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in archivio dal 08 gen 2019

Aurelio Zucchi

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia
Segni particolari: Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

elementi per pagina
  • sabato alle ore 15:21
    Magie

    Molto prima che tu sia ricordo,
    proveremo a soggiogare il tempo
    muovendo guarnigioni di poeti
    e schiere di reclute romantiche.
     
    Intanto, tu, bellissima rimani
    tra le magie di questo pomeriggio
    depredato all'oggi del frastuono,
    ignaro delle morse del domani.
     
    Concederemo solo un’ora
    per aspettare che la sera scenda
    e incidere sull'imminente luna
    le musiche di Muse conniventi.
     
    Cattureremo stelle e stelle
    da detenere in celle ‘sì robuste
    che possano resistere nel tempo
    alla malinconia che premerà.
     
    Infine, sospenderemo il cielo
    e certi angeli di mala volontà
    pronti a schiantarsi sui cuscini
    al fin di regolar la sveglia.
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Tratta da “Appena finirà di piovere” Global Press Italia – 06/2010)
    (Pubblicata sul Mensile “Il Saggio” 01/2009)
    (Diploma di merito XII Ed. Premio di Poesia Il Saggio)
     

     
  • 18 agosto alle ore 11:14
    ANTICHI CAVALIERI SOSTANO

     
     
    Nel borgo del duemila tutto tace.
    Antichi Cavalieri sostan fieri;
    attendono quel freddo locandiere
    che schiuda l’uscio fresco di vernice
    all’aria netta di leggenda eterna
    perché si posi in ritrovata lena
    tra nuovi e vecchi tarli adesso sparsi
    sott’occhi ignudi di trofei dormienti.

    Su, da tempo, li aspettano le dame
    a mo’ di madri riposate a lungo,
    innamorate del previsto sgarbo
    di un muto lattante che pria o poi,
    non più immobil perla tutta rosa,
    dal fondo della tana paradiso
    e dal tepore d’immacolata coltre
    si desterà braccando lesto il seno.

    Stagion dei sempre vivi eroi
    a tutti annuncia già il suo ritorno.
    Altèra e schietta, oggi si prepara
    a rinnovare i sogni un dì spezzati
    dal Nuovo Evo dei previsti cieli,
    delle ventur vagliate una ad una
    e dei respiri freddi e soppesati,
    del nulla che ormai non ci consola.

    Antichi Cavalieri sostan fieri.
    Si guardan tutt’intorno frastornati,
    le grate d’ombra solo rischiarate
    dai riflessi di tegole argentine.
    E c'é chi lustra lame affezionate,
    chi già si appresta con arditi guizzi
    ad allestir lo sventolio di chiome
    alla conquista degli amori persi.
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2005

     
  • 15 agosto alle ore 11:28
    BIANCA VELA

    Di mare in mare naviga il pensiero
    ossessionato dal trovar la luce
    di bianca vela nel mezzo dei marosi
    da riportare indenne al porto mio.
     
    Viaggiatore è il risveglio nuovo
    di un’estate che non vuol morire,
    menefreghista dell’età che passa
    e provocante come donna astuta.
     
    Se riuscisse a scorgerla qualcuno,
    si rechi presto, qui, in questa casa
    a dare a me l’esatta posizione
    perché raggiungerla io possa
     
    e, capitàno del tempo che mi resta,
    ancora prima di condurla in rada,
    la porti a spasso in acque di fiducia
    standomi zitto su cronache d’adesso.
     
    Farò una sosta in centro d’universo
    gettando l’ancora tra il verde e il blu
    dove i miei bagni facevo a testa in giù,
    dove i miei anni accarezzavo piano...
     
    per non scalfire pelle e gioventù.

     
  • 13 agosto alle ore 16:28
    SCIAMI DI STELLE

     
    Sciami di stelle al debutto
    velano la luce della luna
    a me che aspetto solo comete,
    a me che mi ostino a inseguire
    le scie del passato,
    le chiome dell’oggi,
    i traccianti del futuro.

    Tardano, i miei astri.
    Forse svolazzano,
    ubriachi d’inebrianti fantasie
    marcite nel cuore d’impaziente poeta.

    Del giorno che sta per arrivare,
    io non guarderò l’alba questa volta,
    né il carrubo sulla collina.

    Questa volta
    non mi farò bruciare dal sole.

