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in archivio dal 08 gen 2019

Aurelio Zucchi

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia
Segni particolari: Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

elementi per pagina
  • lunedì alle ore 13:04
    Dell’amore, secondo me

     
    Per caso, avete visto l’amore?
    Oh Signore, devo chiedergli un favore!
    Cosa dite? È birichino?
    Sì, lo so.
     
    Se lo prendo lo strapazzo.
     
    Non può esser che da sempre
    giochi sempre a nascondino.
    Ieri là, oggi qua, domani boh...
    si traveste ma... é sempre bello.
     
    Cerchiamolo, diamoci da fare!
     
    Tu! Vai in quella direzione
    dai bambini con il lecca lecca in mano,
    dalle madri colte al volo in un sorriso,
    da quei figli che lo hanno propiziato.
     
    Voi, invece, stazionate sotto il cielo.
     
    E aspettate, aspettate buoni buoni
    nostra luna con la scorta delle stelle
    verso cui lucidi occhi, quattro almeno,
    lanceranno tenerissimi sospiri.
     
    Dai, non perdiamo altro tempo!
     
    Qualche altro, dall’olfatto buono,
    si immetta nel sentiero di collina
    e controlli la freschezza tra i roseti
    o i profumi delle primule odorose.
     
    Forza, non restiamo imbambolati!
     
    Quattro o cinque, coraggiosi,
    per favore si dirigano pazienti
    all’inizio dell’amplissima radura
    dove udranno gridi di guerra.
     
    Non si arrendano alla prima eco!
     
    Specie là, la ricerca insista
    tra una bomba e un’altra ancora,
    tra le polveri delle vite ignare
    o tra sagome d’innocenti in fuga.
     
    Io dico che ce la faremo.
     
    Quanto a me, sto per recarmi
    nelle zone colorate, giù al mare,
    e aspettando che m’arrivi l’alba
    guarderò tra le pieghe delle onde.
     
    Chi lo trova, avvisi gli altri.
     
    Se lo prendi, quello è tipo che t’ascolta,
    che si scioglie in mille pezzi e te ne regala uno.
    Non prendiamoci la briga di rimproverarlo,
    dicono che lui ha sempre ragione.
     
     
     
    *
     
    Anno di stesura 2008
    (Tratta da “Appena finirà di piovere” – Global Press Italia 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli)

     
  • 14 luglio alle ore 12:05
    D'accordo, notte!

     
     
    Sei strana, notte, questa volta!
    Prima, arrivi in sella ad un cavallo bianco,
    sistemi come sempre il cielo a modo tuo,
    mi accendi ad una ad una lune e stelle.
     
    Poi? Che cosa mi combini, poi?
    Mi levi il dolce sonno dei ricordi,
    depenni a brutto muso nostalgie,
    nell’antro chiudi gli echi dei ventanni,
     
    mi metti il calendario sotto gli occhi,
    la mente mia fai correre agli impegni,
    il primo appuntamento è importante,
    per ricordarmi che domani arriva…
     
    Dimmi, cos’è che vuoi veramente?
    Che un mago strabiliante io diventi
    o faccia finta di non avere gli anni?
    O, addirittura, che rinasca oggi?
     
    D’accordo, vedrò di darmi un gran da fare
    già subito, sorbito il mio caffè bollente,
    e via, lungo affrettate strade di città
    a ricontare banconote e fare i conti.
     
    D’accordo, vedrò d’immergermi con cura
    in questa realtà che non convince,
    spianare tutta la fatica che mi attende
    per stare al gioco e rendermi attuale.
     
    Tranquilla! Prometto che ti obbedirò
    buttando in fossa fino all’ultimo ricordo,
    raschiando il cuore di antiche tenerezze,
    tuffandomi domani nell’oggi senza indugi.
     
    Ti giuro, allora, che passata l’alba
    mi vestirò a puntino con l’abito più nuovo
    ma adesso… sposta l’imbecille ombra
    poiché le ore in cui ti voglio assente
     
    son poche e tutte io desidero sfruttarle
    e non spiarmi se ancora mi farò tentare
    dal solito viaggio nel mio tempo andato,
    dal battibecco dei suoni e dei colori.
     
