Lucia, lo riempì di esaltazione. Ella aveva una voce flautata, la sua boccuccia rosa e virginea gli faceva girare la testa e gonfiare i pantaloni senza pudore alcuno. Riuscì comunque a trattenere i suoi bassi istinti, abituato com’era da sempre alla finzione e all’inganno.

    Dobbiamo chiarire a questo punto che, tecnicamente, quello che Pasqualetto provava era certamente amore vero e potente, ma come tutte le cose del mondo, dipende sempre dalle qualità del soggetto. In questo caso parlare di virtù sarebbe come minimo inappropriato. Il sentimento che, in una persona buona, avrebbe generato una tempesta di tenerezza e positività, nel nostro discutibile protagonista ispirava più che altro concupiscenza, invidia, odio per tutto il resto del creato, soprattutto verso gli altri maschi del pianeta, tutti possibili rivali.

    Il piano procedette come previsto. Alfredone fu incaricato di portare le vernici a casa del diabolico Romeo, il quale con la scusa di dare una mano, afferrò un barattolino anch’egli, lasciando al Sansone nostrano, le altre 40 latte di colore, e insieme si avviarono verso il quartiere di Pasqualetto, distante giusto quei 6 o 7 chilometri.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:11
    Il diavolo in osteria

    Come comincia: Belzerugo apparve all’ingresso del locale e aprì la porta a vetri con esibita spavalderia. Portava il cappello a tesa larga, floscio sulla fronte.

    -“ Salute a tutti buona gente!” – Esclamò togliendosi un attimo il cappello e rimettendoselo subito.

    Era un povero diavolo, decisamente male in arnese. Lo si sarebbe potuto prendere per un vagabondo. I pantaloni di fustagno marrone, il giaccone pesante di panno scuro, di colore indefinito. Le scarpe grosse e consumate, ma ancora solide.

    Io me ne stavo seduto al mio solito tavolo, osservando distrattamente gli avventori dell’osteria.

    Quattro vecchie conoscenze giocavano a briscola, bevendo vino e parlando poco.
    Al tavolo più defilato, in fondo al locale fumoso, il Gianni e la Carla stavano seduti, sussurrandosi parole dolci all’orecchio, mano nella mano, guardandosi negli occhi, persi nel loro sogno d’amore.
    Vicino a me, al tavolo grande, c’era un gruppo di viaggiatori, che bevevano, mangiavano e schiamazzavano. Li sopportavamo soltanto perché offrivano un giro a tutti a ogni nuova portata della lauta cena.

    Nessuno diede segno di aver riconosciuto la natura del nuovo ospite, anche se tutti sapevano bene chi fosse.

    Con fare dimesso, il diavolaccio vagabondo si sistemò a un tavolo, vicino al grande camino di pietra. Aprì la giacca e si protese con le mani verso il fuoco, che subito ebbe un sussulto di simpatia per il nuovo arrivato ed avvampò gioiosamente, animato di nuova energia.

    L’oste, Guccione, squadrò da capo a piedi il nuovo arrivato.

    “ Eehhh…stanotte qualcuno non dormirà bene, mi sa tanto” – disse sospirando con rassegnazione.

    “Oste! Bravo oste!” – esclamò il diavolo – “Una bottiglia di vino rosso forte e un piatto di affettati e formaggi, per questo povero diavolo infreddolito! E pane! Il buon pane della terra!”

    La figlia dell’oste, se ne stava irrigidita e immobile dietro al banco, osservando con occhi afflitti il vecchio demonio.

    “Lisetta!” – la richiamò il padre mettendosi lo straccio sulla spalla e iniziando subito a tagliare il prosciutto – “ Forza! E’ solo un povero diavolo. Non ti fa niente. Porta il vino all’ospite”

    La ragazza, adolescente di generose forme, si pulì le mani nel grembiule e afferrò una brocca.

    Mentre tutti tornavano a pensare alle loro faccende, mi concentrai un pochino sul nuovo arrivato.
    Ci scambiammo un’occhiata e un saluto cordiale. Avevo già incontrato altri diavoli come questo. Sapevo che non era pericoloso, bastava non dargli troppa confidenza, ma trattarlo con rispetto.. Quando si ha a che fare coi demoni, bisogna stare attenti comunque. Eh sì! Anche il più disgraziato dei demoni, se lo lasci fare, ti fotte.

    “Belzerugo!” – Disse il demone, rivolto verso di me e alzando il boccale di vino

    “Alessandro!” – Risposi io di rimando, alzando il mio bicchiere di cognac.

    “Qual vento ti porta in questo paese, Belzerugo?” – Gli domandai dopo aver sorseggiato il liquore.
    “ Le solite faccende, caro professore. Quando qualcuno chiama, noi arriviamo.”
    Si strofinò energicamente le grosse mani callose e annerite e si ficcò in bocca un grosso pezzo di formaggio avvolto nel prosciutto.

    “E ovviamente, me meschino, in questi posti fuori mano e freddi ci mandano i poveri diavoli come me” - Aggiunse parlando con la bocca piena.

    “Certo che lei, quel suo problema  con l’alto papavero della capitale, potrebbe farselo risolvere da noi” – Continuò biascicando rumorosamente.

    Non mi stupii che il diavolo sapesse le mie faccende, è loro prerogativa da sempre.

    “Non mi sporco l’anima solo per avere un avanzamento di carriera, caro Belzerugo” – Gli risposi sorridendo.

    “Giusto giusto!” – Convenne lui continuando ad ingozzarsi – “E se tutti ci invocassero per ogni problema, non basterebbero tutte le legioni dell’Inferno” – Aggiunse e prese a ridere sguaiatamente.

    La risata del povero diavolo assunse una tonalità cavernosa, il viso, già rosso per il fuoco, il vino, e la sua natura luciferina, si fece addirittura viola.

    Per qualche istante rimasi a guardarlo, pensando che questi diavoli di campagna non sapevano proprio limitarsi. Mi resi conto, vedendolo rovesciarsi per terra con tutta la sedia, che invece stava soffocando. Uno dei suoi fenomenali bocconi gli era andato di traverso mentre rideva.

    Mi precipitai su di lui, lo presi per le ascelle, lo tirai in piedi. Un leggero odore di zolfo mi penetrò le narici mentre, tenendolo con le braccia serrate sullo stomaco, cercavo di sbloccare la sua infernale trachea.
    Per alcuni secondi tutti, nell’osteria, rimasero immobili a guardarci. Poi con un rumore di pentola scoperchiata, belzerugo riuscì a sputare il groppo.

    Lo rimisi a sedere e gli diedi ancora un paio di pacche sulle spalle. Il diavolaccio si appoggiò con i gomiti al tavolo, coprendosi con le mani la faccia ancora paonazza.

    “Offhhh!” – Grugnì mentre si asciugava le lacrime che copiose gli scendevano sul viso – “Grazie professore, grazie, grazie. Questa volta me la sono proprio cercata. Se non c’era lei mi toccava rientrare nell’aldilà senza aver finito la commissione” .
    Parlava con sincero rammarico, si versò un boccale di vino e lo trangugiò d’un fiato.

    “Ehhh, voi non sapete quanto si arrabbi il Capo, se torniamo senza aver fatto il nostro dovere. Non ve lo immaginate proprio quanto diventa violento. Una volta non riuscìì a portare a termine il mio incarico, ero ancora giovane e inesperto e mi attardai con una pulzella. Al mattino mi ricordai che il cliente doveva essere accontentato prima del sorgere del sole e non potei fare altro che tornarmene a casa.” – Mentre raccontava questo aneddoto, gli occhi presero di nuovo a lacrimargli, ma questa volta di paura.
    “Quando il Capo lo venne a sapere, ovviamente tutti facciamo la spia molto volentieri dalle nostre parti. Beh, insomma, ero giovane e anche piuttosto bello, sapete? Mi fece strappare le unghie e mi bruciò la pelle del viso”

    Si protese verso di me, tirandosi il cappello sulla nuca – “Guardi qua professore, ho ancora i segni dopo 400 anni!”

    In effetti la pelle del suo viso era irregolare e gonfia, venata di striature più scure, ma si notavano solo a uno sguardo attento.

    “Mi ha dato una lezione coi fiocchi. Da quel giorno non ho più mancato una commissione. Sempre in orario e sempre attento a soddisfare il cliente.”

    Mentre raccontava le sue disavventure, annuivo con la testa e con gli occhi semichiusi cercavo di trasmettergli tutta la mia umana comprensione.

    Belzerugo finì di cenare, mi offrì un ultimo bicchiere, per riconoscenza e se ne uscì fuori al freddo di  Dicembre, per portare a termine il suo incarico.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:05
    Il grande incontro

    Come comincia: Dal diario del C.te krikekrok

    Anno 2 dell'era del  nano  (o forse 3 - percezione del tempo molto relativa)
    Posizione cosmicomica : stravaccato
    Rotta : Verso gamma coglionis

    ....Odo dei rumori provenire dalla plancia (oppure dalla pancia? Boh! Questa gravità artificiale disturba gli intestini).

    L'ufficiale di rotta  Pasquale si è Rrroootto! Cazzo di Cyborg italiani, non funzionano mai! Si aggira tra le apparecchiature gridando : "Floriana non me la dare...ti prego!".

    Floriana è il tecnico Raeliano, di sesso indefinito, frutto della clonazione malriuscita di Maria De Filippis, Francesco Tuotti e la cagnetta Laika.

    La nave è scossa da forti tremori, si sa lo spazio è gelido.

    I motori a impulsi, privati dell'assistenza tecnica di Thanos, ex becchino siciliano riciclato dalla colonia penale Milano 2000, si accendono e si spengono un po' come gli gira a loro.
    Il software di controllo Clinux, prodotto dalla multinazionale intergalattica Gay-on (ahò ma stanno dappertutto 'sti finocchi), non riesce a elaborare i dati, nonostante gli sforzi dell'ingegner...dell'ingegner....dell'ingegner....

    La memoria comincia a giocarmi brutti scherzi. Siamo entrati per errore in una bolla quantica vagante, circuiti elettronici e neuronali stanno subendo alterazioni imprevedibili e inspiegabili.
    In certi momenti so chi sono, ma non so dove sono. In altri so dove sono, ma merda se riesco a ricordarmi il mio nome!

    Sui monitor della plancia compaiono misteriosi segnali indecifrabili. In questo momento una lunga serie di numeri e caratteri sconosciuti scorre sullo schermo. Ora si stanno rimescolando all’impazzata...stanno formando una figura...mio Dio...è un volto di donna...e che donna porca pupattola!

    L’immagine della ragazza sta parlando, i suoi occhi sono verdi, fosforescenti, del resto è tutta verde fosforescente. Inserisco il traduttore universale...

    “...salve umani...sono Milla, servitrice dell’Unico Grande Quanto, il solo vero Dio dell’Universo. Non temete, vengo in pace. Sono qui per mostrarvi la via verso la salvezza ...Bzzzz...Bzzzz...ASSAGGIATE L’ENERGIA RADIANTE DELLA FONTE NEUTRINICA SANTA SPIRALE!...Bzzz....Bzzz...umani...ci sono interferenze nella vostra dimensione di esistenza...controllate i circuiti dell’alimentatore nucleare e i raccordi bionici agli scudi temporali di dritta...Gnak...Gnak...”.

    Chiamo l’ingegner Thanos, finalmente mi ricordo il suo nome, ma chissà dov’è, dove diavolo sta l’ingegnere capo? Boh? In sala macchine? In cabina a montare la sua androide di compagnia? E chi lo sa? Apro tutti gli interfoni e grido il suo nome, lo sento riecheggiare per tutta la nave, ma di lui nessuna traccia.
    Il secondo meccanico mi informa di aver trovato la causa dell’avaria agli scudi temporali. L’ingegner Thanos è rimasto incastrato con il suo...ehm...il suo uccello nel condotto del flusso einsteniano. Pare volesse provare l’orgasmo più lungo della storia, purtroppo gli spermatozoi hanno fatto marcia indietro e gli hanno gonfiato le palle a dismisura, forse bisognerà castrarlo per estrarlo.

    Ordino di procedere senza indugi. Mezz’ora dopo una vocina flautata risuona nel mio auricolare, è Thanos, si è ripreso in fretta dalla mutilazione, ma mi informa che un improvviso mal di testa lo costringerà a chiudersi in cabina.
    Poco male, come ingegnere capo valeva poco, chissà che non lo possa riassegnare al reparto crew-care, come hair fashionist.

    Sullo schermo ricompare la misteriosa ragazza verde fosforescente. Mazz è proprio gnocca!

    “Umani...umani...sono qui per condurvi al cospetto del Grande e Unico Quanto. Preparatevi ad essere traslati nella non-dimensione”.

    Ekkekazz...non perde tempo l’inviata del Supremo. Giusto il tempo di ravviarmi un po’ i capelli e spolverare le mostrine, che tutta la nave ha come un lungo sussulto, le paratie si deformano, tutti i rassicuranti led della plancia si spengono, le luci assumono un colore verde fosforescente.

    Siamo sospesi nello spazio. Intorno a noi il nulla. La nave è scomparsa sotto i nostri occhi. Galleggiamo in un’oscurità totale, non sentiamo più la gravità, naturale o artificiale, liscia o gassata.
    Un brivido mi percorre la schiena, mi accorgo di essere completamente nudo.
    Una piccola luminescenza compare in lontananza, manco a dirlo è verde fosforescente. Si avvicina e si ingrandisce, o si ingrandisce e si avvicina. Insomma diventa più grande. Adesso illumina tutto lo spazio intorno a noi. Tutti gli uomini e le donne del mio equipaggio sono intorno a me. Siamo tutti nudi. Qualcuno si copre i genitali, altri si osservano vicendevolmente con sguardi bovini e suini. L’ingegnere capo è completamente assorto a sfrugugliarsi tra le gambe.

    La luce si fa sempre più intensa, comincia a fare male agli occhi. È accecante. Le nostre mani corrono ai visi per proteggere la vista, e così facendo, proprio mentre sta comparendo il Grande Quanto, tutti quanti scopriamo i genitali.

    “Uèèè...che accoglienza! Era da molto che non ricevevo un saluto di benvenuto così esplicito. Bravi ragazzi e ragazze”.

    È la voce dell’Unico, del Dio che abbiamo sempre pregato e cercato. Alla fine è stato lui a trovare noi.

    È un grande volto, guarda caso verde fosforescente, che ci si presenta davanti. Come un ologramma di antica fattura. Ci aspettavamo di incontrare il viso di un essere vecchissimo, invece è straordinariamente giovanile per la sua età eterna. Dimostra non più di 35 anni ben portati. Ha l’espressione arguta e brillante. Un sorriso smagliante, anche se un po’ troppo verdastro. Porta i capelli tirati all’indietro e lisciati con brillantina.

    La luce cala di intensità, adesso possiamo riportare le mani ai nostri rispettivi genitali. Qualcuno a quelli degli altri, ma non importa. È un momento solenne e sconvolgente, le nostre menti vibrano misteriosamente e potentemente, e anche i corpi vibrano. Vistose erezioni si protendono dai pubi come anemoni dello spazio, mammelle si ergono nel vuoto come cupole antigravitazionali.

    “Sù sù fate i bravi, avrete tempo per accoppiarvi. Vabbè che ve lo ordinai tanto tempo fa, però ragazzi, mi avete proprio preso in parola eh?”.

    Nonostante la luce verde fosforescente, i nostri volti tradiscono l’imbarazzo e dal verde elettrico passano a una strana sfumatura verde-rossastra.

    “Ingegnere capo...sei stato tu, con la tua discutibile intromissione nel flusso spazio-temporale a farmi notare la vostra presenza. Per questo ti concedo una grazia. Dimmi rivuoi i tuoi..ehm...testicoli? o preferisci che ti trasformi in donna, con tanto di tette e tacchi da dodici?”.

    L’ingegnere capo è sorpreso quanto noi. Rimane un attimo a bocca aperta, comunicare con l’Unico non è cosa facile, si può rimanere in soggezione. La sua bocca si apre, ma non riesce ad emettere altro che squittii e colpi di tosse.

    “Allora? Ho tutta l’eternità a disposizione, ma i tuoi compagni sembrano piuttosto curiosi. Cosa decidi?”.

    “Donna! Donna! Fammi diventare donna...però strafica!”.

    Istintivamente scoppiamo tutti in un applauso liberatorio, mentre i nostri peni e le nostre tette sobbalzano nell’entusiasmo del battimano.

    Un accecante bagliore avvolge l’ingegnere capo, questa volta ci siamo fatti furbi, una mano al viso e una al pube. Il tempo pare fermarsi, qualunque cosa voglia dire. Quando la luce svanisce, dell’ingegnere capo non resta più traccia alcuna. Al suo posto è comparsa la più incredibile, esplosiva, irresistibile superfica che si sia mai vista. Ci affolliamo intorno a lei, la tocchiamo ovunque...per accertarci che esista realmente...ehm ehm...”.

    “Giù le mani bifolchi! Zoccole! Porco!” – grida l’ex ingegnere sferrando un appuntito calcio al basso ventre dell’ufficiale medico.

    “STATE BUONI!”

    La voce dell’Unico Grande Quanto ha tuonato sopra e dentro di noi. Ci immobilizziamo all’istante. Soltanto l’ufficiale medico non riesce a trattenere un flebile mugolio.

    “Allora, ragazzi miei...e ragazze ovviamente”. Una strizzatina d’occhio vola all’indirizzo del fu ingegnere capo, che accoglie l’ammiccamento drizzandosi sui tacchi da dodici.

    “Siete alla presenza dell’...”

    “UNICO GRANDE QUANTO!”. Recitiamo all’unisono battendolo sul tempo.

    “Ah beh..sì...ormai lo avrete capito. Dunque dunque che fare adesso? Non avevo mai incontrato prima d’ora qualcuna delle mie creature. Devo dire che vi immaginavo un po’ diversi...”.

    Avverto intorno a me una sensazione di sbigottimento generale.

    “Sì, come dire...non avevo previsto di incontrarvi faccia a faccia. Era parte del gioco. Voi non vedevate me e io non vedevo voi. Sapete com’è, una specie di nasconderello cosmico. Il senso era questo”.

    Stiamo tutti guardando verso il Grande Quanto. Le sopracciglia alzate, gli occhi sgranati, le bocche a culo di gallina.
    “Che dire figlioli. Mi avete preso di sorpresa. Colto in castagna, come si dice. Preso con le mani nella marmellata, colto in flagrante, beccato con...”.

    Era chiaro che il Grande e Unico stava temporeggiando. Un diffuso brusìo si innalzò dal nostro gruppo.

    “Sì insomma...è una situazione imprevista. Che dite, ci sediamo un po’ a chiacchierare? Oppure ci facciamo un drink. Un Happy Hour non ci starebbe male. Sapeste quanto ho desiderato avere qualcuno con cui sbevazzare un po’ e magari dopo una cenetta romantica...e poi che serà serà...ehm...”

    Passati i primi momenti di doverosa soggezione, adesso sembrava che il Grande Quanto fosse più imbarazzato e interdetto di noi, miseri umani, nudi al cospetto del Creatore.

    “Oppure una bella partitina a qualcosa. Che ne dite? Avete inventato un sacco di giochi, a quanto ho sentito dire. Si potrebbe fare una bella canasta. Oppure inventiamo un gioco nuovo. Sì, che grande idea che mi è venuta! Me ne vengono in continuazione, non so perchè, è più forte di me...”.

    Il nostro brusìo si era trasformato in aperto chiacchiericcio.
    Qualcuno accennò un eloquente gesto, portandosi un dito alla tempia. Soltanto l’ex ingegnere capo sembrava non preoccuparsi di nulla. Soppesava le sue nuove tette, dondolandole nelle mani affusolate. Lisciava le sue lunghe gambe con gesti erotici, accennava mossette di danza, agitando il sedere, e che sedere.

    “Insomma ragazzi! Dite qualcosa anche voi. Sono fin troppo abituato a parlare da solo. Avanti! Dite qualcosa...”.

    Per un automatico senso della gerarchia, tutto il mio equipaggio si voltò all’unisono verso di me.

    Mi schiarii la voce. Mi ri-schiarii la voce. Deglutii. Mi strofinai le mani sudate. Cercai le mostrine con le dita, per stemperare la tensione, ma i miei polpastrelli incontrarono soltanto la peluria dei miei polsi.
    Il momento era fatidico.

    Poi mi venne l’idea.

    “Grande Quanto!” – esordii.

    “UNICO GRANDE QUANTO. Prego...”.

    “Sì...mi scusi...”.

    “Unico Grande Quanto...io...noi...loro...”.

    Il grande Quanto mi fissava, dall’alto al basso, con gli occhi speranzosi e partecipati.

    “Io...ecco...credo...ho pensato che...”.

    “SIII?”.

    “Ecco...si potrebbe...non so come dire...”.

    “DIMMI...”.

    La Sua aria benevola e carica di aspettativa mi convinse a sciogliermi e parlare a ruota libera.

    “Potremmo appunto inventarci qualcosa di nuovo, qualcosa di mai fatto prima. Una cosa del tipo...ti incarni e vieni con noi”.

    “MICA TANTO NUOVA SAI?”.

    “Ah sì, scusa, mi ero dimenticato. No intendevo...in incognito...senza farlo sapere in giro. Tu vieni con noi, ti vedi un po’ del mondo che hai creato, con i tuoi occhi, non per sentito dire. E vedi che effetto ti fa. Un giro turistico diciamo...che ne dici?”.

    Un divino silenzio incombette per alcuni lunghissimi non-istanti.
    Il viso del Grande ed Unico divenne pensieroso, la sua fronte verde si fece più fosforescente, un lampo di luce brillò nei suoi occhi.

    “Ma sai che non è mica una brutta idea. In fondo cos’ho da perdere. Se poi non mi trovo bene, posso sempre tornare a Me”.

    Tutto il mio equipaggio, che fino a quel momento aveva trattenuto il fiato, emise un sonoro sospiro di sollievo.

    “Sì...Sì...la tua idea mi convince, comandante Krikekrok. Una bella vacanzina mi ci vuole proprio. Ti ringrazio dell’idea”.

    Passò qualche attimo di eternità a considerare la cosa.

    “Che ne dite? Mi incarno uomo o donna?”.

    Tutto l’equipaggio si voltò prima verso l’ex ingegnere capo e poi, con aria concupiscente verso il Grande Quanto.

    “No...forse è meglio uomo”.

    Una bordata di fischi e urla si alzò dai componenti femminili dell’equipaggio, accompagnata da inequivocabili gesti e moine.

    “Ma...ma...le ho fatte io così? Davvero non mi ricordo...ma mi sembrava di averle pensate...come dire...un tantinello meno estroverse”.

    “Vabbè e deciso...vada per un corpo maschile. Qualcuno ha dei consigli?”.

    Dopo un attimo di smarrimento le voci delle signore e signorine del mio equipaggio, dalla lavarobots all’ex ingegnere capo, si sovrapposero in un assordante raffica di richieste e suggerimenti.

    “Okay okay...ho capito...faccio da solo”.