    Schiverò la giostra dell’anima
    ma quando arriverò al mare
    sarò ancora malato.
     
     
     
     
     
     
     
    Stesura Anno 2004
    Pubblicata sulla testata giornalistica www.quicalabria.it
    Premio speciale IL SAGGIO (Concorso di Poesia Il Saggio Ed. 2007 – Eboli)

     
  • 12 agosto alle ore 12:13
    Lasciatemi solo

     
     
    Lasciatemi solo
    il giorno e la notte in cui
    mi alternerò alla vista
    dell’ultima mia insonnia,
    del mio caffè perfetto.
     
    Lasciatemi solo
    coi piedi incastrati nello scoglio,
    il mio foulard sette colori
    da sventolare con rispetto
    all’alba che mi sveglierà.
     
    Lasciatemi solo
    se i miei occhi voi vedrete
    affondare nel sottostante mare
    mentre concluso é lo sbadiglio
    al primo affiorare dei colori.
     
    Lasciatemi solo
    nel corso del mio lungo mattino
    indaffarato come io sarò
    nella ricerca di un sorriso uno
    o di un bambino che la mano porge.
     
    Lasciatemi solo
    durante il pranzo mio migliore,
    fortuna brio e malinconia
    disposti a cerchio sul piatto
    e in mezzo il fico d’india da sbucciare.
     
    Lasciatemi solo
    se mi assopisco un mezzo pomeriggio
    giacché non è che dormir riesco
    pensando già alla sera che verrà
    o alla stella che s’accenderà per prima.
     
    Lasciatemi solo
    al primo vecchio lampione acceso
    quando il suo cono risucchia la mia vita
    e Icaro spettrale nella sua luce volo
    per poi scagliarmi sull’asfalto nero.
     
    Lasciatemi solo
    al caldo plaid che voglio benedetto
    e invece è così fredda la sua lana
    che tutto il corpo addosso gli strofino
    quasi che sia io a dover dare tepore.
     
    Lasciatemi solo
    quando alla fine è tutto a posto,
    quando assomiglio a un figlio
    che ad alta voce chiama mamma
    e ad alta voce si domanda dove sarà.
     
    Lasciatemi solo
    nelle mie ore del riposo atteso
    quando tra un sonno e l’altro ancora
    mi sforzo di sognare in grande,
    di ritrovare le persone amate.

     
  • 06 agosto alle ore 13:57
    Caro me

     
     
    Caro me,
    anche oggi ti devo raccontare
    di una giornata uguale alle altre,
    di chilometri, di ansie, di sospiri
    e facce tristi nelle tristi strade.
     
    È da un po’ che non ti scrivo,
    che non ti chiedo come stai,
    come procedono i tuoi sogni,
    in quale paradiso ora ti trovi
     
    Beato te che trovi il tempo
    di ammazzarlo, questo tempo,
    con l’arma aguzza della fantasia
    viaggiando gaio a mille all’ora,
     
    di qua le curve d’una donna bella
    di là segmenti tra nuvole lontane 
    al ritmo di certi versi irresistibili
    che avrai composto in arcobaleno
     
    Caro me che né ti vedo né ti sento
    nell’atto di sincronizzare l’ora
    o nei bollenti fumi dei caffè
    che io consumo per sentirmi vivo.
     
    Salutami l’immobile carrubo
    sotto la cui ombra m’assopivo
    in quei speciali caldi pomeriggi
    che il mare tuo e mio tradivo.
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2008
    (tratta da “Appena finirà di piovere” pubblicato in giugno 2010 da Global Press Italia -  Prefazione di Angela Ambrosoli)
     

     
  • 05 agosto alle ore 12:12
    Barattoli

    Ora che apri barattoli di fumo
    convinta di trovar colori dentro,
    io sono accanto a te, disorientato.
     
    Anche tu vieni dalla giovinezza,
    cavalli bianchi tra cui scegliere il più bianco,
    sorrisi dentro scrigni, finalmente aperti.
     
    Ma non é detta ancora l’ultima parola,
    mare e cielo non cambiano nuance
    ed io accanto a te sarò, affascinato.

     
  • 03 agosto alle ore 13:47
    Curve

     
    Dentro, il disordine imperava.
    Tanti tasselli da recuperare,
    i soliti perché d’una serata no
    mentre la vita insisteva a dire,
    ad ascoltare, a fare, a respirare…
     
    Di che parlare quando si è soli
    e come agire nel silenzio doppio?
    Cosa udire se non la chiara eco
    di mille voci a dirti mi dispiace?
     
