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in archivio dal 08 gen 2019

Aurelio Zucchi

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia
Segni particolari: Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

elementi per pagina
  • giovedì alle ore 12:11
    Versi ribelli

    Parole in disordine,
    vaganti sul bianco
    ancor prima d’esser graffi
    nei punti più adatti in sincronia
    con quanto vuole la rabbia dettare.
     
    Mare e luna si mettano da parte!
    Poesia ribelle, questa,
    che inasprisce e decolora i sogni
    con versi piegati a condanna
    d’inopportuno tempo avverso.

     
  • martedì alle ore 12:15
    Una difficile primavera

     
     
    Al sorger d’ albe pressoché uguali
    a notti che di sonno non ho riempito,
    cedo molecole del non abbandono
    e sento il vero sapore immeritato.
     
    Vanno avanti, le indifendibili ore,
    e sembra che io non abbia il tempo
    di volgere un solo sguardo d’affetto
    verso il sole di questa primavera.
     
    Cerco gli incavi della tenerezza,
    ascolto a convenienza ogni ragione
    ma è solo spavento il destreggiarmi
    nel tic tac d’eccessiva sofferenza. 
     
     
    Anno di stesura 2011 
    Menzione Speciale I Ed. Premio Int/le di Arti Letterarie “Thesaurus” Sezione poesia inedita “Trofeo Salvatore Quasimodo” (2012)
     

     
  • 02 marzo alle ore 13:41
    Tra le braccia dell'oggi

     
    E son qui, col peso degli anni
    che greve al crepuscolo appare
    e lieve diventa al sorgere del sole.

    Qui - tra le braccia dell’oggi -
    conquisto le ore del declino
    in esse versando aria frizzante.

    Aprirò tutti i pori al pensiero
    di volerli riempir di frescura,
    ossigeno del nuovo sogno.
     
     
    2010
    (Poesia dedicata al poeta e scrittore Danilo Mar)
     

     
  • 23 febbraio alle ore 21:41
    Non devo più nascondermi

    L’aria, fuori dal torrione,
    è diversa dalla mia.
    Beccheggia tra le invitanti strade
    fin troppo larghe perché anch’io
    non le guadagni come gli altri.

    Mi metterò, quindi,
    lo zaino delle smanie in spalla,
    provando a oltrepassare indenne
    la folta siepe che separa me
    dall’uniformità.

    Quando sorrido e quando no,
    avverto al cuore un’onda lunga
    più o meno avendo l’impressione
    d’essere io, io solo al mondo,
    a saperlo fare.

    In più,
    chiudo gli occhi a quanto gira attorno
    e li apro ai menestrelli della vita
    col grave errore
    di perdermi chissà che cosa della ruota.

    No!
    Non devo più nascondermi
    nel collo altissimo di un dolce vita,
    tra il pulviscolo di questo nuovo cielo,
    in grembo a riccioli di nuvole
    che… non sono mie!

    No!
    Non devo più nascondermi
    nelle cantine delle dolci orme,
    in pance di scintille di bellezza
    o aggrappato come rospo raro
    all’àncora scaduta d’annegati sguardi.

     
  • 13 febbraio alle ore 11:50
    Un suono non odo

    Consegnando il cielo all’aurora,
    l’ultima stella controvoglia se ne va.
     
    Un suono non odo,
    non dico un’armonica orchestra,
    ma un piccolo clamore, una nota,
    un respiro a scandire il virare
    tra resti di tenebre e i primi sbadigli del giorno.
     
    L’immenso non m’illumina
    e cerco voci che fendano silenzi.
     
     
    *
    Data di stesura 05/12/2013

     
  • 05 febbraio alle ore 20:51
    Al tocco delle prime luci

    Albeggia di quel tanto che mi basta
    per mettere alle spalle la mia notte
    e cerco la tutela dei ricordi
    che stentan tuttavia a farsi volti.
     
    Di là dal davanzale l’aria cheta
    felpata mi raggiunge, mi accarezza,
    sminuzza grumi gonfi d’incertezza,
    rimescola il tempo dell’attesa.
     
    Non più mi giro e mi rigiro a letto,
    ho smesso di grattarmi a sangue il viso.
    Lo sguardo or s’adagia sulla tela
    ov’è un mare stufo d’aspettarmi.
     