    La luce verde tornò a brillare sempre più potente. Quando potemmo togliere le mani dai visi avevamo davanti a noi, sullo sfondo nero dello spazio-tempo...un gran pezzo d’uomo. Noi maschi ci sentimmo tutti immediatamente sminuiti, mentre le nostre compagne esplodevano in un giubilo sfrenato.

    Ci ritrovammo a bordo della nostra cara astronave, con un membro in meno tra le gambe del vecchio equipaggio e uno in più, nuovo di zecca, in aggiunta, che per rispetto al suo rango nominai immediatamente comandante in seconda.
    Ripartimmo verso le infinite distese dello spazio, con la sensazione che molte nuove avventure ci aspettavano tra le stelle.

  • 25 gennaio 2012 alle ore 13:10
    Ciao Morte

    Come comincia: La mattina che ci svegliammo morti, impiegai un po’ di tempo ad accorgermene.
    Mia suocera si era alzata molto presto, come faceva da una vita intera. Anche nella morte è difficile cambiare le proprie abitudini, buone o cattive che siano.

    Quella mattina la madre di mia moglie, da buona italiana, era uscita presto a far la spesa. Tornata a casa si era messa a spignattare Con il suo piglio burbero ma affettuoso, l’avevo sentita redarguire la mia consorte in cucina. Probabilmente Vera intendeva dare aiuto e suggerimenti per il menu del giorno. Un’autentica blasfemia per una vecchia casalinga come la signora Giovanna.

    Sotto le confortevoli coltri il mio corpo, ancora convinto di essere di questo mondo, si crogiolava godendosi gli ozi del sabato mattina.
    I bambini scorazzavano per casa, trascinando giocattoli, gridando e riempendo il nostro habitat con la gioiosa vitalità dell’infanzia. Loro meno di tutti potevano rendersi conto di non essere più nel mondo dei vivi e continuavano a spendere il loro infantile entusiasmo.

    La tenue luce invernale filtrava dalle persiane chiuse, lasciando la camera da letto nell’ombra discreta e perlacea che concilia un risveglio dolce e graduale.
    L’odore del caffè stimolò i miei neuroni, anch’essi convinti di dover svolgere ancora tutte le loro funzioni. Vera aveva poggiato la tazzina sul comodino e se ne era tornata a badare alla prole.
    Mi rigirai nel letto un paio di volte, cercando di fermare nella memoria sprazzi onirici di dubbia origine. La vaga sensazione di aver fatto qualcosa di molto avventuroso, nella dimensione del sogno, solleticava il mio ego, ma inutilmente. Il cervello non seppe recuperare nessun ricordo della notte.
    Emersi dalle coperte come un vecchio orso a primavera. Lo stomaco mandava i suoi consueti borbottii mattutini. La bocca, stranamente, non era impastata e al gusto di fogna, come era ormai da molti anni. Un leggero pizzicore al pube mi ricordò che prima di dormire io e Vera avevamo fatto l’amore, con la lentezza dell’età matura, assaporando ogni gesto come si assapora una buona tazza di qualcosa di caldo, per conciliare il sonno.
    Bevvi il caffè ormai intiepidito, in un unico lungo sorso. Rimasi seduto sul ciglio del letto, a strofinarmi la faccia e la testa. Il risveglio è forse il momento più traumatico e doloroso nella vita di un pigro come me. Anche se più che pigro, potrei definirmi “diversamente attivo”, come ho letto da qualche parte. Assodato che la mente non si ferma mai, nella veglia come nel sonno, il mio organo del pensiero è decisamente sovreccitato, sempre.
    Nell’iconografia popolare, la pigrizia è raffigurata come un’oziosa immobilità, col cervello spento, apatico, indolente. Per me non è così. Anche nelle lunghe ore di dolce far niente, anzi particolarmente in quelle, la mia mente frizza di idee ed elucubrazioni. E considerando che i miei sogni, quando me li ricordo, sono faccende assai complesse e ricche di significati, per quanto oscuri, vuol dire che il mio cervello è una macchina che lavora a pieno regime 24 ore su 24.
    Quindi non posso certo definirmi realmente pigro.

    Il mio lavoro di artista, fortunatamente, mi permette di far girare la potente dinamo della fantasia, quando e quanto voglio. Privilegio del talento.
    Quando non dipingo, scrivo. E quando non scrivo, leggo. E quando non leggo, penso. Se il mio corpo langue in lunghe giornate di inattività, la mia mente non conosce sosta.
    A molti questo stile di vita apparirà strano, perfino aberrante. L’amore per la cultura alberga in poche menti e la passione per l’invenzione artistica è rara come una malattia tropicale al circolo polare, o un virus alieno. La maggior parte delle persone ritiene che una vita piena e attiva sia fatta più di movimento fisico che mentale. Milioni di persone, nel tempo libero, vanno a sudare in palestre, piscine, campi sportivi, convinti di esercitare il meglio delle funzioni vitali. Ben pochi si impegnano con altrettanto sforzo e costanza alle pratiche intellettuali.
    Se fossi anch’io come la maggior parte dei miei simili, cioè privo di fantasia, probabilmente ci avrei messo molto più tempo ad accorgermi del cambiamento avvenuto nella notte. Il corpo funziona per automatismi, per oggettivi scambi stimolo-reazione, e la mente gli va dietro anziché tenerlo d’occhio. La morte non confuta questi meccanismi, soggiace alla teoria del Caos come la vita.

    Dopo aver bevuto il caffè me ne andai in bagno per fare una doccia. Intorno a me sentivo tutta la sinfonia dei rumori casalinghi. I bambini stavano combinando qualche gioco di attese e sorprese, ogni tanto scoppiavano in grida e risate e scalpiccii, poi ripiombavano nel silenzio.
    Vera faceva il bucato, la incrociai in corridoio e ci scambiammo una fuggevole carezza. La signora Giovanna continuava a far sbuffare pentole, ticchettare coltelli, tintinnare stoviglie.
    Dalla finestrella del bagno giungevano gli echi delle altre vite condominiali. Così simili da infondere nella coscienza l’idea che siamo realmente tutti uguali. Ben più di quanto non riescano a fare religioni, filosofie e sociologie.
    Feci scorrere l’acqua fino alla temperatura ottimale. Un atto scontato, quotidiano, ma a pensarci bene, il prodotto di secoli di evoluzione, millenni di evoluzione. Il vero frutto del progresso tecnologico, altro che aeroplani, automobili e bombe atomiche. La concreta realizzazione del controllo sul proprio ambiente vitale.
    Dopo le abluzioni mi vestii e uscii a comprare giornale e sigarette. Evidentemente anche da morti il vizio del fumo persiste, col suo piacere, il suo senso di colpa, il suo costo sempre più esorbitante.
    Anche l’interesse per le cose del mondo, per le notizie, non sembra subire un arresto o un cambiamento percepibile nell’aldilà.
    Uscito dal portone, attraversando la piazzetta, notai che c’era molta più gente del solito in giro. Al sabato mattina, in genere, soprattutto d’inverno esce soltanto chi deve, o chi non ha nulla da fare e non sta bene a casa sua.
    Invece quella mattina era tutto un brulicare di persone, di ogni età e strato sociale. Cercai nell’archivio della mia mente se fosse un giorno particolare, una festività di cui mi ero scordato, ma no, era un sabato qualunque. Un sabato italiano, come cantava Sergio Caputo.
    Mentre pensavo alla canzone, fischiettandone in maniera improbabile e stonata la melodia, gli occhi mi si posarono su di un passante. Assomigliava sorprendentemente a Sergio Caputo. Almeno per come me lo ricordavo. In effetti non poteva essere lui, aveva la stessa età di quando compariva in TV. Una trentina d’anni. Facendo il conto, ormai doveva averne 50 o giù di lì.
    Mi strizzò l’occhio, accennò un sorriso, e si allontanò fischiettando la canzone in maniera impeccabile.
    Mentre mi avvicinavo al bar-tabaccheria, la mia parte puerile, il residuo di cervello-bambino, immaginò che avessero quei succulenti bomboloni alla crema che mi ingolosivano ancora. Entrando, li vidi in bella mostra, sul bancone, una bella cabarettata di krapfen ripieni di crema, che se ne stavano lì a dire “mangiami mangiami”. Sorpreso dalla coincidenza lasciai che la salivazione si facesse canina e le papille della lingua si protendessero come anemoni marini.
    Mi concessi quindi il lusso di cappuccino e bombolone. Poi comprai le sigarette che, sorprendentemente, erano calate di prezzo, e uscii.
    Mi accesi la prima sigaretta della giornata che, dopo l’estasi zuccherina, mi parve ancora più gradevole e saporita del solito. Neanche un leggero bruciorino alla gola accompagnò le intense boccate di fumo. Anche le sigarette, quel mattino, sembravano innocue e voluttuose.
    Avviandomi verso l’edicola, dall’altra parte della piazza, adocchiai una splendida bionda, sui 25 anni, con pelliccia di volpe argentata tre quarti, gambe tornite fasciate da un sottile collant trasparente, scarpette decolté con tacco da dieci, un tantino temerarie nel freddo di Gennaio. Camminava tranquilla e flessuosa, completamente a proprio agio. Procedevamo uno incontro all’altra, così rallentai il passo, per godermi l’avvenente sconosciuta. Metro dopo metro, avvicinandoci, la signorina prendeva forme sempre più distinte e procaci. La capigliatura bionda si faceva più splendente e folta, il viso sembrava non voler risparmiare la perfezione. Notavo la curva del mento deliziosa, la bocca generosa ma non eccessiva, il naso lievemente all’insù, gli occhi azzurri, chiari, due acquamarine. Le ciglia lunghe e nere. La fronte appena segnata da un’espressione di concentrata attenzione a qualche pensiero conturbante. Le sue mani bianche facevano a gara nell’attirare l’attenzione, come due gemelle fatali e stregate. La sinistra teneva una sigaretta, con elegante noncuranza. La destra pareva accarezzare la pelle lucida della borsetta firmata.
    Arrivati a pochi passi, mi accorsi che la sconosciuta teneva la sigaretta in bella vista, spenta, e si guardava intorno. Forse cercava da accendere. Come mi vide, o fece segno di avermi notato, si rivolse apertamente verso di me e mi venne incontro.
    Da buon vecchio gallinaccio, precedetti la sua richiesta e, ficcandomi la sigaretta in bocca, tesi mani e accendino verso di lei, fermandomi a mezzo metro dalla sua sensuale figura.
    Lei mi elargì uno sguardo ammaliatore e portò la sua sigaretta alle labbra rosa e lucide. L’accese guardandomi negli occhi, con quello sguardo a capo semi reclinato che infiamma qualunque uomo.
    La bionda venere impellicciata aspirò una boccata ed espirò la sua nuvoletta. Io espirai la mia nuvoletta, mentre riponevo l’accendino. Ricambiò il mio gesto cavalleresco con un sorriso favolistico, e mentre riprendeva il suo cammino, si girò un attimo e mi disse “Grazie Ste”. Come se mi conoscesse.
    Rimasi fermo, in mezzo alla piazza, tra la fontana e il porticato, nella folla che come un fluido scorreva in ogni direzione, domandandomi chi mai fosse la ragazza e come potesse conoscere il mio nome. Lei intanto si stava allontanando a passi agili e disinvolti.
    Pensai che l’età, anche se avevo appena 46 anni, forse cominciava a giocarmi qualche scherzo ai neuroni. Come potevo conoscere una simile bellezza e non ricordarmelo?
    Fui tentato di rincorrerla e chiedere lumi, sulla sua identità e sulla mia smemoratezza, ma la folla aveva ormai occultato la visione argentea e dorata della fanciulla.
    Dopo qualche attimo di smarrimento mi ricordai di avere una casa, una famiglia, una moglie, una suocera. Riposi con cura il ricordo della ragazza, in una teca di cristallo tutta sua, sulle mensole della mia memoria, imponendomi di non dimenticarla un’altra volta, se non altro in ossequio alla sua bellezza e a conforto del mio amor proprio.

    Davanti all’edicola mi soffermai a leggere le locandine esposte. Il quotidiano cittadino avvisava, con i soliti caratteri iper-cubitali e l’improbabile sintesi sintattica, nuove clamorose scoperte per la cura del cancro. Strano modo di dare una notizia così, pensai. Di solito cautela impone di presentare e sviscerare novità scientifiche, soprattutto mediche, nelle pagine interne, badando bene di non suscitare aspettative ed entusiasmi eccessivi. Eppure quella mattina di Gennaio il Secolo XIX, e così pure tutti gli altri fogli, proclamavano a gran voce il miracolo medico.
    Con il mio solito scetticismo, addestrato e incattivito da decenni di deludenti aspettative e sempre troppo umane credulità, relegai i roboanti manifesti nel circo mediatico dell’invenzione.
    L’edicolante, conoscendomi, mi porse una copia del giornale e, rivolgendomi un sorrisone commosso, si limitò a dirmi “Era ora no?”.
    Pagai il fascio di effimera carta e ripresi la via di casa.

    Non resistendo alla curiosità per la rivoluzionaria notizia del giorno, iniziai a sfogliare il giornale mentre camminavo. Notai che molte altre persone facevano la stessa cosa, dando alla piazza la strana atmosfera “retrò” di una civiltà ancora basata sulla carta stampata. I commenti che coglievo nella folla variavano dall’incredulità, alla commossa accettazione, al sardonico scetticismo.
    Lessi le prime righe del corposo articolo, in prima pagina.

    “L’annuncio, divulgato nella tarda serata di ieri dall’ Istituto Mondiale della Sanità, conferma le voci che da tempo circolavano negli ambienti bene informati. L’ équipe diretta dal Professor D.Leblanc, presso la John Hopkins University di Baltimora, ha presentato, dopo dieci anni di ricerca, i risultati della sperimentazione sull’uomo di un rivoluzionario vaccino retroattivo...”.

    Rimasi scettico, per inveterata abitudine, mi riservai di continuare la lettura a casa, comodamente seduto sul divano.
    Procedendo a slalom nella inesauribile folla di quello strano mattino, mi resi conto che, nonostante la calca, la gente pareva meno isterica e sgarbata del solito. Non subivo il continuo bombardamento di spintoni e borsate, ineludibile, che in genere farcisce ogni passeggiata in centro. Tutti badavano con molta attenzione a scostarsi, defilarsi, lasciare spazio. Alcuni con manifesta galanteria e anacronistica buona educazione. Mi compiacqui molto di questa novità, perfino più della strepitosa notizia riportata dai giornali. La differenza di atmosfera che aleggiava nell’aria pervase il mio animo tenero ed elevò il mio spirito sensibile.

    Era ancora presto e la vibrazione positiva che avvertivo nel cuore mi spinse a passeggiare fino al porto antico, dove certamente ci sarebbe stata gran folla ma, visto il comportamento inusitatamente urbano, non sarebbe stato un fastidio, tutt’altro.
    Scendendo per la strada che porta alla cattedrale, le variegate musiche di alcuni suonatori di strada accompagnarono il mio passo lieve e spensierato. Una ballata popolare, scaturita dal violino e la chitarra di due zigani, diede alla via il sapore speziato e caloroso di vecchio film picaresco.
    Costeggiando la cattedrale, girai l’occhio verso il sagrato. Un consistente raggruppamento di persone stazionava sulla scalinata. Sorprendentemente il Cardinale stava intrattenendosi, davanti al portale bronzeo, con i comuni cittadini, in gioviali conversazioni. Scoppi di risa risuonavano squillanti, sprizzando dal brusio come fuochi artificiali.
    Continuai a discendere la strada, torcendo il collo in direzione della chiesa, per seguire l’insolito spettacolo conviviale. Mai avevo visto Sua Eminenza sostare davanti al duomo, come un umile parroco di paese.
    Pur essendo da molti anni un mangiapreti, quella mattina provai un moto di simpatia per la tonaca scarlatta.

    Arrivato in fondo alla discesa, mi infilai sotto i portici antichi, ombrosi e fitti di negozi e bancarelle.
    Gli ambulanti erano tutti presi da contrattazioni di vendita, i negozi erano pieni di gente intenta a scegliere e comprare. Attribuii la frenesia consumistica alla persistente stagione dei saldi.
    Mi ricordai di conseguenza, di una concupiscente voglia di mia moglie. Sapevo che desiderava da tempo un completo firmato, giacca e gonna neri, che costava come una vacanza di dieci giorni sul Mar Rosso. Ispirato dall’atmosfera gaia e godereccia presi la decisione di andarlo ad acquistare nel pomeriggio.
    Uscii dai portici e tagliai per la grande spianata, dirigendomi con passo allegro e generoso verso il porto turistico.
    Una nuova giostra era sorta nottetempo davanti all’ingresso del porto. Cavallini di ottocentesca fattura danzavano ruotando, accompagnati dalla musica argentina, un grande carillon su cui bambini incappottati ridevano eccitati.
    I genitori se ne stavano intorno a osservare rapiti il divertimento della prole.
    L’aria fredda e frizzante mi penetrava nelle narici riempendomi di una sensazione leggera e sbarazzina.
    Procedevo a passo tranquillo, ogni cosa risplendeva di una luminosità nuova, tutto mi pareva immerso un un’atmosfera fanciullesca, quasi favolistica.
    Perfino i barboni che stazionavano sulle panchine davanti alla darsena avevano visi tranquilli, sorridevano ai passanti e questi, incredibilmente, deponevano monete nei loro cappelli e bicchieri, tanto che erano già tutti colmi.
    Questa visione mi convinse in maniera definitiva che il mondo non stava girando come al solito. Mai avevo visto una generale compassione, un diffuso altruismo di tal fatta.
    Mi fermai in fondo al molo, appoggiato alla ringhiera lasciai che la brezza marina mi scompigliasse i capelli. Che succedeva? Forse stavo ancora dormendo, forse non mi ero affatto svegliato e stavo vivendo il mio sogno più lungo, più vivido e più cosciente?
    Strinsi forte la ringhiera e la strattonai, il ferro gelato tremò leggermente, sentii le braccia e i pettorali gonfiarsi nel prolungato esercizio di scuotere il mondo e me stesso.
    Ero sveglio, non avevo dubbi. Intorno a me decine di turisti e concittadini chiacchieravano, ridevano, ammiravano l’orizzonte e le navi di passaggio.
    Poco distante da me un vecchio se ne stava seduto al sole, compostamente proteso verso i raggi, come un antico fiore. Mi sedetti sulla panchina, accanto a lui. Aprì gli occhi e mi rivolse un sorriso e un cenno di saluto cortese. Fece un grosso sospiro si piacere, alzò gli occhi al cielo, e scomparve. Svanì nell’aria, senza un rumore, senza una parola, un attimo prima era lì, un attimo dopo ero da solo sulla panchina.
    Tutte le altre persone lì intorno sembravano non essersi accorte del portento. O era stata soltanto una mia allucinazione? Forse quel mattino ero impazzito e non riuscivo a rendermene conto? E del resto, se si impazzisce, probabilmente non ci si accorge di esserlo, se ne rendono conto gli altri.
    Deglutii un ultimo residuo di saliva inzuccherata, avrei dovuto spaventarmi a morte di quell’evento. Avrei dovuto essere completamente scombussolato da quell’evidente manifestazione dell’assurdo, o avevo assistito a qualcosa di soprannaturale, oppure ero impazzito. Non c’era alternativa.
    Mentre mi guardavo intorno con aria perplessa, mi resi conto che non riuscivo ad avere paura. Mi conosco bene, non sono mai stato un coraggioso, neanche un vigliacco, ma di certo non uno spirito infuocato e temerario. E inoltre ho sempre avuto, come la maggior parte di noi, una naturale inclinazione all’ipocondria. Com’era possibile che quello che era appena accaduto non mi precipitasse nel panico?
    Rimasi qualche minuto seduto davanti al mare. Aspettando che la mia coscienza di risvegliasse e un naturale e legittimo terrore invadesse la mia mente. Niente. Continuavo a sentire un senso di leggerezza e di euforia misurata.
    Mi accesi un’altra sigaretta, mi alzai e ripresi la strada di casa, incerto se raccontare a Vera gli strani accadimenti della mattina, ansioso di stringerla fra le braccia.
    Uscendo dal porto me la vidi venire incontro, radiosa come quando aveva venticinque anni. Non ci dicemmo niente, ci incontrammo al centro della grande piazza, tra le giostre e le bancarelle di dolci. E ci abbracciammo stretti stretti, piangendo di gioia.

  • 06 luglio 2011 alle ore 14:53
    Nessuno legge i contratti

    Come comincia: Quando ho firmato il contratto per questa vita, ovviamente ho dato soltanto un’occhiata alle parti in evidenza. Le rimanenti centinaia di pagine di articoli accessori, clausole e riferimenti giuridici non le ho nemmeno guardate.
    Anche perché alla fin fine, prendere o lasciare, non è che con l’emissario dell’Altissimo si possa discutere molto.
    Nel mio caso il promotore di polizze vita è stato un giovane beatello africano, di fresca nomina. Aveva un gran sorriso e occhi altrettanto grandi e devoti.
    Mi ha parlato brevemente delle opzioni relative a luogo di nascita e livello sociale. Raccontata da uno che era morto ammazzato a 16 anni nell’Africa equatoriale, per mano di miliziani comunisti atei, incarnarsi in Italia, nel Belpaese, in una famiglia umile ma onesta, sembrava già una gran figata.

    Qualche cosa però non è andata come pensavo.

    Appena nato, mi sono reso conto che incarnandomi, ero di gran lunga peggiore di ciò che credevo.
    Avevo mille capricci, ambizioni, egoismi, sofferenze, gelosie, invidie.
    Finché stavo nell’empireo a crogiolarmi nella pace cosmica, chi se lo immaginava.

    Avrei voluto dare una bella controllata al contratto, purtroppo era rimasto nell’Aldilà, e inoltre avrei dovuto aspettare di imparare a leggere. 

    Una vaga reminiscenza però, mi suggeriva di avere fiducia nella vita e non preoccuparmi troppo. Mi pareva che un’entità non riconoscibile, ma non sconosciuta, mi guardasse e sorridesse, con grandi occhi e un grande sorriso smagliante.

    I primi anni trascorsero tra pianti, poppate, cagate, tremendi bruciori al sederino. Ma anche strepitose nanne in braccio alla mamma, giocattoli colorati e fantastici.
    Insomma la situazione era piuttosto ambigua, da una parte c’erano oggettive e terribili sofferenze, dall’altra innegabili piaceri.

    Arrivato all’età scolare, per qualche motivo ero ansioso e impaziente di imparare a leggere, e non solo per emulazione dei fratelli più grandi. Mi sembrava di avvertire nel profondo, come un’esigenza impellente, come se dovessi leggere al più presto qualcosa di importante. Ma ormai il ricordo del contratto era svanito, subissato dalle ondate di stimoli terreni.

    La scuola fu un’esperienza terrificante e meravigliosa al tempo stesso. La maestra era una vera arpia, degna di figurare in un romanzo di Dickens. Si accaniva soprattutto contro i pochi bambini “sfigati”, i poveri che arrivavano dai vicoli del centro storico. Ovviamente io ero uno di questi.