    Ma respiravo…
     
    Vidi i segni di perfette curve
    che lingua d’onda abbozzava
    nel pigro suo venir alla battigia
    e poi nette, nette le disegnava
    nel pigro suo arretrar dalla battigia.
     
    Scampoli di luce offrì la notte,
    chiesti a una luna indifferente.
    Non protestai contro nessuno,
    non chiesi spiegazioni al fato.
    In quelle curve placai le ire.
     

     
  • 01 agosto alle ore 17:06
    I silenzi dell'amore

     
    I silenzi dell’amore esistono.
    Li ho visti alla luce della luna
    ed il mattino dopo, fronte mare,
    marcare angoli concavi e convessi
    con la matita matta dell’umore.
     
    Dinanzi all’onda, chiusa alle tristezze,
    o alla notte, aperta a nostalgie,
    si salva, il cuore, oppure si smarrisce
    nel cambio ballo a cui deve obbedire.
    E batte, per mia fortuna batte…
     

     
  • 25 luglio alle ore 21:48
    Pietruzze colorate

    Negli ardenti pomeriggi che il sole lo bruciava, il mare,
    e le sabbie incandescenti vestivano di beige i sassi,
    io non guardavo l’onda, come accadeva all'alba,
    non sbirciavo, tra i riflessi, pesci in vena di specchiarsi.

    Non tastavo con i piedi l’alta roccia del fondale.
    Non m’immaginavo Ulisse, come accadeva all'alba.
    Me n’andavo a testa china, sugli alti zoccoli di legno,
    coi pensieri dei miei anni a seguire curve d’acqua.

    Poi, al primo luccichio, circoscritto era il mio il regno.
    Genuflesso e speranzoso, io cercavo le pietruzze colorate.
    Senza alzar granelli a iosa, sotto l’afa degli agosti bruzi,
    esigevo quelle più capaci d’arricchire lontanissimi sultani.

    Pretendevo le brillanti per poi accettare anche le strane
    o, almeno, quelle meno opache quando l’onda le lasciava.
    Messe in tasca ad una ad una, costruivo arcobaleni
    da vuotare poi, a sera, sopra il marmo della mia cucina.

    Quanto male mi facevo, sui ginocchi ore ed ore,
    nella presa dei colori, di qualcosa che segreto più non era.
    Che silenzio, colmo d’incalzanti fantasie novelle,
    in quel metro quadro del sogno, dell’unico allora possibile!
     
     
     
    *
    Stesura anno 2006 - Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia – 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli) – Poesia finalista al Premio Firenze 2007 – Pubblicata dal Mensile di cultura Il Saggio (11/2011)

     
  • 11 luglio alle ore 12:03
    L'eco e la luce

    Nel ventre generato dai silenzi
    esiste, se si vuole, un buon anfratto
    dov’eco persistente rompe il passo
    e il suono s’impossessa del teatro;
     
    dov’eco gioca all’asso piglia tutto
    e ogni mano vince contro il tempo
    cristallizzando il meglio rendiconto
    e rimandando al dopo ogni sospetto.
     
    Io v’entro perché amo veramente
    anche la vita che mi rende muto
    al primo osare d’una traversia
    intanto che riscatto atteso indugia.
     
    È solo un sistema che ho adottato
    per vincere di netto lo sconforto
    e quando della sala m’impossesso
    quel suono, allora, serenità m’arreca.
     
    Poi, lungo il solco mi ritrovo nuovo
    ancor con l’eco a tutta pelle addosso
    e non mi meraviglio se ad un tratto
    vedo una luce che ad uscir m’invita…
     
     
    *
    Anno di stesura 2009
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 24 giugno alle ore 12:13
    Nei silenzi di un pensiero fragile

    Ancora non so
    se qualcosa mi manca,
    quel tenero fremito
    donato da quella voce,
    quei piccolissimi spazi
    nei quali fluiva
    il nostro narrarci la vita.

    Ancora non so
    se rincorro le attese
    per un giardino non del tutto esplorato.
    Domani, mi dico,
    sarà di nuovo buio
    ma, puntuale, l’eco rifiata
    nei silenzi di un pensiero fragile
    capace però di destarmi.