    Avverto in lontananza il respiro
    del fico mai sazio del suo sole,
    del tiglio al tocco delle prime luci
    e tutto ciò mi veste e mi colora.
     
    Mi accosto al vetro per cercar conferme
    ed ogni cosa fuori e dentro vive.
     
     
    *
    19/12/2019
     
     

     
  • 02 febbraio alle ore 22:18
    Un fascio di luce

    Ho visto un fascio di luce
    cercato in un dedalo nuovo.
    Intanto che la musica andava,
    vi danzava una speranza sopra.
     
    Passi d’armonia benedetta
    fino a quando rincasò il buio.
    Fu di nuovo silenzio già provato
    ma gli occhi si ridisposero alla mira.

     
  • 30 gennaio alle ore 18:46
    Rifugio è il verso

    Di poesia l’animo coloro
    quando la tela tende a sbiadire
    come il sentiero lungo l’arenile
    e con il sole a lavarsene le mani.
     
    Si danno il turno, vento nebbia e pioggia
    mentre è il mare il solo baluardo
    a sostegno di un battito vitale,
    avanzo azzurro che l’attesa placa.
     
    Rifugio è il verso anche se muore
    al mio primo cambio di tendenza,
    quel ridere sulla fragilità
    che io combatto ma non sconfiggo.

     
  • 17 gennaio alle ore 14:10
    Non avevo mai visto una fata

    Non avevo mai visto una fata,
    fino a ieri.
    Da bambino me l’ero immaginata,
    come tanti,
    un po’ sul genere della turchina.
    Niente male
    l’assolo di bacchetta sulle dita,
    occhi verdi.
     
    Al primo nodo di cravatta azzurra,
    diciottenne,
    nel corpo d’un amore la cercai
    e nell’anima.
    Poi, quando la denudai al sole,
    piano piano,
    guardai solo una ragazza bella,
    punto e basta.
     
    Non avevo mai visto una fata,
    fino a ieri
    quando, il mare ed io incavolati,
    (lui mi somiglia un po’)
    in un tramonto forse d’altri tempi,
    lei arrivò.
     
    Se ne usciva stanca e a testa china
    dalle onde :
     
    “In questa sacca per te ho raccolto,
    con fatica,
    tutti i sogni che ancora devi fare,
    proprio tutti.
    Li ho disincagliati dai coralli,
    uno ad uno,
    per sottrarli ad orrendi pescecani
    Dimmi grazie.
    Adesso dammi la colonia antica,
    per favore,
    e dopo il caldo bagno e un bacio,
    uno solo,
    mi vedrai sparire in compagnia
    del sole.
    Non piangerai in questa notte tua,
    l’alba verrà.”
     
     
    Stesura Anno 2008
    Tratta da “Appena finirà di piovere” - Global Pressi Italia - 06/2010 –

     
  • 10 gennaio alle ore 17:44
    L’ultima luna

     
     
    L’ultima luna si scansò irata.
    Poi, raggiunse le scampate stelle
    e mugugnò sui diritti tolti.
     
    Da lì in poi fu soltanto giorno
    col sole, odioso se è troppo sole,
    a far luce su quanto era già chiaro.
     
    Troppo evidenti queste nostre guerre,
    fratelli che non sono più fratelli,
    moderni amori privi dei sospiri.
     
    Rivoglio belle notti, quelle vere,
    che silenziose osano placare,
    dove le luci posso anche sentire.
     
    Viene a mancare più di tutto il sogno
    quasi imposto da una stella amica
    mentre l’ultima luna aspetta muta.
     
     
     
     
     
    Anno di stesura 2008
     
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia - 06/2010 – Pref. di Angela Ambrosoli)

     
  • 08 gennaio alle ore 14:10
    Place des Vosges

     
    È forse l’aria degli inverni nuovi,
    il giallo addosso al freddo asfalto
    o anche il volo di colombe nere
    che impedisce di cader nel sogno.
     
    I passi nei portici disegnano
    le strane orme d’un cammin veloce
    e silenzioso a me riappare il cielo
    arcano, non sol per colpa delle nubi.
     
    Di quali suggestioni Victor Hugo
    poté servirsi al sorgere del verso?
    Romanticismo lungi da venire,
    ne fu, in tal quadrato, pioniere?
     
    In questo stesso spazio dove allora
    tremavano gli amor come le foglie,
    forse Calliope dettò poesia
    e poi sparì lasciando fertile la scena.
     