    Furono anni di sofferenze e umiliazioni. Imparai che, se io mi ero scoperto pieno di difetti, altri bambini erano decisamente peggio di me. Già a quella tenera età avevano malizie, razzismi, malvagità gratuite, che faticavo a considerarli esseri umani. Parevano dei piccoli diavoli.

    Per fortuna c’erano i pomeriggi ai giardini pubblici, a giocare con fratelli e amici, a pallone e mille altri stupendi passatempi dell’infanzia. Ecco, giocare era la cosa che più si avvicinava all’esistenza ultraterrena.

    Crescendo i rapporti famigliari si deteriorarono parecchio. La famiglia umile ma onesta, si rivelava un’arma a doppio taglio. La certezza di essere persone per bene non compensava affatto i periodi di cruda indigenza, le continue tragedie per ogni bolletta, ogni spesa prevista e imprevista. Si viveva con un costante senso di catastrofe imminente.

    Arrivarono le prime infatuazioni, e allora sì che iniziarono le vere sofferenze, quelle che ti stravolgono e ti fanno sentire talmente male da desiderare di non essere nato.
    Già alle elementari ci furono un paio di bambine di cui mi ero innamorato. Ma erano cose innocenti e asessuate, forse le ultime reminiscneze dell’amore angelico dell’Aldilà.

    La scoperta della sessualità fu ovviamente l’autoerotismo, la masturbazione, parola terribile, brutta, indegna. Sulle prime mi sembrò una cosa incredibile, bellissima, stranissima. La iscrissi decisamente nella colonna delle cose belle della vita. Era una scoperta inaspettata e sconvolgente.

    Purtroppo la cultura terrena inquinò quell’innocente e delizioso passatempo con il marchio dell’infamia, della sporcizia e della depravazione.
    Crebbi, come tutti gli altri esseri umani, pervaso di un senso ambiguo di attrazione e senso di colpa.

    Fortunatamente il richiamo dei sensi è assai più forte di qualsivoglia falso moralismo. E inoltre prendevo coscienza, ogni giorno di più, di essere misteriosamente e potentemente attratto dalle ragazze.

    L’adolescenza portò i disastri che tutti devono sopportare, gli infatuamenti non ricambiati, la pressione delle tempeste ormonali, i brufoli e la competizione. Terribile.

    Ma arrivarono anche i primi baci, i primi palpeggiamenti, i primi orgasmi condivisi. Tutta l’esistenza fu cooptata nell’orbita dell’amore e del sesso. La precoce passione per i libri, la cultura, le scienze, non valse a distogliermi dalla potente calamita dell’amore.

    Dopo un inizio promettente, le delusioni si susseguirono con disperante regolarità. Sembrava uno scherzo di un dio malvagio. Se mi innamoravo di una ragazza, questa non voleva saperne di me. Se invece non provavo niente più che un desiderio sessuale, allora le cose andavano meglio.
    Pareva che l’amore fosse una specie di condanna alla sofferenza.

    Dopo anni di storie relativamente insoddisfacenti, arrivò un primo vero amore corrisposto.
    L’idillio durò un paio d’anni. Dopodiché l’amore si trasformò in qualcosa di grottescamente perverso. La passione scomparve, la stima fu scacciata dal disprezzo, la fiducia affogò in un mare di gelosie, delusioni, recriminazioni.
    L’amore fu sconfitto dalla vita reale, dalle aspettative sociali, dalle interferenze degli estranei. Misteri del cuore e della pische. Il buio totale.

    La lavagna delle cose belle e di quelle brutte, perse la sua simmetrica coerenza, per sempre.
    Le due colonne incominciarono a confondersi una nell’altra, ogni voce positiva trovava una sua valenza negativa. La bilancia del brutto e del bello iniziò a pendere inequivocabilmente verso il primo piatto.

    Gli anni si susseguirono, fallimenti lavorativi, solitudine confortata dalla presenza di qualche amico.
    Rimaneva padrona del campo la passione per la cultura, la conoscenza, l’arte.
    Tanto da divenire l’attività principale. Mi parve che la creatività e la vita intellettuale fossero le uniche vere gioie della vita. Le più affidabili, le più soddisfacenti, le più esaltanti.

    Le storie d’amore tornarono ad essere essenzialmente storie di sesso. Comodo, piacevole, ma inefficace e inappagante.

    Tornò l’amore, per la seconda volta. E si concluse disastrosamente.

    E poi una terza volta, ancora più potentemente. E finì ancora più disastrosamente.

    Giunto all’età matura, senza una posizione stabile, senza una compagna di vita, senza avere avuto successo come artista, decisi di farla finita.

    Era chiaro, per me, che nella vita, o in me, c’era qualcosa di profondamente e incorreggibilmente sbagliato.

    Mi chiedo ancora che diavolo ci fosse scritto in quel “benedetto” contratto.

  • 06 luglio 2011 alle ore 14:51
    Le donne arrivano sempre in ritardo

    Come comincia: Avessi avuto una donna tra le mani sarebbe andato tutto diversamente. Ma come sempre accade, nel momento in cui hai più bisogno di loro ti girano le spalle, ti lasciano affondare.
    Sarei uscito da quel maledetto locale a testa alta, magari ridimensionato, ma non deriso e bastonato.
    La mia reputazione ormai mi precedeva ovunque in città. Tutti si aspettavano di vedere il grande Leslie dare una bella lezione delle sue, e intanto umiliare lo spaccone di turno.
    Ho fatto l’errore di andarci da solo in quel posto malfamato e corrotto. Avessi avuto con me un paio di amici, avremmo potuto e saputo cavarci d’impiccio e demolire qualcuna di quelle facce da culo.
    Invece ci sono uscito io con la faccia spaccata, e con la dignità sotto le scarpe.
    Il grande Leslie questa volta ha avuto una bella lezione. I lividi e le ossa incrinate guariranno, andranno a posto, ma l’autostima è stata drasticamente ridimensionata, forse per sempre.
    Quando la gente si abitua a vederti vincere, a troneggiare come un semidio, prende sempre lo stesso atteggiamento; ti lodano, ti leccano il sedere, ma in cuor loro sperano di vederti cadere nella polvere. E tutti vogliono sfidarti. È la storia del mondo, da sempre.

    Se quella sera avessi invece insistito con Paula, per vederci e cercare di appianare i nostri dissapori, l’avessi invitata a cena e poi a una romantica passeggiata sul lungomare, oppure una focosa nottata di ballo e di sesso, sarebbe andato tutto diversamente.
    Invece, visto il suo ritardo a richiamarmi, ho spento il cellulare e sono uscito.
    Ma anche l’uomo più accorto e talentuoso prima o poi commette un passo falso, combina un casino.
    Ho seguito il mio istinto bacato, che mi diceva di fregarsene di Paula, di lasciarla sola a cuocere nel suo brodo, le sarebbe servito a capire quanto fossi importante per lei. E ho seguito, come una pecora, il mio inveterato vizio, senza pensare, senza domandarmi se magari era il momento di fare qualcosa di diverso dal solito. Si vive troppo di abitudini, buone o cattive che siano.

    Sono abituato ad avere a che fare con avversari di ogni tipo, non temo nessuno, conosco le mie capacità e ho le mie collaudate strategie.
    Ma quando incontri gente che è lì solo per attaccare briga e nient’altro, le strategie servono a poco.
    Quando ho intuito che la serata avrebbe preso una piega pericolosa, mi sono detto, okay, questi qui stanno cercando una scusa per saltarmi addosso, glielo leggo negli occhi.
    Così ho provato ad assecondarli, per vedere se le loro intenzioni erano solo passeggere o avevano fermamente deciso di darmi una lezione, per quello che può significare nelle menti malate e troglodite di individui come quelli.
    Non c’è niente di più bruciante dell’invidia dei falliti, di quelli che hanno speso anni e anni a fare la tua stessa attività, ma mentre loro sono rimasti a macerare nella palude della mediocrità, tu sei assurto all’olimpo dei grandi. Tu sei un vincente e loro i perdenti. E tanto basta per provocare la reazione animale.

    Dapprima ho lasciato che fossero loro, tre mafiosetti da poco, a condurre il gioco, con quelle facce squadrate e stolide, quegli sguardi porcini, pieni di rabbiosa concupiscenza e di disprezzo per tutto e tutti.
    Li ho lasciati giocare per un po’, sottostando alle loro maldestre manovre, alle loro tattiche da presuntuosi dilettanti. Inveterati falliti.
    Ero in bilico, tra dare soddisfazione a quei tre gorilla e a tutti i loro compari, oppure difendere la mia reputazione e dargli una lezione.

    Il wishky mi scendeva in gola, con la sua usuale ruvida carezza, bruciante e stimolante. Le mie mani si muovevano calme e controllate. I miei occhi non tradivano nessuna emozione.
    L’uomo di fronte a me sudava copiosamente e continuamente, più di rabbia malcelata che non di fatica o di stress. Gli altri due, ai miei fianchi, sbuffavano e sbraitavano le loro sconcezze, i loro aneddotti pruriginosi e volgari. Provarono diverse volte a coinvolgermi in dissertazioni più o meno bestiali sulla fica e sulle donne, ma io mi limitavo a brevi e recisi commenti, senza assecondare la loro putrida voglia di turpiloquio e patetica automitizzazione. Non c’è niente di più ridicolo di un gorillotto di un metro e sessantacinque, con la faccia da neanderthal, che millanta fatali conquiste di belle donne e sovrumane prestazioni sessuali. Il tutto condito dalla loro usuale mimica grottesca e sporcacciona.

    Essendo conosciuto come discreto seduttore di donne belle e desiderate, nessuno dei presenti si è azzardato a insinuare qualcosa sulla mia virilità, nonostante fossero visibilmente contrariati dal mio rifiuto di partecipare alle loro volgari pantomime. Ma questo li ha resi ancora più invidiosi e rabbiosi, forse speravano in cuor loro di attingere un po’ di sapienza, un briciolo di capacità, da me.
    Certo hanno scelto il modo peggiore per cercare di entrare nelle mie simpatie. La gente così è totalmente incapace di entrare in comunicazione, in empatia con chiunque. I loro rapporti sono fatti di latrati, ringhi e ululati.
    Eppure vivono nello stesso mondo di tutti gli altri. È sempre un mistero sorprendente, per me, osservare quanto si possa essere diversi, pur vivendo nella stessa città, addirittura nello stesso quartiere o condominio. Pur appartenenendo alla stessa razza.

    Sta di fatto che dopo un’oretta che eravamo al tavolo, al quale mi avevano costretto a sedermi con le loro insistenze sgraziate e pretenziose, era fin troppo chiaro che la serata sarebbe finita male.
    Non potevo lasciarli vincere facilmente, sarebbe stato poco credibile e poco dignitoso per me. Così ho cercato di gestire la partita in maniera scaltra e complessa, confidando nello scarso acume di quei cavernicoli. Quando i rispettivi gruzzoli furono propriamente ridistribuiti, un bel malloppo nelle mani del capetto, poche fiches agli altri due, e il mio ridotto solo di un terzo; il capobanda iniziava ad essere soddisfatto della piega presa dalla partita. Mi guardava con un ghigno di sfida, l’idiota, pensando di essere pari o più bravo di me. E guardava i suoi compari con ugual disprezzo e complicità.
    Non si era nemmeno reso conto che ogni fiche che era girata su quel tavolo era stata guidata da me, che ogni singola mano aveva avuto l’esito che io avevo previsto. Avrei potuto farli fuori tutti e tre in poche mani. Invece, avendo fiutato la loro intenzione di attaccare rissa al minimo pretesto, avevo deciso di illuderli per un po’, magari di farli anche vincere. A me qualche migliaio di dollari in più o in meno non fanno la differenza. E al poker si vince e si perde.
    Ma qualcosa continuava a rodermi dentro. Se avessi ceduto, vigliaccamente anche se giudiziosamente, alle loro minacciose intenzioni, che uomo sarei stato? E che giocatore professionista sarei stato?

    Speravo di cavarmi d’impiccio lasciandoli vincere un po’, tirando per le lunghe, e quindi ritirarmi a una certa ora. Ma il trio di coatti aveva tutta l’intenzione di spennarmi e probabilmente anche di darmi una bella ripassata. È un grave errore entrare nel posto sbagliato, il mondo non è fatto di libertà, di rispetto, di diritto. È fatto di covi, di cerchie, di famiglie. Ogni strato della società ha i suoi luoghi esclusivi, siano essi i grandi alberghi internazionali, le grandi università, oppure le bettole e i bordelli da due soldi. Uscire dal proprio recinto e infilarsi nel territorio di chi non è come te è pericoloso.

    Dopo quasi quattro ore di gioco, la situazione non si sbloccava, o meglio io non lasciavo che si sbloccasse, per procrastinare il momento della verità. Finché quell’idiota non ha fatto un all-in dopo il turn. Si è giocato tutto su una coppia di assi servita al primo giro. Sul board c’erano due jack, dieci e re. Io avevo asso e nove. Se avessi avuto una donna l’avrei buttato fuori prima che puntasse tutto il suo malloppo. Ma la donna, come sempre, è arrivata in ritardo, quando ormai pensavo di cavarmi dalla situazione lasciando vincere quel gorilla. Ho fatto anch’io all-in, giusto per finire in bellezza e dare all’avversario la sensazione di aver fatto il colpaccio che racconterà per il resto della sua vita. Quando ha battuto il grande Leslie seduto al tavolo di un sudicio bar di periferia.
    Ed è arrivata la donna, con il suo disastroso ritardo. La mia scala ha demolito i sogni di gloria del cavernicolo. I suoi compari hanno preso un’espressione di delusione fanciullesca, quasi commovente. Per due o tre secondi. Poi il capetto si è alzato dal tavolo buttando all’aria le carte e le fiches, mi si è avventato addosso e, insieme agli altri due, mi ha gonfiato come un pallone.
    Le strategie di gioco, così come quelle di vita, non sono sempre efficaci, per quanto abile puoi essere. Prima o poi si perde. E le donne arrivano sempre in ritardo.

  • 06 luglio 2011 alle ore 14:44
    La tata tatuata

    Come comincia: A quei tempi ero ancora un bambino. Era l’inizio del secondo decennio del XXI secolo.
    Vivevamo in un grande appartamento a Milano, nel quartiere di città Studi, vicino a Corso Indipendenza.
    Io, la mamma, papà, mio fratello Giorgio, mia sorella Annalisa. E la Tata, Miriana.
    Di quegli anni così strani per il mondo, appena prima della grande crisi, ricordo poco. Ero più attento a guardare i cartoni animati in TV, che non a seguire e capire i sommovimenti economici e sociali che percorrevano il globo.
    I crack finanziari si susseguivano ormai con regolarità, interi imperi economici crollavano col fragore mediatico di moderne torri di Babele.
    Ogni anno milioni di persone si ritrovavano sul lastrico. La criminalità si moltiplicava a ritmo sempre più accelerato.
    La politica affondava sè stessa nella propria folle e criminosa inutilità.

    Il mondo sembrava essere ad un passo dalla catastrofe. Se non scoppiavano guerre era soltanto perchè nessuno aveva il coraggio, o l’interesse, di finanziarle. Nonostante l’inasprirsi degli odi razziali, politici e religiosi, ogni gruppo era ormai talmente invischiato in torbidi rapporti di convenienza e connivenza con tutti gli altri, che le parole e le minacce suonavano soltanto come l’innocuo abbaiare dei cani da cortile, o le grida dei venditori al mercato.

    In TV lo show pubblicitario continuava la sua pervicace e delirante danza di falsificazione della realtà.
    Dietro ai grandi manifesti pubblicitari le facciate dei palazzi invecchiavano e decadevano.
    Sulle strade milioni di macchine smentivano ogni giorno la sbandierata crisi economica globale. Adulti e ragazzi sfoggiavano abiti tanto brutti quanto costosi, cellulari fantascientifici, tagli di capelli omologati.

    Ricordo il mio primo cellulare, era un Nokia X3, rosso corsa, me lo regalarono papà e mamma per il mio decimo compleanno. Ormai tutti i miei amichetti e compagni di scuola ne avevano almeno uno. Il saggio pragmatismo dei miei genitori li aveva convinti che il loro bimbo non poteva continuare ad essere un’anomalia nella società.

    Passai giorni di eccitato orgoglio con il mio primo cellulare. Lo sfoggiavo a scuola e ai giardini, sull’autobus e in palestra. Era l’ultimo modello, costoso e sofisticato.
    Finchè mi fu rubato una settimana dopo, dal mio armadietto della piscina. La mia ostentata soddisfazione aveva provocato l’invidia di qualche coetaneo.

    Il dolore per la perdita fu intepretato dai miei genitori come un segnale di eccessivo materialismo da parte mia. Il sostituto del mio primo cellulare fu quindi un sobrio ed essenziale Motorola V2.
    Soltanto Miriana, la tata, aveva cercato di consolarmi, partecipando al mio immenso dolore di ometto privato del suo status symbol.

    Miriana aveva circa 20 anni a quel tempo, vestiva molto casual, portava i capelli neri e rosa. Era un post dark-punk-emo, qualunque cosa significasse per lei e le sue ancor più strane amiche ed amici.
    Con il mio telefonino rosso ci eravamo divertiti a scattarci un tot di foto. Lei stava con noi da più di 2 anni ormai, ed era parte della famiglia.
    Le fotografai tutti i suoi tatuaggi. Una rosa sanguinante sulla spalla. Un mostruoso drago sul braccio destro. Croci fantasiose sugli avambracci. Tribal assortiti ai polsi, le caviglie e il fondo schiena. Mi disse di avere anche una farfallina, ma in un punto che non poteva farmi vedere. Nonostante le mie insistenze la misteriosa lepidottera rimase sconosciuta, come una creatura leggendaria.

    Quando le dissi del furto del cellulare lei commentò – “Beh, vuol dire che i miei tatuaggi finiranno dritti dritti nella rete”.

    I rivolgimenti globali degli anni che seguirono cambiarono il mondo e segnarono la fine della fanciullezza e l’inizio dell’adolescenza. I beni effimeri continuarono la loro conquista dei mercati, mentre la gente rinunciava sempre più ai servizi, alla salute, alla cultura. La competitività si era trasformata in lotta per la pura e semplice convenienza, le apparenze mascheravano la miseria morale e la pochezza intellettuale. La corsa globale verso un’omologato e disperato egoismo era ormai inarrestabile.

    La tata tatuata terminò il suo servizio in casa nostra l’anno seguente, ormai ero abbastanza cresciuto. La salutai con grande tristezza una sera d’inverno. Miriana uscì dalla mia vita avviandosi nella pioggia, avvolta nel suo trench nero e rosa.

    Gli anni seguenti corsero via come automobili su un’autostrada, dritti e decisi verso le mete da raggiungere. Finii le scuole medie, il passaggio al liceo scientifico segnò l’avvento dell’adolescenza e dei primi amori. E delle prime sconfitte sentimentali. Mi innamorai follemente di una ragazza del secondo anno, Marisa, bella come si può essere solo a sedici anni, e come soltanto un’ingenuo quindicenne al primo amore può provare. Lei non mi degnò mai di attenzione, come tutte le ragazzine di quell’età era attratta dai maschi più grandi, del terzo, quarto, quinto anno.
    Io rimanevo imbambolato per interi quarti d’ora, a guardarla mentre mangiavamo alla mensa scolastica, o durante la ricreazione nel cortile. Feci di tutto per cercare di farmi notare, cambiai radicalmente il mio look, diventando una sorta di giovane teddy boy post-moderno, con una vena dark e qualche sfumatura glamour, o almeno era ciò che credevo a quel tempo. A nulla servirono i miei sforzi, Marisa vedeva in me soltanto un ragazzino più piccolo, goffo e ingenuo.
    Per un intero anno soffrii le pene dell’inferno. Il mio cuore spezzato sanguinava copiosamente, come la rosa tatuata sulla spalla di Miriana.

    Faticosamente, ma inevitabilmente, la gran cotta per la compagna di scuola si stemperò, con l’aiuto delle prime pomiciate con altre ragazzine. Il primo sesso, con una coetanea, spalancò le porte del piacere davanti ai miei occhi stupefatti.

    Dopo il diploma mi iscrissi a ingegneria. Avevo sempre avuto una passione per le macchine, di qualunque tipo e quell’indirizzo di studi sembrava l’ideale. Lo stress degli esami, o forse semplicemente il mio retaggio genetico, incominciarono presto a farmi perdere i capelli. A 21 anni avevo già una vistosa stempiatura. Il giorno della laurea, il cappello nero copriva la mia inarrestabile calvizie.
    Nonostante i buoni risultati all’università, negli anni seguenti faticai molto ad inserirmi nel mondo del lavoro. Non c’era nulla delle mie fantasie giovanili, in quegli ambienti burocratici e votati alla pura e semplice produzione in serie. Io sognavo di fare l’inventore, e mi ritrovai invece a svolgere compiti di assemblatore, di ottimizzatore e di product manager. Guadagnavo bene, ma il mio entusiasmo scemava ogni mese di più.
    Con la grande crisi che tornava a ondate regolari, le produzioni industriali erano indirizzate quasi esclusivamente alla riduzione dei costi e alla speculazione, semplicemente non c’era spazio per la ricerca e le innovazioni. Il mondo continuava ad essere invaso dalle macchine, ma erano sempre più simili fra loro, e sempre più omologate al ribasso.

    Parallelamente la mia vita sembrava aver imboccato la medesima direzione. Vivevo ormai per conto mio, in un discreto appartamento in una zona medio borghese. Avevo la mia automobile, qualche amico, vecchio e fidato, qualche sporadica storia di sesso. Alla soglia dei trent’anni, con la mia calvizie ormai compiuta, l’amore sembrava ignorare le pulsioni nascoste del mio animo. Avevo delle simpatie, ma nessuna donna mi faceva sobbalzare il cuore, così come io non ne infiammavo nessuna di passione. Ancora ricordavo con rimpianto il volto e i fianchi di Marisa. Apprezzavo le molte bellezze che la mia generazione aveva prodotto, ma nessuna mi rapiva la mente come quando ero adolescente.

    Una sera, mentre rientravo a casa molto tardi, dall’ufficio, mi fermai con la macchina davanti a uno di quei minimarket aperti 24 ore al giorno, per procurarmi qualche cosa da mangiare. Tornando alla mia vettura, con un sacchetto di golosità assortite, quanto improbabili, vidi che una donna, con un cappotto nero corto, se ne stava placidamente appoggiata alla mia portiera.
    Era Autunno, e il vento faceva volteggiare foglie e cartacce, come irreali entità, agitate da un moto interno di melanconia. Con il telecomando sbloccai le portiere della macchina, le quattro frecce lampeggiarono ed un sonoro bip fece sobbalzare la sconosciuta.

    Io mi avvicinai, quasi scusandomi per averle fatto fare quel salto. Lei sorrise un po’ di imbarazzo, un po’ per apparente divertimento.

    “Hai una sigaretta bell’uomo?” – Domandò guardandomi dritto negli occhi, con una evidente posa ammaliatrice.

    Io, armeggiando goffamente con chiavi, sacchetto della spesa e tasche, estrassi un pacchetto nuovo e glielo porsi.