     
     
    *
    Anno 2005
    (Tratta da “Appena finirà di piovere” - Global Press Italia 06/2010 - Prefazione Angela Ambrosoli)
     
     

     
  • 12 luglio alle ore 13:25
    Del mare

     
    Del mare mi coglie il colore
    ed è magia l’invito a viaggiare
    su barche di carta costruite
    o su navi d’argento allestite.
     
    Del mare m’inebria il profumo
    ed è carezzevole il senso di pace,
    sdraiato ch’io sia sull’umile spiaggia
    o lindo e perfetto sul lido esclusivo.
     
    Del mare mi prendo il rumore
    ed è armonia quand’esso rimane,
    in piedi su asfalto che assilla il cuore,
    supino, di notte, del sonno in attesa.
     
    Non solo perché vivere voglio,
    non finirò mai di sognare.
    Fin quando l’azzurra distesa
    farà di me quel che vuole,
     
    io non morirò!
     
    *
    2009
    Testo pubblicato su Appena finirà di piovere (Global Press – 2010)
    Testo pubblicato nell’Antologia La “Goccia del cuore” di Gocce di poesia

     
  • 11 luglio alle ore 11:41
    Ci sono anch'io

     
    Niente amore questa notte.
    Lenzuola intatte, non si suda.
     
    Lei dorme e forse sogna il cielo
    mentre io, vinto alla grande il sonno,
    guardo un lento muoversi di curva,
    raggio di luna entrato nella stanza
    a separare chiari e scuri alla parete.
     
    Mi accorgo che ci sono anch'io
    tra i riflessi del pacifico silenzio.
     
    Il giorno andato mi rilascia vita
    da accatastare ai ricordi miei.
    L'alba forse ritarderà l'arrivo,
    regala più tempo per le verifiche.
     
    Le dita esplorano la dura pelle
    cogliendo qua e là scaglie di credito.
    Sto pensando che mi voglio bene,
    ci sono anch'io mentre lei dorme.

    (Poesia pubblicata)

     
  • 10 luglio alle ore 12:04
    Mediterraneo e basta

    Quando penso alla mia terra,
    le gialle colline si rintanano ad ovest,
    la città nuova si avvolge in un foulard
    ed io rimango felicemente solo.

    Solo, con l’azzurro che mai stinge,
    dentro ventri di colorate barche,
    lungo il molo della prima preda,
    nella sabbia di quel lido preferito.

    Tra le pieghe dell’età che avanza,
    metto a posto mediterraneo e basta
    come quando, diciottenne, mi curavo,
    diligente, di peccati e sogni a iosa.

    Chissà per quanto tempo ancora
    dovrò aspettare il giusto tempo
    per ritrovarmi nelle onde basse
    e nei sorrisi larghi d’una volta.

    Dispersi nell’afa benedetta
    di lunghe attese e corti pomeriggi,
    le voci, le chitarre e i ricordi tutti
    illudono le ore che oggi conto una a una.

    Le vergini polveri di sabbia e sale
    vorrebbero distrarmi come allora
    e come allora accecarmi nuovamente
    ma i miei occhi sono forti, oggi.

    Dimmi, mare perso, cosa devo fare
    perché io possa finalmente
    sigillare il cassetto dei ricordi
    in attesa che il futuro giunga.

    Dammi, mare ritrovato, la tua miglior fortuna
    perché io tocchi come la tua acqua
    i grattacieli, i display e i nuovi asfalti
    nel cambio rotta che comando.

    *
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia)
    Pubblicata dal Mensile Il Saggio 03/2010
    Vince il V Premio Internazionale Poesia, Narrativa e Arte “ALBATROS” 2007
    Premio Internazionale Poesia, Narrativa e Arte “ALBATROS” 2007

     
  • 09 luglio alle ore 12:17
    Chissà

     
    Chissà se basterà una vita
    per dire poi d’averla ben vissuta,
    per conquistare una solitaria rosa
    che primeggia nella valle più sperduta.
     
    E il mare, benedetto sia il mare,
    siamo sicuri d’averlo visto tutto,
    da quello tutti i giorni sotto gli occhi
    all’ultimo, incastrato non so dove?
     