    Nel blu d’ardesia a colorare i tetti,
    calcaree pietre e mattoni eterni
    ancora insistono a trovar la forza
    di dare il là ad un mai morto tempo.
     
    Non muor nella mia anima il coraggio
    di impiccare - di là da Place des Vosges -
    novelli specchi e ansie a tutte l’ore
    almeno fino al tocco del tramonto.
     
     
     
    *
    Anno di stesura  2009 
    *
    Per chi non conosce Parigi e dovesse o volesse un giorno andarci, consiglio vivamente di recarsi in questa stupenda, unica, meravigliosa piazza. E’ la prima cosa che vado a vedere quando ritorno a Parigi. Le atmosfere che la piazza emana sono irrinunciabili specie se si va a visitare la casa di Victor Hugo.

     
  • 02 gennaio alle ore 13:08
    Il cassetto terzo a destra

    Se volete che smetta di piangere
    costruite per me un aquilone azzurro.
    Portatemi sulla spiaggia dei segreti
    in una giornata d’agosto inoltrato,
    nell'ora del meriggio o, meglio, all'imbrunire
    quando il vento di mare si sente senza farti male.
     
    Già sento mugugni, c’è chi mi sgrida:
    “Ecco, ci risiamo, i soliti capricci…”
     
    Allora, posso chiedervi qualcosa
    che vi impegni senza neanche uscir di casa.
    Trovatemi la chiave che ho smarrito
    nel mio girovagar per queste stanze,
    la chiave del cassetto terzo a destra
    della dispensa che marcisce giù in cantina.

     
  • 01 gennaio alle ore 12:29
    Cieli di gennaio

     
    Intanto che mi saturo di pioggia
    e l’acqua a terra si trasforma in gelo,
    nei cieli di gennaio cerco luce.
     
    Il burbero, così chiamo il tempo,
    avanza a passo lento, sembra zoppo
    e schiude l’ora della resistenza.
     
    Precoce l’adescare primavere,
    d’amaranto m’infagotto il collo.
    Ancora nudo il nido sul faggio.

     
  • 27 dicembre 2019 alle ore 20:57
    Il mio respiro impera

    Dovrò decidere se sentirmi piuma
    ormai affidata a crinale d’onda
    oppure onda spessa che ora alza
    e ora abbassa la superba cresta.

    Il mio respiro impera,
    annulla il tempo quale che sia,
    fa schiava questa pelle calda
    che a comando si distende e stira.

    Il buio, aperti o chiusi gli occhi,
    non cambia d’una virgola nuance
    mentre mi accorgo che di lui
    da parte ho messo ogni paura.

    Poi, del respiro perdo ascolto
    al primo prillo del cuscino,
    al colpo di tosse intempestiva,
    all’idiota attacco dei pensieri.

    Nella mia gara contro il sonno,
    ancora prima che io perda,
    tento e ritento d’esser solo,
    di risentire il suono di tamburo.

    Tra poche ore, rasoio in mano,
    non mi ricorderò d’aver fissato
    né in una lacrima né in un sorriso
    l’istante in cui sul serio vivo.

    *
    Anno di stesura 2008
    (Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010 – Pref. Angela Ambrosoli)

     
  • 23 dicembre 2019 alle ore 21:03
    Datemi un'alba

    Datemi un’alba
    di quelle che vedevo tempo fa
    mentre passavo l’esca viva
    a Gino, mio fratello, 
    equilibrista sullo scoglio nero.
     
    Assicuratevi, però,
    che l’ora sia la più giusta
    che il mare sia protagonista
    col sole a fargli buona spalla
    ancor prima d’esser semicerchio.
     
    Mettete, se potete,
    la scia d’un vecchio gozzo in legno,
    i primi suoi riflessi in acqua
    e il viso asciutto d’un pescatore
    che chiamerete Peppe, e basta!
     
    - Peppe! Dov'è che vai questa mattina? -
    - Io vado dentro, dove lui mi porta.Poi butterò i cento e passa ami e aspetterò, caffè e sigaretta in bocca. -
     
    Datemi un’alba,
    di quelle che vedevo tempo fa
    ed io la fermerò,
    dovessi usare il chiodo d’oro
    al quale ho appeso nostalgie perenni!

     
    *
    Anno di stesura 2007
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010)

     
  • 21 dicembre 2019 alle ore 17:18
    Com'è che pregherò?