    “Ehh...basta una. Grazie” – Commentò lei divertita dalle mie mosse sgraziate e generose.

    “Fai pure” – Le dissi io – “Prendine pure qualcuna, ne ho altre”.

    Mentre la donna apriva con graziosa destrezza il pacchetto e prendeva una sigaretta, la osservai. Aveva circa 40 anni, il suo volto segnato rivelava ancora una certa bellezza.
    Le feci accendere, avvicinando il viso alla fiamma, la sua carnagione si accese di un bianco arancione, gli occhi verdi le brillarono. Il polsino del cappotto, lasciò intravedere un tatuaggio tribal. E fu allora che la riconobbi. Era Miriana, la mia tata tatuata.

    Per qualche secondo rimasi interdetto, indeciso su come agire. Sotto il cappotto nero le gambe di Miriana, velate da un collant nero, conservavano la loro pienezza levigata.

    La mia mente fu invasa da un’ondata di ricordi. Avevo dormito per anni, abbracciato a quella ragazza, ormai una donna matura, cullato dalla sua voce. Avevo fotografato ogni suo tatuaggio. Tranne uno. Conoscevo ogni curva del suo corpo, il suo calore, il suo respiro, i suoi movimenti, come mai avevo conosciuto nessun’altra.

    Miriana notò la mia empasse. Non mi aveva riconosciuto, erano passati, quanti? 17-18 anni, ero un uomo e lei si ricordava di me come di un bambino di 11.

    “Che c’è?” – Domandò sparandomi uno sguardo erotico, con quei suoi occhi verdi e conturbanti.

    “Io...” – Balbettai

    “Ti piaccio? Vuoi fare l’amore?” – Disse senza pudore e senza imbarazzo, evidentemente abituata dalla pratica.

    Vedendomi rimanere lì impalato, come uno stoccafisso, la sua espressione divenne dubbiosa e sospettosa.

    “Che hai? Non hai mai visto una come me? Non ti piacciono le donne?” – Il suo tono stava prendendo una sonorità arrogante, quasi beffarda. Probabilmente si aspettava un mio imbarazzato rifiuto e si preparava a darmi un addio indispettito.

    In quel  momento mi tornò in mente la sua misteriosa farfalla, che tanti anni prima mi aveva proibito di guardare e fotografare.

    “No, anzi...cioè...sì...sei molto bella” – Riuscii a spiccicare

    “Allora che ne dici di farci un po’ di compagnia? Sono cento euro per una cosa veloce...o se vuoi qualcosa di più rilassato...vedi tu. Abito qua vicino, ci si arriva in 5 minuti”

    Deglutii vistosamente, diviso com’ero fra l’attrazione per quella donna facile e disponibile, il suo ricordo famigliare,  e la curiosità di vedere la sua misteriosa farfalla.

    “Dài sù, non c’è tanto da pensarci. Mi sembra che tu ne abbia voglia, allora perchè non farlo? La macchina puoi lasciarla qua” – Aggiunse prendendomi per mano.

    Ero lacerato dalla sorpresa di quell’incontro, dalla sua manifesta professione, e dal senso di incesto che mi dava il pensiero di fare sesso con lei.

    Mi lasciai tirare per la mano, incapace di prendere una decisione. Ci avviammo per la strada buia e ventosa verso la sua abitazione.

    “Tu...” – Azzardai mentre camminavamo a braccetto, come una coppietta che torna dallo shopping – “Da quanto fai questo...lavoro?”

    “Da un po’” – Rispose lei, senza aggiungere altro.

    Arrivammo alla porta di un palazzo popolare, lei aprì e io sgusciai dentro, intimorito come un clandestino.
    L’atrio era spoglio e cadente, l’ascensore per fortuna funzionava. Salimmo al 5° piano. Il corridoio era altrettanto malandato e umido. Miriana aprì la porta di casa sua ed io la seguii dentro, senza dire nulla.

    L’interno era piacevole. Un mix di vintage, new technology, e lussuriose sete artificiali.

    “Siediti qua” – Disse lei con un tono gentile, ma che non ammetteva repliche – “Vuoi bere qualcosa?”

    “Sì grazie, hai un wishky o una vodka, qualcosa di forte” – Sentivo di aver bisogno di una scossa, per sottrarmi allo stato quasi limbico in cui l’incontro mi aveva gettato.

    “Ok, te lo porto subito, poi mi dò una rinfrescata” – Parlando si era tolta il cappotto. Le sue gambe velate di nero, ora erano scoperte fin quasi al pube, sotto il vestitino di maglina nera, attillato, che fasciava la sua vita ancora snella e il suo seno generoso. Era appena un po’ più grassa di come la ricordavo. Le mezze maniche lasciavano in mostra alcuni dei tatuaggi. Rivederli mi fece l’effetto di un colpo in testa. Restai  a fissarli, credo con una faccia da perfetto idiota, tanto che lei abbassò lo sguardo sugli avambracci e disse – “Che c’è? Ti danno fastidio i tatuaggi? Non ti piacciono? Ma sei strano sai?”

    “No, figurati” – Farfugliai tendendo la mano per sfiorare il tribal che le avvolgeva il polso destro. Lei, in piedi davanti a me, prese la mia mano nella sua e se la pose sul ventre. Sentii il calore del suo corpo, del ventre sul quale avevo dormito tante notti innocenti, ancora ignaro del sesso.

    Accarezzai i suoi fianchi per qualche secondo, lei mi lasciò fare, poi si allontanò e andò a versarmi un generoso bicchiere di wishky.

    “Come ti chiami? – Domandò mentre mi porgeva il bicchiere e le sue mani indugiavano ad accarezzare le mie.

    “Ehm...Franco..Franco” – Ripetei il mio nome, come per ricordarmi meglio chi ero io, e chi era lei

    “Io sono Miriana, molto piacere Franco...” – Sussurrò il suo e il mio nome, sentirli pronunciare dalla sua voce, con il leggero accento dell’est, mi fece tremare le mani. Strinsi più forte il bicchiere, per evitare figure da scemo. In quei tempi lontani, lei mi chiamava Franchino, o pirata, o astronauta, a seconda delle manie infantili che accendevano la mia fantasia e i miei giochi.

    “Allora Franco” – Sussurrò sedendosi sulle mie gambe – “Che ne dici? Vuoi fare una cosa lunga, tranquilla, rilassante?”

    “Come vuoi tu” – Risposi io, sempre meno sicuro di ciò che stavo facendo, ma ormai certo che mi sarei lasciato andare a quel commercio sessuale.

    “Mmhh...secondo me tu sai apprezzare le cose fatte bene. Per 300 euro, anticipati, ce ne stiamo a letto tutto il tempo che vuoi” – Il suo sedere premeva conto il mio pene, provocandomi una immediata erezione.

    “Entro certi limiti, ovviamente. Poi, se vuoi possiamo stare insieme anche tutta la sera, ma ti costerà un po’” – La sua puntualizzazione, mi fece sentire come una preda in trappola. Le sue arti ammaliatrici avevano sbaragliato la mia volontà, ero in balia dei ricordi e della sua carnale presenza.

    Bevvi un sorso di liquore – “E quanto per tutta la sera?” – Domandai continuando ad accarezzarle le cosce e i fianchi

    “Almeno 500, amore, devi essere generoso con me, ed io lo sarò con te”

    Mi ricordai in quel momento che in tasca avevo meno di duecento euro, glielo dissi e lei, senza sorprendersi, mi suggerì di scendere al bancomat a prelevare il contante.

    “Intanto io mi faccio bella per te” – Aggiunse, togliendomi il bicchiere vuoto dalle mani.

    Scesi in strada, in cerca dello sportello automatico, sorpreso io stesso della situazione in cui mi ero cacciato. Non era la prima volta che andavo con una prostituta. Ma questa era lei, Miriana, e la cosa mi sconvolgeva e stimolava in maniera quasi oscena.

    Dopo una decina di minuti ero di ritorno. Trovai la porta accostata ed entrai, richiudendola con cautela, come se fossi penetrato ingiustamente nell’alcova di una principessa, o nell’antro di una strega.

    Lei aveva l’orecchio fine, mi sentì ugualmente e, dal bagno mi cinguettò soddisfatta

    “Sei qua. Hai fatto veloce. Prenditi un altro wishky, io sarò da te fra poco”

    Mi risedetti sul divano, mentre ero fuori, Miriana aveva acceso varie luci soffuse, e spruzzato un profumo dolce e persistente. Il soggiorno era caldo e invitava a spogliarsi e godere dei piaceri del sesso. Di certo la mia ex tata sapeva il fatto suo.

    Dal vano della porta vedevo la camera da letto, anch’essa illuminata da tenui luci rosso-arancione, una musica lounge, molto rilassante, ammorbidiva l’atmosfera.

    Mi alzai e andai a sbirciare meglio nella camera dove avremmo consumato quell’atto sospeso nel tempo, tra il passato e il presente, tra i ricordi della mia fanciullezza e la mia virilità di uomo adulto.

    Rimasi appoggiato allo stipite, giocherellando col bicchiere e immergendomi nei ricordi :

    Miriana aveva di nuovo i capelli neri e rosa, i jeans tutti strappati, come andavano di moda a quel tempo. Giocavamo ai cowboys e agli indiani, nel soggiorno di casa, rincorrendoci intorno ai divani e sotto il tavolo, sparando colpi di revolver e tirando frecce immaginarie, gridando come selvaggi.

    Un abbraccio, caldo, umido e profumato, mi afferrò da dietro e mi riportò alla coscienza.

    “Allora...Franco...ti piace la mia camera?” – Disse strofinando il suo corpo contro il mio

    Mi girai, accarezzando la sua pelle morbida e liscia. Aveva indosso soltanto un perizoma nero, le mie mani si allargarono sui suoi glutei, setosi e caldi.

    “Direi che dovresti cominciare a spogliarti anche tu no? Se vuoi darti una rinfrescata, il bagno sai dov’è. Io ti aspetto a letto” – Si divincolò dalle mie braccia e camminò, flessuosa ed elegante, verso il suo talamo.

    Andai in bagno a rendermi presentabile, in effetti dopo una giornata di lavoro non ero certo in condizioni appetibili, anche per una prostituta.

    Tornai in camera, completamente nudo, il mio pene continuava ad oscillare fra un’erezione, provocata dal desiderio della Miriana prostituta, e una repentina ritirata non appena i ricordi si riaffacciavano alla mente, con tutta la loro forza onirica e nostalgica.

    Lei era sdraiata sulle lenzuola di seta, in attesa, il suo corpo era bello e attraente, il tempo era stato clemente con lei. Avvicinandomi, il mio sguardo percorse ogni sua curva. Vederlo così, nudo, quel corpo che credevo di conoscere tanto bene, mi sembrò di un’altra persona. Il ricordo dell’intimità fisica asessuata, innocente e giocosa, in quegli anni così lontani, lottava con l’immagine erotica, esposta, della sua nudità, presente ed eccitante.

    Miriana si rivelò all’altezza delle aspettative. Le sue performaces sessuali erano intense, era sicura di saper far godere un uomo. Restammo a letto a lungo, ripetendo atti che davo ormai per scontati, ma che con lei assumevano valenze nuove e inquietanti.
    Fare sesso con lei, non potrei certo dire fare l’amore, era comunque qualcosa di assurdo, e di particolare, di unico. Mai avrei pensato, mai avevo neanche immaginato di andare a letto con la mia tata.
    Mi guardai bene dal rivelarle la mia identità. Lei non fece domande su di me, chi ero e cosa facevo, si concentrò soltanto sul suo mestiere.

    Uscii dal portone di casa sua verso le 3 del mattino. La prestazione di Miriana mi era costata 600 euro. Pagare una cifra del genere per andare a letto con una prostituta di 40 anni, era semplicemente ridicolo. Probabilmente lei avrà pensato di aver accalappiato un uomo particolarmente gonzo. Mi ha lasciato il suo numero di cellulare, per chiamarla quando avessi voglia di ripetere l’esperienza. Chissà come reagirebbe se le dicessi che il cliente che ha appena agganciato, e che sta cercando di “fidelizzare”, è stato il suo bambino per quasi 4 anni.

    Tornai a casa turbato, pervaso da una sensazione che non avevo mai provato, come se avessi violentato la mia fanciullezza, l’avessi strappata all’aura magica del passato per sbatterla sul duro cemento del presente, questo presente decadente e putrescente.

    Il mio cellulare suonò mentre varcavo la porta dell’ascensore di casa mia. Il numero era sconosciuto, chi poteva essere a quell’ora?

    “Pronto” – Dissi con voce assonnata e un po’ scostante.

    “Pronto, sono Miriana. Sei già a casa?” – Disse lei, con la sua voce da gatta.

    “Sì, sto entrando ora, perchè mi hai chiamato? E come fai ad avere questo numero?”

    “Hai dimenticato il portafoglio da me. E c’era anche il tuo biglietto da visita. Franchino”

    Sentirla pronunciare il mio nome di bambino mi paralizzò. Rimasi zitto.

    “Ehi, guarda che ti avevo riconosciuto sai? Non penserai che non riconosco il bel bambino a cui ho badato per anni?”

    Il mio prolungato silenzio le diede conferma del mio stato d’animo.

    “Franch...Franco” – Si corresse lei, intuendo che chiamarmi col nomignolo dell’infanzia non era più cosa da fare.
    “Non volevo turbarti. Anche tu mi hai riconosciuta subito, non è vero?”

    “Sì” – riuscii solo ad emettere un monosillabo.

    “Che c’è? Non volevi vedere la mia farfallina?” – domandò ridendo in modo complice
    “Come vedi basta aspettare, e arriva il momento giusto per tutto”

    “Miriana...io...non so che dire...” – Era la verità, vedermi scoperto in quel torbido gioco di lussuria e nostalgia per l’infanzia, in quella sovrapposizione di tempi, luoghi e persone, mi faceva sentire come un maniaco smascherato, o un folle additato e screditato.

    “Non c’è niente di male in quello che abbiamo fatto. A me è piaciuto, anche se lo faccio per mestiere non vuol dire che non senta differenze. E farlo con te è stato quasi come tornare alla mia giovinezza”

    Le sue parole mi rivelarono un aspetto che non avevo nemmeno preso in considerazione. Avevo dato per scontato che lei non mi avesse riconosciuto, e quindi non mi ero nemmeno posto il problema di cosa avrebbe potuto significare per lei.

    “Anche a me è piaciuto. Sei molto bella. È solo che abbracciarti e..fare sesso con te...mi ha dato una sensazione che non so interpretare, e neanche descrivere a dire il vero”

    “Ti ha fatto sentire sporco? Ti è sembrato di farlo con una persona di famiglia? Lo capisco, anche per me è stato strano” – La sua voce si era fatta tenue e fraterna.

    “Ma non siamo parenti, Franco. E siamo entrambi persone adulte e consapevoli. Ti ripeto, a me ha fatto molto piacere stare con te. E mi piacerebbe se tornassi a trovarmi. Chissà, magari possiamo diventare qualcosa di più che clienti. Sono contenta di averti rincontrato, e di vedere che sei un uomo a posto. In questo mondo ci sono tanti pazzi, e criminali e stronzi di ogni sorta...”

    Ascoltare le sue considerazioni sulla vita, restituì a Miriana la pienezza di una persona vera, reale, con tutta la sua storia e i suoi percorsi. Non ero scandalizzato per la vita che faceva, ero soltanto intristito.

    “A me dispiace che ci siamo rincontrati così, in questo modo” – Glielo dissi sinceramente

    “Anche a me Franco. Ma la vita è strana e imprevedibile. E comunque non abbiamo fatto niente di male”

    “Lo so, ma non credo di voler ripetere l’esperienza. Non so come spiegarlo, ma forse non ce n’è bisogno, credo che tu capisca”

    “Sì. Non preoccuparti. Allora buona notte Franco. Stai bene eh?”

    Chiuse la comunicazione prima che potessi rispondere. Era meglio così, sarebbe stata una storia assurda frequentare Miriana in quel modo.

    La sera dopo trovai una busta nella cassetta della posta. L’aprii in ascensore. Dentro c’era il mio portafoglio, i 600 euro e un biglietto.

    “Non pentirti mai di aver fatto una cosa piacevole. Baci”.

  • 06 luglio 2011 alle ore 14:40
    La setta dei dormienti

    Come comincia: Il profeta crepuscolare Morfeus, nome di battaglia del programmatore Vincenzo Esposito, ebbe la sua prima rivelazione seduto alla sua postazione di lavoro.
    Le schermate di codici che si susseguivano sul monitor, righe e righe di elementi alfanumerici, lo sprofondarono in un assopimento ad occhi semichiusi, la sua tecnica ben collaudata per far sembrare che stesse lavorando. In realtà se qualcuno avesse appoggiato l’orecchio al suo viso, avrebbe udito un sottile sibilo nasale, appena percettibile. La fortuna di Morfeus era di non avere occlusioni alle vie respiratorie e di non correre quindi il rischio di smascherare da solo i suoi pisolini quotidiani con roboanti russate.
    Immerso nel sopore della noia, mentre lasciava che la macchina snocciolasse i suoi milioni di simboli, entrava regolarmente in un sonno leggero e fantasioso. L’istinto dell’animale da ufficio lo manteneva in uno stato di dissociazione costante. Una parte del suo cervello dormiva il sonno dei giusti, l’altra parte vegliava, tenuta in allarme dal senso di colpa.
    Questa dicotomica condizione favorì, un giorno di Agosto, complici forse anche il caldo e il malfunzionamento dell’aria condizionata, il primo veritiero sogno di Morfeus.

    Mentre il suo corpo fisico e lavoratore languiva, ben incastrato tra la poltroncina e la scrivania, onde evitare maldestri e inopportuni scivolamenti, la sua mente vagava nella dimensione onirica.
    Vincenzo Esposito aveva un modo tutto suo di sognare. Le immagini, i suoni, le sensazioni, non si accavallavano come ai normali esseri umani, paraculi o no. La sua attività cerebrale, forse allenata da anni di razionale e puntigliosa programmazione di intelligenze artificiali, gestiva l’attività allucinatoria del sogno come un coerente e matematico sistema.

    Per qualche istante Neo e Trinity sbucarono dal suo subconscio, nei loro fascinosi abiti di pelle nera, invitandolo a pirotecniche sparatorie e missioni mistico tecnologiche. Morfeus non si fece irretire dall’intrusione, il suo emisfero vigile, per via di quel succitato senso di colpa, identificò immediatamente la proiezione mediatica e la espulse dalla rete neuronale.
    Nei suoi periodi di assopimento Vincenzo Esposito accedeva a una dimensione sconosciuta ma non estranea. Era come incamminarsi per sentieri inesplorati, ma con la viva sensazione che la strada lo avrebbe condotto a luoghi di trascendente affinità elettiva.

    Il risveglio di Morfeus, quella volta, fu determinato dall’insistente bip proveniente dal suo potente pc. Qualcosa era andato storto nella simulazione, il suo spiccato senso del dovere e la sua puntigliosa professionalità richiamarono i suoi emisferi cerebrali a ricongiungersi, in una istantanea sintesi di coscienza che, nei pochi secondi che gli ci vollero per recuperare lo stato di veglia, trascinò con sè la vivida immagine residua di un luogo paradisiaco seppure vagamente inquietante.
    Come in una fotografia polaroid consunta dal tempo, Vincenzo Esposito vide sè stesso, in piedi, nudo, in mezzo a una prateria sconfinata. Un vento denso e caldo turbinava intorno a lui stelle filanti di codici binari, matasse di dati aggrovigliati correvano, spinte dalla forza delle correnti aeree, in tutte le direzioni, suggerendo alla sua mente inarrivabili lontananze.

    Fu così che Morfeus ebbe la sua prima, vaga percezione, che nel mondo onirico albergasse non soltanto la nostra usuale e labirintica confusione di simboli freudiani, inconfessabili aspirazioni e inarrestabili paure, ma qualcosa di più vero, lontano e profondo. Un’intera dimensione di coscienza che, con il risveglio, scompariva dalla coscienza vigile, lasciando solo qualche brandello di intuizione rivestita e deformata dalle pulsioni dell’identità terrena.

    Quel pomeriggio d’Agosto Morfeus capì che il sonno non era soltanto il doveroso riposo del corpo e l’inevitabile fuga della mente, ma qualcosa di ben più reale e sostanzioso, qualcosa di molto molto importante, forse addirittura la chiave per penetrare in dimensioni più elevate.

    Da quel giorno Vincenzo Esposito dedicò ogni sua ora libera all’esplorazione della dimensione onirica, avvicinandosi e sfiorando continuamente una condizione di coscienza superiore che, purtroppo, svaniva immancabilmente al risveglio, nonostante tutti gli stratagemmi che escogitò per cercare di trasportare la memoria di tali esperienze alla coscienza vigile.
    Con gli anni Morfeus si convinse che la barriera tra sonno e veglia era una condizione insuperabile e strutturale, una necessità esistenziale. Coscienza vigile e ascensione onirica non erano fatte per incontrarsi e comprendersi a vicenda, erano due stati inconciliabili.
    Ma era chiaro che la parte più importante, e di gran lunga più ricca di contenuti ed emozioni, era la coscienza onirica.

    Fu questa consapevolezza che spinse Vincenzo Esposito, in arte Morfeus, a fondare la Setta dei Dormienti.
    Il suo statuto era semplice e facilmente assimilabile. La vita umana attiva è un’illusione, una schiavitù del corpo. Il sonno è la porta attraverso la quale la coscienza entra nella vera esistenza, libera, ricca, illimitata. L’adepto della setta non ha altra preoccupazione che dormire il più possibile, per penetrare sempre di più nella dimensione superiore del sonno.

    Forse, se non avesse avuto quel nome così partenopeo, la missione predicatrice di Morfeus avrebbe incontrato meno ostacoli e diffidenza, purtroppo fu additato fin dai primi mesi di proselitismo, come il profeta dei fannulloni, il mistico della paraculaggine, il Messia dei nullafacenti.
    Le feroci e derisorie etichette che gli furono affibbiate, non impedirono a Morfeus di dedicarsi con sempre maggior vigore, passione e convinzione, alla sua missione. Il suo libro della rivelazione fu stampato e ristampato, tenne conferenze e raccolse intorno a sé un folto gruppo di dormiglioni cronici. Qualcuno insinuò subdolamente che andò a bell’apposta a ricercare nuovi affiliati nei reparti di cura di letargia perniciosa dei maggiori ospedali e cliniche del paese, ma questa voce non fu mai realmente provata.

    La setta dei dormienti nacque dunque in una breve e burrascosa stagione di rinnovamento spirituale.
    Dopo appena due anni, le sedi erano già diventate decine, sparse ugualmente nelle grandi città e nei piccoli centri di provincia. Allestite come grandi e confortevoli dormitori, si distinguevano da ogni altra chiesa o tempio o moschea, per l’assoluta inattività dei fedeli. Unico indizio di presenza umana all’interno era il soffuso russare che trapelava, simile a un basso e continuo salmodiare.

