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in archivio dal 08 gen 2019

Aurelio Zucchi

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia
Segni particolari: Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

elementi per pagina
  • giovedì alle ore 11:58
    Così ho deciso!

     
     
     
     
    Liberate, ve lo ordino, le fate
    tenute troppo a lungo prigioniere
    tra le pieghe delle vostre fantasie.
    In fondo, rimuovevano magie
    al solo scopo di destare sogni
    o arcobaleni per amar colori.
     
    E inoltre :
     
    liberate le belle principesse
    che ora v’affannate a far marcire
    dentro i letarghi dei vostri cuori.
    In fondo, giocavan con l’amore
    al solo scopo di produrre sogni
    o storie per rasserenare genti.
     
    Così ho deciso!
     
     
     
     
    *
     Anno di stesura 2006
    Tratta da “Appena finirà di piovere” Edizioni Global Press Italia 06/2010
    Pubblicata su Antologia “Donna Mistero Arte” II Ed.

     
  •  
    Scrivi i tuoi versi in men che non si dica
    oppur nell’arco di un intero giorno
    o anche in quello d’una lunga vita.
    Offerti poi a tua e altrui lettura,
    fai presto a dire anch’io sono un poeta!

    Non ho mai visto, ahimè, due gabbiani
    scambiarsi un bacio da perduti amanti
    e poi librarsi ubriachi e mai stanchi
    nel campo d’aere per destinazione.
    Io, non li ho visti ancora…

    Ho visto, sì, coppie di pesci luna
    squassar bonacce e ravvivare azzurri
    di miei tratti di mare consenziente.

    La coda dentro e il muso fuor dall’acqua,
    fecero ciao a un vento già sconfitto
    ch’oltre collina andò a cercar riparo.

    Gabbiani e pesci luna, caro Auré,
    non hanno preso mai la penna in mano…

    *
    Anno di stesura 2009

     
  • martedì alle ore 11:19
    Goccia di goccia

     
     
    Goccia di goccia, simile a stilla
    che  il viso a baciar s’ appresta,
    è un tuo silenzio rotto,
    l’attesa vibrazione delle labbra
    nel tentativo d’essere un sorriso.
     
    Un giorno vorrò chiederti davvero
    dov’è che hai riposto il cuore,
    se lo hai depositato - intatto -
    per il timore di mostrarlo al mondo,
    di dargli voce per chi ascolta.
     
    Goccia di goccia sarà il risveglio
    da un letargo dove questo amore
    all’angolo non ha trovato branda
    su cui sdraiarsi nella dura attesa
    di accordarsi con la mia musica.
     
    *
    Anno di stesura 2008
     

     
  • lunedì alle ore 12:43
    Da Lui mi aspetto quiete

     
    Nell'era del tutto ha un prezzo,
    vorremmo barattar con Gesù Cristo
    le scialbe prove delle nostre vite
    con uno dei Suoi miracoli perfetti.
    Ma non chiediamo pani e pesci,
    la Croce é ormai monotona leggenda,
    non più icona di quell’eterna Fede
    che ora é incolta, maltrattata, offesa.
     
    Chiediamo invece nuovi luccichii,
    fulgidi denti in un corpo perfetto
    a far strada al manichino genuflesso
    capace solo di mettersi in mostra.
    Rumori a coprire silenzi,
    a rischio è il blu del mare mio,
    la fronte delle idee vibrante al sole
    e d’animo le incalcolabili bellezze.
     
    Da Lui mi aspetto quiete,
    un punto e a capo promettente,
    un altro segno d’indiscusso amore 
    che scuota l’aria, me, le genti.
    Quale perdono é da vagheggiare?
    Mentre insicuro tento di parlarGli,
    mentre vacillo anch’io coi tanti,
    da Lui mi aspetto quiete e... prego.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2008
    Tratta da “Appena finirà di piovere” edito da Global Press Italia nel giugno 2010  con Prefazione di Angela Ambrosoli.
    Pubblicata sul Mensile IL SAGGIO (04/2012)

     
  • 27 novembre alle ore 12:13
    Lascia cantare la mia speranza

    I fiori che ti porgo
    con premura sciocca,
    non sono per omaggio alla bellezza
    né per mostrarti sintomi d’amore.
     
