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in archivio dal 08 gen 2019

Aurelio Zucchi

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia
Segni particolari: Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

elementi per pagina
  • mercoledì alle ore 14:36
    C’era un volta…

     
    C’era un volta
    non tanto tempo fa,
    un signore, non un Principe,
    che aveva il vizio di amare la vita.
     
    Un bel giorno…
    Sapete cosa fece?
     
    Prese per mano i suoi difetti
    e si incamminò per un sentiero,
    il sentiero sempre suo preferito
    che verso Sud finiva di fronte al mare.
     
    Giunto alla scogliera,
    si tolse le scarpe e i vestiti,
    controllò che il sole fosse alto ancora
    e giochicchiò un po’, un bel po’, con le onde.
    Eran basse,
    come spesso accadeva
    ogni qualvolta le rivedeva.
    Eran linde,
    come spesso accadeva
    ogni qualvolta le rivedeva.
     
    Poi, con fare sicuro,
    scelse tra tante una roccia,
    una roccia un po’ particolare.
    Era tonda,
    così tonda da sembrare finta.
    Il Nostro non amava gli spigoli,
    tranne quelli delle lune d’estate.
    Era liscia, quella roccia,
    così liscia da sembrare finta.
    Il Nostro non amava le rugosità,
    tranne quelle di un certo tipo di rosa.
     
    Soffiò sulla roccia,
    su di essa volle nudo sdraiarsi
    e per intero volle lui raccontarsi.
     
    Prima di rituffarsi,
    su quello stesso scoglio
    uno dopo l’altro con cura posò
    i difetti che aveva preso per mano.
     
    Al ritorno,
    trovò tracce
    di sole e… di sale
    giacché qualche onda
    aveva osato più delle altre.
     
    I suoi difetti
    erano stati lavati
    e qualcuno, ora, mancava.
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2010
     
    Testo pubblicato dal mensile Il Saggio (10/2010)

     
  • lunedì alle ore 11:14
    Anima e corpo in ginnica tenuta

     
    Hai mai provato, figlio mio,
    ad inseguire il veloce tempo
    in modo da non perderlo di vista
    neanche quando improvvisamente
    imbocca la più stretta delle curve?
    A tallonarlo, senza alcuna tregua,
    fino al preciso punto d’affiancarlo?
     
    Io sì, nella continua corsa,
    anima e corpo in ginnica tenuta,
    col travagliato sogno del campione
    che tenta la sua migliore impresa.
     
    E hai mai provato, figlio mio,
    a superarlo, il veloce tempo,
    ed esser tu a fare l’andatura
    coprendo a ritroso il tragitto
    ed esser tallonato senza sosta?
    A mantenere almeno una distanza
    per essere sicuro d’aver vinto?
     
    Io sì, nella continua corsa,
    anima e corpo in ginnica tenuta,
    col travagliato sogno del campione
    che giunge infine all’agognata meta.
     
    Guarda d’oggi cielo, terra e mare
    e scova tu, se ne sarai capace,
    bellezze nuove da incastonare.
    Ti aiuterà ad indossar la vita.
     
    Ma non dimenticare, figlio mio,
    di riguardare cielo, terra e mare
    e d’essere capace a scovar domani
    bellezze antiche da cristallizzare.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli)

     
  • sabato alle ore 14:09
    IL BALLO DELLE CENTO SPERANZE

    Respirando il tempo duro
    che via via inzuppa di finito
    la galassia delle cose andate,
    il colore del futuro è da inventare.
     
    Nella macina degli errori
    che mai avrei voluto fare,
    verso i sospiri del cuore distratto
    e salvo i sorrisi degli amori.
     
    Chissà per quanto tempo ancora
    il ballo delle cento speranze infuria
    quando troppa folla si assicura
    lungo le vie colme di presente!
     
    Quanto bisogno c’è di sognare?
    Sono falò di spiaggia abbandonata
    che fuma frammenti e lento li disperde.
    Sono solo, nonostante il mare.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2006
     

     
  • 28 aprile alle ore 10:16
    Tentativi

     
    Corre.
    La buona idea
    di chi libera il giardino
    dalle foglie morte,
    corre.