    Argomentazione vincente, della predicazione di Morfeus, fu senz’altro la dichiarazione inconfutabile che tutti dormono, e di conseguenza tutti appartengono, poco o tanto, alla setta, anche se involontariamente e inconsapevolmente. Ad alcuni tale argomentazione suonò un tantino tautologica e furbesca, ma nessuno potè contrastare la sua incontestabile veridicità.

    Gli adepti della setta dei dormienti, visibilmente, si distinguevano dalla folla degli altri esseri umani, per l’evidente calma. I più dotati fra loro assurgevano a uno stato di quasi totale imperturbabilità, dai detrattori additato come chiaro esempio di schizofrenica emarginazione dal mondo. Ma, come fece notare Morfeus, e nessuno poté contraddire anche questa sua affermazione, gli asceti e gli adepti di ogni religione hanno sempre avuto come mezzo, se non come scopo principale, l’abbandono delle cose terrene, delle preoccupazioni futili e fuorvianti della realtà quotidiana.

    I seminari della setta attiravano sempre più persone, di ogni età ed estrazione sociale, ansiose di conquistare finalmente grazie ad un metodo così semplice ed economico, la pace della mente e dei sensi.
    Il russare aumentò di intensità, le sedi continuarono a moltiplicarsi, l’attività di Morfeus, tra uno sbadiglio e l’altro, attraversò i confini nazionali e i mari, i monti e i fiumi, fino a conquistare larghe porzioni di popolazione in ogni paese del mondo.
    L’effetto del successo della predicazione di Morfeus si faceva di anno in anno più evidente, il livello di rumorosità del pianeta scese drasticamente, i consumi calarono vistosamente, non per crisi economica o paure mediatiche, ma per puro, semplice e ristoratore sonno. Le genti continuavano sì a lavorare e a vivere le loro vite, ma lo facevano con una flemma e una lenta ragionevolezza, che molti credettero veramente all’inizio di una nuova epoca dell’uomo.

  • 06 luglio 2011 alle ore 14:34
    Internazionale con filtro

    Come comincia: L’ascensore fila veloce e silenzioso verso il quinto piano del Grand Hotel ***.
    Il lift-boy, un giovane bianco, forse studente universitario, manovra la pulsantiera, esibisce belle maniere, e accenna sorrisi rispettosi.
    La mia suite non è del livello a cui sono abituato, non manca nulla, bagno con idromassaggio e doccia, minibar, televisione al plasma, aria condizionata, letto king size, impianto stereo di marca. Ma è tutto eccessivamente decorativo, quasi barocco. Il design non è di mio gusto. Preferisco le cose moderne, lo stile asciutto ed elegante. Se dovessi fare l’architetto o il designer saprei bene come orientare il gusto delle persone. Avrei molto da insegnare.
    Ma il mio campo è tutt’altro.

    La clientela che ho incrociato, nella hall e nei corridoi, è la solita miscela internazionale: managers in viaggio d’affari, turisti facoltosi, qualche modella, diplomatici, mafiosi, puttane d’alto bordo, faccendieri assortiti.

    Sono arrivato da appena due ore e già mi sento depresso. L’atmosfera da grand hotel, fatta di lusso, suoni ovattati, sorrisi servizievoli, non mi incanta più da molto tempo. Essere trattato da vip, significa essere vip. Non interessa a nessuno cosa fai per vivere, come ti guadagni il denaro che spendi. L’importante è che puoi permetterti di pagare 400 euro a notte.

    Elisabeth non arriverà a Londra prima di sera, è stata trattenuta all’ultimo momento, per una riunione del consiglio d’amministrazione. Un’emergenza finanziaria. Qualunque cosa significhi.
    O forse sta solo rimandando il nostro incontro. Forse è stanca della nostra storia, di me, e prolunga le nostre lontananze ad arte.

    Entro nella suite, mi guardo intorno, è tutto perfetto. Il letto perfetto, ogni cosa perfettamente posizionata, come solo nei grandi alberghi. Vado in bagno, tutto perfetto. L’odore tenue e gradevole, di pulizia accurata, ma non invasivo, è la cosa che più mi piace della vita da grand hotel. Forse mi sono adattato soltanto per pigrizia, per non dover badare alle pulizie, alla spesa, all’ordine.

    O forse soltanto perchè non ho una casa veramente mia, una città a cui senta di appartenere, nè un paese.
    Essere un intellettuale, per quanto brillante, un famoso letterato, è appagante sotto molti punti di vista. Ma non rende più partecipi del mondo e della vita. Il rispetto ossequioso della gente, la loro ammirazione, non migliora la comunicazione, tutt’altro.

    Sono un uomo di cultura. Ma la cultura è una faccenda assai evanescente. Molto relativa.
    Ognuno ha un suo concetto di cultura, di sapienza, di conoscenza. La bella donna che ho incrociato in corridoio ad esempio, elegante, raffinata, sicuramente acculturata, probabilmente estimatrice d’arte, chissà quale. Mi ha elargito un signorile e complice sorrisino. Ovvio, sono elegante, abbastanza piacente, e se ho la chiave della suite vuol dire che sono al suo livello. Non ha pensato nemmeno per un attimo che potrei essere un killer, o un trafficante di droga, o peggio.

    È questo il filtro internazionale del denaro. La consapevolezza che se si frequentano gli stessi luoghi di lusso, in qualche modo si è simili, alla pari. Anche se molti lamentano l’abbassamento del livello, deprecano l’accesso al loro mondo da parte di parvenue di dubbia origine e ancor più dubbio gusto.
    Ma è come una grande famiglia, dove ci sono i patriarchi e le matrone, ci sono i parenti collaterali, magari meno fortunati o meno dotati, e le pecore nere. Però tutti partecipi della stessa condizione elitaria.
    L’educazione è d’obbligo, il gossip è l’immancabile farcitura, la riservatezza è tutto.
    Penso sempre a quali e quante pratiche illegali, immorali, e perfino criminali si consumano nelle camere e nelle sale private dei grandi alberghi internazionali. Nell’atmosfera lussuosamente compassata, dove la privacy è garantita, ognuno fa quello che gli pare, basta che non rechi disturbo o imbarazzo. Scaltrezza di classe.

    Suona il telefono, sul comodino di mogano intarsiato eccessivamente, un trillo pacato.
    Rispondo. C’è una telefonata per me da New York. È Elisabeth. Ha perso il volo, arriverà domani in giornata.

    Mi rassegno a vivere altre 24 ore di questo limbo confortevole e distaccato dal mondo.
    Accendo una sigaretta e mi stendo sul letto. Gli alberghi sono gli ultimi luoghi chiusi rimasti, dove puoi fumare, almeno in alcune delle stanze. Prodigi del denaro. Un servizio per ricchi deve assecondare anche i vizi, nei limiti del possibile.
    Fuori dalla vetrata si vede il panorama della city. Potrebbe essere una qualunque metropoli del mondo. Soprattutto vista da un grand hotel, il luogo più standardizzato che esista, standardizza anche i pensieri e le sensazioni.

    Scendo al bar, anche se so già come sarà, deserto, con il barman che si ammazza di noia, ma non lo dà a vedere, disposto perfino a chiacchierare, se il cliente ne ha voglia.
    Straordinario privilegio quello degli ambienti per ricchi, poter vivere come se nessuno possa toccarli, isolati e solitari, come avvolti da un velo impalpabile ma invalicabile. Un bar così deserto fallirebbe in una settimana, ma qui è un servizio dovuto.

    Ordino un martini, che fa sempre chic. C’è solo un altro avventore, un uomo sulla sessantina, grasso, sicuramente un uomo d’affari. Li riconosci perchè sono quelli che più esibiscono maniere discutibili, come se dicessero “io lavoro come una bestia e guadagno montagne di soldi, mica come voialtri, ereditieri o peggio, parassiti che ciondolate per il mondo”. Infatti se ne sta sbracato, con la giacca aperta, la cravatta allentata. Ci manca che si tolga le scarpe.
    Ecco, mi accorgo da solo, che penso e, se non fossi da solo, parlerei come tutti gli altri in questo empireo di marmi e tessuti pregiati. Gioco a fare lo snob. Ridicolo.

    Esco a fare quattro passi. Londra è sempre una città interessante, magari mi spingo fino ad Hyde Park e mi sdraio un po’ sull’erba, se il tempo rimane soleggiato. Ho bisogno di sentire il cicaleccio della gente normale.

  • 06 luglio 2011 alle ore 14:33
    jazz

    Come comincia: Sono un musicista, sassofonista jazz. Suono da una vita e ne ho viste e sentite di tutti i colori. Nei locali dove c’è musica dal vivo, nei clubs, succedono le cose più impensabili.
    Quando ti esibisci per un po’ di tempo nello stesso posto, conosci tutti, dall’usciere, se c’è, al proprietario, o il direttore.
    Conosci i clienti abituali e incroci centinaia di facce che invece vedrai soltanto quella sera e mai più in tutta la tua vita. Loro forse, se sono appassionati della tua musica, ti ricorderanno, ma tu no.

    Fra le tante storie che ho visto e sentito, vi voglio raccontare questa.

    Era l’estate del 78, calda come poche altre ne ricordo. Da una settimana circa suonavo al Desire club. Un posto che nel decennio precedente aveva conosciuto grande notorietà, ma che stava declinando lentamente e inesorabilmente. Il jazz in quegli anni non era certo la musica più popolare.

    Al Desire avevano suonato i migliori, tutti, ma proprio tutti. Le pareti erano tappezzate di fotografie, manifesti, autografi, cimeli. Un tempio del jazz.

    A quell’epoca ero ancora giovane, quasi uno sbarbatello, ma suonavo davvero alla grande. Mi stavo facendo il nome e le ossa in tutti i clubs dello stato. Approdare al Desire era come per un tennista giocare a Wimbledon, o per un pugile combattere al Cesar Palace.

    Il locale era abbastanza grande da contenere duecento persone, ma ormai se ne vedevano al massimo una cinquantina, nelle serate migliori. Club per pochi estimatori, musica per pochi fanatici.

    Arrivavo poco dopo le nove al Desire, già un po’ bevuto e quasi digiuno, come sempre.
    Per me è la condizione adatta per suonare al meglio. Quel po’ di fame che ti fa sentire il vuoto dentro, e l’alcol che riscalda le dita e il cuore. Così si suona.

    Alle dieci iniziavo. Se era una serata ispirata e il pubblico era caldo, con i ragazzi della band tiravamo anche fino alle due. Qualche pausa per riprendere fiato, bere qualcosa, pisciare, e via con la musica, dentro la musica, sulle ali della musica.
    A quel tempo il jazz era tutta la mia vita. Non mi importava d’altro, non amavo altro, non facevo altro. Vivevo jazz, mangiavo jazz, dormivo jazz, scopavo jazz.

    Le ragazze con cui stavo, duravano un mese, non di più. Nessuna donna può sopportare a lungo un artista ispirato.
    All’epoca incidevo anche qualche disco, come giovane guest di qualche big, in attesa di diventarlo a mia volta.
    La mia carriera prometteva bene. Il mio agente era fiducioso e pieno di attenzioni e complimenti. Guadagnavo anche bene e spendevo molto. Mi sono concesso tutti i lussi che volevo in quegli anni.

    Il palco del Desire era piccolo, come si usava a quei tempi per creare una vera atmosfera jazz. I musicisti suonavano quasi spalla a spalla, vibrando all’unisono.
    I tavoli in prima fila erano sempre occupati, anche nelle serate più scarse. E quelli dietro non li vedevamo. Potevamo illuderci che ci fosse il tutto esaurito ogni sera. Finchè non si accendevano le luci.
    Fu una delle mie prime sere al Desire che notai quell’uomo.
    Era seduto ad uno dei tavolini in prima fila, ma discosto, l’ultimo contro una delle  pareti coperte di fotografie e manifesti. Portava un vecchio panama logoro e sformato, un vestito grigio scuro, largo, come non si portavano più da almeno vent’anni. Sembrava uscito da un vecchio film di gangsters. Non era anziano, almeno non riuscii a capirlo le prime volte.
    Sì perchè Bogart, come l’avevo soprannominato, veniva al club tutte le sere. Si sedeva sempre a uno dei tavoli laterali della prima fila, preferibilmente uno di quelli vicino alla parete dei cimeli. A volte, nella penombra, assomigliava lui stesso a una vecchia foto, e tutta la scena a un vecchio film in bianco e nero.

    Tra il fumo che aleggiava nell’aria, insieme alle note, sentivo gli spifferi che portavano i profumi delle donne e degli uomini. Il Desire era ancora un locale di classe, nonostante la crisi dell’economia e del jazz.
    Le luci del palco lasciavano vedere soltanto sagome e luccichii a noi musicisti. Dalla mia posizione vedevo chiaramente soltanto il cappello bianco di Bogart, spesso avvolto nel fumo azzurro. Non se lo toglieva mai, neanche per un momento.
    Durante le pause, quando scendevo a bere qualcosa e sgranchirmi le ossa, gli avevo gettato qualche occhiata distratta, ricambiata soltanto da accenni di apprezzamento.
    Non ero ancora riuscito a vederlo bene in viso. Mi incuriosiva il suo abbigliamento decisamente retrò, la sua quasi totale immobilità. I pochi gesti che faceva, per bere o fumare, erano lenti ma sicuri, quasi freddi.
    Una delle sere più affollate, Bogart non trovò posto a uno dei soliti tavoli e, per un caso, si dovette sedere proprio di fronte a me.
    Mentre suonavo, mi dimenticavo del mondo e perfino di me stesso, a quel tempo. Il locale, la gente, il fumo, tutto si fondeva e confondeva in una dimensione astratta, metafisica, esisteva solo la musica.
    Capitò che alzai lo sguardo verso Bogart, in un momento in cui si accendeva l’ennesima sigaretta. Sul suo viso, illuminato dalla fiamma, vidi distintamente le lacrime che gli scorrevano sugli zigomi e le guance.
    Quell’uomo maturo, che sembrava uscito da un film d’altri tempi, abbigliato come un divo del cinema o un gangster, piangeva ascoltando la mia musica.
    La prima volta pensai di avere avuto un abbaglio, che l’alcol, il fumo, la musica, il caldo, tutto mi avesse giocato uno scherzo.
    Ma nelle sere seguenti dovetti constatare che Bogart piangeva ogni volta, sulle note precise di una ben precisa canzone, sempre la stessa. “Blue night’s memory”. Uno dei miei cavalli di battaglia, che aveva fatto inumidire gli occhi a un bel po’ di fanciulle e signore, ma mai a un macho d’altri tempi.

    Una sera, che ero un po’ più sbronzo del solito, dopo la fine del concerto, preso da un certo senso di sfrontatezza verso tutto e tutti, mi sedetti al tavolo di Bogart, senza chiedere il permesso, come se fossimo vecchi conoscenti.
    Lui alzò lo sguardo, da sotto il cappello, e mi elargì uno sguardo di complice compassione, di quelli che nei film si scambiano i protagonisti dopo una missione difficile, o uno scampato pericolo.

    “Stasera la musica era nervosa” – Soggiunse tirando la bocca sui denti.

    Era la verità. Quella volta ogni nota che era uscita dal mio strumento aveva la vibrazione, la metallicità, la brillantezza inquieta degli spiriti insonni e dolenti. Il basso e la batteria avevano anche battibeccato a tratti, cercando di dire la loro alle note del mio sax.
    Non era certo la nostra performance migliore, tecnicamente, ma aveva quella strana carica, quella tensione che ti avvicina all’abisso o al paradiso, senza quasi accorgertene.

    Bogart mi offrì una sigaretta, la fece scattare fuori dal pacchetto morbido e stropicciato con un abile e discreto movimento del polso. La presi e accesi alla fiamma blu e fredda del suo accendino d’oro.
    Dopo un paio di boccate in silenzio, mentre osservavo i miei movimenti interiori, resi più espliciti dall’alcol, Bogart aggiunse :

    “Blue night’s memory è una gran canzone, dovresti inciderla”

    Non mi aspettavo un riferimento così esplicito al pezzo che faceva piangere quell’uomo, altrimenti così freddo e controllato, quasi indolente nella sua calma.

    “Ho notato che le piace, che le fa sentire qualcosa dentro” – Commentai io, reso arrogante dalla sbronza incipiente, mentre la cameriera mi portava un altro gin tonic, come al solito.

    “Altro che qualcosa, ragazzo. Non so da dove ti è arrivata l’ispirazione per quella canzone, ma è di prima qualità. Uno di quei pezzi che penetrano nel profondo e lasciano scossi, non mi stanco di ascoltarla”

    Continuava a rivolgermi quelle occhiate da eroe decaduto, di complice sofferenza. Anche lui aveva lo sguardo appannato dall’alcol e pareva guardare più dentro di sè che fuori.

    Continuai a fumare la sigaretta, con lente e profonde boccate.

    “Quella  canzone l’ho scritta la notte in cui ho incontrato Sarah per la prima volta”

    Non aggiunsi altro e Bogart non chiese nulla. Quell’uomo conosceva il valore della discrezione.

    Una calorosa pacca sulla spalla mi distolse dai ricordi. Erano il bassista e il batterista, anche loro visibilmente alterati dall’alcol.

    “Ehi, che fai? Noi andiamo a casa”.

    “Ah...ragazzi voglio presentarvi...” – Mi girai verso Bogart, ma la sedia era vuota. Soltanto il pacchetto di sigarette stropicciato era rimasto sul tavolo, a testimoniare la sua presenza.
    Rimasi interdetto per la repentina scomparsa del misterioso uomo con il Panama. Lì per lì pensai che mi dovevo essere assopito, per via dell’alcol, e lui doveva essersi defilato.
    Non lo incontrai più. Suonai al Desire ancora per una decina di giorni, ma Bogart non ricomparve. Con il suo Panama, il suo vestito fuori moda, le sue sigarette, e le sue lacrime su “Blue night’s memory”.

    Ancora oggi mi domando se sia stato reale, o una proiezione della mia mente.

  • 06 luglio 2011 alle ore 14:28
    La favola rotonda

    Come comincia: C’era una volta una bambina rotonda, bella grassa e gioconda. Tutti le volevano bene, perchè era simpatica e generosa, non teneva mai il broncio e si preoccupava sempre degli altri.
    I suoi amichetti ed amichette stavano sempre con lei, per giocare, parlare, e a volte stare anche in silenzio senza far nulla, solamente per il piacere di stare insieme.
    La bambina rotonda però era insoddisfatta. Anche se era sempre circondata da amici e amiche, non si sentiva mai alla loro altezza. Di uno vedeva che era più alto di lei, di un’altra che aveva gli occhi più belli, un’altra ancora che era più brava a scuola. Insomma in ognuno dei suoi amici e amiche trovava qualche motivo per sentirsi inferiore. Proprio per questo cercava sempre di essere altruista, disponibile e generosa; perchè pensava che così facendo avrebbe compensato il suo senso di inferiorità. Temeva che se fosse stata indifferente, anche una sola volta, ai problemi degli altri, questi l’avrebbero messa da parte.
    Accadeva magari che una sua amichetta, della quale invidiava la figura snella, prendesse un brutto voto. Lei allora si prodigava per aiutarla, le dava ripetizioni, le spiegava quello che non aveva capito, finché non aveva recuperato l’insufficienza.
    Oppure un suo amichetto, piccolo e bruttino, ma molto intelligente, si trovava a malpartito per via di qualche ragazzo più forte che lo molestava. La bambina rotonda non si tirava indietro, e faceva anche a botte per difenderlo.
    Quando però era lei ad avere un problema, la bambina rotonda non chiedeva mai aiuto a nessuno. O risolveva da sè quello che non andava, oppure si rassegnava. Così facendo si ritrovò ad accumulare molti problemi, molte frustrazioni e insoddisfazioni. Anche se apparentemente era sempre sorridente e gentile, dentro di lei cresceva l’infelicità.
    I suoi amici non si accorgevano di nulla, vedendola sempre così di buon umore e di bello spirito, credevano che non avesse problemi. Anche il fatto che fosse così rotonda non veniva interpretato come un difetto o un problema, l’avevano sempre vista così e quindi era normale che lo fosse.
    Finchè un giorno la bambina rotonda decise di dimagrire.
    Per troppo tempo aveva lasciato che la sua dedizione agli altri le facesse dimenticare i suoi problemi, era ora di cambiare.
    Così iniziò a non mangiare quasi più. Con uno sforzo tremendo e continuo si costrinse a una dieta ferrea, si fece anche fare un nodo nello stomaco, per rimpicciolirlo e riuscire così a mangiare sempre meno.
    Nel giro di poco tempo, o almeno così parve agli amici, la bambina rotonda non era più rotonda. Aveva acquistato una linea snella. Anche se non aveva più il viso paffuto e simpatico di prima, tutti gli amici si dichiaravano sorpresi e contenti di vederla così in forma.
    Così dimagrita, la bambina non più rotonda, credeva e sperava di vedere migliorata la propria vita. Pensava che essendo diventata magra, tutti l’avrebbero apprezzata ancora di più.
    Ma un giorno dopo l’altro dovette prendere atto che i suoi amici non la trattavano più come prima. Certo non rifiutavano il suo aiuto quando ne avevano bisogno, però adesso sembravano quasi infastiditi dal fatto che non fosse più la bambina rotonda che conoscevano.
    La bambina non più rotonda non capiva. Aveva sofferto moltissimo per riuscire a dimagrire, ma invece di migliorare, i rapporti con gli amici peggioravano.
    Non la trovavano più così simpatica, non passavano più tanto tempo insieme a lei, si facevano sentire e vedere solo quando avevano bisogno di qualcosa.
    La bambina era molto interdetta, le cose non erano andate come aveva sperato. Incominciò a intristirsi. Il senso di inferiorità che aveva sempre avuto, stava cedendo il passo alla rabbia. Adesso che era riuscita ad avere una forma accettabile, invece di essere felici per lei, i suoi amici ed amiche sembravano invidiosi. Tutti le avevano fatto i complimenti per il suo prodigioso cambiamento, ma presto incominciarono a trattarla con durezza, a darle un sacco di consigli non richiesti e, diciamocelo, anche molto stupidi. La bambina non più rotonda non sapeva che pensare di tutta questa storia. Decise che d’ora in avanti sarebbe stata meno disponibile e generosa con tutti. Se i suoi sforzi per aiutare sè stessa, per una volta, invece degli altri, avevano prodotto questo risultato, allora i suoi amici non meritavano il suo aiuto e le sue preoccupazioni.
    Così da quel giorno la bambina si rifiutò di aiutare gli altri. Se qualcuno, abituato ad avere sempre la sua comprensione e il suo aiuto immediato, le raccontava qualche guaio, lei faceva spallucce e rispondeva che tutti hanno tanti problemi e anche lei aveva i suoi.
    Uno alla volta i suoi amici ed amiche si allontanarono da lei. La bambina non più rotonda, si rese conto che se l’avevano frequentata e cercata per tutti quegli anni, era stato solo per approfittare della sua disponibilità e generosità. In realtà l’avevano sempre considerata una povera sfigata, e l’unico ruolo che le concedevano era appunto quello di amica utile.
    La bambina non più rotonda, divenne sempre più magra, fino a sembrare una fotomodella, ma di pari passo anche il suo cuore dimagriva, diventando sempre più piccolo. Finchè un giorno si accorse di non avere più un cuore.
    Un giorno la bambina non più rotonda vide che molti dei suoi amici si erano riuniti in un vicoletto a confabulare seduti sulle scale. Senza farsi vedere si appostò nell’ombra, per scoprire cosa stessero tramando, ma in realtà cercava solo di sentirsi di nuovo in mezzo a loro, come era stato per tanto tempo.
    Nascosta in un cantuccio ascoltò i loro discorsi e sentì che parlavano proprio di lei.
    Uno diceva che da quando era dimagrita era diventata antipatica, un’altra aggiungeva che era anche diventata egoista. Un altro ancora dichiarava che, non essendo più rotonda era diventata spigolosa e scostante. Tutti i suoi amici di un tempo facevano commenti negativi su di lei e sul suo cambiamento.
    La bambina non più rotonda ascoltò per una buona mezz’ora tutta quella serie di accuse, che i suoi amici e amiche di un tempo snocciolavano senza posa. Finché non ne potè più. Uscì dal suo nascondiglio e, come un uragano investì tutti i suoi amici con parole tempestose. Disse a tutti in faccia che senza di lei e il suo aiuto continuo, tutti loro, ma proprio tutti, avrebbero avuto una vita peggiore. Fece un elenco improvvisato di tutte le volte che aveva aiutato ognuno di loro. Tutte le volte che aveva fatto sorridere ognuno di loro, tutte le volte che aveva fatto compagnia ad ognuno di loro, tutte le volte che aveva tolto dai guai ognuno di loro.
    Le facce dei suoi amici ed amiche si fecero pallide e gli sguardi si abbassarono a terra. Ognuno di loro era stato punto nel vivo dall’intervento a sorpresa della bambina non più rotonda.
    Quando ebbe finito di esporre, anzi gridare, le sue ragioni si voltò e scappò via piangendo.