    Lo sguardo che ti porgo
    con qualche ansia in più,
    trascini ai tuoi piedi le antiche pene
    e al tuo perché le mie nuove paure.
     
    Se ora ascolti queste grida,
    non aprire il tuo sorriso amaro
    in un’amorfa smorfia nera
    e lascia cantare la mia speranza.
     
    Accogli le rose che ho sottratto
    alle narici d’una donna ignara.
    Annusa il retrogusto della vita
    e, per un istante, scopriti inutile.
     
    Poi, rimani ancora più lontana
    e non seguire presto le mie orme.
    Assaporo tardi le gioie della vita
    ed oggi io ti rifiuto, o morte…
     
    *
    Anno di stesura 1981

     
  • 25 novembre alle ore 19:22
    I sorrisi del cielo

     
     
    Aspetto così i sorrisi del cielo,
    passo insicuro a trovare la strada
    che mi riporti al non confondermi
    dentro la nebbia che gli occhi mi colma.
     
    Guardo all’indietro stanco ma fiero,
    spulcio i momenti di appagamento
    e li catturo, li stringo e costringo
    a scivolare nel tempo dell’oggi.
     
    Lontano dall’ovattato silenzio
    quanto rumore staranno facendo
    onde al rinnovo menando scogliere;
    quale concerto staranno allestendo
     
    per farsi udire da chi sta pensando
    al modo adatto a non essere stagno,
    acqua nell’acqua che ferma rimane
    mentre ha bisogno di rigenerarsi?
     
    Lassù, mia fortuna, azzurro risponde
    ancora scarso, ma intanto si vede
    come una macchia che nuvole spiazza
    per inghiottire residue tristezze.
     
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2010
    Poesia pubblicata nell’Antologia “L'integrazione culturale attraverso la letteratura” (Anno 2012)
    a cura del Premio Letterario internazionale di Poesia e Narrativa CEAC
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 23 novembre alle ore 13:52
    Continuo a sognare

    Ribelle all’acidità del tempo
    in cui dovrò specchiarmi ancora,
    continuo imperterrito a sognare
    e non per questo chiamatemi vigliacco.
     
    Chiamatemi vigliacco quelle volte
    che mi vedrete impallidito e muto
    senza la forza di reagire un po’
    alla richiesta che d’affetto preme.
     
    Continuo a sognare
    scordando performance dell’oggi
    mentre i respiri vorrei sentire
    nascosti nel cuore della baldoria.
     
    *
    Anno di stesura 2008

     
  • 20 novembre alle ore 14:20
    Poi nulla più

    Al primo cenno d’alba volli il mare.
    Lo vidi, come me, in dormiveglia
    con onde basse a far da mite coltre.
    E lungo la battigia passeggiava
    la brezza dai respiri così calmi
    da non solleticar le sabbie stufe
    di quella notte assai lunga e fredda.

    M’avvicinai al nero scoglio mio 
    e poi da lì guardai l’orizzonte.
    Il solito saluto al nuovo cielo,
    i neri occhi di Peppe il pescatore
    e quindi lesti in barca a ordinare
    le lenze e l’esche per allietare i cuori.

    Poi nulla più, soltanto vibrazioni
    secrete da possenti emozioni.
    Sul tavolo in cucina, caffè nero 
    versato nell’amaro denso cruccio
    per un sogno impiccato al patibolo del tempo. 

    *
    Roma, 20/11/2020

     
  • 19 novembre alle ore 14:05
    Sospesi in un tempo che divora (Covid 19)

     
    Nei giorni tutti lisi dalla rabbia
    dovrei guardare il cielo per scrutare
    sentieri non immaginati ancora
    perche il sole o un cirro audace
    bastavano da soli a far colore.
     