    Vola.
    Il buon seme
    che tra i superstiti
    ho raccolto chino,
    vola.

    Cantano.
    Le mie ragioni
    dentro un cielo
    che nessuno guarda,
    cantano.

    Rimbalza.
    Tutto nell’indifferenza
    rimbalza e torna a me,
    pietrificato.
     
     
     
    -
    (2005)
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010)
     

     
  • 27 aprile alle ore 14:19
    In sella ad un cavallo bianco

     
     
    In sella ad un cavallo bianco
    mi avviai dall’alba verso il giorno
    per poi, oltrepassate le colline,
    con un inchino salutar quegli anni,
    gli stessi che ora chiamo giovinezza
    e che allora non avean nome.
     
    Scendendo di gran fretta a valle,
    a lungo mi fermai nei verdi angoli,
    poi cercai il mare e sazio di emozioni
    mi abbandonai al suo perenne abbraccio.
     
    In seguito, odorai di uomo
    e mi tuffai nei fiumi dell’amore.
    Conobbi pure i duri labirinti
    a prima vista di città qualunque
    solo che quelli eran del Meridione
    così che mi inventai nuovo Teseo.
     
    Intanto che la vita andava avanti,
    che i chilometri me li bevevo tutti
    tra gli insistenti sguardi al mio futuro
    e le carezze del passato prepotente,
    ahimè ho smarrito il filo portentoso
    e quel cavallo non l’ho più trovato.
     
     
    *
    2008
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010)
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 24 aprile alle ore 12:03
    Io non poeta

    La poesia, quella di stanotte,
    é intrappolata in un non so dove,
    in un pertugio posto in fondo al cuore
    o, dentro l'anima, in un buco nero.

    Vuole silenzi che non le so dare
    quando il cuscino giro e poi rigiro,
    se piede al piede insisto a frizionare
    o gratto ciglia fino a farmi male.

    La strada che dovrebbe esser muta
    disturbo arreca con i suoi rumori
    ed il sussulto della sveglia odiosa
    scandisce tempo solo da fermare.

    Io non poeta sono prigioniero
    o, meglio ammettere, assai incapace
    di catturare lemmi uno alla volta
    per incastrarli in qualche verso mio.

    (…amore, amare, mare, terra, cielo,
    nuovi universi, lune, stelle e soli...)

    Non scriverò d’omerici vascelli,
    di una strega da tramutare in fata,
    di un seno sotto trasparente seta,
    o del viaggio verso un lungo bacio.

    Ancora prima di tentar poesia,
    facile preda io mi do a Morfeo
    e nebuloso mi diventa il tutto
    nel sogno incerto che andrò a fare.

    Ed é mattina, col sole alto di già,
    mentre a registro il ricordo metto.
    Sembra passato tanto di quel tempo
    e invece... in una man conto le ore.
     

     
  • 23 aprile alle ore 13:24
    Nel cielo che annulla ogni età

     
     
    La pelle del viso cambia colori.
    Tu non li vedi, sono solo riflessi,
    i riflessi migliori dei migliori tramonti
    sotto i quali da sempre insistiamo
     
    per assistere ai riti dell’esser felici
    che pensiamo un diritto acquisito
    epperò… non lo siamo…lo siamo…
    non lo siamo…lo siamo…
     
    Ti verrà d’aumentar la frequenza
    dei battiti tuoi delle ciglia stupite.
    Sentirai un inizio d’umido agli occhi:
    stilla di miele, la miglior testimone.
     
    E intanto benvenuta è la pioggia,
    la più amata che sia mai esistita,
    teneri scrosci dei brividi d’Eden
    che cadono muti sul cuore e le gote.
     
    Avrai come freddo, anche d’agosto,
    ma febbre non è, è tua suggestione.
    Avrai come caldo, anche d’inverno,
    ma caldo non è, è sudore alle mani.
     
    Disteso nel mezzo di mezza noce,
    barca sicura in un mare impensato,
    é così che in fuga tu metti la morte,
    che vita tu plachi e poi ridisegni.
     
    Spogliato di scudi, di te solo armato,
    alato nel cielo che annulla ogni età,
    è così che infine il respiro rimandi,
    che pane tu mangi e bevi emozioni.
     