    Per qualche giorno la bambina non più rotonda non si fece vedere da nessuno, se ne restò chiusa in casa, col cuore piccolo e lo stomaco annodato.
    Finchè un pomeriggio sentì suonare il campanello, andò ad apire la porta e si trovò davanti tutti i suoi amici e amiche, assiepati davanti a casa sua.
    Se ne stavano zitti davanti a lei, immobili come statue e fissarla. Poi uno di loro le andò incontro e l’abbracciò stretta stretta.
    Le disse che avevano parlato a lungo fra loro, per giorni, e che avevano capito che erano stati loro ad essere egoisti e insensibili per tutti quegli anni. Non si erano resi conto che, dietro la sua apparente serenità e allegria, soffriva come ognuno di loro, anzi di più. Erano venuti per chiederle scusa, per averla fatta soffrire così tanto e aver approfittato di lei.
    La bambina non più rotonda sentì che il suo cuore si gonfiava e si gonfiava, fino a diventare rotondo. Da quel giorno tutto tornò come prima tra lei e i suoi amici, anzi meglio di prima.
    La bambina non più rotonda adesso ha intorno a sè tanti amici ed amiche. E dentro di sè un grande cuore rotondo.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:47
    Biomat 2030 (parte 2)

    Come comincia: Paolo Pensatori era sdraiato sul suo letto. Non avendo un materasso Biomat, né vecchio né tantomeno nuovo, cambiava frequentemente posizione. La calura dell’estate gli faceva bollire il sangue e il lenzuolo si scaldava e inumidiva rapidamente, costringendolo a una continua danza coricata.
    Si rigirò su un fianco, ma ben presto il braccio incominciò a indolenzirsi e formicolare, per cui dovette mettersi supino e agitarlo un po’, facendolo penzolare dalla sponda del letto.
    Erano appena le 5 del mattino, ma il caldo era opprimente, Milano faceva di tutto per ricordare ai suoi abitanti di essere una città dal clima infame. Guardò la sveglia, fece un rapido calcolo di quanto ancora potesse concedersi di quello stressante riposo e si convinse che tanto valeva alzarsi.
    Alle 6 si sarebbe dovuto svegliare comunque, per inforcare la bicicletta, pedalare fino al capolinea della metropolitana e con essa raggiungere la città, per recarsi al lavoro. Faceva le pulizie in vari posti, al mattino in un condominio privato, al pomeriggio puliva le vetrine di alcuni negozi del centro, e alla sera il grosso del lavoro, le pulizie nel centro commerciale di Piazza ****.

    Tutti quei lavori gli procuravano appena di che tirare avanti. Nel 2030 la società italiana si era ulteriormente avvicinata agli standard globali. Mezzo mondo relativamente benestante, mezzo mondo morto di fame, e una piccolissima élite di milionari e miliardari. In teoria lui apparteneva alla prima categoria, essendo inserito nel mondo del lavoro, seppur sempre precario e insicuro, mentre i milioni di disoccupati, giovani e meno giovani, consumavano la propria esistenza nella disperazione.
    Il lavoro era schiavitù per la maggior parte delle persone, ma senza quella schiavitù c’erano solo emarginazione totale e miseria.

    Il blindato della polizia passò sferragliando nella strada sottostante, un riflettore illuminò le sue finestre, per poi passare a quella seguente e poi all’altra ancora, setacciando il quartiere in cerca di comportamenti sospetti.
    Alcuni colpi d’arma da fuoco risuonarono in fondo alla via. Il blindato rombò in tutta la sua rauca potenza e si lanciò verso i criminali. Probabilmente una delle tante bande di poveracci che si erano traformate, nel tempo, in vere e proprie cosche di briganti, compiendo atti di rapina, ribellione e violenza gratuita in egual misura.

    Da parecchi anni l’ordine pubblico era una specie di parola vuota e priva di senso. E più si svuotava di significato più appariva e risuonava sui giornali, alla tv, dappertutto.
    Arginare la marea endemica di delitti, piccoli e grandi, futili e atroci, era divenuto una specie di caccia alle mosche. La miseria aveva abrutito e incattivito intere generazioni, nessun valore politico, religioso, civile, era ormai capace di ricondurre milioni di sbandati, diseredati e reietti, sulla via dell’integrazione.
    Contava solo il denaro, come era sempre stato nel mondo, con la differenza che non esisteva più nemmeno una parvenza di morale, motivata o infondata, a calmierare i comportamenti.

    Paolo accese la tv con un gesto automatico.
    Dentro alla scatola magica una soubrettina quattordicenne ballava e cantava il tormentone dell’estate, mentre i sottotitoli comunicavano la nuova strategia anticrimine, rivolta alle fasce adolescenti. Proibizioni, piani di istruzione, riforma delle carceri. Intanto la pubescente ninfetta gridava a voce acuta “Io sono cattiva, e faccio la cattiva, non mi star davanti, vado solo coi vincenti...”

    In strada le scariche di mitragliatrice silenziata, per non turbare troppo la popolazione, risuonavano come schiocchi di palloncini, tra i palazzoni della periferia milanese. Nel caldo fermo e opprimente nessuno si stupiva, erano divenuti parte integrante dell’esistenza. L’indomani qualche traccia di sangue per terra,  qualche buco in più nei muri e nell’asfalto, qualche macchina bruciata, qualche imprecazione, e tutto sarebbe andato avanti lo stesso.

    Paolo Pensatori si sfregò le mani, rese secche dall’uso quotidiano di detersivi sempre più aggressivi e risolutori, se le passò sul viso, una barba ispida e pungente gli ricordò che quella sera doveva vedersi con Giulia, la sua quasi ragazza, e doveva radersi. Disgraziata quanto lui, commessa nel supermarket dove faceva le pulizie, si erano conosciuti litigando, per una improvvida scivolata della giovane schiavetta sull’ingresso ancora bagnato del centro commerciale.
    Lui l’aveva aiutata a rialzarsi, lei gli aveva rivolto un diluvio di insulti. Per fare pace Paolo l’aveva invitata a cena e quella sera stessa avevano scopato.
    Non c’era grande sentimento fra loro, piuttosto una ruvida e cinica complicità sessuale. Non si consideravano amici che scopano o colleghi che scopano, si sentivano invece come due diavoli o due angeli maleducati e prigionieri. Ognuno con il suo grosso e pesante fardello di esperienze crude e sofferte, avevano trovato nel loro menage fatto di litigi e scopate, una valida valvola di sfogo.

    Lui però non le aveva mai messo le mani addosso, a differenza di tanti altri, era un poveraccio, poco acculturato e senza un futuro in cui sperare, ma non era un delinquente o un violento, anzi, era fin troppo rassegnato e accondiscendente con tutti. La sua vita era su un binario di quieta disperazione, senza sogni, senza illusioni, senza scosse.

    Lei gli rinfacciava spesso questa sua passività, lo chiamava codardo, paraculo, fregnone, ciapparatt, e lui le rispondeva in egual modo, dandole della sciaquina, ignorante, zoccola. Litigavano, si urlavano un po’ in faccia, e poi finivano a letto, a stemperare la rabbia delle loro vite normali e disgraziate, come milioni di altri.

    ****

    Roberto Mussi era seduto alla sua postazione di lavoro, nel suo cubicolo di due metri per due, all’interno dell’open space di 400 metri quadrati, al 12° piano del Pirellone 2. Stava scambiando email di fuoco con un collega in America, al quale domandava da una settimana gli aggiornamenti del software a cui lavoravano da più di un anno. Erano indietro con i tempi di produzione in maniera spaventosa, in ditta si sapeva già che non sarebbero riusciti a rispettare i tempi previsti e si era scatenata la caccia ai colpevoli. Le voci di imminente ristrutturazione avevano fatto tremare tutti i cento e passa informatici, da una parte e dall’altra dell’Atlantico. La sede di Milano era la meno minacciata, essendo occupata soltanto nelle procedure di analisi del prodotto. Ma comunque tutto il lavoro aveva preso una piega isterica e scorretta, ognuno cercava di pararsi il sedere, di scaricare sugli altri la colpa dei ritardi.
    Roberto passava in rassegna schermate di codice, alla caccia di bachi, correggeva gli errori che riusciva a scovare, e faceva ripartire la simulazione, per tutto il giorno, da sei mesi. Ormai lo faceva automaticamente, si sentiva lui stesso un’appendice del computer o una subroutine del programma.
    La sua professione gli dava di che vivere decentemente, aveva un appartamento, non troppo decentrato, una macchina, una fidanzata, con la quale contava di sposarsi entro un paio d’anni.
    Ma la sua vera gioia non era quel lavoro monotono e snervante. Le sue vere sfide le viveva di notte, in rete. Era un hacker di quelli tosti, uno che era riuscito a violare database di banche, ministeri, agenzie investigative. Il suo nikname era famoso in rete. Si faceva chiamare Bio, per affermare la sua superiorità di essere umano, biologico, sulle macchine.
    La rete, per Bio, non aveva quasi segreti. Non aveva mai cercato il guadagno dalle sue imprese, sarebbe stato un rischio assurdo. Sapeva bene che quando uno comincia a fregare denaro è destinato ad essere acchiappato. Già fare danni era una cosa grave, un crimine per il quale erano previste pene sempre più pesanti. Ma tutto sommato ogni azienda e ogni privato cittadino si metteva in conto il rischio di violazione, e tutto andava a incrementare i cospicui guadagni delle compagnie assicurative. Un circolo vizioso che funzionava, e tutti erano contenti, o per lo meno non troppo infelici.

    Bio aveva seguito, alcuni mesi avanti, la promozione del nuovo materasso Biomat 2030. lui ne possedeva un modello vecchio di tre anni, comodo, funzionale, ormai irrinunciabile. Per un maschio italiano che vive da solo, non dover cambiare le lenzuola e rifare il letto è già un gran bel previlegio, e Biomat 1.3 assecondava con indubbia efficienza la sua indolenza.
    Ma Biomat 2030 era qualcosa di diverso. Era una nuova frontiera del sonno, della comodità, del piacere.
    Roberto aveva desiderato immediatamente Biomat 2030, ancor più dell’avvenente Melissa Johanssen, che godeva tra le appendici del nuovo materasso biologico. Il pensiero di essere massaggiato e manipolato dal materasso, magari insieme alla sua fidanzata. gli aveva risvegliato i sensi, già piuttosto eccitabili.

    Il prezzo di Biomat era però proibitivo. Era destinato ad una fascia di utenza alla quale lui non apparteneva, avrebbe dovuto accendere un mutuo per comprarselo. E non poteva permetterselo.

    Il direttore della sede milanese dove lavorava, Fulvio Marcellini, con il quale era stato in amicizia, prima che sposasse la figlia del presidente e la sua carriera partisse a razzo verso orbite a lui sconosciute e inarrivabili,  quando lo incrociava nei corridoi o sull’ascensore, non mancava mai di sventolargli in faccia le sue esperienze con Biomat 2030. Amplessi multipli, acrobazie inverosimili. Sicuramente inventava molto, con quella sua arrogante finta complicità di ex amico, che serviva soltanto ad affermare ogni volta che lui era arrivato, mentre Roberto ristagnava in una posizione medio bassa, senza prospettive, senza una casa in centro, senza un Biomat 2030.

    La maliziosa mentalità hacker di Roberto cominciò subito a meditare vendetta, quasi per un riflesso condizionato. In fondo cos’è un hacker, se non un tardo adolescente frustrato, che combina guai agli altri per compensare la propria insoddisfazione, un “casseur” virtuale.

    Quella sera, dopo mesi di riflessioni e scambi di informazioni con altri hackers, Roberto “Bio” Musso, entrò in rete, a caccia del suo quasi omonimo materasso, irraggiungibile oggetto del desiderio.
    Comparve, mascherato da messaggio di posta, davanti a molte delle porte di ingresso della Permaflux, ma tutte gli negarono l’accesso. Si finse acquirente del nuovo materasso, cercando di attivare un’ ordinazione on line, che poi non avrebbe potuto pagare. Il sistema di firewall era ben congegnato, i suoi tentativi di intromissione non ebbero successo.
    Dopo quattro ore che si aggirava intorno alle alte mura elettroniche della Permaflux, le molteplici tracce delle sue intrusioni attirarono l’attenzione del sistema di difesa della multinazionale. Un messaggio di avvertimento lampeggiò sul suo monitor, il sistema non avrebbe tollerato un ulteriore tentativo di intromissione da parte del suo ID, riconosciuto e registrato.
    Ce n’era a sufficienza per fare incollerire anche il più posato dei pirati informatici, essere beccato così facilmente era una vergogna incancellabile per Roberto. Per fortuna nella rete circolano solo le notizie dei successi o quelle degli arresti clamorosi, non i milioni di facciate che gli hackers, maldestri o geni, prendono quotidianamente.
    Per quella sera la partita era chiusa. Avrebbe dovuto riprovare su una macchina diversa, cammuffata e irriconoscibile. Avrebbe provato dal computer del lavoro. Conosceva la rete aziendale come le sue tasche, l’aveva progettata in gran parte. Con le risorse della sua azienda avrebbe fatto meglio il giorno dopo.

    ****

    Il manifesto gigante di Melissa Johanssen, distesa su un Biomat 2030 luminoso e dai colori cangianti, troneggiava all’ingresso della tangenziale. Francesco Esposito accelerò la sua BMW, facendo stridere le gomme, nonostante i numerosi dispositivi antiskating della berlina nuova fiammante. Un autotreno, che giungeva da dietro alla infima lentezza di 80 chilometri all’ora, azionò il tuonante clacson, solo per infastidire la manovra del giovane e aitante napoletano.
    Esposito abbassò il finestrino e mostrò la mano in inequivocabile messaggio e sfrecciò via a centottanta in 6 secondi netti.
    Aveva fretta di arrivare a casa, la telefonata che lo aveva raggiunto durante la sua trasferta a Sanremo, lo informava della consegna del suo nuovo e costosissimo Biomat 2030.
    Non vedeva l’ora di provarlo. Si era già accordato con un paio di amiche, modelle dell’agenzia per cui lavorava come talent scout, per collaudare lo stupefacente materasso in un fantasioso e trasgressivo triangolo quadrilatero.
    A Sanremo non aveva avuto fortuna al gioco, il suo conto corrente era vuoto come il suo stomaco, ma la banca non avrebbe brontolato questa volta, stavano per arrivare i primi dividendi della sua nuova scoperta. Lo stomaco si limitava a emettere qualche sporadico lamento e a versare copiosamente succhi gastrici inutili e dannosi. Una ennesima pastiglia di antiacido risolse il problema al primo semaforo del centro. Ormai le divorava come caramelle.

    Per riuscire a entrare nel mondo della moda e dello spettacolo Francesco Esposito aveva fatto di tutto, dalle marchette con il boss gay di turno, o con la babbiona rifatta male, al sotterfugio, al ricatto, al piagnisteo con il politico parente. La famiglia aveva sborsato fior di quattrini per mantenerlo a Milano, nei due anni che gli ci erano voluti a raggiungere l’obbiettivo. Appartamento in centro, macchina costosa, abbigliamento adeguato, coiffeur una volta a settimana, cene, spettacoli e concerti. Francesco si era fatto vedere ovunque per tutti quei due lunghi anni, durante i quali i genitori credevano stesse sgobbando come un pazzo sui libri di giurisprudenza e i tirocinii in studi legali. Era il loro figlio primogenito, non potevano negargli nulla. Lo volevano a tutti i costi stabilito e realizzato al nord. Quando seppero che la laurea era soltanto una chimera e il loro benedetto figliuzzo si era fatto un nome nella Milano dello spettacolo, come intermediatore, non poterono far altro che accettare la nuova sorprendente professione del giovane che, a quanto pare gli stava dando anche ottimi guadagni, seppure a fasi alterne.

    La potente BMW si arrestò davanti al condominio ****, davanti alla porta del garage. Esposito attese fremendo che la porta metallica si aprisse, tamburellando sul volante al suono della canzone tormentone dell’estate. La piccola  Jo Trillo cinguettava e ugolava la sua canzone d’esordio “Sono cattiva”. Era una sua scoperta, l’aveva lanciata lui, dopo averle dato una bella ripassata ovviamente. Era una sciacquina, tanto stupida quanto carina, ma aveva tutti i numeri per sfondare. Il pezzo lo avevano scritto a quattro mani due vecchie volpi della music factory, la casa di produzione imparentata con la sua agenzia di moda e spettacolo. In pochi mesi Jo Trillo era divenuta l’idolo di schiere di ragazzine urlanti e maschietti brufolosi e arrapati. Ed era una sua creatura, che gli stava fruttando il meritato guadagno e rispetto nell’ambiente. Le critiche sollevate dai soliti benpensanti erano servite soltanti a rendere Jo Trillo più desiderabile e invidiata, e Francesco Esposito più arrogante e soddisfatto.

    ****

    Quando Paolo Pensatori varcò la porta dell’ipermercato, verso l’ora di chiusura, le luci di Milano già sfavillavano sull’asfalto, e gli ultimi avventori si affrettavano all’uscita. In mezzo a loro la piccola e formosa figura della sua ragazza, Giulia, uscì correndogli incontro, fino a cozzare contro il suo petto imponente e le sue guance appena rasate.
    Nel confuso squittire della commessa, Paolo riuscì solo a capire due parole...Biomat 2030....vinto.
    Dopo aver fatto calmare la focosa cassiera, si fece rispiegare tutto dall’inizio con calma. Giulia aveva partecipato al concorso promosso dalla Permaflux, allegato alla rivista di cosmesi che comprava da sempre. Aveva vinto un Biomat 2030 full-optional. La sua foto sarebbe comparsa sulla rivista del mese seguente, sdraiata come la divina Melissa Johanssen, sul rivoluzionario materasso.
    Alla notizia, ripetuta saltellando come Piggy del Muppet show, Paolo non si scompose più di tanto, anzi per nulla. Si limitò a sussurrare all’orecchio eccitato della sua quasi ragazza che con quel materasso le avrebbe fatto vedere le stelle. Detto questo si divincolò dall’inusuale abbraccio di Giulia e si avviò a pulire i pavimenti.

    Due giorni dopo un furgone della Permaflux si aggirava guardingo per i viali tutti uguali della periferia, in cerca della fortunata vincitrice. Incappò malauguratamente in una delle numerose bande di nuovi briganti e furgone e materasso scomparvero nella nebbia mattutina. A nulla valse il rumoroso inseguimento del blindato della polizia.
    A causa delle richieste inevase, l’ambìto premio di Giulia la cassiera, non sarebbe stato consegnato prima di due mesi. Per il servizio fotografico sulla rivista sarebbero ricorsi a un bel fotomontaggio professionale, curato dalla efficientissima Ruffi, Ani & Felici.

    Paolo faticò del bello e del buono per cercare di consolare l’afflitta commessa. Conclusero con una solenne litigata ed una ancor più solenne scopata, sul vecchio e umidiccio materasso di Paolo.

    Il Biomat 2030 trafugato finì invece in casa di Don Peppino detto “ O’squartamaiali”, nel quartiere fortezza di Napoli Est, dopo lungo e periglioso viaggio occultato all’interno di un camion di ricambi per auto. Don Peppino non sapeva che farsene di quella roba da finocchi, ma la sua amante, giovane e concupiscente, lo desiderava molto. E lui non era soltanto uno squartamaiali, sapeva anche come mostrarsi generoso con le sue donne.

    ****

    Nella sera del 14 Agosto 2030, Roberto “Bio” Mussi, era rimasto in ufficio dopo l’orario. Ormai tutti i colleghi se ne erano andati, confabulando come al solito sugli effetti della ristrutturazione imminente dell’azienda. Temendo per il posto di lavoro, ognuno si dava da fare più del solito, ma non tanto da scoraggiare il prode Roberto. Aveva atteso fin dopo le sette e mezzo, poi si era recato in bagno, aveva fatto una clamorosa evacuazione intestinale, si era preso un caffè doppio alla macchinetta, e quindi si era risistemato alla sua scrivania, davanti al computer che gli avrebbe aperto le porte della Permaflux, vendicando l’onore ferito alcuni giorni prima.

    Armeggiò, nel buio e nel silenzio dell’ufficio deserto, con cavi e hard disk esterni. Collegò quel che doveva al server centrale e installò sulla macchina un programma creato ad hoc per quell’impresa memorabile.

    Per alcuni minuti Bio si aggirò nei meandri della rete, in cerca del canale giusto, per confondere le tracce e raggiungere ancora una volta gli alti bastioni elettronici della Permaflux.
    Agghindato come un ordine di servizio esterno, riuscì a penetrare nel cortile virtuale dell’azienda, aggirando i feroci cani da guardia elettronici e gli occhiuti sorveglianti binari.
    Forzò un paio di porte, anonime e grigie, sul retro della facciata numerica, si intrufolò su per scale fatte di bits, fino a raggiungere il piano desiderato. Lì risiedeva la mente che aveva progettato e gestiva più di mezzo milione di Biomat 2030. Sfogliò con attenzione interi volumi di dati, schemi, formule, codici, in cerca di una falla nel sistema. Una anomalia, piccola ma riconoscibile, nella rete di dati, attirò il suo sguardo come una smagliatura nella calza di seta nera di Melissa Johanssen. Ecco il difetto, ecco il tallone d’Achille del grande, stupefacente Biomat 2030.
    Seguì l’anomalia fino alle sue più profonde implicazioni, trovando funzioni occultate, mascherate da ingenue uova di pasqua e faccine buffe. Ne ruppe alcune e prese a schiaffi molte faccette. Finché raggiunse il cuore del sistema di Biomat 2030. Era lì, aperto davanti a lui come il cuore pulsante davanti a un chirurgo o a un sacerdote Maya. Era in quei momenti che tutta la sua vita di grigio e frustrato travet trovava la sua riscossa, la vendetta.
    Il software interno del materasso gestiva tutto il sistema di chips, dal cambiamento di colore, alle modalità di massaggio, alle funzioni di raccolta ed eliminazione dello sporco.
    Era facile. Sarebbe bastato cambiare i parametri di misura delle particelle. Da pochi millimetri e scarsa consistenza, a infinito.