    In più, da conteggiare c’è l’amore,
    l’amore senza sosta dato agli altri,
    quello meno frequente ricevuto,
    altri di cui non s’è capito niente.
     
    Sarà difficile averlo abbracciato tutto,
    da bimbo in culla che ci ha sorriso
    a donna donna che noi avremo amato,
    a Dio, lasciato un po’ così in disparte.
     
    Potessimo disporre d’altro tempo,
    vedere con ritardo l’ultima ruga,
    rimetterci a giocare a principi e fate,
    intingerci nel blu di nuove favole!
     
    Favole? Quali ci racconteremo
    quando per noi sarà arrivato il giorno
    di far finta di dormire solo un po’
    mentre la morte invece veglierà?
     
     
     
     
     
    *
    2009
    (Da “Appena finirà di piovere” - Global Press Italia 06/2010)
     
     
     
     

     
  • 08 luglio alle ore 13:40
    Semmai

    Vorrò stupirmi ancor quando sarò
    ai margini del tempo che rimane,
    ai piè di un’alba brilla di colori
    semmai potrò recarmi nei suoi siti ideali.
     
    Ovunque aria di mare si respiri
    io tenterò di esser testimone
    di un’onda amoreggiar con la scogliera
    semmai accederò al posto mio migliore.
     
    Accada che un bambin sorrisi apra
    chiamatemi vi prego con urgenza
    per fare in modo ch’io non me lo perda
    così da rivedermi nella sua ingenuità.
     
     
    Roma 30/05/2021

     
  • 05 luglio alle ore 14:49
    COLORARE L’ANIMA

     
    Come fa la notte a colorare l’anima?
     
    Eppur per sua natura è scura
    tranne quando sequestra la luna.
    La zittisce, lungo i tondi la ritaglia
    e la incolla dove il cielo raccomanda.
     
    Poi la stacca, falce o palla la riprende,
    l’accarezza, la plasma, l’ammaestra
    e la spreme contro l’offuscata volta
    perché succo d’una luce se ne ottenga.
     
    E allora, come fa la luna a colorare l’anima?
     
    Eppur per sua natura è luce riflessa
    tranne quando sequestra il mare
    o di un suo spicchio s’accontenta
    e lo incolla dove nascono gli amori.
     
    Bagna l’acqua, calda o fredda la pareggia,
    la dispiega, l’addolcisce, la inganna
    e da riva all’orizzonte la percorre
    perché incanto alla vista se ne ottenga.
     
    E quindi, come fa il mare a colorare l’anima?
     
    Sssss…….vi prego!
    Lasciamolo fare, all’identica maniera
    di come nella vita ci si innamora.
    A che serve chiedersi il perché?
     
     
    *
    Anno di stesura 2010
    Poesia pubblicata nell'Antologia "Versi Diversi” XII Edizione.
     
     

     
  • 22 giugno alle ore 20:45
    Chiederò mare in burrasca

     
    Bruco accovacciato,
    guardo le sabbie morte
    sbrunire i colori del mare.
    E non fiato, non fiuto, non ascolto.

    Sedato sopra l’aria stanca,
    vedo le acque di luna chiara
    bagnare gli anni della giovinezza.
    E parlo, fiuto, ascolto.

    Così,
    rinasco come alba
    che aspetto tra le danze
    inventate in questa notte
    dalle fantasie di un insorto.

    Al sole,
    che intanto s’alza,
    chiederò mare in burrasca
    perché la barca rimanga qui.
    Risentirò i suoni delle onde.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Stesura Anno 2000 
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia – 06/2010)
    Pubblicata sul Mensile Il Saggio (07/2007)
     

     
  • 01 giugno alle ore 11:43
    Futuro (Haiku)

     
     
    il sole estrae
    orme di primavera -
    é già futuro
     

     
  • 26 maggio alle ore 11:14
    Vi chiedo di non spegnere le stelle!

     
    Deformi menti schiave del potere,
    predicatori di società allo stremo,
    macchinisti di politiche indecenti,
    vi chiedo di non spegnere le stelle.
     
    Lasciatemi la libertà nel cielo,
    quello scrutar le luci confortanti
    che solo le nuvole e non certo voi
    potrebbero decider d’annullare
     
    ……………………e mai per sempre.