     
    Quando ci lasciasti la miglior preghiera
    e mani al Cielo indicasti a Chi era rivolta,
    io ero forse un po’ distratto, un po’ così…
    La Luce fu più capace delle Tue parole.
     
    Da allora, nulla ho imparato per salvarmi,
    neanche l’ansia di tramutarmi in sonno
    lungo i prati spettinati dalla Fede incolta
    o nelle mille arene della città smarrita.
     
    É freddo, l’uomo, dinanzi al Tuo progetto.
    Divide terra come pingue torta, a spicchi.
    Di qua una guerra brucia, di là un’altra pure
    e nell'impazzita crema paradisi improbabili.
     
    Allora, com’è che pregherò la volta in cui
    l’ultima pace starà per vacillare anch'essa,
    quand'anche in casa mia il dubbio monterà
    e il centro del mio cuore sarà solo carne marcia?
     
    Avvertirò paure così atroci da non avere poi
    nemmeno il tempo di ricredermi nel Giusto.
    Non mi accorgerò di cieli che si abbasseranno
    ad ingoiar peccati e bocconi misti a fiele.
     
    Dovrò ricominciare a carta di Vangelo,
    prestare gli occhi alla Tua Croce inevitata,
    riabituarmi a Dio, alla speranza, al credo
    e ritrovar la giusta rotta per la retta via.
     
    Allora, com’é che pregherò la volta in cui,
    Santiago in mezzo al mare, mi sentirò perduto?
    La supplica per l’ultima pietà non basterà.
    Basteranno le mie fredde mani giunte?

     
  • 18 dicembre 2019 alle ore 17:28
    L’autentico respiro del tempo

     
     
    Recluso nel mescolìo dell’oggi
    m’è di conforto l’azzurro aspetto
    del mare mio ultimo migliore
    quando, nei meriggi d’agosto,
    dell’acqua non vedevo i rimbalzi
    e, lamine perfette, le onde
    stillavano frescura alla battigia.
     
    Era - quello - l’autentico respiro
    del tempo che intanto scorreva
    quieto, generoso seppur lesto,
    a scandire ogni brivido nuovo
    in un cuore in balia delle emozioni.
    Volumi, curve e colori nella norma.
    Toni regolari, aritmie assenti.
     
    *
    Anno di stesura 2013
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 16 dicembre 2019 alle ore 12:31
    Scriverò di te

     
    Scriverò di te
    quando l’ultimo gradino azzurro
    dietro di me perderà colore
    per frantumarsi sulla terra.
     
    Giunto alla regione estrema
    mi sdraierò sul feto di una nuvola,
    inizierò a girare il nastro
    e ti vedrò a colori.
     
    Scriverò di te
    sulle sfere del nuovo ossigeno.
    Narrerò del nostro amore
    e ne descriverò i colori.

     
  • 14 dicembre 2019 alle ore 17:48
    La pioggia mi parlò

    In quel meriggio e fino a tarda sera,
    la pioggia mi parlò continuamente.
    Abbandonato sul divano ocra,
    guardai sui vetri la danza delle gocce
    e mi sorpresi d’esserne allietato.
     
    Da lì a poco divenne tutto un busso
    quasi che l’acqua volesse entrare in casa.
    Doveva forse sussurrarmi altro,
    qualcosa che destasse l’indolenza.
     
    Pensai che in fondo non s’è mai soli,
    che basta un tuono a stuzzicare il cielo
    per assieparsi nelle alcove antiche
    pronti ad offrire voli al nuovo sole.
     
    La notte poi fermò l’introspezione
    distribuendo stelle a più non posso,
    e, sulla scena la luna ingannatrice,
    ricaddi sul sofà dei miei silenzi
    prigioniero di malinconie nemiche.

     
  • 13 dicembre 2019 alle ore 20:31
    Andrò a rivedere la collina

    Andrò a rivedere la collina
    prestar le curve ed un suo fianco
    al solito capriccio del mio mare
    prima d’essere invaghito a mille
    di un nuovissimo tramonto lento.
     
    Andrò a rivederla dileguarsi
    nel primo arrendersi del liso giorno
    che consegnandosi al suo dio tempo
    da verde a nera la fa diventare
    così che con la notte io la confonda.
     