    Chissà dove sei, cosa fai…
     
    *
    Stesura 2019

     
  • 22 giugno alle ore 11:48
    I sogni che non ho fatto mai

    Respirano tra melodie impossibili
    scritte da mano d’angelo all’istante
    senza l’ausilio di nemmeno una
    di quelle sette note che conosco.
     
    E suonano, suonano incessanti
    con i violini buffi ai quali poi darò
    i nomi di fantastiche Meduse
    e posti sacri dove custodirli.
     
    E vibrano, vibrano da Dio
    toccando corde di chitarre vento,
    sicuramente meglio di certi cuori
    intensi, innamorati da impazzire.
     
    E odorano, odorano di rosa,
    la specie più esclusiva inesistente,
    aspettando che almeno li accarezzi,
    i sogni che non ho fatto mai.

     
  • 09 giugno alle ore 11:58
    Cieli

    Cieli
    per giorni e giorni uguali,
    svogliate e inaffidabili chimere
    quando l’unico colore percepito
    è un fondo di cravatta da indossare.

    Li ho visti
    aprirsi insieme in sincronia
    coi fuochi dei sorrisi innamorati.
    Ricordo ben d’averli anche indicati
    a donna amore che mi stava a fianco.
     
    Li ho visti
    dall’alto dei vent’anni
    vincere le nubi e all’angol relegarle
    come educande umiliate e offese
    mandate in fretta dietro la lavagna.
     
    Cieli
    che, incazzati, chiudono i battenti
    e grandi e grossi si fanno metter sotto
    dal primo accenno d’ingarbugliata pioggia
    o dal malessere di questo loro figlio.
     
    Li ho visti, poi,
    rompere ogni plumbeo assillo,
    apparecchiare feste sotto il sole
    nel cuore d’attimo d’una felicità sublime
    ed invitarmi a prender posto al desco.
     
    Cieli
    malinconie d’azzurro smascherate
    che a farsi belli pelano le stelle
    e scippano la luna da dietro le montagne
    per obbligarmi alle romantiche manie.

     
  • 30 maggio alle ore 20:46
    Di girasoli

    Di girasoli vidi quel mattino
    un campo sterminato d’onde gialle
    tutte rivolte con la fronte al sole
    e senza un fiore che guardasse altro.
     
    M’innamorai di quell’aria intorno
    e volsi le mie mani ai forti raggi
    quasi imponendo al ciel di mescolarmi
    stelo tra steli aventi quel vantaggio.
     
    Solo così potei scaldarmi meglio…
     
     
    *
    Anno di stesura 2010
    Pubblicata dal Mensile “Il Saggio” 11/2010
    Pubblicata nell’Antologia “Poesia sotto le stelle” II Edizione
    Poesia premiata al Concorso “Il Saggio” 2010
     
     
     
     
     
     

     
  • 08 maggio alle ore 16:35
    Domani

     
     
    Domani,
    appena il giorno mi si concederà,
    di buona lena svestirò il futuro
    e piano, senza arrecargli danno,
    gli sottrarrò ventiquattrore solo.
     
    Domani,
    quando alla notte mi riconsegnerò,
    nella capiente e trasparente coppa
    con cura verserò quanto accaduto
    e agiterò la soluzione del passato.
     
    In controluce,
    osserverò effervescenze e posa,
    sospiri che tentano la via di fuga,
    errori sedimentati in via definitiva
    e, dell’amore, molecole impazzite.
     
    Mi addormenterò
    al ciao di due tre stelle amiche,
    ne asseconderò amnesie e scintille
    e al sorgere della mia alba muta
    mi immetterò sulla scia del tempo.
     
     
     
     
     
     
     
    *
    - Anno di stesura 2005
    - Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010 - Pref. di A.Ambrosoli)
    - Antologia Versi Diversi X Ed.
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 03 maggio alle ore 16:34
    I platani non se ne accorsero

     
    Mano d’alba talentuosa
    dipinse nuovissime luci
    su larghe chiome assonnate
    di platani assai infreddoliti.
     
    Avevano il respiro quieto
    di chi si aspetta l’abbraccio del sole.
     
    Ed era già mattino quando
    silenzio e fruscio di brezza
    colmarono da subito i vuoti
    tra un tronco e l’altro ancora brinosi.
     