     
  • 20 maggio alle ore 11:45
    Se adesso sei nei miei paraggi

    Mi occorre una fata d’altri tempi,
    vestita color seta della luna
    bagnata dalla luce dell’amore.
     
    Se adesso sei nei miei paraggi,
    dovrei lo so mutarmi in un bambino,
    inganno al quale vendermi non voglio.
     
    Ti chiedo quindi di guardarmi gli anni,
    di ricordar gli incontri già vissuti
    tra i sospiri dei pressanti sogni.
     
    Ti parlo, come allor, di desideri
    che benedetti aiutano a vedere
    la vita oltre il gelo delle siepi.
     
    Ricorderai… guardavo il mare
    frenando l’assillante tempo
    e ciglia non battevo per paura
     
    di perdermi un istante dell’azzurro.
    E gli parlavo, principe esordiente,
    d’altri  colori che quasi pretendevo.
     
    Se adesso sei nei miei paraggi,
    accogli il grido ingenuo che ti lancio
    e fammi riveder quel paradiso.
     
    Soltanto riveder, non chiedo altro.
     
     
    Data di stesura 23/11/2013

     
  • 16 maggio alle ore 10:31
    Caro destino

    Caro destino,

    se succede di scrivere a qualcuno
    che non conosco se non é di fama,
    questa scrittura piega e si colora
    al garbo che in questi casi impera.

    Ti chiederò dove ti trovi ora,
    se il tuo viso é corrucciato o no,
    quale sorriso accendi la mattina
    e quanto vale un tuo cenno su di me.

    Per non rischiare troppa confidenza
    dovrei smettere di darti questo tu
    ma gli anni che hai contaminato
    sono già tanti e quindi rischio un po’.

    Sarò gentile ma nel frattempo, tu,
    non t’intromettere domani e dopo
    nei sogni che vorrò ancora fare 
    nei quali amore cerco e amore do.

    Ti prego, tu che non sai chi sei,
    non disturbarmi in quelle belle notti
    che mi vedranno da aspirante eroe
    vestire l’aria di leggenda e mito.

    Non presentarti da avversa dama
    tra le pedine che allora muoverò.
    Lascia vuota una casella bianca
    dove assestare l'agognata sfida.

    Quasi tuo,
                                          Aurelio

    (Anno di stesura 2008)

     
  • 15 maggio alle ore 11:53
    Dove l’amore vuole

     
     
    Nel silenzio dell’alba da rubare
    si placa ogni residuo della notte.
    Delle onde, ch’adesso si stiracchiano,
    carezze lisciano le basse creste.
     
    Ma né sbadigli né propensioni
    a far del giorno un giorno uguale agli altri!
    Son tutte in fila come l’educande
    ad aspettare le novità sognate.
    Avanzano, gli amori svantaggiati,
    corteo gaio di sorrisi evasi
    nel fresco andirivieni d’aria pura
    dove ogni nudità un senso assume.
     
    Si leggono nei volti inebriati
    le orme delle reiterate stille
    che oggi, volenti  o non volenti,
    lo spazio lasciano alla felicità.
     
    Vanno ad amarsi quasi dappertutto,
    all’ombra delle più perfette dune,
    di fianco a qualche impaziente aquilone,
    sull’amaca tra due fantasie,
     
    sotto lo sguardo di gabbiani al via,
    sopra le sabbie calde al primo sole
    o anche là dove l’amore vuole
    dei nostri tempi scrivere le fiabe.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2010
    Testo premiato al XIX Concorso Letterario Nazionale NOVIPOESIA (2010) e testo pubblicato nell’Antologia del Concorso.

     
  • 08 maggio alle ore 12:22
    ACCENDERÒ LA NOTTE

     
    Cos’ha il mare questa sera?
    Neanche un segno di saluto,
    intimidito come mai l’ho visto,
    imbambolato nell’enorme vasca.
     
    Sarà perché intorno è buio,
    sarà la pioggia che lo seda
    o forse è questo nostro amore
    che stenta, stenta a decollare.
     
    Di luna, poi, neanche l’ombra
    quasi anche lei giocasse contro.
    E poi, le stelle mie si sono estinte?
    Maledizione, quanta iella!
     