    Nelle notti scolpite dall’angoscia 
    dovrei guardare il cielo per scrutare
    sentieri non immaginati ancora
    perché la luna o qualche stella amica
    bastavano da sole a dar calore.
     
    Sospesi in un tempo che divora
    si rischia di privarsi di bellezze,
    di gusti e di odori dell’ingenuità
    già messi nello scrigno dei tesori,
    preziose prove di normalità.
     
    Gli aneliti di sempre vorrebbero
    adesso farsi largo a gomitate
    tra i giganti della cattiveria
    per spingere ogni cuore ribelle
    ben oltre i confini dell’umana sventura.
     
    *
    Roma, 19/11/2020

     
  • 09 novembre alle ore 12:20
    Solo?

     
    Solo, in una notte orfana del tempo,
    solo il fruscio dei più bei ricordi,
    saprei pur sempre dedicar me stesso
    e quanto ancor di me rimane, al mare.

    Quante stelle chiamerei a raccolta…
    per prime, quelle in cui spesso m’imbatto
    al primo mio voltarmi in alto
    quando quaggiù stanco è lo sguardo.
    .
    Solo, invischiato nelle lunghe ombre 
    delle colline inginocchiate a riva,
    nulla avrei di che dividere con altri
    se non, poi, il raccontar l’evento. 

    Solo, anche se a farmi compagnia
    di onde e onde ci fosse il bacio,
    di linea d’orizzonte la presenza
    e di sirene ridestate il suono.
    .
    Quante cose potrei dire, solo…
    a un lombrico in lotta con la sabbia,
    a una barca che a salpar m’invita,
    a un amore celato chissà dove.

    Solo, in una notte orfana del tempo,
    solo il fruscio di certi nuovi sogni,
    saprei pur sempre dedicar me stesso,
    e quanto ancor di me rimane, al mare.
    .
    Solo?
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2009
     

     
  • 27 ottobre alle ore 12:21
    Nell’ottobre che pigro si dilegua

     
    Nell’ottobre che pigro si dilegua,
    assente è il preludio dell’inverno
    e sono sereno a guardia d’un sole
    inflessibile sull’incerto autunno.
     
    Svilendo un po’ il freddo Generale,
    distratta è la mia inquietudine
    come la vista dentro un campo di grano,
    incurante delle spighe claudicanti.
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2011
     
     

     
  • 26 ottobre alle ore 13:22
    Perso nel fluire del tempo

     
    Puntuale ma stufo
    di questo inceder lesto della sera,
    il sole annega dietro l’orizzonte.
    Confini informi sono quelli del cielo
    e tutto tace, tutto si scolora.
     
    Ed io sulla spiaggia
    mi sento solo, perso nel fluire
    d’un tempo che governa le cadenze
    schivando le impellenze del cuore,
    tiranno allorquando l’ora arriva.
     
    So già che è tutto vano
    ma posso, devo almeno domandargli:
    potresti a volte romper gli ingranaggi,
    fermarti il giusto per riprender passo
    intanto ch’ogni uomo i sogni affina?
     
    Quest’oggi, per esempio,
    avrei voluto cogliere più a lungo
    i toni dell’azzurro nel meriggio
    per custodirli con estrema cura
    nell’album d’una magica mania.
     
    il mare mi conosce.
    Sa di questa frenesia fasciante
    d’andare sempre a caccia di bellezza
    e lui mi invita a rimaner la notte
    per sbaraccare draghi dalla mente.
     
    So di non esser pronto.
    Ancora non ho vinto insicurezze,
    lasciatemi l’introspezione, tutta,
    tra una moka ed il provar scrittura
    accomodato nella mia cucina.
     
    Sicuro, lui non mente.
    Di notte anche esistono colori
    nei vicoli narranti l’abbandono,
    nella facciata d’una chiesa antica,
    in onde e onde a guadagnar la riva.
     
     
    23/12/2019

     
  • 17 ottobre alle ore 12:23
    Il ricamo

     
    Ai margini del tempo si consuma
    il pregiato ricamo dei ricordi,
    perfetto e colorato a tal punto
    da farmi creder d’esser prediletto.
     