    Non tenertele strette, non sii avaro!
    Non celarle nel sacco creduto proibito.
    Raccontale!

     
  • 22 aprile alle ore 12:13
    LA PRIMA, VERA, PRIMAVERA

     
    Quando più me le aspetto,
    verranno - certo che verranno -
    le ore in cui cambieremo
    cadenze e fogge alle stagioni.

    E cambieremo i loro nomi
    per quanto attorno ci accadrà,
    per il vento di turno che si vendicherà,
    per le piogge che c’inonderanno,
    per la neve che ci coprirà,
    per la grandine che ci trapasserà,
    per le nebbie che ci confonderanno,
    per il sole che ci cremerà.

    Semmai dovessimo entrare
    nel collegio dei nuovi onnipotenti,
    alziamo - vi prego - dieci dita ognuno
    per conservarla, una stagione,
    per difendere le nostre speranze,
    per soccorrere tutti quegli amori
    che ancora vorranno sbocciare,
    per salvarci…

    Non eravamo forse noi
    che corteggiammo i cieli,
    che ingoiammo a lungo
    i cenni d’albe poi fasulle?

    Non eravamo forse noi
    che attendemmo
    - come oggi -
    il nostro miglior tempo,
    la prima, vera, primavera?
     
     
    .
    Anno di stesura 1999
    Pubblicata sul mensile di cultura Il Saggio (Novembre 2007) a cura del Centro Culturale Studi Storici Il Saggio – Eboli (SA)
     
     

     
  • 20 aprile alle ore 13:47
    FISSANDO IL MARE

             
     
    Fissando il mare là dove è retta,
    dove l’azzurro cede azzurro al cielo,
    vorrei davvero, amore mio,

    che la collina ad Ovest avesse occhi
    grandi come chiome di magnolie
    per guardare non soltanto il verde;

    che la città alle spalle avesse orecchie
    larghe come piazze a notte fonda
    per sentire non soltanto il vento;

    che il cielo sopra noi avesse nasi
    smisurati come silenzi dentro cubi
    per odorare non soltanto i boschi;

    che tu, amore mio, avessi labbra
    strabilianti come quelle d’una fata
    perché io goda d’altro.
     
    *
    Anno di stesura 1985

     
  • 15 aprile alle ore 10:23
    ARLECCHINO MIO

     
    Le toppe gialle, quelle azzurre
    e le altre, verdi bianche e rosse,
    ogni santo giorno si scolorano.
    La luce del sole non le sceglie più.
     
    Spacciatore di magie, io piango.
    É inutile che spolvero e rispolvero.
    Solo una sola cosa mi rimane:
    buttare tutto e darmi un po’ da fare.
    Cavi d’acciaio e lucenti chiodi
    io li potrò trovare dove voglio.
    Per assemblarli, basterà un minuto
    e uno smalto suggerito dallo spot.
     
    Il tempo della fantasia è ormai finito
    ed anche quello delle belle attese. 
    Mi dicono che è l’urgenza delle cose
    e… non importa quali cose.
     
    Alla maniera di un infermo grave,
    sul mio comò lui ora non si muove.
    E fallisce ahimè l’estremo tentativo
    di farlo vivo al lampo dei miei occhi,
    di ricordargli da ore ed ore i sogni
    dei quali gli sono eterno debitore,
    di scuoterlo al forte battito del cuore
    perché mi doni l’ultimo suo exploit.
     
    Poi, d’improvviso, risorgono i colori
    ma è il riflesso del tramonto rosso
    che insieme ad Arlecchino mio
    dà l’ultimo sussulto. E muore.
     
     
     
     
    *
    Pubblicata sull’Antologia del Premio Belmoro VII Ed. 2009

     
  • 14 aprile alle ore 13:39
    Portami al mare

     
    Portami al mare
    in questo intenso autunno.
    Fa’ che dal vivo io risenta
    dell’onda il suono sullo scoglio
    mentre la pioggia fitta di novembre
    non si discosta e anzi mi confonde.
     