    Ammirò per qualche secondo la sua opera, poi, con gesto armonioso da pianista, premette il tasto invio.

    La notte tra il 14 e il 15 Agosto 2030, in tutto il paese, quasi un milione di persone fu avvolta, soffocata, fagocitata e quindi espulsa dal meraviglioso sistema Biomat 2030.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:46
    Biomat 2030 (parte 1)

    Come comincia: “Il materasso biologico è una realtà ormai consolidata. Da trent’anni produciamo e innoviamo costantemente, grazie ai progressi delle nanotecnologie, della cibernetica e dell’intelligenza artificiale, questo fantastico strumento di riposante piacere”.

    Gianmarco Piedolin, portavoce storico della Permaflux, ammiccava dal teleschermo con la sua consueta voce garbata e accattivante. Era l’anniversario del Biomat, e in quell’anno fatidico la Permaflux presentava un nuovo modello ultratecnologico, un ulteriore balzo in avanti nella “cultura del sonno” come era stata battezzata dai pubblicitari, ormai un decennio prima.

    “Come ben sanno i nostri affezionati clienti, che sono oramai più di 2 milioni soltanto in Italia” – A questa puntualizzazione Piedolin lanciò una delle sue celeberrime occhiatine sornione e complici .

    “Il Biomat ha rivoluzionato il modo di dormire, l’ha reso un autentico e, dobbiamo dirlo, ormai irrinunciabile piacere. Chiunque abbia provato il materasso biologico sa di cosa stiamo parlando.
    Il modello di quest’anno, il meraviglioso Biomat 2030 Golden Age, vi stupirà, come ha stupito me, che ho avuto il piacere di provarlo in anteprima. Ma lascio la parola all’ingegner Rossi, capo progetto del nuovo Biomat 2030 Golden Age”.

    L’ingegner Rossi, chiaramente meno a suo agio con la telecamera, si aggiustò furtivamente la cravatta troppo stretta, il suo viso prese una leggera colorazione rossastra, mentre toccandosi gli occhiali con gesto automatico e inconsapevole, cercava di seguire le indicazioni della regia, fissando la telecamera negli occhi.

    “Ehm...buongiorno Gianmarco, è un vero piacere essere qui insieme a te, a presentare Biomat 2030 Golden Age” – Un reiterato aggiustamento degli occhiali accompagnò l’esordio televisivo dell’ingegner Rossi.

    “Biomat 2030 è un nuovo capitolo, letteralmente una nuova evoluzione del biomaterasso” – I suoi occhi si fecero lucidi, quasi commossi – “Abbiamo lavorato per tre anni, prima di essere soddisfatti delle nuove tecnologie applicate a questo stupefacente modello. La Permaflux ha acquisito ben 19 nuovi brevetti per realizzare questo prodigio”.

    Mentre la voce dell’ingegnere capo snocciolava le caratteristiche di Biomat 2030, le immagini sapienti, girate dalla prestigiosa agenzia pubblicitaria Ruffi, Ani & Felici, mostrava le fatali curve di Melissa Johanssen, astro nascente del model fashion internazionale, artisticamente e sensualmente adagiate sul Biomat 2030. La carnagione abbronzata della splendida modella, i suoi lunghissimi capelli biondi e lisci, il sorriso e gli occhioni verdi, ipnotizzavano ed eccitavano i milioni di telespettatori sintonizzati su Canal Future.

    Coricato sul suo Biomat 2.2, Fulvio Marcellini seguiva con sguardo concupiscente la trasmissione. I suoi occhi indugiavano sulle divine forme di Melissa, e la sua mente assaporava già il piacere sensuale di dormire fra le braccia intelligenti e servizievoli del nuovo Biomat 2030. L’aveva ordinato immediatamente, a scatola chiusa, attraverso un contatto molto in alto nella gerarchia della Permaflux, ancora prima di conoscerne le caratteristiche, fiducioso che il nuovo modello avrebbe dato nuovo piacere ai suoi incontri coniugali e alle sue ore di ozio. La moglie era via per uno dei suoi periodici soggiorni in beauty farm, le avrebbe fatto una sorpresa certamente gradita.

    “Biomat 2030 sfrutta al massimo l’interazione tra biotecnologia, nanotecnologia, cibernetica, e informatica. È un vero e proprio “essere pensante”. Tutti già conoscono le caratteristiche che hanno reso famoso il materasso biologico. La sua struttura di macromolecole di plastica organica, coadiuvata dal sistema NanoSyncro, gli permette di modellarsi al corpo della persona, in qualunque posizione essa preferisca dormire. I sensori cibernetici del nuovo Biomat 2030 fanno di più, monitorano gran parte delle funzioni fisiologiche dell’utente, ne analizzano la temperatura su ogni centimetro di pelle, analizzano il respiro e le emissioni di qualunque tipo, assorbendole e inglobandole nel sistema di pulizia automatico potenziato, asportando ed espellendo continuamente qualsiasi impurità o sporco. Lo sanno bene tutti coloro che hanno famigliari invalidi, quanto sia faticoso e sgradevole accudire una persona costretta a letto. Biomat 2030  libera il malato e i suoi famigliari dello sgradevole compito di pulire e cambiare il letto continuamente, oltre a permettere un costante monitoraggio di molti valori fisiologici”.

    “Sapete tutti” – Intervenne Piedolin – “voi tutti che usate Biomat da molti anni, ma lo diciamo per coloro che ancora non posseggono uno dei nostri gioielli, che il materasso, la coperta  e i cuscini in dotazione, permettono di dormire senza l’uso di lenzuola, federe e altre coperte. Così come è preferibile dormire sempre senza alcun capo d’abbigliamento indosso, per sfruttare appieno le funzionalità del biomat” – Con un gesto il presentatore restituì la parola all’ingegner Rossi.

    “Sì Gianmarco, è proprio così. E Biomat 2030 fa molto di più. La sua struttura macromolecolare elasticizzata adesso consente a Biomat di conformarsi a tutte le esigenze dell’utente...anche le più intime” – Così dicendo l’ingegner Rossi arrossì vistosamente. La regia passò immediatamente sulle immagini del bel corpo di Melissa che veniva abbracciato dalle protuberanze azzurre del Biomat 2030, che iniziavano a massaggiare il suo corpo dolcemente.

    “Biomat 2030 può generare forme tridimensionali di differente consistenza e praticamente di ogni dimensione, concave o convesse. Può quasi diventare come un amante...”

    “Questa è una novità strepitosa, amici spettatori che ci seguite!” – La voce di Piedolin iniettò una dose di malizioso entusiasmo – “Immaginate cosa può fare, per voi, e per il vostro partner, questo stupefacente Biomat 2030! È quasi come avere un terzo amante, solo che non si tratta di un’altra persona, ma dell’incredibile, servizievole, mutevole, intelligente...Biomat 2030!”.

    Fulvio Marcellini assisteva attonito alla performance del materasso con la modella svedese. Protuberanze di varie forme e dimensioni scorrevano il suo corpo, come se fossero cose vive. Melissa accoglieva le carezze di Biomat 2030 con evidente piacere. Afferrò una grossa protuberanza fallica e se la strofinò sul pube. Il materasso ora cambiava colore, passando dal blu al viola, al rosso, all’arancione. Le immagini sfumarono mentre la bella svedese si accingeva ad aprire le cosce per accogliere l’organo artificiale del biomaterasso.

    “Le telecamere puntarono sul volto di Piedolin che, preparato professionalmente come sempre, aveva assunto un’espressione voluttuosa e una voce calda e sensuale  – “ Signori, e Signore...lasciamo alla vostra immaginazione quello che può fare per voi, con voi, Biomat 2030”.

    Milioni di telespettatori avevano seguito la promozione del nuovo materasso biologico. I centralini della Permaflux furono immediatamente intasati di telefonate. Le richieste del prodotto raggiunsero livelli senza precedenti.

    Nelle settimane seguenti Biomat 2030 apparve in ogni negozio Permaflux del paese. I commessi, istruiti sulle numorose rivoluzionarie caratteristiche del materasso biologico, snocciolavano le qualità del prodotto a file di acquirenti. Le code davanti ai negozi divennero spesso fonte di problemi per l’ordine pubblico. Mai un prodotto così sofisticato e costoso aveva generato una corsa all’acquisto di tali dimensioni e intensità emotiva.

    Alla fine dell’anno la Permaflux quantificava le vendite realizzate in quasi 500.000 pezzi, il massimo che la produzione aveva potuto sfornare e distribuire. Per l’anno seguente la società multinazionale prometteva una produzione più che raddoppiata dell’ambìto articolo.

    Al negozio di Via Indipendenza, Alessandra Fumagalli stava ascoltando con rapito interesse le spiegazioni del commesso.
    “Vede signorina, con questa semplice presa USB, Biomat 2030 è connesso in rete, attraverso un vero e proprio computer interno. Scarica in tempo reale gli aggiornamenti del software, comunica i suoi dati fisiologici a una centrale, dove vengono analizzati e immediatamente restituiti al suo indirizzo email, per una verifica. Praticamente un check up continuo. Se le viene un po’ di febbere, Biomat lo rileva, se nel suo sudore sono presenti valori anomali o sostanze anormali, “Lui” se ne accorge e la avvisa”.

    “O perbacco!” – Esclamò Alessandra Fumagalli – “C’è qualcosa che non fa?”

    “Eh eh eh” – Ridacchiò il giovane commesso – “Non va a lavorare e non lava i piatti. Però si mantiene perfettamente igienizzato da solo, e praticamente pulisce la sua pelle ogni volta che va a dormire, grazie al sistema di micromassaggio e di raccolta di ogni tipo di rifiuto organico. Può tranquillamente fare i suoi bisogni nel letto. Anzi è addirittura consigliato. Biomat li raccoglie in tempo reale, lei non si accorge nemmeno di averli fatti. E inoltre analizza ogni eiezione a scopo medico. E in più sono state aggiunte più di due milioni di diverse sfumature di colori, modificabili a piacimento. Più di così...”

    Il commesso allargò le braccia e sgranò gli occhi, vendere Biomat 2030 era un piacere. Non c’era da convincere nessuno, semmai si doveva frenare l’entusiasmo degli utenti, e calmarli abbastanza da poter spiegare ogni funzione del prodigioso materasso.

    (CONTINUA)

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:21
    Il campanello

    Come comincia: Suonerà. Prima o poi. Lo so. Io aspetto.
    Seduto su questa poltrona, in questa piccola sala d’aspetto, inganno l’attesa giocherellando con le dita. Tamburello sui braccioli, percorro le pieghe del mio abito, ravvio i capelli.
    Mi è stato detto che quando il campanello suonerà dovrò entrare per quella porta bianca.
    C’è un orologio appeso al muro, rotondo, semplice, silenzioso. Anche nel silenzio ovattato della sala d’attesa, devo tendere l’orecchio per avvertirne i tenui ticchettii.
    Mi costringo a non guardare l’ora, i minuti che scorrono lentamente, quasi come se il tempo abbia rallentato volutamente, per farmi assaporare l’attesa.
    Ci sono alcune riviste sul tavolino davanti a me, ne sfoglio qualcuna, sono tutte vecchie di un anno e più. Chissà perchè nelle sale d’attesa le riviste sono sempre vecchie, come se veramente il tempo si fermasse fuori dalla porta.
    Sono i soliti rotocalchi, gossip, belle ragazze, storiacce, pretese di miracoli popolari, assediate dalla onnipresente pubblicità.
    Per ingannare l’attesa mi immergo nelle mie fantasie, immagino come cambierà la mia vita quando il campanello suonerà. Lo so che non dovrei farlo, porta sfortuna anticipare gli eventi con l’immaginazione. Ma è inevitabile.
    Quando varcherò quella porta bianca, con la maniglia dorata, non sarò più quello che sono adesso. Non sarò più un uomo in attesa della sua occasione. Sarò un membro attivo della società, un elemento attivo e produttivo. Avrò una posizione riconosciuta e riconoscibile.

    Penso a cosa è stata la mia vita finora, e desidero soltanto lasciarmela alle spalle. Considero questi anni passati a studiare, cercare, frequentare, come il preludio alla vera vita, fatta di azione, di rapporti, di costruttività. Ho faticato tanto sui libri, ho viaggiato un po’, per quanto potevo permettemi, in modo da ampliare le mie cognizioni, le mie idee.
    Sono anni che attendo questo momento. Anche se adesso devo stare seduto qua per mezz’ora, un’ora, o due ore, è una bazzecola. Devo solo rilassarmi, concentrarmi, ripassare tutto quello che devo dire, come devo comportarmi. Non posso sbagliare. Non devo sbagliare.
    Va bene, un’occhiatina all’orologio, tanto per resettare la percezione del tempo. Sono qui da venti minuti. E già ho fatto il giro di tutta la mia vita passata, e percorso un buon tratto della mia vita futura. Le aspettative.
    Peccato che ormai non si possa più fumare nei luoghi chiusi. Una sigarettina mi riconcilierebbe con il mondo, renderebbe l’attesa meno nervosa.
    Mi mangio una caramella alla menta. Meglio che niente. Così avrò l’alito profumato durante il colloquio. L’ho imparato da tanto tempo questo particolare importante, se devi parlare con qualcuno devi avere l’alito profumato. Cambia tutto. La fiatella è la causa del fallimento di innumerevoli colloqui, di lavoro, d’amore, d’amicizia. Cosa c’è di più sgradevole che avere davanti qualcuno che quando apre bocca ti appesta con un lezzo proveniente dalle sue viscere?

    Me la mastico con lenta sensualità, assaporo a fondo il bruciore delle papille gustative, quasi una scarica di adrenalina, schiarisce la mente.
    Chissà che suono avrà il campanello. Sarà squillante, mi farà fare un salto sulla poltrona, oppure sarà un sommesso ed educato suono di campana tubulare?
    Ecco continuo a distrarmi, invece di rimanere concentrato sul colloquio, la mente non smette di correre avanti e indietro, di rimbalzare da un’aspettativa a un ricordo, da una frase da dire a parole affioranti a caso dalla distesa ribollente del passato.

    Non mi sarò mica estraniato troppo, come mi succede spesso? Il campanello avrà mica suonato? Magari ha un fatto solo un debole tocco argentino, e io, immerso nelle mie elucubrazioni, non l’ho sentito?
    Ecco. Adesso divento ansioso. Che ora è? Sono qui da quaranta minuti. L’attesa inizia a diventare un po’ lunga. Ma lo fanno spesso ai colloqui. Credo sia una strategia preliminare, per vedere se il soggetto è dotato di pazienza e umiltà. Per vedere se è realmente motivato.
    Ne ho fatte tante di ore di anticamera nella mia vita. In senso letterale e in senso metaforico. A volte mi sembra di aver vissuto sempre in attesa, seduto su una poltrona, o una sedia, o un divano.
    Possono farmi aspettare anche due ore, io non mi lascio innervosire. Non più di quanto lo sia normalmente. Ormai ho sviluppato una specie di voluttà dell’attesa. Anche agli appuntamenti arrivo sempre in anticipo, per godermi l’attesa, che spesso con le sue fantasiose invenzioni, è più piacevole di ciò che viene dopo. Ho imparato anche a godere delle ipotesi, degli immaginari sviluppi di un appuntamento. Almeno, se poi le cose non vanno bene, mi sarò regalato qualche minuto, o quarto d’ora, di sogni ad occhi aperti.

    Ci sono ricascato. Mi sono di nuovo distratto. E il campanello avrà mica suonato? C’è troppo silenzio qua, la mente se ne fugge via dal vuoto, i pensieri fanno baccano per tenere desta l’attenzione.
    Mi alzo, mi sgranchisco un po’. Se entra qualcuno non voglio farmi trovare accasciato sulla poltrona come un sacco. Magari entrasse qualcuno. Mentre mi stiro le braccia e le spalle, mi guardo intorno, immagino sempre che in queste sale d’attesa ci sia una telecamera nascosta, dalla quale le persone che stanno dall’altra parte della porta osservano, analizzano, valutano. E poi decidono se suonare il campanello.
    Un’ora. Io sono una persona paziente, ma credo che far aspettare troppo gli altri sia una gran maleducazione. Altro che espediente valutativo. Qui si tratta di pura e semplice arroganza e maleducazione. O disorganizzazione. O dimenticanza.
    Non si saranno mica dimenticati di me?
    Azzardo un passo verso la porta bianca. Ma non posso bussare e mettere il naso dentro. Sarebbe contrario a qualunque regola. Oppure mi affaccio dalla porta da cui sono entrato. La segretaria sarà seduta dietro la sua postazione, magari a limarsi le unghie, o a leggere uno di questi vecchi rotocalchi.
    Però sarebbe un passo falso, come dire : mi sto stancando dell’attesa. Anche lei fa parte del gioco. Potrebbe essere la mossa che mi mette fuori partita. Vogliono testare la mia pazienza. Va bene, ho sopportato ben di peggio che una lunga attesa in anticamera.

    Un’ora e mezza. Adesso è veramente troppo. Ne ho fatti di colloqui in vita mia. Quando si ritarda oltre un certo limite, si dice. Si danno spiegazioni. Si chiede scusa per la dilazione e magari si offre un caffè, si fanno due chiacchiere, due convenevoli. Bisogna anche saper trattare l’ospite, un’abitudine che si sta perdendo sempre di più, nella vita privata come in quella pubblica.
    Adesso mi affaccio dalla segretaria, le dico che dovrei andare in bagno. Legittimo.
    La maniglia si girà con un cigolìo perforante e grottesco. Forse il silenzio pneumatico di questa ora e mezza ha acutizzato le mie orecchie. Fa niente.
    Guardo in direzione della reception. La ragazza non c’è. Sarà andata in bagno? O forse è stata chiamata dal capo, magari le stanno dicendo di suonare il campanello e farmi entrare. Torno di corsa nella sala d’attesa, badando di non far rumore. Ma su questa moquette spessa due dita non c’è pericolo. La maniglia cigola di nuovo, infida.

    L’inutile sortita mi fa sentire come un malandrino, o un maldestro intruso, comunque come uno che non rispetta le regole.
    Mi rimetto seduto sulla poltrona. Ecco. Bel bello, come se fossi appena arrivato. Fresco come un fiorellino e pronto ad esibire il meglio della mia personalità.
    Certo che quest’ufficio è il meno frequentato che abbia mai visto. Oppure è insonorizzato alla perfezione. Non si sente volare una mosca, trillare un telefono, tacchettare una segretaria.
    Mi rassegno a questa insipiente attesa. Assurdo che le aspettative di una persona siano avocate a questa pratica stressante e inutile. Sarebbe meglio se qualcuno ti chiamasse all’improvviso, senza preavviso, e ti dicesse : “prego, venga, c’è questo lavoro da fare e abbiamo pensato che lei sia adatto”.
    Due ore. Maledizione. Magari gli si è guastato il campanello. Di là spingono come matti su un bottoncino, credendo di far suonare sto maledetto cmpanello, e invece non succede niente. Si è staccato un filo. E magari pensano che io mi sia addormentato, o che me ne sia andato.
    Pensieri stupidi, lo so. Impossibili. Qualcuno verrebbe a controllare perchè non ho aperto quella maledetta porta bianca e non sono entrato.
    Certo che sono dei bei maleducati e arroganti in questo posto. Non che sia una novità, ne ho visti di ogni tipo, colore e sesso, di capi e capetti e caporioni. Pensano veramente che il tempo degli altri non valga un cazzo. Mi sto arrabbiando.
    Non devo arrabbiarmi. Mi conosco. Mi si legge in faccia al primo sguardo, se mi girano le balle. Mi brucerei il colloquio e l’opportunità in due secondi. Dopo due ore di attesa. Due ore e dieci và.
    Insomma. Quanto rimango in attesa, senza fare nulla, senza riprovare a beccare la segretaria e chiederle se si sono dimenticati di me?
    Dovrebbero scrivere una legge apposta, che regoli i tempi e i modi di attesa ai colloqui. Non più di mezz’ora. Dopo la quale, o si viene ricevuti, o si riceve un indennizzo. Ecchecazzo!

    Ci casco sempre. Sono un tipo polemico. Chissà quante altre persone se ne starebbero buone buone, sedute composte, a sfogliare giornalacci di merda, senza battere ciglio. Anzi, gongolando dentro di sè per la bella opportunità che hanno. Forse è questo il mio problema, penso di avere diritto ad un trattamento particolare, più gentile, più disponibile. Naaa. Ne ho visti talmente tanti di uomini e donne, arcigni, acidi, cattivi nel profondo, fastidiosi e dannosi come zecche. Eppure inamovibili e promuovibili. Il mondo va storto, ecco la verità. Prosperano gli stronzi e i cialtroni, gli arroganti e i malversatori. Mente le brave persone passano ore inutili, in inutili anticamere, in attesa di colloqui inutili, per lavori inutili.

    Ci casco sempre, non c’è niente da fare. Mi prende la rabbia, la demotivazione, la ribellione. È più forte di me. Se quel cazzo di campanello suonasse ora, entrerei da quella fottuta porta bianca, li guarderei in faccia, e li manderei a fare in culo. Schifosi bastardi arroganti.

    Azz! Ha suonato! No, forse mi sbaglio, era il telefono della segretaria. Non è poi così insonorizzata questa sala d’attesa. Era uno squillo di telefono sì? Io entro. Dico che ho sentito uno squillo. Legittimo. Sì vado.