    In verità il merito l’affido
    ai silenzi di tenere aurore,
    al ciao d’albe complici e lucenti,
    ad un colore o forse mille del mio mare.

     
  • 11 ottobre alle ore 18:45
    Verso l’inverno

     
     
    Verso l’inverno
    la via è lastricata di gobbe
    e il fango già si fa largo.
     
    L’aria ancora non è fredda
    ma copro le spalle per cercare
    quel tepore che mi fa sentire meglio.
     
    Verso l’inverno
    ordino e raccolgo i miei anni
    per mantenerli più al sicuro.
     
    Forse sarà la paura del buio
    che prima davvero non conoscevo
    ingenuo come sono sempre stato.
     
    Verso l’inverno
    proteggo il cuore dalle tempeste
    e intanto bevo questi ultimi raggi di sole.

     
    *
    Anno di stesura 2014

     
  • 07 ottobre alle ore 1:57
    Dove le onde, in sincronia perfetta

    Come quando non ho voglia di fissare altro
    se davanti ho il sorriso di un bambino,
    allo stesso modo, se il mar m’è lì di fronte
    non guardo quasi mai il cielo su di me.
     
    Ma quel meriggio di settembre fui distratto
    dal fragore di un tuono impertinente
    che decretava cosa buona e giusta
    rinunciare all’idea di andare a pesca.
     
    Ricordo astruse forme di nuvole  obese
    abbassarsi sempre più e mostrare il ghigno.
    Non ebbi paura neanche d’un vanesio lampo
    che vidi contorcersi fino al confine del tempo.
     
    Così, dalla mia duna preferita
    scesi giù con calma verso la battigia
    dove le onde, in sincronia perfetta,
    muoiono di bellezza e nella bellezza rinascono.
     
    Fresche, or mi lambivano or mi toccavano
    i piedi offerti come pegno della mia fedeltà.
    Non so per quanto tempo feci sosta
    su quella striscia d’imperdibili miracoli.
     
    A sera mi fu detto di un forte temporale
    con acqua a catinelle e a fare danni.
     
    Non era stata la mia acqua…
     
    *
    Roma, 07/10/2020

     
  • 04 ottobre alle ore 11:56
    A caccia della fantasia perduta

     
    In spalla un fardello d’amarezza,
    il pur incerto passo rompe il silenzio
    di vicoli inodori, orfani d’aria di casa,
    tra vetrine ubriache di led per lettere cubitali 
    in perenne attesa di occhi che le guardino.
     
    I panni stesi sui fili tra i balconi
    non concedono rossi, bianchi, gialli, verdi o azzurri
    e seccano al sole il grigiore delle loro stoffe.
    Non stridono, come avrei fortemente voluto,
    con l’abbandono servito da un progresso mal pensato.
     
    Giù in fondo, dopo il bar “Caffè su Marte”,
    lo slargo s’apre, grande. Qui lo chiamano la “nostra piazza”,
    soprattutto certi giovani fruitori di birre ed altro.
    Oggi non mi va di andarci, stanco di vedere
    lattine e bottiglie vuote sui bordi della fontana rinascimentale.
     
    Tornerò a casa per salvare la mia fragile pelle di poeta
    senza smarrire la mia gravosa ingenuità, qui,
    da qualche parte di queste becere solitudini.
    Calcherò ancora questi sentieri, forse domani o domani l’altro,
    non per autolesionismo ma per trovare almeno orme.
     
    Orme, fossero anche deboli, di quella fantasia
    che una volta vedevo volare leggera nell’aria
    per poi, come prima pioggia di primavera,
    bagnare le menti e i cuori più teneramente bisognosi
    di costruire senza sconti vita, amori e sogni.
     
     
    *
    Roma 01/10/2020

     
  • 15 settembre alle ore 11:40
    Al primo tic d’una nube stramba

    È inutile pensare a chissà che,
    sarà una notte come tante altre.
     
    Mi avvolgeranno gli antichi dubbi
    mentre il mio letto io strapazzerò
    alla ricerca di quella posizione
    che mi consenta di dormire al meglio.
     