    Fu, quella, tenera solitudine
    fino al primo grido d’arrotino.
     
    Poi si sentì un gran vocìo
    di bimbi o forse loro madri,
    il netto profumo di brioche,
    il fragore di una saracinesca.
     
    I platani non se ne accorsero,
    calde ormai erano le foglie.
     
     
    *
    Data di stesura 08/06/2013
     

     
  • 30 aprile alle ore 12:32
    Là, dove il cielo non rischia la morte

     
     
     
     
    Là, dove il cielo non rischia la morte
    ma astro dopo astro si rinnova,
    esisterà io spero un qualche lembo
    nel quale ci si possa riparare.
     
    Noi uomini a volte siam fatti così,
    crediamo di domare ogni fiera
    ma scontiamo il bisogno della frusta
    ed accettiamo l’imprevista resa.
     
    Cade, nel tempo, la lucente spada.
    Lo scudo, adesso, è da adoperare
    e diligenti nella fila indiana
    si va tutti alla clemenza ambita
     
    là, dove il cielo non rischia la morte.
     
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2008
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia - 06/2010 - Prefazione di Angela Ambrosoli)
     

     
  • 22 aprile alle ore 11:51
    SMANIE

     
    Smanie di rivoltare il mondo,
    di aggrapparsi a spigoli di luna,
    di essere dei belli il più bello
    mandando a quel paese la sciagura.
     
    Voglie, di bagno in cioccolato caldo,
    al fianco dame ricoperte di velluto,
    il seno che appena appena sporge
    al suono antico d’inatteso cembalo.
     
    Brame di conquistar le terre linde,
    di agguantare in un sol colpo il mare,
    rinchiuderlo nel prepotente pugno
    ed aspettar che ridistenda l’acque.
     
    Sarà, la vita, un nuovo tipo d’aquilone?
    Di qua e di là non obbedisce al vento,
    di brezze a volte reinventa il senso
    e va, sconsiderata va, ad evitare morte.
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    Poesia pubblicata sul Mensile di Cultura Il Saggio (12/2009)
    Premio Genesys alla Cultura XIII Concorso di Poesia Il Saggio-Città di Eboli

     
  • 12 aprile alle ore 17:53
    Se

     
     
    Se riuscissi ad afferrare la luna
    o almeno a sfiorare il suo volto
    così da sentire più da vicino
    il mite respiro che slaccia la notte,
    l’antico segreto che arma i poeti,
    la vibrazione d’eterno e infinito,
    quel freddo da mille stelle falsato
    prima che viri al caldo del cuore;
     
    se fossi per una volta capace
    di farmi vago in abisso incolore,
    fluttuare tra il plancton di un mare
    poco azzurrato dai miei sorrisi,
    rifugio caro nell’ora a declino
    com’é la pretesa dell’uomo perso
    che nell’amore il porto non trova
    ed acqua e sale in zucchero muta;
     
    se credibile ciò fosse appena,
    darei inizio al ripristino nuovo,
    all’essere in corsa per un riscatto
    d’eroe illuso nel tempo che vola.
     
    Mi stanno a guardare, il mare e la luna,
    e forse ridono di me, del sogno
    che come nuvola al sole si sfila
    o come onda sullo scoglio s’infrange.
     
     
    *
    *

    Anno di stesura 2011
    II° Premio al Concorso Letterario Internazionale “L’integrazione Culturale per un Mondo Migliore” - 2011 - promosso dal CEAC Centro Ecuadoriano di Arte e Cultura in Milano
    (Pubblicata sul Mensile Il Saggio 10/2011)
     
     

     
  • 06 aprile alle ore 12:13
    Squaw

     
    Usciva dal tepee, fiera,
    e guardava negli occhi il tramonto.
    Quando il sole le regalò l’ultimo spicchio,
    Raggio di luna accennò un sorriso.
     
    Nel tempo scandito tra il giorno e la notte,
    pose sull’erba una peonia smorta.
    Vidi luce sul suo volto addolcito
    e mi accorsi che si inchinò alla luna.

     
  • 31 marzo alle ore 12:58
    Chiesi solo di sognare

     
    Sfrecciavano come sfocati arbusti,
    visti dal vetro d’un bolide qualunque,
    i biondi capelli e quelli neri e quelli bianchi.
    E con essi le teste ovali, quadre e tonde.