    Dovrei adesso essere mago,
    provare a sistemare tutto
    mentre frattanto un lungo bacio
    mi aiuta a guadagnare tempo.
     
    Accenderò la notte
    con i sorrisi che saprò rubarti,
    lanciando in aria i riflessi
    dei tuoi meravigliosi occhi.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2005
    (Tratta da “Appena finirà di piovere” – Global Press Italia 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli)
     

     
  • 05 maggio alle ore 14:36
    C’era un volta…

     
    C’era un volta
    non tanto tempo fa,
    un signore, non un Principe,
    che aveva il vizio di amare la vita.
     
    Un bel giorno…
    Sapete cosa fece?
     
    Prese per mano i suoi difetti
    e si incamminò per un sentiero,
    il sentiero sempre suo preferito
    che verso Sud finiva di fronte al mare.
     
    Giunto alla scogliera,
    si tolse le scarpe e i vestiti,
    controllò che il sole fosse alto ancora
    e giochicchiò un po’, un bel po’, con le onde.
    Eran basse,
    come spesso accadeva
    ogni qualvolta le rivedeva.
    Eran linde,
    come spesso accadeva
    ogni qualvolta le rivedeva.
     
    Poi, con fare sicuro,
    scelse tra tante una roccia,
    una roccia un po’ particolare.
    Era tonda,
    così tonda da sembrare finta.
    Il Nostro non amava gli spigoli,
    tranne quelli delle lune d’estate.
    Era liscia, quella roccia,
    così liscia da sembrare finta.
    Il Nostro non amava le rugosità,
    tranne quelle di un certo tipo di rosa.
     
    Soffiò sulla roccia,
    su di essa volle nudo sdraiarsi
    e per intero volle lui raccontarsi.
     
    Prima di rituffarsi,
    su quello stesso scoglio
    uno dopo l’altro con cura posò
    i difetti che aveva preso per mano.
     
    Al ritorno,
    trovò tracce
    di sole e… di sale
    giacché qualche onda
    aveva osato più delle altre.
     
    I suoi difetti
    erano stati lavati
    e qualcuno, ora, mancava.
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2010
     
    Testo pubblicato dal mensile Il Saggio (10/2010)

     
  • 03 maggio alle ore 11:14
    Anima e corpo in ginnica tenuta

     
    Hai mai provato, figlio mio,
    ad inseguire il veloce tempo
    in modo da non perderlo di vista
    neanche quando improvvisamente
    imbocca la più stretta delle curve?
    A tallonarlo, senza alcuna tregua,
    fino al preciso punto d’affiancarlo?
     
    Io sì, nella continua corsa,
    anima e corpo in ginnica tenuta,
    col travagliato sogno del campione
    che tenta la sua migliore impresa.
     
    E hai mai provato, figlio mio,
    a superarlo, il veloce tempo,
    ed esser tu a fare l’andatura
    coprendo a ritroso il tragitto
    ed esser tallonato senza sosta?
    A mantenere almeno una distanza
    per essere sicuro d’aver vinto?
     
    Io sì, nella continua corsa,
    anima e corpo in ginnica tenuta,
    col travagliato sogno del campione
    che giunge infine all’agognata meta.
     
    Guarda d’oggi cielo, terra e mare
    e scova tu, se ne sarai capace,
    bellezze nuove da incastonare.
    Ti aiuterà ad indossar la vita.
     
    Ma non dimenticare, figlio mio,
    di riguardare cielo, terra e mare
    e d’essere capace a scovar domani
    bellezze antiche da cristallizzare.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli)

     
  • 01 maggio alle ore 14:09
    Il ballo delle cento speranze

    Respirando il tempo duro
    che via via inzuppa di finito
    la galassia delle cose andate,
    il colore del futuro è da inventare.
     
    Nella macina degli errori
    che mai avrei voluto fare,
    verso i sospiri del cuore distratto
    e salvo i sorrisi degli amori.
     
    Chissà per quanto tempo ancora
    il ballo delle cento speranze infuria
    quando troppa folla si assicura
    lungo le vie colme di presente!
     