    Al meglio, intendo, solo per sognare
    o, perlomeno, perché chiuda gli occhi
    per districarmi tra cento nebulose
    e in pieno nero scorgere una luce.
     
    La vita va ed è impossibile fermarla
    anche in quest’ora della finta pace.
     
    Intanto, fuori, quanti cuori pulsano?
    Quante e quali note staran porgendo
    le belle musiche dal senso eterno?
    Della felicità, intendo io quel senso.
     
    Poveri cuori, anch’essi immersi
    in fondi di cielo che terso appare
    per poi, al primo tic d’una nube stramba,
    aggrovigliarsi nel più ostinato grigio!
     
    Anno 2009

     
  • 04 settembre alle ore 12:25
    La carezza del mio giorno che muore

     
    Quasi un segno per chiedermi perdono
    d’avermi dato accumulo d’affanni,
    la carezza del mio giorno che muore
    mi consegna nelle mani del tramonto.
     
    Sembra dirmi, mentre sfiora questa cute,
    che la sera finalmente sta arrivando
    tutta lesta a concedere alla notte
    privilegio di vedermi tutto nudo.
     
    La carezza del mio giorno che muore
    lascia il passo a sua maestà il silenzio,
    a quell’ora in cui mi libero del vento
    e la seta della luna io indosso.
     
     
    (Anno di stesura 2008)

     
  • 12 luglio alle ore 20:20
    Della poesia, anima e corpo

    Disagio mi procura la parola
    che non plana così come vorrei
    sull’alveo della mia poesia.
    È come vedere un ruscello secco
    assetato di quell’acqua equa
    che dia verso al giusto scorrimento,
    oppure il corpo d’una campana
    tanto armonioso nella sua fattura
    quanto privo d’anima, del suono.
    Poeta sofferente allor mi appaio
    e metto in discussione il tentativo
    di replicare emozioni e farne dono. 

     
  • 11 luglio alle ore 11:38
    Quando un angelo verrà

     
     
    Quando un angelo verrà a casa mia,
    prima ancora di far varcar la soglia
    mi accosterò alla finestra più vicina
    per accertarmi che invece della luna
    ci sia il sole dei mezzodì d’agosto.
     
    Poi, dopo essermi scusato,
    appenderò le ali nell’ingresso,
    lo accompagnerò di là in salotto,
    gli offrirò la mia poltrona preferita
    e cercherò di metterlo a suo agio.
     
    Intanto che sdraiato prende fiato,
    riempirò la caffettiera, quella da due.
    La metterò a sbuffare a fuoco basso
    e andrò a rispolverare dalla cristalliera
    le due tazzine con le fresie rosse incise.
     
    Se l’angelo non mi farà annunci,
    lo aggiornerò sul come ora procede
    la vita mia e quella dei miei amori
    che, nel silenzio, io lascerò dormire
    per evitare che mi credano sonnambulo.
     
     
     
     
    *
    (11/05/2009)
     

     
  • 05 luglio alle ore 11:30
    Disinganno

    Miravo a stelle per rubarne luce
    con cui inondar l’anima e il cuore
    ma si spegnean al primo sguardo mio.
     
    Chiedevo al sonno mare e solo mare
    per ripartire dal miglior fondale
    ma l’alba mi svegliava tra le antenne.
     
    Cadean versi su foglio immacolato,
    frantumi al tocco della bianca carta,
    racconti persi in un intenso affanno.
     
    Il sogno che si avvera non esiste
    se non per chi, poeta fino in fondo,
    s’aggrega lesto al volo del miraggio.
     
    *
    14/07/2015

     
  • 01 luglio alle ore 21:01
    A mia madre

    Se il tempo la smettesse
    di ricordarmi la tua assenza,
    avrei più tempo di vederti qui,
    in carne ed ossa,
    fianco a fianco.
     
    Infilerei le curve del tuo viso,
    riempirei i solchi della tua vecchiaia
    e toccherei i cieli di quegli anni
    come accadeva sempre
    quando tu mi sorridevi.
     