    Questi occhi distrarrò nell’amaranto
    d’antico cielo tutto riversato
    nell’ultima pretesa di quel sole
    che pur morendo nell’ingenuo inganno
    vuol dare vita al replicar del mare.
     
     
     
    *
    Stesura Marzo 2009
    (Menzione d’Onore Speciale alla V Ed. del Premio Letterario La Clessidra 2010)

     
  • 09 dicembre 2019 alle ore 14:02
    Penombra

     
    Ma quale malinconico ostentare
    emerge adesso ch’ogni luce affonda?
    E che tristezza prendermi vorrebbe
    solo perché distratto è ora il sole?
     
    Penombra voglio solo a regolare
    contrasti e toni a crescer troppo in fretta,
    a rischiararmi dentro negli anfratti
    del divenir compagno dei miei anni.
     
    Penombra arrivi ad acquietare il giorno,
    a renderlo una prova di livello
    così che nella sporta poi finisca
    per fare parte di quel mio fluire.
     
    Se l’alba e il dì non sono sufficienti
    a dirozzare i dubbi e le paure,
    l’arrivo necessario della sera
    ridesta ben la consapevolezza.
     
    Penombra voglio ad addolcire il plasma
    per decantar le facili tossine
    così che ingenua presunzion mi prenda
    del navigare i più puliti mari.
     
    Penombra arrivi a frantumare il prisma
    ed indagar da dove parte il raggio.
    Da lì, seguir le mille direzioni
    e poi, al sonno, ricompor cristalli.
     
     
     
     
     
    *
     
    Anno di stesura 2009
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010 – Prefazione Angela Ambrosoli)
    Antologia Versi Diversi XII Ed. Centro Culturale Studi Storici Il Saggio
     
    Fiorino d’oro XXVII Ed. Premio Firenze (05/12/2009) 
    Medaglia d’Argento XIV Ed. Premio Letterario Ida Baruzzi Bertozzi  (2010)
     

     
  • 26 novembre 2019 alle ore 13:51
    Altra cosa è la felicità

     
    Al tempo che rimane
    affido il senso d’una vita vaga,
    il sogno mio da scartocciare
    tra stille pregne di sudore.
     
    Toccare un cielo sereno,
    comprimerlo tra queste mie mani
    e sentire l’odore che fa.
    Soltanto ciò, non oso di più…

     
  • 25 novembre 2019 alle ore 12:50
    Parlami del tempo che verrà

    Che dici, sarà ancora intatto
    il pendio di cui t’ho raccontato,
    quello della brullissima collina
    dalla cui cima, di sasso a mezzaluna,
    guardavo il mare nell’ora sua migliore?
     
    Chissà se, specie di mattino presto,
    ripercorrendo l’allor muto sentiero,
    l’odore di lavanda e gelsomino
    continua intenso a provocare amori,
    a firmar l’aria ancora di suo pugno… 
     
    Figlio del 2000,
    parlami del tempo che verrà
    ma senza dirmi come sempre fai,
    che “da mo’ che è cambiato tutto!”,
    che il mondo d’oggi è un’altra storia
    e chissà cosa diavolo diventerà!
     
    Piuttosto, indaga in giro sui sorrisi
    e porta due tre notizie confortanti,
    baci vermigli dei nuovi innamorati
    oppure, che ne so, avanzi di carezze
    che madri e figli si sono barattati.
     
     
    .

     

     
  • 23 novembre 2019 alle ore 14:20
    Pioggia di foglie

     
    Manichini ricoperti di lana
    e solito blu di pigiami in mostra.
    Di qua dal vetro schizza il ricordo
    dell’ultimo agosto, onde accecanti
    di un’estate fuggevole amica.
     
    Il passo si fa sempre più spedito
    e l’eco del freddo l’aria riempie.
     
    Il cielo si diverte ad osservare
    la lenta pioggia di foglie a dispetto
    che tracciano voli di morbide morti
    quasi a spezzare il conveniente appiglio
    di chi solo nel mare vede il meglio.
     
    Di giallo caduco si fa la strada dell’oggi,
    dimenata dai capricci, anche del vento.

     
  • 20 novembre 2019 alle ore 20:33
    Vorrei essere mia madre

    Vorrei essere mia madre
    vestita col vestito a fiori,
    le mani ogni momento calde,
    sorriso a tutte le occasioni.
     