    Quanto bisogno c’è di sognare?
    Sono falò di spiaggia abbandonata
    che fuma frammenti e lento li disperde.
    Sono solo, nonostante il mare.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2006
     

     
  • 28 aprile alle ore 10:16
    Tentativi

     
    Corre.
    La buona idea
    di chi libera il giardino
    dalle foglie morte,
    corre.

    Vola.
    Il buon seme
    che tra i superstiti
    ho raccolto chino,
    vola.

    Cantano.
    Le mie ragioni
    dentro un cielo
    che nessuno guarda,
    cantano.

    Rimbalza.
    Tutto nell’indifferenza
    rimbalza e torna a me,
    pietrificato.
     
     
     
    -
    (2005)
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010)
     

     
  • 27 aprile alle ore 14:19
    In sella ad un cavallo bianco

     
     
    In sella ad un cavallo bianco
    mi avviai dall’alba verso il giorno
    per poi, oltrepassate le colline,
    con un inchino salutar quegli anni,
    gli stessi che ora chiamo giovinezza
    e che allora non avean nome.
     
    Scendendo di gran fretta a valle,
    a lungo mi fermai nei verdi angoli,
    poi cercai il mare e sazio di emozioni
    mi abbandonai al suo perenne abbraccio.
     
    In seguito, odorai di uomo
    e mi tuffai nei fiumi dell’amore.
    Conobbi pure i duri labirinti
    a prima vista di città qualunque
    solo che quelli eran del Meridione
    così che mi inventai nuovo Teseo.
     
    Intanto che la vita andava avanti,
    che i chilometri me li bevevo tutti
    tra gli insistenti sguardi al mio futuro
    e le carezze del passato prepotente,
    ahimè ho smarrito il filo portentoso
    e quel cavallo non l’ho più trovato.
     
     
    *
    2008
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010)
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 24 aprile alle ore 12:03
    Io non poeta

    La poesia, quella di stanotte,
    é intrappolata in un non so dove,
    in un pertugio posto in fondo al cuore
    o, dentro l'anima, in un buco nero.

    Vuole silenzi che non le so dare
    quando il cuscino giro e poi rigiro,
    se piede al piede insisto a frizionare
    o gratto ciglia fino a farmi male.

    La strada che dovrebbe esser muta
    disturbo arreca con i suoi rumori
    ed il sussulto della sveglia odiosa
    scandisce tempo solo da fermare.

    Io non poeta sono prigioniero
    o, meglio ammettere, assai incapace
    di catturare lemmi uno alla volta
    per incastrarli in qualche verso mio.

    (…amore, amare, mare, terra, cielo,
    nuovi universi, lune, stelle e soli...)

    Non scriverò d’omerici vascelli,
    di una strega da tramutare in fata,
    di un seno sotto trasparente seta,
    o del viaggio verso un lungo bacio.

    Ancora prima di tentar poesia,
    facile preda io mi do a Morfeo
    e nebuloso mi diventa il tutto
    nel sogno incerto che andrò a fare.

    Ed é mattina, col sole alto di già,
    mentre a registro il ricordo metto.
    Sembra passato tanto di quel tempo
    e invece... in una man conto le ore.
     

     
  • 23 aprile alle ore 13:24
    Nel cielo che annulla ogni età

     
     
    La pelle del viso cambia colori.
    Tu non li vedi, sono solo riflessi,
    i riflessi migliori dei migliori tramonti
    sotto i quali da sempre insistiamo
     
    per assistere ai riti dell’esser felici
    che pensiamo un diritto acquisito
    epperò… non lo siamo…lo siamo…
    non lo siamo…lo siamo…
     
    Ti verrà d’aumentar la frequenza
    dei battiti tuoi delle ciglia stupite.
    Sentirai un inizio d’umido agli occhi:
    stilla di miele, la miglior testimone.
     
    E intanto benvenuta è la pioggia,
    la più amata che sia mai esistita,
    teneri scrosci dei brividi d’Eden
    che cadono muti sul cuore e le gote.
     
    Avrai come freddo, anche d’agosto,
    ma febbre non è, è tua suggestione.
    Avrai come caldo, anche d’inverno,
    ma caldo non è, è sudore alle mani.
     