    Da questa età che avanza
    ti guardo e ti riguardo ancora.
    Mi frusta a sangue, oggi,
    la smania d’afferrarti tutta
    ma... neanche un lembo del vestito a fiori!
     
    Se il tempo iniziasse
    a fare rotta in quel passato,
    avrei più tempo di rivederti lì,
    in carne ed ossa,
    fianco a fianco.
     
    Se mi desse finalmente retta,
    raschierei i miei errori
    come quando, alla lavagna,
    cancellavo i nomi dei cattivi
    quando entrava la maestra.
     
    ***
    Nel maggio del 2007, non so per quale particolare motivo, il pensiero a mia madre è stato più forte del solito da quando il 22 Settembre 1989 l'ho persa. Così è nata questa poesia che in luglio 2008 ho deciso di rendere pubblica. Quando guardiamo alle nostre esistenze e a quelle che nel tempo diventano sempre più saldate al nostro io, si ha quasi l'idea che il personale bagaglio di affetti e sensazioni non possa essere "esportato". Credo che tutto ciò avvenga per un’errata interpretazione del delicato pudore o della delicata gelosia per tutto quanto attiene alle nostre esperienze più intime. Mia madre é mia e mia resterà per il resto dei tempi, naturalmente, ma ho voluto pensare a quanti, nel ricordo della propria, non trovano la forza e il coraggio di esprimere dolore, tenerezza ed affetto. Spero quindi che qualcuno/a possa identificarsi in questi versi e a quel qualcuno/a ritengo quasi giusto regalarli. Faccio tutto ciò nell’assoluta felicità del dare e nel ricordo, indistruttibile, di mia madre.
     
    *
    Anno di stesura 2007
    Poesia tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia - 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli)
    Testo premiato alla XXXVI Edizione del Premio Firenze 2008 - Pubblicata nell’Antologia “Quando la poesia diventa vita”

     
  • 22 giugno alle ore 12:10
    Quelle stelle torneranno

     
    Le stelle che ricordo più splendenti,
    le stesse stelle ammirate fino all’alba,
    si son del tutto perse, ormai ingoiate
    da un cielo vorace che non amo.
     
    Mondate d’ogni grumo degli affanni,
    nella notte del più intimo riscatto
    torneranno per spezzare quest’attesa
    così che possa finalmente rivederle:
     
    dal mare mio per sigillarne i riflessi
    o anche da questa finestra perché io goda
    del viraggio dei colori dal nero alla luce
    ed incidere sogni sul cobalto.
     
    *
    18 Maggio 2014

     
  • 22 giugno alle ore 1:11
    A giocare con gli azzurri del cielo

     
    E onda dopo onda,
    quando leggerai questo messaggio
    forse sarò ancora in preda ai sogni
    e ti vedrò sdraiata su una nuvola
    a giocare con gli azzurri del cielo.
     
    Mi basterà questo per cogliere a volo
    almeno la coda di quella serenità
    che inseguivamo tra la casa e il mare
    per fare un giro attorno alla vita,
    madre mia!

     
  • 17 giugno alle ore 13:39
    Preda che scappa

    Preda che scappa
    é il mio miglior passato,
    zampa di ricordi in corsa,
    occhio vispo nella macchia.
     
    È mira che trema
    nella destra stanca, 
    tasca bucata controvoglia
    per non perdere futuro.
     
    È bottino che svanisce
    nei pascoli dell’oggi,
    coda tra i pruni spinosi,
    lunga come notte che t’aspetti.
     
    Giuro, ritenterò la caccia
    nelle ore che non vedo,
    che nemmeno sento
    in questo tempo che sbadiglia.
     