    Busso? Sì busso và. Discretamente. Educatamente. La porta si spalanca quasi da sola, come se fosse sospesa su cardini oliati e premurosi. Non c’è nessuno. Io sono qua da due ore e mezza. E non c’è nessuno.
    Adesso mi girano veramente. Torno nella sala d’attesa, la attraverso a lunghe falcate. Apro l’altra porta e vado alla reception. Neanche la segretaria c’è. Ma che cazzo di posto è?
    Mi avventuro per un corridoio. In fondo a destra ci sono le toilettes. Bene. Una sana pisciata ci vuole, la vescica mi preme da più di un’ora. Fottuti bastardi.
    Belli i bagni però. Tutti lustri e lussuosi. Profumati.
    Esco dalle toilettes, la segretaria mi viene incontro sorridendo imbarazzata. Mi chiede scusa per l’inqualificabile ritardo, ma il suo capo ha avuto un incidente con la macchina. È all’ospedale, grave.
    Il suo sguardo corrucciato è convincente, sembra sinceramente afflitta e preoccupata. Io la guardo a mia volta, con la rabbia che si scioglie nella compassione. Mi sento stupido. Stupido e cattivo.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:12
    Diva

    Come comincia: Mi stavano tutti sempre intorno, mi vezzeggiavano, mi nutrivano, mi lavavano, mi truccavano, mi vestivano, mi facevano giocare e divertire in tutti i modi possibili. Sembrava che il loro mondo ruotasse intorno a me.
    Mi chiamavano Diva.
    Venendo da un contesto difficile, per non dire disperato, non ero abituata a tanto calore umano, a tante attenzioni, a tanto benessere materiale.
    Ero molto giovane quando divenni Diva e, nell’ingenuità di quell’età, mi lasciai prendere e trasportare verso la vita dorata e viziata che neanche immaginavo potesse esistere.
    A dire la verità non ho mai pensato di possedere qualche talento, sono sempre stata semplicemente me stessa. Mi sono sempre espressa secondo le mie possibilità e inclinazioni, senza pretendere di essere qualcosa di speciale. Ma per le persone che mi hanno chiamata Diva, evidentemente ero qualcosa di unico e perfino portentoso. Altrimenti non mi avrebbero portato in braccio come una preziosa regina per tutti quegli anni.
    Non so, forse il tempo ha appannato la mia immagine, l’età ha cancellato a poco a poco le mie qualità e la mia bellezza, senza che me ne accorgessi, abituata com’ero ad essere chiamata Diva e ad essere trattata come tale.
    I primi tempi mi stupivo, quando entrando in qualunque salotto o luogo di ritrovo, tutti si profondevano in complimenti e carezze e regali. Mi sentivo veramente una regina.
    Poi divenne abitudine, ero arrivata al punto che mi aspettavo sempre quel tipo di trattamento, qualunque mancanza di riguardo e di attenzione mi mandava in crisi. Ero viziata. Mi ero calata anima e corpo in quel ruolo prestigioso, volevo avere tutti a disposizione, tutti attenti alle mie esigenze. Credevo fosse giusto così. Me lo avevano fatto credere. Avere successo intossica, come una droga, ti cambia la personalità, ti fa vedere il mondo con occhiali rosa, come si dice.

    Vivere quella vita da favola, per me che arrivavo dai bassifondi, da una famiglia numerosa, dalla fame vera, è stato qualcosa di troppo grande per saperlo gestire. Devo aver sbagliato qualcosa di fondamentale.
    Negli anni, ho visto l’entusiasmo, l’affetto, scemare a poco a poco. Ho visto cambiare gli atteggiamenti, dall’adorazione fino all’insofferenza. Io ovviamente mi intristivo sempre di più, per questa mancanza di attenzioni.
    Ho incominciato a diventare scorbutica, anche isterica. Non sopportavo di essere relegata in secondo piano, di essere messa da parte.
    La colpa probabilmente è solo mia, ho avuto troppo dalla vita e sono diventata orgogliosa e presuntuosa.
    Dev’essere la giusta punizione quella che sto vivendo ora.
    Però non mi sarei mai aspettata di essere abbandonata così, su quest’autostrada, sotto il sole di Agosto. Forse torneranno a prendermi, forse torneranno ad amarmi, ad adorarmi e chiamarmi Diva. Forse c’è stato soltanto un errore, una dimenticanza.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:10
    Blu Marino innamorato

    Come comincia: Blu Marino era un bel colore, giovane, luminoso, traslucido.
    Si stendeva dalla linea d’orizzonte, in alto nel cielo e in basso nel mare, variando in mille fantasiose sfumature.
    Verso sera, quando il sole calava placidamente, Blu Marino si incupiva poco a poco, divenendo sempre più scuro, fino a cedere il campo al Signor Nero.
    Era felice di quella sua condizione, ampia e privilegiata, che gli permetteva di esprimersi in mille tonalità e riflettersi sulle onde e nelle nuvole.
    All’Alba, quando il sanguigno Rosso, il simpatico Arancione e l’allegro Giallo si allargavano nella grande sfumatura che cedeva il passo di Signor Nero a Blu Marino, Violetta si affacciava per pochi minuti all’orizzonte, ammiccando e sorridendo a tutti.
    Ogni giorno Blu Marino attendeva con trepidazione quei brevi momenti, Violetta del Mattino era assai diversa dalla sua sorella Violetta della Sera. La prima era tutta un sorriso, gioia di vivere ed energia radiante. La seconda era sempre un po’ triste, occhieggiava tra le Nuvole e a volte cerchiava la Luna piena di un’occhiaia livida.
    Blu Marino era innamorato di Violetta del Mattino. Ed era molto triste perché poteva vederla soltanto per brevi istanti, durante l’Aurora.
    Per un inummerevole susseguirsi di giorni e di notti, si arrovellò, cercando di escogitare un trucco per poter avvicinare Violetta.

    Si rivolse agli uccelli del Mattino e a quelli della Sera, interrogò le Nuvole e assillò il Sole e la Luna.
    Finché tutti quanti i colori si stancarono di quel tormentone e decisero di intervenire.
    Poco prima dell’Aurora, quando Violetta si apprestava a sporgersi dall’orizzonte, per la sua breve apparizione, Rosso la afferrò per la folta chioma e la tirò a sè, stringendola fra le sue energiche striature. Giallo ed Arancione si misero a spingere con tutte le forze, trascinando Rosso e Violetta più in alto che poterono.
    Dallo Zenit, Blu Marino vide Violetta avvicinarsi e allargarsi sopra le onde del mare, mai l’aveva vista così grande e accesa di luce.
    Il Sole sorgente, spingendo tutti con il suo potente calore, continuò ad alzare i colori nel cielo, finché Rosso, Arancione e Giallo, si fecero da parte, con la complicità delle Nuvole.

    Blu Marino e Violetta si trovarono faccia a faccia per la prima volta. Le loro sfumature si fusero una nell’altra, Blu Marino attirò a sè la sua amata e insieme fuggirono verso lo Zenit, protetti dalle Nuvole e sospinti dal Sole.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:07
    Dama Luigina e il cavalier Astolfo

    Come comincia: Narra la leggenda che Luigina, contessa di Borgonovo al Secchio, fu donna tanto bella quanto sfortunata. Ella fu maritata, ancor bambina, al conte Ulderico Arcosanto, figlio primogenito del vecchio Sigismondo, settimo conte di Casal del Soldo.
    Si narra anche che Astolfo, cavaliere nobile ma povero, era di un coraggio pari solo alla sua prestanza e alla sua bellezza.
    Essi furono attratti uno nelle braccia dell’altra, da così potente passione che neanche la certezza della fatale punizione poté impedire al loro amore di sbocciare e, per questo, cagionarne la fine ed elevarli alla gloria immortale dei poemi.

    Tutte fandonie. La contessa Luigina era in verità donnetta bassa, dalle spalle cadenti, i fianchi sproporzionatamente grossi, e voce stridula. Ella era di carattere arcigno e volubile, non mancando mai, in tutta la sua esistenza, di denigrare uomini e donne che non le fossero assoggettati e soprattutto utili.

    Il cavalier Astolfo, dal canto suo, era sì figlio cadetto di nobile famiglia lombarda, ma essendo povero in canna, abbracciò il mestiere delle armi con scopi ben lontani dalla sacra missione di proteggere gli uomini e le donne dalle ingiustizie. Era infatti mosso più dalla mira del facile guadagno che non del raddrizzare le storture del mondo.

    Un mattino di Maggio la contessa Luigina, moglie ormai da più di dieci anni di Ulderico, passeggiava nel loggiato che dalla rocca domina tutto il paese sottostante.
    Rimuginava ella, nelle ore oziose e conturbanti del tepore primaverile, su come spingere il conte suo marito a donarle il maniero di Favastretta, che voleva poi assegnare in dote a una sua protetta, la dolce Passerina dei Tebaldoni, sua cugina germana.
    Passerina era vedova di un capitano delle guardie reali, che aveva lasciato la pelle sul campo di battaglia, durante la grande guerra. Essendo rimasta sola e senza dote, pregava da tempo la cugina Luigina di farle ottenere i mezzi per sostentarsi ed eventualmente trovare un sostituto del coraggioso e sfortunato marito.
    La contessa, dal canto suo, mirava a gettare Passerina nelle braccia del vecchio marchese di Solignacco, feudatario confinante del Casal del Soldo. Il matrimonio, essendo ormai il marchese più che sessantenne, sarebbe stato facilmente privo di discendenza. A tempo debito i due feudi sarebbero stati uniti sotto l’autorità del conte Ulderico, per poi passare al futuro figlio di Luigina.

    Angustiata quindi Luigina per quel piano audace e astuto, si arrovellava su come trovare il modo di aver dono dal conte suo marito del suddetto maniero.
    Vide una coppia di colombi tubare, il maschio rincorrendo la femmina, finché un altro maschio, intromettendosi fra i due, dapprima scacciava il rivale. Ma osservando alfine la femmina che, con gesto magnanimo cedeva alle profferte del primo spasimante, le venne così agio di praticare anch’ella il medesmo giuoco.

    In quel momento, dalla porta dei porcari, entrava bel bello, tronfio e squattrinato come d’uso, il cavalier Astolfo, in fuga da Città del Salto, per via di una certa torbida faccenda di vendette e dadi truccati.
    Luigina vide dal loggione l’aitante Astolfo scender da cavallo, spolverarsi la giubba ed il cappello, e avviarsi con passo allegro verso la taverna, non senza aver prima giuocato con le vesti della prostituta Galena, all’angolo di vicolo de’ bardi.

    Egli parve alla risoluta contessa l’uomo giusto al momento giusto: straniero, sufficientemente attraente da provocare la gelosia del marito, ma troppo male in arnese, a giudicare dal cavallo e dalle vesti, per potersi illudere di essere più che uno strumento nelle sue mani.

    Mandò un messo fidato dal palazzo alla taverna, ad informarsi sull’identità del cavaliere e quanto avesse potuto apprendere della di lui vita e condizione.

    Tutto il pomeriggio ella stette in angoscia, attendendo il ritorno del servo. Finché al crepuscolo questo comparve alla porta del palazzo ed ella lo interrogò immediatamente. Seppe che il messo, oltre a domandar del cavaliere, con lui s’era assai accompagnato, in gioco ed in bevute, tanto che a mala pena stava in piedi e dalla bocca gli uscivan solo effluvi e borbottii. Una buona dose di frustate ricondusse il servo sulla via della ragione, e così poté narrare alla contessa quanto saputo del misterioso cavaliere.

    Appreso ch’ebbe ella del lignaggio di Astolfo, antico e nobile seppure privo di rendite e castello, si convinse ancor più ch’era egli l’uomo della provvidenza, per giocare il ruolo del piccione impiccione.

    Lo invitò quindi a palazzo, come è d’uso e cortesia fare tra uomini e donne blasonati, per quella sera stessa.

    Nel ricevere la missiva, Astolfo trovò insieme all’invito un focoso biglietto d’amore, che Luigina aveva abilmente vergato, copiando passi sparsi dell’Alighieri e del poeta locale detto “il puttanaccio”.
    Fiutando come segugio un possibile amoroso gioco e fors’anche occasione di guadagno, il cavaliere non si fece pregare nè tantomeno attendere, e all’ora solita di cena, minuto più minuto meno, smontava da cavallo nel cortile del palazzo.

    A tavola Luigina, di fronte al conte suo marito, si profuse in complimenti per Astolfo, il suo retaggio, il suo mestiere e il portamento. Di certo, domandò, egli ne aveva di eroiche imprese da narrare.
    Affilato più di lingua che di spada, Astolfo si dilungò alquanto a narrare improbabili conquiste, atti d’armi, d’onore e carità cristiana. Tanto che il conte Ulderico, ometto sgraziato e gobbo, per via di lunghi incroci fra troppo stretti consanguinei, frustrato fin dall’infanzia per la debolezza delle membra e la fragilità del carattere, si sentì umiliato dalle portentose gesta dell’ospite.
    Luigina non risparmiò le strizzatine d’occhio ad Astolfo e le frecciate al consorte, al punto che quest’ultimo, dopo cena, si ritirò nei suoi alloggi piegato da una colica.

    Profittando del malessere di Ulderico, la contessa si intrattenne con il cavaliere ospite, più di quanto decenza e regola avrebbero imposto ad una donna del suo rango. Tutto ella fece per ingelosire il marito, suonarono il cembalo e il liuto fino a tarda ora, cantando ballate d’amore e canzoni di focosi approcci.
    Steso nel suo letto, Ulderico stringeva una mano sullo stomaco ed una sulla fronte, ascoltando il cicaleccio dei due colombi dabbasso, piangendo lacrime di dolore, al cuore come al ventre.

    Ospite dei conti per la notte, Astolfo si sottrasse di buon grado alle profferte di Luigina, accusando la stanchezza per il viaggio, il troppo cibo, il vino generoso, una vecchia ferita di guerra, nonchè un mal di testa opprimente che, come le spiegò, lo tormentava da mesi, per via di un malocchio ricevuto nell’oltrepo pavese.
    La contessa, ch’era sì pronta a concedersi ad Astolfo, come a molti altri prima di lui, era però più interessata al suo piano segreto, e quindi poco si dolse dei mancati amplessi, disponendosi a dormire nel suo letto, in compagnia di cane, gatto e una caraffa di sidro al miele.

    La notte fu agitata soltanto dal russare del cavaliere e dal mugolare di Ulderico, preda come s’è detto, di colica di stomaco.
    Al mattino Luigina accolse con ostentato garbo e dolcezza il marito, profugo di una notte tormentata e insonne. Astolfo consumò la sua lauta colazione e si dileguò con la pancia piena e una collana d’oro al collo, regalo della generosa contessa.
    Vedendo il marito piegato sulla sedia, ingobbito più del solito, e imbronciato come un cane a cui abbian sottratto l’osso, la furba Luigina dedicò al conte carezze e parole dolci, come non faceva da tempo, ripetendo abilmente il gioco che aveva visto fare alla colomba il giorno innanzi.
    Roso di  gelosia e consumato dall’invidia, Ulderico fu preda facile dell’astuta contessa. Ciò che fa grande un nobile,  ella gli disse, non è la prestanza, nè il coraggio, e tanto meno la bellezza, ché son tutte cose che qualunque stolto e poveraccio può vantare. La vera qualità del nobiluomo, argomentò, è la generosità, che solo un potente può permettersi, e solo un grande sa adoprare.
    Mosso ad orgoglio dalle sapienti parole della moglie, l’imbelle conte pregò Luigina di chiederle qualcosa, qualunque cosa in regalo, lui le avrebbe dato dieci volte più di quanto chiesto, per dimostrarle quanto fosse nobile.
    Allo schermirsi di lei, che tutto già le aveva donato e di nulla era mancante, egli insisteva, quasi piangendo, che non le negasse il piacere e l’orgoglio d’essere più nobile degli altri, e domandasse qualcosa in dono, qualunque cosa.
    Ella, sapientemente, finse di vagar con la mente quà e là, più volte dichiarando che nulla le mancava e nulla desiderava in più di ciò che già egli le aveva dato. Alle lacrime di Ulderico ella rimediò ricordando, come per caso, quel maniero sul fiume a sud, così ben esposto e così ricco di prati e boschi intorno,  che le era da sempre assai caro e, se proprio avesse lui voluto, quello le donasse.

    Grande fu la gioia del conte nell’udir quelle parole, egli fu grato alla consorte magnanima, d’avergli permesso un grande gesto, e immantinente fece chiamare il notaro per rogitare la cessione.

    Questa storia ben poco potrebbe avere della canzon d’amore e dell’eroiche imprese, o della tragedia romantica che tutti conosciamo. Se non fosse che la sera stessa il cavalier Astolfo, accortosi che la collana donatagli dalla contessa, non era d’oro zecchino, ma patacca di mediocre fattura, indispettitosi oltremodo, meditò poco i propri atti e si precipitò a palazzo col favore delle tenebre.
    Arrampicandosi su per la cinta muraria, fin sopra al loggione, con un balzo fu davanti alla finestra di Luigina. Ella stava già dormendo della grossa, come una leonessa soddisfatta, avendo ottenuto quel giorno quanto aveva meditato per lungo tempo.
    Astolfo si infilò di soppiatto nella camera. Nel buio incespicò nel cane, che dormiva ai piedi del letto, ricevendone un immediato morso e scatenando un baccano indiavolato. I servi accorsero e, anche se mezzo addormentati, in breve scontro ebbero la meglio sul disarmato e maldestro cavaliere. Quando Ulderico irruppe a sua volta nella camera della moglie, si trovò davanti all’incontestabile evidenza dei fedifraghi colti in flagranza di adulterio.
    Altro non restò, al povero conte, per quanto poco uso alle armi e alla violenza, che scannare i due presunti amanti.

    Questo inatteso epilogo e inaspettato inganno è all’origine della triste storia di Luigina di Borgonovo e del cavalier Astolfo, che affiancano nelle narrazioni tragiche e romantiche, i Lancillotto e le Ginevra, i Paolo e Francesca, gli Otello e Desdemona, i Romeo e Giulietta.
    E tanta e tale è la certezza di ciò che vi ho narrato, per avermelo tramandato persone di famiglia, fidate e oneste, che il dubbio mi sorprende, a volte, a domandarmi se anche le altre storie, non siano in realtà invenzione, abbellimento necessario di venture ben poco nobili e virtuose.

  • 19 aprile 2011 alle ore 13:27
    Discount

    Come comincia: Era scontato, lo stracchino di marca, così ne ho comprato un panetto da mezzo chilo, pur sapendo che sarebbe inacidito ben prima di poterlo consumare tutto.
    È stato un gesto volontario di spreco. Magari piccolo, insignificante, ridicolo perfino. Ma in quel momento volevo sprecare, volevo fare una cosa che sapevo sbagliata. Volevo sbagliare sapendo di sbagliare. Per una volta volevo una conseguenza certa, scontata, delle mie azioni.
    Ero stanco, degli infiniti, irrisolvibili, imprevedibili epiloghi delle mie storie. Stanco dell’inutilità delle mie fatiche quotidiane. Il lavoro, la casa, il rapporto con la mia attuale fidanzata, la cura degli affetti. Tutte cose, dalla concretissima e irrimandabile rata del mutuo, alle più aleatorie  e areiformi problematiche del ménage a deux con ***, che non andavano mai nella direzione desiderata, o anche solo prevista.
    La mia vita era una macedonia di spiacevoli sorprese, condita dal succo ambiguo della prevedibile imprevedibilità. Sembra un controsenso, un banale gioco di parole, lo so, ma l’unica certezza che mi è rimasta, è quella di non avere certezze. L’unica previsione che riesco ancora a fare, è che sicuramente sbaglierò la previsione. Intanto metto nel carrello anche questa vaschetta di macedonia, che rispecchia così bene la mia condizione. Potenza della metafora.
    Nulla va come vorrei. Niente funziona come dovrebbe. Probabilmente sono io ad essere sbagliato, non dico di no. È un’ipotesi che ho sempre preso in considerazione, fin da bambino. Come tutti credo. Ma quel residuo di raziocinio, o presunto tale, che ancora credo di avere, mi dice ogni giorno che tutto il mondo è sbagliato, tutti siamo sbagliati. È evidente. É scontato.
    Anche la cioccolata da spalmare è scontata. Bella tentazione. È scontato che ci casco. Un altro atto di arrogante autolesionismo edonistico, masturbatorio perfino. La cioccolata, come surrogato del sesso, e dell’affetto, è masturbazione. O la masturbazione è cioccolata.
    Io e *** non facciamo sesso da due mesi. È scontato che qualcosa si è incrinato nel nostro rapporto.
    Lei  protesterà per la comparsa del vasetto nella dispensa, ma poi condividerà con piacere quello strappo alla nostra dieta, al nostro scontato salutismo di coppia colta e consapevole. E magari recepirà il messaggio.

    Ci sono così tante cose scontate, o meglio, che si dànno per scontate. 0,99 al chilo i clementini. Prezzi che suggeriscono quasi la filantropia. È scontato che ci caschiamo tutti. La strategia del deprezzamento, vero o presunto. Colgo d’un tratto l’intelligenza, la furbizia delle persone che si mostrano umili, che dànno di sè un’immagine semplice. Apparentemente.
    Una rete di agrumi senza semi si deposita nel carrello.

    I grandi frigoriferi del reparto surgelati rinfrescano l’ambiente, quasi ci vorrebbe un maglione in più. Le confezioni scontate fanno bella mostra di sè, attraverso la caligine delle porte di vetro.
    I bastoncini di pesce te li tirano dietro a 1,5 euro. Li ho già comprati una volta, erano grigi dentro. Da bambino erano bianchi, nivei, perfetti. Anche i bastoncini di pesce non sono più quelli di una volta. Era scontato che anche quella ingenua perfezione decadesse.

    Prendo un sacchetto di baccalà, sotto le dita sento i pezzi di pesce, duri come pietre, freddi e inodori. La memoria mi riporta alle vasche di stoccafisso dei negozi sotto casa. L’odore si sentiva da una parrocchia all’altra.

    Noi nati negli anni sessanta, siamo la generazione del packaging. L’arte del confezionamento è nata in quegli anni. Piano piano ci siamo abituati a riconoscere le cose dalla scatola, dalle etichette, dai nomignoli, dai colori. Tutto sempre molto scontato.

    Spingo abilmente il carrello tra i corridoi traboccanti di merce. Dovrei essere felice di questo stato, di questo momento di facile acquisizione, di comoda offerta.
    Le lusinghe del discount riempono in fretta il mio carrello. Oggi poi ho deciso di essere indulgente, addirittura ingenuo. Mi lascio abbindolare volutamente. Cedo alle tentazioni dei prezzi, delle belle confezioni e dei ricordi d’infanzia. *** avrà certamente da ridire sulla mia spesa, lei è sempre così irreprensibile, così razionale e utilitaristica. Così pragmatica. Quando le conviene.

    La convenienza si insinua tra i miei neuroni, mentre completo il giro dell’oca. Salto la casella dei prodotti dietetici, supero il reparto assorbenti, evito le bancate di detersivi che pungono le narici, percorro a passo lento gli scaffali della pasta e dei sottaceti e sott’olio. Passo in rassegna, come un generale, le file allineate di bottiglie di vino. Tonno scontato, carne in scatola scontata, spaghetti scontati, Bonarda scontata. L’abitudine riprende il sopravvento, prendo le cose di sempre, giudiziosamente ossequioso alla conveniente tradizione personale.

    Mi presento in coda, davanti a me ci sono tre persone, con i carrelli belli colmi anche loro. Occhieggio i loro gusti, spio la loro privacy calorica, lascio che la mia presunzione legga le loro liste della spesa, come se fossi un sociologo o un medico che cerca sintomi e segnali. Loro fanno lo stesso, è scontato. Arriva il mio turno. Sono tentato di chiedere uno sconto. Ma al discount è già compreso, non si usa più chiederlo, sarebbe assurdo, ridicolo e anacronistico. Perfino provocatorio e maleducato. Ed è scontato che io sia una persona civile ed educata.