    Con i suoi occhi poi vorrei
    guardare me in ogni età,
    dai pantaloni ancora corti
    ai pantaloni ancora lunghi.
     
    Or ch'è presente e non,
    vorrei essere mia madre
    perché dal punto più remoto
    …io…lei…possa accarezzarmi.
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2008
    Poesia Pubblicata nell'Antologia Donna Mistero Arte n.3 a cura del Centro Culturale Studi Storici Il Saggio
     

     
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  • 22 gennaio alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
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    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)

     
  • 20 luglio 2019 alle ore 11:35
    Come se ci fossimo amati

    Come comincia:  
    Il sole era ormai ubriaco del suo stesso esagerato calore. Cadeva in acqua tuffandosi piano sulla retta che separava il cielo dal mare di Sabaudia. Visibilmente affascinato da questa leggiadria, Saverio, nell’attesa di Fabiana continuava a seguire l’evoluzione di un tramonto per lui così importante. Probabilmente, in una sorta d’irriverente sfida, il pensiero era corso al “suo” mare di Pentimele, in quel di Reggio Calabria dov’era nato e dove aveva vissuto la giovinezza prima di trasferirsi a Roma. Il suo animo romantico ancora una volta non lo abbandonava e non a caso aveva voluto scegliere, sarebbe meglio dire imporre, lui, il luogo dell’incontro.
    “Pensavo non venissi.”
    “E perché mai? Ti dissi, se ben ricordi, che adoro questo tratto di spiaggia. Lo trovo riposante. Non c’è mai tanta gente e, per quanto isolato, un panino e una birra li rimedi sempre. Stasera poi alla vecchia pianola del bar c’è Nico, mio cugino.”
    Saverio guardò con insistenza la collega d’ufficio per registrarne l’aria che sentiva già gradevole. Come in cuor suo aveva sperato, quei capelli neri non erano stati legati alla nuca. Fluivano con garbo sulle spalle e sulle orecchie e in parte anche sulla fronte senza per questo sacrificare alla vista il verde degli occhi. Pantaloni e camicetta attillata, Fabiana vestiva di bianco e ciò gli appariva strano sapendo quanto quella donna amasse i colori. Per fortuna non aveva dimenticato di indossare il foulard smeraldo che a lui piaceva tantissimo. In quei ventotto anni vi era straripante bellezza da cogliere e custodire con cura.
    In azienda i primi approcci promettevano bene. Giorno dopo giorno s’infittivano. Si arricchivano di qualche confidenza in più e si coloravano d’intimità per via di certi tentativi di messa a fuoco, ancora timidi ma promettenti. E tuttavia, sul lavoro, stavano obbedendo al rituale rispetto dei ruoli e all’esigenza di trovare un comune riparo da occhi indiscreti e orecchie un po’ troppo deste.
    “Se penso al rientro in ufficio, sento già il gelo dell’inverno! Come sono andate le ferie? ” - domandò Fabiana.
    “Quando torno a Reggio, per me va sempre bene. Tu, però, goditi questi ultimi giorni e fammi la cortesia di non pensare al commendator Marengo.” - rispose Saverio, tradendo un tono pressoché paternalistico.
    Il viso di Fabiana s’incupì:
    “Non nominarlo, ti prego. Non sopporto quel vecchio fanatico e fargli da segretaria mi procura un senso di fastidio e disistima.”
    Tutte cose che Saverio sapeva, nonostante fosse trascorso poco tempo dalla sua assunzione come direttore editoriale della Maredit S.p.A.
    Scrittore di lungo corso, non poteva certo definirsi un romanziere di successo. A dire il vero, qualche riconoscimento importante non era mancato ma ciò di cui avvertiva costantemente l’assenza era l’ispirazione illuminata per un progetto narrativo di più alto respiro che pure aveva sempre inseguito. Così, forte di un’intensa esperienza maturata nei salotti letterari dell’Urbe, pensò bene di fare gavetta come critico letterario presso una piccola casa editrice e successivamente presso un’altra, più grande, che gli consentì di fare un buon salto di carriera accettando la Maredit. I suoi cinquant’anni, considerata la crisi economica, erano quindi ben difesi in attesa di tempi migliori. Di contro, sotto altri aspetti più personali, quell’età nascondeva notevoli insidie. Qualche storia d’amore di buona intensità e un’altra, più seria, non furono del tutto fortunate e non è il caso adesso di andare a cercare i motivi e i colpevoli. Abituato da sempre a stare in mezzo alla gente, era cosciente del fatto che vivere da solo non lo realizzava compiutamente. Del single riusciva, però, a cogliere certi vantaggi. Si appropriava di un senso di più ampia libertà che lo metteva nelle condizioni di sgocciolare ugualmente un’esistenza dignitosa in cui c’era spazio per i rapporti umani e per qualche amicizia da coltivare.