    Mi fermai soltanto per guardare
    l'ultima vetrina del giocattolaio,
    il naso nero d'una locomotiva
    e la malinconia di un Pierrot.

    Poi, ripresi subito a correre.
    A malapena scansai le stagioni,
    a forza montai in groppa al futuro
    e intanto mi domandai cosa facevo.

    Cosa facevo lungo quella strada?
    Avanti e indietro, indietro e avanti
    per ritrovarmi infine esattamente
    sul muschio al sasso della mia partenza.

    L'unica foglia di un girasole finto
    si mise maledettamente in mezzo,
    in mezzo tra me e l'oceano d'Ulisse.
    Cercavo fiori e trovai polimeri.

    Ai bei palazzi della città orrenda,
    ai tormentati marciapiedi tristi,
    alle ventiquattrore in mano alle saette
    io chiesi tregua d’un secondo almeno.

    Agli ebbri trilli di scintillanti aggeggi,
    agli alti tacchi di certi nuovi maschi,
    alla bocca rifatta di chi prima era bella,
    io chiesi solo di sognare.

     
  • 22 marzo alle ore 15:07
    Alba antica

     
    Sul mare del passato di un poeta
    tuttor si pavoneggia l’alba antica
    che lui non vede eppur morta non crede.
     
    Il bel ricordo avanza verso l’oggi
    e la sostanza appena ne scalfisce
    com’onda bassa ch’a baciar lo scoglio
     
    residui d’erba bruca al suo passaggio
    lasciando eretta la falesia, esposta
    al sole, al vento e del cielo all’acqua.
     
    Mirabil vista viene offerta agli occhi
    nel mentre monta ingenua onnipotenza
    per quel serbar, del catenaccio in atto,
     
    la chiave ch’apra la sala dei miraggi
    rivolta a Sud con la finestra al sole
    e giù, al mar, salsedine impazzita.
     
    L’ancor dormiente e provocante specchio
    al Nostro va, protetto dalla sorte
    nella porzion di tempo ad intervallo
     
    tra il cobalto e la nascente aurora
    e calmo il miracolo s’avvera
    al primo raggio sopra l’orizzonte.
     
    E nastri e nastri incidono la luce
    sul blu ch’adesso vuol chiamarsi azzurro,
    azzurro pria che il cielo se n’avveda.
     
    Schiarito appar metà dell’universo
    a mo’ di quando dopo il lungo inverno
    i primi verdi muovono la zolla
     
    prendendo posto ov’era solo brina
    con il silenzio a fare da interregno
    nel freddo assolo regalato al vento.
     
    Fantasma destinato negli abissi,
    solitudo, che scoglio or abbandona,
    sfibrata defluisce verso il largo
     
    e lascia spazio a piedi di fanciullo
    dacché le orme su quel ner lui vuole
    calcare ancora come pria ha fatto. 
     
     
    *
    Stesura Anno 2017
    Pubblicata sul Mensile IL SAGGIO 12/2017

     
  • 21 marzo alle ore 16:41
    Se puoi

    Se puoi, 
    rimani ancora addormentata
    tra le assordanti note
    che il fiato dei tuoi anni
    emette sull'altare della tua bellezza.
    Ai miei cresciuti occhi io chiedo
    i tuoi capelli e un tuo sorriso
    e torno indietro lesto
    a incorniciare panorami azzurri.
    Al tuo risveglio muto,
    vorrei poter spiare piano
    le nuove fantasie di donna
    e lo sbadiglio che accarezza il giorno.

    Se puoi, 
    rimani ancora accoccolata
    al primo gioco della vita,
    sfiora il tuo domani con clandestina idea
    e non fissare il vuoto oltre il cancello.
    Io intanto misuro la mia maschera
    e ritento il mio passato.
    Poi mi assale un pianto di protesta
    e sciupo tutto, anche una chimera.
    Ridestami al suono delle tue parole,
    ritemprami all'acqua della giovinezza
    e dimmi pure che non è peccato
    cercare l’eco della tua musica.

    *
    Anno di stesura 1969
    Pubblicata all’interno del romanzo “Viaggio in V classe” (Edizioni Il Filo – Prefazione di Pietro Zullino) 
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia – Prefazione di Angela Ambrosoli) 

     
  • 12 marzo alle ore 11:48
    In un mattino quando fuori brina

     
    Quest’oggi e sempre,
    amore voglio addosso
    come tiepido flusso d’acque chiare
    su nuca, spalle e fianchi infreddoliti
    in un mattino quando fuori brina
    e il davanzale ruba gocce alla vetrata.
     