    E non lasciarmi poi da solo,
    seduto ad assaggiare un sogno.
    Vienimi accanto ad ascoltare
    quell’emozione che mi prende
    al breve, ingenuo tuffo nell’eterno.
     
    Non ti spostare appena sembra
    che l’acqua inghiottir ci voglia.
    É solo un segno d’accoglienza,
    una catarsi che ci viene offerta
    per ripartire appena spunta il sole.

     
  • 07 aprile alle ore 11:27
    DOVE NASCE L’ALBA

     
     
    Andrò ancora sul sentiero di sempre,
    a destra il mare pronto ad ascoltarmi,
    a manca il resto, la vita mia compresa.
     
    Del sale odorerò il profumo antico
    e, gli occhi chini, chiederò perdono
    se mai non riuscissi a confessarmi.
     
    Là, dove nasce l’ennesima mia alba.

     
  • 03 aprile alle ore 12:09
    Buona Pasqua!

     
    Buona Pasqua a chi si sente perso,
    legato mani e piedi a una speranza
    che mai e poi mai mostrerà la faccia.
     
    Buona Pasqua ai tanti sventurati
    trafitti dai chiodi di felicità smarrita
    perché in cerca dei nuovi sogni antichi.
     
    Buona Pasqua a tutta quella gente
    che vuol risorgere da questa vita
    per costruire vita almen migliore.
     
    Buona Pasqua alle buone volontà
    capaci ancora di voler sorridere
    all’indifeso bimbo che sorrisi chiede.
     
    Buona Pasqua a poeti e poetesse
    che scrivono parola dietro l’altra
    per emozionarsi ed emozionare un po’.

     
  • 31 marzo alle ore 13:34
    Non so se basterà

     
     
    Adesso che sono “onnipotente”
    oscurerò il sole, come prima cosa.
    Ero vivo, beato, appariscente
    ancor prima che rompesse albe.
     
    L’aspettavo, nell’impaziente ombra,
    perché sapesse che la felicità, la mia,
    non chiede prestiti a nessuno,
    neanche al re delle luci immense.
     
    Subito dopo, toccherà al mare
    e goccia a goccia lo vorrò asciugare.
    Ero schiuma, eroe, onda vivace
    ancor prima che v’entrassi dentro.
     
    Sfidavo i suoi dementi azzurri
    perché placassero bellezze e forme,
    io che tra le mani insufficienti
    giravo quelle magiche, di lei.
     
    Spezzando i giorni in uno, è andata via.
    Morire al buio e sulla riva secca
    non so se basterà, almeno a me,
    per credere di non essere vissuto
    ma vado sempre a caccia dell’amore.
     
     
     
    *
    Anno 1989
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010 – Pref. Angela Ambrosoli)
     
     
     
     

     
  • 30 marzo alle ore 14:31
    Ho con me il silenzio

     
    Barcollo in un cielo troppo grande,
    mi abbasso dietro nuvole amorfe
    private di contorni rosseggianti.
    Questo mio tramonto mi opprime.
    Ho con me il silenzio ma non basta.
     
    La notte nasconderà sofferenze
    magari vincendomi nel sonno.
     
    Tra poche ore uscirò dal suo ventre
    per poi sfidare quel cielo troppo grande
    e non saperlo come navigare.
    Questa mia alba non si colora.
    Ho con me il silenzio ma non basta.

     
  • 27 marzo alle ore 16:15
    Lungo il sentiero delle prime sabbie

     
    Lungo il sentiero delle prime sabbie,
    quello che muore appena vede il mare,
    in una curva stretta più delle altre,
    quasi ai piedi di un’erica perenne
    da sempre esiste ciò che m’appartiene.
     
    Lo si confonderebbe con le foglie
    dov’è che si nasconde ormai da tempo,
    invece è solo lastra multiforme
    la cui tinta è il frutto dei miei anni
    con l’uso dei colori improvvisati.
     
    Come allo specchio, in essa mi rifletto
    lungo il sentiero delle prime sabbie
    quando mi reco al verde e blu dell’acqua
    mentre io chiedo alle irrequiete onde
    di pazientare prima del mio arrivo.
     