     
    *
    Anno di stesura 2006
     

     
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  • 16 giugno alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

     
  • 22 gennaio alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)

     
  • 20 luglio 2019 alle ore 11:35
    Come se ci fossimo amati

    Come comincia:  
    Il sole era ormai ubriaco del suo stesso esagerato calore. Cadeva in acqua tuffandosi piano sulla retta che separava il cielo dal mare di Sabaudia. Visibilmente affascinato da questa leggiadria, Saverio, nell’attesa di Fabiana continuava a seguire l’evoluzione di un tramonto per lui così importante. Probabilmente, in una sorta d’irriverente sfida, il pensiero era corso al “suo” mare di Pentimele, in quel di Reggio Calabria dov’era nato e dove aveva vissuto la giovinezza prima di trasferirsi a Roma. Il suo animo romantico ancora una volta non lo abbandonava e non a caso aveva voluto scegliere, sarebbe meglio dire imporre, lui, il luogo dell’incontro.
    “Pensavo non venissi.”
    “E perché mai? Ti dissi, se ben ricordi, che adoro questo tratto di spiaggia. Lo trovo riposante. Non c’è mai tanta gente e, per quanto isolato, un panino e una birra li rimedi sempre. Stasera poi alla vecchia pianola del bar c’è Nico, mio cugino.”
    Saverio guardò con insistenza la collega d’ufficio per registrarne l’aria che sentiva già gradevole. Come in cuor suo aveva sperato, quei capelli neri non erano stati legati alla nuca. Fluivano con garbo sulle spalle e sulle orecchie e in parte anche sulla fronte senza per questo sacrificare alla vista il verde degli occhi. Pantaloni e camicetta attillata, Fabiana vestiva di bianco e ciò gli appariva strano sapendo quanto quella donna amasse i colori. Per fortuna non aveva dimenticato di indossare il foulard smeraldo che a lui piaceva tantissimo. In quei ventotto anni vi era straripante bellezza da cogliere e custodire con cura.
    In azienda i primi approcci promettevano bene. Giorno dopo giorno s’infittivano. Si arricchivano di qualche confidenza in più e si coloravano d’intimità per via di certi tentativi di messa a fuoco, ancora timidi ma promettenti. E tuttavia, sul lavoro, stavano obbedendo al rituale rispetto dei ruoli e all’esigenza di trovare un comune riparo da occhi indiscreti e orecchie un po’ troppo deste.
    “Se penso al rientro in ufficio, sento già il gelo dell’inverno! Come sono andate le ferie? ” - domandò Fabiana.
    “Quando torno a Reggio, per me va sempre bene. Tu, però, goditi questi ultimi giorni e fammi la cortesia di non pensare al commendator Marengo.” - rispose Saverio, tradendo un tono pressoché paternalistico.
    Il viso di Fabiana s’incupì:
    “Non nominarlo, ti prego. Non sopporto quel vecchio fanatico e fargli da segretaria mi procura un senso di fastidio e disistima.”
    Tutte cose che Saverio sapeva, nonostante fosse trascorso poco tempo dalla sua assunzione come direttore editoriale della Maredit S.p.A.
    Scrittore di lungo corso, non poteva certo definirsi un romanziere di successo. A dire il vero, qualche riconoscimento importante non era mancato ma ciò di cui avvertiva costantemente l’assenza era l’ispirazione illuminata per un progetto narrativo di più alto respiro che pure aveva sempre inseguito. Così, forte di un’intensa esperienza maturata nei salotti letterari dell’Urbe, pensò bene di fare gavetta come critico letterario presso una piccola casa editrice e successivamente presso un’altra, più grande, che gli consentì di fare un buon salto di carriera accettando la Maredit. I suoi cinquant’anni, considerata la crisi economica, erano quindi ben difesi in attesa di tempi migliori. Di contro, sotto altri aspetti più personali, quell’età nascondeva notevoli insidie. Qualche storia d’amore di buona intensità e un’altra, più seria, non furono del tutto fortunate e non è il caso adesso di andare a cercare i motivi e i colpevoli. Abituato da sempre a stare in mezzo alla gente, era cosciente del fatto che vivere da solo non lo realizzava compiutamente. Del single riusciva, però, a cogliere certi vantaggi. Si appropriava di un senso di più ampia libertà che lo metteva nelle condizioni di sgocciolare ugualmente un’esistenza dignitosa in cui c’era spazio per i rapporti umani e per qualche amicizia da coltivare.