    Cocente,
    il sole arriverà puntuale
    ad ingoiare i vapori della notte,
    a dare un senso a questo giorno nuovo
    ma nell’attesa dell’atteso evento
    vado cercando anticipi del bello.
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2010
     
     
     
     
     
     

     
elementi per pagina
  • 20 luglio alle ore 11:35
    Come se ci fossimo amati

    Come comincia:  
    Il sole era ormai ubriaco del suo stesso esagerato calore. Cadeva in acqua tuffandosi piano sulla retta che separava il cielo dal mare di Sabaudia. Visibilmente affascinato da questa leggiadria, Saverio, nell’attesa di Fabiana continuava a seguire l’evoluzione di un tramonto per lui così importante. Probabilmente, in una sorta d’irriverente sfida, il pensiero era corso al “suo” mare di Pentimele, in quel di Reggio Calabria dov’era nato e dove aveva vissuto la giovinezza prima di trasferirsi a Roma. Il suo animo romantico ancora una volta non lo abbandonava e non a caso aveva voluto scegliere, sarebbe meglio dire imporre, lui, il luogo dell’incontro.
    “Pensavo non venissi.”
    “E perché mai? Ti dissi, se ben ricordi, che adoro questo tratto di spiaggia. Lo trovo riposante. Non c’è mai tanta gente e, per quanto isolato, un panino e una birra li rimedi sempre. Stasera poi alla vecchia pianola del bar c’è Nico, mio cugino.”
    Saverio guardò con insistenza la collega d’ufficio per registrarne l’aria che sentiva già gradevole. Come in cuor suo aveva sperato, quei capelli neri non erano stati legati alla nuca. Fluivano con garbo sulle spalle e sulle orecchie e in parte anche sulla fronte senza per questo sacrificare alla vista il verde degli occhi. Pantaloni e camicetta attillata, Fabiana vestiva di bianco e ciò gli appariva strano sapendo quanto quella donna amasse i colori. Per fortuna non aveva dimenticato di indossare il foulard smeraldo che a lui piaceva tantissimo. In quei ventotto anni vi era straripante bellezza da cogliere e custodire con cura.
    In azienda i primi approcci promettevano bene. Giorno dopo giorno s’infittivano. Si arricchivano di qualche confidenza in più e si coloravano d’intimità per via di certi tentativi di messa a fuoco, ancora timidi ma promettenti. E tuttavia, sul lavoro, stavano obbedendo al rituale rispetto dei ruoli e all’esigenza di trovare un comune riparo da occhi indiscreti e orecchie un po’ troppo deste.
    “Se penso al rientro in ufficio, sento già il gelo dell’inverno! Come sono andate le ferie? ” - domandò Fabiana.
    “Quando torno a Reggio, per me va sempre bene. Tu, però, goditi questi ultimi giorni e fammi la cortesia di non pensare al commendator Marengo.” - rispose Saverio, tradendo un tono pressoché paternalistico.
    Il viso di Fabiana s’incupì:
    “Non nominarlo, ti prego. Non sopporto quel vecchio fanatico e fargli da segretaria mi procura un senso di fastidio e disistima.”
    Tutte cose che Saverio sapeva, nonostante fosse trascorso poco tempo dalla sua assunzione come direttore editoriale della Maredit S.p.A.
    Scrittore di lungo corso, non poteva certo definirsi un romanziere di successo. A dire il vero, qualche riconoscimento importante non era mancato ma ciò di cui avvertiva costantemente l’assenza era l’ispirazione illuminata per un progetto narrativo di più alto respiro che pure aveva sempre inseguito. Così, forte di un’intensa esperienza maturata nei salotti letterari dell’Urbe, pensò bene di fare gavetta come critico letterario presso una piccola casa editrice e successivamente presso un’altra, più grande, che gli consentì di fare un buon salto di carriera accettando la Maredit. I suoi cinquant’anni, considerata la crisi economica, erano quindi ben difesi in attesa di tempi migliori. Di contro, sotto altri aspetti più personali, quell’età nascondeva notevoli insidie. Qualche storia d’amore di buona intensità e un’altra, più seria, non furono del tutto fortunate e non è il caso adesso di andare a cercare i motivi e i colpevoli. Abituato da sempre a stare in mezzo alla gente, era cosciente del fatto che vivere da solo non lo realizzava compiutamente. Del single riusciva, però, a cogliere certi vantaggi. Si appropriava di un senso di più ampia libertà che lo metteva nelle condizioni di sgocciolare ugualmente un’esistenza dignitosa in cui c’era spazio per i rapporti umani e per qualche amicizia da coltivare.