    E mi vedo, sudato e stralunato
    sulle piccole, medie e grandi barche,
    tra i sorrisi d’una madre eterna,
    col cuore in lotta verso il primo amore
    e in mano il vessillo del futuro.
     
    È solo un attimo che dura un’ora.
    Ho sempre in mente quella mia meta
    e quindi corro, corro forsennato
    ad abbracciare il confidente mare
    al quale della lastra riparlare…
     
     
     
     
     
     
    2009
    Pubblicata sul Mensile di cultura IL SAGGIO 02/2012

     
  • 22 marzo alle ore 13:19
    Prato d'attesa

     
    Lievi e colorati, i petali,
    li stacco ad uno ad uno
    nell’ora d’incredibile rugiada.
     
    Il viale alle mie spalle
    sembra lungo un treno
    e, ancora, tu non arrivi.
     
    Tra fili d’erba imbalsamata
    il bruco gioca a nascondino
    e, intanto, prende posto.
     
    Quand’è che ti vedrò
    spuntare fresca dal roseto,
    con i capelli al cielo?
     
     
     
     
     
    *
     
    Anno di stesura 2002
    Antologia Donna Mistero Arte

     
  • 21 marzo alle ore 12:22
    È troppo tardi

     
    Il cielo è annerito
    sopra questo penoso ricordo di noi due
    che abbiamo riempito moltissimi giorni
    lungo il viale delle fiacche promesse.
     
    Il tuo amore è solo marmo
    e il bene e il male dentro di me
    urlano ancora per salvare apparenze.
    Mettiamo almeno coraggio in quest’addio!
     
    Le nuvole portano grigie novelle
    e sul tetto della mia testa
    la morte s’aggrappa pesante
    per ritardare l’arrivo.
     
    Nella giusta bufera
    che intorno si abbatte
    è troppo tardi riavere
    l’amore che ha diviso l’amore.
     
    Guardando la pioggia che picchia
    o la melma che accumula melma là presso il ciglio,
    rimane in comune, oltre all’affanno,
    girare di scatto le spalle
     
    magari ammucchiando i nostri ricordi
    ai sassi lavati dal fango,
    alla nebbia che intanto scende,
    alle foglie, ingiallite d’autunno.
     
     
     
    *
    Anno di stesura 1969
    Poesia pubblicata all’interno del romanzo “Viaggio in V classe” - Edizioni Il Filo - Prefazione di Pietro Zullino
     

     
  • 14 marzo alle ore 14:30
    Riflessi di luna

     

     
    Stanotte è notte,
    non le altre
    che la mia estate,
    coprendo ogni sussulto triste,
    ha fatto brillar sopra la testa.
     
    Lo stolto buio vorrebbe ancora
    lanciare qui palle d’inchiostro,
    strane meteore a fare concorrenza
    a certe stelle che ho visto cadere.
     
    Un po’ indovina, seppur per errore,
    e solo in questi casi confuso mi ritrovo
    smarrito nell’assenza di un sorriso,
    traballante in onde sconosciute.
     
    Ed io fermo e rifermo il cielo,
    come una lancia gli trafiggo i fianchi,
    sbriciolo nubi al pari di biscotti
    e bevo infine riflessi di luna.
     
     
    *
    Anno di stesura 2008
     

     
  • 10 marzo alle ore 15:11
    Io non poeta

    La poesia, quella di stanotte,
    é intrappolata in un non so dove,
    in un pertugio posto in fondo al cuore
    o, dentro l'anima, in un buco nero.

    Vuole silenzi che non le so dare
    quando il cuscino giro e poi rigiro,
    se piede al piede insisto a frizionare
    o gratto ciglia fino a farmi male.

    La strada che dovrebbe esser muta
    disturbo arreca con i suoi rumori
    ed il sussulto della sveglia odiosa
    scandisce tempo solo da fermare.

    Io non poeta sono prigioniero
    o, meglio ammettere, assai incapace
    di catturare lemmi uno alla volta
    per incastrarli in qualche verso mio.

    (…amore, amare, mare, terra, cielo,
    nuovi universi, lune, stelle e soli...)

    Non scriverò d’omerici vascelli,
    di una strega da tramutare in fata,
    di un seno sotto trasparente seta,
    o del viaggio verso un lungo bacio.