    Disteso nel mezzo di mezza noce,
    barca sicura in un mare impensato,
    é così che in fuga tu metti la morte,
    che vita tu plachi e poi ridisegni.
     
    Spogliato di scudi, di te solo armato,
    alato nel cielo che annulla ogni età,
    è così che infine il respiro rimandi,
    che pane tu mangi e bevi emozioni.
     
    Non tenertele strette, non sii avaro!
    Non celarle nel sacco creduto proibito.
    Raccontale!

     
  • 22 aprile alle ore 12:13
    LA PRIMA, VERA, PRIMAVERA

     
    Quando più me le aspetto,
    verranno - certo che verranno -
    le ore in cui cambieremo
    cadenze e fogge alle stagioni.

    E cambieremo i loro nomi
    per quanto attorno ci accadrà,
    per il vento di turno che si vendicherà,
    per le piogge che c’inonderanno,
    per la neve che ci coprirà,
    per la grandine che ci trapasserà,
    per le nebbie che ci confonderanno,
    per il sole che ci cremerà.

    Semmai dovessimo entrare
    nel collegio dei nuovi onnipotenti,
    alziamo - vi prego - dieci dita ognuno
    per conservarla, una stagione,
    per difendere le nostre speranze,
    per soccorrere tutti quegli amori
    che ancora vorranno sbocciare,
    per salvarci…

    Non eravamo forse noi
    che corteggiammo i cieli,
    che ingoiammo a lungo
    i cenni d’albe poi fasulle?

    Non eravamo forse noi
    che attendemmo
    - come oggi -
    il nostro miglior tempo,
    la prima, vera, primavera?
     
     
    .
    Anno di stesura 1999
    Pubblicata sul mensile di cultura Il Saggio (Novembre 2007) a cura del Centro Culturale Studi Storici Il Saggio – Eboli (SA)
     
     

     
  • 20 aprile alle ore 13:47
    FISSANDO IL MARE

             
     
    Fissando il mare là dove è retta,
    dove l’azzurro cede azzurro al cielo,
    vorrei davvero, amore mio,

    che la collina ad Ovest avesse occhi
    grandi come chiome di magnolie
    per guardare non soltanto il verde;

    che la città alle spalle avesse orecchie
    larghe come piazze a notte fonda
    per sentire non soltanto il vento;

    che il cielo sopra noi avesse nasi
    smisurati come silenzi dentro cubi
    per odorare non soltanto i boschi;

    che tu, amore mio, avessi labbra
    strabilianti come quelle d’una fata
    perché io goda d’altro.
     
    *
    Anno di stesura 1985

     
  • 15 aprile alle ore 10:23
    ARLECCHINO MIO

     
    Le toppe gialle, quelle azzurre
    e le altre, verdi bianche e rosse,
    ogni santo giorno si scolorano.
    La luce del sole non le sceglie più.
     
    Spacciatore di magie, io piango.
    É inutile che spolvero e rispolvero.
    Solo una sola cosa mi rimane:
    buttare tutto e darmi un po’ da fare.
    Cavi d’acciaio e lucenti chiodi
    io li potrò trovare dove voglio.
    Per assemblarli, basterà un minuto
    e uno smalto suggerito dallo spot.
     
    Il tempo della fantasia è ormai finito
    ed anche quello delle belle attese. 
    Mi dicono che è l’urgenza delle cose
    e… non importa quali cose.
     
    Alla maniera di un infermo grave,
    sul mio comò lui ora non si muove.
    E fallisce ahimè l’estremo tentativo
    di farlo vivo al lampo dei miei occhi,
    di ricordargli da ore ed ore i sogni
    dei quali gli sono eterno debitore,
    di scuoterlo al forte battito del cuore
    perché mi doni l’ultimo suo exploit.
     
    Poi, d’improvviso, risorgono i colori
    ma è il riflesso del tramonto rosso
    che insieme ad Arlecchino mio
    dà l’ultimo sussulto. E muore.
     
     
     
     
    *
    Pubblicata sull’Antologia del Premio Belmoro VII Ed. 2009

     
elementi per pagina
  • 16 giugno 2020 alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

     
  • 22 gennaio 2020 alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)