    In questo collaudato microcosmo, Fabiana era un’opportunità da non trascurare e nel cuore di Saverio, man mano che i due si conoscevano meglio, quella donna ora rischiava di andare a occupare uno spazio delicatissimo. La sensibilità di Saverio costituiva un pericolo per entrambi. In lui la predisposizione a percepire in anticipo reazioni e contro reazioni dell’animo umano, tracciava un viatico di sofferenza affettiva. La serietà che riversava nel fiutare e sentire amore verso l’altro sesso rappresentava un freno nella capacità di prendere iniziative convincenti per dar vita a un serio rapporto.
    In Fabiana, l’iniziale approfondimento di pregi e difetti caratteriali e il passaggio a una comune visione intima e reciprocamente gratificante, incuteva timore. L’ultima delusione sentimentale, di cui aveva parlato a Saverio, le aveva lasciato un segno netto, inconfondibile, una cicatrice ancora lungi dal sentirla guarita.
    Intanto il sole stava completando il suo tuffo. I lampioni e l’insegna del piccolo bar presto si sarebbero accesi.
    “Dai! Avviciniamoci un po’ a riva.” - disse Fabiana la cui attenzione era stata catturata da una barca con i fianchi verdi e azzurri e sulla quale un pescatore stava sbrogliando una rete.
    “Ascoltami mio caro Saverio. Se tu guardi attentamente quella rete, vedi me. Io sono tutta ingarbugliata e devo trovare il bandolo per liberarmi.”
    “Posso provarci io, posso farcela.”
    “No! Devo farlo da sola. Soltanto così potrò ritrovarmi integra, pronta per sentirmi utile.”
    “Non so se mi sto innamorando di te, ma so che se mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    “Cos’è? Un meraviglioso incipit per il tuo prossimo romanzo?”
    “No, Fabiana. È Saverio Marra che ti sta parlando qui in riva al mare, in questo fine agosto e davanti a questo sole che prima di tramontare del tutto vorrebbe essere testimone di quanto ho detto.”
    “La tua è un’affermazione che mi pare non richieda risposta, o sbaglio?”
    “Richiede comunque una replica, qualunque essa sia.”
    “E allora concedimi di dirti anch’io una cosa… non so se non mi sto innamorando di te, ma so che se non mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    Il viso di Saverio si rabbuiò:
    “Che sciocco sono stato a prefigurarmi una bella storia. I sogni d’amore sono sempre i più difficili da realizzare. Diventano utopie quando si vorrebbero fondere armonicamente cinquant’anni da una parte e ventotto dall’altra. Scusami Fabiana. Sono un ingenuo, un romantico perdente.”
    “Non mi sento pronta per questo viaggio da fare insieme ma sappi che ti voglio bene. Se anche tu me ne vuoi, ho un’idea meravigliosa.”
    “Dimmi.”
    “Tu scrivi bene, sto leggendo il tuo ultimo libro.”
    “Non capisco cosa c’entri con l’idea meravigliosa…”
    “Quando tornerai a casa, accendi subito il PC e fai lavorare la tastiera senza sosta. Dai inizio a un nuovo romanzo, al nostro romanzo. Racconta questa nostra storia e portala a compimento, esattamente per come l’avevi immaginata. Vedrai, sarà come se ci fossimo amati.”
    Saverio annuì non senza averle prima dato un bacio.
    Sulle note di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Fabiana lo afferrò per un braccio, gli sistemò il giubbotto blu, gli passò una mano sui baffi, gli accarezzò i capelli brizzolati e spalancò un sorriso:
    “Forza Saverio, andiamo ad ascoltare la pianola di Nico. Stasera offro io: una pizza, una birra, un caffè e del whisky. Ma non farci l’abitudine, eh!”
    Il sole affondava l’ultima parte di semicerchio. Il mare già faceva da guardiano alla sera che, quieta, avanzava per fare spazio alla notte.