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Autore

Sofocle

in archivio dal 05 lug 2001

496 ca., Colono, Atene

406 a.C., Atene

segni particolari:
Ho scritto più di cento tragedie, ma a voi ne sono giunte intatte solo sette.

mi descrivo così:
Euripide e Eschilo? Bravini, ma io sono stato il migliore!

15 gennaio 2002

Sofocle dixit:

Nessuno ama la vita come l'uomo che sta invecchiando.

Commenti
  • Luciano Ronchetti Voglio iniziare questo mio commento all'aforisma di Sofocle riportando gli ultimi tre versi della celebre poesia di Ungaretti "Veglia": "Non sono mai stato/tanto/ attaccato alla vita". Questa poesia fu scritta il 23 dicembre del 1914, quindi l'antivigilia di Natale, a Cima Quattro, in una trincea sul Carso, dove il poeta combatté da soldato semplice sino al 1917, quando poi fu inviato in Francia nella Champagne. Ebbene, Ungaretti era stato fervente interventista, fu giudicato inabile al comando e venne spedito in trincea, appunto, come soldato semplice. Questi versi stanno benissimo in paragone con l'aforisma di Sofocle, anzi, direi che formano un vero e proprio sillogismo aristotelico: l'uomo che si rende conto del valore della vita, della sua e degli altri, più in generale, man mano che il tempo si accorcia, che si abbrevia il cammino che li spetta su questa terra, che la sabbia nella parte capovolta della clessidra è sempre meno, quindi comincia ad attaccarsi ad essa, ad amarla - forse - più di prima, di quando era giovane...non a caso si dice che desideriamo una cosa o una persona "quando questa cosa o quella persona, non l'abbiamo più o non c'è più!": penso sia lo stesso concetto; ma i versi di Ungaretti, dicevo, stanno benissimo all'aforisma di Sofocle. Il poeta si rende conto, dopo essersi professato a favore della guerra, come ho scritto sopra, di quello che rappresenta la guerra stessa, degli orrori che essa pone dinanzi agli occhi degli uomini. Proprio in quel frangente, allora, egli capisce di amare la vita come non mai: lo fa davanti alla morte! A questo proposito citerei il giudizio sulla poesia di Ungaretti del critico Salvatore Guglielmino dalla sua "Guida al novecento" (famosissima guida, usata negli anni settanta come libro di testo nelle scuole italiane: croce e delizia per tantissimi studenti liceali, tra cui il sottoscritto!) :"...la morte - in tutta la sua bestiale disumanità - dei compagni e la rivolta primordiale, istintiva contro questa giornaliera esperienza, l'ansia di vita che si concretizza in quelle lettere piene d'amore (ndr. le liriche ungarettiane possono essere viste come una sorta di diario). Quelle mani tumefatte del morto ("Una intera nottata/buttato vicino/a un compagno/massacrato...con la congestione/delle sue mani") che frugano e penetrano nell'assorta meditazione del compagno vivo ("penetrata/nel mio silenzio/ho scritto/lettere piene d'amore...") sono una potente immagine della lacerazione intima che la realtà della guerra -tanto diversa dalle celebrazioni interventistiche - provoca nel poeta".

    17 ottobre alle ore 16:33


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