    In questo collaudato microcosmo, Fabiana era un’opportunità da non trascurare e nel cuore di Saverio, man mano che i due si conoscevano meglio, quella donna ora rischiava di andare a occupare uno spazio delicatissimo. La sensibilità di Saverio costituiva un pericolo per entrambi. In lui la predisposizione a percepire in anticipo reazioni e contro reazioni dell’animo umano, tracciava un viatico di sofferenza affettiva. La serietà che riversava nel fiutare e sentire amore verso l’altro sesso rappresentava un freno nella capacità di prendere iniziative convincenti per dar vita a un serio rapporto.
    In Fabiana, l’iniziale approfondimento di pregi e difetti caratteriali e il passaggio a una comune visione intima e reciprocamente gratificante, incuteva timore. L’ultima delusione sentimentale, di cui aveva parlato a Saverio, le aveva lasciato un segno netto, inconfondibile, una cicatrice ancora lungi dal sentirla guarita.
    Intanto il sole stava completando il suo tuffo. I lampioni e l’insegna del piccolo bar presto si sarebbero accesi.
    “Dai! Avviciniamoci un po’ a riva.” - disse Fabiana la cui attenzione era stata catturata da una barca con i fianchi verdi e azzurri e sulla quale un pescatore stava sbrogliando una rete.
    “Ascoltami mio caro Saverio. Se tu guardi attentamente quella rete, vedi me. Io sono tutta ingarbugliata e devo trovare il bandolo per liberarmi.”
    “Posso provarci io, posso farcela.”
    “No! Devo farlo da sola. Soltanto così potrò ritrovarmi integra, pronta per sentirmi utile.”
    “Non so se mi sto innamorando di te, ma so che se mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    “Cos’è? Un meraviglioso incipit per il tuo prossimo romanzo?”
    “No, Fabiana. È Saverio Marra che ti sta parlando qui in riva al mare, in questo fine agosto e davanti a questo sole che prima di tramontare del tutto vorrebbe essere testimone di quanto ho detto.”
    “La tua è un’affermazione che mi pare non richieda risposta, o sbaglio?”
    “Richiede comunque una replica, qualunque essa sia.”
    “E allora concedimi di dirti anch’io una cosa… non so se non mi sto innamorando di te, ma so che se non mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    Il viso di Saverio si rabbuiò:
    “Che sciocco sono stato a prefigurarmi una bella storia. I sogni d’amore sono sempre i più difficili da realizzare. Diventano utopie quando si vorrebbero fondere armonicamente cinquant’anni da una parte e ventotto dall’altra. Scusami Fabiana. Sono un ingenuo, un romantico perdente.”
    “Non mi sento pronta per questo viaggio da fare insieme ma sappi che ti voglio bene. Se anche tu me ne vuoi, ho un’idea meravigliosa.”
    “Dimmi.”
    “Tu scrivi bene, sto leggendo il tuo ultimo libro.”
    “Non capisco cosa c’entri con l’idea meravigliosa…”
    “Quando tornerai a casa, accendi subito il PC e fai lavorare la tastiera senza sosta. Dai inizio a un nuovo romanzo, al nostro romanzo. Racconta questa nostra storia e portala a compimento, esattamente per come l’avevi immaginata. Vedrai, sarà come se ci fossimo amati.”
    Saverio annuì non senza averle prima dato un bacio.
    Sulle note di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Fabiana lo afferrò per un braccio, gli sistemò il giubbotto blu, gli passò una mano sui baffi, gli accarezzò i capelli brizzolati e spalancò un sorriso:
    “Forza Saverio, andiamo ad ascoltare la pianola di Nico. Stasera offro io: una pizza, una birra, un caffè e del whisky. Ma non farci l’abitudine, eh!”
    Il sole affondava l’ultima parte di semicerchio. Il mare già faceva da guardiano alla sera che, quieta, avanzava per fare spazio alla notte.