    In questo collaudato microcosmo, Fabiana era un’opportunità da non trascurare e nel cuore di Saverio, man mano che i due si conoscevano meglio, quella donna ora rischiava di andare a occupare uno spazio delicatissimo. La sensibilità di Saverio costituiva un pericolo per entrambi. In lui la predisposizione a percepire in anticipo reazioni e contro reazioni dell’animo umano, tracciava un viatico di sofferenza affettiva. La serietà che riversava nel fiutare e sentire amore verso l’altro sesso rappresentava un freno nella capacità di prendere iniziative convincenti per dar vita a un serio rapporto.
    In Fabiana, l’iniziale approfondimento di pregi e difetti caratteriali e il passaggio a una comune visione intima e reciprocamente gratificante, incuteva timore. L’ultima delusione sentimentale, di cui aveva parlato a Saverio, le aveva lasciato un segno netto, inconfondibile, una cicatrice ancora lungi dal sentirla guarita.
    Intanto il sole stava completando il suo tuffo. I lampioni e l’insegna del piccolo bar presto si sarebbero accesi.
    “Dai! Avviciniamoci un po’ a riva.” - disse Fabiana la cui attenzione era stata catturata da una barca con i fianchi verdi e azzurri e sulla quale un pescatore stava sbrogliando una rete.
    “Ascoltami mio caro Saverio. Se tu guardi attentamente quella rete, vedi me. Io sono tutta ingarbugliata e devo trovare il bandolo per liberarmi.”
    “Posso provarci io, posso farcela.”
    “No! Devo farlo da sola. Soltanto così potrò ritrovarmi integra, pronta per sentirmi utile.”
    “Non so se mi sto innamorando di te, ma so che se mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    “Cos’è? Un meraviglioso incipit per il tuo prossimo romanzo?”
    “No, Fabiana. È Saverio Marra che ti sta parlando qui in riva al mare, in questo fine agosto e davanti a questo sole che prima di tramontare del tutto vorrebbe essere testimone di quanto ho detto.”
    “La tua è un’affermazione che mi pare non richieda risposta, o sbaglio?”
    “Richiede comunque una replica, qualunque essa sia.”
    “E allora concedimi di dirti anch’io una cosa… non so se non mi sto innamorando di te, ma so che se non mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    Il viso di Saverio si rabbuiò:
    “Che sciocco sono stato a prefigurarmi una bella storia. I sogni d’amore sono sempre i più difficili da realizzare. Diventano utopie quando si vorrebbero fondere armonicamente cinquant’anni da una parte e ventotto dall’altra. Scusami Fabiana. Sono un ingenuo, un romantico perdente.”
    “Non mi sento pronta per questo viaggio da fare insieme ma sappi che ti voglio bene. Se anche tu me ne vuoi, ho un’idea meravigliosa.”
    “Dimmi.”
    “Tu scrivi bene, sto leggendo il tuo ultimo libro.”
    “Non capisco cosa c’entri con l’idea meravigliosa…”
    “Quando tornerai a casa, accendi subito il PC e fai lavorare la tastiera senza sosta. Dai inizio a un nuovo romanzo, al nostro romanzo. Racconta questa nostra storia e portala a compimento, esattamente per come l’avevi immaginata. Vedrai, sarà come se ci fossimo amati.”
    Saverio annuì non senza averle prima dato un bacio.
    Sulle note di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Fabiana lo afferrò per un braccio, gli sistemò il giubbotto blu, gli passò una mano sui baffi, gli accarezzò i capelli brizzolati e spalancò un sorriso:
    “Forza Saverio, andiamo ad ascoltare la pianola di Nico. Stasera offro io: una pizza, una birra, un caffè e del whisky. Ma non farci l’abitudine, eh!”
    Il sole affondava l’ultima parte di semicerchio. Il mare già faceva da guardiano alla sera che, quieta, avanzava per fare spazio alla notte.