    Ancora prima di tentar poesia,
    facile preda io mi do a Morfeo
    e nebuloso mi diventa il tutto
    nel sogno incerto che andrò a fare.

    Ed é mattina, col sole alto di già,
    mentre a registro il ricordo metto.
    Sembra passato tanto di quel tempo
    e invece... in una man conto le ore.

    Anno di stesura 2010
    Poesia finalista al Concorso Letterario Internazionale “Giuliana Angeli” I Ed. 2012 e pubblicata nella relativa Antologia.

     
  • 28 febbraio alle ore 11:19
    Alfabeto (Acrostico)

    Abbiamo
    bisogno
    crescente
    di
    essere
    felici.
     
    Giuro,
    ho
    invitato
    le
    Muse
    nelle
    ore
    più
    quiete.
     
    Riadatteremo
    sapori.
     
    Testeremo
    unicamente
    varianti
    zuccherine

     
  • 22 febbraio alle ore 13:14
    Adesso

     
    La spiaggia è stanca di sabbia e basta,
    di aspettare che qualcuno la raggiunga,
    che la calpesti fino al limite dell’onda
    e la rimuova dentro un cerchio d’orme.
     
    La stessa cosa, il mare.
    In questo inverno uguale agli altri,
    sbadiglia a nuvole indecenti
    e si raccoglie a miglior fortuna.
     
    Adesso chiamo primavera
    e le dirò che arrivi esagerata,
    scortata dalle rondini migliori,
    bagnata d’acqua di colonia antica.
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2004

     
  • 21 febbraio alle ore 12:29
    Di qua terrò questi miei giorni

     

     
     
     
    Dammi una fune
    per legare al palo
    il passato ed il futuro,
    stretti stretti fino a imprigionarli.

    Farò infiniti giri attorno,
    finalmente sveglio,
    e aspetterò le piogge pulenti
    coprendo solo amori e sogni.

    Di qua terrò questi miei giorni
    ancora in piedi e quasi orme.
    Ne coglierò le ore eccellenti
    e le custodirò nel retro dei miei anni.

    Se non succederà,
    allora dammi una lama
    che sciolga e punisca
    la mia smania di vivere.
     
     
    *
    Anno 1978
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010 – Prefazione Angela Ambrosoli)
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 19 febbraio alle ore 12:48
    Disegnami un sorriso

     
    Disegnami un sorriso
    le volte che un po’ strano mi vedi
    lontano anni luce da quegli anni
    quando per me ammaestravi il sole
    per non vederti piangere la sera.
     
    Disegnami un sorriso
    quand’è inceppato il mio cammino,
    assorto io a contemplare i bordi
    dimenticando di puntar la meta,
    la vita, come tu l’hai definita.
     
    Testarda  nostalgia…
    Adesso che tuo figlio ti colora
    passando e ripassando le sue dita
    su questa foto così ardua prova,
    disegnami un sorriso, madre mia!
     
     
     
    *
    Roma, 7 Novembre 2010
    Poesia pubblicata sul mensile “Il Saggio” 03/2012
     
     
     
     

     
  •  

    “Per essere migliore basta poco!
    Ti prego sposta questa nube nera,
    accendi qualche indolente stella,
    prova a sfogliar la notte come fiaba,
    inspira l’aria del migliore agosto,
    cuci un tappeto per salirci sopra
    e vola, sul mare tuo di sempre, vola.
    Da lì prova a guardarmi fino all’alba,
    ti accorgerai di quanto sono bella.
    E non addormentarti, non lo fare
    se non soltanto e solo per sognare.”

    “E tutto questo tu lo chiami poco?
    Dai l’impressione d’essere ubriaca.”

    “Tu hai la luce della fantasia
    ed è qualcosa che a me manca.
    Son solitudine di sabbia e roccia,
    perennemente al sol subordinata
    perché mi illuda di brillare un po’.
    Non lo scordare, tu hai la fantasia
    ma è da tempo che è opacizzata.”
     
     
    *
    Anno di stesura 2013
     
     

     
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  • 16 giugno 2020 alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

     
  • 22 gennaio 2020 alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)